La terra che grida: Gaza e il genocidio in diretta mondiale

Mentre l’Occidente continua a recitare il mantra della “pace”, Israele passa alla fase due della sua guerra d’annientamento. Il 21 agosto 2025, ha preso il via l’operazione “Carri di Gedeone 2”, una nuova offensiva finalizzata all’occupazione totale di Gaza City e alla deportazione forzata degli 800.000 civili ancora presenti. A guidare l’operazione, oltre ai tank e ai bombardamenti, c’è un’ideologia teocratica che giustifica lo sterminio in nome del diritto biblico alla “terra promessa”. Una visione apocalittica che oggi si traduce in distruzione sistematica, fame organizzata, e morte programmata.

Non siamo davanti a una semplice escalation militare. Siamo davanti a un piano di pulizia etnica. Lo ha confermato lo stesso ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che ha parlato apertamente di “assedio totale” e ha ammonito: “Chi non evacua Gaza può morire di fame o arrendersi”. Non è una minaccia: è un piano di annientamento.

Una teocrazia armata fino ai denti

Nel pieno del XXI secolo, un governo che si proclama democratico rivendica apertamente un mandato divino per giustificare l’eliminazione fisica di un intero popolo. I riferimenti sono espliciti: dal Libro di Giosuè al Deuteronomio, la narrazione messianica si impone sulla legalità internazionale. Diritto divino contro diritto umano. Paranoia escatologica contro ragione storica.

Israele, nato grazie alla Risoluzione 181 dell’ONU, ha da decenni abbandonato qualsiasi vincolo internazionale. Ha ignorato sistematicamente la Carta delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e violato ogni trattato sui diritti umani, dalla IV Convenzione di Ginevra al diritto consuetudinario internazionale. Oggi, davanti agli occhi del mondo, infrange apertamente anche la Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del genocidio.

Genocidio, parola proibita nei palazzi del potere

La Corte Internazionale di Giustizia ha parlato chiaro. Il 26 gennaio 2024, nel contesto del ricorso presentato dal Sud Africa, ha riconosciuto il rischio concreto di genocidio in atto a Gaza, ordinando a Israele di interrompere qualsiasi azione lesiva nei confronti dei civili palestinesi. Le ordinanze del 28 marzo, 5 aprile e 24 maggio hanno ribadito e aggravato le misure, chiedendo il blocco dell’assalto a Rafah, l’apertura del valico per gli aiuti umanitari e l’accesso delle missioni investigative ONU. Nessuna misura è stata rispettata. Nessuna.

Israele, forte del sostegno di Washington e dell’impunità assicurata dalle democrazie complici, ha proseguito imperterrito il suo piano di sterminio. Le prove non mancano. L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), organismo ufficiale delle Nazioni Unite, ha certificato che Gaza è entrata in una fase di carestia conclamata, causata dal blocco degli aiuti e dal collasso della produzione alimentare. Più di 132.000 bambini sotto i cinque anni soffriranno di malnutrizione acuta entro la fine del 2025. Oltre 41.000 sono già ad altissimo rischio di morte.

Numeri che pesano come lapidi

Al 24 agosto, il bilancio fornito dal Ministero della Salute di Gaza parla di 62.686 morti e 157.951 feriti. A questi si aggiungono 289 vittime della fame, di cui 115 bambini. I morti non fanno più notizia. I bombardamenti sugli ospedali neppure. Persino i giornalisti sono diventati obiettivi: solo nel bombardamento dell’ospedale di Khan Younis sono morti altri cinque reporter.

La fame è ora un’arma. La distribuzione di cibo, una trappola mortale: oltre 2.095 persone sono state uccise mentre cercavano aiuti. Ogni atto di sopravvivenza è diventato una condanna.

L’apartheid che non può vincere

L’illusione che la “soluzione finale” possa essere realizzata è destinata a scontrarsi con la realtà. Anche se Israele riuscisse a ripulire Gaza nord e trasformare il sud in un lager a cielo aperto, la resistenza sopravviverebbe. Non si può sterminare un popolo con la fame, né si può cancellare la storia con le ruspe. Gaza resterà come una ferita purulenta, aperta, pronta a infettare le coscienze. E la Cisgiordania, con l’espansione degli insediamenti nella zona E1, sarà il prossimo fronte. Smotrich lo ha detto chiaramente: “Lo Stato palestinese è cancellato”. Ma cancellare un’idea non equivale a cancellare un popolo.

Israele sta inchiodando la bara dello Stato palestinese con i fatti compiuti. Ma quei chiodi, in realtà, li sta piantando sulla propria democrazia. Come il Sudafrica dell’apartheid, Israele si condanna all’isolamento morale e politico. E a lungo termine, anche all’implosione.

Italia e Occidente: complici silenziosi

Nel frattempo, le cancellerie europee tacciono. L’Italia, nello specifico, continua a rispettare l’accordo di cooperazione militare con Israele del 2003, ratificato con la legge n. 94/2005. Non solo non lo ha mai revocato, ma si è opposta a qualsiasi proposta di sanzione europea. Questo non è silenzio diplomatico: è complicità.

A differenza del ministro olandese Caspar Veldkamp, dimessosi per protesta contro il proprio governo, i politici italiani restano ben saldi sulle loro poltrone, nonostante l’opinione pubblica sia ormai insofferente. La rabbia cresce, le piazze si muovono, e la frustrazione civile si sta trasformando in indignazione attiva.

La flotta della dignità

A questa indignazione si unisce la speranza. Il 31 agosto salperà la Freedom Flotilla, una flotta carica di aiuti umanitari e di dignità, pronta a sfidare l’embargo israeliano. È un atto di coraggio che rompe il silenzio e indica una via d’uscita: quella della solidarietà concreta, dell’azione diretta, del diritto all’umanità.

Parallelamente, si fa strada l’ipotesi di convocare una sessione d’emergenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, grazie alla procedura “Uniting for Peace”, già prevista per superare il veto USA. È una strada stretta, ma percorribile.

O si ferma il genocidio o si diventa complici

Non ci sono più alibi. Non c’è più tempo. Il genocidio non è un’ipotesi: è in corso. Le istituzioni internazionali hanno il dovere di agire. E i governi che continuano a sostenere Tel Aviv, direttamente o indirettamente, devono essere chiamati a rispondere. Anche in Italia.

Chi tace oggi, domani non potrà dire di non sapere. La storia sta scrivendo una pagina oscura. E ogni parola, ogni gesto, ogni omissione finirà su quella pagina. Sta a noi decidere da che parte della storia vogliamo stare.

Fonti
• Integrated Food Security Phase Classification (IPC), Report 2025.
• Corte Internazionale di Giustizia, Ordinanze 26/01/2024 – 28/03/2024 – 05/04/2024 – 24/05/2024.
• Ministero della Salute di Gaza, aggiornamento 24 agosto 2025.
• Lettera collettiva per la procedura “Uniting for Peace”, 21 agosto 2025.
• articolo di Domenico Gallo, pubblicato su volere la luna il 26 agosto 2025.

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