La “strega” e il tribunale del mondo: come si prova (o si nega) un crimine collettivo

L’attacco sessista a Francesca Albanese in sede ONU non è solo miseria retorica: è il sintomo di un sistema politico-mediatico corrotto che, pur di respingere l’accusa di genocidio a Gaza e le proprie corresponsabilità, sposta il discorso dal diritto ai soprannomi. I fatti – rapporti ONU, carestia certificata, flussi d’armi e veti al Consiglio di Sicurezza – raccontano altro.
1. Il fatto politico, nudo e crudo

Che l’ambasciatore israeliano Danny Danon abbia definito “strega” Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i Territori Palestinesi Occupati, è attestato da agenzie e video: un attacco personale volto a screditare il rapporto “Gaza Genocide: A Collective Crime (A/80/492)”, presentato il 28 ottobre e centrato su condotte e obblighi giuridici degli Stati. Albanese ha replicato con ironia, riportando il confronto sul terreno dei crimini e delle responsabilità.
2. Cosa dice davvero il rapporto Albanese

Il rapporto, fondato su materiali ONU e su contributi di 40 soggetti, dopo aver offerto a 63 Stati il diritto di replica, qualifica le condotte contro i civili a Gaza come parte di un disegno intenzionale e sistematico. Chiama in causa non solo la potenza occupante, ma anche gli Stati terzi e le imprese che forniscono armi, copertura diplomatica e business “as usual”. Il nodo giuridico è l’obbligo, sancito dalla Convenzione del 1948, di prevenire e non agevolare il genocidio. Testo e sintesi sono pubblici; circolano anche traduzioni integrali in italiano.
3. La posizione dell’Italia (e perché conta)

Nel dibattito all’ONU, l’ambasciatore italiano Maurizio Massari ha liquidato il rapporto come “privo di credibilità e imparzialità” e come eccedente il mandato della relatrice. È una scelta politica netta, assunta mentre l’Italia figura tra i Paesi la cui condotta merita scrutinio. La posizione è riportata sul sito ufficiale della Rappresentanza italiana presso le Nazioni Unite.
4. Dal micro-insulto al macro-contesto: ciò che i governi non dicono

Mentre si scambia “strega” per argomento, i dati si accumulano.

  • Il cessate il fuoco di Sharm el-Sheikh: entrato in vigore il 10 ottobre, è stato salutato come svolta. Eppure a fine mese la tregua è stata lacerata sul campo: tra il 28 e il 29 ottobre i bombardamenti israeliani hanno ucciso oltre cento persone a Gaza, tra cui 46 bambini – la notte più letale dall’avvio della tregua secondo più fonti convergenti. Il Qatar, mediatore con Egitto, Turchia e Stati Uniti, ha parlato apertamente di “violazione” dell’accordo, mentre i resoconti di stampa collocano l’intesa e i relativi “step di attuazione” proprio a Sharm el-Sheikh.
  • Veti USA: dal 2023 a oggi Washington ha opposto più volte il veto in Consiglio di Sicurezza a bozze di cessate il fuoco “immediato, incondizionato e permanente”, fino al sesto veto del 18 settembre 2025. È il corrimano diplomatico dell’impunità.
  • Sorveglianza e intelligence: dal dicembre 2023 il Regno Unito ha effettuato centinaia di missioni di sorveglianza su Gaza partendo da RAF Akrotiri (Cipro). Londra rivendica finalità umanitarie (ostaggi), ma il nodo legale resta se e come l’intelligence sia stata condivisa con Israele. A metà ottobre 2025 il Ministero della Difesa britannico ha annunciato la fine dei voli, dopo oltre 500 missioni.
  • Armi e complicità: secondo SIPRI, nel periodo 2020–2024 l’Italia ha fornito circa l’1% delle importazioni militari israeliane (elicotteri leggeri e componenti navali), restando comunque tra i fornitori rilevanti dopo Stati Uniti e Germania nelle ricostruzioni di stampa. Il governo ha inoltre ammesso la prosecuzione di alcune esportazioni in virtù di contratti pregressi, nonostante annunci di blocco. Non è ideologia: sono tabelle, licenze, container.
  • La fame come arma: il 22 agosto 2025 l’IPC (sistema ONU-FAO) ha dichiarato la carestia (Fase 5) nel Governatorato di Gaza, prevedendone l’estensione. OMS e agenzie ONU hanno confermato un quadro di carestia indotta dall’uomo. È la saldatura tra il contenuto del rapporto Albanese e gli indicatori umanitari.
  • Cornice giudiziaria internazionale: dal 21 novembre 2024 pendono mandati di arresto della Corte penale internazionale per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità (tra cui l’uso della fame come metodo di guerra). I giudici hanno respinto i ricorsi, mantenendo efficaci i mandati. Sono fatti processuali, non opinioni.
    1. L’Occidente nell’era dell’ambiguità: perché citiamo anche Trump

Quando un presidente in carica negli Stati Uniti ha detto a un pubblico cristiano che, se rieletto, “poi non dovranno più votare”, ha impresso alla retorica politica una torsione plebiscitaria. Non è folclore: è il terreno su cui diventano pensabili voti che non contano, diritti che si sospendono, regole che si aggirano. Nello stesso perimetro culturale l’esecutivo americano è arrivato a sanzionare una relatrice ONU per il suo lavoro su Gaza. Il filo che lega questi elementi esiste.
6. La domanda che brucia: complicità o prevenzione?

Il cuore del rapporto A/80/492 non è un “Israele contro ONU”, ma la linea di galleggiamento delle democrazie. O si previene un genocidio sospendendo forniture belliche e coperture politiche, aprendo corridoi umanitari reali e sostenendo la giustizia internazionale, oppure si diventa co-autori per omissione. È lo stesso principio che regge i trattati sul nucleare, il commercio d’armi e i diritti umani. Qui si innesta la seconda emergenza.
7. Dal diritto alla sopravvivenza: perché il rischio nucleare non è retorica

La “temperatura” del sistema di sicurezza globale è misurabile: nel 2025 il Doomsday Clock è fermo a 90 secondi dalla mezzanotte, tra guerre, arsenali nucleari e instabilità informativa. Gli arsenali non diminuiscono: SIPRI registra modernizzazioni e un maggior numero di testate schierate. Quando le grandi potenze normalizzano l’eccezione – dai veti ai bombardamenti “inevitabili” – il rischio sistemico cresce.
8. Che cosa dovrebbe fare l’Italia (davvero)

  • Applicare, senza ambiguità, la Legge 185/1990: stop a nuove licenze e riesame dei contratti in essere quando esista rischio di gravi violazioni del diritto internazionale. Che un contratto esista non lo rende neutro.
  • Sostenere in sede UE un embargo sulle armi verso tutte le parti che violano il diritto umanitario e una tracciabilità completa delle componenti dual-use, con report pubblici trimestrali. Le filiere contano quanto i missili.
  • Allineare la postura diplomatica al quadro giudiziario: rispetto dei mandati della CPI e cooperazione con ICJ e Nazioni Unite, senza eccezioni di “amicizia”.
  • Finanziare con serietà corridoi umanitari e accesso senza ostacoli a cibo, acqua, sanità e logistica, come richiesto da IPC, OMS e agenzie ONU.
  • Pretendere trasparenza su eventuali cooperazioni di intelligence che possano esporre l’Italia, o partner NATO/UE, a responsabilità per complicità.
    1. Conclusione: oltre la parola “strega”

“Strega” è una distrazione. Il rapporto Albanese mette in fila fatti verificabili e obblighi giuridici; la carestia li aggrava; veti e flussi d’armi li trasformano in struttura; i mandati della CPI offrono una sede giudiziaria. Continuare a ridurre tutto a un insulto significa abituarsi all’idea che il diritto internazionale sia opzionale. È un lusso che l’Occidente, già scosso da pulsioni illiberali, guerre per procura e arsenali in aggiornamento, non può permettersi.
L’Italia ha davanti una scelta semplice e difficile: ricongiungere valori e atti (stop alle complicità, sì alla prevenzione) oppure restare prigioniera dell’ambiguità. Non è una polemica tra diplomatici: è la credibilità della nostra democrazia e la tenuta di un ordine che impedisca l’“indicibile” non per magia, ma per diritto.

Fonti essenziali per i passaggi chiave

  • Rapporto ONU “Gaza Genocide: A Collective Crime (A/80/492)” e materiali collegati.
  • Attacco “strega” e replica di Francesca Albanese (agenzie e video).
  • Dichiarazione ufficiale dell’Ambasciata d’Italia all’ONU.
  • Cessate il fuoco del 10 ottobre e violazioni: Washington Post; Anadolu; dichiarazioni del premier del Qatar; “implementation steps” firmati a Sharm el-Sheikh.
  • Veti USA al Consiglio di Sicurezza (giugno e settembre 2025).
  • Missioni di sorveglianza del Regno Unito da Cipro e loro cessazione.
  • Dati su forniture e ruolo italiano (SIPRI; conferme su contratti in corso).
  • Carestia a Gaza dichiarata dall’IPC e conferme OMS/ONU.
  • Mandati della Corte penale internazionale su Netanyahu e Gallant.
  • Doomsday Clock e dati SIPRI sugli arsenali nucleari.
  • Dichiarazioni di Trump sul “non dover più votare”.

