C’è chi la chiama “Pax americana”, chi si spinge a parlare di “giorno storico”. La verità è più semplice e più dura: quella in corso non è una pace, è una tregua militare calata dall’alto per mettere ordine nella tempesta, congelare il conflitto e ripartire con gli stessi rapporti di forza. A Gaza la vita continua a essere compressa dentro un esperimento di dominio: fame, assedio, confinamento. E se la diplomazia di Trump sbandiera un piano in 20 punti, il cuore del problema resta intatto: il colonialismo israeliano non si ferma con gli slogan, né con le foto di rito.
Che cosa c’è davvero nell’accordo
La prima fase del pacchetto negoziato tra Washington, Qatar, Egitto e Turchia ha prodotto uno scambio: rilascio degli ultimi ostaggi vivi da parte di Hamas e liberazione di circa 1.900 prigionieri palestinesi da parte di Israele, con una finestra di cessate il fuoco e promessa di corridoi umanitari. Tutto importante per chi rivede un familiare, ma politicamente fragile: il documento presentato a Sharm el-Sheikh è pieno di buone intenzioni e scarso di meccanismi vincolanti; persino la firma israeliana e quella di Hamas non compaiono nella cerimonia, a conferma del carattere per ora “gestionale”, non risolutivo, dell’intesa. Nel frattempo i vertici militari israeliani ripetono che le infrastrutture sotterranee di Hamas restano “un’arma strategica” e che andrebbero “eliminate” – esattamente il contrario di una smobilitazione. È la grammatica della tregua, non della pace.
Gaza dopo due anni: i numeri dell’abisso
I dati accumulati in questi mesi raccontano un disastro umano e materiale. Decine di migliaia di palestinesi uccisi (oltre 67.000 secondo fonti sanitarie citate da ONU e agenzie), un sistema sanitario collassato, un’intera generazione senza scuola. E soprattutto la fame: l’IPC ha confermato la carestia (Fase 5) nel Governatorato di Gaza, con oltre mezzo milione di persone intrappolate nella catastrofe alimentare e proiezioni di espansione verso sud. Questi numeri, già intollerabili, sono stati definiti da giuristi e organismi internazionali coerenti con il rischio – e ora l’accertamento di atti – di genocidio; la Corte internazionale di giustizia ha imposto misure provvisorie nel 2024, rimaste ampiamente disattese. Chiamarla “pace” mentre si governa la fame è un insulto semantico prima ancora che politico.
La “linea gialla” e l’architettura del controllo
Al netto dei comunicati, ciò che conta è la geografia del potere. Negli ultimi due anni Israele ha costruito e consolidato corridoi militari che sezionano la Striscia: il Netzarim Corridor al centro, il Philadelphi lungo il confine egiziano, altri assi che trasformano Gaza in un mosaico di enclavi. Se la tregua si traduce nel semplice arretramento su una “linea gialla” interna – con il Valico di Rafah sotto stretto controllo e passaggi umanitari gestiti in logica securitaria – non siamo davanti a una soluzione, ma all’ennesima amministrazione dell’assedio. La mappa non restituisce libertà: certifica l’incarcerazione di un popolo.
L’onda lunga delle piazze
Qui entra in gioco l’unica novità vera di queste settimane: le piazze. In Italia il 3 e 4 ottobre hanno segnato un salto di qualità, con scioperi generali e manifestazioni imponenti, a dispetto dei tentativi di sminuire o criminalizzare. La CGIL ha proclamato lo sciopero “in difesa della Flotilla, della Costituzione e per Gaza”, mentre reti di base e sindacati conflittuali hanno spinto nei porti, nelle stazioni, nei nodi logistici. Le stime oscillano – da centinaia di migliaia a oltre due milioni – ma il dato politico è chiarissimo: il sostegno alla Palestina è diventato fenomeno di massa e interclassista, con una spinta forte di giovani e lavoratori della logistica, della scuola, dei servizi.
Questo risveglio è nato anche da un fatto concreto: l’attacco e il sequestro della Global Sumud Flotilla in acque internazionali e la risposta immediata di decine di città, mentre droni militari monitoravano le imbarcazioni nel tratto cretese-egeo. Non un totem simbolico, ma il nervo scoperto del blocco, reso improvvisamente visibile anche agli indifferenti.
