Il cosiddetto “piano di pace” per Gaza, annunciato da Donald Trump al fianco di Benjamin Netanyahu, non è un negoziato ma un diktat. Presentato come un’occasione storica per stabilizzare la regione, nei fatti si configura come un documento costruito ad uso e consumo di Israele e delle grandi lobby occidentali, con la Palestina ridotta a protettorato sotto tutela coloniale.
Hamas: “Serve Israele, non il popolo palestinese”
Un alto dirigente di Hamas ha dichiarato alla BBC che il movimento difficilmente accetterà la proposta. Le condizioni poste da Trump – disarmo totale, consegna delle armi e accettazione di una Forza internazionale di stabilizzazione – sono viste come nuove forme di occupazione. Secondo Hamas, il piano non tiene conto delle sofferenze e delle aspirazioni del popolo palestinese e “serve esclusivamente gli interessi di Israele”.
Il gergo dell’orrore: “finire il lavoro”
La frase pronunciata da Netanyahu – “se Hamas rifiuta l’offerta, finiremo il lavoro a Gaza” – e ripresa da Trump con un inquietante “Israele avrà il mio pieno sostegno per finire il lavoro” è già entrata nella storia del linguaggio politico come una delle più oscene. Lavoro come sinonimo di sterminio: un lessico che cancella l’orrore, normalizzandolo. In quelle tre parole si condensano i massacri di civili, i bambini uccisi a centinaia, la devastazione sistematica di Gaza. Un linguaggio che disumanizza e legittima, e che molti media occidentali ripetono senza scandalo, quasi fosse naturale parlare di genocidio come fosse un mestiere.
L’Italia allineata e l’ambizione coloniale
La presidente del Consiglio italiana si è schierata apertamente a sostegno dell’iniziativa americana, arrivando ad accusare la Flotilla della possibile destabilizzazione del fragile equilibrio evocato dal piano. Un rovesciamento paradossale: chi cerca di rompere l’assedio per portare viveri e medicinali viene additato come pericolo per la pace, mentre i responsabili del blocco e dei bombardamenti sono considerati partner indispensabili.
Ma dietro c’è altro: la premier ha fatto trasparire la volontà di sedere al tavolo del “Board of Peace” presieduto da Trump e Blair, offrendo l’invio dei Carabinieri come forza di polizia nel futuro protettorato di Gaza. Una proposta che sa di pedaggio coloniale più che di contributo alla pace.
Tony Blair, il regista dell’affare
Che Blair sia stato scelto come supervisore non sorprende. L’ex premier britannico, ricordato per le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq, non ha mai pagato un prezzo politico o giudiziario. Da allora ha costruito un impero di lobbying e consulenze a favore di regimi autoritari, da Nazarbayev a Gheddafi, passando per i monarchi del Golfo.
Come inviato del Quartetto, sfruttò la sua posizione per favorire progetti economici in Cisgiordania, tra cui un contratto con Wataniya Telecom legato a JP Morgan, che lo pagava due milioni di sterline l’anno. Spinse per il gasdotto Gaza Marine di British Gas, in un intreccio di conflitti di interesse così eclatanti da costargli l’incarico.
Oggi guida il Tony Blair Institute for Global Change, che raccoglie 145 milioni di sterline l’anno e il cui principale finanziatore è Larry Ellison, fondatore di Oracle e principale donatore privato delle forze armate israeliane. Ellison ha versato oltre 200 milioni di sterline all’istituto di Blair, e attraverso Oracle sostiene centri di ricerca in Israele sull’intelligenza artificiale per la sicurezza militare. Amico personale di Netanyahu, Ellison è il perfetto anello di congiunzione tra potere finanziario, lobby pro-Israele e politica americana.
Gli interessi dietro il “Board of Peace”
Il Consiglio della Pace – presieduto da Trump e Blair – appare come il cavallo di Troia per spogliare i palestinesi del controllo sul proprio futuro. Gaza verrebbe amministrata da un “comitato tecnocratico”, con esclusione tanto di Hamas quanto dell’Autorità nazionale palestinese. Non una pace, ma una colonizzazione 2.0: governance occidentale, affari miliardari di ricostruzione, flussi di denaro dal Golfo all’economia americana. Come ha scritto Chiara Cruciati, si tratta di una “stabilità regionale camuffata da pace che non prevede liberazione”.
Riserve dal mondo arabo
La narrazione di un consenso internazionale è già incrinata. Paesi arabi inizialmente favorevoli – come Qatar, Egitto e Giordania – hanno espresso riserve dopo le modifiche al testo apportate da Washington su pressione israeliana: spariti i riferimenti al ritiro delle truppe, nessun calendario per il trasferimento di poteri all’ANP, nessun percorso chiaro verso la nascita di uno Stato palestinese. Una cancellazione che riporta alla mente le infinite “trappole negoziali” del passato.
Le ambiguità di Netanyahu
Secondo l’analista Meron Rapoport, Netanyahu ha raccontato in patria una versione distorta del piano, presentandolo come una vittoria israeliana. In realtà, la Casa Bianca parlava di un ritiro graduale e di un ruolo (pur marginale) per l’Autorità palestinese. Una differenza di prospettiva che rivela il cinismo di Netanyahu: usare il piano per blindare il consenso interno e prepararsi a elezioni anticipate, anche a costo di bruciare l’occasione di una tregua reale.
Ma se il piano fallisse, Israele perderebbe l’occasione storica di completare la pulizia etnica. Per questo l’ultradestra lo pressa e i coloni pretendono garanzie sull’annessione della Cisgiordania. Netanyahu è stretto tra le famiglie degli ostaggi, che chiedono accordi, e l’estrema destra che non vuole compromessi.
ONU e comunità internazionale
Il segretario generale Guterres ha invocato il cessate il fuoco e l’accesso umanitario, ma resta in un vicolo cieco. Netanyahu ha già escluso ogni ipotesi di due Stati, mentre il genocidio prosegue. Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno corretto il piano per renderlo più appetibile a Israele e più tossico per i palestinesi.
Conclusione
Il “piano di pace” di Trump e Netanyahu non è che l’ennesima messa in scena di una colonizzazione mascherata. Dietro le promesse di ricostruzione e stabilità si nasconde un progetto di controllo politico ed economico: Gaza come colonia israelo-americana, amministrata da Blair e benedetta dai miliardari che finanziano l’esercito israeliano.
“Finire il lavoro” non è solo un gergo orribile: è la formula con cui si vuole chiudere la questione palestinese cancellandone l’esistenza politica. Ma nessun piano, nessun board, nessun miliardo potrà occultare la verità: sette milioni di palestinesi vivono su quella terra, e non saranno spazzati via da un documento firmato a Washington.
Fonti principali:
BBC, Associated Press, ONU (dichiarazioni di António Guterres), +972 Magazine (analisi di Meron Rapoport), articoli di Chiara Cruciati (il manifesto), inchieste su Tony Blair Institute for Global Change e Larry Ellison (Guardian, Middle East Eye, Haaretz).