Cessate il fuoco a orologeria

Incursioni notturne, 104 morti (46 bambini). E Washington fa da scudo politico

La notte tra il 28 e il 29 ottobre ha mostrato quanto sia fragile – e ipocrita – la parola “tregua”. Israele ha bombardato la Striscia per circa 14 ore, uccidendo almeno 104 persone, tra cui 46 bambini e 20 donne, nel giorno più sanguinoso dall’entrata in vigore del cessate il fuoco del 10 ottobre. Poche ore dopo, lo stesso esercito ha annunciato che la tregua era “ripristinata”. Un ossimoro feroce, che racconta più di qualsiasi commento.

Cosa è successo nelle ultime 24 ore

Secondo fonti sanitarie di Gaza e testimonianze sul campo, i raid hanno colpito case, scuole e tendopoli per sfollati in diverse aree della Striscia, travolgendo ospedali già allo stremo. Tel Aviv ha parlato di “terroristi e obiettivi militari”, arrivando a rivendicare un’azione “mirata” nel nord per “rimuovere una minaccia imminente”. Ma le cifre sulle vittime civili smentiscono la narrazione chirurgica.

La copertura americana e il paradosso della tregua

Dal lato statunitense, il presidente Donald Trump ha definito “giusta” la reazione israeliana e ha assicurato che “nulla metterà a rischio la tregua”. In altre parole: via libera politico alla ritorsione militare dentro una cornice di cessate il fuoco che si può spegnere e riaccendere a discrezione. È lo schema che svuota di senso la parola pace e legittima l’eccezione permanente.

La condanna dell’ONU

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, per bocca del suo portavoce, ha “condannato fermamente” le uccisioni di civili – “molti bambini” – e tutti gli atti che minano il cessate il fuoco. È un richiamo formale, ma netto: proteggere i civili non è un optional negoziabile.

Persone detenute senza diritti, ICRC tenuto fuori

Mentre piovono bombe, arriva anche l’ordine del ministro della Difesa Israel Katz: divieto per la Croce Rossa di visitare centinaia (anzi, migliaia) di persone palestinesi detenute, spesso classificate come “combattenti illegali”. Una mannaia che oscura ciò che accade nelle carceri e impedisce il monitoraggio indipendente del trattamento delle persone private della libertà, in aperto contrasto con gli standard umanitari.

Il premier del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al Thani, ha denunciato pubblicamente maltrattamenti e torture, richiamando persino i video del ministro Ben-Gvir che umilia i prigionieri appartenenti al popolo palestinese. Segnali coerenti con mesi di denunce sulla stretta carceraria.

Diritto internazionale calpestato

Dal punto di vista del diritto umanitario, colpire aree densamente popolate durante una tregua e negare accesso indipendente alle persone detenute viola principi elementari: distinzione, proporzionalità, divieto di punizione collettiva, tutela dei prigionieri. La stessa Croce Rossa ribadisce da mesi di essere pronta a riprendere le visite di protezione, proprio per verificare condizioni e trattamenti.

Il quadro più ampio: una tregua che uccide

Dall’inizio della guerra a oggi, il bilancio del popolo palestinese ha superato le 68 mila vittime secondo il ministero della Salute di Gaza, e anche durante la tregua le uccisioni non si sono fermate. È la conferma che l’architettura attuale non è disegnata per proteggere i civili, ma per consentire spazi di manovra militare con copertura diplomatica.

Complicità e responsabilità degli Stati terzi

Non è solo un giudizio politico. Il nuovo rapporto della relatrice speciale ONU Francesca Albanese – “Gaza Genocide: A Collective Crime” (A/80/492) – parla apertamente di genocidio “sostenuto dalla complicità di influenti Stati terzi”. Un linguaggio giuridico che chiama in causa non solo chi bombarda, ma anche chi fornisce armi, copertura e impunità.

Cosa serve subito (e davvero)
1. Stop reale alle operazioni offensive, con meccanismi di verifica terzi e pubblici.
2. Accesso pieno e senza condizioni alla Croce Rossa e alla Mezza Luna Rossa per tutte le persone palestinesi detenute.
3. Corridoi umanitari effettivi, non simbolici.
4. Indagini indipendenti sugli attacchi di queste ore e, più in generale, sull’intera condotta del conflitto.
5. Allineamento degli Stati terzi agli obblighi internazionali: sospensione dei trasferimenti d’armi e delle coperture politiche finché durano violazioni gravi e ripetute.

In sintesi

Se questo è un cessate il fuoco, è un cessate il fuoco a interruttore: si spegne quando conviene, si riaccende quando serve, mentre la popolazione della Palestina paga il prezzo. La vigliaccheria politica sta qui: nel chiamare “difesa” ciò che produce 104 morti in una notte – 46 bambini – e nel definire “stabile” una tregua che si regge sulla paura e sulla menzogna. La storia prende nota. Anche il diritto, prima o poi, presenterà il conto.

Fonti chiave: Washington Post, AP, Reuters, The Guardian, Haaretz; dichiarazioni ONU; decisione su ICRC riportata da Haaretz, TRT World, Anadolu; rapporto A/80/492 di Francesca Albanese.

Complicità come sistema. Perché il genocidio a Gaza chiama in causa Stati, industrie e noi europei

Nuovo rapporto ONU: “Gaza Genocide: A Collective Crime” (A/80/492), firmato dalla relatrice speciale Francesca Albanese. Un atto d’accusa che definisce il massacro a Gaza un crimine collettivo e chiama in causa Stati e imprese.

C’è un punto di non ritorno che il nuovo rapporto della relatrice speciale ONU Francesca Albanese rende impossibile eludere: il genocidio a Gaza non è solo l’azione di una potenza occupante. È un crimine collettivo, reso possibile da una filiera internazionale di aiuti militari, coperture diplomatiche, forniture “dual use” e profitti aziendali. Il documento A/80/492 — “Gaza Genocide: A Collective Crime” — parla di una campagna di distruzione intenzionale e sistematica, ricostruita su basi probatorie ampie e con un messaggio netto: la prevenzione e la responsabilità non sono più opzionali.

Che cosa documenta il rapporto ONU
Il testo presentato all’Assemblea generale mette in fila elementi classici dell’intento genocidario: distruzione di infrastrutture civili, privazione dei mezzi essenziali di sussistenza, trasferimenti forzati e imposizione di condizioni di vita mirate alla distruzione, in tutto o in parte, del gruppo protetto. Non è “danno collaterale”: è progetto. Metodologicamente, il rapporto attinge a materiali ONU e a decine di contributi statali e non statali, offrendo un quadro coerente con gli obblighi della Convenzione sul genocidio del 1948, che vincola non solo a non partecipare ma ad agire attivamente per prevenire.

La catena della complicità: Stati, veti, logistica
Sul piano politico-diplomatico, gli Stati Uniti hanno garantito a Israele un “paracadute” sistematico al Consiglio di Sicurezza: sei veti tra il 2023 e il 2025 hanno bloccato risoluzioni che chiedevano cessate il fuoco immediato e accesso umanitario, isolando Washington rispetto agli altri 14 membri del Consiglio.
Sul piano militare-logistico, la portata dei trasferimenti è fotografata anche da fonti ufficiali: secondo stime riportate dal Council on Foreign Relations, entro maggio 2025 dagli USA erano arrivati in Israele circa 90.000 tonnellate di armi ed equipaggiamenti su 800 aerei e 140 navi. A ciò si sommano i programmi pluriennali e i casi FMS attivi: ad aprile 2025 risultavano 751 pratiche aperte per un valore di 39,2 miliardi di dollari.
In parallelo, gli aiuti e le vendite notificate dopo il 20 gennaio 2025 superano i 10 miliardi, mentre la spesa complessiva statunitense in aiuti militari a Israele dal 7 ottobre 2023 al settembre 2025 è stimata in 21,7 miliardi di dollari. Sono numeri che spiegano perché la leva esterna pesi quanto (se non più) del teatro operativo.

Il caso britannico: l’occhio che vede tutto
Londra non è rimasta alla finestra. Dalla base di Akrotiri (Cipro), la RAF ha effettuato oltre 600 missioni di sorveglianza su Gaza — attività confermate da più inchieste e tracciamenti indipendenti — con condivisione di intelligence verso Tel Aviv. È l’esempio di come la cooperazione “dietro le quinte” possa incidere sul terreno pur senza “stivali sul suolo”.

Dall’“economia dell’occupazione” all’“economia del genocidio”
Il rapporto di Albanese al Consiglio dei diritti umani (A/HRC/59/23) allarga l’obiettivo: non solo Stati, ma anche imprese—dalle armi al digitale, dal credito alle costruzioni—che facilitano, normalizzano o monetizzano la distruzione. L’analisi mappa la complicità aziendale e chiede responsabilità penale e rimedi effettivi, richiamando precedenti storici sul ruolo del settore privato nei crimini internazionali. Organizzazioni come WILPF e organi d’informazione hanno sintetizzato l’elenco dei settori e delle aziende citate.

