L’ultima rilevazione dell’Istat conferma ciò che molti lavoratori sperimentano ogni giorno sulla propria pelle: in Italia, il salario minimo non solo non esiste, ma milioni di persone guadagnano cifre indegne. Altro che 9 euro l’ora: nel 2022, ben 1,3 milioni di lavoratori italiani percepivano meno di 7,83 euro l’ora. Un dato che, peraltro, è ampiamente sottostimato, poiché non include il settore agricolo, tra i più esposti alla piaga dei bassi salari.
L’inflazione ha fatto il resto, erodendo quel poco che gli stipendi avevano guadagnato nominalmente. La soglia di bassa retribuzione viene calcolata come i due terzi del salario orario mediano, che nel 2022 era di 11,47 euro l’ora. Se prendiamo questo parametro, il 6,2% dei lavoratori italiani è sotto la soglia di povertà salariale, ma il dato cresce ulteriormente se si analizzano le categorie più vulnerabili: le donne (6,7%), i giovani sotto i 30 anni (11,3%), gli apprendisti (25,6%), i lavoratori del Sud (10,3%) e chi ha contratti a tempo determinato (10,7%). Se poi si considerano i contratti brevi, ad esempio quelli di un solo mese, la percentuale di chi guadagna meno di 7,83 euro sale al 15,5%.
Ma il problema non è solo la bassa retribuzione. Il report Istat mette in luce un aspetto ancora più allarmante: la precarietà strutturale del mercato del lavoro italiano. Solo il 31,8% delle posizioni lavorative sono a tempo pieno e stabili per tutto l’anno. Tra le donne, questa percentuale scende al 22,6%, mentre in una regione come la Calabria la quota di donne con un impiego a tempo pieno e continuativo è appena del 12,6%. La conseguenza è che milioni di lavoratori non solo guadagnano poco, ma lavorano anche in modo intermittente, rendendo impossibile costruire una stabilità economica e sociale.
Una scelta politica, non un caso
Di fronte a questi numeri, parlare di “immobilismo” del governo sarebbe riduttivo, se non addirittura fuorviante. Il mancato intervento sul salario minimo non è frutto della disattenzione, ma di una precisa scelta politica. Non tutelare i lavoratori, non redistribuire equamente la ricchezza prodotta, significa mantenere alti i profitti delle imprese e garantire dividendi sempre più elevati agli azionisti delle grandi aziende. Inoltre, il rinnovo dei contratti nazionali è impantanato in trattative sterili che tendono sempre al ribasso.
Questa non è una teoria, ma una realtà confermata dai dati economici. Secondo Bankitalia, nel 2023 gli utili delle imprese italiane hanno continuato a crescere, raggiungendo livelli record. Il Centro Studi di Confindustria ha segnalato che, nonostante l’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche per le famiglie, i margini di profitto delle imprese sono rimasti invariati o addirittura migliorati in molti settori. La stessa Istat ha certificato che la quota dei salari sul PIL in Italia è in costante calo dagli anni ’90, mentre la quota destinata ai profitti è in continua crescita.
Il governo Meloni ha deciso di bocciare la proposta di un salario minimo legale a 9 euro l’ora avanzata dalle opposizioni nel 2023, senza neppure cercare un’alternativa valida. Anche il governo Draghi, pur discutendo la possibilità di una soglia minima salariale sulla spinta dell’Unione Europea, alla fine ha preferito non procedere. Ma non si tratta di una questione tecnica o di equilibri di governo: la mancata approvazione di una misura di tutela salariale è la diretta conseguenza di una strategia economica che considera il costo del lavoro una variabile da comprimere per favorire la competitività delle imprese.
Quella della competitività è un falso alibi per contenere i salari dei lavoratori: nella realtà, è solo un artificio propagandistico per aumentare a dismisura i profitti e i dividendi azionari. Il modello economico perseguito dai governi italiani negli ultimi decenni è chiaro: ridurre il costo del lavoro per attirare investimenti e aumentare i margini aziendali, senza preoccuparsi delle conseguenze sociali.
Ma c’è un altro aspetto fondamentale che spesso viene sottovalutato: salari bassi significano automaticamente pensioni basse. Non solo, quindi, lavoratori poveri, ma anche pensionati ancora più poveri. E mentre il governo propone pensioni integrative private come soluzione, rimane senza risposta una domanda essenziale: come potrebbero lavoratori già sottopagati accantonare ulteriori risorse per garantirsi una pensione dignitosa?
Un modello economico insostenibile
L’Italia, di fatto, ha scelto un modello economico basato sul lavoro a basso costo. Questo modello non solo alimenta le disuguaglianze sociali, ma compromette anche la crescita del Paese nel lungo periodo. Se i lavoratori guadagnano poco, i consumi restano bassi, la domanda interna si indebolisce e l’economia si arena. È un circolo vizioso che favorisce solo le grandi imprese esportatrici, lasciando milioni di famiglie a lottare per arrivare a fine mese.
A livello europeo, l’Italia è uno dei pochi Paesi senza un salario minimo per legge. In Germania, la soglia è stata recentemente portata a 12,41 euro l’ora, in Francia è di 11,65 euro, mentre in Spagna si attesta intorno ai 9 euro. Solo in Italia si continua a difendere il sistema dei contratti collettivi come unica garanzia per i lavoratori, ignorando che milioni di persone, di fatto, restano esclusi da qualsiasi forma di tutela salariale.
Un Paese per pochi, non per tutti
Se si analizza la direzione della politica economica italiana, il quadro è chiaro: l’obiettivo non è garantire un’esistenza dignitosa a chi lavora, ma assicurare che una ristretta élite continui a beneficiare di un sistema costruito su ineguaglianze crescenti. Non è un caso che, mentre i salari restano bassi, la pressione fiscale sulle imprese venga ridotta e si continui a parlare di flat tax, una misura che favorisce chi già guadagna di più.
L’assenza di un salario minimo è solo un tassello di un disegno più ampio, in cui lo Stato abdica al suo ruolo di regolatore del mercato e lascia che siano le leggi della competizione selvaggia a decidere chi può permettersi una vita dignitosa e chi no. Ma la dignità non è una variabile di mercato. E il lavoro non può essere trattato come una merce qualsiasi, il cui prezzo può essere abbassato a piacimento per massimizzare i profitti di pochi.
Non si tratta di chiedere l’impossibile. Si tratta di pretendere che il lavoro torni ad essere sinonimo di diritti, sicurezza e possibilità di costruirsi un futuro. Perché un Paese che sfrutta il lavoro e condanna milioni di persone alla precarietà è un Paese senza futuro.