Dalla gogna alla norma: il caso Albanese e la scorciatoia “antisemitismo” come dispositivo di censura

Una frase può essere un bisturi o un’arma impropria. Può servire a incidere la realtà, oppure a ferire chi prova a descriverla. Nel caso di Francesca Albanese la dinamica è stata questa: non si è discusso il merito delle sue denunce, ma si è tentato di fabbricare un “reato morale” da appendere al suo mandato. E lo si è fatto con un meccanismo da manuale: una clip tagliata, un’accusa ripetuta come se fosse un fatto, la richiesta di dimissioni elevata a prova di “responsabilità”, mentre intorno cresce un rumore di fondo fatto di allusioni, insinuazioni e intimidazioni.

Il 10 febbraio, in conferenza stampa a Ginevra, l’Ufficio ONU per i diritti umani ha pronunciato parole pesanti e chiarissime: “Siamo molto preoccupati” per l’aumento di attacchi personali, minacce e disinformazione contro funzionari ONU, esperti indipendenti e operatori della giustizia, perché questa aggressione distoglie l’attenzione dalle gravi questioni sui diritti umani. E soprattutto ha rimesso in asse il punto centrale: Albanese “non ha caratterizzato alcuno Stato come nemico dell’umanità”. 

I. L’accusa francese: la parola “indifendibile” e la richiesta di dimissioni
La miccia politica, però, era già stata accesa. L’11 febbraio 2026 il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha chiesto le dimissioni di Albanese, parlando di dichiarazioni “oltraggiose e riprovevoli”. La contestazione, per come è stata presentata, non riguardava la critica a un governo, ma avrebbe colpito Israele come “popolo” e “nazione”, cioè su un piano identitario: una soglia che, se vera, cambierebbe completamente la questione. Ma è proprio qui che la costruzione scricchiola, perché il presupposto fattuale risulta contestato e non confermato dai materiali completi. 

Secondo diverse ricostruzioni, la pressione politica in Francia è cresciuta dopo l’intervento della deputata Caroline Yadan, che ha attribuito ad Albanese la frase “Israele è il nemico comune dell’umanità” sulla base di un video circolato online. 
È qui che si innesta il punto più grave: l’accusa si è nutrita di un contenuto audiovisivo contestato, presentato come prova, rilanciato come verdetto.

II. Il “video prova” e la manipolazione: quando il montaggio sostituisce la realtà
Reuters ha riferito un elemento decisivo: una trascrizione dell’intervento a Doha del 7 febbraio, visionata dall’agenzia, non supporta l’idea che Albanese abbia definito Israele “nemico comune dell’umanità”.
Parallelamente, la stessa Albanese ha pubblicato il filmato integrale (o comunque una versione non tagliata) chiarendo che il “nemico comune” a cui si riferiva non era uno Stato, ma “il sistema” che, nella sua analisi, rende possibili impunità, violenze e devastazione: capitale finanziario, algoritmi che oscurano, armi che vaporizzano corpi e distruggono tutto in maniera indiscriminata. Amnesty International, intervenendo sul caso, ha richiamato esplicitamente la distorsione e ha chiesto ai governi europei di ritirare gli attacchi. 
Anche Al Jazeera ha parlato di “fake video” o filmato “doctored” (manomesso) che avrebbe attribuito ad Albanese una formulazione più diretta contro Israele. 

Questo passaggio è politicamente esplosivo: se una richiesta di dimissioni di un relatore ONU nasce da un contenuto montato o decontestualizzato, non siamo davanti a un “equivoco”. Siamo davanti a un’operazione. La disinformazione non è un incidente collaterale: diventa il carburante del procedimento.

III. L’obiettivo reale: non una persona, ma la funzione del diritto internazionale
La conseguenza è doppia. Da un lato si tenta di isolare Albanese e indebolire il suo mandato: una forma di intimidazione reale, perché colpisce la sua credibilità e mira a rendere tossico chiunque pronunci parole come “apartheid”, “occupazione”, “genocidio”, “crimini”. Dall’altro lato si manda un messaggio a tutti gli altri: chi porta in superficie certe accuse verrà trascinato in un processo mediatico-politico, anche se le “prove” sono fragili o manipolate.

Non è un caso che l’ONU abbia parlato apertamente di “misinformation” e attacchi personali: è il riconoscimento istituzionale del metodo. 

IV. Dalla gogna alla norma: i ddl antisemitismo come possibile salto di qualità repressivo
Ed è qui che le due notizie si agganciano. Il caso Albanese mostra una macchina di delegittimazione che opera sul piano politico-mediatico. I ddl antisemitismo, se scritti male o usati in modo strumentale, rischiano di portare lo stesso schema sul piano normativo, dove la pressione diventa più fredda e più potente: non più soltanto reputazione, ma rischio di sanzioni, procedimenti, esclusione.

Nessuno mette in discussione la necessità di contrastare l’antisemitismo. Il punto è: con quali strumenti e con quali definizioni. In alcune proposte legislative il perno concettuale richiamato è la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). È una definizione operativa nata in un contesto di memoria e contrasto dell’odio antiebraico, ma il dibattito critico riguarda l’uso delle esemplificazioni che la accompagnano e la possibilità di far scivolare, nella pratica, la critica al sionismo o alle politiche dello Stato d’Israele dentro l’etichetta di antisemitismo. 

Quando quel confine si fa incerto, si produce il famigerato “chilling effect”: non serve condannare qualcuno per ottenere la censura, basta rendere plausibile il rischio. E così molti evitano di parlare, di scrivere, di insegnare, di organizzare convegni, di pubblicare inchieste. Il dissenso si ritira prima ancora di essere attaccato.

V. Distinguere per proteggere: antisemitismo non è antisionismo
La distinzione è semplice, ma oggi viene deliberatamente confusa.

1) Antisemitismo: odio verso persone ebree in quanto ebree, discriminazione, violenza, teorie del complotto, de-umanizzazione.
2) Critica politica: contestazione di un governo, di uno Stato, di una dottrina politico-nazionalista, di politiche militari e di occupazione.
3) Antisionismo: opposizione al sionismo come ideologia o progetto storico-politico, che può essere argomentata in modo legittimo, oppure può scadere in odio antiebraico se usa stereotipi e colpisce gli ebrei come collettività.

Se si cancella questa distinzione, il risultato è perverso: si indebolisce la lotta vera contro l’antisemitismo e si trasforma la tutela in arma contro la libertà di critica. Amnesty International ha avvertito apertamente del rischio di collisione con principi costituzionali e con la libertà di espressione, se la definizione IHRA viene tradotta o usata in modo improprio come norma punitiva. 
Non a caso esistono definizioni alternative, come la Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA), nate proprio per evitare che la lotta all’odio venga piegata a funzioni di censura e per chiarire meglio il perimetro tra antisemitismo e critica politica. 

VI. La fotografia finale: un test democratico in corso
Il caso Albanese è il laboratorio perfetto: si parte da un video contestato, si costruisce un’accusa, si chiede la testa della relatrice, e intanto la sostanza del suo lavoro viene spinta fuori campo. 
I ddl antisemitismo, se imboccano la scorciatoia dell’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo, rischiano di diventare il secondo anello della stessa catena: dal fango alla norma, dalla pressione politica alla pressione giuridica.

Una democrazia degna di questo nome può fare entrambe le cose insieme, senza barare: combattere l’antisemitismo con fermezza e proteggere la libertà di critica, anche radicale, verso uno Stato e una ideologia. Se invece sceglie la confusione, allora non sta difendendo valori: sta costruendo un recinto.

Fonti essenziali
Reuters; UN Geneva Press Briefing (UNOG); Le Monde; El País; Amnesty International; Al Jazeera. 

Francesca Albanese sotto accusa: quando dire la verità diventa un reato politico

C’è un momento preciso, quasi chirurgico, in cui capisci che non stanno discutendo una frase: stanno processando una funzione. Quando una relatrice delle Nazioni Unite viene trascinata in un processo alle intenzioni per parole mai pronunciate e strumentalmente interpretate, non è solo una persona a finire sotto tiro. È l’idea stessa che il diritto internazionale possa nominare i fatti, chiamare le responsabilità per nome, disturbare i potenti senza essere punito.

Il caso che investe Francesca Albanese non nasce da un refuso, né da una disputa accademica sul linguaggio. È una storia politica, con un innesco istituzionale chiaro e una traiettoria ancora più chiara: trasformare una denuncia in colpa, una critica in “odio”, un mandato ONU in un bersaglio da abbattere.

Dove parte davvero l’attacco: l’Assemblea nazionale come grilletto

Il punto di partenza è il forum di Doha del 7 febbraio 2026, organizzato da Al Jazeera, dove Albanese interviene con un videomessaggio. Nei giorni successivi, però, l’offensiva prende forma in Francia non sui social, ma nei palazzi.

Il 10 febbraio, la deputata Caroline Yadan e altri parlamentari francesi chiedono apertamente la rimozione della relatrice. Non è un dettaglio: è l’anticamera politica che prepara il terreno alla legittimazione governativa. La richiesta viene incastonata in un’accusa pesante, progettata per fare presa: si parla di “retorica demonizzatrice” e si spinge l’interpretazione fino a insinuare radici antisemite. 

L’11 febbraio, il passaggio di livello avviene nel luogo che conta: l’Assemblea nazionale. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot interviene in Parlamento, definisce le parole di Albanese “oltraggiose e irresponsabili” e sostiene che non avrebbero preso di mira il governo israeliano, ma “Israele come popolo e come nazione”. Annuncia inoltre che la Francia porterà la richiesta di dimissioni il 23 febbraio davanti al Consiglio dei diritti umani ONU. 

Questa sequenza è decisiva: prima la miccia parlamentare, poi la consacrazione governativa, infine l’atto formale in sede ONU. È così che un attacco mediatico diventa un caso diplomatico.

La frase contesa e la manipolazione del senso

Qui sta il nodo, prima ancora che linguistico: Francesca Albanese contesta di aver mai detto che “Israele è il nemico dell’umanità”. Il suo ragionamento, come riportato e poi chiarito pubblicamente, ruota su un’altra formula: il “nemico comune” non sarebbe un popolo, ma un sistema di complicità che rende possibile ciò che lei denuncia, fatto di coperture politiche, sostegno economico e finanziario, armi, e dispositivi tecnologici e comunicativi capaci di oscurare e normalizzare. 

La differenza è enorme, e proprio per questo viene schiacciata. Perché un conto è criticare un apparato di potere, un conto è colpire un’identità collettiva. Se trasformi la prima cosa nella seconda, hai già vinto: non devi più rispondere nel merito, devi solo invocare la scomunica.

Il riverbero italiano: UCEI e Lega, la stessa logica dell’espulsione

Come spesso accade, quando un Paese “autorevole” apre la strada, l’eco si propaga. In Italia interviene l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, con parole durissime, e la Lega annuncia una risoluzione che si unisce alla richiesta di dimissioni, sostenendo che chi parla in quei termini “fomenta sospetti” di antisemitismo e non sarebbe “super partes”. 

Il punto non è elencare le reazioni, ma coglierne la forma. La forma è sempre la stessa: non si entra nel merito delle denunce, si mette sotto processo la legittimità di chi denuncia.

La delegittimazione in tre mosse: come si fabbrica un bersaglio

Questo tipo di attacco funziona perché è una procedura, non un impulso.

I) Si sposta il fuoco dal contenuto al tono. La sostanza svanisce: non si discute ciò che viene denunciato, ma come viene detto, con l’obiettivo di rendere il linguaggio più scandaloso del fatto.

II) Si applica un marchio morale totalizzante. “Antisemita” diventa una parola-chiavistello: non serve a comprendere, serve a espellere. Chi la riceve non va confutato, va rimosso.

III) Si costruisce l’incompatibilità con il ruolo. La relatrice non è più una giurista con un mandato: diventa “un’attivista”. E quando la categoria cambia, la conclusione è automatica: dimissioni.

È una macchina che produce intimidazione. Non solo verso Albanese, ma verso chiunque, domani, vorrà usare il diritto internazionale come lente e non come cerimonia.

Perché i Relatori Speciali danno fastidio: indipendenti per definizione

Qui bisogna ricordare un fatto semplice, spesso cancellato dal rumore: le Special Procedures del Consiglio ONU per i diritti umani sono mandati affidati a esperti indipendenti, incaricati di monitorare, documentare e riferire pubblicamente. Il loro compito non è piacere agli Stati, ma mettere a verbale ciò che emerge dalle fonti e dalle verifiche, chiedere accesso, sollecitare cooperazione. 