Italia ed Europa: i dati oltre le dichiarazioni
Qui la discussione si fa scomoda. Secondo SIPRI, nel periodo 2020–24 la quota italiana nelle importazioni di grandi sistemi d’arma israeliani è pari a circa l’1% (elicotteri leggeri e cannoni navali), con un’industria nazionale export-oriented cresciuta del 138% rispetto al quinquennio precedente. Non sono volumi enormi verso Israele, ma fotografano una filiera integrata (anche attraverso programmi come l’F-35) e un posizionamento strutturale nel mercato mediorientale.
Quanto all’Europa, il quadro è a macchia di leopardo: alcuni Paesi hanno sospeso licenze o annunciato restrizioni, altri hanno consentito il proseguimento di contratti o transiti; la Germania ha fermato le nuove approvazioni di “war weapons” nel 2024, mentre nel 2025 diversi Stati hanno irrigidito i controlli. Eppure, gli effetti sull’arsenale israeliano restano limitati se i due fornitori principali (USA e Germania) non mutano radicalmente rotta.

La ritorsione politica: sanzioni contro la relatrice ONU
L’8–10 luglio 2025 Washington ha sanzionato Francesca Albanese, mossa condannata da esperti ONU perché mina l’indipendenza dei meccanismi speciali. È un segnale politico forte rivolto non solo a una persona ma alla cornice stessa della responsabilità internazionale.

Cosa vuol dire “responsabilità condivisa” (davvero)
Se seguiamo la logica dei rapporti ONU, quattro conseguenze discendono per gli Stati terzi e per l’UE:
1. Embargo sulla catena bellica, incluse licenze dual use, con controlli sostanziali su porti, aeroporti e transhipment;
2. Sospensione di intese commerciali e partecipazioni a fiere/consorzi che alimentano l’apparato militare;
3. Due diligence obbligatoria con responsabilità penale d’impresa per contributo a crimini internazionali, superando il mero reporting ESG;
4. Giurisdizione universale e cooperazione giudiziaria su crimini core (genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra), in coerenza con i doveri erga omnes. Sono, in sostanza, le raccomandazioni di Albanese nel nuovo rapporto, che chiede un cambiamento di paradigma: dalla retorica alla cogenza.

L’Italia al bivio
Per Roma, il banco di prova è triplo:
– Politica estera: allineamento automatico all’ombrello USA o capacità di esercitare autonomia strategica su cessate il fuoco ed embargo? I sei veti statunitensi dicono che la via multilaterale è stata sinora strozzata, ma non inevitabilmente.
– Industria e ricerca: partecipazione a programmi e supply chain (F-35, componentistica, partnership accademiche) va sottoposta a un test di coerenza legale e politica. Qui i dati SIPRI e le analisi sul finanziamento europeo alla ricerca israeliana invitano a togliere i veli.
– Legalità costituzionale: la prevenzione del genocidio è obbligo giuridico, non “posizione”. Ne discendono atti amministrativi immediati (revoche, sospensioni, controlli) e un indirizzo parlamentare esplicito sul rispetto del diritto internazionale umanitario.

Genocidio come crimine collettivo” significa riconoscere che la violenza non vive nel vuoto: dipende da reti di potere, interessi e assuefazioni economiche. Se davvero vogliamo “uscire dal cono d’ombra”, occorre una scelta netta: cessate il fuoco immediato, embargo sulle armi e interruzione delle complicità commerciali e tecnologiche. La credibilità dell’ordine giuridico internazionale non si misura nei convegni, ma nei contratti che decidiamo di firmare — o di rescindere. È qui che l’Italia e l’Europa si giocano l’onore del diritto: o proteggere un popolo sottoposto a distruzione sistematica, o restare complici per omissione.

Fonti principali utilizzate:
Rapporto A/80/492 (OHCHR, versione advance) e pagina di presentazione; rapporti e note su “economia del genocidio” (A/HRC/59/23) e materiali di sintesi; stime su veti e dinamiche al Consiglio di Sicurezza (Reuters/AP/ONU); dati su voli RAF da Cipro (Declassified UK, The Guardian); flussi e programmi USA (CFR, Hartung/Quincy–Brown); tendenze export/import (SIPRI) e quadro europeo.

Pace in outsourcing e verità contese

Dal “piano” di Trump al 7 ottobre: come si fabbrica l’eccezione permanente

L’antefatto
Ogni tregua promessa negli ultimi decenni nel dossier israelo-palestinese ha riprodotto lo stesso copione: dettagli minuziosi in un primo atto, elasticità o ambiguità negli atti successivi. Risultato: l’unico segmento realmente esigibile diventa quello che interessa a Israele (oggi: la restituzione degli ostaggi), mentre sul resto cala una nebbia di clausole rescissorie. Il “piano in 20 punti” rilanciato da Donald Trump ne è un esempio radicale: prevede il rilascio di tutti gli ostaggi—vivi e caduti—entro 72 ore dal cessate il fuoco e la creazione di un Board of Peace a guida USA con “New Gaza” da rifondare; ma rimanda i nodi strutturali e apre alla possibilità di una amministrazione esterna e a una “riviera” riconvertita, fino a scenari di ricollocazione ‘volontaria’ dei gazawi. I materiali pubblici sul progetto GREAT Trust e le ricostruzioni giornalistiche confermano la cornice: governance commissariata, ipotesi di zone economiche speciali, e il rischio di rendere temporaneo ciò che tocca la sovranità palestinese.
Il banco di prova del diritto
Sul piano giuridico internazionale il quadro è netto: l’opinione consultiva della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024 ribadisce l’illegalità del protrarsi dell’occupazione nei Territori Palestinesi e richiama gli Stati ai relativi obblighi. A ciò s’aggiungono le mosse della Corte penale internazionale (richiesta di mandati d’arresto per leader israeliani e di Hamas) e, nel 2025, il rapporto della Commissione d’inchiesta ONU che conclude per la sussistenza del crimine di genocidio a Gaza—posizione contestata da Israele ma che alza drasticamente l’asticella degli obblighi di prevenzione e repressione per gli Stati. In questo contesto, il linguaggio ufficiale—“assedio totale”, “animali umani”—non è un orpello: è un indizio giuridicamente rilevante.
La leva statunitense
La variabile determinante resta quella americana: secondo le stime accademiche più accreditate, almeno 21,7 miliardi di dollari in aiuti militari sono affluiti a Israele dall’ottobre 2023 (prima sotto Biden e poi sotto Trump), cui si sommano ulteriori pacchetti e contratti pluriennali; la cifra è coerente anche con aggiornamenti giornalistici e note istituzionali. Parlare di “oleodotto che non si chiude” non è una metafora.
Il 7 ottobre e la lotta per la cornice
Qui si consuma la battaglia principale. Un dato fattuale resta: l’attacco guidato da Hamas ha causato circa 1.200 morti in Israele e il sequestro di centinaia di ostaggi. Ma due anni di inchieste hanno aggiunto tasselli che complicano le “narrazioni assolute”:

  • Hannibal. Un’approfondita indagine di Haaretz ha documentato l’attivazione della direttiva Hannibal in almeno tre siti il 7 ottobre—una dottrina che, nel prevenire i rapimenti, può aumentare il rischio per ostaggi e civili; testate internazionali hanno rilanciato e contestualizzato.
  • Fuoco amico. L’IDF ha riconosciuto casi probabili di uccisione di ostaggi per fuoco proprio durante il caos delle prime ore (tra cui Efrat Katz), mentre sul massacro del festival Nova i primi riscontri della polizia israeliana hanno sostenuto che l’evento non fosse un obiettivo pre-pianificato e che parte delle vittime possa essere stata colpita dall’intervento armato israeliano. Parallelamente, alcune virali “prove video” su elicotteri che sparano deliberatamente su civili sono state smentite dai fact-checkers. In sintesi: episodi circoscritti e documentati di fuoco amico ci sono stati; una tesi di “strage pianificata da Israele” non è supportata dalle evidenze pubbliche.
  • Allerta ignorate. Più in generale, documenti e inchieste israeliane confermano gravi sottovalutazioni e segnali d’allarme non colti nelle ore e nei mesi precedenti. Misurare la “simmetria” L’obiezione al “pareggio morale” tra 7/10 e devastazione di Gaza non è retorica: è contabile e giuridica. La strategia del “mowing the grass”—periodiche campagne per “tagliare l’erba” e riportare “calma”—è discussa da anni in ambito accademico e think tank israeliani; con la guerra 2023–25 ne abbiamo visto la trasposizione più cruda. Nel frattempo, in Cisgiordania gli insediamenti hanno sfondato la soglia dei 737 mila coloni (Gerusalemme Est inclusa), mentre la tela dei diritti si è assottigliata con demolizioni, outpost e restrizioni. Sul carcerario, l’uso estensivo della detenzione amministrativa è ampiamente documentato—con migliaia di detenuti senza accusa formale a fine 2024 e nel 2025—ed è parte di un regime di controllo radicato. Tregue come intermezzo Il 18 marzo 2025 Israele ha ripreso bombardamenti massicci su Gaza dopo due mesi di cessate il fuoco, con centinaia di morti in una notte e lo stop agli aiuti—un caso di scuola di tregua “interrotta” che riapre il ciclo bellico. E anche la tregua di ottobre 2025 si è rivelata fragile in pochi giorni, fra accuse incrociate di violazioni e nuove ritorsioni. Se il piano si regge sul “disarmatevi prima, poi discuteremo”, allora è la tregua stessa a diventare leva politica, non ponte verso una soluzione. Il punto cieco del “piano” L’architettura di “pace” proposta—commissariamento, ricostruzione spettacolare, condizionalità securitarie—trascura tre fatti elementari:
    1. La legalità internazionale: non si può chiedere “deradicalizzazione” a una popolazione sotto occupazione dichiarata illegale dall’ICJ e sotto indagine/severo scrutinio penale internazionale, pretendendo che l’occupante resti l’unico arbitro del contratto.
    2. La realtà sul terreno: colonie in espansione, frammentazione territoriale, apparati repressivi e uso dell’assedio come strumento di guerra (con dichiarazioni ufficiali sul “assedio totale”) sono incompatibili con un percorso credibile verso l’autodeterminazione.
    3. La leva finanziaria: senza un disinnesco—condizionalità robuste su aiuti e armi—la dinamica incentivi/costi resta sbilanciata e spinge a proseguire lo status quo.
      Un’altra grammatica possibile
      Se c’è una lezione di Camp David e Oslo è che la pace non regge su “fasi” che rinviano sine die i nodi vitali. Oggi una road-map credibile deve incorporare quattro vincoli minimi:
  • fine dell’assedio e garanzie operative per gli aiuti;
  • moratoria verificabile su insediamenti e violenza dei coloni, con costi automatici in caso di violazione;
  • meccanismo terzo di accertamento e responsabilità per crimini contro civili, su entrambi i lati (giurisdizioni internazionali incluse);
  • transizione di governance radicata nell’autodeterminazione palestinese, non nella tutela di potenze esterne.
    Senza questi cardini, ogni “New Gaza” resta un rebranding dell’eccezione.
    Postilla sulla narrazione del 7/10
    Il rifiuto del “pareggio morale” non implica negare i crimini di Hamas né minimizzare la sua natura. Significa rimettere proporzione, contesto e prova al centro: ai fatti accertati sul 7 ottobre—compresi i casi di fuoco amico e l’uso della Hannibal—va dato posto; alle tesi più estreme (di segno opposto) va applicato il principio di due-diligence giornalistica: citare le indagini, distinguere ipotesi da evidenze, aggiornare quando arrivano nuovi riscontri. Solo così si sottrae la cronaca al ruolo di megafono della propaganda.

