Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere

Quando sento parlare del referendum sulla separazione delle carriere come di un tema “tecnico”, da addetti ai lavori, ho la sensazione che si stia perdendo il punto. Per me questo voto non è una disputa tra codici e correnti della magistratura: è l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga, che in Italia comincia almeno dal 1861. La storia dell’impunità dei potenti e dei loro tentativi ricorrenti di sfuggire al controllo della legge.

La riforma costituzionale approvata nel 2025 prevede tre passaggi di sistema:
• separazione rigida e definitiva tra carriere dei giudici e dei pubblici ministeri;
• due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con componenti in parte estratti a sorte;
• una nuova Alta Corte disciplinare, esterna ai CSM, chiamata a giudicare sui procedimenti disciplinari contro i magistrati.

Non avendo raggiunto i due terzi in Parlamento, la riforma dovrà passare per un referendum confermativo senza quorum, che il governo punta a celebrare il prima possibile, sperando di sfruttare il vantaggio nei sondaggi sul “sì” e una narrazione mediatica addomesticata.

Dentro questo perimetro apparentemente tecnico, si gioca però una partita politica e storica che parte da molto lontano.

L’Italia, un Paese costruito sull’eccezione per i potenti

Se guardo alla nostra storia dall’Unità in poi, vedo una costante: il potere politico ed economico ha sempre preteso una forma di “ingiudicabilità” di fatto. Tutti formalmente uguali davanti alla legge; ma non davanti a chi quella legge doveva applicarla.

Già nell’Ottocento, gli scandali delle Ferrovie, del Monopolio dei tabacchi, della Banca Romana raccontano un copione ricorrente: uomini di governo coinvolti in affari sporchi, accertamenti che emergono e poi si spengono, quasi sempre senza condanne reali. Il capo del governo Crispi incassa somme enormi e rimane in sella. Il messaggio implicito è semplice: i vertici dello Stato non si toccano.

Parallelamente, nel distretto di Palermo e nel resto della Sicilia, per decenni migliaia di morti di mafia producono una manciata di ergastoli. La macchina giudiziaria non è un arbitro neutrale: è calibrata, per origine sociale e per prassi, a proteggere i potenti e i loro alleati criminali più che a colpirli.

Non stupisce che la saggezza popolare sintetizzi così bene questo squilibrio: “A rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera”, “Chi comanda fa la legge”, “Fatta la legge, trovato l’inganno”. Sono la radiografia di uno Stato che predica legalità, ma difende i suoi intoccabili.

Per lunghi decenni anche la composizione sociale della magistratura rispecchia questo assetto: magistrati che vengono dalle stesse famiglie, dallo stesso ceto, dagli stessi salotti dei dominanti. Incarichi decisi dall’alto, su indicazione politica. Quando la giustizia diventa un prolungamento del potere, l’impunità dei potenti non è una patologia: è il funzionamento normale del sistema.

Dal fascismo all’anticomunismo di Stato: la giustizia come arma contro i deboli

Nel fascismo questa logica si fa esplicita. La magistratura è subordinata all’esecutivo e al partito, orientata contro gli oppositori, mentre i crimini del regime vengono nascosti o normalizzati. I giornali raccontano un Paese pacificato in cui la violenza è sempre “colpa di nemici interni”: la giustizia diventa un braccio della repressione.

Dopo la guerra, la logica dell’anticomunismo di sistema – la scelta, interna e internazionale, di tenere fuori dal governo le forze di sinistra – si traduce anche in un uso selettivo della giustizia. In Sicilia i sindacalisti e i dirigenti contadini vengono uccisi dalla mafia: decine di omicidi, quasi nessuna condanna esemplare.

Il caso simbolico è quello di Placido Rizzotto, partigiano, socialista, segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Viene rapito e ucciso il 10 marzo 1948: è uno dei primi casi di “lupara bianca”, il corpo fatto sparire a Rocca Busambra, ritrovato solo nel 2009 e identificato nel 2012, dopo 64 anni, con funerali di Stato celebrati alla presenza del Presidente della Repubblica. Gli imputati, accusati di aver partecipato al sequestro e all’omicidio per conto di Cosa nostra, vengono assolti per insufficienza di prove. Giustizia formale, impunità sostanziale.

E Rizzotto non è un’eccezione. Nella memoria collettiva tornano i nomi di Accursio Miraglia, Epifanio Li Puma, Calogero Cangelosi, Salvatore Carnevale, e tanti altri militanti sindacali caduti nelle lotte contadine per la terra, tra anni Quaranta e Cinquanta, spesso senza che i responsabili fossero davvero condannati. La stessa CGIL e diverse ricerche storiche ricordano che sono almeno 54 i sindacalisti uccisi dalle mafie nel dopoguerra, molti dei quali rimasti senza giustizia, a conferma di un sistema giudiziario incapace – o non disposto – a colpire fino in fondo i mandanti mafiosi e gli interessi agrari che li sostenevano.

In questo quadro si colloca anche Pio La Torre, che prima di diventare dirigente nazionale del PCI è dirigente sindacale e protagonista delle lotte per la terra. Passa dal guidare le occupazioni contadine al finire in carcere per quelle stesse battaglie, mentre la violenza mafiosa contro il movimento bracciantile resta sostanzialmente impunita. Il messaggio è chiaro: se provi a cambiare i rapporti di forza, la legge cade su di te; se difendi gli assetti, la legge ti gira attorno.

La frattura degli anni Settanta: quando una parte della magistratura smette di essere “di famiglia”

A un certo punto, però, qualcosa si incrina. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta entra in magistratura una generazione diversa, cresciuta nel clima del ’68, meno organica alle élite tradizionali. Nasce la stagione dei cosiddetti “pretori d’assalto”: magistrati che iniziano a usare il diritto del lavoro e il diritto penale del rischio per difendere lavoratori, salute, ambiente, invece di considerare l’imprenditore automaticamente nel giusto.

Nel 1976 cambia il sistema di elezione del CSM: si passa dal maggioritario, che regalava di fatto tutti i seggi a una sola corrente, a un sistema proporzionale che consente rappresentanza anche a gruppi meno accomodanti con i governi. È una crepa importante nel vecchio schema dei “giudici di famiglia” al servizio delle famiglie che contano.

Poi arriva il 1989, il crollo del Muro, la fine del blocco bipolare. Cade l’alibi della “ragion di Stato” permanente, usata per decenni per chiudere un occhio (o tutti e due) su corruzione e collusioni in nome degli equilibri internazionali.

In questo contesto esplode Mani Pulite: tra il 1992 e il 1993 la procura di Milano smonta il sistema delle tangenti che reggeva la Prima Repubblica. In Sicilia, Calabria, Campania una nuova leva di magistrati porta a processo boss, politici, imprenditori. Nel giro di pochi anni, mai come allora nella storia italiana un numero così alto di ministri, parlamentari, manager pubblici e grandi imprenditori era finito sotto inchiesta e condannato, compresi due presidenti del Consiglio.

Questa stagione viene pagata carissimo: dagli anni Settanta in poi, una trentina di magistrati vengono uccisi da mafia e terrorismo. Ma succede anche altro: una parte significativa del Paese comincia a vedere nella magistratura non solo una casta, ma anche un possibile argine all’arbitrio dei poteri forti.

Il presente: una riforma che promette “ordine” ma sa di restaurazione

È in questa lunga storia che colloco oggi la riforma Meloni–Nordio sulla separazione delle carriere. Non stiamo discutendo nel vuoto, ma dentro una trama che conosce benissimo il significato politico della parola “giustizia”.

Tre elementi, nelle parole e nei comportamenti di chi promuove la riforma, per me sono rivelatori.
1. La promessa di togliere il “fiato sul collo” ai governi

Il ministro Nordio ha sostenuto che persino l’opposizione dovrebbe appoggiare la riforma, perché quando tornerà al governo potrà beneficiarne: non avrà più i pubblici ministeri a controllare, indagare, disturbare l’azione dell’esecutivo.

Io non leggo questa frase come una svista, ma come una dichiarazione programmatica. Se il cuore della riforma viene presentato come uno strumento per alleggerire la pressione giudiziaria su chi governa, non siamo davanti a un intervento “garantista” in senso alto. Siamo davanti a un disegno che mira a ridurre la possibilità che le inchieste arrivino troppo vicino ai centri del potere.

La Costituzione ha collocato il pubblico ministero dentro l’ordine giudiziario proprio per blindare l’autonomia dell’azione penale dal governo. Ogni passo che spinge, di diritto o di fatto, il PM verso l’orbita dell’esecutivo ci porta verso un modello di giustizia accomodante con chi sta al vertice. E i testi approvati – separazione secca, due CSM, Alta Corte disciplinare – vanno esattamente in quella direzione, come sottolineano anche diversi costituzionalisti critici.
2. Gelli, la P2, le stragi e il filo che arriva a Berlusconi e Dell’Utri

La seconda “confessione” è ancora più significativa. Per difendere la riforma dalle critiche che la collegano al progetto della loggia P2, Nordio ha evocato Licio Gelli sostenendo, in sostanza, che se un’idea è giusta non diventa sbagliata solo perché l’ha detta lui.

Sul piano astratto si può giocare coi paradossi logici; sul piano concreto, in Italia, quella frase pesa come un macigno. La separazione delle carriere era un cardine del Piano di Rinascita Democratica della P2, non come sofisticata riforma garantista, ma come strumento per piegare magistratura e informazione al controllo politico.

Le indagini sulle stragi e le sentenze, in particolare sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, hanno restituito un ruolo di Gelli che va ben oltre la caricatura del “massone deviato”: finanziatore, regista occulto, punto di snodo tra loggia segreta, terrorismo neofascista e apparati deviati dello Stato. Quel progetto non era “una proposta tra le altre”, ma una vera architettura di Stato parallelo.

Dentro quella lista di 962 affiliati alla P2 compaiono nomi che hanno segnato la Seconda Repubblica: tra gli altri, Silvio Berlusconi, indicato con la tessera n. 1816, futuro quattro volte Presidente del Consiglio, al centro del sistema mediatico e politico che ha dominato il trentennio successivo.

Dalla P2 al berlusconismo il filo non si spezza, anzi si rafforza nel rapporto con Cosa nostra. Il principale artefice politico-organizzativo della nascita di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, viene condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione nel 2014 a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con i clan palermitani almeno dagli anni Settanta in poi.

Oggi quella stessa area politico-culturale – erede del berlusconismo e alleata con la destra post-missina – è la spina dorsale del governo che spinge la riforma della magistratura. Non è dietrologia, è genealogia: dai progetti piduisti, passando per la colonizzazione mediatica e per i rapporti con la mafia certificati nelle aule di giustizia, si arriva a un esecutivo che propone una riscrittura costituzionale pensata per “normalizzare” il conflitto tra potere politico e potere giudiziario.

In questo quadro, il richiamo “disinvolto” a Gelli non è un incidente: è una dichiarazione di continuità simbolica. Un modo per dire che quell’idea di giustizia sotto tutela politica, bocciata dalla storia e dalle commissioni parlamentari, continua a essere l’orizzonte di una parte del potere italiano.
3. Falcone e Borsellino tirati per la giacca dalla destra

Il terzo elemento non riguarda una frase di Nordio, ma un metodo politico. La destra di governo – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia – usa i nomi di Falcone e Borsellino come fossero testimonial postumi della riforma. Si strappano frasi dal contesto, si montano clip e slogan per far dire ai due magistrati ciò che serve alla campagna per il “sì”.

Trovo questa operazione doppiamente intollerabile. Primo, perché rimuove il fatto che in vita Falcone e Borsellino furono spesso isolati, contrastati, delegittimati proprio da pezzi di politica, di magistratura, di informazione che oggi si riempiono la bocca di “legalità” e “lotta alla mafia”. Secondo, perché quei nomi vengono branditi per promuovere una riforma che rischia di rendere più difficile fare esattamente ciò per cui loro sono morti: toccare i poteri veri, rompere i patti inconfessabili, portare davanti alla legge chi si è sempre sentito al riparo da tutto.

Falcone, Borsellino e i tanti magistrati uccisi da mafie e terrorismo rappresentano un’idea radicale: la legge deve valere anche – e soprattutto – per i forti. Tirarli per la giacca per giustificare una riforma che riduce il controllo sui governi significa usare la memoria come scudo del potere, non come richiamo alla giustizia.