Francesca Albanese è la Relatrice speciale per i territori palestinesi occupati dal 1967. Il suo mandato ha una ragion d’essere precisa: osservare e riferire, anche quando ciò che riferisce è scomodo. Se ogni parola che disturba viene trasformata in reato d’opinione, allora non resta un mandato: resta un ruolo ornamentale, buono per le foto e inutile per la verità.

Il precedente che pesa: quando la critica diventa punizione

Chi guarda questa vicenda come un episodio isolato sbaglia bersaglio. La pressione sui mandati ONU, quando toccano nervi scoperti, è diventata negli anni una pratica sistemica. Nel caso di Albanese, il contesto recente è già segnato da attacchi e tentativi di delegittimazione che mirano a svuotare la funzione stessa del relatore: non “controllo democratico”, ma neutralizzazione preventiva.

Quando la politica passa dalla critica alla punizione, il messaggio è sempre identico: “Se continui, paghi”. E quel messaggio, di solito, non è indirizzato a una sola persona.

L’accusa come clava: il danno doppio

C’è un danno doppio, e andrebbe detto senza paura.

Il primo danno colpisce la lotta reale contro l’antisemitismo. Se tutto diventa antisemitismo, la parola perde precisione, si trasforma in arma politica e finisce per banalizzare ciò che invece va riconosciuto e contrastato con rigore.

Il secondo danno colpisce la libertà del discorso pubblico. La critica a uno Stato e alle sue politiche viene riscritta come attacco identitario. È una scorciatoia pericolosa: sostituisce i fatti con le appartenenze, il merito con l’anatema.

Ed è qui che il caso Albanese diventa più grande di Albanese: perché riguarda la possibilità stessa di parlare dei fatti senza essere trascinati davanti a un tribunale morale.

La posta in gioco: o faro o lampione decorativo

Alla fine il discrimine è semplice.

O si accetta che un Relatore speciale possa essere rimosso perché un governo giudica “oltraggiose” parole, mal interpretate è strumentalizzate, che denunciano un sistema di complicità.

Oppure si difende un principio: questi mandati esistono proprio per dire ciò che gli Stati non vogliono sentirsi dire.

Se passa l’idea che basti un’etichetta morale, amplificata da una dinamica parlamentare e trasformata in iniziativa diplomatica, per far saltare un incarico ONU, allora domani qualunque relatore potrà essere neutralizzato allo stesso modo, su qualunque dossier scomodo. Il diritto internazionale, da faro, diventerà un lampione decorativo: acceso per scena, spento quando serve davvero.

Fonti

Sky TG24, “La Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese…” (11 febbraio 2026). 
Avvenire, “Israele, le parole di Francesca Albanese aprono un caso diplomatico e politico” (11 febbraio 2026). 
ANSA, “C’è un nemico comune dell’umanità: le parole sotto accusa…” (11 febbraio 2026). 
Il Fatto Quotidiano, ricostruzione della sequenza Yadan–Barrot e richiesta di dimissioni (11 febbraio 2026). 
Quotidiano.net, riferimento alla lettera di circa quaranta deputati macroniani e alla richiesta di iniziativa formale (11 febbraio 2026). 
Domani, dichiarazioni di Barrot all’Assemblea nazionale e richiesta al Consiglio ONU (11 febbraio 2026). 
Swissinfo (Keystone-ATS), dichiarazioni di Barrot e data del 23 febbraio (11 febbraio 2026). 

L’Algoritmo dello Sterminio: Da ELITE a Gaza, la Metamorfosi del Controllo Totale

L’ascesa del complesso militare-tecnologico non è più una distopia letteraria, ma una cronaca quotidiana di efficienza algoritmica applicata alla coercizione. La milizia trumpiana d’assalto anti-immigrazione, l’ICE, si avvale oggi di una piattaforma sviluppata da Palantir che mappa casa per casa le zone urbane incrociando dati sanitari, di viaggi e dei cellulari degli abitanti. Si chiama ELITE ed è l’ultimo esperimento di sorveglianza autoritaria di massa. L’azione di questa polizia d’assalto non è fatta solo di codici, ma di violenza fisica indiscriminata. I tre colpi di pistola che hanno ucciso a Minneapolis Renee Nicole Good il 7 gennaio 2026 hanno squarciato il velo sul ruolo di “squadraccia” svolto dall’ICE. Ma il bilancio si è aggravato drammaticamente il 24 gennaio con l’omicidio di Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva dedicato alla cura dei veterani. Pretti è stato abbattuto da oltre dieci colpi sparati in cinque secondi mentre filmava gli agenti; nonostante i tentativi della Casa Bianca di bollarlo come un “agitatore insurrezionalista”, le prove video mostrano un uomo disarmato, con un cellulare in mano, brutalmente ucciso mentre cercava di prestare soccorso. A queste morti si aggiungono quelle silenziose in custodia, come quella di Luis Gustavo Núñez Cáceres, morto per mancanza di cure adeguate, e altri decessi documentati solo nel primo mese del 2026. Una milizia fascista la cui azione non sarebbe possibile senza il ruolo di Palantir e la sua piattaforma ELITE, uno strumento di mappatura di massa contro l’immigrazione e contro la stessa democrazia.
Eletto assumendo le tesi del programma reazionario Project 2025, Donald Trump ha avviato la sua seconda presidenza sulle linee del suprematismo razziale bianco, promuovendo l’arresto e l’espulsione forzata di migliaia di immigrati. Nonostante le promesse elettorali di J. D. Vance su un milione di espulsioni, i primi mesi mostravano numeri relativamente modesti, con circa 18.000 arresti a febbraio. Per correggere questa situazione e raggiungere gli obiettivi dichiarati, è entrata in gioco l’azione di Palantir Technologies, la big tech securitaria fondata da Peter Thiel e Alex Karp. Nell’aprile 2025 è divenuto pubblico un contratto da 30 milioni di dollari per la costruzione di “Immigration OS”, un sistema operativo atto a potenziare la sorveglianza e la gestione dei casi in carico all’ICE. Sebbene ufficialmente presentato per snellire l’identificazione di chi soggiorna con visto scaduto, inchieste indipendenti di 404 Media hanno rivelato scopi ben più oscuri, come lo sviluppo di strumenti di supporto per le deportazioni di massa e la creazione di un database di indizi utili alla cattura di singole persone attraverso l’incrocio di dati amministrativi. Il culmine di questo percorso è ELITE, una piattaforma di supporto per identificare interi quartieri da setacciare.
Il rapporto tra Palantir e l’ICE risale al 2014 con la piattaforma Falcon, che funge da sistema nervoso centrale delle investigazioni del Dipartimento di Sicurezza Interna. Questa fornisce quella che l’azienda definisce l’ontologia dei dati: milioni di record su studenti stranieri, patenti di guida, tracce di viaggi aerei e dati estratti dai telefoni cellulari. Con l’avvento della seconda amministrazione Trump, l’obiettivo si è spostato dal supporto a indagini singole all’ottimizzazione di operazioni massive contro gli immigrati. Si configura un vero apartheid digitale, sostenuto apertamente da Alexander Karp, amministratore delegato dell’azienda e, paradossalmente, sostenitore democratico. La logica operativa di ELITE sostituisce la ricerca individuale con forme di rastrellamento basate su logiche puramente territoriali. In una mappa interattiva viene disegnato il perimetro di un’area urbana e il sistema interroga la rete dei dati incrociando le informazioni dello Human and Health Services, i dati di Medicaid e del servizio rifugiati. Viene estratto un catalogo di bersagli con relativi dossier esplicativi e punteggi di confidenza sulla loro effettiva presenza fisica. Gli agenti intervengono in modalità “caccia”, massimizzando il numero di espulsioni per singola azione, accettando il rischio elevato di feriti o morti come effetti collaterali necessari all’efficienza statistica.
Le radici di ELITE affondano nella collaborazione strategica tra Palantir e le sezioni informatiche israeliane, in particolare la Unit 8200. Nella Striscia di Gaza, la tecnologia di Palantir alimenta la cosiddetta “kill chain”. Attraverso sistemi come Lavender e “Where’s Daddy?”, l’infrastruttura di analisi dati ha permesso all’esercito israeliano di generare migliaia di obiettivi umani in tempi record. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha citato esplicitamente la partnership tra Palantir e il Ministero della Difesa israeliano, parlando di una possibile complicità legale in crimini di guerra e genocidio. Alex Karp ha paragonato il potere della guerra algoritmica a quello delle armi nucleari tattiche. La de-umanizzazione è totale: se a Gaza l’output è un attacco drone, negli USA è una squadraccia che sfonda la porta di un infermiere come Alex Pretti.
L’Europa appare del tutto incapace di contrastare questo modello di sicurezza privatizzato. Il rischio che questa tecnologia venga utilizzata in ogni parte del mondo per criminalizzare il dissenso è reale. Due notizie recenti confermano la gravità della situazione: le negoziazioni per l’Enhanced Border Security Partnership, che condividerebbe database biometrici europei con il DHS americano violando il GDPR, e il cloud “europeo” di Amazon che, nonostante la localizzazione dei server, resta assoggettato al Cloud Act USA, permettendo alle autorità americane l’accesso ai dati ovunque si trovino. Quanto sta avvenendo con ELITE va interpretato come un caso di studio sulla possibile evoluzione distopica del potere statale nell’era digitale. Le architetture software incarnano visioni politiche autoritarie e razziste. Non dobbiamo abbassare la guardia: una società dove lo Stato può prevedere ogni movimento trasformando la popolazione in dati interrogabili non è più una società libera. Dobbiamo reagire con fermezza estrema. È necessario attivare il protagonismo di una cittadinanza informata che rifiuti di essere catalogata e colpita da un algoritmo. La resistenza che parte dalle strade di Minneapolis e dalle denunce dei crimini a Gaza è l’unico punto di partenza per una società che si rifiuta di diventare un bersaglio. Dobbiamo pretendere lo smantellamento di questi sistemi e il ritorno a una giustizia umana, trasparente e basata sul diritto, non sulla potenza di calcolo di una big tech.

IL BOARD OF PEACE: LA PACE IN VENDITA, LA COSTITUZIONE IN IMBARAZZO, GAZA IN RISTRUTTURAZIONE

Ci sono parole che, quando le senti pronunciare dal potere, diventano subito sospette. “Pace” è una di queste. Perché dipende sempre da chi la dice, dove la dice, e soprattutto su chi ricade il conto.

A Davos, nel cuore ovattato del capitalismo globale, Donald Trump ha presentato il suo Board of Peace: un organismo che nasce formalmente per “gestire” Gaza, ma che nelle intenzioni si propone come una specie di ONU privata, più veloce, più “efficiente”, più ubbidiente. Trump lo vende come l’idea del secolo: “tutti vogliono farne parte”. Ma quando guardi bene chi c’è sul palco e chi non c’è, la frase suona diversa: non sembra un invito, sembra un ricatto diplomatico travestito da opportunità.

Perché la prima fotografia è questa: si parla di Gaza senza i palestinesi. E già qui finisce la retorica e comincia la vergogna.

Non stiamo assistendo a un tentativo di pace. Stiamo assistendo a una riorganizzazione del potere, dove la sofferenza di un popolo viene trasformata in materiale politico, mediatico, finanziario. Un popolo viene ridotto a scenario, la distruzione diventa “fase uno”, e le macerie sono solo un problema di logistica.

Questa non è pace. È colonialismo in abito da sera.

I. Una “pace” senza popolo: il conflitto ridotto a pratica amministrativa

Il Board of Peace, almeno nella cerimonia di lancio, è stato rappresentato da Paesi firmatari che hanno più o meno tutti una caratteristica in comune: sono compatibili con l’agenda di Washington e con l’idea di un Medio Oriente “messo in ordine” dall’alto. Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Marocco, Bahrein, Turchia, Ungheria, Argentina e altri. Mancano diversi Paesi europei e alcuni alleati storici degli Stati Uniti.

E qui si capisce il punto: non è una “pace” costruita con il diritto internazionale e con la rappresentanza dei popoli, ma un tavolo di gestione in cui la questione palestinese diventa un dossier, una transizione, un progetto. Un problema da “mettere a posto”.

Quando la pace non nasce dal diritto, nasce dalla forza.
Quando la pace non nasce dalla giustizia, nasce dall’obbedienza.