Fonti chiave (selezione)

  • Reuters, AP, Washington Post, CFR – piano Trump, tregue e riprese dei bombardamenti (marzo/ottobre 2025)
  • ICJ – parere consultivo sullo status dell’occupazione (19 luglio 2024) e misure provvisorie nel caso Sudafrica c. Israele (26 gennaio 2024)
  • ICC – richieste di mandati (20 maggio 2024)
  • UN Commission of Inquiry (settembre 2025) – determinazione su genocidio a Gaza (posizione contestata da Israele)
  • Haaretz, Times of Israel, The Guardian – Hannibal e 7 ottobre; Reuters sul caso Katz (friendly fire)
  • Haaretz / Al Jazeera – Supernova/Nova: non pre-pianificato; possibili vittime da fuoco israeliano; fact-checking su video virali
  • EEAS / OHCHR / Peace Now – dati su colonie (fine 2024)
  • Costs of War (Brown Univ.) / AP – ammontare aiuti USA a Israele (2023–25)
  • War on the Rocks / BESA – dottrina “mowing the grass”

Il monito di Moni Ovadia e l’ora più pericolosa: il “dopo”.

Quando finiscono le uccisioni: chi decide il “day after” di Gaza?

La tregua come cantiere del controllo: perché senza autodeterminazione la pace è solo una parentesi.

Alcune condivisioni online riportano “decisioni”; la citazione corretta, pronunciata da Moni Ovadia, è “uccisioni”. La riportiamo integralmente: “State attenti al momento in cui finiranno le uccisioni… sempre decide per sé il popolo palestinese. Non Trump. E men che meno Netanyahu”.

Partiamo da quel monito semplice e spiazzante di Moni Ovadia: l’ora più pericolosa non è (solo) quella dei bombardamenti — è quella che segue, quando “finiscono le uccisioni”. È lì che spesso si scrive, nei retrobottega della diplomazia e della propaganda, il copione del “dopo”: chi amministra, chi controlla, chi decide al posto di chi.

E su questo punto il suo messaggio è netto: decide il popolo palestinese. Non Trump. E men che meno Netanyahu.

Dopo la tregua comincia il progetto (di chi?)

Le tregue servono a salvare vite e a far entrare aiuti, certo. Ma storicamente sono anche il momento in cui prende forma l’architettura del controllo: zone cuscinetto che diventano terre di nessuno, “piani per il day after” che congelano lo status quo, commissariamenti di fatto travestiti da sicurezza. Nell’ultimo anno e mezzo, intorno alla Striscia, l’allargamento della “buffer zone” ha già cancellato fasce di territorio agricolo e infrastrutture, mentre il premier israeliano ha dichiarato l’intenzione di mantenere il controllo di sicurezza su Gaza anche “dopo”. È il classico schema: si sposta la linea oggi per renderla “nuova normalità” domani.

Frammentare per dominare

Chi conosce Cisgiordania e Gaza sa che la parola chiave è frammentazione: geografica, amministrativa, sociale. Dall’assetto per aree (A/B/C) alle restrizioni su movimento e accessi, fino alla crescita di ostacoli e cancelli negli ultimi mesi, tutto racconta un popolo diviso in isole, dipendente da permessi e checkpoint. È un terreno perfetto per qualsiasi “pace gestionale” che tenga insieme due principi tossici: massima governabilità, minima sovranità palestinese. I dati di campo (OCHA) registrano l’intensificarsi degli ostacoli alla circolazione; le analisi di B’Tselem descrivono la strategia a lungo termine della frammentazione.

Il “day after”: opzioni sul tavolo e linee rosse

Nell’ultimo biennio abbiamo visto circolare bozze e “concept paper” su scenari di trasferimento forzato verso il Sinai (smentiti ufficialmente ma rivelatori dell’orizzonte di alcuni decisori), e versioni del “dopoguerra” che prevedono un’amministrazione palestinese depurata e un controllo di sicurezza israeliano permanente. In parallelo, il “dopo” viene spesso incorniciato da vertici globali dove i palestinesi rischiano il ruolo di comparse: ed è qui che il monito “decide il popolo palestinese” va scolpito, perché nessun summit — con o senza Trump — può legittimare soluzioni calate dall’alto.

La cortina del silenzio: informazione e accountability

Ogni tregua porta con sé un pericolo: lo spegnersi dei riflettori. Se cala il clamore, diventa più facile riscrivere i fatti, ridurre l’accesso ai reporter, normalizzare l’anomalia. In questi due anni è stata la stampa palestinese a raccontare Gaza al mondo, pagando un prezzo altissimo. Per questo, oggi, mentre molte redazioni chiedono accesso libero alla Striscia, la tutela della stampa non è un dettaglio “corporativo”: è la condizione minima per impedire che la verità venga sepolta sotto le macerie diplomatiche.

La bussola del diritto: l’autodeterminazione non si negozia

Qui non serve inventare concetti nuovi: esistono già. Dal 1974 l’Assemblea Generale dell’ONU riconosce come “inalienabile” il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, indipendenza e sovranità; lo stesso diritto apre i due Patti del 1966 (civili e politici; economici, sociali e culturali). La Corte internazionale di giustizia — nel parere del 2004 e, più recentemente, nel 2024 — ha ribadito che le politiche che negano quel diritto sono illegali e che va rimosso ciò che lo ostacola. Tradotto: nessun “dopoguerra” può essere credibile se non parte da qui.

Che cosa significa, in pratica, “decide il popolo palestinese”

Provo a stringere in pochi punti, per essere chiari e operativi anche nella nostra comunicazione pubblica e nel lavoro politico:

1. Fine effettiva del blocco, con garanzie verificabili. Corridoi umanitari non sono una soluzione: serve libertà di movimento di persone e merci, con meccanismi di monitoraggio terzi. Ogni “eccezione” che si cronicizza è una nuova gabbia.

2. Stop a zone cuscinetto permanenti e ingegnerie territoriali unilaterali. Una tregua che congela la perdita di territorio è una sconfitta travestita da pace.

3. Ricostruzione a guida palestinese. Consigli municipali, sindacati, università, ordini professionali: la ricostruzione non può essere appaltata a “consorzi” tutelati da chi ha bombardato.

4. Accesso libero alla stampa e protezione dei giornalisti. Senza occhi indipendenti, il “dopo” diventa una black box.

5. Accountability internazionale. L’architettura del dopo deve includere giustizia: risarcimenti, indagini, rispetto delle decisioni e dei pareri delle corti internazionali. Altrimenti si prepara la prossima guerra.

6. Mandato politico e calendario democratico. Le forme di governo del dopo non possono essere nominate dall’esterno: vanno costruite con un mandato chiaro, tempi certi e osservazione internazionale, non sotto tutela militare.

7. Ruolo dell’Europa e dell’Italia. Non basta “facilitare”: servono atti conseguenti (licenze d’armi, condizionalità sugli accordi, riconoscimento pieno dello Stato di Palestina coerente con il diritto internazionale).

Perché il momento più delicato è adesso

Perché in queste ore si fissano i pilastri che poi nessuno vorrà più toccare. Perché il linguaggio della sicurezza ha una forza ipnotica: promette ordine, e intanto istituzionalizza l’eccezione. Perché la fatica, l’orrore e il bisogno di “voltare pagina” possono diventare l’alibi perfetto per accettare l’inaccettabile. E perché la comunità internazionale è bravissima a passare dal pathos alla gestione: piani, fondi, conferenze — tutto ciò che serve per farci dimenticare la domanda vera: chi decide?

