Nuovo rapporto ONU: “Gaza Genocide: A Collective Crime” (A/80/492), firmato dalla relatrice speciale Francesca Albanese. Un atto d’accusa che definisce il massacro a Gaza un crimine collettivo e chiama in causa Stati e imprese.
C’è un punto di non ritorno che il nuovo rapporto della relatrice speciale ONU Francesca Albanese rende impossibile eludere: il genocidio a Gaza non è solo l’azione di una potenza occupante. È un crimine collettivo, reso possibile da una filiera internazionale di aiuti militari, coperture diplomatiche, forniture “dual use” e profitti aziendali. Il documento A/80/492 — “Gaza Genocide: A Collective Crime” — parla di una campagna di distruzione intenzionale e sistematica, ricostruita su basi probatorie ampie e con un messaggio netto: la prevenzione e la responsabilità non sono più opzionali.
Che cosa documenta il rapporto ONU
Il testo presentato all’Assemblea generale mette in fila elementi classici dell’intento genocidario: distruzione di infrastrutture civili, privazione dei mezzi essenziali di sussistenza, trasferimenti forzati e imposizione di condizioni di vita mirate alla distruzione, in tutto o in parte, del gruppo protetto. Non è “danno collaterale”: è progetto. Metodologicamente, il rapporto attinge a materiali ONU e a decine di contributi statali e non statali, offrendo un quadro coerente con gli obblighi della Convenzione sul genocidio del 1948, che vincola non solo a non partecipare ma ad agire attivamente per prevenire.
La catena della complicità: Stati, veti, logistica
Sul piano politico-diplomatico, gli Stati Uniti hanno garantito a Israele un “paracadute” sistematico al Consiglio di Sicurezza: sei veti tra il 2023 e il 2025 hanno bloccato risoluzioni che chiedevano cessate il fuoco immediato e accesso umanitario, isolando Washington rispetto agli altri 14 membri del Consiglio.
Sul piano militare-logistico, la portata dei trasferimenti è fotografata anche da fonti ufficiali: secondo stime riportate dal Council on Foreign Relations, entro maggio 2025 dagli USA erano arrivati in Israele circa 90.000 tonnellate di armi ed equipaggiamenti su 800 aerei e 140 navi. A ciò si sommano i programmi pluriennali e i casi FMS attivi: ad aprile 2025 risultavano 751 pratiche aperte per un valore di 39,2 miliardi di dollari.
In parallelo, gli aiuti e le vendite notificate dopo il 20 gennaio 2025 superano i 10 miliardi, mentre la spesa complessiva statunitense in aiuti militari a Israele dal 7 ottobre 2023 al settembre 2025 è stimata in 21,7 miliardi di dollari. Sono numeri che spiegano perché la leva esterna pesi quanto (se non più) del teatro operativo.
Il caso britannico: l’occhio che vede tutto
Londra non è rimasta alla finestra. Dalla base di Akrotiri (Cipro), la RAF ha effettuato oltre 600 missioni di sorveglianza su Gaza — attività confermate da più inchieste e tracciamenti indipendenti — con condivisione di intelligence verso Tel Aviv. È l’esempio di come la cooperazione “dietro le quinte” possa incidere sul terreno pur senza “stivali sul suolo”.
Dall’“economia dell’occupazione” all’“economia del genocidio”
Il rapporto di Albanese al Consiglio dei diritti umani (A/HRC/59/23) allarga l’obiettivo: non solo Stati, ma anche imprese—dalle armi al digitale, dal credito alle costruzioni—che facilitano, normalizzano o monetizzano la distruzione. L’analisi mappa la complicità aziendale e chiede responsabilità penale e rimedi effettivi, richiamando precedenti storici sul ruolo del settore privato nei crimini internazionali. Organizzazioni come WILPF e organi d’informazione hanno sintetizzato l’elenco dei settori e delle aziende citate.