E l’obbedienza, sappiamo bene dove porta: porta sempre alla stessa cosa, alla normalizzazione dell’ingiustizia.

II. Gaza come “posizione perfetta”: il salto dall’orrore all’immobiliare

C’è un passaggio che sintetizza l’intera operazione, e non lo dico per metafora. Sullo stesso palco di Davos, Jared Kushner mostra slide e mappe della “Nuova Gaza”. E Trump, da immobiliarista, commenta come se stesse valutando un investimento: la posizione sul mare, il potenziale, il “pezzo di proprietà” che può diventare fantastico.

E io mi fermo e lo dico senza girarci intorno: questa è pornografia del potere.

Qui non siamo davanti a un piano di ricostruzione. Siamo davanti a un’operazione più cinica: la trasformazione della tragedia in occasione. Gaza non è più un popolo sotto macerie, è un “waterfront”. Non è più un cimitero a cielo aperto, è un rendering. È la geopolitica che diventa brochure, e il dolore che diventa marketing.

Se riesci a guardare un territorio devastato e a vederci una “grande opportunità”, vuol dire che hai perso l’umanità. E quando il potere perde l’umanità, non costruisce futuro: costruisce solo rovine più grandi.

III. Dentro il Board ci sono i “grandi leader”. Fuori, c’è la Corte Penale Internazionale

In questo teatro, il paradosso è talmente enorme che non puoi nemmeno chiamarlo ironia: si costruisce un “board di pace” includendo o evocando figure gravate da guerre, repressioni, crimini.

Benjamin Netanyahu non si è presentato di persona anche per un motivo semplicissimo: su di lui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità (assieme all’ex ministro Gallant). È un fatto, non un’opinione.
Ed è altrettanto chiaro che Paesi aderenti allo Statuto di Roma, come la Svizzera, hanno obblighi di cooperazione con la CPI.

E allora la scena diventa grottesca: la “pace” viene celebrata in un luogo dove alcuni dei protagonisti non possono fisicamente mettere piede senza rischiare l’arresto. È come inaugurare un tribunale con gli imputati che dettano le regole, o come fare una marcia contro l’incendio mentre qualcuno distribuisce benzina.

Questa non è diplomazia. È un sistema che pretende impunità come condizione di partenza. E la chiama “stabilità”.

IV. L’Italia e l’arte della furbizia: quando la Costituzione diventa un alibi

E arriviamo a noi. L’Italia, a quanto risulta, non ha aderito. E Giorgia Meloni, secondo ricostruzioni giornalistiche, avrebbe tentato la classica formula da equilibrista: “esserci” senza esserci, stare dentro la foto senza firmare davvero, rimandare, prendere tempo, evitare impegni espliciti.

La motivazione evocata sarebbe addirittura “costituzionale”, con riferimento all’articolo 11.
Ora, l’articolo 11 è una cosa seria: ripudia la guerra, non la cosmetizza. È nato dalle macerie vere del Novecento, non dai panel di Davos.

Ma qui la verità è un’altra: la premier sa benissimo che aderire oggi significa sporcarsi le mani domani. Perché la storia non resta ferma. Le opinioni pubbliche non restano addormentate per sempre. E certi meccanismi, quando girano troppo, cominciano a ingoiare anche chi li ha alimentati.

Meloni non è “prudente” per moralità: è prudente per calcolo. Perché sa che l’onda nera globale, questa nuova stagione di suprematismo bianco in versione 3.0, non è un destino inevitabile: è un progetto politico. E i progetti politici, prima o poi, finiscono. Quando finiscono, restano i nomi, restano gli atti, restano le complicità.

E chi oggi gioca a fare l’astuto rischia domani di diventare il bersaglio della memoria. Perché la memoria, quando torna, torna con forza. E non chiede permesso.

V. Antisemitismo e memoria selettiva: quando si combatte l’odio cancellando il fascismo

In questi stessi giorni, in Italia, si discute di antisemitismo (tema serio e reale, da combattere senza ambiguità) e intanto affiora la solita malattia nazionale: la memoria selettiva.

È stata presentata una proposta di legge contro l’antisemitismo che, secondo quanto riportato, ricostruirebbe le persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della storia, ma omettendo un passaggio che per l’Italia è dirimente: le leggi razziali fasciste del 1938.

E questa omissione non è una distrazione. È un gesto politico.

Perché le leggi razziali del 1938 non sono un dettaglio: sono la prova storica che il fascismo italiano non fu soltanto autoritarismo e manganello, ma anche ideologia razzista, persecuzione, disumanizzazione di Stato. Cancellarle, o “dimenticarle” mentre si fa la predica morale, significa una cosa sola: significa voler ripulire l’origine, rendere la destra di oggi più presentabile, più innocente, più “istituzionale”.

Ma c’è un problema: questo governo non ha mai fatto una denuncia netta, inequivocabile, definitiva del fascismo come radice politica e culturale da recidere. E quando il presidente del Senato è noto anche per aver dichiarato di conservare un busto di Mussolini, capiamo che non è soltanto folclore: è un segnale.

Un segnale di appartenenza, di continuità simbolica, di ammiccamento.
Un messaggio alla propria base: “tranquilli, non rinneghiamo niente”.

E allora io lo dico chiaramente: non si combatte l’antisemitismo cancellando la storia.
Non si difende la dignità umana usando la dignità umana come scudo retorico mentre si tollera la disumanizzazione di un altro popolo.

Se vuoi davvero la memoria, devi avere il coraggio di guardare anche la tua faccia nello specchio. Altrimenti non è memoria: è propaganda.

VI. La verità brutale: questa non è pace, è controllo

Se guardo il Board of Peace con gli occhi della realtà, vedo una cosa molto semplice:

I) si costruisce un organismo “leggero”, controllabile, fondato sul potere del più forte
II) si scavalcano o si umiliano le sedi multilaterali quando diventano scomode
III) si mette Gaza sotto tutela politica e narrativa
IV) si vende la ricostruzione come opportunità, non come riparazione
V) si pretende che il mondo applauda

Il punto non è “Trump sì o Trump no”. Il punto è il modello: la pace come transazione. La pace come franchising. La pace come contratto.

E in quel contratto, il popolo palestinese rischia di essere l’unico a non avere firma. Perché per i nuovi padroni del mondo i popoli non sono soggetti: sono variabili. Sono ostacoli. Sono “problematiche”.

Questo è il nuovo volto dell’Occidente: un potere che si crede eterno, che si crede superiore, che si crede autorizzato a decidere chi merita di vivere e chi deve essere spostato, ridotto, rieducato, cancellato.

Nazisti del terzo millennio, con giacca e cravatta, con grafici e piani triennali, con parole pulite e mani sporche. E la cosa più tragica è che non si accorgono nemmeno che così facendo stanno scavando la fossa sotto i loro stessi piedi. Perché un mondo fondato sull’impunità e sull’arroganza non regge: collassa. E quando collassa, travolge tutti.

quando la pace è un brand, la giustizia diventa un intralcio

Io non ho paura delle parole. Ho paura quando le parole vengono usate per coprire i fatti.

Se “Board of Peace” significa una Gaza ridisegnata da chi l’ha bombardata o da chi l’ha coperta, se significa una pace senza libertà, senza rappresentanza, senza diritto, allora quella non è pace. È un nuovo nome per la stessa vecchia dominazione.

E l’Italia, se davvero non aderisce, non lo fa per moralità: lo fa per prudenza, per istinto di sopravvivenza politica, per l’odore del futuro che arriva. Perché sedersi a quel tavolo significa anche sedersi con l’ombra lunga della Corte Penale Internazionale sullo sfondo.

La storia non perdona chi scambia la dignità per una “grande opportunità”.

La pace non è un palco. È un debito verso i vivi. E un dovere verso i morti.

Fonti essenziali
Il Fatto Quotidiano, Board of Peace e dichiarazioni di Meloni (21 gennaio 2026)
Reuters, dibattito e pressioni sul Board of Peace (21 gennaio 2026)
Associated Press, lancio del Board e assenze degli alleati USA (21 gennaio 2026)
Euronews, posizioni europee e dubbi italiani sul Board (21 gennaio 2026)
ONU, nota sui mandati d’arresto CPI per Netanyahu e Gallant (22 novembre 2024)
La Repubblica, ddl antisemitismo e omissione delle leggi razziali del 1938 (21 gennaio 2026)
Pagella Politica e La Repubblica, dichiarazioni di La Russa sul busto di Mussolini (2023)

Il rial che brucia e l’assedio che uccide

Iran, sanzioni e guerra ibrida: quando la “democrazia” diventa il pretesto del dominio

C’è una parola che l’Occidente usa come una chiave universale, buona per tutte le serrature: “regime”. La pronuncia, e la realtà diventa semplice. Diventa un film morale: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. E tutto ciò che accade dopo, ogni fame, ogni crisi, ogni piazza insanguinata, diventa automaticamente colpa di chi sta dentro quella parola.

Eppure l’Iran di oggi, se lo si guarda senza le lenti ideologiche prefabbricate, è qualcosa di più complesso e, soprattutto, più inquietante. Perché l’Iran non è soltanto un Paese con un potere interno duro, autoritario, teocratico, spesso repressivo. L’Iran è anche un Paese sottoposto da decenni a un assedio economico e finanziario che non è più “pressione diplomatica”: è una guerra. Una guerra che non si dichiara, non si vota nei parlamenti con la stessa gravità delle invasioni, non porta bare di soldati occidentali. Ma porta comunque vittime. Solo che le vittime sono quasi sempre dall’altra parte dello schermo.

Io non difendo la teocrazia iraniana, né la idealizzo. Ma non accetto la narrazione truccata che assolve a priori chi strangola un popolo e poi lo rimprovera perché, a un certo punto, quel popolo si ribella.

E per capire davvero cosa sta accadendo oggi, bisogna partire da lontano. Da un anno che, per l’Iran, non è solo storia. È memoria politica. È ferita nazionale. È la radice di una sfiducia che, da allora, non si è più spenta.

1953: il peccato originale dell’ordine occidentale in Iran

Nel 1951, Mohammad Mossadegh (Mossadeq) diventa primo ministro e compie un atto che, in un Paese sovrano, dovrebbe essere normale: decide di nazionalizzare il petrolio. Non per capriccio ideologico, ma perché l’Anglo-Iranian Oil Company era il simbolo di un rapporto coloniale mascherato da contratto. L’Iran, pur essendo il Paese produttore, non vedeva davvero i conti, non decideva, non comandava. In pratica: possedeva il sottosuolo, ma non possedeva la propria ricchezza.

Quel gesto, a Londra e Washington, non viene letto come un atto di sovranità economica, ma come una minaccia strategica. E la reazione è quella che l’Occidente “non ricorda mai” quando parla di democrazia: l’intervento.

Agosto 1953: Mossadegh viene rovesciato. Il golpe è finanziato e sostenuto dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, nell’ambito di quella che è passata alla storia come Operation Ajax. Non è un’opinione, è una pagina documentata. Perfino enciclopedie generaliste e fonti storiche mainstream lo riportano senza ambiguità: la democrazia iraniana viene spezzata e lo Shah torna al centro del potere.

Qui si forma la prima lezione, quella che molti analisti occidentali fingono di non capire: per l’Iran moderno, l’Occidente non è stato il garante della libertà. È stato il regista della rottura. La “democrazia” è stata sacrificata in nome del petrolio e della stabilità strategica. E quando una nazione vive un trauma così, non lo archivia. Lo incorpora.

Da quel momento, la monarchia si rafforza, le opposizioni vengono schiacciate, e la storia accelera verso il 1979: la rivoluzione islamica non nasce nel vuoto, nasce anche da questa frattura. Perché quando spegni con la forza una democrazia imperfetta, lasci campo a ciò che viene dopo. E spesso ciò che viene dopo è più duro, più radicale, più impermeabile.

Non è “colpa dell’Occidente” se l’Iran è diventato una teocrazia. Ma è un fatto che l’Occidente ha contribuito a creare il terreno che ha reso possibile l’esplosione.

E questo pesa ancora oggi, quando si pretende che Teheran “si fidi” di Washington e Bruxelles.

Dalla sovranità economica al sospetto permanente

Dopo il 1953, l’Iran impara un linguaggio geopolitico brutale: chi possiede la ricchezza può non possedere la libertà di gestirla. Il petrolio diventa una maledizione e una calamita. Attira alleanze, ma anche manovre. Attira modernizzazione, ma anche dipendenza.