Qui la risposta di Ovadia è anche la nostra: decide il popolo palestinese, con i suoi rappresentanti, i suoi corpi intermedi, le sue comunità. A noi — giornalisti, attivisti, cittadini, istituzioni — spetta un compito molto concreto: impedire che la tregua diventi la vernice di un nuovo regime di smembramento. Pretendere trasparenza, accesso, diritti. E ripetere, finché serve, che la pace non è un insieme di barriere più ordinate: è sovranità, libertà, dignità. Senza queste, la tregua è solo l’intervallo tra due atti della stessa tragedia.

Fonti : – Intervento di Moni Ovadia (citazione: “quando finiranno le uccisioni… decide per sé il popolo palestinese”).

– AP / PBS sul tema “buffer zone” e intenzione di mantenere il controllo di sicurezza su Gaza nel “dopo”.

– +972 Magazine e Times of Israel sui “concept paper” di trasferimento verso il Sinai e sugli scenari del day after.

– OCHA oPt e B’Tselem su checkpoint, ostacoli al movimento e frammentazione territoriale.

– The Guardian e Committee to Protect Journalists su accesso dei media a Gaza e bilancio dei giornalisti uccisi.

– Risoluzioni ONU sull’autodeterminazione del popolo palestinese; Parere CIJ 2004 sul muro e sviluppi 2024.

La tregua dell’Impero. Gaza, le piazze e la mappa del genocidio

C’è chi la chiama “Pax americana”, chi si spinge a parlare di “giorno storico”. La verità è più semplice e più dura: quella in corso non è una pace, è una tregua militare calata dall’alto per mettere ordine nella tempesta, congelare il conflitto e ripartire con gli stessi rapporti di forza. A Gaza la vita continua a essere compressa dentro un esperimento di dominio: fame, assedio, confinamento. E se la diplomazia di Trump sbandiera un piano in 20 punti, il cuore del problema resta intatto: il colonialismo israeliano non si ferma con gli slogan, né con le foto di rito.

Che cosa c’è davvero nell’accordo

La prima fase del pacchetto negoziato tra Washington, Qatar, Egitto e Turchia ha prodotto uno scambio: rilascio degli ultimi ostaggi vivi da parte di Hamas e liberazione di circa 1.900 prigionieri palestinesi da parte di Israele, con una finestra di cessate il fuoco e promessa di corridoi umanitari. Tutto importante per chi rivede un familiare, ma politicamente fragile: il documento presentato a Sharm el-Sheikh è pieno di buone intenzioni e scarso di meccanismi vincolanti; persino la firma israeliana e quella di Hamas non compaiono nella cerimonia, a conferma del carattere per ora “gestionale”, non risolutivo, dell’intesa. Nel frattempo i vertici militari israeliani ripetono che le infrastrutture sotterranee di Hamas restano “un’arma strategica” e che andrebbero “eliminate” – esattamente il contrario di una smobilitazione. È la grammatica della tregua, non della pace.

Gaza dopo due anni: i numeri dell’abisso

I dati accumulati in questi mesi raccontano un disastro umano e materiale. Decine di migliaia di palestinesi uccisi (oltre 67.000 secondo fonti sanitarie citate da ONU e agenzie), un sistema sanitario collassato, un’intera generazione senza scuola. E soprattutto la fame: l’IPC ha confermato la carestia (Fase 5) nel Governatorato di Gaza, con oltre mezzo milione di persone intrappolate nella catastrofe alimentare e proiezioni di espansione verso sud. Questi numeri, già intollerabili, sono stati definiti da giuristi e organismi internazionali coerenti con il rischio – e ora l’accertamento di atti – di genocidio; la Corte internazionale di giustizia ha imposto misure provvisorie nel 2024, rimaste ampiamente disattese. Chiamarla “pace” mentre si governa la fame è un insulto semantico prima ancora che politico.

La “linea gialla” e l’architettura del controllo

Al netto dei comunicati, ciò che conta è la geografia del potere. Negli ultimi due anni Israele ha costruito e consolidato corridoi militari che sezionano la Striscia: il Netzarim Corridor al centro, il Philadelphi lungo il confine egiziano, altri assi che trasformano Gaza in un mosaico di enclavi. Se la tregua si traduce nel semplice arretramento su una “linea gialla” interna – con il Valico di Rafah sotto stretto controllo e passaggi umanitari gestiti in logica securitaria – non siamo davanti a una soluzione, ma all’ennesima amministrazione dell’assedio. La mappa non restituisce libertà: certifica l’incarcerazione di un popolo.

L’onda lunga delle piazze

Qui entra in gioco l’unica novità vera di queste settimane: le piazze. In Italia il 3 e 4 ottobre hanno segnato un salto di qualità, con scioperi generali e manifestazioni imponenti, a dispetto dei tentativi di sminuire o criminalizzare. La CGIL ha proclamato lo sciopero “in difesa della Flotilla, della Costituzione e per Gaza”, mentre reti di base e sindacati conflittuali hanno spinto nei porti, nelle stazioni, nei nodi logistici. Le stime oscillano – da centinaia di migliaia a oltre due milioni – ma il dato politico è chiarissimo: il sostegno alla Palestina è diventato fenomeno di massa e interclassista, con una spinta forte di giovani e lavoratori della logistica, della scuola, dei servizi.

Questo risveglio è nato anche da un fatto concreto: l’attacco e il sequestro della Global Sumud Flotilla in acque internazionali e la risposta immediata di decine di città, mentre droni militari monitoravano le imbarcazioni nel tratto cretese-egeo. Non un totem simbolico, ma il nervo scoperto del blocco, reso improvvisamente visibile anche agli indifferenti.

Repressione e “ordine”. La legge che punisce i corpi

Di fronte all’onda, il governo Meloni ha imboccato la via consueta: nuove norme penali contro i blocchi, strette sull’agibilità democratica, minacce e sanzioni sugli scioperi “illegittimi”. Il “Decreto Sicurezza” convertito nel 2025 criminalizza persino il semplice sedersi in strada in forma collettiva, con pene fino a due anni: una scelta denunciata da Amnesty, HRW e giuristi come un attacco frontale al diritto di protesta. Non è un dettaglio tecnico: è l’altra faccia della complicità italiana con l’assedio, l’adeguamento interno a una politica estera subalterna.

Dalla “testimonianza” al potere sociale

Se la “Pax americana” è, nei fatti, una tregua d’Impero, la domanda è cosa può fare il movimento perché non si spenga in rituale. Alcuni passaggi sono ormai obbligati:
1. Spezzare i legami materiali con la macchina di guerra: porti (Genova, Livorno), interporti, scali aeroportuali, forniture dual use, polizze assicurative e shipping verso Israele. Non slogan, ma vertenze territoriali e sindacali con obiettivi misurabili.
2. Internazionalizzare la pressione: coordinamento stabile con reti in Europa e nel Mediterraneo per impedire la normalizzazione dell’assedio e proteggere chi protesta dalla repressione, che ormai viaggia in parallelo nei diversi ordinamenti nazionali.
3. Legare Gaza al conflitto sociale in casa: salari, casa, sanità, scuola. La stessa legge che punisce un picchetto rende più facile reprimere la solidarietà ai palestinesi; la stessa spesa militare che cresce taglia i servizi. La pace non è un capitolo estero: è una politica interna.

Il quadro regionale: potenze, missili e cartine

Sullo sfondo, il confronto di potenza non si ferma. Teheran fa filtrare – tra smentite e conferme – l’idea di rimuovere il vecchio limite “politico” di 2.000-2.200 km sulla gittata dei missili; i vertici dei Pasdaran parlano apertamente di estensioni “fino a dove necessario”. È il linguaggio del deterrente, minaccioso e speculare a quello di Israele. E mentre Netanyahu continua a usare mappe e cartelli persino all’ONU – ieri per teatralizzare la guerra, ieri l’altro per cancellare la Palestina dalla cartina – la sostanza non cambia: confini mobili per l’occupato, impunità per l’occupante. Ecco perché la tregua non è la fine del genocidio: è, nel migliore dei casi, la sua amministrazione.

Chiamare le cose col loro nome

Non c’è “equidistanza” possibile tra chi assedia e chi è assediato. Non c’è neutralità nel governare la fame. Non c’è pace nel ridisegnare corridoi militari e recinti più stretti. La “Pax americana” a Gaza è una tregua utile ai governi occidentali e all’alleato israeliano per alleggerire la pressione delle piazze e ricompattare i dossier regionali; il nostro compito è l’opposto: far contare quelle piazze dentro i rapporti di produzione e di potere, fino a rendere impraticabile l’ennesimo capitolo dell’ipocrisia. La Palestina non chiede pietà, chiede giustizia. E giustizia, oggi, significa bloccare la complicità, nominare il genocidio, pretendere ritiro, fine dell’assedio e libertà reale. Il resto sono cartoline per le telecamere.

Riferimenti essenziali: Scambio ostaggi/prigionieri e cessate il fuoco; quadro del “piano in 20 punti”: Financial Times; Wall Street Journal; Council on Foreign Relations; Welt; Al Jazeera (live).
– Vittime e distruzioni: Reuters; OCHA-oPt (snapshot); The Guardian (dossier).
– Carestia e malnutrizione: IPC/WHO; UNRWA/Lancet; WFP.
– Corridoi e controllo del territorio: Reuters (grafica Netzarim/Philadelphi); Britannica (Philadelphi).
– Global Sumud Flotilla e monitoraggio droni: Reuters; Jerusalem Post; Times of Israel.
– Scioperi e piazze in Italia: CGIL (comunicati e adesioni), Rainews; Labor Notes/Truthout (stime alte autoriportate).
– Stretta repressiva: Amnesty; HRW; JURIST.
– Teheran e gittata missili: Reuters; Jerusalem Post; Iran International (dichiarazione parlamentare).
– Netanyahu e le “mappe”: AP; Jerusalem Post (mappa 2023).