Un problema piccolo usato per una grande controriforma

C’è un dato che raramente entra davvero nel dibattito pubblico: il passaggio di magistrati da PM a giudice (o viceversa) esiste, ma è numericamente limitato. Parliamo di poche decine di casi l’anno. Non siamo davanti a un fenomeno di massa da cui dipende il destino dell’equità processuale.

Perché allora riscrivere così profondamente l’assetto costituzionale della magistratura? Perché creare due ordini separati, due CSM ridisegnati, un’Alta Corte esterna, per correggere un problema così marginale?

La mia risposta è netta: il vero obiettivo non è aggiustare un dettaglio di ingegneria processuale, ma cambiare l’equilibrio tra poteri. Un PM separato, meno inserito nell’unico ordine giudiziario, più esposto a possibili controlli esterni, è un PM più facile da isolare, colpire, delegittimare quando mette sotto inchiesta i vertici politici o economici.

Ogni volta che la magistratura ha provato seriamente a sfidare gli intoccabili – dai sindacalisti assassinati nel dopoguerra alle inchieste sulle collusioni Stato–mafia, fino a Mani Pulite – la reazione del sistema è stata durissima, prima sul piano mediatico, poi su quello normativo. Oggi questa reazione indossa il vestito rassicurante della “riforma dell’ordinamento”.

Il referendum, la raccolta firme e il silenzio dei media

Su questo sfondo, il referendum non è solo un passaggio istituzionale: è anche un campo di battaglia informativa. Il governo spinge per una data ravvicinata, convinto di poter sfruttare un vantaggio nei consensi e, soprattutto, una situazione mediatica in cui la riforma viene raccontata in modo parziale, talvolta edulcorato, spesso confinato alle pagine di politica per addetti ai lavori.

Nel frattempo, però, qualcosa si muove dal basso. La raccolta delle 500.000 firme, con l’obiettivo dichiarato di superare nettamente questa soglia, rappresenta una risposta politica e culturale a questa forzatura temporale. È un modo per riaffermare che la Costituzione non è proprietà del governo pro tempore, ma di chi la abita ogni giorno come cittadino.

La campagna di firme non è solo un adempimento tecnico per attivare il referendum: è già una forma di mobilitazione e di pedagogia civica. Mentre gran parte dei media tende a oscurare il tema, a parlarne poco, a ridurlo a sfondo di talk show, la possibilità di firmare – anche online – diventa un’occasione concreta per avvicinare le persone al merito della riforma e al suo contesto storico-politico.

Chi vuole informarsi e partecipare può farlo anche attraverso i canali ufficiali dedicati alla raccolta, come la pagina raggiungibile a questo indirizzo:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5400034

L’auspicio non è solo quello di raggiungere il numero necessario di sottoscrizioni, ma di superarlo ampiamente, proprio per mandare un segnale chiaro: su una riforma che tocca l’equilibrio tra poteri dello Stato, i cittadini vogliono essere protagonisti, non spettatori distratti di una partita giocata nelle stanze romane e nei consigli di amministrazione.

Perché questo referendum non è un tecnicismo

A questo punto, la domanda decisiva per me non è se, in astratto, un processo accusatorio “puro” richiederebbe carriere separate. È un dibattito che può appassionare i giuristi, ma da solo non basta.

La domanda vera è un’altra: in un Paese come l’Italia, con questa storia, con questa lunga tradizione di impunità dei forti e di uso politico della giustizia contro i deboli, chi guadagna e chi perde da una magistratura più debole, più divisa, più controllabile?

Viviamo in un contesto in cui:
• per oltre un secolo ministri, re, banchieri e notabili sono stati di fatto immuni da conseguenze penali serie;
• la mafia ha goduto di protezioni e connivenze istituzionali per decenni, colpendo sindacalisti, contadini, amministratori locali spesso senza pagare un prezzo adeguato;
• l’uso selettivo della giustizia, repressivo verso gli ultimi e indulgente verso i primi, è stato una pratica strutturale;
• solo negli ultimi decenni si è vista una rottura significativa di questo schema, pagata con il sangue di magistrati, poliziotti, carabinieri, funzionari che hanno scelto di non girarsi dall’altra parte.

In questo quadro, una riforma che promette ai governi di togliersi “il fiato sul collo” delle procure, che flirta con il lessico e con i progetti della P2, che si appoggia a una maggioranza politica in cui l’ex Presidente del Consiglio è stato iscritto alla loggia segreta e il fondatore del suo partito è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, che strumentalizza la memoria di Falcone e Borsellino, e che viene lanciata dentro un contesto di informazione distorta e di silenzi mediatici, non è un dettaglio tecnico: è un tentativo di riportare l’orologio indietro, verso un modello di “signori sopra la legge”.

Per questo, quando penso a questo referendum, non posso fermarmi alle formule astratte. Mi chiedo concretamente che cosa significhi svegliarsi domani in un Paese dove il pubblico ministero è più lontano dal giudice, più vicino ai condizionamenti della politica, più esposto alla minaccia disciplinare, mentre l’informazione continua a filtrare le notizie in base alla convenienza del potere.

La mia risposta è chiara: ci guadagnano, ancora una volta, i poteri che non vogliono essere giudicati; ci rimettono i cittadini che, con tutti i limiti e gli errori della giustizia italiana, hanno visto in questi anni incrinarsi – finalmente – il muro dell’impunità.

Ed è esattamente questo muro che oggi, dietro la parola d’ordine rassicurante di “separazione delle carriere”, qualcuno sta provando a ricostruire. Sta a noi decidere se lasciare fare in silenzio, o se trasformare il referendum – e già oggi la raccolta delle firme – in un’occasione per dire, una volta per tutte, che la giustizia non è un affare privato dei potenti.

Fonti essenziali per approfondire
• Testo della legge costituzionale su separazione delle carriere, nuovi CSM e Alta Corte disciplinare, commentato dalla dottrina.
• Ricostruzioni storiche sul movimento contadino e sull’antimafia sociale in Sicilia, con particolare attenzione ai sindacalisti uccisi.
• Biografia e vicenda giudiziaria di Placido Rizzotto, inclusi ritrovamento dei resti e funerali di Stato.
• Documenti e analisi sulla loggia P2, elenco degli iscritti e ruolo di Licio Gelli; riferimenti alla tessera n. 1816 di Silvio Berlusconi.
• Sentenze e cronache giudiziarie sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

La Carta più bella e la più inattuata del mondo: perché l’Italia teme la sua Costituzione

C’è una frase che torna in testa ogni volta che guardiamo il dibattito pubblico italiano: abbiamo una Costituzione splendida e, insieme, una Costituzione spesso disattesa. Non nel senso romantico del “non siamo all’altezza dei nostri ideali”, ma in quello più concreto e politico: le promesse sociali e democratiche della Carta vengono trattate come un repertorio di buone intenzioni, utile da celebrare nelle ricorrenze e da aggirare quando intralcia interessi, rendite, rapporti di forza.

Eppure la Costituzione non nasce per arredare le pareti. Nasce, per usare un’immagine efficace, “in polemica con il presente”: non fotografa ciò che c’è, ma indica ciò che deve essere conquistato, soprattutto per chi sta sotto. Non è neutra, non è un manuale di galateo istituzionale. È un patto che limita i poteri e apre spazi di emancipazione. È qui che sta il punto: se la prendi sul serio, disturba.

Il pensiero critico e le sue tre grandi scuole italiane

Per capire come siamo arrivati a questo paradosso, conviene guardare a un pezzo di storia culturale e politica. In Italia, nel secondo Novecento, ci sono state almeno tre tradizioni di pensiero radicale capaci di incidere davvero.

L’operaismo ha rappresentato una critica frontale alla sinistra tradizionale e al movimento operaio istituzionalizzato, mettendo al centro conflitto, soggettività, rapporti di produzione. Ha avuto la forza di nominare ciò che molti preferivano non vedere: il lavoro non come categoria morale, ma come terreno di potere, disciplina e resistenza.

Il femminismo, soprattutto nelle sue correnti della differenza, ha scardinato categorie che sembravano intoccabili: famiglia, corpo, identità, ruoli sociali, linguaggio. Ha inciso profondamente sui costumi e sul modo stesso di concepire la libertà, mostrando che l’oppressione non vive solo nelle fabbriche o nei parlamenti, ma anche nella quotidianità.

Poi c’è l’uso alternativo del diritto: una rivoluzione meno raccontata ma decisiva. Qui la Costituzione viene letta non come una cornice neutra, bensì come strumento per dare gambe ai diritti dei subalterni. In questa prospettiva, il diritto non è soltanto tecnica, è campo di conflitto. Non è solo “ordine”, è anche possibilità di riequilibrio.

La domanda che ci inchioda, mezzo secolo dopo, è semplice e dolorosa: perché tante conquiste sono rimaste parziali, o si sono fermate alla soglia delle istituzioni? Perché molto cambiamento è rimasto confinato nelle relazioni sociali e individuali, senza diventare “struttura”, senza trasformarsi in potere democratico organizzato?

Dentro le istituzioni senza farsi addomesticare

Qui sta il nodo, che spesso la sinistra ha vissuto come un dilemma irrisolvibile: o si resta “puri” fuori dal sistema, oppure si entra e ci si sporca fino a diventare parte dell’arredo.

Ma la questione vera è un’altra: come si sta dentro le istituzioni portandoci il conflitto, senza esserne neutralizzati.

Perché la democrazia non è solo voto ogni cinque anni. È conflitto socialmente organizzato che trova canali, contropoteri, strumenti. Se il conflitto viene espulso, la democrazia si svuota e resta una scenografia: procedure senza popolo, governo senza società, decisioni senza partecipazione.

E qui arriviamo a una parola che ha fatto danni enormi: il “meno peggio”. Il meno peggio è una tecnica di governo delle aspettative: ti convincono che chiedere l’attuazione piena della Costituzione è “massimalismo”, che rivendicare diritti è “irresponsabilità”, che l’unica politica possibile è gestire la ritirata. Solo che la ritirata, a furia di farla, diventa capitolazione.

Gli anni Settanta: quando la Carta ha iniziato a camminare

C’è stato un periodo in cui, almeno in parte, la Costituzione ha smesso di essere promessa e ha cominciato a diventare realtà. Gli anni Settanta, con tutte le contraddizioni del caso, sono stati una stagione di attuazione reale di pezzi fondamentali della Carta: lo Statuto dei Lavoratori, la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, la legge 194, la riforma Basaglia, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale.

Non era un miracolo, né una concessione gentile. Era il prodotto di conflitti, movimenti, partiti di massa, sindacati forti, cultura diffusa. La Carta si muoveva perché qualcuno ci metteva energia, organizzazione, pressione. È esattamente ciò che oggi manca o viene demonizzato.

Da allora è iniziato un regresso lungo e paziente, spesso presentato come “modernizzazione”: precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, tagli strutturali, riduzione degli spazi pubblici, trasformazione della politica in marketing. E intanto la Costituzione veniva ridotta a retorica.

Il premierato: l’idea di stabilità che somiglia a una scorciatoia

In questo quadro arrivano le riforme “madre di tutte le riforme”. Il premierato, nella versione in discussione in Parlamento, punta sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio e su un assetto pensato per blindare la durata dell’esecutivo.

La stabilità è un valore, certo. Ma la domanda è: stabilità per chi e per che cosa.

Se la stabilità è costruita comprimendo contrappesi, riducendo il ruolo del Parlamento, trasformando il rapporto di fiducia in un meccanismo “a prova di incidente”, allora il rischio è chiaro: non si rafforza la democrazia, si rafforza chi governa. Non è un dettaglio tecnico. È un cambio di filosofia: dal governo come funzione controllata, al governo come perno dominante.

Diversi costituzionalisti hanno evidenziato che l’elezione diretta del capo del governo, così configurata, sarebbe un unicum e produce tensioni con l’architettura delle garanzie, inclusi i poteri del Presidente della Repubblica e l’equilibrio tra poteri.

Il punto politico, però, è ancora più brutale: quando la politica sociale arretra e la disuguaglianza cresce, le classi dirigenti tendono a cercare “governabilità” non tramite consenso e diritti, ma tramite comando. È una vecchia storia.

La riforma della magistratura: l’indipendenza come bersaglio laterale

Accanto al premierato, il cantiere sulla giustizia ha già prodotto una legge costituzionale pubblicata in Gazzetta Ufficiale, con separazione delle carriere, due CSM e istituzione di una Corte disciplinare.