Ecco perché, quando oggi si parla dell’Iran come se fosse “solo un problema interno”, si sta mentendo per omissione. L’Iran è un Paese che, nel secondo dopoguerra, è stato trattato come una pedina. E le pedine, quando provano a diventare giocatori, vengono riportate al loro posto.

Questa è la cornice storica senza la quale l’attualità non si capisce.

La moneta che muore, la vita che si restringe

Arriviamo all’oggi. O meglio: all’ultima fiammata di una crisi lunga.

Ci sono crisi economiche che nascono dal basso: corruzione, inefficienze, disuguaglianze, apparati di potere che drenano risorse. E l’Iran ne ha, eccome. Ma ci sono anche crisi che vengono alimentate, trasformate in detonatori. Perché il collasso economico è una leva politica perfetta: non ha il rumore delle bombe, ma produce panico, instabilità e impoverimento di massa.

Quando a fine dicembre 2025 il rial tocca livelli catastrofici, fino a oscillare attorno a 1,4 milioni per un dollaro sul mercato informale, quel numero non è una curiosità statistica. È un referto. È la fotografia di una società che vede evaporare risparmi, stipendi, futuro.

E quando il 28 dicembre 2025 le proteste ripartono dai commercianti e dai luoghi della vita reale, dai bazar, dai mercati, dalle serrande abbassate, il segnale è limpido: non è una scossa passeggera. È il punto in cui la gente non ce la fa più. Il Financial Times racconta la centralità simbolica del Grand Bazaar di Teheran e il passaggio dalla protesta economica al terremoto politico.

Da lì, la protesta dilaga. AP descrive una diffusione rapidissima, centinaia di località coinvolte, repressione, arresti e blackout comunicativi.

La domanda non è soltanto “perché protestano?”. La domanda è: perché protestano adesso, con questa intensità, dopo anni di sofferenza?

Perché l’economia è arrivata al limite. E quando una moneta muore, muore la normalità.

Le sanzioni come punizione collettiva travestita da virtù

La grande ipocrisia delle sanzioni è la loro presentazione morale. In Occidente vengono vendute come uno strumento “non violento”, chirurgico, elegante: colpi mirati contro i vertici del potere. Ma l’esperienza storica dice l’opposto.

Le sanzioni non colpiscono prima i potenti. Colpiscono prima la vita quotidiana. Colpiscono prezzi, salari, importazioni, filiere, cure, accesso alla normalità. Colpiscono la società civile molto più di quanto indeboliscano le élite, che spesso hanno vie di fuga, reti, canali, protezioni.

Il punto più crudele è che questo meccanismo è invisibile e quindi facilmente negabile: anche quando farmaci e beni umanitari sono formalmente esentati, nella pratica vengono bloccati da ciò che nessun comunicato può cancellare, la paura bancaria e finanziaria.

Human Rights Watch lo ha spiegato senza giri di parole: le sanzioni e soprattutto la minaccia delle “secondarie” generano un clima di terrore tra gli intermediari finanziari, così le transazioni lecite vengono congelate. E qui emergono casi che non sono dettagli: sono corpi, sono vite. Pazienti con epidermolisi bollosa che restano senza medicazioni essenziali. Bambini che soffrono perché ciò che sarebbe “esente” diventa “irraggiungibile”.

È la violenza moderna: non ti sparo addosso, ma ti rendo la salute una lotteria.

E quando qualcuno ripete “ma i medicinali sono esclusi dalle sanzioni”, sta dicendo una verità formale che, nella pratica, diventa una menzogna operativa.

Il JCPOA: la promessa tradita e il ritorno della gabbia

Chi parla dell’Iran senza citare il JCPOA racconta una storia tagliata a metà.

Nel 2015 viene firmato l’accordo sul nucleare, un patto imperfetto ma funzionale: limitazioni e controlli in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Poi arriva il 2018: gli Stati Uniti si ritirano dall’accordo e ripristinano le sanzioni, inaugurando la stagione del “maximum pressure”. È un passaggio spartiacque che segna la politica iraniana interna e la percezione esterna: l’idea che ogni compromesso possa essere cancellato unilateralmente.

E quando un Paese riceve questo messaggio, la logica è semplice: se il patto vale finché conviene all’altra parte, allora il patto non è una garanzia, è una trappola.

Nel 2025, secondo analisi e ricostruzioni, la vicenda del JCPOA entra definitivamente nella sua fase terminale, con la reimposizione di sanzioni ONU tramite meccanismi di “snapback” e uno scenario di rottura sempre più completo.

E intanto la società paga.

La protesta e il sangue: quando la pressione diventa esplosione

Se strangoli un popolo abbastanza a lungo, quel popolo prima o poi scende in piazza. Non perché sia manovrato. Perché non respira.

Ma qui entra in gioco una verità che molti fingono di non conoscere: quando un Paese è strategico, ogni protesta diventa un terreno di guerra ibrida.

Questo non significa che le proteste siano finte. Sarebbe un insulto a chi rischia la vita. Significa che dentro il caos entrano sempre interessi, infiltrazioni, provocazioni, accelerazioni. Significa che il disordine viene usato. Che l’instabilità può diventare un obiettivo, non solo un effetto.

AP riporta un aumento drammatico del bilancio delle vittime secondo attivisti, con la protesta che si trasforma in uno dei momenti più critici degli ultimi decenni per la Repubblica Islamica.

Non è necessario credere a ogni versione, né interna né esterna. Basta una constatazione: la catena causale è evidente.

I) strangolamento economico
II) collasso sociale
III) protesta
IV) repressione
V) sangue

E chi impone lo strangolamento non può fingersi estraneo al punto IV e V.

L’Iran come obiettivo strategico: nodo Russia-Cina e frattura del sistema mondiale

Chi riduce tutto al “programma nucleare” sta facendo finta di non capire. Il nucleare è una parte. Ma non è il cuore.

Il cuore è geopolitico. L’Iran è energia, corridoi, rotte, equilibrio regionale. È un alleato di un mondo che sta cercando di sfuggire alla disciplina occidentale: Cina e Russia, il multipolarismo, l’idea che esista un futuro fuori dal recinto del dollaro e delle sanzioni.

In questa cornice, le sanzioni non sono un messaggio etico. Sono un’arma di dominio. Uno strumento per rendere impraticabile l’autonomia. Una punizione esemplare rivolta anche agli altri: guardate cosa succede a chi prova a uscire dalla linea.

E infatti le pressioni non colpiscono solo Teheran, ma anche chi commercia con Teheran, in una logica extraterritoriale che ha sempre meno a che fare con la diplomazia e sempre più con il controllo delle catene globali.

Rising Lion e poi i bombardieri americani: quando l’assedio diventa anche profondità

Qui si arriva al punto che molti provano a minimizzare, perché rompe l’illusione dell’Occidente come “moderatore”.

Nel giugno 2025 lo scontro supera un confine. Prima gli attacchi israeliani, che aprono la fase militare dell’escalation. Poi il salto di livello: l’intervento diretto degli Stati Uniti.

Reuters racconta un’operazione militare statunitense che colpisce i principali siti nucleari iraniani, mentre altre fonti descrivono dettagli operativi e strategici dell’attacco. È in questo contesto che entra in gioco ciò che rende tutto più chiaro e più grave: l’uso dei bombardieri B-2 e delle bombe di profondità “bunker buster” GBU-57, strumenti progettati per colpire strutture fortificate sotterranee. Reuters parla di una missione impostata anche con inganno e decoy, mentre USNI News e altre ricostruzioni riportano la scala dell’impiego di questi ordigni.

Questo va detto senza ambiguità: non è stata “solo Israele”. A un certo punto sono entrati direttamente gli Stati Uniti, con il loro arsenale e la loro firma politica. Il che significa una sola cosa: la pressione economica non è separata dall’opzione militare. Fa parte dello stesso schema.

E in un Paese già strangolato finanziariamente, un attacco del genere non “corregge” nulla: radicalizza, irrigidisce, destabilizza. Trasforma l’economia in campo minato, la società in camera a pressione.

La salute come campo di battaglia: il corpo civile dentro la guerra economica

Quando un Paese viene colpito in questo modo, la guerra entra in ospedale. Non serve che sia dichiarata: basta che funzioni.

Human Rights Watch non parla di geopolitica astratta. Parla di effetti concreti: banche che non processano pagamenti per importare medicine e attrezzature, aziende che si ritirano per timore legale, forniture che spariscono. E nella loro analisi emerge un dettaglio rivelatore: l’“overcompliance” è un dispositivo di potere, perché crea un blocco sistemico anche dove le norme direbbero il contrario.

Questa è una forma di punizione collettiva legalizzata. E non serve essere “pro Iran” per chiamarla col suo nome.

Quante morti produce una sanzione?

È qui che il discorso diventa inevitabilmente morale.

Uno studio pubblicato su The Lancet Global Health ha cercato di stimare l’impatto delle sanzioni sulla mortalità, con risultati che nel dibattito internazionale hanno fatto rumore: le sanzioni, nel lungo periodo, producono un peso enorme in termini di morti, e colpiscono in modo sproporzionato i più vulnerabili.

Questi studi non servono per fare propaganda. Servono per togliere alle sanzioni la loro maschera “pulita”. Servono per ricordare che quando blocchi l’economia reale, non stai facendo filosofia politica: stai toccando la speranza di vita.

Palestina, Iran e doppio standard: la morale come arma, non come principio

A questo punto resta una domanda che non si può evitare, se si vuole essere onesti: perché lo stesso Occidente che si erge a giudice morale tollera, copre e legittima ciò che fa Israele ai palestinesi, mentre altrove predica diritto e libertà?

La risposta è amara ma lineare: la morale viene spesso usata come arma. Si accende quando serve, si spegne quando disturba. Non è incoerenza accidentale: è logica di potere.

In Iran, la democrazia viene invocata come pretesto per strangolare.
In Palestina, i diritti vengono sospesi perché l’alleato non si tocca.
Nel Sud del mondo, la sovranità diventa colpa quando non coincide con gli interessi occidentali.

Il vero doppio standard non è l’errore: è il sistema.

Chiusura: il rial che brucia non è la causa, è il sintomo

Il rial che brucia non è il centro della storia. È la spia rossa sul cruscotto di un assedio.

Un popolo può essere oppresso dal proprio potere interno e, nello stesso tempo, schiacciato da una violenza esterna che si presenta come “necessaria” e “responsabile”. E quando quel popolo scende in strada, spesso lo fa con la disperazione di chi non ha più margini. Ma la disperazione non nasce solo nei palazzi del regime. Nasce anche nei palazzi di chi, da decenni, ha scelto la guerra economica come forma moderna della conquista.

Io non assolvo la teocrazia. Ma non assolvo nemmeno chi ha trasformato le sanzioni in una pedagogia della fame e la geopolitica in una macchina di collasso sociale.

La guerra è già qui. Solo che oggi non avanza sempre con i carri armati. Avanza col tasso di cambio, coi circuiti bancari, con l’assedio finanziario, e quando serve con le bombe di profondità. E quando l’economia diventa un’arma, la democrazia diventa spesso soltanto una parola d’accompagnamento, utile a rendere accettabile ciò che, in altre epoche, avremmo chiamato con il suo nome: dominio.

Fonti (siti di riferimento)

I) Financial Times – proteste partite dal Grand Bazaar di Teheran e contesto economico-sociale
II) Associated Press (AP News) – cronologia e diffusione delle proteste dicembre 2025-gennaio 2026
III) TIME – quadro generale della crisi e incertezza sulla conta delle vittime
IV) Encyclopaedia Britannica – golpe del 1953 e rimozione di Mossadegh con supporto USA-UK
V) History.com – ricostruzione divulgativa del golpe del 1953 e ruolo statunitense
VI) Human Rights Watch (HRW) – impatto delle sanzioni sulla sanità e caso epidermolisi bollosa
VII) The Lancet Global Health – studio sugli effetti delle sanzioni sulla mortalità
VIII) CEPR (Center for Economic and Policy Research) – sintesi e discussione pubblica dei risultati del lavoro su mortalità e sanzioni
IX) Reuters – operazione militare USA contro siti nucleari iraniani e dettagli sull’azione
X) USNI News – uso di ordigni GBU-57 e quadro operativo dello strike USA
XI) Al Jazeera – sintesi tecnica sugli strike USA e tipologia di munizionamento impiegato

Israele, profilo di un paese suprematista. Parte II: la Cisgiordania come laboratorio dell’annessione

C’è un dettaglio che, da solo, smonta la favola ripetuta per decenni: quando una tregua viene firmata, il linguaggio della politica promette una pausa; ma sul terreno continuano i colpi, gli arresti, gli sgomberi, le demolizioni. La tregua diventa un titolo, non un fatto.