Tregua reale, pace fragile: cosa c’è davvero nell’accordo su Gaza e dove può rompersi

Un annuncio può fermare i cannoni, non la diffidenza. L’intesa raggiunta al tavolo di Sharm el-Sheikh tra Israele e Hamas — mediata da Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia — è un fatto politico concreto: un cessate il fuoco “di prima fase”, uno scambio ostaggi-prigionieri, l’ingresso degli aiuti e un arretramento delle truppe israeliane dentro la Striscia. È l’inizio di un percorso, non l’arrivo. Il nostro sguardo resta dalla parte del popolo palestinese: l’accordo vale solo se ridà vita, terra e diritti, non se congela l’assedio in una forma più presentabile.

Cosa prevede l’intesa (i punti verificati)

  • Cessate il fuoco: il governo israeliano ha ratificato la “prima fase” del piano; la sospensione delle ostilità scatta entro 24 ore dall’approvazione. Nei successivi 3 giorni partono i primi rilasci.
  • Scambio: Hamas si impegna a liberare 20 ostaggi vivi (e i resti di altri prigionieri), mentre Israele rilascerà donne e minori e un numero ampio di detenuti palestinesi. Le cifre variano a seconda delle fonti, ma convergono su “oltre mille” prigionieri, tra cui 250 ergastolani e circa 1.700 arrestati durante la guerra.
  • Ritiro parziale e valichi: Israele arretra su linee concordate; è prevista la riapertura di passaggi chiave con l’Egitto per far entrare aiuti su larga scala. Le Nazioni Unite hanno già pronto un piano di 60 giorni per “inondare” Gaza di convogli umanitari, medicinali e supporto alla rete sanitaria.

Le versioni delle parti (e cosa significano)
Hamas parla di “fine della guerra” garantita dai mediatori e dagli Stati Uniti. È una rivendicazione politica: sancire che l’obiettivo di fermare il genocidio, rompere l’assedio e ottenere il ritiro sia ormai irreversibile. Dal lato israeliano, la conferma è più procedurale: ok alla fase uno, scambi a tappe, arretramenti misurati e discussioni più dure rinviate alle fasi successive. La Casa Bianca rivendica la regia del quadro negoziale e la spinta logistica-umanitaria (senza dispiegamenti a Gaza). L’ONU accoglie l’intesa come “passo significativo” e chiede accesso pieno, tracciando una rotta politica oltre l’emergenza.

Il contesto umano: perché la tregua non basta
Oltre 67.000 palestinesi uccisi in due anni di bombardamenti e assedio, infrastrutture a pezzi, sfollamenti multipli, fame. La tregua porta un sollievo immediato, ma a Gaza domina la paura che tutto possa spezzarsi: chi ha visto promesse bruciare sotto le macerie fatica a credere. La prova della verità, per la popolazione civile, è concreta: rientrare in casa, curarsi, mangiare, studiare, ricostruire. Finché questi verbi non tornano al presente, la parola “pace” resta un titolo su un comunicato.

Dov’è il punto di rottura (e come evitarlo)
1. Esecuzione entro 72 ore. Senza rilasci e convogli massicci ai valichi, l’intesa nasce già logorata.
2. Ritiro reale o cosmetico. Un arretramento che lasci “più della metà” della Striscia sotto controllo israeliano contraddice la narrativa di “fine della guerra” e riaccende il conflitto. Va reso misurabile, visibile e irreversibile.
3. Governance di Gaza. Senza un’amministrazione palestinese — libera da tutela straniera e fondata su un mandato popolare — la tregua rischia di essere un interludio tra due assedi. Questo passaggio va aperto subito nei tavoli politici, includendo tutte le componenti palestinesi. (Qui l’ONU può garantire cornice, non sostituirsi al soggetto politico).
4. Variabile interna israeliana. Le resistenze dell’ala oltranzista e gli incidenti di frontiera possono sabotare la tregua: servono garanzie e meccanismi di verifica che abbiano un costo politico immediato per chi rompe.

Il nostro giudizio politico
Questa intesa è un risultato strappato dalla tenacia palestinese: dal Sumud della popolazione sotto assedio alla pressione globale per il cessate il fuoco. È reale, ma fragile. Per trasformarla in pace giusta occorrono tre cose:

  • Fine dell’assedio e libertà di movimento: aprire corridoi, ricostruire, restituire dignità sociale ed economica.
  • Ritiro completo e autodeterminazione: l’obiettivo non è una “gestione dell’ordine” ma la fine dell’occupazione e il riconoscimento pieno dei diritti nazionali palestinesi.
  • Responsabilità e memoria: la giustizia internazionale non è vendetta; è il modo per impedire che la tregua diventi un rituale di risparmio munizioni. La conta dei morti impone verità, non amnesie.

Realismo senza cinismo
È legittimo temere la “pausa per riorganizzare i bombardamenti”. Ma oggi esiste un testo politico, approvato da Israele e accompagnato da garanzie internazionali, con un cronoprogramma di passi verificabili. Se nelle prossime ore vedremo ostaggi e prigionieri tornare a casa, colonne di aiuti entrare senza interruzioni, e truppe arretrare in modo tangibile, la tregua prenderà corpo. E se così non sarà, si capirà subito di chi è la responsabilità. Questo è il punto: trasformare la luce fioca di un comunicato nella visibilità piena dei fatti.

Fonti principali citate
Reuters (Guterres e piano ONU aiuti; dettagli su ratifica e tempistiche); Washington Post (approvazione ministeriale israeliana e cornice logistica USA); AP/ABC/CBS (struttura del piano in “fasi” e numeri dello scambio); Al Jazeera (annuncio e reazioni globali); The Guardian (voci e dati umanitari da Gaza).

I pacificatori di cartapesta: piani, numeri e complicità nel massacro di Gaza

Donald Trump ha presentato il suo “piano in 20 punti” come la svolta storica per “la pace in Medio Oriente”, con toni trionfalistici accanto a Benjamin Netanyahu: “giorno storico”, “potenzialmente uno dei più grandi nella storia della civiltà”. Dietro la retorica, però, c’è un impianto che consolida il controllo israeliano e commissaria i palestinesi, mentre sul terreno continuano bombardamenti, fame e trasferimenti forzati. Lo diciamo con chiarezza: chi promette la pace mentre impone fame e ferro sta vendendo un’illusione.

Il punto di partenza sono i fatti. A due anni dall’inizio dell’offensiva israeliana, le autorità sanitarie di Gaza registrano oltre 67.000 morti e 169.000 feriti, con una quota altissima di donne e bambini; le macerie coprono città, scuole e ospedali, mentre l’insicurezza alimentare estrema e la malnutrizione dilagano. Anche le stime accademiche sulle “morti indirette” indicano che il bilancio reale potrebbe essere molto più alto nel tempo. Non è propaganda: è il quadro delineato da agenzie ONU, organizzazioni sanitarie e grandi testate internazionali.

Che cosa prevede davvero il piano Trump

Il cuore della proposta è una governance “tecnocratica e apolitica” per Gaza: un comitato palestinese affiancato da “esperti internazionali”, vigilato da un nuovo organismo transitorio – chiamato “Board/Consiglio della Pace” – presieduto da Donald J. Trump, con figure come Tony Blair tra i membri. È prevista inoltre una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) che subentrerebbe progressivamente all’IDF, addestrando una polizia “selezionata”. Ricostruzione e investimenti con “zona economica speciale” completano il quadro. Tutto suona moderno; in realtà significa spostare il potere decisionale fuori dalla volontà del popolo palestinese, prolungando il controllo militare e amministrativo esterno.

Non è un incidente che il piano sia imbevuto di blairismo 2.0: governance “efficiente”, attrazione di capitali, riforme della PA palestinese… senza però riconoscere un percorso credibile verso l’autodeterminazione. Persino analisi istituzionali occidentali segnalano ambiguità strutturali: chi nomina il comitato? con quale legittimazione? quali limiti alla forza di “stabilizzazione”? come e quando finisce il “commissariamento”? Sono domande politiche, non tecniche.

Intanto, la Cisgiordania diventa Gaza

Mentre si parla di “pace”, sul terreno procede la trasformazione della Cisgiordania: espansione degli insediamenti, violenze di coloni protetti dall’esercito, operazioni militari ripetute, frammentazione amministrativa delle aree ancora in mano all’Autorità Palestinese. Un’offensiva a tenaglia che mira a rendere irreversibile il controllo israeliano sull’intero territorio.

I numeri della catastrofe umanitaria

Oltre ai morti per bombe e proiettili, la fame uccide. OMS e UNICEF documentano un aumento vertiginoso della malnutrizione infantile: migliaia di bimbi sotto i 5 anni in cura per malnutrizione acuta ogni mese; reparti neonatali senza attrezzature, neonati che condividono l’ossigeno, ospedali al collasso. Le interruzioni prolungate degli aiuti umanitari hanno spinto interi distretti verso la soglia della carestia. Non è un “effetto collaterale”: è una politica di strangolamento che le organizzazioni per i diritti umani hanno definito uso della fame come arma di guerra.