Qui il dibattito è complesso e va trattato senza slogan: ci sono argomenti a favore e contro. Ma la domanda politica resta la stessa: questa riforma aumenta davvero le garanzie dei cittadini e l’efficienza del sistema, oppure ridefinisce i rapporti di forza tra poteri dello Stato in un contesto già segnato da personalizzazione del comando e riduzione dello spazio pubblico?

Il fatto che si vada verso un referendum confermativo è un dato che dovrebbe spingere tutti, qualunque posizione abbiano, a studiare e discutere sul merito, non a tifare.

L’autonomia differenziata: l’imbroglio gentile che spacca i diritti

E poi c’è l’autonomia differenziata. Qui l’imbroglio, per i cittadini, è spesso mascherato da buonsenso: “più autonomia”, “più efficienza”, “più responsabilità”. In realtà, se la metti in fila con il resto, somiglia a un pezzo dello stesso disegno: frammentare il Paese proprio mentre si concentra il potere politico al centro.

La legge 26 giugno 2024, n. 86, è in vigore dal 13 luglio 2024 e definisce il percorso per attribuire ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni ordinarie, ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione.

Il cuore vero del problema sta nei LEP, i livelli essenziali delle prestazioni. Finché i LEP non sono definiti e finanziati seriamente, parlare di autonomia differenziata è come promettere “più libertà” togliendo le fondamenta della casa. I diritti sociali, scuola, sanità, assistenza, trasporti, diventano dipendenti dalla ricchezza territoriale e dalla capacità amministrativa locale, cioè dalla geografia del reddito.

E non è un rischio teorico: la Corte costituzionale è già intervenuta, e comunque il percorso è stato oggetto di contenzioso e di correzioni, segno che i nodi costituzionali non sono fantasia da “guastafeste”.

Sul piano politico, la promessa nascosta è questa: invece di pretendere che lo Stato garantisca uguali diritti ovunque, si sposta il baricentro su intese e negoziati, e i cittadini diventano utenti di sistemi territoriali sempre più diseguali. È un modo elegante per dire “arrangiatevi”, con un lessico istituzionale pulito.

Infine, un fatto cruciale: la richiesta di referendum abrogativo totale sulla legge 86/2024 è stata dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale (sentenza n. 10 del 2025). Anche qui, al netto delle valutazioni giuridiche, la conseguenza politica è chiara: se non puoi correggere la rotta con lo strumento referendario, la battaglia torna dove dovrebbe stare da sempre, nella società organizzata e nelle istituzioni presidiate.

La Costituzione come “utopia concreta” e come pratica quotidiana

A questo punto conviene tornare a un’immagine celebre: la Costituzione come “pezzo di carta” che non si muove da sola. Non perché sia fragile, ma perché pretende una cosa che fa paura: responsabilità quotidiana, conflitto democratico, partecipazione reale.

La Costituzione, se la prendi sul serio, non ti lascia comodo. Ti chiede di guardare in faccia il potere e di chiamarlo per nome. Ti impone di parlare di lavoro, uguaglianza sostanziale, dignità, diritti sociali come pilastri, non come “spesa”.

Ecco perché oggi, mentre si discute di premierato, di riforme della giustizia e di autonomia differenziata, la parola decisiva non è “difendere” la Carta come un reperto da museo. È attuarla. Rilanciarla. Portarla fuori dalla liturgia e dentro la vita pubblica.

La domanda vera, alla fine, non è se la Costituzione sia bella. Lo è. La domanda è se siamo disposti a usarla come leva contro i poteri costituiti, invece che come poster rassicurante. Perché la Carta, quando la fai camminare, non ti promette tranquillità. Ti promette emancipazione. Ed è per questo che la temono.

Fonti e sitografia
Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2025, intervista a Gaetano Azzariti: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/12/20/premierato-alle-soglie-dellautocrazia-resistere-con-la-carta-ai-poteri-costituiti/8234055/

Premierato (testi e dossier):
https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=57694
https://www.senato.it/export/ddl/full/57694?leg=19
https://www.camera.it/leg19/126?idDocumento=1921&leg=19
https://temi.camera.it/leg19/dossier/OCD18-20136/disposizioni-l-introduzione-elezione-diretta-del-presidente-del-consiglio-ministri-costituzione.html
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01421063.pdf
https://www.associazionedeicostituzionalisti.it/it/la-lettera/07-2024-la-riforma-costituzionale-della-forma-di-governo/i-rischi-del-premierato
https://www.astrid-online.it/static/upload/de-m/de-marco_fed_10_25.pdf

Autonomia differenziata:
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/06/28/24G00104/SG
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2024;86=
https://temi.camera.it/leg19/post/OCD15_15089/legge-l-attuazione-autonomia-differenziata-regioni-pubblicata-legge-che-contiene-delega-determinazione-del-livelli-essenziali.html
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2024/192
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2025/10
https://www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20250207102936.pdf
https://temi.camera.it/leg19/temi/19_tl18_regioni_e_finanza_regionale.html
https://www.autonomia.gov.it/it/la-legge/

Riforma della magistratura e referendum confermativo:
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/10/30/25A05968/sg
https://temi.camera.it/leg19/provvedimento/norme-in-materia-di-ordinamento-giurisdizionale-e-di-istituzione-della-corte-disciplinare.html
https://www.programmagoverno.gov.it/it/approfondimenti/riforme-di-rilievo-del-governo/riforma-dellordinamento-giudiziario/riforma-della-magistratura/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/19/referendum-separazione-carriere-cassazione-voto-marzo-notizie/8200974/
https://www.questionegiustizia.it/articolo/data-referendum

Testi normativi citati sugli anni Settanta (Normattiva):
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1970;300
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1970;898
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1975;151
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;833
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;180
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;194

Calamandrei (testi e contesto):
https://archivio.quirinale.it/aspr/la-costituzione/AV-005-000140/piero-calamandrei-l-umanitaria-e-discorso-sulla-costituzione
https://formazione.indire.it/paths/piero-calamandrei-discorso-sulla-costituzione-26-gennaio-1955-progresso-ii
https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2010/3-4/16-17_CALAMANDREI.pdf

Questi “facinorosi” siamo noiDisabili alla sbarra per aver chiesto diritti, non privilegi

Ci sono immagini che basterebbero da sole a raccontare lo stato di una democrazia. Una di queste è Mariangela Lamanna, presidente del Comitato 16 Novembre malati SLA, donna che, dopo anni di lotte pacifiche per i malati gravissimi e non autosufficienti, si ritrova seduta al banco degli imputati per “interruzione di pubblico servizio” perché ha guidato un presidio di protesta davanti alla Regione Puglia. Trenta minuti di udienza, tre anni di attesa, una vita intera di cura e fatica alle spalle.

Noi che viviamo la disabilità sulla nostra pelle – e chi scrive se ne annovera – di fronte a questa scena non possiamo limitarci alla solidarietà. Siamo di fronte a una ingiustizia grave, a un tentativo di intimidire chi osa alzare la testa per rivendicare diritti garantiti dalla Costituzione. Non è un eccesso burocratico: è un messaggio politico. Ed è un messaggio che respingiamo con forza.

Cosa è successo davvero davanti alla Regione Puglia

Il 13 luglio 2021, a Bari, davanti alla sede della Presidenza della Regione Puglia, non c’era un manipolo di violenti. C’era un presidio di persone con disabilità e famiglie, molte in carrozzina, organizzato da associazioni come “Stop alle barriere”, Comitato 16 Novembre e altre realtà pugliesi, dopo l’ennesimo mancato rispetto di impegni scritti da parte della Regione sugli interventi per la disabilità gravissima e i fondi per la non autosufficienza.

Il presidio era stato preannunciato, richiesta e ottenuta l’occupazione di suolo pubblico tramite la Digos. I gazebo erano collocati davanti alla Presidenza, le carrozzine – anche elettriche – disposte a ridosso, in parte sul manto stradale per tenere il gruppo unito, in modo che, nel momento dell’incontro con le istituzioni, tutti potessero ascoltare e partecipare. Il traffico non fu bloccato: le ambulanze continuavano a transitare, segno che la circolazione era al massimo rallentata e deviata, non interrotta.

Le forze dell’ordine erano presenti, disposte ai lati, e nessuno intimò di sgomberare la strada. Nonostante il caldo torrido e le lunghe ore di attesa, alle persone con disabilità fu spesso negato persino l’accesso ai bagni interni, costringendole a recarsi più volte in un bar nelle vicinanze per usare i servizi igienici. Una scena che, da sola, dice molto sulla gerarchia reale delle priorità istituzionali.

Dopo ore, arrivarono gli assessori competenti e, successivamente, il presidente Michele Emiliano. Il confronto avvenne a lungo anche in strada, tra le carrozzine, poi dentro una sala conferenze, con l’identificazione dei presenti. In quella sede il presidente riconobbe la legittimità delle ragioni del presidio e la necessità di dare seguito agli impegni presi. Secondo quanto lo stesso Emiliano ha dichiarato in sede processuale, quell’iniziativa non determinò alcuna interruzione dei lavori della Presidenza, che resta “la casa dei cittadini”, e la preoccupazione fu semmai quella di rendere il soggiorno più sopportabile possibile.

Eppure, a distanza di tempo, gli attivisti – sette persone con disabilità – si sono visti recapitare un decreto penale di condanna per “interruzione di pubblico servizio” e “invasione di edificio”, con una multa spropositata (oltre 9.000 euro a testa), poi impugnata con opposizione e ricorso, fino al processo in corso davanti al Tribunale di Bari.

È in questo contesto che Mariangela Lamanna, presidente del Comitato 16 Novembre, si ritrova a dover “difendere” in aula un presidio che ha portato risultati concreti per i malati gravissimi pugliesi. Il paradosso è evidente: ciò che la politica ha riconosciuto come giusto e necessario sul piano sociale, la macchina penale lo trasforma in reato.

Quando il diritto penale diventa un intimidatore sociale

L’accusa principale si fonda sull’articolo 340 del codice penale, “interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di pubblica necessità”. La norma punisce chi cagiona un’interruzione o un turbamento di un servizio pubblico, ma la giurisprudenza più attenta ricorda che non ogni rallentamento, non ogni protesta, non ogni deviazione del traffico integra automaticamente questo reato. Serve una compromissione effettiva e significativa del servizio, non una generica situazione di disagio.

Nel caso specifico:
• il presidio era autorizzato su suolo pubblico;
• le forze dell’ordine erano presenti, non è stato intimato alcun immediato sgombero;
• le ambulanze hanno continuato a passare;
• l’ingresso nel palazzo regionale è avvenuto su autorizzazione di un dirigente;
• la stessa “parte offesa” – il presidente della Regione – ha dichiarato che i lavori non sono stati materialmente interrotti.

Non è difficile vedere in questo procedimento una funzione diversa da quella di tutelare un servizio pubblico: la funzione di lanciare un segnale. Un segnale a chi, domani, vorrà tornare in presidio per reclamare assistenza domiciliare, fondi, progetti di vita individuale: attenti, potreste finire alla sbarra, con accuse pesanti e spese legali insostenibili per chi già fatica ad arrivare a fine mese.

È il classico meccanismo “debole coi forti, feroce coi fragili”: si tollerano senza colpo ferire disastri organizzativi, ritardi nei servizi, promesse non mantenute verso i disabili gravissimi; ma si attiva la macchina repressiva con solerzia quando quei cittadini osano usare lo strumento più mite che la democrazia prevede: una manifestazione pacifica.

Noi, persone con disabilità, sappiamo bene che effetto produce tutto questo: un “freddo” che scende sulla voglia di esporsi. Se per difendere un fondo per la non autosufficienza devi mettere in conto un processo penale, quanti saranno disposti a farlo? Chi ha una SLA, chi è ventilato, chi vive ventiquattro ore su ventiquattro accanto a un congiunto totalmente dipendente, può davvero permettersi anche la minaccia di una condanna?

La Costituzione non è un optional: articolo 3, articolo 17, articolo 21

In questa vicenda non è in discussione solo l’applicazione, discutibile, di un articolo del codice penale. È in discussione il rapporto tra Stato e cittadini più vulnerabili.

L’articolo 3 della Costituzione dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Nel caso dei disabili gravissimi e delle loro famiglie quegli ostacoli hanno nomi e cognomi: turni impossibili di cura, mancanza di assistenza domiciliare adeguata, continui rinvii nell’erogazione di sostegni, burocrazia opaca, fondi insufficienti o disomogenei su base regionale.

Quando chi quegli ostacoli li subisce prova a rimuoverli con lo strumento della protesta pacifica, non sta violando lo spirito della Costituzione. Lo sta incarnando. Sta facendo esattamente ciò che una democrazia matura dovrebbe considerare prezioso: portare le contraddizioni alla luce del sole, costringere le istituzioni a misurarsi con le proprie inadempienze.

