Morti sul lavoro: un’emergenza nazionale che il governo ignora

Andare a lavorare la mattina e non tornare più a casa la sera. Questo è il dramma che sempre più lavoratori e lavoratrici stanno vivendo in Italia, in un Paese in cui la sicurezza sul lavoro sembra essere diventata un optional e non una priorità politica. I dati diffusi dall’Inail su gennaio 2025 sono allarmanti: mentre il numero complessivo di infortuni è leggermente diminuito (-1,2%), i decessi sono aumentati del 36,4% rispetto allo stesso mese del 2024. Un dato che non può essere ignorato e che denuncia una crisi strutturale della sicurezza nei luoghi di lavoro.

La strage silenziosa: numeri e vittime

Le denunce di infortunio mortale sul posto di lavoro sono passate da 33 a 45 in un solo mese, mentre gli incidenti mortali in itinere (nel tragitto casa-lavoro) sono aumentati del 16,7%. Dietro questi numeri ci sono storie di persone che avevano sogni, famiglie, progetti di vita: come il giovane operaio di 27 anni folgorato in un’azienda agraria a Agna, in provincia di Padova, o l’imprenditore di 30 anni schiacciato da un muletto a Termini Imerese, in Sicilia. Ogni giorno le cronache riportano casi simili, eppure il dibattito politico resta concentrato su altro.

Perché si muore di lavoro nel 2025?

Le cause delle morti sul lavoro sono molteplici, ma riconducibili a tre fattori principali:

1. Mancanza di sicurezza – Molte aziende non rispettano le norme, riducono le spese per la formazione e trascurano l’aggiornamento delle attrezzature.

2. Precarietà e sfruttamento – Lavoratori e lavoratrici sottopagati, spesso senza contratto stabile, costretti ad accettare condizioni rischiose pur di non perdere il posto.

3. Controlli insufficienti – Gli ispettorati del lavoro hanno personale ridotto, sanzioni inadeguate e strumenti inefficaci per prevenire gli incidenti.

Il risultato è che si continua a morire. Non per fatalità, ma per precise responsabilità.

Salari bassi, contratti precari: lavorare (e morire) per pochi euro

La tragedia delle morti sul lavoro è strettamente legata alla questione salariale. In Italia, milioni di persone vivono con stipendi da fame, costrette a turni massacranti per sopravvivere. Il fenomeno dei working poor, i lavoratori poveri, è in costante crescita: persone che lavorano otto o più ore al giorno, ma non riescono a sostenere una vita dignitosa. Chi guadagna troppo poco non può permettersi di rifiutare straordinari non pagati, di pretendere dispositivi di sicurezza adeguati o di denunciare condizioni pericolose.

Un governo assente e un’emergenza ignorata

Di fronte a questa strage continua, il governo cosa sta facendo? Le risposte sono poche e insoddisfacenti. Si parla di sicurezza sul lavoro solo quando avvengono tragedie e poi tutto cade nel dimenticatoio. Il sistema di controlli è inadeguato, le sanzioni per le imprese irresponsabili sono ridicole, e la precarietà continua a essere incentivata da politiche che non tutelano i lavoratori.

Non è possibile che nel 2025 si debba ancora morire di lavoro. Servono più ispettori, più controlli, più investimenti nella sicurezza. Servono salari dignitosi e una cultura del lavoro che non metta il profitto davanti alla vita delle persone.

Un appello ai lavoratori e alle lavoratrici

Non possiamo accettare che questa situazione continui. Chi lavora ha diritto a tornare a casa sano e salvo, senza dover temere di diventare un numero in un bollettino di morte. La lotta per la sicurezza e la dignità del lavoro deve essere una battaglia di tutti, perché riguarda il presente e il futuro del Paese.

La politica ha il dovere di intervenire, ma è solo con la mobilitazione collettiva che possiamo imporre un vero cambiamento. Non restiamo in silenzio: pretendiamo sicurezza, salari giusti e rispetto per la vita di chi lavora.

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