Sul piano giuridico, la Corte Internazionale di Giustizia ha imposto misure provvisorie a Israele per prevenire atti riconducibili al genocidio e assicurare l’accesso degli aiuti; la Relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha parlato esplicitamente di “genocidio”, poi di “economia del genocidio”. Il diritto internazionale non è un optional da conferenza stampa: o si applica a tutti, o diventa una foglia di fico.

La “pace” che criminalizza la solidarietà

Mentre si vendono piani patinati, attivisti e attiviste che tentano di portare aiuti vengono intercettati e detenuti. La Global Sumud Flotilla – con centinaia di partecipanti da tutto il mondo – è stata fermata, tra denunce di abusi e intimidazioni. Anche qui: la retorica della “pace” cozza con la criminalizzazione della solidarietà.

L’Italia dentro la macchina bellica: cosa dice la legge 94/2005

C’è un punto che nel nostro Paese dovrebbe essere ormai al centro della mobilitazione: la Legge 17 maggio 2005, n. 94, che ratifica il Memorandum d’intesa Italia–Israele in materia di cooperazione militare e difesa (siglato a Parigi nel 2003). Non è un dettaglio tecnico: quel MoU prevede cooperazione su addestramento, esercitazioni, scambio di dati tecnici (anche riservati), ricerca e produzione industriale, visite di unità militari, facilitazioni per licenze e offerte nel settore della difesa. È l’infrastruttura legale che normalizza l’intreccio tra le nostre forze armate/industria e l’apparato militare israeliano. Abrogarla significa sottrarre risorse, know-how e legittimità a una macchina di guerra che oggi devasta Gaza e soffoca la Cisgiordania.

Il nuovo tassello: il centro globale F-35 a Trapani-Birgi

La spirale non si ferma: Trapani-Birgi diventerà il primo centro internazionale di addestramento per piloti F-35 fuori dagli Stati Uniti, “gemello” della Luke Air Force Base in Arizona. Un’infrastruttura che consolida il ruolo dell’Italia nell’ecosistema della guerra aerea di quinta generazione, con ricadute industriali e di immagine ma anche con un messaggio politico preciso: qui si forma il personale che volerà sugli stessi caccia usati nelle campagne di bombardamento, inclusa quella che sta devastando Gaza.

Cosa non c’è nel piano Trump (e perché non può funzionare)

Manca la fine dell’occupazione e il riconoscimento pieno dell’autodeterminazione palestinese. Manca una garanzia di accountability per crimini e violazioni. Manca una roadmap credibile per rimuovere blocchi, smantellare colonie, restituire terra e diritti. In compenso c’è un’architettura di commissariamento che “stabilizza” l’ingiustizia e un marketing della ricostruzione che promette investimenti senza potere politico reale ai diretti interessati. Anche think tank occidentali che analizzano il testo segnalano ambiguità letali e un disegno calibrato sulle esigenze israeliane più che su quelle del popolo palestinese.

Da che parte stare (con cose concrete da fare)

Stare “con i più deboli” oggi significa parole chiare e obiettivi pratici:
• Abrogare la Legge 94/2005 e sospendere ogni forma di cooperazione militare con Israele, a partire da esercitazioni, scambi di dati tecnici e co-sviluppo/forniture dual-use.
• Stop al polo F-35 di Trapani-Birgi: nessuna “scuola” per piloti di velivoli impiegati in guerre di annientamento.
• Embargo sulle armi verso Israele, in linea con gli obblighi derivanti dalle misure provvisorie della CIJ e dal Trattato sul commercio delle armi.
• Corridoi umanitari permanenti e pieno accesso degli aiuti; ripristino dei servizi essenziali per l’infanzia (sanità, acqua, alimentazione, scuola).
• Riconoscimento del diritto palestinese all’autodeterminazione, fine dei trasferimenti forzati e stop alle colonie in Cisgiordania.

Non servono “pacificatori” che recitano copioni: serve giustizia. Senza giustizia – lo sappiamo bene – non ci sarà pace, ma solo pausa tra una devastazione e l’altra. E la giustizia, qui, ha nomi precisi: cessate il fuoco permanente, fine dell’assedio, ritorno dei prigionieri e degli ostaggi, responsabilità per i crimini commessi, autodeterminazione reale per il popolo palestinese.

Sitografia essenziale
• Testo e analisi del piano in 20 punti (governance tecnocratica, ISF, “Board/Consiglio della Pace”, ruolo di Trump/Blair): PBS; Reuters; ECFR; Carnegie; Chatham House; The Independent.
• Dichiarazioni di Trump con Netanyahu (“giorno storico”, “potenzialmente uno dei più grandi…”): Times of Israel; The Economist.
• Bilancio vittime e devastazione a Gaza: Reuters; Washington Post.
• Malnutrizione e collasso sanitario (UNICEF/OMS) e blocco degli aiuti: UNICEF (sitrep e comunicati); WHO; OCHA.
• Stime su morti indirette (modelli epidemiologici): The Lancet (riassunti e analisi).
• Cisgiordania sotto attacco: Washington Post; Washington Institute.
• ICJ misure provvisorie e dossier legali; Relatrice speciale ONU Francesca Albanese (“Anatomy of a Genocide”; “Economy of Genocide”).
• Legge 94/2005 e Memorandum Italia–Israele (testi ufficiali): Parlamento italiano; testo del MoU.
• Centro F-35 a Trapani-Birgi (conferme ufficiali e stampa): ANSA; The Aviationist; SkyTG24.

Tra repressione e rinascita: il governo Meloni contro il dissenso e la nuova speranza che nasce da Gaza

C’è un tratto che emerge con sempre maggiore nitidezza nell’azione del governo Meloni: l’allergia congenita verso ogni forma di dissenso democratico. Un rigetto quasi viscerale di tutto ciò che non si allinea, che non acclama, che non rientra nel recinto del consenso. È come se per questo esecutivo la libertà di espressione fosse tollerabile solo quando inneggia al potere, mai quando lo mette in discussione.

Chi manifesta per i diritti, chi denuncia la guerra, chi si schiera con i popoli oppressi viene puntualmente criminalizzato, deriso o ignorato. È accaduto di nuovo, in modo plateale e vergognoso, con la Global Sumud Flotilla: un gruppo di attivisti pacifisti internazionali, tra cui anche italiani, salpato per portare aiuto e solidarietà alla popolazione assediata di Gaza. Navi civili, bandiere della pace, nessuna arma, nessuna minaccia. Eppure, sono stati bloccati in acque internazionali dalla marina israeliana in un’azione di pirateria di Stato, con sequestro e arresto illegittimo dei partecipanti, in violazione del diritto marittimo internazionale.

Di fronte a un simile atto, che avrebbe dovuto suscitare un’immediata reazione diplomatica, il governo italiano ha scelto il silenzio. Nessuna condanna, nessuna richiesta formale di chiarimenti, nessuna delegazione ad accogliere chi tornava dopo giorni di detenzione illegale. Solo un imbarazzato mutismo, rotto dalle parole fuori luogo del ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui “le regole si possono infrangere fino a un certo punto” – una frase che, detta di fronte a una violazione della legalità internazionale, suona come una beffa. A completare il quadro, le invettive della premier Giorgia Meloni, che con il consueto fervore ideologico ha bollato gli attivisti come provocatori. Come se la solidarietà, la pace, la dignità umana fossero diventate un reato politico.

La verità è che questo governo non sopporta le piazze, se non quelle che lo esaltano. Ama solo le manifestazioni dove sventolano bandiere tricolori con le braccia tese nel saluto romano, non quelle dove si difende la Palestina o si chiede giustizia sociale. Non sopporta chi rompe la narrazione tossica della “civiltà occidentale” che bombarda in nome della democrazia, chi denuncia lo sfruttamento, la miseria, la fame prodotta dalle guerre dei potenti.

Ma se la repressione del dissenso è ormai la cifra di Palazzo Chigi, l’ipocrisia ne è la maschera. Da un lato, i pacifisti vengono bollati come eversivi; dall’altro, il governo non esita a spalancare le porte e stendere tappeti rossi a personaggi ben più discutibili. È il caso del generale libico Al Masri, coinvolto in crimini di guerra e in episodi di violenza e stupro, accolto in Italia con onori di Stato, come fosse un capo legittimo e rispettabile. O quello di Chico Forti, condannato per omicidio negli Stati Uniti, trasferito nelle carceri italiane e salutato all’arrivo come un eroe nazionale, con tanto di accoglienza istituzionale e retorica patriottica.
Due pesi e due misure: il perdono e la gloria per chi serve la narrazione governativa, il disprezzo e la criminalizzazione per chi osa sfidarla.

Eppure, il vuoto morale della politica non genera solo disillusione. Talvolta, produce resistenza. È ciò che sta accadendo oggi con il movimento globale per Gaza, che sta assumendo contorni sempre più ampi e potenzialmente dirompenti. Un movimento apartitico, trasversale, intergenerazionale, che nasce dal basso e che, paradossalmente, si alimenta proprio del cinismo e della crudeltà con cui l’Occidente sta gestendo il genocidio palestinese.