A questo si aggiungono:
• l’articolo 17, che riconosce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi, anche in luogo aperto al pubblico;
• l’articolo 21, che tutela la libertà di manifestazione del pensiero, anche collettiva, anche scomoda.

Processare persone in carrozzina per un presidio autorizzato, dopo che lo stesso presidente della Regione ha riconosciuto la legittimità delle loro richieste, è un cortocircuito che non può lasciarci indifferenti. È come se lo Stato dicesse: “Puoi essere disabile, puoi anche soffrire, ma per favore soffri in silenzio. Se vieni sotto le finestre del potere e resti troppo a lungo, diventi un problema di ordine pubblico”.

Il Comitato 16 Novembre lo sa bene: da anni denuncia la condizione dei malati di SLA e delle persone non autosufficienti gravissime, chiedendo fondi adeguati, assistenza indiretta, libertà di scelta sulla gestione della cura. È una realtà nata dal basso, da famiglie che hanno trasformato il dolore in impegno e che sono state già costrette, in passato, a presidiare ministeri e regioni per strappare risultati minimi di civiltà.

Oggi, vedere quella stessa esperienza seduta al banco degli imputati, accusata di essere “facinorosa” per aver osato occupare simbolicamente una strada e una sala consiliare, è uno schiaffo a tutte le persone con disabilità in questo Paese.

La società che celebra la “giornata della disabilità” e processa chi non sta zitto

C’è un’ultima ipocrisia che questo processo mette a nudo. Ogni anno, nelle giornate dedicate ai diritti delle persone con disabilità, istituzioni e media si riempiono di parole: inclusione, centralità della persona, nessuno resti indietro. Si organizzano convegni, si firmano protocolli, si scattano foto accanto alle carrozzine.

Poi, quando quelle stesse persone chiedono conto delle promesse mancate – non sui social, ma fisicamente, con il loro corpo fragile davanti ai palazzi del potere – ecco che vengono trattate come un problema da disciplinare: interdizione del traffico, interruzione di pubblico servizio, invasione di edificio.

È questa la contraddizione che noi, persone con disabilità, respingiamo con fermezza:
non siamo un’icona da esibire in una giornata all’anno. Siamo cittadini a pieno titolo, con il diritto di protestare, di sbagliare un modulo, di alzare la voce, di occupare pacificamente uno spazio quando tutto il resto è stato ignorato.

Per questo, da questa storia non basta aspettarsi un’assoluzione tecnica o una riduzione della pena. Serve una presa di coscienza più profonda: il riconoscimento pubblico che usare il codice penale per colpire chi rivendica diritti fondamentali è un abuso, un atto di violenza istituzionale che produce paura, isolamento, auto-censura.

Noi non ci stiamo. Non accettiamo che chi difende la vita e la dignità dei malati gravissimi venga equiparato a un delinquente. Non accettiamo che la libertà di manifestare venga trasformata in un privilegio di chi può permettersi avvocati e ricorsi infiniti.

Se c’è qualcosa che “turba” il servizio pubblico, in questa vicenda, non è il gazebo sul lungomare. È un sistema che, di fronte ai più fragili, preferisce il manganello giudiziario all’ascolto, il decreto penale alla responsabilità politica.

E allora sì, continueremo a “parlare troppo”. Perché troppi, tra noi, non possono più parlare. E perché il silenzio, oggi, sarebbe la complicità più grande.

Fonti essenziali
Articoli di cronaca su presidio del 13–16 luglio 2021 e processo per interruzione di pubblico servizio e invasione di edificio contro sette disabili a Bari.
Documentazione e presentazione pubblica del Comitato 16 Novembre, associazione di malati di SLA e patologie altamente invalidanti.
Riferimenti agli articoli 3, 17 e 21 della Costituzione italiana e alla disciplina dell’art. 340 c.p. (interruzione di pubblico servizio).

Il “Neoporcellum” e la paura di perdere: così la destra vuole blindare il potere cambiando le regole del gioco

C’è un filo rosso che lega la sconfitta del centrodestra in Campania e Puglia, le simulazioni YouTrend sui collegi del Sud, le dichiarazioni di Donzelli e Benigni, e l’intervista del costituzionalista Gaetano Azzariti. Quel filo si chiama paura di perdere. E quando chi governa ha paura di perdere, la tentazione è sempre la stessa: cambiare la legge elettorale.

Oggi quel cantiere ha un nome, quasi uno scherzo di cattivo gusto: “Porcellum costituzionalizzato”, ribattezzato da qualcuno “meloncellum”. Un proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40 per cento, abolizione dei collegi uninominali e liste bloccate. Una riedizione del vecchio Porcellum, ma adattata al nuovo Parlamento ridotto nei numeri. 

Dietro il tecnicismo, però, c’è un progetto politico molto concreto: impedire che un campo largo di opposizione – quello che in Campania e Puglia ha vinto con Fico e Decaro – possa, nel 2027, mettere in discussione il dominio parlamentare del blocco guidato da Giorgia Meloni. 

Il punto di partenza: perché la destra ha fretta di cambiare la legge

Secondo le simulazioni elaborate da YouTrend, se alle politiche del 2027 il centrosinistra si presentasse unito – Pd, M5S, Alleanza Verdi-Sinistra, Iv e altre forze – nel Mezzogiorno potrebbe strappare al centrodestra fino a 18 collegi uninominali al Senato.

Oggi la destra dispone di 120 senatori su 200: perdere quei collegi significherebbe mettere seriamente a rischio la maggioranza a Palazzo Madama. 

Tradotto in politica:

se il campo largo regge, il Rosatellum smette di essere un’assicurazione sulla vita per il centrodestra il meccanismo dei collegi uninominali, che nel 2022 ha premiato una destra unita contro un centrosinistra diviso, diventerebbe un boomerang il Sud, dove si è vista la forza della coalizione Fico–Decaro, diventerebbe il terreno su cui la destra potrebbe perdere il controllo del Senato. 

E infatti la reazione arriva immediata: Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, apre ufficialmente il cantiere per eliminare i collegi uninominali e passare a un proporzionale con premio alla coalizione che arriva al 40 per cento. Stefano Benigni (FI) insiste sulla necessità di “garantire la formazione del governo” nel 2027. 

Il messaggio, al netto delle formule rassicuranti sulla “stabilità”, è molto semplice: se con questa legge rischiamo di perdere, cambiamo la legge.

Azzariti: quando le regole diventano un’arma di parte

Nell’intervista rilasciata a Repubblica, il costituzionalista Gaetano Azzariti mette il dito nella piaga. Da trent’anni – dal 1993 ad oggi – l’Italia è intrappolata in una stagione di riforme elettorali “compulsive”: quattro leggi in poco più di trent’anni, due dichiarate incostituzionali dalla Consulta, l’attuale (Rosatellum) piena di criticità. 

Il punto politico è devastante:

le leggi elettorali non vengono più pensate per garantire rappresentanza e equilibrio tra poteri vengono scritte “su misura” per chi governa, per evitare sconfitte o rendere più difficile la vittoria dell’avversario il risultato è una crisi di rappresentanza che alimenta l’astensionismo: le persone smettono di votare perché percepiscono il voto come inutile, schiacciato dentro un gioco truccato. 

Azzariti è molto chiaro su due punti:

il maggioritario “ha fallito”: l’illusione degli anni Novanta, secondo cui la democrazia dell’investitura avrebbe “restituito lo scettro al principe”, si è rovesciata nel suo contrario oggi servirebbe una riforma che curi la crisi della rappresentanza, non un restyling truccato per garantire sempre e comunque la sopravvivenza della maggioranza di turno. 

E propone un modello diverso:

collegi uninominali per avvicinare eletto e territorio ma riparto proporzionale dei seggi per rispecchiare fedelmente il voto degli elettori un Parlamento che torna ad essere “sede del compromesso”, come ricordava Kelsen, e non una macchina per ratificare decisioni prese altrove. 

È l’esatto contrario della direzione in cui sta andando la destra.

Il “Neoporcellum”: proporzionale con super-premio, senza collegi e con liste bloccate

L’ipotesi oggi in discussione – descritta da agenzie e retroscena parlamentari – è una legge proporzionale con queste caratteristiche essenziali:

abolizione dei collegi uninominali liste plurinominali, con capilista bloccati decisi dai partiti soglia di sbarramento (si parla del 4 per cento) premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40 per cento dei voti, con assegnazione almeno del 55 per cento dei seggi; in alcune ipotesi, premio crescente fino al 60 per cento sopra il 45 per cento. 

È una sorta di Porcellum 2.0:

stesso impianto di premio forte alla coalizione vincente stessa logica di compressione della rappresentanza stessa tendenza a trasformare il voto in un plebiscito sul capo, più che in una scelta sui programmi.

Con una differenza cruciale: nel frattempo il Parlamento è stato ridotto a 400 deputati e 200 senatori. Con numeri così compressi, ogni punto percentuale in più o in meno pesa di più in termini di seggi. Distorsioni che prima apparivano “tollerabili” diventano ora esplosive. 

Dove sta il trucco: premio al 40 per cento e liste civetta

Torniamo al meccanismo che avevamo già analizzato:

una coalizione prende il 40–41 per cento dei voti grazie al premio sale al 55 per cento dei seggi il resto dei seggi viene ripartito proporzionalmente tra tutte le liste sopra soglia.

Sulla carta sembrerebbe un compromesso fra governabilità e rappresentanza. In realtà, se il sistema è studiato bene (male per la democrazia, bene per chi governa), diventano decisive le liste “esterne” ma affini: le famose liste civetta.

Immaginiamo:

Coalizione di destra: 41 per cento Campo largo di centrosinistra: 37 per cento Lista “moderata” C: 8 per cento Lista “civica” D: 6 per cento Tutte sopra il 4 per cento.

La coalizione di destra sale al 55 per cento dei seggi. C e D, che non fanno formalmente parte della coalizione, partecipano al riparto del 45 per cento residuo. Ma se in Parlamento si collocano stabilmente nell’orbita della maggioranza, quel 55 per cento diventa di fatto un 60, 62, 65 per cento potenziale.

Qui sta il cuore del disegno:

spacchettare il consenso della destra in più contenitori elettorali occupare sia il blocco del premio sia una quota significativa del proporzionale residuo ridurre le opposizioni vere a una minoranza numerica troppo esigua per incidere.

La somiglianza con la legge Acerbo non è solo retorica: anche allora una soglia apparentemente “ragionevole” e un premio gigantesco consegnarono al fascismo la possibilità di dominare il Parlamento e svuotarlo dall’interno. 

I paletti della Costituzione: dove può intervenire la Consulta

La Corte costituzionale, con le sentenze sul Porcellum (2014) e sull’Italicum (2017), ha fissato alcuni principi chiave:

il premio di maggioranza deve avere una soglia minima adeguata e una misura non eccessivamente distorsiva rispetto alla forza reale la legge non può compromettere in modo irragionevole l’uguaglianza del voto e la rappresentatività delle Camere le liste bloccate non possono essere tali da azzerare la scelta degli elettori sugli eletti. 

Un premio che assegni il 55 per cento dei seggi con il 40 per cento dei voti, in un Parlamento ridotto, è esattamente il tipo di meccanismo che rischia di essere qualificato come “abnorme” e “irragionevole” dalla Consulta, perché produce una compressione eccessiva delle opposizioni. 

Ma c’è un’altra criticità, che Azzariti sottolinea con forza:

una legge elettorale così importante dovrebbe essere almeno in parte condivisa con le opposizioni approvarla in solitaria, a colpi di maggioranza, significa trasformare una regola del gioco in un’arma di parte anche questo, in prospettiva, può pesare nella valutazione di costituzionalità complessiva, perché incide sulla lealtà costituzionale fra maggioranza e opposizione. 

Il vero obiettivo: i due terzi e la revisione costituzionale senza popolo

Tutto diventa ancora più chiaro se lo si collega all’articolo 138 della Costituzione.

La norma è semplice:

le leggi di revisione costituzionale devono essere approvate due volte da ciascuna Camera se nella seconda votazione ottengono solo la maggioranza assoluta, può essere chiesto un referendum confermativo se raggiungono i due terzi dei componenti, il referendum non si tiene. 