Dal cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025, la violenza non è evaporata: a Gaza, secondo ricostruzioni basate su dati di autorità locali e organismi internazionali, le uccisioni sono proseguite giorno dopo giorno. E, mentre l’attenzione mediatica occidentale spostava l’obiettivo altrove, la Cisgiordania diventava il teatro di un’accelerazione “silenziosa” ma chiarissima: trasformare l’occupazione in annessione di fatto.

Questa non è un’interpretazione “militante”. È una dinamica leggibile nei numeri, nei provvedimenti, nelle parole dei ministri, nell’inerzia delle cancellerie europee e statunitensi.

L’annessione a bassa intensità: coloni armati, impunità, record di attacchi

La Cisgiordania non è esplosa “nonostante” la tregua di Gaza: è esplosa anche per effetto della tregua. Il paradosso è che la sospensione parziale delle operazioni a Gaza ha coinciso con un salto di qualità sul fronte coloniale e repressivo in Cisgiordania, dove la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti hanno trovato un corridoio politico più largo, e un costo internazionale praticamente nullo.

Le Nazioni Unite, attraverso OCHA, hanno registrato nell’ottobre 2025 il più alto numero mensile di attacchi di coloni da quando il monitoraggio è iniziato nel 2006: oltre 260 episodi, con vittime e/o danni, una media di circa otto al giorno. Non è un “picco” casuale: è un clima. Un ecosistema.

E dentro questo ecosistema c’è la regola non scritta che rende tutto possibile: l’impunità. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, solo una piccola quota dei casi di violenze di civili israeliani contro palestinesi arriva a conseguenze penali: il tasso indicato per gli anni 2005–2023 è estremamente basso.

Quando la punizione è improbabile, la violenza diventa abitudine. Quando l’abitudine si arma, diventa milizia.

“Licenze” e milizie: l’armamento come infrastruttura politica

Dopo il 7 ottobre 2023, la corsa alle armi nelle colonie ha avuto un’accelerazione ulteriore, sostenuta politicamente. Il ministro Itamar Ben-Gvir ha rivendicato l’aumento delle licenze di porto d’armi, presentandolo come misura di “sicurezza”. In pratica, in molte aree coloniche, la linea tra civili armati e gruppi paramilitari si assottiglia fino quasi a sparire.

Il risultato non è solo un aumento di aggressioni: è l’alterazione del controllo territoriale. Un colono armato, protetto da un sistema che raramente punisce, non è un “cittadino”: diventa un dispositivo di pressione permanente, capace di spingere famiglie, pastori e comunità a lasciare terre e villaggi senza bisogno di un atto formale di espulsione. È lo sgombero per logoramento.

L’esercito e l’operazione “Iron Wall”: lo sfollamento come politica

Accanto alla violenza dei coloni, c’è la componente militare, che negli ultimi mesi ha consolidato una strategia: svuotare, demolire, impedire il ritorno.

L’operazione “Iron Wall”, avviata nel gennaio 2025, ha colpito in modo particolare campi profughi e centri urbani del nord della Cisgiordania, come Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Diverse fonti umanitarie e per i diritti umani parlano di decine di migliaia di sfollati e di una distruzione su vasta scala di abitazioni e infrastrutture civili, con campi rimasti in parte “svuotati” e famiglie impossibilitate a rientrare.

Se una popolazione viene spostata e poi tenuta fuori, il messaggio non è “antiterrorismo”: è rimodellamento demografico e territoriale. E ogni rimodellamento, in un contesto coloniale, è sempre una forma di annessione.

L’annessione burocratica: insediamenti, catasti, “legalizzazioni”

C’è poi il livello più subdolo, quello che si presenta con carta intestata e linguaggio amministrativo.

Nel dicembre 2025, il governo israeliano ha concesso status legale a 19 insediamenti/outpost in Cisgiordania, scelta letta da molti osservatori come un passo ulteriore verso la normalizzazione dell’illegalità coloniale. La reazione di diversi Paesi occidentali è stata, ancora una volta, principalmente verbale: dichiarazioni, appelli, formule di rito.

Sul piano interno israeliano, la risposta politica è stata sfrontata: rivendicare un “diritto” ebraico alla terra, cancellando la realtà giuridica dell’occupazione e la presenza palestinese come se fosse un dettaglio fastidioso.

Parallelamente, strumenti come i processi di registrazione fondiaria e le politiche “catastali” in Area C vengono descritti da analisti e osservatori come leve capaci di produrre espropri e consolidare la presenza colonica: l’annessione non sempre avanza con i carri armati, spesso avanza con i timbri.

Lo strangolamento economico: checkpoint, tasse trattenute, banche sotto ricatto

Il controllo territoriale non è solo militare o colonico: è anche economico.

La Cisgiordania è attraversata da una rete fittissima di ostacoli al movimento, con centinaia di checkpoint e barriere che paralizzano lavoro, scuola, cure, vita quotidiana. I dati ONU sul movimento e l’accesso descrivono un sistema di frammentazione che non è emergenza: è struttura.

Poi c’è la leva finanziaria più potente: le entrate fiscali palestinesi raccolte da Israele e trasferite (o non trasferite) all’Autorità Nazionale Palestinese. Secondo un lancio Reuters del settembre 2025, le somme trattenute si avvicinavano a circa 3 miliardi di dollari, con effetti potenzialmente destabilizzanti su salari pubblici e tenuta istituzionale.

Infine, il ricatto bancario: la cooperazione tra banche israeliane e palestinesi, necessaria per la circolazione dello shekel e per i pagamenti, è stata più volte messa in discussione dal ministro delle Finanze Smotrich, fino all’annuncio della cancellazione di un waiver cruciale, misura che espone l’economia palestinese al rischio di blocco.

Un territorio occupato può essere piegato senza sparare un colpo, se viene reso economicamente invivibile. È una forma di guerra amministrativa: meno telegenica, più efficace.

Arresti di massa e detenzione: la prigione come paesaggio

In questo quadro, l’apparato detentivo è un’altra colonna portante. Organizzazioni palestinesi per i prigionieri hanno stimato, al settembre 2025, oltre 19.000 detenzioni in Cisgiordania (Gerusalemme Est inclusa) dall’inizio della guerra su Gaza, con numeri elevati anche tra i minori.

Al di là dei conteggi, la questione centrale è politica: l’arresto diventa routine di controllo sociale. E quando si combina con operazioni militari, colonizzazione e strangolamento economico, produce una pressione totale: sulla terra, sul corpo, sul tempo.

Il silenzio occidentale e la sparizione dall’agenda

Qui si arriva al punto più rivelatore: l’Occidente “condanna” ma non interviene. Le dichiarazioni si moltiplicano, le misure concrete evaporano. Le parole restano in superficie, mentre sul terreno cambia la sostanza.

La narrativa dell’“unica democrazia del Medio Oriente” funziona come una coperta: copre l’asimmetria radicale tra occupante e occupato, copre l’annessione che avanza, copre l’impunità, copre l’idea stessa che si possa demolire un campo profughi e chiamarlo “necessità operativa”.

Quando l’agenda setting occidentale si distrae, non è neutralità: è complicità per omissione. E la Cisgiordania, oggi, è la prova più chiara che la tregua non ha mai significato pace, ma solo redistribuzione della violenza su altri spazi, con altre tecniche, e con lo stesso obiettivo: rendere impossibile uno Stato palestinese, fino a farlo sembrare un’utopia infantile.

L a democrazia come marchio, l’annessione come realtà

Se la democrazia è ridotta a un marchio geopolitico, può convivere con l’apartheid, con l’annessione, con il suprematismo, con la punizione collettiva. Il punto non è più chiedersi se Israele assomigli a una democrazia. Il punto è chiedersi che cosa sia diventata la parola “democrazia” quando viene usata per proteggere l’indifendibile.

E la Cisgiordania, in questo inizio 2026, racconta una verità semplice e feroce: non serve dichiarare l’annessione, basta praticarla ogni giorno, finché il mondo si abitua.

Note finali e fonti essenziali
Questo articolo è pensato come continuazione tematica del precedente approfondimento sul profilo politico-istituzionale di Israele, spostando il fuoco sulla Cisgiordania come perno dell’annessione di fatto. https://mariosommella.wordpress.com/2025/12/27/lunica-democrazia-del-medio-oriente/

Fonti citate: aggiornamenti e report OCHA/ONU sugli attacchi dei coloni e sugli ostacoli al movimento ; dati Yesh Din sull’esito giudiziario delle violenze dei civili ; Reuters e Guardian su legalizzazione/approvazione di nuovi insediamenti e reazioni internazionali ; Reuters su fondi fiscali palestinesi trattenuti ; Reuters sul waiver bancario ; Reuters e AP su cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 e prosecuzione della violenza ; Reuters, HRW e AP su “Iron Wall” e sfollamenti/demolizioni ; stime PPS su detenzioni e minori .h

L’unica democrazia del Medio Oriente

Israele tra suprematismo giuridico, censura strutturale e guerra permanente anche dopo la tregua

“L’unica democrazia del Medio Oriente” è diventata una formula pronta all’uso: un lasciapassare morale che, in Occidente, sostituisce la verifica dei fatti. Funziona così: si pronuncia quella frase e, come per magia, tutto il resto diventa “complesso”, “controverso”, “difensivo”. Ma se si guardano le scelte legislative, il trattamento riservato ai palestinesi, la gestione dell’informazione e il modo in cui vengono ostacolate perfino le organizzazioni umanitarie, quella definizione non regge. O meglio: rivela che cosa è diventata, oggi, la parola democrazia quando viene piegata a coprire la forza.

Il punto non è negare che esistano elezioni e pluralismo formale. Il punto è capire se quel pluralismo possa ancora essere chiamato democratico quando convive con un impianto giuridico e politico che istituzionalizza gerarchie etniche, normalizza la colonizzazione e si dota di strumenti sempre più autoritari per mettere a tacere chi documenta, denuncia o soccorre.

Un suprematismo scritto in legge

Un passaggio vale più di mille editoriali autoassolutori: la Basic Law del 2018, “Israel – The Nation State of the Jewish People”, stabilisce che la realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusiva del popolo ebraico.

Non è una scivolata retorica: è un principio costituzionale. In un colpo solo, si consacra una cittadinanza a due velocità e si rende “naturale” ciò che altrove verrebbe definito discriminazione strutturale.

Questo è il nodo che molte organizzazioni per i diritti umani hanno provato a rendere leggibile con parole nette. B’Tselem ha parlato di “regime di supremazia ebraica” tra Giordano e Mediterraneo.  Human Rights Watch ha definito il sistema come crimini di apartheid e persecuzione.  Amnesty International ha concluso che si tratta di apartheid nei confronti dei palestinesi.

Si può discutere di lessico e cornici, ma intanto la parola “democrazia” continua a essere ripetuta come un mantra, mentre la realtà materiale la svuota.

La pena di morte a senso unico

Dentro questo quadro, la spinta verso la pena di morte non è un episodio marginale: è un segnale di direzione. Nel novembre 2025 la Knesset ha approvato in prima lettura un disegno di legge per introdurre la pena capitale per “terrorismo”.

In astratto potrebbe apparire come una misura “generale”. Nella pratica, in un contesto in cui l’etichetta di “terrorismo” è spesso applicata in modo asimmetrico, l’impatto ricadrebbe quasi esclusivamente sui palestinesi, con un effetto selettivo e politico.

È qui che la democrazia diventa dispositivo punitivo identitario: non si limita a sanzionare atti, tende a colpire un gruppo.

La censura come architettura di Stato

Ogni colonialismo ha un punto debole: la visibilità. Per questo, accanto alle armi, servono i filtri. E negli ultimi anni si è consolidato un sistema di controllo dell’informazione sempre meno “emergenziale” e sempre più strutturale.

+972 Magazine ha documentato che nel 2024 la censura militare ha raggiunto livelli record: 1.635 articoli vietati e 6.265 parzialmente oscurati.

Non si tratta di un dettaglio tecnico: è un meccanismo quotidiano che modella ciò che può essere raccontato e ciò che deve restare fuori campo.