Dai cortei in Europa alle piazze del Maghreb, dai campus americani fino all’Asia meridionale, si alza una voce comune: quella di una generazione che non accetta più la menzogna sistemica del potere. In Italia, come altrove, a trainare la protesta sono soprattutto i giovani, gli stessi che dopo i Fridays for Future e Ultima Generazione hanno trovato un nuovo terreno di lotta: la denuncia dell’ingiustizia globale, dell’ipocrisia dei governi, della violenza istituzionalizzata.
È un’onda che ricorda i movimenti altermondialisti di Seattle e Genova, le Primavere arabe, Occupy Wall Street. Ma con una differenza decisiva: oggi la consapevolezza è più profonda, la sfiducia verso i partiti più radicata, e la rabbia più lucida.

La bandiera palestinese, in questo contesto, è diventata qualcosa di più di un simbolo politico: è il vessillo di una dignità universale, di una rivolta morale contro un sistema economico e mediatico che arricchisce pochi e calpesta molti. È l’emblema di un risveglio che non riguarda solo il Medio Oriente, ma l’intera umanità: la rivolta dei senza voce contro la complicità istituzionale e l’indifferenza dell’opinione pubblica.

Intorno a questa lotta, si stanno coagolando energie nuove: studenti, lavoratori precari, migranti, attivisti ecologisti, artisti, ricercatori. Tutti uniti dal rifiuto del cinismo dominante, di quella miseria materiale e spirituale che viene spacciata per progresso. E mentre le élite politiche si mostrano sempre più incapaci di comprendere la portata di ciò che accade, questo movimento, cresciuto silenziosamente negli ultimi due anni, sta gettando le basi per una nuova forma di coscienza collettiva.

Non ha leader né partiti, ma ha una visione: la volontà di costruire dal basso un linguaggio politico nuovo, fondato su giustizia, equità, redistribuzione e cura del pianeta. Non è un’utopia, ma una necessità storica. Perché ogni sistema repressivo genera, prima o poi, la sua controspinta vitale.

Siamo di fronte a un bivio cruciale: da un lato, un governo che mostra ogni giorno di più la sua natura repressiva, selettiva, inumana; dall’altro, una nuova coscienza che, pur ancora fragile, inizia a farsi strada con la forza della solidarietà e della verità.
La storia insegna che i poteri che negano la libertà finiscono per essere travolti da essa. E che i semi della resistenza, anche se calpestati, prima o poi germogliano.

Questa è la sfida che ci attende. E che merita di essere raccolta.

Il piano Trump per Gaza: genocidio travestito da pace

Il cosiddetto “piano di pace” per Gaza, annunciato da Donald Trump al fianco di Benjamin Netanyahu, non è un negoziato ma un diktat. Presentato come un’occasione storica per stabilizzare la regione, nei fatti si configura come un documento costruito ad uso e consumo di Israele e delle grandi lobby occidentali, con la Palestina ridotta a protettorato sotto tutela coloniale.

Hamas: “Serve Israele, non il popolo palestinese”
Un alto dirigente di Hamas ha dichiarato alla BBC che il movimento difficilmente accetterà la proposta. Le condizioni poste da Trump – disarmo totale, consegna delle armi e accettazione di una Forza internazionale di stabilizzazione – sono viste come nuove forme di occupazione. Secondo Hamas, il piano non tiene conto delle sofferenze e delle aspirazioni del popolo palestinese e “serve esclusivamente gli interessi di Israele”.

Il gergo dell’orrore: “finire il lavoro”
La frase pronunciata da Netanyahu – “se Hamas rifiuta l’offerta, finiremo il lavoro a Gaza” – e ripresa da Trump con un inquietante “Israele avrà il mio pieno sostegno per finire il lavoro” è già entrata nella storia del linguaggio politico come una delle più oscene. Lavoro come sinonimo di sterminio: un lessico che cancella l’orrore, normalizzandolo. In quelle tre parole si condensano i massacri di civili, i bambini uccisi a centinaia, la devastazione sistematica di Gaza. Un linguaggio che disumanizza e legittima, e che molti media occidentali ripetono senza scandalo, quasi fosse naturale parlare di genocidio come fosse un mestiere.

L’Italia allineata e l’ambizione coloniale
La presidente del Consiglio italiana si è schierata apertamente a sostegno dell’iniziativa americana, arrivando ad accusare la Flotilla della possibile destabilizzazione del fragile equilibrio evocato dal piano. Un rovesciamento paradossale: chi cerca di rompere l’assedio per portare viveri e medicinali viene additato come pericolo per la pace, mentre i responsabili del blocco e dei bombardamenti sono considerati partner indispensabili.
Ma dietro c’è altro: la premier ha fatto trasparire la volontà di sedere al tavolo del “Board of Peace” presieduto da Trump e Blair, offrendo l’invio dei Carabinieri come forza di polizia nel futuro protettorato di Gaza. Una proposta che sa di pedaggio coloniale più che di contributo alla pace.

Tony Blair, il regista dell’affare
Che Blair sia stato scelto come supervisore non sorprende. L’ex premier britannico, ricordato per le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq, non ha mai pagato un prezzo politico o giudiziario. Da allora ha costruito un impero di lobbying e consulenze a favore di regimi autoritari, da Nazarbayev a Gheddafi, passando per i monarchi del Golfo.
Come inviato del Quartetto, sfruttò la sua posizione per favorire progetti economici in Cisgiordania, tra cui un contratto con Wataniya Telecom legato a JP Morgan, che lo pagava due milioni di sterline l’anno. Spinse per il gasdotto Gaza Marine di British Gas, in un intreccio di conflitti di interesse così eclatanti da costargli l’incarico.
Oggi guida il Tony Blair Institute for Global Change, che raccoglie 145 milioni di sterline l’anno e il cui principale finanziatore è Larry Ellison, fondatore di Oracle e principale donatore privato delle forze armate israeliane. Ellison ha versato oltre 200 milioni di sterline all’istituto di Blair, e attraverso Oracle sostiene centri di ricerca in Israele sull’intelligenza artificiale per la sicurezza militare. Amico personale di Netanyahu, Ellison è il perfetto anello di congiunzione tra potere finanziario, lobby pro-Israele e politica americana.

Gli interessi dietro il “Board of Peace”
Il Consiglio della Pace – presieduto da Trump e Blair – appare come il cavallo di Troia per spogliare i palestinesi del controllo sul proprio futuro. Gaza verrebbe amministrata da un “comitato tecnocratico”, con esclusione tanto di Hamas quanto dell’Autorità nazionale palestinese. Non una pace, ma una colonizzazione 2.0: governance occidentale, affari miliardari di ricostruzione, flussi di denaro dal Golfo all’economia americana. Come ha scritto Chiara Cruciati, si tratta di una “stabilità regionale camuffata da pace che non prevede liberazione”.

Riserve dal mondo arabo
La narrazione di un consenso internazionale è già incrinata. Paesi arabi inizialmente favorevoli – come Qatar, Egitto e Giordania – hanno espresso riserve dopo le modifiche al testo apportate da Washington su pressione israeliana: spariti i riferimenti al ritiro delle truppe, nessun calendario per il trasferimento di poteri all’ANP, nessun percorso chiaro verso la nascita di uno Stato palestinese. Una cancellazione che riporta alla mente le infinite “trappole negoziali” del passato.

Le ambiguità di Netanyahu
Secondo l’analista Meron Rapoport, Netanyahu ha raccontato in patria una versione distorta del piano, presentandolo come una vittoria israeliana. In realtà, la Casa Bianca parlava di un ritiro graduale e di un ruolo (pur marginale) per l’Autorità palestinese. Una differenza di prospettiva che rivela il cinismo di Netanyahu: usare il piano per blindare il consenso interno e prepararsi a elezioni anticipate, anche a costo di bruciare l’occasione di una tregua reale.
Ma se il piano fallisse, Israele perderebbe l’occasione storica di completare la pulizia etnica. Per questo l’ultradestra lo pressa e i coloni pretendono garanzie sull’annessione della Cisgiordania. Netanyahu è stretto tra le famiglie degli ostaggi, che chiedono accordi, e l’estrema destra che non vuole compromessi.

ONU e comunità internazionale
Il segretario generale Guterres ha invocato il cessate il fuoco e l’accesso umanitario, ma resta in un vicolo cieco. Netanyahu ha già escluso ogni ipotesi di due Stati, mentre il genocidio prosegue. Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno corretto il piano per renderlo più appetibile a Israele e più tossico per i palestinesi.

Conclusione
Il “piano di pace” di Trump e Netanyahu non è che l’ennesima messa in scena di una colonizzazione mascherata. Dietro le promesse di ricostruzione e stabilità si nasconde un progetto di controllo politico ed economico: Gaza come colonia israelo-americana, amministrata da Blair e benedetta dai miliardari che finanziano l’esercito israeliano.
“Finire il lavoro” non è solo un gergo orribile: è la formula con cui si vuole chiudere la questione palestinese cancellandone l’esistenza politica. Ma nessun piano, nessun board, nessun miliardo potrà occultare la verità: sette milioni di palestinesi vivono su quella terra, e non saranno spazzati via da un documento firmato a Washington.

Fonti principali:
BBC, Associated Press, ONU (dichiarazioni di António Guterres), +972 Magazine (analisi di Meron Rapoport), articoli di Chiara Cruciati (il manifesto), inchieste su Tony Blair Institute for Global Change e Larry Ellison (Guardian, Middle East Eye, Haaretz).