Ora, metti insieme:

una legge elettorale che consegna alla coalizione vincente almeno il 55 per cento dei seggi una costellazione di liste civetta, moderate, “di responsabilità”, che in Parlamento votano abitualmente con il governo l’assenza di collegi uninominali, che rende più difficile per le opposizioni costruire radicamento territoriale alternativo.

Arrivare ai due terzi dei seggi non è più un’ipotesi da laboratorio: diventa una possibilità concreta.

Con quei numeri si può:

riscrivere la forma di governo (premierato, poteri del Presidente della Repubblica, rapporti governo–Parlamento) intervenire su pesi e contrappesi, sulla giustizia, sulla struttura stessa delle garanzie costituzionali farlo senza dover passare dal giudizio diretto degli elettori in un referendum confermativo.

La combinazione fra “Neoporcellum” e riforme costituzionali rischia, dunque, di trasformare una maggioranza elettorale relativa in una maggioranza costituente permanente. 

La grande assente: la crisi della rappresentanza e l’astensione

In tutto questo discorso, nota Azzariti, il grande rimosso è l’astensionismo.

milioni di persone non vanno più a votare non perché non abbiano opinioni, ma perché percepiscono la politica come un teatro dove il finale è già scritto ogni nuovo intervento sulla legge elettorale che punta a “blindare” chi governa allarga ancora di più questa distanza. 

Se prendessimo sul serio la crisi della rappresentanza, il discorso sulla riforma sarebbe rovesciato:

meno ossessione per la governabilità ad ogni costo più attenzione al rapporto tra eletto ed elettore, ai territori, alla possibilità per le opposizioni di essere davvero tali un sistema misto che unisca collegi uninominali e proporzionale, come suggerisce lo stesso Azzariti, restituendo centralità al Parlamento come luogo di compromesso. 

Invece, si procede nella direzione opposta:

abolire i collegi che oggi, numeri alla mano, potrebbero permettere al campo largo di far saltare la maggioranza della destra al Senato rafforzare un premio di maggioranza che rischia di essere incostituzionale incastonare tutto dentro una riforma del premierato che tende a verticalizzare il potere.

Conclusione: difendere la democrazia dalle sue scorciatoie

La formula “è la politica, bellezza” viene spesso usata per giustificare tutto: anche l’uso spregiudicato delle regole elettorali. Ma qui non siamo davanti a un normale aggiustamento tecnico.

Siamo davanti a un disegno che, combinando:

proporzionale con super-premio alla coalizione che supera il 40 per cento abolizione dei collegi uninominali liste bloccate decise dai vertici di partito possibile uso di liste civetta per erodere lo spazio delle opposizioni

mira a costruire un Parlamento dove chi vince una volta può cambiare le regole del gioco, la forma di governo e pezzi di Costituzione, riducendo al minimo sia il controllo delle minoranze sia quello diretto del corpo elettorale tramite referendum. 

La storia italiana – dalla legge Acerbo alla legge truffa del 1953, fino al Porcellum bocciato dalla Consulta – ci ricorda che ogni scorciatoia sulla rappresentanza si paga cara. Non necessariamente subito, non necessariamente da chi la costruisce, ma quasi sempre dalla democrazia nel suo insieme. 

Per questo “stare molto attenti” non è allarmismo: è il minimo sindacale di igiene democratica.

Il resto lo decideranno gli elettori, se verranno messi nelle condizioni di scegliere davvero, e non solo di ratificare un verdetto già scritto nei codicilli di una nuova legge elettorale cucita su misura per chi oggi ha paura di perdere il potere.

La separazione delle carriere come grimaldello del potere: le tre “confessioni” che svelano il rischio per la democrazia

Non riesco a guardare al referendum sulla separazione delle carriere come a un semplice dibattito tecnico tra giuristi o come a una disputa corporativa interna alla magistratura. Per me è un test di tenuta democratica. Perché attorno a questa riforma non si sta discutendo solo di organigrammi, ma della forma concreta dell’equilibrio tra poteri nello Stato. E paradossalmente proprio chi la promuove sta offrendo le prove più chiare di quanto sia pericolosa.

La riforma costituzionale approvata dal Parlamento nel 2025 introduce tre cambiamenti strutturali: carriere separate e non comunicanti tra giudici e pubblici ministeri; due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con membri in parte estratti a sorte; una nuova Alta Corte disciplinare esterna ai CSM. Non essendo passata con i due terzi, andrà a referendum confermativo senza quorum, con voto previsto entro metà marzo 2026. Non è un dettaglio procedurale: quando un governo decide di riscrivere pezzi della Costituzione e chiede ai cittadini di confermarli, ogni parola detta in campagna pesa come piombo.

Dentro questo scenario, vedo tre fatti emblematici. Tre segnali che sembrano crepe in un argine: rivelano l’obiettivo reale della riforma e, insieme, la sua fragilità politica.

Primo fatto: la promessa di togliere il “fiato sul collo” ai governi
Il ministro Nordio ha detto, in sostanza, che la principale opposizione dovrebbe sostenere la separazione delle carriere perché, quando tornerà a governare, potrà beneficiarne: non avrà più i pubblici ministeri a controllare, a indagare, a disturbare l’azione dell’esecutivo. Io qui non vedo una gaffe. Vedo una dichiarazione d’intenti. Se una riforma viene difesa dicendo che serve a rendere i PM meno capaci di mettere sotto pressione il potere politico, allora non è una riforma per la giustizia: è una riforma per il governo di turno.

Nella Costituzione italiana il pubblico ministero è parte dell’ordine giudiziario proprio per garantire che l’azione penale resti autonoma dalla politica. Separare rigidamente le carriere può anche essere discusso in astratto, ma nel momento in cui la sua giustificazione diventa “così chi governa respira”, il velo di neutralità cade. Non si sta rafforzando il processo accusatorio: si sta indebolendo un contrappeso democratico.

Secondo fatto: la normalizzazione di Gelli e della P2
La seconda esternazione è ancora più grave: Nordio ha dichiarato che anche Licio Gelli diceva cose giuste, e quindi sulla separazione delle carriere si potrebbe perfino seguirne l’impostazione. Qualcuno ha provato a liquidarla come battuta da salotto, il classico “anche un orologio rotto…”. Ma a me interessa il punto politico e storico. La separazione delle carriere era un pilastro del Piano di Rinascita Democratica della P2, un progetto giudicato eversivo, costruito per piegare magistratura e informazione al controllo dell’esecutivo.

E qui va detto con chiarezza ciò che la storia giudiziaria e le sentenze ci hanno consegnato: la P2 non fu solo una loggia “occulta” con un progetto di Stato parallelo. Fu un nodo operativo delle trame che attraversarono la stagione delle stragi. Le indagini e i processi sulla strage del 2 agosto 1980 hanno accertato il ruolo di Gelli e di apparati deviati nel depistaggio e nelle coperture, e nelle motivazioni giudiziarie emerge anche il quadro di relazioni e sostegni finanziari che legavano quel mondo ai circuiti neofascisti responsabili dell’attentato alla stazione di Bologna. Non è un dettaglio di colore: è l’ombra lunga di una rete che ha alimentato, protetto e finanziato quella strategia di morte.

Quando il ministro della Giustizia, nel pieno di un referendum costituzionale, cita con benevolenza quel retroterra, sta compiendo un gesto di legittimazione. E in un Paese che ha conosciuto trame, stragi, apparati infedeli e connivenze, quel gesto non è folklore. È un segnale di direzione. È come se si volesse dire: non vi preoccupate se questa riforma ha una genealogia inquietante, prendiamone il “buono” e andiamo avanti. Ma io non ci sto. Perché quel “buono”, in quel contesto, era parte di un disegno di dominio, non di giustizia.

Terzo fatto: la strumentalizzazione di Falcone e Borsellino da parte della destra
Il terzo elemento non riguarda una frase di Nordio, ma un comportamento politico diffuso nei partiti di destra che sostengono il sì: Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia continuano a evocare Falcone e Borsellino come se fossero testimonial postumi della riforma. È una pratica che trovo sgradevole e pericolosa. Prendere frammenti di pensiero, estrapolarli, piegarli a uno slogan referendario significa usare la memoria come clava.

Falcone e Borsellino non sono bandierine da piantare sulla riforma. Sono un metro severo con cui misurare il rapporto tra giustizia e potere. E quel rapporto oggi torna al centro proprio perché la riforma ridisegna l’architettura della magistratura: due corpi separati, due CSM meno rappresentativi per via del sorteggio, e un’Alta Corte disciplinare esterna che rischia di diventare un giudice speciale mascherato. Se si vuole discutere di questa roba, lo si faccia nel merito. Senza tirare per la giacca i morti.

Il problema reale è minuscolo, l’effetto è gigantesco
C’è poi un dato che rende tutto ancora più chiaro: il passaggio di magistrati da PM a giudice, o viceversa, è numericamente ridotto. Parliamo di poche decine di casi l’anno. Allora perché una riscrittura costituzionale così profonda? Perché rifare le fondamenta della casa se la finestra cigola? A me pare evidente che il punto non sia correggere un difetto marginale, ma cambiare l’equilibrio generale: isolare il PM, renderlo più vulnerabile a un controllo politico diretto o indiretto, spostare l’asse del potere verso l’esecutivo.

Le ragioni del sì e la loro debolezza politica
So bene cosa dicono i sostenitori della separazione. Parlano di terzietà del giudice, di parità delle armi nel processo accusatorio, di fine del correntismo grazie al sorteggio nei CSM. Argomenti che, sulla carta, hanno una loro dignità e andrebbero affrontati seriamente.

Ma oggi il sì campa su una contraddizione fatale. Per vincere deve presentarsi come riforma “liberale”, garanzia per l’imputato, modernizzazione del processo. Però le parole e i riferimenti simbolici del campo governativo la svelano come riforma “di controllo”, utile a chi governa per avere meno inchieste, meno disturbo, meno vigilanza. Questa doppia anima rischia di esplodere nelle urne, perché spaventa non solo l’opposizione, ma anche settori garantisti che non vogliono consegnare ai partiti un pubblico ministero indebolito.

Un referendum sul presente, non sul codice
Ecco perché, a mio avviso, questo referendum non parla di tecnica giudiziaria. Parla di presente. Parla di quanto potere vogliamo lasciare a chi governa senza controlli effettivi. Parla della qualità della nostra democrazia. Se il PM viene separato culturalmente e istituzionalmente dal giudice, e se la narrazione politica che accompagna la riforma è “così i governi non avranno più il fiato sul collo”, allora non siamo davanti a un aggiustamento del sistema. Siamo davanti a un cambio di passo costituzionale che spinge nella direzione di uno Stato più verticale, meno controllabile, più impermeabile alle indagini sui piani alti.

Per questo dico con chiarezza che questa riforma è un grimaldello del potere. E le stesse parole di chi la guida lo dimostrano. Non perché abbiano sbagliato una battuta, ma perché hanno lasciato intravedere il cuore dell’operazione: meno controllo sul potere, più potere sul controllo. In un’Italia che ha già pagato carissimo le sue stagioni di opacità e di Stato parallelo, questo è un rischio che non possiamo permetterci di sottovalutare.

Silenziare la storia. Perché il caso D’Orsi a Torino è uno strappo costituzionale (e perché il licenziamento di Nunziati lo conferma)

Torino, novembre 2025. Un professore emerito, uno storico noto e riconosciuto, invitato a parlare di russofobia e narrazioni di guerra, viene zittito non da una contestazione pubblica, non da un confronto di idee, ma da una decisione politico-amministrativa presa a monte, su pressione di una vicepresidente del Parlamento europeo e di alcune sigle militanti sul fronte ucraino. È questo, in estrema sintesi, ciò che è accaduto al professor Angelo d’Orsi: il Polo del ’900 ha annullato la conferenza “Russofobia, russofilia, verità” prevista per il 12 novembre, dopo la richiesta pubblica di Pina Picierno, che ha poi ringraziato il sindaco di Torino per avere obbedito. È tutto scritto nei resoconti di queste ore. E il punto sta proprio qui: non siamo davanti a una normale polemica culturale, ma a un precedente grave, perché introduce un criterio politico-ideologico di ammissibilità della parola pubblica. E questo, in una Repubblica fondata su eguaglianza e libertà di manifestazione del pensiero, non è compatibile con la Costituzione.