C’è poi un livello culturale, persino psicologico. Il Committee to Protect Journalists, riportando le parole di Nir Hasson (Haaretz), evidenzia un dato decisivo: i media israeliani, in larga parte, si collocano dentro lo sforzo bellico, evitando di raccontare la catastrofe umanitaria.

Quando l’informazione diventa branca della guerra, la democrazia si trasforma in scenografia.

La “legge Al Jazeera” e la normalizzazione del bavaglio

Il simbolo politico di questa deriva è la cosiddetta “Al Jazeera Law”, la norma che ha dato al governo poteri straordinari per chiudere media stranieri considerati una minaccia alla sicurezza, con sequestri e blocchi di siti.

Il passaggio decisivo arriva quando l’eccezione diventa regola: a dicembre 2025 la Knesset ha esteso la legge fino alla fine del 2027.

Non più un provvedimento temporaneo, ma un modello stabile in cui l’esecutivo rivendica la facoltà di spegnere la voce scomoda.

Nello stesso clima si inserisce anche la discussione sulla chiusura della storica Army Radio entro marzo 2026, criticata da chi teme un ulteriore indebolimento di spazi informativi non allineati.

La tregua che non ferma la morte

La parola “tregua” viene spesso raccontata come chiusura di un capitolo. Sul terreno, però, la violenza non si interrompe automaticamente perché lo impone il titolo di un telegiornale.

Secondo un report UNRWA, che cita dati OCHA, dalla tregua risultano uccisi centinaia di palestinesi e molti altri feriti.  Anche esperti ONU dell’OHCHR hanno riportato centinaia di violazioni dopo l’annuncio dell’11 ottobre 2025, includendo uccisioni che coinvolgono minori.

La cronaca di dicembre 2025 conferma la continuità: il Guardian ha riportato l’uccisione di palestinesi in una scuola-rifugio a Gaza City, indicando che si tratta di morti avvenuti dopo il cessate il fuoco.

Questa persistenza della violenza, mentre la parola “tregua” gira come moneta buona, produce un effetto politico preciso: spegne l’attenzione. Se la tregua viene narrata come “fine”, ciò che accade dopo diventa episodio, incidente, parentesi, mai struttura. E invece è struttura.

Cisgiordania: l’aggressione dei coloni come metodo

Mentre Gaza viene spinta fuori dall’agenda mediatica, in Cisgiordania la colonizzazione continua a mordere. Qui la tregua non vale come tregua: vale come schermo.

Il 23 dicembre 2025 l’Associated Press ha raccontato un attacco di coloni a una casa palestinese, con vandalismi e animali uccisi, e ha richiamato dati ONU su una frequenza elevata di aggressioni in certi periodi.

Non è “devianza” di frange impazzite: è la forma sociale della colonizzazione. Dove l’esercito controlla, i coloni espandono. Dove i coloni espandono, lo Stato consolida. E il diritto internazionale viene degradato a opinione.

Il colpo alle ONG: quando anche curare diventa sospetto

Il passaggio più rivelatore è quello che riguarda la guerra contro l’aiuto. Nuove regole di registrazione per le organizzazioni internazionali, con effetto dal 1 gennaio 2026, secondo Medici Senza Frontiere rischiano di compromettere attività salvavita a Gaza e in Cisgiordania.

Qui non c’è solo burocrazia: c’è politica. Se il criterio diventa dimostrare di non “delegittimare”, la solidarietà può essere trasformata in colpa e la testimonianza in minaccia. Altre ONG hanno parlato di impatto potenzialmente devastante, tra respingimenti e incertezza per decine di organizzazioni.

È la logica del controllo totale: non basta dominare un territorio, occorre dominare anche la possibilità stessa di raccontarlo e di tenere in vita chi lo abita.

Che cosa resta della “democrazia”

A questo punto la contraddizione non si può più coprire con formule. O si smette di chiamare democrazia un sistema che costituzionalizza l’esclusività etno-nazionale, discute la pena di morte con impatto selettivo, estende leggi per chiudere media stranieri e alza muri contro chi salva vite.

Oppure si accetta la verità più scomoda: esistono democrazie che convivono con pratiche di apartheid, colonizzazione e annientamento. Democrazie che votano ma non riconoscono l’uguaglianza; che parlano di libertà ma censurano; che invocano sicurezza mentre puniscono l’esistenza stessa di un popolo.

Ed è qui che l’Occidente non è spettatore: è complice. Perché la formula “unica democrazia del Medio Oriente” non descrive Israele. Descrive la disponibilità occidentale a chiamare civiltà ciò che conviene e a chiamare “controversia” ciò che dovrebbe scandalizzare.

Fonti essenziali

Basic Law “Israel – The Nation State of the Jewish People” (Knesset):

Rapporti e analisi su apartheid e supremazia:

Censura militare e dati 2024 (+972 Magazine):

Analisi su informazione e guerra, citazione Hasson (CPJ):

Estensione “Al Jazeera Law” fino al 2027:

Disegno di legge sulla pena di morte, prima lettura (novembre 2025):

Violazioni post-cessate il fuoco e dati ONU/UNRWA-OCHA:

Cronaca su uccisioni a Gaza dopo la tregua (dicembre 2025):

Attacchi dei coloni in Cisgiordania (dicembre 2025):

Nuove regole di registrazione ONG e allarme MSF:

Note finali

Nel dibattito pubblico occidentale, il “cessate il fuoco” viene spesso trattato come un finale: proprio per questo, documentare ciò che continua dopo la tregua è decisivo. La realtà che non viene mostrata non scompare, semplicemente smette di pesare sulle coscienze.

Il PD davanti al genocidio: perché non riesco più a chiamarlo sinistra

(e perché chiedo a Schlein di cacciare i complici)

C’è un punto oltre il quale non è più questione di sfumature politiche, ma di igiene morale.

Per me quel punto è stato superato quando ho visto Piero Fassino, deputato del Partito Democratico, collegato dalla Knesset a magnificare Israele come “società aperta, libera, democratica”, anche negli ultimi due anni. Cioè nel pieno della distruzione di Gaza, mentre la Corte Internazionale di Giustizia esamina se siano in corso atti di genocidio e ha già imposto misure urgenti a Israele in base alla Convenzione sul genocidio. 

Io la parola genocidio non la uso per rabbia. La usa una Relatrice speciale ONU, Francesca Albanese, nel suo rapporto “Anatomy of a Genocide”, dopo mesi di raccolta dati: oltre 30.000 morti nelle prime fasi, più della metà bambini, distruzione sistematica delle infrastrutture civili, imposizione deliberata di condizioni di vita disumane all’intera popolazione di Gaza. 

La prendono sul serio la Corte Internazionale, che ha ordinato a Israele di prevenire atti genocidari, permettere aiuti e fermare l’offensiva su Rafah, e una Commissione d’inchiesta ONU che parla apertamente di atti di genocidio. 

Nel frattempo, nei campi profughi allagati e pieni di fango, UNICEF e altre agenzie descrivono bambini che dormono con i vestiti fradici di acqua di fogna, esposti al freddo, alla malnutrizione, alle malattie. Alcuni muoiono di ipotermia, non per “effetti collaterali”, ma perché l’assedio è diventato arma climatica. 

È su questo sfondo che devo guardare a ciò che fanno e dicono i dirigenti del PD. Ed è qui che, più che delusione, provo disgusto politico.

Fassino e Provenzano: la foglia di fico della “opinione personale”

Piero Fassino non è un passante qualunque. È un ex segretario dei DS, deputato di lungo corso, figura simbolo dell’area più atlantista del centrosinistra. Alla Knesset, nel pieno del massacro di Gaza, racconta Israele come una democrazia vivace “anche in questi due anni”, con tanto di dialettica sulle “soluzioni” possibili. Nessuna parola sul genocidio, nessun accenno agli ordini della Corte Internazionale, nessuna menzione alle decine di migliaia di civili palestinesi cancellati. 

Di fronte allo scandalo, la risposta del responsabile Esteri del PD, Peppe Provenzano, è un capolavoro di vigliaccheria politica: Fassino, dice, “non era lì in missione per conto del Pd”. Come se il problema fosse la nota spese, non il contenuto politico di quelle parole, pronunciate da un deputato del PD nel parlamento dello Stato accusato di genocidio. 

Tradotto: il partito prende le distanze a parole, ma lascia intatto il messaggio di fondo. Fassino resta lì, integro, come rappresentante naturale di quella componente del PD che considera Israele una “democrazia” a prescindere da qualsiasi massacro. È la “sinistra per Israele”, che si presenta come pacifista ma si colloca stabilmente sul crinale sionista, recitando il mantra vuoto dei “due popoli, due Stati” mentre sul terreno esiste solo un popolo armato che occupa e uno disarmato che subisce. 

Io, in quel collegamento dalla Knesset, vedo una cosa sola: un pezzo di ex sinistra italiana che va a rassicurare un potere sotto accusa per genocidio, garantendogli che l’“Occidente per bene” è ancora schierato al suo fianco.

Picierno: l’antisemitismo usato come lasciapassare per i coloni

Poi c’è Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, anche lei esponente di punta del PD. In Italia propone “un nuovo patto sociale contro l’antisemitismo”, parole che, in astratto, potrei sottoscrivere una per una. 

Peccato che la stessa Picierno sorrida in foto di gruppo con rappresentanti del mondo dei coloni israeliani, cioè di quella galassia che sulla terra, con soldati e ruspe, trasforma la teoria sionista in furto concreto: case demolite, ulivi sradicati, villaggi cancellati, strade solo per ebrei. 

Non si tratta di gaffe. È un messaggio politico chiaro:

l’antisemitismo diventa lo scudo etico per coprire un movimento coloniale che pratica l’apartheid e la pulizia etnica.

Chi denuncia quel sistema è sospettato di odio. Chi lo frequenta e lo legittima resta una rispettabile esponente democratica europea.

Quando l’antisemitismo viene ridotto a manganello ideologico contro la solidarietà alla Palestina, si sporca una parola che dovrebbe servire a difendere vite, non a coprire crimini.

Delrio e Violante: la legge-bavaglio e l’ordine pubblico contro la Palestina

A saldare il quadro arrivano Graziano Delrio e Luciano Violante.

Delrio presenta un disegno di legge per combattere l’antisemitismo “dilagante” nelle scuole, all’università, sul web. Obiettivo dichiarato nobile, strumento pericolosissimo: il DDL si fonda sulla definizione operativa IHRA, quella che, nella pratica, tende a far scivolare dentro la categoria “antisemitismo” buona parte della critica radicale a Israele e al sionismo. 

Così slogan come “From the river to the sea” e l’analisi del sionismo come progetto coloniale razzista rischiano di essere trattati come incitamento all’odio contro gli ebrei. Un colpo perfetto: criminalizzi il linguaggio della liberazione palestinese facendo finta di difendere una minoranza.

Luciano Violante, ex Presidente della Camera, completa l’opera dal fronte dell’ordine pubblico. In interviste e interventi pubblici, descrive le mobilitazioni pro Palestina come un fenomeno che sfiora l’eversione, invoca “misure forti” contro questa ondata di protesta, intreccia piazze, antisemitismo e ritorno alla violenza politica. 

Risultato:

chi scende in piazza contro un genocidio viene equiparato a un potenziale terrorista, chi chiede il rispetto del diritto internazionale finisce nel mirino come minaccia all’ordine democratico, lo Stato che bombarda, affama, congela un milione di bambini resta una “democrazia in difficoltà”.

È un capovolgimento indecente: il problema non è il genocidio, ma chi lo denuncia troppo forte.

Funaro, Prodi e l’ossessione di punire Francesca Albanese

In questo quadro, il caso Francesca Albanese è un test di verità.

Relatrice speciale ONU sui territori occupati, autrice del rapporto “Anatomy of a Genocide” che spiega perché a Gaza si sono raggiunte e superate le soglie giuridiche del crimine di genocidio, Francesca Albanese viene trattata dal PD come un corpo estraneo da neutralizzare. 

A Firenze la sindaca PD Sara Funaro decide che non ci sono le condizioni per darle la cittadinanza onoraria: è “divisiva”, dice, perché osa chiamare genocidio il genocidio. Firenze, “città della pace”, preferisce non turbare l’immagine moderata, anche se in gioco c’è la verità sui crimini più gravi che il diritto internazionale conosca. 

