Quando finiscono le uccisioni: chi decide il “day after” di Gaza?
La tregua come cantiere del controllo: perché senza autodeterminazione la pace è solo una parentesi.
Alcune condivisioni online riportano “decisioni”; la citazione corretta, pronunciata da Moni Ovadia, è “uccisioni”. La riportiamo integralmente: “State attenti al momento in cui finiranno le uccisioni… sempre decide per sé il popolo palestinese. Non Trump. E men che meno Netanyahu”.
Partiamo da quel monito semplice e spiazzante di Moni Ovadia: l’ora più pericolosa non è (solo) quella dei bombardamenti — è quella che segue, quando “finiscono le uccisioni”. È lì che spesso si scrive, nei retrobottega della diplomazia e della propaganda, il copione del “dopo”: chi amministra, chi controlla, chi decide al posto di chi.
E su questo punto il suo messaggio è netto: decide il popolo palestinese. Non Trump. E men che meno Netanyahu.
Dopo la tregua comincia il progetto (di chi?)
Le tregue servono a salvare vite e a far entrare aiuti, certo. Ma storicamente sono anche il momento in cui prende forma l’architettura del controllo: zone cuscinetto che diventano terre di nessuno, “piani per il day after” che congelano lo status quo, commissariamenti di fatto travestiti da sicurezza. Nell’ultimo anno e mezzo, intorno alla Striscia, l’allargamento della “buffer zone” ha già cancellato fasce di territorio agricolo e infrastrutture, mentre il premier israeliano ha dichiarato l’intenzione di mantenere il controllo di sicurezza su Gaza anche “dopo”. È il classico schema: si sposta la linea oggi per renderla “nuova normalità” domani.
Frammentare per dominare
Chi conosce Cisgiordania e Gaza sa che la parola chiave è frammentazione: geografica, amministrativa, sociale. Dall’assetto per aree (A/B/C) alle restrizioni su movimento e accessi, fino alla crescita di ostacoli e cancelli negli ultimi mesi, tutto racconta un popolo diviso in isole, dipendente da permessi e checkpoint. È un terreno perfetto per qualsiasi “pace gestionale” che tenga insieme due principi tossici: massima governabilità, minima sovranità palestinese. I dati di campo (OCHA) registrano l’intensificarsi degli ostacoli alla circolazione; le analisi di B’Tselem descrivono la strategia a lungo termine della frammentazione.
Il “day after”: opzioni sul tavolo e linee rosse
Nell’ultimo biennio abbiamo visto circolare bozze e “concept paper” su scenari di trasferimento forzato verso il Sinai (smentiti ufficialmente ma rivelatori dell’orizzonte di alcuni decisori), e versioni del “dopoguerra” che prevedono un’amministrazione palestinese depurata e un controllo di sicurezza israeliano permanente. In parallelo, il “dopo” viene spesso incorniciato da vertici globali dove i palestinesi rischiano il ruolo di comparse: ed è qui che il monito “decide il popolo palestinese” va scolpito, perché nessun summit — con o senza Trump — può legittimare soluzioni calate dall’alto.
La cortina del silenzio: informazione e accountability
Ogni tregua porta con sé un pericolo: lo spegnersi dei riflettori. Se cala il clamore, diventa più facile riscrivere i fatti, ridurre l’accesso ai reporter, normalizzare l’anomalia. In questi due anni è stata la stampa palestinese a raccontare Gaza al mondo, pagando un prezzo altissimo. Per questo, oggi, mentre molte redazioni chiedono accesso libero alla Striscia, la tutela della stampa non è un dettaglio “corporativo”: è la condizione minima per impedire che la verità venga sepolta sotto le macerie diplomatiche.