Repressione e “ordine”. La legge che punisce i corpi
Di fronte all’onda, il governo Meloni ha imboccato la via consueta: nuove norme penali contro i blocchi, strette sull’agibilità democratica, minacce e sanzioni sugli scioperi “illegittimi”. Il “Decreto Sicurezza” convertito nel 2025 criminalizza persino il semplice sedersi in strada in forma collettiva, con pene fino a due anni: una scelta denunciata da Amnesty, HRW e giuristi come un attacco frontale al diritto di protesta. Non è un dettaglio tecnico: è l’altra faccia della complicità italiana con l’assedio, l’adeguamento interno a una politica estera subalterna.
Dalla “testimonianza” al potere sociale
Se la “Pax americana” è, nei fatti, una tregua d’Impero, la domanda è cosa può fare il movimento perché non si spenga in rituale. Alcuni passaggi sono ormai obbligati:
1. Spezzare i legami materiali con la macchina di guerra: porti (Genova, Livorno), interporti, scali aeroportuali, forniture dual use, polizze assicurative e shipping verso Israele. Non slogan, ma vertenze territoriali e sindacali con obiettivi misurabili.
2. Internazionalizzare la pressione: coordinamento stabile con reti in Europa e nel Mediterraneo per impedire la normalizzazione dell’assedio e proteggere chi protesta dalla repressione, che ormai viaggia in parallelo nei diversi ordinamenti nazionali.
3. Legare Gaza al conflitto sociale in casa: salari, casa, sanità, scuola. La stessa legge che punisce un picchetto rende più facile reprimere la solidarietà ai palestinesi; la stessa spesa militare che cresce taglia i servizi. La pace non è un capitolo estero: è una politica interna.
Il quadro regionale: potenze, missili e cartine
Sullo sfondo, il confronto di potenza non si ferma. Teheran fa filtrare – tra smentite e conferme – l’idea di rimuovere il vecchio limite “politico” di 2.000-2.200 km sulla gittata dei missili; i vertici dei Pasdaran parlano apertamente di estensioni “fino a dove necessario”. È il linguaggio del deterrente, minaccioso e speculare a quello di Israele. E mentre Netanyahu continua a usare mappe e cartelli persino all’ONU – ieri per teatralizzare la guerra, ieri l’altro per cancellare la Palestina dalla cartina – la sostanza non cambia: confini mobili per l’occupato, impunità per l’occupante. Ecco perché la tregua non è la fine del genocidio: è, nel migliore dei casi, la sua amministrazione.
Chiamare le cose col loro nome
Non c’è “equidistanza” possibile tra chi assedia e chi è assediato. Non c’è neutralità nel governare la fame. Non c’è pace nel ridisegnare corridoi militari e recinti più stretti. La “Pax americana” a Gaza è una tregua utile ai governi occidentali e all’alleato israeliano per alleggerire la pressione delle piazze e ricompattare i dossier regionali; il nostro compito è l’opposto: far contare quelle piazze dentro i rapporti di produzione e di potere, fino a rendere impraticabile l’ennesimo capitolo dell’ipocrisia. La Palestina non chiede pietà, chiede giustizia. E giustizia, oggi, significa bloccare la complicità, nominare il genocidio, pretendere ritiro, fine dell’assedio e libertà reale. Il resto sono cartoline per le telecamere.
Riferimenti essenziali: Scambio ostaggi/prigionieri e cessate il fuoco; quadro del “piano in 20 punti”: Financial Times; Wall Street Journal; Council on Foreign Relations; Welt; Al Jazeera (live).
– Vittime e distruzioni: Reuters; OCHA-oPt (snapshot); The Guardian (dossier).
– Carestia e malnutrizione: IPC/WHO; UNRWA/Lancet; WFP.
– Corridoi e controllo del territorio: Reuters (grafica Netzarim/Philadelphi); Britannica (Philadelphi).
– Global Sumud Flotilla e monitoraggio droni: Reuters; Jerusalem Post; Times of Israel.
– Scioperi e piazze in Italia: CGIL (comunicati e adesioni), Rainews; Labor Notes/Truthout (stime alte autoriportate).
– Stretta repressiva: Amnesty; HRW; JURIST.
– Teheran e gittata missili: Reuters; Jerusalem Post; Iran International (dichiarazione parlamentare).
– Netanyahu e le “mappe”: AP; Jerusalem Post (mappa 2023).