A Bologna, mentre la cittadinanza onoraria è sotto attacco, entra in scena Romano Prodi, padre nobile del centrosinistra, che invita il Comune a fare marcia indietro: “Perseverare è diabolico”, dice di Albanese, come se la diabolica fosse lei e non chi ha trasformato Gaza in un cimitero a cielo aperto. 

Siamo al paradosso:

un’alta funzionaria ONU che documenta il genocidio rischia di essere cancellata dallo spazio simbolico delle città “progressiste”; sindaci e notabili del PD si mobilitano più contro una giurista che contro Netanyahu, Ben Gvir, Smotrich; la parola “pace” viene usata per coprire la censura, non per fermare la guerra.

Non è più ambiguità. È schieramento.

Il filo che lega tutti questi nomi: complicità politica nel genocidio

Metto in fila i nomi:

Piero Fassino, Peppe Provenzano, Pina Picierno, Graziano Delrio, Luciano Violante, Sara Funaro, Romano Prodi, l’area “Sinistra per Israele”.

Che cos’hanno in comune?

Non un generico “filosionismo”, che già basterebbe. Hanno in comune questo:

chiamano democrazia uno Stato che è sotto accusa per genocidio e che l’ONU descrive come impegnato in atti genocidari contro il popolo palestinese;  usano l’antisemitismo come clava per colpire chi sta con Gaza e con la Palestina, mentre stringono rapporti con coloni e lobby sioniste;  dipingono le piazze pro Palestina come minaccia all’ordine democratico, invece di riconoscerle per quello che sono: l’ultimo argine morale contro un massacro normalizzato;  lavorano per delegittimare la principale voce giuridica internazionale che parla di genocidio, Francesca Albanese, e spingono sindaci e consigli comunali a “punirla” negando o revocando onori simbolici. 

Questa, per me, si chiama complicità politica nel genocidio.

Non serve un giudice per usarla come categoria etica e storica. Basta guardare la direzione in cui spingono i fatti.

Un appello diretto a Elly Schlein

A questo punto la domanda non è più “quanto fa schifo il PD”, anche se la risposta è sotto gli occhi di chi vuole vederla.

La domanda, per me, è rivolta a una persona precisa: Elly Schlein.

Schlein non è una spettatrice. È la segretaria del partito. Firma appelli per il cessate il fuoco, denuncia il governo Meloni per i rapporti con Netanyahu, chiede lo stop alla cooperazione militare con Israele. Ma lascia dentro il PD, e spesso in posizione di potere, chi lavora ogni giorno per sabotare quella linea, chi definisce democratica la macchina di guerra israeliana, chi trasforma l’antisemitismo in bavaglio e chi tratta Francesca Albanese come un problema da rimuovere. 

Allora io, da sinistra e in prima persona, le dico questo:

Se davvero pensi che a Gaza sia in corso qualcosa di più di una “crisi umanitaria”, se prendi sul serio la parola genocidio che viene dalle Nazioni Unite, non puoi continuare a tenere in casa chi fa propaganda per Israele dal parlamento dello Stato accusato, chi si fa fotografare coi coloni, chi scrive leggi-bavaglio, chi chiede misure forti contro le piazze per la Palestina, chi boicotta e umilia Francesca Albanese.

Espelli Fassino, Picierno, Delrio, Violante, chi difende la linea dei coloni, chi usa l’antisemitismo per colpire la solidarietà alla Palestina, chi lavora politicamente contro Albanese. Mettili fuori, apertamente. Di’ al Paese che quelle posizioni non sono compatibili con un partito che pretende di difendere il diritto internazionale e i diritti umani.

Se non lo fai, se tutto si riduce all’ennesimo comunicato di “presa di distanza” da Fassino e alla solita gestione cerchiobottista dei casi Picierno, Delrio, Violante, Funaro, Prodi, allora la verità è semplice: il PD è un luogo dove la complicità col genocidio è tollerata, anzi rappresentata nelle sue correnti più influenti.

Io, davanti ai bambini di Gaza che muoiono di bombe, di fame, di freddo e di infezioni, mentre la Corte Internazionale e le commissioni ONU parlano di genocidio, non ho più nessuna voglia di cercare attenuanti a questo partito. 

Per me la questione è chiusa:

un soggetto politico che, nel pieno di un genocidio, permette a dirigenti di spingersi fino a questo livello di adesione, copertura e normalizzazione del massacro, non è “la mia” sinistra.

È uno dei pilastri del nuovo ordine armato occidentale, che pretende di insegnare diritti umani al mondo mentre lascia che Gaza venga cancellata dalla mappa.

E finché questo non cambia, la mia risposta resterà la stessa, dura e semplice:

non è più una questione di sigle, è una questione di coscienza.

Oblio programmato. Come il cessate il fuoco ha reso invisibile il genocidio palestinese

Moni Ovadia lo aveva annunciato con lucidità crudele: il momento peggiore sarebbe arrivato dopo il cessate il fuoco. Non quando le bombe cadevano su Gaza in diretta mondiale, ma quando la guerra sarebbe stata congelata a metà, le macerie ormai accumulate e l’attenzione spostata altrove. È esattamente quello che sta accadendo.

Con la tregua, la Palestina è scivolata fuori dall’inquadratura. La guerra non è finita: è stata semplicemente espulsa dal discorso pubblico dominante, mentre sul terreno prosegue la distruzione lenta, amministrativa, “a norma di diritto” di un intero popolo. È un caso di scuola di ingegneria del consenso: il genocidio non viene negato frontalmente, viene lasciato evaporare nella distrazione generale.

Dal prime time al silenzio: l’arte di spegnere i riflettori

Durante i mesi più sanguinosi dell’offensiva su Gaza, televisioni e giornali erano costretti, loro malgrado, a fare i conti con l’orrore: ospedali colpiti, quartieri polverizzati, famiglie intere cancellate, il nome di Al-Shifa ripetuto fino alla nausea. Poi è arrivato il cessate il fuoco, presentato come “svolta diplomatica” e “inizio di un nuovo capitolo”.

Da quel momento la presenza della Palestina nei palinsesti ha iniziato a scalare come si scalano i farmaci: una notizia in meno al giorno, un collegamento in meno da Rafah, qualche articolo di taglio umanitario confinato nelle pagine interne. Fino a dissolversi quasi del tutto, mentre l’agenda si riempiva di altre emergenze: il Sudan di nuovo in fiamme, un nuovo fronte, un’ennesima crisi da raccontare con lo stesso linguaggio superficiale.

È il meccanismo tipico con cui il sistema mediatico gestisce le guerre “scomode”. Non si riconosce l’ingiustizia alla radice, la si trasforma in “crisi” come le altre, con un inizio e una fine televisiva. Una volta raggiunto il livello di distruzione ritenuto “sufficiente”, si dichiara conclusa la fase acuta e si archivia il caso. Sul terreno, però, la violenza continua sotto altre forme.

Algoritmi come frontiera coloniale: la censura digitale della Palestina

Questo processo di rimozione non riguarda solo i media tradizionali. Anche lo spazio digitale è stato normalizzato a colpi di algoritmo. Attivisti, giornalisti, utenti comuni hanno denunciato un drastico calo di visibilità dei contenuti su Gaza e Cisgiordania, con post che spariscono dai feed, profili congelati, account oscurati. Quello che viene chiamato “shadow banning” assume, in questo contesto, la forma di un vero e proprio colonialismo digitale.

Non si tratta solo di impressioni soggettive. Organizzazioni per i diritti umani hanno documentato come le piattaforme di Meta abbiano applicato in modo sistematico politiche di moderazione che penalizzano i contenuti pro-palestinesi, cancellando post, chiudendo account e oscurando storie che documentavano crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.

A questo si aggiungono i rilievi delle Nazioni Unite: una commissione e la Relatrice speciale sulla libertà di espressione hanno denunciato che molte piattaforme occidentali hanno rimosso in modo sproporzionato contenuti che esprimevano solidarietà al popolo palestinese rispetto a quelli che incitavano apertamente alla violenza contro di esso.

Dietro il linguaggio neutro delle “policy” – sicurezza, contrasto all’odio, contenuti sensibili – si nasconde un’operazione profondamente politica: rendere meno visibile, meno dicibile, meno condivisibile la sofferenza palestinese. È una forma di censura che non ha più bisogno della forbice del censore in redazione: basta un modello di machine learning addestrato sulla percezione dominante di chi è “pericoloso” e chi no. Il risultato è che il genocidio si consuma anche nella timeline, in un deserto di informazioni costruito artificialmente.

Gaza dopo il fuoco: un futuro cancellato, non una guerra finita

La narrazione del “cessate il fuoco” si infrange contro i numeri. Secondo le analisi satellitari delle Nazioni Unite, tra il 70 e l’80% degli edifici della Striscia è stato distrutto o danneggiato, con stime più recenti che parlano di oltre quattro strutture su cinque colpite in qualche modo. Ci sono più di 50 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere: solo per liberare il suolo servirebbero decenni e miliardi di dollari.

Parliamo di città in cui quasi tutte le abitazioni sono danneggiate, con infrastrutture vitali – ospedali, scuole, reti idriche, centrali elettriche – sistematicamente prese di mira. Le stime ONU parlano di decine di migliaia di morti, in maggioranza donne e bambini, e di milioni di sfollati interni costretti a vivere in accampamenti sovraffollati.

È in questo contesto che la tregua esplode nella sua vera natura: una pausa nell’uso massiccio delle bombe, accompagnata da un proseguimento delle violenze strutturali. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari – dal carburante alle attrezzature mediche, dai depuratori ai vestiti invernali – trasforma la fame, la sete, le malattie in nuove armi di guerra. Gli organismi umanitari avvertono da mesi che la popolazione del nord di Gaza è a rischio imminente di morire per fame, malattie e violenza combinati.

Oxfam e altre ONG hanno denunciato con chiarezza che il blocco degli aiuti viola il diritto internazionale umanitario e configura una responsabilità diretta di chi ostacola l’accesso a cibo, acqua e cure. Ma queste parole raramente arrivano al grande pubblico: non “fanno notizia” quanto il balletto diplomatico sui negoziati, i rimpalli di dichiarazioni tra governi occidentali e governo israeliano.

Nel frattempo, frammenti di report indipendenti parlano di “futuricidio”: non solo la distruzione di vite, ma l’annientamento sistematico delle condizioni minime perché un popolo possa immaginare un futuro sulla propria terra.

La Cisgiordania nell’ombra: annessione strisciante e violenza di coloni

Mentre Gaza monopolizzava il poco spazio rimasto nei media, in Cisgiordania si è consumata una tragedia parallela, spesso relegata a note a piè di pagina. Dal 2023 in avanti, i dati dell’Ufficio ONU per gli Affari Umanitari raccontano di una escalation costante di violenza dei coloni, di operazioni militari nei campi profughi, di comunità intere costrette allo sfollamento. Migliaia di palestinesi, tra cui moltissimi bambini, sono stati cacciati dalle loro case e terre a causa degli attacchi dei coloni e delle restrizioni imposte dall’esercito israeliano.

In parallelo, il governo israeliano ha accelerato l’espansione delle colonie. Un rapporto dell’Unione Europea segnala che nel solo 2024 sono stati avanzati quasi 29.000 nuovi alloggi nei territori occupati, consolidando una presenza coloniale che supera ormai i 730.000 coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nel 2025, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato la legalizzazione e la creazione di 22 nuovi insediamenti, il più grande salto in avanti nel progetto di colonizzazione dalla stagione degli accordi di Oslo.

È qui che si comprende il vero “uso politico” del cessate il fuoco: mentre l’opinione pubblica viene persuasa che la fase di emergenza è alle spalle, sul terreno si consolidano fatti compiuti irreversibili. Terreni confiscati, comunità spezzate da strade di collegamento per i coloni, avamposti improvvisati che in pochi mesi diventano “quartieri” destinati a essere integrati nello Stato israeliano. L’annessione de facto procede pezzo per pezzo, sotto l’ombrello di un diritto internazionale continuamente invocato e regolarmente violato.

La complicità dei “garanti” dell’ordine internazionale

Tutto questo non avviene nel vuoto. I governi occidentali che si presentano come custodi dell’ordine liberale globale continuano a garantire al governo israeliano appoggio politico, copertura diplomatica e forniture di armi. Solo a fronte delle denunce più gravi – come le valutazioni degli organi ONU secondo cui esiste un rischio plausibile di genocidio nelle operazioni condotte a Gaza – alcune capitali europee hanno iniziato a parlare, timidamente, di revisione degli accordi e di possibili sospensioni.