La bussola del diritto: l’autodeterminazione non si negozia
Qui non serve inventare concetti nuovi: esistono già. Dal 1974 l’Assemblea Generale dell’ONU riconosce come “inalienabile” il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, indipendenza e sovranità; lo stesso diritto apre i due Patti del 1966 (civili e politici; economici, sociali e culturali). La Corte internazionale di giustizia — nel parere del 2004 e, più recentemente, nel 2024 — ha ribadito che le politiche che negano quel diritto sono illegali e che va rimosso ciò che lo ostacola. Tradotto: nessun “dopoguerra” può essere credibile se non parte da qui.
Che cosa significa, in pratica, “decide il popolo palestinese”
Provo a stringere in pochi punti, per essere chiari e operativi anche nella nostra comunicazione pubblica e nel lavoro politico:
1. Fine effettiva del blocco, con garanzie verificabili. Corridoi umanitari non sono una soluzione: serve libertà di movimento di persone e merci, con meccanismi di monitoraggio terzi. Ogni “eccezione” che si cronicizza è una nuova gabbia.
2. Stop a zone cuscinetto permanenti e ingegnerie territoriali unilaterali. Una tregua che congela la perdita di territorio è una sconfitta travestita da pace.
3. Ricostruzione a guida palestinese. Consigli municipali, sindacati, università, ordini professionali: la ricostruzione non può essere appaltata a “consorzi” tutelati da chi ha bombardato.
4. Accesso libero alla stampa e protezione dei giornalisti. Senza occhi indipendenti, il “dopo” diventa una black box.
5. Accountability internazionale. L’architettura del dopo deve includere giustizia: risarcimenti, indagini, rispetto delle decisioni e dei pareri delle corti internazionali. Altrimenti si prepara la prossima guerra.
6. Mandato politico e calendario democratico. Le forme di governo del dopo non possono essere nominate dall’esterno: vanno costruite con un mandato chiaro, tempi certi e osservazione internazionale, non sotto tutela militare.
7. Ruolo dell’Europa e dell’Italia. Non basta “facilitare”: servono atti conseguenti (licenze d’armi, condizionalità sugli accordi, riconoscimento pieno dello Stato di Palestina coerente con il diritto internazionale).
Perché il momento più delicato è adesso
Perché in queste ore si fissano i pilastri che poi nessuno vorrà più toccare. Perché il linguaggio della sicurezza ha una forza ipnotica: promette ordine, e intanto istituzionalizza l’eccezione. Perché la fatica, l’orrore e il bisogno di “voltare pagina” possono diventare l’alibi perfetto per accettare l’inaccettabile. E perché la comunità internazionale è bravissima a passare dal pathos alla gestione: piani, fondi, conferenze — tutto ciò che serve per farci dimenticare la domanda vera: chi decide?
Qui la risposta di Ovadia è anche la nostra: decide il popolo palestinese, con i suoi rappresentanti, i suoi corpi intermedi, le sue comunità. A noi — giornalisti, attivisti, cittadini, istituzioni — spetta un compito molto concreto: impedire che la tregua diventi la vernice di un nuovo regime di smembramento. Pretendere trasparenza, accesso, diritti. E ripetere, finché serve, che la pace non è un insieme di barriere più ordinate: è sovranità, libertà, dignità. Senza queste, la tregua è solo l’intervallo tra due atti della stessa tragedia.
Fonti : – Intervento di Moni Ovadia (citazione: “quando finiranno le uccisioni… decide per sé il popolo palestinese”).
– AP / PBS sul tema “buffer zone” e intenzione di mantenere il controllo di sicurezza su Gaza nel “dopo”.
– +972 Magazine e Times of Israel sui “concept paper” di trasferimento verso il Sinai e sugli scenari del day after.
– OCHA oPt e B’Tselem su checkpoint, ostacoli al movimento e frammentazione territoriale.
– The Guardian e Committee to Protect Journalists su accesso dei media a Gaza e bilancio dei giornalisti uccisi.
– Risoluzioni ONU sull’autodeterminazione del popolo palestinese; Parere CIJ 2004 sul muro e sviluppi 2024.