Flotilla, Gaza e la diplomazia sospesa: cronaca di un assedio infinito

La rotta della speranza

La Global Sumud Flotilla è ripartita da Koufonissi, un isolotto a sud di Creta, con le vele strappate dal vento e i segni ancora freschi dei droni che qualche notte fa avevano colpito le imbarcazioni. Le navi, addobbate con le bandiere palestinesi, hanno preso il largo poco prima delle 20. Nonostante motori guasti, vele danneggiate e continui rinvii, circa 46 attivisti sono riusciti a rimettersi in mare su alcune delle barche operative.

Quel nucleo ristretto fa parte di una missione ben più ampia: la Flotilla, infatti, riunisce complessivamente oltre 400 persone provenienti da 44 Paesi, imbarcate su decine di barche che si alternano lungo la rotta. La forza simbolica sta proprio in questo: non una o due barche isolate, ma una moltitudine che rende più difficile l’abbordaggio e più costoso, sul piano politico, l’arresto.

Dietro la Flotilla si muove una rete di protezione inedita: la nave Life Support di Emergency, pronta a soccorrere in caso di attacco; la fregata Alpino della Marina Militare italiana, inviata dopo gli episodi di sabotaggio; la nave Furor spagnola, e forse unità turche pronte ad affacciarsi. Segnali incrociati di governi che, almeno formalmente, non vogliono lasciare gli attivisti soli in alto mare.

In Italia e Germania i ministeri hanno invitato i partecipanti a tornare indietro. La Farnesina, in particolare, ha contattato le famiglie, dipingendo scenari drammatici. Ma la maggioranza degli italiani è rimasta a bordo: 40 su 50. «Che vogliono – ha detto uno degli attivisti – che ci mettiamo tutti sulla stessa barca per facilitare Israele?».

La voce di Haaretz

Intanto da Roma, Gideon Levy, editorialista di Haaretz, parla senza filtri. Arrivato per ricevere un premio, commenta il discorso di Netanyahu all’Onu: «Un’aula vuota, il segno dell’isolamento di Israele».

Per Levy, il vero volto dell’offensiva è quello del genocidio: Gaza distrutta sistematicamente, fame documentata, bambini uccisi ogni giorno. «Non possiamo chiamarlo in altro modo», ribadisce. La proposta di Tony Blair a capo di una ricostruzione internazionale lo fa sorridere amaramente: «Come tornare alle colonie britanniche».

E qui il richiamo storico è inevitabile. Blair incarna una continuità simbolica con quel passato coloniale che in Palestina ebbe il suo momento decisivo nel 1917 con la Dichiarazione Balfour, quando Londra promise la creazione di un “focolare nazionale ebraico” in una terra abitata da una maggioranza araba. Nel 1922 la Società delle Nazioni affidò ufficialmente al Regno Unito il Mandato sulla Palestina, trasformando quella promessa in un progetto politico di dominio. Dal 1917 al 1948, fino alla fine del mandato e alla nascita dello Stato d’Israele, gli inglesi gestirono quell’area con mano diretta, portando responsabilità enormi per le fratture esplose nella Nakba del 1948: l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi. È questa lunga ombra coloniale che riemerge oggi quando Blair viene richiamato come figura di garanzia.

Secondo Levy, non esiste “alternativa ad Hamas”: nessuno lo caccerà, né americani né sauditi, e ogni piano di ricostruzione rischia di essere inutile, perché la Striscia potrebbe essere rasa al suolo di nuovo tra cinque anni. La verità più amara è che la maggioranza degli israeliani non vuole vedere: un lavaggio del cervello durato decenni, amplificato dalla censura autoimposta dai media. «In Italia si vedono più immagini di Gaza che in Israele», dice Levy.

Sulla Flotilla, l’editoriale del suo giornale è stato chiaro: “Fateli entrare”. Ma la previsione resta cupa: Israele non lascerà passare nessuno, e l’Europa non ha la volontà politica per fermare i massacri.