Italia ed Europa: i dati oltre le dichiarazioni
Qui la discussione si fa scomoda. Secondo SIPRI, nel periodo 2020–24 la quota italiana nelle importazioni di grandi sistemi d’arma israeliani è pari a circa l’1% (elicotteri leggeri e cannoni navali), con un’industria nazionale export-oriented cresciuta del 138% rispetto al quinquennio precedente. Non sono volumi enormi verso Israele, ma fotografano una filiera integrata (anche attraverso programmi come l’F-35) e un posizionamento strutturale nel mercato mediorientale.
Quanto all’Europa, il quadro è a macchia di leopardo: alcuni Paesi hanno sospeso licenze o annunciato restrizioni, altri hanno consentito il proseguimento di contratti o transiti; la Germania ha fermato le nuove approvazioni di “war weapons” nel 2024, mentre nel 2025 diversi Stati hanno irrigidito i controlli. Eppure, gli effetti sull’arsenale israeliano restano limitati se i due fornitori principali (USA e Germania) non mutano radicalmente rotta.
La ritorsione politica: sanzioni contro la relatrice ONU
L’8–10 luglio 2025 Washington ha sanzionato Francesca Albanese, mossa condannata da esperti ONU perché mina l’indipendenza dei meccanismi speciali. È un segnale politico forte rivolto non solo a una persona ma alla cornice stessa della responsabilità internazionale.
Cosa vuol dire “responsabilità condivisa” (davvero)
Se seguiamo la logica dei rapporti ONU, quattro conseguenze discendono per gli Stati terzi e per l’UE:
1. Embargo sulla catena bellica, incluse licenze dual use, con controlli sostanziali su porti, aeroporti e transhipment;
2. Sospensione di intese commerciali e partecipazioni a fiere/consorzi che alimentano l’apparato militare;
3. Due diligence obbligatoria con responsabilità penale d’impresa per contributo a crimini internazionali, superando il mero reporting ESG;
4. Giurisdizione universale e cooperazione giudiziaria su crimini core (genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra), in coerenza con i doveri erga omnes. Sono, in sostanza, le raccomandazioni di Albanese nel nuovo rapporto, che chiede un cambiamento di paradigma: dalla retorica alla cogenza.
L’Italia al bivio
Per Roma, il banco di prova è triplo:
– Politica estera: allineamento automatico all’ombrello USA o capacità di esercitare autonomia strategica su cessate il fuoco ed embargo? I sei veti statunitensi dicono che la via multilaterale è stata sinora strozzata, ma non inevitabilmente.
– Industria e ricerca: partecipazione a programmi e supply chain (F-35, componentistica, partnership accademiche) va sottoposta a un test di coerenza legale e politica. Qui i dati SIPRI e le analisi sul finanziamento europeo alla ricerca israeliana invitano a togliere i veli.
– Legalità costituzionale: la prevenzione del genocidio è obbligo giuridico, non “posizione”. Ne discendono atti amministrativi immediati (revoche, sospensioni, controlli) e un indirizzo parlamentare esplicito sul rispetto del diritto internazionale umanitario.
Genocidio come crimine collettivo” significa riconoscere che la violenza non vive nel vuoto: dipende da reti di potere, interessi e assuefazioni economiche. Se davvero vogliamo “uscire dal cono d’ombra”, occorre una scelta netta: cessate il fuoco immediato, embargo sulle armi e interruzione delle complicità commerciali e tecnologiche. La credibilità dell’ordine giuridico internazionale non si misura nei convegni, ma nei contratti che decidiamo di firmare — o di rescindere. È qui che l’Italia e l’Europa si giocano l’onore del diritto: o proteggere un popolo sottoposto a distruzione sistematica, o restare complici per omissione.
Fonti principali utilizzate:
Rapporto A/80/492 (OHCHR, versione advance) e pagina di presentazione; rapporti e note su “economia del genocidio” (A/HRC/59/23) e materiali di sintesi; stime su veti e dinamiche al Consiglio di Sicurezza (Reuters/AP/ONU); dati su voli RAF da Cipro (Declassified UK, The Guardian); flussi e programmi USA (CFR, Hartung/Quincy–Brown); tendenze export/import (SIPRI) e quadro europeo.