Il fatto nudo è chiarissimo. C’è un evento regolarmente programmato in uno spazio pubblico della memoria e della cultura torinese. C’è un relatore che non è affatto un marginale, ma uno studioso con una bibliografia sterminata, allievo di Norberto Bobbio, voce ascoltata nella vita civile della città. C’è un tema delicato, quello della russofobia, che oggi spacca l’opinione pubblica europea perché tocca la guerra in Ucraina, le sanzioni, l’informazione di guerra. E c’è un intervento politico che, definendo in anticipo l’incontro “evento di propaganda putiniana”, lo fa saltare prima ancora che si svolga, trasformando un sospetto ideologico in motivo di censura preventiva.

Ora, se togliamo la patina di attualità, quello che resta è un meccanismo antichissimo: qualcuno decide che un’idea è pericolosa e invece di criticarla la elimina. Ma la nostra Carta, che nasce dalle ferite del fascismo, ha scelto consapevolmente l’altra strada. L’ha scelta all’articolo 21, quando ha detto che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e che la censura non è ammessa. L’ha scelta all’articolo 3, quando ha impegnato la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Qui è successo il contrario: un potere pubblico, per ragioni di opportunità politico-diplomatica, ha creato l’ostacolo.

Chi prova a minimizzare dirà: nessuno ha vietato a d’Orsi di parlare, può farlo altrove. Ma è un argomento fragile. Perché ciò che è stato impedito non è la parola in astratto, è l’accesso a uno spazio pubblico istituzionale. È il riconoscimento pubblico, è la possibilità di confrontarsi in una casa comune della cultura torinese. Quando si toglie questo, non si sta più discutendo di opinioni, si sta graduando la cittadinanza culturale. Alcune voci sì, altre no. Alcuni intellettuali “sicuri”, altri “sospetti”. E ogni volta che un’amministrazione sceglie in base all’allineamento geopolitico e non in base alla qualità del dibattito, mette lo Stato sul piano inclinato della discriminazione politica. È esattamente ciò che l’articolo 3 vieta: trattare in modo diverso i cittadini per ragioni non ragionevoli.

Ed è qui che il caso d’Orsi e il caso del giovane giornalista Gabriele Nunziati, cacciato dall’Agenzia Nova per una domanda legittima alla portavoce della Commissione europea, diventano le due facce della stessa regressione democratica. A Torino si vieta a uno storico di discutere pubblicamente la russofobia perché tema sgradito a una rappresentante europea. A Bruxelles si interrompe la collaborazione con un cronista perché ha osato chiedere se, con lo stesso criterio applicato alla Russia, anche Israele dovrà pagare la ricostruzione di Gaza. In un caso si colpisce la parola prima che venga pronunciata. Nell’altro si punisce la parola perché è stata pronunciata.

Il meccanismo è identico: l’informazione e la cultura sono ammesse solo se non mettono in imbarazzo la linea politico-diplomatica prevalente. Nel primo caso è la linea atlantista sulla guerra in Ucraina, nel secondo è la linea euro-israeliana sul conflitto in Palestina. Chi prova a mostrare la contraddizione interna a queste linee viene messo ai margini, escluso dal palco o dal posto di lavoro. È la stessa logica del discorso sorvegliato.

C’è poi un altro elemento che inquieta. L’intervento decisivo, tanto nel caso d’Orsi quanto in quello di Nunziati, non è venuto da un organismo di sicurezza nazionale, da un’autorità giudiziaria, da una commissione che abbia valutato rischi concreti. È venuto da pressione politica (nel caso d’Orsi) e da una scelta editoriale conformista (nel caso del giornalista). Cioè da soggetti che non hanno il compito di limitare la libertà di espressione, ma che se lo sono presi lo stesso, perché hanno intuito che in questa fase storica è conveniente allinearsi e sconveniente aprire spazi di discussione.

È la stessa dinamica vista con artisti e musicisti russi all’indomani dell’invasione: bastava l’accusa generica di “propaganda” perché scattasse l’esclusione. È una forma aggiornata di maccartismo russofobo, che ha già mostrato in Italia quanto sia facile colpire giornalisti, studiosi, persino associazioni che chiedono solo di discutere pubblicamente le cause e gli effetti del conflitto. Il risultato è un clima: ci sono temi che non si toccano, tesi che non si formulano, libri che non si presentano. E chi lo fa viene delegittimato e, quando va male, cancellato dal cartellone o dal contratto di collaborazione.

Dentro questo quadro va inserita anche la “stampa sotto attacco”. Perché nello stesso arco temporale in cui a Torino si spegne un microfono e a Bruxelles si caccia un cronista, nella Striscia di Gaza e Cisgiordania sono stati uccisi oltre 260 giornalisti, cameraman e fotografi palestinesi, e non solo, che stavano solo facendo il lavoro che il sistema europeo oggi rende difficilissimo: raccontare ciò che non torna, ciò che incrina la narrazione ufficiale, ciò che mostra la sproporzione della forza. Se a sud del Mediterraneo si eliminano fisicamente i testimoni e a nord del Mediterraneo si puniscono quelli che fanno domande scomode, il messaggio che passa è unico: su certe guerre non si indaga, si ripete quanto calato dalle veline del potere.

Questo clima è pericoloso almeno per tre ragioni.

Primo, perché introduce la censura preventiva, che è esattamente ciò che i costituenti non volevano più vedere dopo il ventennio. Nel caso d’Orsi non si è aspettato di ascoltare la conferenza per eventualmente criticarla: la si è vietata a monte. Nel caso di Nunziati non si è neppure discusso sul merito della domanda: si è deciso che era “fuori luogo”. In entrambi i casi si rovescia la logica liberale e costituzionale, secondo cui si parla sempre, e solo dopo, se ci sono reati o apologie vietate, interviene la legge.

Secondo, perché trasforma il dissenso sulla guerra in un indicatore di lealtà all’Occidente. Se critichi la russofobia istituzionale vieni assimilato alla propaganda putiniana. Se chiedi se Israele deve pagare per le distruzioni a Gaza vieni assimilato alla propaganda filopalestinese. È una semplificazione brutale ma funziona benissimo nella polarizzazione odierna, e proprio per questo è pericolosa: perché spinge amministrazioni, istituti culturali e redazioni a tutelarsi censurando il pluralismo.

Terzo, perché legittima le interferenze di soggetti esterni sul governo della cultura e dell’informazione. Che un’associazione ucraina, o una sigla militante, faccia pressione è nella natura del conflitto politico. Che un’istituzione pubblica ceda subito, o che un’agenzia giornalistica scarichi un collaboratore per compiacere il clima istituzionale, è ciò che non dovrebbe accadere. Qui invece è accaduto. E quando accade una volta, diventa più facile farlo la seconda.

La cosa più amara, e lo dice lo stesso d’Orsi nella sua replica, è che difficilmente arriveranno scuse ufficiali, prese di posizione forti, correzioni di rotta. Perché una volta che si è accettata l’idea che esista una linea di governo del discorso pubblico sulla Russia e sulla guerra, o sulla Palestina e sulla ricostruzione di Gaza, chi se ne discosta è automaticamente marginalizzato. Ma se passa questo principio, domani potrà essere usato per altro: Cina, Venezuela, politiche sociali, persino contestazioni interne al Paese. È così che cominciano le derive autoritarie nelle democrazie: non con una legge-bavaglio generale, ma con tanti piccoli silenziamenti “giustificati”, presentati come atti di responsabilità.

Il punto, allora, non è difendere un professore perché è di sinistra o perché ha studiato Gramsci, né un giovane giornalista perché “precario”. Il punto è difendere il diritto di qualsiasi cittadino colto e di qualsiasi cronista di porre domande scomode in uno spazio pubblico. Se oggi lo si vieta perché “filorusso”, domani lo si potrà vietare perché “filo venezuelano, dopodomani perché “filosociale” in tempo di austerità. È un pendio scivoloso che va fermato adesso.

Per fermarlo occorre ripartire dalla lettera e dallo spirito della Costituzione. La lettera dice che la libertà di manifestazione del pensiero è di tutti e non è soggetta ad autorizzazioni. Lo spirito dice che lo Stato deve ampliare, non restringere, gli spazi di discussione, soprattutto quando la politica estera e militare diventa tema caldo. Se gli enti culturali pubblici, invece di essere luoghi del pluralismo, diventano filtri del consenso atlantico, e se le agenzie di stampa invece di proteggere la libertà di domanda la puniscono, allora significa che il patto costituzionale è stato incrinato.

Questo è il messaggio più grave che arriva da Torino e da Bruxelles. Non riguarda solo Angelo d’Orsi. Non riguarda solo Gabriele Nunziati. Riguarda ogni cittadino che vuole ancora vivere in una Repubblica dove prima si parla e poi, semmai, si contesta. Qui è successo l’opposto. Ed è per questo che va detto con chiarezza: cancellare una conferenza scomoda su pressione politica e licenziare un cronista per una domanda legittima sono atti di discriminazione e di regressione democratica. E vanno denunciati adesso, finché è ancora possibile farlo senza dover chiedere il permesso.

La “strega” e il tribunale del mondo: come si prova (o si nega) un crimine collettivo

L’attacco sessista a Francesca Albanese in sede ONU non è solo miseria retorica: è il sintomo di un sistema politico-mediatico corrotto che, pur di respingere l’accusa di genocidio a Gaza e le proprie corresponsabilità, sposta il discorso dal diritto ai soprannomi. I fatti – rapporti ONU, carestia certificata, flussi d’armi e veti al Consiglio di Sicurezza – raccontano altro.
1. Il fatto politico, nudo e crudo

Che l’ambasciatore israeliano Danny Danon abbia definito “strega” Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i Territori Palestinesi Occupati, è attestato da agenzie e video: un attacco personale volto a screditare il rapporto “Gaza Genocide: A Collective Crime (A/80/492)”, presentato il 28 ottobre e centrato su condotte e obblighi giuridici degli Stati. Albanese ha replicato con ironia, riportando il confronto sul terreno dei crimini e delle responsabilità.
2. Cosa dice davvero il rapporto Albanese

Il rapporto, fondato su materiali ONU e su contributi di 40 soggetti, dopo aver offerto a 63 Stati il diritto di replica, qualifica le condotte contro i civili a Gaza come parte di un disegno intenzionale e sistematico. Chiama in causa non solo la potenza occupante, ma anche gli Stati terzi e le imprese che forniscono armi, copertura diplomatica e business “as usual”. Il nodo giuridico è l’obbligo, sancito dalla Convenzione del 1948, di prevenire e non agevolare il genocidio. Testo e sintesi sono pubblici; circolano anche traduzioni integrali in italiano.
3. La posizione dell’Italia (e perché conta)

Nel dibattito all’ONU, l’ambasciatore italiano Maurizio Massari ha liquidato il rapporto come “privo di credibilità e imparzialità” e come eccedente il mandato della relatrice. È una scelta politica netta, assunta mentre l’Italia figura tra i Paesi la cui condotta merita scrutinio. La posizione è riportata sul sito ufficiale della Rappresentanza italiana presso le Nazioni Unite.
4. Dal micro-insulto al macro-contesto: ciò che i governi non dicono

Mentre si scambia “strega” per argomento, i dati si accumulano.

  • Il cessate il fuoco di Sharm el-Sheikh: entrato in vigore il 10 ottobre, è stato salutato come svolta. Eppure a fine mese la tregua è stata lacerata sul campo: tra il 28 e il 29 ottobre i bombardamenti israeliani hanno ucciso oltre cento persone a Gaza, tra cui 46 bambini – la notte più letale dall’avvio della tregua secondo più fonti convergenti. Il Qatar, mediatore con Egitto, Turchia e Stati Uniti, ha parlato apertamente di “violazione” dell’accordo, mentre i resoconti di stampa collocano l’intesa e i relativi “step di attuazione” proprio a Sharm el-Sheikh.
  • Veti USA: dal 2023 a oggi Washington ha opposto più volte il veto in Consiglio di Sicurezza a bozze di cessate il fuoco “immediato, incondizionato e permanente”, fino al sesto veto del 18 settembre 2025. È il corrimano diplomatico dell’impunità.
  • Sorveglianza e intelligence: dal dicembre 2023 il Regno Unito ha effettuato centinaia di missioni di sorveglianza su Gaza partendo da RAF Akrotiri (Cipro). Londra rivendica finalità umanitarie (ostaggi), ma il nodo legale resta se e come l’intelligence sia stata condivisa con Israele. A metà ottobre 2025 il Ministero della Difesa britannico ha annunciato la fine dei voli, dopo oltre 500 missioni.
  • Armi e complicità: secondo SIPRI, nel periodo 2020–2024 l’Italia ha fornito circa l’1% delle importazioni militari israeliane (elicotteri leggeri e componenti navali), restando comunque tra i fornitori rilevanti dopo Stati Uniti e Germania nelle ricostruzioni di stampa. Il governo ha inoltre ammesso la prosecuzione di alcune esportazioni in virtù di contratti pregressi, nonostante annunci di blocco. Non è ideologia: sono tabelle, licenze, container.
  • La fame come arma: il 22 agosto 2025 l’IPC (sistema ONU-FAO) ha dichiarato la carestia (Fase 5) nel Governatorato di Gaza, prevedendone l’estensione. OMS e agenzie ONU hanno confermato un quadro di carestia indotta dall’uomo. È la saldatura tra il contenuto del rapporto Albanese e gli indicatori umanitari.
  • Cornice giudiziaria internazionale: dal 21 novembre 2024 pendono mandati di arresto della Corte penale internazionale per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità (tra cui l’uso della fame come metodo di guerra). I giudici hanno respinto i ricorsi, mantenendo efficaci i mandati. Sono fatti processuali, non opinioni.
    1. L’Occidente nell’era dell’ambiguità: perché citiamo anche Trump

Quando un presidente in carica negli Stati Uniti ha detto a un pubblico cristiano che, se rieletto, “poi non dovranno più votare”, ha impresso alla retorica politica una torsione plebiscitaria. Non è folclore: è il terreno su cui diventano pensabili voti che non contano, diritti che si sospendono, regole che si aggirano. Nello stesso perimetro culturale l’esecutivo americano è arrivato a sanzionare una relatrice ONU per il suo lavoro su Gaza. Il filo che lega questi elementi esiste.
6. La domanda che brucia: complicità o prevenzione?