Oxfam ha ricordato più volte che, finché accordi commerciali preferenziali e vendite di armamenti proseguiranno come se nulla fosse, l’Unione Europea e i suoi Stati membri si renderanno complici delle violazioni del diritto internazionale umanitario.

Il copione è noto: dichiarazioni di “profonda preoccupazione”, appelli alla “moderazione delle parti”, richiami verdi alle “indagini indipendenti”, mentre sul terreno si consuma una politica di espulsione e frammentazione del popolo palestinese pensata da anni. L’ipocrisia è tutta qui: si proclama la centralità dell’ordine giuridico internazionale, ma quando una delle potenze alleate viene accusata di crimini gravissimi, l’ordine si trasforma in foglia di fico.

La libertà come memoria: contro il genocidio dell’oblio

Lo storico Yosef Hayim Yerushalmi ricordava che la libertà si fonda sulla memoria. Dimenticare – o far dimenticare – un genocidio in corso significa accettarne la continuazione. Nel caso palestinese, la rimozione non è un effetto collaterale: è parte integrante della strategia. Tagliare la connessione tra ciò che accade sul terreno e la coscienza delle persone è oggi una funzione centrale tanto dei media mainstream quanto delle piattaforme digitali.

Resistere a questo processo significa assumere la memoria come pratica politica. Vuol dire rifiutare la narrazione tranquillizzante del “dopo la guerra”, continuare a nominare Gaza come ciò che è: non un disastro naturale, ma il prodotto di scelte militari e politiche precise; non un “conflitto simmetrico”, ma l’esito di decenni di occupazione, colonizzazione e apartheid.

È qui che entra in gioco la responsabilità dei movimenti, dei collettivi, dei sindacati, delle comunità studentesche, delle realtà culturali e dei media indipendenti. Tenere viva la questione palestinese non è un gesto di solidarietà astratta, ma un atto di difesa del diritto internazionale e della stessa idea di democrazia. Significa:
• sostenere le inchieste indipendenti e le azioni giudiziarie internazionali
• documentare, archiviare, tradurre testimonianze e rapporti dal campo
• smontare la propaganda che equipara ogni critica a Israele all’antisemitismo
• esercitare pressione politica concreta, dalla sospensione degli accordi militari ai boicottaggi economici e accademici.

Il cessate il fuoco, in questa prospettiva, non è la fine della storia ma il momento in cui si decide se il genocidio verrà archiviato come “tragico eccesso” o riconosciuto per ciò che è, chiamando per nome i responsabili.

O si sta dalla parte del diritto, o dalla parte dell’oblio

La rimozione del genocidio palestinese dal discorso pubblico, dopo la tregua, è un test di civiltà globale. Non è solo la misura della potenza militare di Israele o della fragilità del popolo palestinese. È lo specchio della crisi morale e politica dell’Occidente, che preferisce silenziare la realtà piuttosto che mettere in discussione i propri alleati e il proprio ruolo.

In gioco non c’è solo il destino di Gaza o della Cisgiordania. C’è la credibilità di parole come “diritti umani”, “ordine internazionale”, “mai più”, svuotate ogni giorno in cui si accetta che un popolo venga schiacciato sotto le macerie – fisiche e simboliche – nel silenzio quasi generale.

Opporsi all’oblio programmato significa prendere posizione. Non esiste neutralità possibile: o si sta dalla parte del diritto, della memoria e della giustizia, o si finisce, per inerzia, dalla parte di chi conta sui nostri occhi rivolti altrove.

Cacciato per una domanda: anatomia di un tabù occidentale

C’è un dettaglio che rende questa storia più grande del caso personale di Gabriele Nunziati. Il collega non ha insultato nessuno, non ha diffuso fake news, non ha violato segreti. Ha fatto quello che deve fare un cronista in un sistema democratico: mettere in relazione due principi dichiarati dall’Unione europea e chiedere se valgono per tutti. Il 13 ottobre, nel briefing di mezzogiorno a Bruxelles, ha chiesto alla portavoce della Commissione, Paula Pinho, se – alla luce della continua richiesta europea che la Russia paghi la ricostruzione dell’Ucraina – anche Israele dovrà pagare la ricostruzione di Gaza, dopo averla devastata. La portavoce ha trovato la domanda “interessante” ma ha scelto di non rispondere. Due settimane dopo l’agenzia per cui Nunziati lavorava, Nova, ha interrotto la collaborazione, definendo la domanda “tecnicamente sbagliata” e “fuori luogo”.

Qui non siamo davanti a un semplice contenzioso aziendale. Siamo davanti al segnale di un’epoca in cui la verità – o anche solo la ricerca di coerenza – viene messa sotto tutela quando tocca il nervo scoperto del conflitto israelo-palestinese e del ruolo dell’Occidente. Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti lo ha capito subito, infatti ha parlato di “sconcerto” e ha ricordato una cosa ovvia ma oggi rivoluzionaria: non si può essere licenziati per aver posto una domanda. Ha chiesto il reintegro. Non è un atto corporativo, è un atto politico nel senso più alto: difendere la possibilità di fare domande scomode allo stesso livello della libertà di informare.

Perché questa domanda dà così fastidio

La domanda di Nunziati è logica, non ideologica. L’UE ha ribadito decine di volte che “la Russia dovrà pagare” per la distruzione arrecata all’Ucraina. È una chiave morale e giuridica: chi distrugge, paga. Il collega ha solo verificato se questo principio vale anche quando il distruttore è un alleato politico e militare dell’Occidente. Nel momento in cui si applica il principio di responsabilità ai nemici e lo si nega agli amici, il giornalista ha il dovere di mostrarlo. Ed è proprio quel gesto, la messa allo specchio, che diventa oggi intollerabile.

Il dettaglio forse più rivelatore è la smentita della Commissione: Bruxelles ha detto di non aver fatto alcuna pressione sull’agenzia, scaricando la responsabilità su Nova. Significa che il potere politico, almeno ufficialmente, non ha censurato. È l’azienda editoriale che ha deciso che quella domanda “metteva in imbarazzo”. Qui sta il cuore del problema: non serve più la censura di Stato se le redazioni interiorizzano il perimetro del dicibile e puniscono da sole chi lo supera. È un’autocensura privatizzata.

La stampa sotto attacco

Per capire fino in fondo perché questo caso è grave, bisogna guardare a Gaza. Lì, nello stesso arco temporale in cui a Bruxelles un cronista perde il lavoro per una domanda, è in corso il più grande massacro di giornalisti mai registrato in un conflitto moderno. Le Nazioni Unite, il Committee to Protect Journalists, la Federazione internazionale dei giornalisti e Reporters Without Borders hanno documentato che dal 7 ottobre 2023 a oggi in Gaza sono stati uccisi oltre 240 giornalisti e operatori dei media, quasi tutti palestinesi; alcune ricostruzioni incrociate arrivano a 270 nomi entro l’agosto 2025. È una cifra spaventosa, che non ha precedenti e che fa dire agli organismi internazionali che Gaza è il luogo più letale al mondo per chi fa informazione. Israele ha colpito case, auto contrassegnate stampa, tende stampa negli ospedali, redazioni, e ha continuato a impedire l’ingresso stabile di reporter stranieri, costringendo i palestinesi a raccontare da soli la propria distruzione. È la fotografia di una stampa sotto attacco, fisico e deliberato. 

Quando in un luogo muoiono più di duecento reporter nel tentativo di mostrare al mondo ciò che succede e in un altro luogo, nel cuore dell’Europa, un giornalista viene allontanato perché prova a collegare Gaza alle responsabilità di chi la bombarda, il messaggio che passa è unico: le domande su Gaza sono pericolose. A sud si eliminano i testimoni, a nord si scoraggiano quelli che potrebbero far notare la contraddizione. È la stessa filiera del silenzio, solo applicata con strumenti diversi.

Un clima costruito negli anni

Non è un episodio isolato. Nel 2024 Israele ha chiuso e perquisito le strutture di Al Jazeera, giustificando la mossa con la sicurezza nazionale: è stato un colpo frontale alla libertà di stampa e le associazioni internazionali hanno parlato di tentativo di spegnere la luce su Gaza. Se uno Stato in guerra prova a spegnere le telecamere, lo capiamo: è nella logica dei conflitti. Ma quando lo stesso silenziamento, più sottile, arriva dentro le capitali europee, allora siamo davanti a un’osmosi pericolosa tra agenda politico-militare e filtri informativi. 

Nello stesso 2024-2025 una lunga serie di organizzazioni europee dei giornalisti ha chiesto all’UE di sanzionare Israele per gli attacchi sistematici ai reporter palestinesi e per l’impedimento all’accesso a Gaza: il problema è noto, documentato, nominato. Ma mentre le organizzazioni rivendicano più libertà, dentro alcune testate cresce l’ansia di essere accusate di vicinanza a posizioni non gradite solo perché si dà voce a un punto di vista non allineato. È lo stesso argomento usato da Nova per giustificare il licenziamento: il video della domanda era circolato su canali non graditi, quindi il problema non era solo la domanda, ma chi se n’era appropriato. È l’argomento perfetto per criminalizzare la notizia in base a chi la condivide. 

La fase che opprime le domande

Siamo in un periodo storico che opprime la verità e le domande lecite. Su Gaza e, più in generale, sui conflitti in cui l’Occidente è parte in causa, si è formato un recinto semantico. Dentro ci stanno le formule sul diritto alla sicurezza di Israele, le condanne agli attacchi terroristici, la generica preoccupazione umanitaria. Fuori dal recinto restano le domande sulle responsabilità materiali delle distruzioni, sulle catene di comando, sul doppio standard nell’applicazione del diritto internazionale. Chi prova a uscire dal recinto non viene arrestato, ma viene delegittimato, isolato, a volte cacciato.

In altri Paesi europei si è andati anche oltre. In Germania, per esempio, la stretta contro la solidarietà con la Palestina è diventata un modello: eventi annullati, attivisti identificati, slogan criminalizzati, perfino parlamentari richiamati per frasi ritenute filopalestinesi. È un contesto che educa i media alla prudenza e li spinge a non farsi associare a ciò che lo Stato ha marcato come sensibile. Il risultato è che la domanda giornalistica viene trattata come una provocazione politica. 

Perché il caso Nunziati riguarda tutti

Questo episodio colpisce perché avviene a Bruxelles, cioè nel luogo che ogni giorno fa la morale al mondo su libertà di stampa e stato di diritto. Se nel cuore dell’UE un giornalista perde il lavoro per aver chiesto coerenza sull’applicazione del diritto internazionale, mentre a pochi chilometri di distanza dalle nostre coscienze vengono uccisi centinaia di reporter che tentano di documentare un massacro, allora possiamo dire che la libertà di stampa non è più solo minacciata da regimi altri, ma anche da filiere editoriali europee che hanno paura di disturbare gli equilibri geopolitici del momento. È lo stesso meccanismo che porta Israele a impedire a reporter stranieri di entrare a Gaza: meno occhi, meno domande, meno responsabilità. 

Che cosa rivendicare adesso

Primo: la reintegrazione, perché lo chiede l’organismo di categoria ed è l’unico modo per dire che la domanda giornalistica non è una colpa.

Secondo: la trasparenza dell’agenzia Nova sulle motivazioni reali, perché la formula “tecnicamente sbagliata” è troppo vaga e lascia intendere che non si debbano fare domande su questioni politicamente spinose.

Terzo: che la Commissione europea, se davvero non ha fatto pressioni, lo dica con più forza e colga l’occasione per ribadire che le domande sulla proporzionalità dell’uso della forza di Israele, sulla distruzione delle infrastrutture civili e sulla futura ricostruzione di Gaza sono legittime e rientrano nel dibattito pubblico europeo. Non basta dire “non abbiamo chiamato l’agenzia”, bisogna dire “quella domanda è legittima”.

E poi c’è la battaglia più ampia: pretendere un’inchiesta internazionale sulla strage di giornalisti a Gaza e legarla, senza timidezze, alla questione europea della libertà di stampa. Perché se si accetta che quasi trecento reporter possano essere uccisi in meno di due anni senza che i responsabili ne rispondano, sarà più facile accettare anche che un cronista europeo venga messo alla porta per una domanda scomoda. Le due cose stanno insieme, fanno parte dello stesso tempo politico.

Fonti principali: ONU, Committee to Protect Journalists, International Federation of Journalists, Reporters Without Borders, comunicazioni Odg italiano.