Non ci sarà un secondo 27 gennaio. Non ci sarà una data della memoria postuma, né la possibilità di dire “non sapevamo”. Perché questa volta lo sappiamo, lo vediamo, lo ascoltiamo. In diretta. Ogni giorno. Gaza brucia sotto i nostri occhi e l’umanità intera assiste in silenzio. Non dopo. Non troppo tardi. Adesso.
Il genocidio in corso non è nascosto nei campi di sterminio lontani dal mondo civile, non è celato dietro muri di filo spinato e nebbie propagandistiche. È in prima serata, è sui social, è sulle homepage dei quotidiani. Eppure niente si muove. Nulla cambia. Le bombe continuano a cadere. I bambini continuano a morire. E la comunità internazionale continua a tacere. È peggio del nazismo. Perché l’orrore oggi è visibile, tangibile, indifendibile.
Gaza: un popolo sotto assedio e sotto silenzio
Le parole pronunciate da Netanyahu negli ultimi giorni non sono quelle di un leader impegnato in una difesa militare. Sono le parole di un fanatico messianico, che proclama apertamente di portare avanti una “missione storica e spirituale”, quella della “Grande Israele”. Una visione teocratica, suprematista, che si regge sullo sterminio sistematico di un’intera popolazione civile.
Il nuovo “piano operativo” approvato dall’esercito israeliano non ha nulla di militare: è un progetto di svuotamento. Svuotare Gaza, deportare i suoi abitanti, distruggere ogni traccia di vita, impedire il ritorno, colonizzare. È un piano di pulizia etnica travestito da “azione umanitaria”, il tutto mentre si cercano Paesi – come il Sud Sudan – disponibili ad accogliere i profughi espulsi. Il genocidio ha il suo business plan. E il mondo guarda.
Non si tratta solo di Gaza City
Il piano militare, giustificato da Tel Aviv come un’offensiva contro Hamas, ha in realtà l’obiettivo di conquistare l’intera Striscia e ridurne la popolazione a una massa di profughi ammassati a sud, in una zona desertica chiamata al-Mawasi, che rappresenta solo il 25% del territorio di Gaza. Si parla di 2 milioni di persone da confinare in una zona senza acqua, senza elettricità, senza ospedali.
Nel frattempo, l’80% degli edifici civili di Gaza City è già stato distrutto. Ma non basta. L’ordine è di radere al suolo ciò che resta, come fatto a Beit Hanoun. Bulldozer privati, appaltatori ben pagati, protetti dall’esercito, impiegheranno più di un anno per eliminare anche gli scheletri di cemento.
La strategia è chiara: rendere Gaza invivibile, distruggere ogni possibilità di ritorno, e poi spacciare il reinsediamento forzato per “soluzione umanitaria”. È la stessa logica della Nakba del 1948, aggiornata all’era dei droni e dei satelliti. Ma con una differenza cruciale: oggi il mondo vede tutto.
La nuova Shoah dei palestinesi
Allora, nel 1945, si poteva ancora dire “non lo sapevamo”. Oggi no. Chiunque abbia un telefono, una televisione, un computer, lo sa. E se tace, è complice.
L’Occidente che predica “Mai più” mentre finanzia Tel Aviv, che partecipa a conferenze contro l’antisemitismo mentre approva il massacro di civili palestinesi, è il volto più ipocrita di questo tempo. Mai più, ma solo per alcuni. Le bombe che Israele lancia su Gaza portano le firme di Stati Uniti, Germania, Italia. Le navi attraccano con i rifornimenti. Gli F-35 decollano. I milioni scorrono.
Nel frattempo, le piazze europee che osano gridare “Stop al genocidio” vengono represse con accuse di antisemitismo, mentre voci pubbliche e istituzioni religiose si schierano con l’ideologia di morte del governo israeliano. Una vergogna che resterà nella storia.
I numeri della catastrofe
• Oltre 70.000 morti documentati a Gaza, di cui 18.500 bambini.
• 90% degli edifici scolastici distrutti.
• Zero ospedali funzionanti a Gaza City.
• Carichi umanitari bloccati o razionati, mentre le aziende private israeliane speculano sulla fame dei palestinesi.
• Accordi oscuri con Paesi africani per deportare i profughi e creare campi permanenti in cambio di investimenti e armi.
E tutto questo sotto gli occhi delle Nazioni Unite, delle ONG, dei governi europei. Il genocidio è social. L’indifferenza è istituzionale.
Nessuno potrà dire: io non sapevo
Nessuno potrà dire: “non sapevo, non immaginavo, non credevo.” Non solo vediamo. Condividiamo. Postiamo. Commentiamo. Eppure, in larga parte, restiamo immobili. Paralizzati da una propaganda che ha reso Israele intoccabile e i palestinesi colpevoli a prescindere. Una narrazione che ha trasformato la vittima in carnefice e ha legittimato il carnefice in eterno perseguitato.
Non c’è più tempo per l’ambiguità. Chi tace è complice. Chi giustifica, partecipa. Chi volta le spalle, si sporca le mani.
Conclusione: il tribunale della storia ci aspetta
La Storia, quella vera, ci sta guardando. Fra qualche decennio, i libri parleranno di ciò che è accaduto a Gaza come di uno dei più gravi genocidi del XXI secolo. Ma ciò che scriveranno sulle nostre democrazie, sulla nostra stampa, sui nostri governi, sui nostri intellettuali, dipenderà da quello che faremo oggi. Adesso. Perché nessuno potrà dire: non sapevo.
E allora diciamolo. Scriviamolo. Urliamolo. Questo non è un conflitto. Questo è un genocidio. È un crimine contro l’umanità. E sta accadendo adesso.
Fonti principali integrate:
• Haaretz (Dahlia Scheindlin)
• Associated Press
• Amnesty International
• Human Rights Watch
• OCHA – Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari
• Post e commenti pubblici sui social media
• Al Jazeera, Middle East Eye, Mondoweiss
• Fonti incrociate sul reinsediamento forzato dei palestinesi in Paesi terzi