Il cuore del rapporto A/80/492 non è un “Israele contro ONU”, ma la linea di galleggiamento delle democrazie. O si previene un genocidio sospendendo forniture belliche e coperture politiche, aprendo corridoi umanitari reali e sostenendo la giustizia internazionale, oppure si diventa co-autori per omissione. È lo stesso principio che regge i trattati sul nucleare, il commercio d’armi e i diritti umani. Qui si innesta la seconda emergenza.
7. Dal diritto alla sopravvivenza: perché il rischio nucleare non è retorica

La “temperatura” del sistema di sicurezza globale è misurabile: nel 2025 il Doomsday Clock è fermo a 90 secondi dalla mezzanotte, tra guerre, arsenali nucleari e instabilità informativa. Gli arsenali non diminuiscono: SIPRI registra modernizzazioni e un maggior numero di testate schierate. Quando le grandi potenze normalizzano l’eccezione – dai veti ai bombardamenti “inevitabili” – il rischio sistemico cresce.
8. Che cosa dovrebbe fare l’Italia (davvero)

  • Applicare, senza ambiguità, la Legge 185/1990: stop a nuove licenze e riesame dei contratti in essere quando esista rischio di gravi violazioni del diritto internazionale. Che un contratto esista non lo rende neutro.
  • Sostenere in sede UE un embargo sulle armi verso tutte le parti che violano il diritto umanitario e una tracciabilità completa delle componenti dual-use, con report pubblici trimestrali. Le filiere contano quanto i missili.
  • Allineare la postura diplomatica al quadro giudiziario: rispetto dei mandati della CPI e cooperazione con ICJ e Nazioni Unite, senza eccezioni di “amicizia”.
  • Finanziare con serietà corridoi umanitari e accesso senza ostacoli a cibo, acqua, sanità e logistica, come richiesto da IPC, OMS e agenzie ONU.
  • Pretendere trasparenza su eventuali cooperazioni di intelligence che possano esporre l’Italia, o partner NATO/UE, a responsabilità per complicità.
    1. Conclusione: oltre la parola “strega”

“Strega” è una distrazione. Il rapporto Albanese mette in fila fatti verificabili e obblighi giuridici; la carestia li aggrava; veti e flussi d’armi li trasformano in struttura; i mandati della CPI offrono una sede giudiziaria. Continuare a ridurre tutto a un insulto significa abituarsi all’idea che il diritto internazionale sia opzionale. È un lusso che l’Occidente, già scosso da pulsioni illiberali, guerre per procura e arsenali in aggiornamento, non può permettersi.
L’Italia ha davanti una scelta semplice e difficile: ricongiungere valori e atti (stop alle complicità, sì alla prevenzione) oppure restare prigioniera dell’ambiguità. Non è una polemica tra diplomatici: è la credibilità della nostra democrazia e la tenuta di un ordine che impedisca l’“indicibile” non per magia, ma per diritto.

Fonti essenziali per i passaggi chiave

  • Rapporto ONU “Gaza Genocide: A Collective Crime (A/80/492)” e materiali collegati.
  • Attacco “strega” e replica di Francesca Albanese (agenzie e video).
  • Dichiarazione ufficiale dell’Ambasciata d’Italia all’ONU.
  • Cessate il fuoco del 10 ottobre e violazioni: Washington Post; Anadolu; dichiarazioni del premier del Qatar; “implementation steps” firmati a Sharm el-Sheikh.
  • Veti USA al Consiglio di Sicurezza (giugno e settembre 2025).
  • Missioni di sorveglianza del Regno Unito da Cipro e loro cessazione.
  • Dati su forniture e ruolo italiano (SIPRI; conferme su contratti in corso).
  • Carestia a Gaza dichiarata dall’IPC e conferme OMS/ONU.
  • Mandati della Corte penale internazionale su Netanyahu e Gallant.
  • Doomsday Clock e dati SIPRI sugli arsenali nucleari.
  • Dichiarazioni di Trump sul “non dover più votare”.

Separare per controllare: perché la riforma delle carriere mette nel mirino i PM.

La chiamano “separazione delle carriere”, ma la posta in gioco non è la qualità del processo: è il controllo del pubblico ministero. Lo dice senza giri di parole Nicola Gratteri — “normalizzare il PM, impaurirlo, trasformarlo in un perfetto burocrate” — parlando all’assemblea generale dell’ANM a Roma. E lo confermano testi e tempi della riforma, avanzata a tappe forzate e ora a un passo dal via libera finale prima del referendum confermativo.

Cosa c’è davvero nella riforma “Meloni–Nordio”

Il disegno di legge costituzionale ridefinisce l’architettura dell’autogoverno: due CSM distinti (giudicante e requirente) e una Alta Corte disciplinare al posto dell’attuale competenza disciplinare del CSM. Nei due CSM i membri laici vengono estratti a sorte da un elenco predisposto dal Parlamento in seduta comune; anche i membri togati sono sorteggiati. La nuova Alta Corte ha 15 giudici (laici nominati o sorteggiati e togati estratti a sorte). È la leva che sposta gli equilibri: tra sorteggio e liste parlamentari, l’influenza politica entra per porta principale nella governance delle toghe.

Dove siamo nell’iter. Il Senato ha votato il 22 luglio 2025; il 18 settembre la Camera ha approvato di nuovo il testo. Ora si torna a Palazzo Madama per la quarta e ultima lettura: senza i due terzi, si andrà a referendum confermativo (atteso, secondo più analisi, tra primavera 2026 e dintorni).

Il punto politico: chi nomina, chi disciplina, chi detta le priorità

Separare carriere e organi non è neutro se a compilare gli elenchi da cui si sorteggiano i laici è il Parlamento e se la disciplina è concentrata in un’unica Alta Corte di nuova istituzione. È qui che la riforma può diventare leva di condizionamento: progressioni, incarichi, clima interno. L’ANM parla esplicitamente di rischio di “magistratura addomesticata”.

C’è di più. Nel cantiere di riforme del governo, l’obbligatorietà dell’azione penale viene già compressa dai “criteri di priorità” e dai tagli di poteri impugnatori del PM: l’assetto spinge fisiologicamente verso un PM meno autonomo, più esposto a indirizzi esterni.

“Problema” inesistente, rimedio pericoloso

La retorica dei “passaggi di casacca” tra PM e giudici è smentita dai numeri: negli ultimi anni i passaggi tra funzioni sono intorno allo 0,3% su base annua; in audizione la Prima Presidente Cassano ha indicato 0,83% (PM→giudicante) e 0,21% (giudice→requirente) nel quinquennio. E già oggi il passaggio è possibile una sola volta, rigidamente regolato. Cambiare la Costituzione per un fenomeno residuale è un azzardo istituzionale.

Il confronto comparato: dove si separano le carriere, spesso il PM è gerarchizzato

In Francia il parquet mantiene legami gerarchici con l’esecutivo (istruzioni generali del Guardasigilli; devianze corrette a più riprese da CEDU e CGUE), in Germania la Staatsanwaltschaft risponde al ministro (Weisungsrecht). Morale semplice: separi e, quasi sempre, gerarchizzi. È questo il modello che vogliamo importare?

Il “pacchetto Nordio”: cosa ha già cambiato (e perché conta sulla separazione)

Il cuore operativo della stagione Nordio è la Legge 9 agosto 2024, n. 114. Ecco i punti che incidono direttamente su accusa e processo:
• Abrogazione dell’abuso d’ufficio e riforma del traffico di influenze. Due scelte simboliche: meno rischi per amministratori e snellimento del perimetro corruttivo. La Cassazione, nel 2025, è già intervenuta sul nuovo 346-bis.
• Intercettazioni e informazione di garanzia: stretta sulle pubblicazioni (divieti finché non riprodotte dal giudice o usate in dibattimento) e nuove regole di riservatezza; più oneri informativi nell’avviso di garanzia. Si muove il pendolo della trasparenza verso la riservatezza investigativa.
• Misure cautelari: introdotto l’interrogatorio preventivo prima della custodia in carcere e, dal 25 agosto 2026, la collegialità del GIP per la decisione sulla misura. Innovazioni pensate come garanzia, ma con criticità applicative segnalate da dottrina e operatori.
• Impugnazioni: limiti all’appello del PM contro le assoluzioni per i reati a citazione diretta; la giurisprudenza ha chiarito il regime transitorio. È un restringimento strutturale dei poteri dell’accusa.

Nel 2025 è arrivata anche la “legge Zanettin” che fissa a 45 giorni la durata delle operazioni di intercettazione (prorogabili), ulteriore tassello della stagione restrittiva sul fronte investigativo.

Morale del quadro: mentre si riduce per legge la capacità d’azione del PM (intercettazioni più contenute, appelli limitati, cautelari più rigide da ottenere), la separazione delle carriere sposta la leva di governo di quel PM verso organi più permeabili alla politica. È un disegno coerente.

Le parole d’ordine del governo e la realtà del processo

“Giudice terzo” e “parità delle parti” sono obiettivi sacrosanti. Ma la terzietà non si ottiene indebolendo chi indaga: si ottiene con risorse, tempi ragionevoli, difesa forte e regole probatorie chiare. Le modifiche del 2024–2025, lette insieme, rischiano l’effetto opposto: PM burocratizzato e giudice più esposto alla scarsità istruttoria. È il “gelo” sulle inchieste di cui avverte Gratteri.

Che cosa difendere, che cosa cambiare davvero

Siamo contrari alla separazione delle carriere perché, in questo impianto, sposta il baricentro verso l’Esecutivo.
• Obbligatorietà dell’azione penale come argine alla politicizzazione delle priorità.
• Autogoverno unitario (riformato in trasparenza e merito, non segmentato e sorteggiato da elenchi parlamentari).
• Regole sui passaggi di funzione già oggi stringenti e statisticamente marginali: non è lì il problema.

E proponiamo ciò che serve subito ai cittadini: organici e tecnologie nelle procure, coordinamento dei tempi tra indagini, dibattimento e impugnazioni, fondi veri per patrocinio e difesa d’ufficio. Nessuna di queste cose richiede di mettere la Procura in catena.

Separare le carriere, oggi e così, significa separare i PM dalla loro indipendenza. Se l’obiettivo fosse davvero il “giusto processo”, parleremmo di organici, tempi, difese, digitalizzazione, carceri. Qui il disegno è un altro: normalizzare l’accusa. Su questo, la risposta deve essere chiara.