La morsa della diplomazia

Mentre le barche fendono le onde, a Washington e nelle capitali del Golfo si scrive un copione parallelo. È il cosiddetto “piano Trump”, 21 punti che avrebbero già trovato una parziale apertura da parte di Hamas. Lì dentro c’è tutto: rilascio degli ostaggi israeliani in cambio di migliaia di prigionieri palestinesi, ritiro graduale dell’Idf, ingresso illimitato di aiuti umanitari sotto l’egida Onu, amnistia per Hamas e – soprattutto – una forza internazionale di stabilizzazione che addestri una nuova polizia palestinese.

Dietro il piano aleggia la figura di Tony Blair, richiamata come consulente di ricostruzione: la reincarnazione di un colonialismo amministrativo che non ha mai smesso di esercitare influenza. Per Netanyahu, il rischio è di dover accettare «concessioni dolorose». Ma la sua abilità è sempre stata quella di guadagnare tempo, alimentando la guerra mentre negozia la pace.

Intanto, sul terreno, la guerra non si ferma: 70 palestinesi uccisi in un solo giorno, 750 mila costretti a fuggire da Gaza City verso sud, senza acqua, senza riparo, senza futuro.

Nakba, memoria viva e continuità storica

Per comprendere davvero cosa sta accadendo oggi, non basta guardare alle bombe, alle diplomazie, alle flottiglie: occorre tornare al 1948 e riconoscere che la Nakba — la “catastrofe” — non è un evento del passato che si chiuse con l’indipendenza israeliana, ma una ferita aperta che si rinnova.

Nel 1948, con la nascita dello Stato d’Israele, oltre 700.000 palestinesi furono espulsi o costretti a fuggire dalle loro terre, dando vita a un’espropriazione collettiva e alla creazione massiccia di campi profughi. Quel momento segnò una cesura storica: case distrutte, villaggi smantellati, memoria cancellata sul territorio. Ma non cancellata nella coscienza dei palestinesi.

Negli ultimi decenni si parla di Nakba continua (ongoing Nakba), cioè di una perpetua condizione di espulsione, discriminazione, esproprio, negazione del diritto al ritorno. Gli attacchi odierni, le distruzioni sistematiche, le operazioni di pulizia territoriale e le evacuazioni forzate non sono episodi isolati, ma parte di uno stesso disegno che ha radici storiche. Quando oggi si parla di “seconda Nakba”, lo si fa non per emotività, ma per indicare una ricorrenza strutturale: lo sradicamento continua, le comunità vengono nuovamente dislocate, e la promessa del ritorno rimane sospesa.

La Striscia di Gaza, oggi teatro del massacro, è in larga parte popolata da discendenti di quelle famiglie che furono già esiliate nel 1948. Quando le bombe cadono ora, nei vicoli di Khan Younis o Rafah, vengono rasi al suolo gli stessi spazi dell’identità collettiva palestinese. Quando gli attivisti della Flotilla tentano di “entrare” e testimoniare, non è solo un gesto di solidarietà: è un tentativo di riaffermare un diritto negato da decenni.

In sintesi: il conflitto attuale non è un incidente di percorso, ma l’ultimo stadio di una tragedia che dura da decenni. Riconoscerne la continuità storica è un atto di verità necessario per capire che chi oggi resiste in mare o sotto le bombe porta con sé la memoria di chi fu espulso settantasette anni fa, e la speranza che questa Nakba non resti perpetua.

Fonti
• “Flotilla riparte e fa rotta su Gaza: il piano soccorsi in caso di attacco”, reportage e articoli (settembre 2025).
• Gideon Levy, Haaretz, interviste e dichiarazioni in Italia (settembre 2025).
• “Farò concessioni dolorose. Bibi si prepara al piano Usa”, ricostruzioni da media arabi e statunitensi.
• Dichiarazione Balfour, 2 novembre 1917.
• Documenti della Società delle Nazioni sul Mandato britannico in Palestina (1922–1948).
• Rapporto storico ONU sulla Nakba (1948).
• Palestinians mark Nakba day as fears of displacement grow – Reuters, maggio 2025.
• Ongoing Nakba – Wikipedia.
• Discorso di Netanyahu all’ONU – settembre 2025, YouTube.

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