Fonti essenziali
• Iter e contenuti della riforma costituzionale (due CSM, Alta Corte, sorteggio): scheda e analisi Sistema Penale, dossier Camera.
• Voti e calendario (Senato 22/7/2025; Camera 18/9/2025; quarta lettura e referendum): Pagella Politica, Euronews, GNews (Ministero).
• Dati sui passaggi di funzione: ANM (0,3% medio 2020–2024), audizione Cassano (0,83% e 0,21%), quadro normativo sui limiti al passaggio.
• Legge 114/2024 (“riforma Nordio”): testi e sintesi ufficiali, dottrina su intercettazioni, informazione di garanzia, impugnazioni, misure cautelari.
• Traffico di influenze riformato e prime pronunce: Sistema Penale; Giurisprudenza Penale.
• Durata intercettazioni (45 giorni): l. 31 marzo 2025 n. 47 (“Zanettin”).
• Dichiarazioni Gratteri all’ANM (25 ottobre 2025): Il Fatto Quotidiano; annunci ANM sull’assemblea.
• Comparato (Francia/Germania, PM e gerarchia esecutiva): CGUE e commenti; Questione Giustizia e schede su status del PM francese.

Vittimismo aggressivo e Costituzione a intermittenza: la doppia morale della destra al potere

Negli ultimi anni, soprattutto con la destra al governo, assistiamo a una mutazione inquietante del linguaggio e della pratica politica. Da una parte, una sistematica criminalizzazione del dissenso; dall’altra, una strumentalizzazione della Costituzione a seconda della convenienza del momento. A legare questi due fenomeni è una strategia ormai collaudata: il vittimismo aggressivo.
Chi detiene il potere si presenta come vittima. Chi dissente viene descritto come un seminatore d’odio. Così, i ruoli si invertono: chi esercita diritti costituzionali viene trattato come un nemico, mentre chi governa si autoassolve da ogni responsabilità, accusando l’opposizione di creare “climi pericolosi”.

Il paradosso: dalla difesa della libertà alla repressione del dissenso

Quando era all’opposizione, la destra italiana si ergeva a paladina dei diritti civili, della libertà d’espressione, della sovranità popolare. Brandiva la Costituzione come una clava, rivendicava l’articolo 21 sul diritto di parola e l’articolo 1 sulla sovranità popolare. Oggi, quegli stessi diritti, se esercitati da attivisti, artisti o giuristi indipendenti HO dell’opposizione, vengono trattati come minacce alla sicurezza nazionale.

Il paradosso si fa grottesco quando chi un tempo invocava la libertà di opinione come valore assoluto, oggi nega la legittimità della critica politica. I diritti diventano selettivi: applicabili solo a chi li usa per difendere lo status quo, mai a chi li rivendica per denunciare le ingiustizie.

Dalla retorica al manganello giudiziario e mediatico

Oggi basta una denuncia contro l’invio di armi a Israele, un richiamo alla legalità internazionale, una manifestazione pacifica, perché si venga bollati come “cattivi maestri”, “istigatori d’odio”, “nemici dello Stato”. È l’ennesima conferma di un modello comunicativo tipico dei regimi: diffamare chi dissente, screditare chi informa, isolare chi denuncia.

La narrazione dominante non distingue più tra critica e sovversione. La parola “odio” viene usata come etichetta per delegittimare qualsiasi voce fuori dal coro. E chi osa contestare, viene accusato di alimentare tensioni sociali, come se fosse il responsabile dei mali che cerca di denunciare.

Fatti che smentiscono la propaganda

A fronte di questa retorica rovesciata, i dati raccontano una realtà ben diversa. Il 14 giugno 2025, in Minnesota, la deputata democratica Melissa Hortman e suo marito sono stati assassinati nella loro abitazione. Poche ore dopo, anche il senatore John Hoffman e sua moglie sono stati gravemente feriti. L’attentatore, Vance Luther Boelter, 57 anni, è stato trovato in possesso di un manifesto con i nomi di quasi settanta politici democratici, sostenitori del diritto all’aborto e attivisti progressisti.

Solo pochi mesi dopo, il 10 settembre 2025, Charlie Kirk — noto esponente del movimento MAGA e fondatore di Turning Point USA — è stato ucciso durante un intervento pubblico in Utah. L’assassino, Tyler James Robinson, è stato arrestato e accusato di omicidio aggravato. È un caso tragico, speculare a quello di Hortman, che dimostra quanto la violenza politica possa colpire anche a destra.

Ma attenzione: proprio questo episodio offre una chiave di lettura preziosa. Se la sinistra ha condannato apertamente l’omicidio di Kirk, senza ambiguità, la destra ha spesso fatto l’opposto in casi simili, sfruttando la violenza subita per alimentare odio e repressione. La differenza sta nella coerenza. E nella responsabilità.

Lezione dalla storia: dalla propaganda fascista al maccartismo

Questo meccanismo non è nuovo. Nel fascismo italiano degli anni Venti e Trenta, le “squadracce fasciste” terrorizzavano, picchiavano, uccidevano, sindacalisti e socialisti, mentre il regime si proclamava “difensore dell’ordine”. Negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta, il maccartismo perseguitò intellettuali e artisti con il pretesto della “lotta al comunismo”. In entrambi i casi, lo schema era lo stesso: costruire il nemico interno, alimentare la paura, accusare chi critica di minare la stabilità nazionale.

Oggi, in forma aggiornata, quel modello si ripete. I governi, anche democratici, si autodefiniscono come baluardi della libertà, ma poi agiscono da autorità illiberali. E l’uso selettivo della Costituzione è parte integrante di questa torsione: diventa una bandiera da sventolare quando serve, e da nascondere quando intralcia.

Il volto dell’autoritarismo contemporaneo

Non si tratta di mere contraddizioni. È una torsione autoritaria che si sta normalizzando. La Costituzione viene invocata solo a difesa dei “nostri”. Il diritto internazionale viene trattato come un fastidio. Le critiche a Israele diventano “antisemitismo”. Le inchieste sulle complicità italiane nel genocidio palestinese diventano “attacchi alla patria”.

Nel frattempo, si moltiplicano le misure contro la libertà d’espressione, il potere giudiziario viene attaccato, le manifestazioni pacifiche vengono represse, e l’informazione indipendente messa sotto tiro. Tutto in nome di una presunta sicurezza, che in realtà serve a difendere solo il potere costituito.

Una nuova resistenza civile è possibile

Oggi più che mai, serve una resistenza democratica che rifiuti questa ipocrisia. Difendere la Costituzione non significa citarla quando fa comodo, ma applicarla sempre. Denunciare i crimini di guerra, rifiutare l’invio di armi, firmare appelli contro l’apartheid o partecipare a manifestazioni non è “odio”, ma cittadinanza attiva.

Chi governa e si finge vittima, mentre reprime diritti, insulta chi dissente e costruisce un nemico interno, sta minando la democrazia. Difendere il diritto alla parola, alla critica, alla giustizia non è solo un dovere politico. È un obbligo morale.

E non esistono cattivi maestri quando si insegnano libertà e dignità.

Il Caso Almasri: la vergogna di Stato che nessuno vuole spiegare

In un Paese normale, un criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale non viene liberato, accompagnato con un volo di Stato, e rispedito con tutti gli onori nel Paese dove ha commesso atrocità. In un Paese normale, i ministri coinvolti in una scelta così grave si dimettono. In Italia, invece, Osama Njemm Almasri — comandante della Rada e della polizia giudiziaria libica, accusato di crimini contro l’umanità — viene arrestato su suolo italiano, rilasciato dopo poche ore, e riportato a Tripoli con un aereo dell’intelligence, mentre la premier Meloni e i suoi ministri cambiano versione sette volte e intanto tacciono.

Ora, un video virale rilancia con violenza la questione. Le immagini — crude, scioccanti — mostrano un uomo picchiato selvaggiamente in strada, lasciato a terra in una pozza di sangue. A colpirlo, secondo fonti locali e internazionali, sarebbe proprio lui: Almasri, il generale liberato dall’Italia contro ogni norma di diritto internazionale.

Un crimine annunciato, una scelta politica irresponsabile

Nel gennaio 2025, Almasri viene arrestato a Torino in esecuzione di un mandato di cattura internazionale della Corte Penale dell’Aia. Le accuse non sono leggere: torture, detenzioni illegali, esecuzioni sommarie, traffico di esseri umani. È ritenuto responsabile di violenze sistematiche nei centri di detenzione libici, vere e proprie prigioni extralegali dove i migranti vengono torturati e uccisi.

Poche ore dopo l’arresto, però, l’uomo viene rilasciato. Non solo: viene accompagnato da Caselle a Tripoli con un volo di Stato, pagato dai contribuenti italiani e gestito direttamente dai servizi segreti.

Una decisione che, come emerso successivamente, non ha alcun fondamento giuridico. Al contrario: la denuncia presentata dall’avvocato Luigi Li Gotti, già parlamentare ed ex membro di Italia dei Valori (ma con un passato anche nella destra), ha portato il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi a iscrivere obbligatoriamente nel registro degli indagati la premier Giorgia Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi, e il sottosegretario Mantovano, trasmettendo gli atti al Tribunale dei Ministri.

Un atto dovuto, previsto dall’art. 6 della legge costituzionale 1/1989, che non implica colpevolezza ma è l’unica via legale percorribile per reati ministeriali. Eppure, Meloni, in un video social plateale, ha trasformato quell’atto di garanzia in uno show, parlando di “ricatto” e “intimidazione”, come se la giustizia fosse uno strumento politico.

Il video che smentisce ogni versione: Almasri è ancora un aguzzino

Le immagini diffuse dalla testata araba Al-Masdar, vicina al governo di unità nazionale libico, mostrano un’aggressione brutale a mano nuda in pieno giorno. Secondo le fonti locali, l’uomo vestito di bianco che pesta la vittima è proprio Osama Almasri.

La milizia di riferimento del generale ha provato a sminuire, parlando di un video “vecchio”, risalente al 2021 o 2022, e di una presunta “reazione” a un’aggressione subita. Ma la dinamica mostrata nel video, unita al silenzio assordante del governo italiano, alimenta sospetti e rabbia.

Non solo: fonti dell’intelligence italiana stanno verificando l’autenticità del filmato, ma fonti libiche confermano che Almasri non solo è ancora operativo a Tripoli, ma avrebbe rafforzato il controllo su Zawyia, continuando a gestire centri di detenzione abusivi, a operare arresti arbitrari e a mantenere il potere tramite violenza e impunità.

Le reazioni: l’opposizione attacca, il governo tace

L’opposizione parla chiaro.

Elly Schlein (PD): “Meloni non può più esimersi dallo spiegare agli italiani perché ha ignorato il mandato della Corte Penale Internazionale. Ha rimpatriato un torturatore omicida sottraendolo alla giustizia.”

Giuseppe Conte (M5S): “Giorgia, le hai viste quelle immagini? Hai ancora un briciolo di coscienza?”

Riccardo Magi (+Europa): “Le mani di Meloni, Piantedosi e Nordio sono sporche di sangue.”

Angelo Bonelli (Verdi): “È giusto che i ministri vengano processati. Se fossi al posto della premier non dormirei la notte.”

Enrico Borghi (Italia Viva): “Quel signore doveva stare in galera. Perché non è stato trattenuto?”

Mentre la premier tace, il Parlamento dovrà presto esprimersi sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro Nordio, Piantedosi e Mantovano. Per Giorgia Meloni, il Tribunale dei Ministri ha invece chiesto l’archiviazione. Ma il silenzio e il disprezzo verso i cittadini restano.

Un governo al di sopra della legge?

Questo caso è emblematico di una deriva pericolosa, in cui chi detiene il potere esecutivo si ritiene al di sopra della legge e della giustizia internazionale. L’Italia ha violato un mandato della Corte Penale Internazionale, un’istituzione fondata per punire i crimini più gravi dell’umanità. Ha ignorato le richieste delle Ong, degli avvocati, dei giuristi. Ha mentito più volte, cambiando versione e poi calando il sipario.

Il risultato? Un criminale internazionale è stato liberato. E oggi, secondo numerose fonti, continua a torturare, picchiare e uccidere sotto il nostro sguardo impotente.

Chi ha permesso tutto questo deve rispondere davanti al Paese. E non con gli slogan, ma con gli atti.

Conclusione: la dignità perduta di una Repubblica

Il caso Almasri rappresenta uno dei momenti più bassi della storia recente della Repubblica italiana.

Un Paese che protegge i carnefici, abbandona le vittime, e si rifugia dietro una cortina di bugie, non è più uno Stato di diritto. È una Repubblica svuotata, dove le leggi valgono solo per i deboli, e i potenti si difendono screditando chi li indaga.

Il governo Meloni ha oltrepassato una soglia morale e politica. E dovrebbe rassegnare le dimissioni, per rispetto delle istituzioni, della giustizia, e soprattutto dei cittadini onesti che meritano verità, trasparenza e responsabilità.

Se la dignità della politica ha ancora un senso, questo è il momento di dimostrarlo.