LA COSTITUZIONE TRADITA

Riforme che non riformano, poteri che non rappresentano

I. Una promessa scritta nel sangue, mai del tutto mantenuta

Prima di parlare di riforme costituzionali, bisognerebbe avere il coraggio di porsi una domanda scomoda, quasi ovvia nella sua semplicità, eppure sistematicamente elusa dal dibattito pubblico: questa Costituzione, nata dalla Resistenza, scritta da uomini e donne che avevano appena attraversato il fascismo e la guerra, è stata mai veramente applicata? Interamente, nella sua parte più impegnativa e visionaria?

La risposta — a guardare con onestà la storia repubblicana, senza le lenti distorcenti della retorica celebrativa che ogni anno si consuma il 25 aprile e il 2 giugno — è no. Non interamente. Non nei suoi articoli più esigenti, quelli che davano alla nostra Carta il suo carattere genuinamente rivoluzionario, quelli che avrebbero dovuto trasformare una società ancora segnata dalle disuguaglianze profonde del Novecento in qualcosa di radicalmente più giusto.

L’articolo 3, secondo comma, afferma che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Parole di una modernità straordinaria, che pochi sistemi costituzionali al mondo hanno saputo eguagliare. Ma chi ha mai rimosso quegli ostacoli? L’uguaglianza sostanziale — quella che non si limita a dichiarare i diritti sulla carta, ma che dovrebbe tradursi in parità reale di condizioni e opportunità — è rimasta per lo più una dichiarazione d’intenti, un orizzonte filosofico, un promemoria morale mai trasformato in politica concreta.

L’articolo 4 proclama il diritto al lavoro e obbliga la Repubblica a promuovere le condizioni che lo rendano effettivo. È bastata qualche decina d’anni per trasformare quello stesso lavoro in merce precaria, usa e getta, per smontare pezzo per pezzo le tutele conquistate con decenni di lotte, e per convincere intere generazioni che la flessibilità totale — il lavoro senza contratto, senza orario, senza futuro — fosse non solo inevitabile ma addirittura auspicabile, sinonimo di libertà piuttosto che di abbandono.

L’articolo 46 prevede il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende, in armonia con le esigenze della produzione. È una norma che, settantasette anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, non è mai stata attuata. Nessuna legge ordinaria l’ha mai tradotta in realtà. Nessun governo, di nessun colore, ha mai ritenuto necessario o opportuno dare concretezza a quella previsione. L’articolo 39, che avrebbe dovuto fondare il sistema sindacale su basi certe, democratiche, verificabili, è rimasto lettera morta. E il salario minimo legale, che la Costituzione implica chiaramente all’articolo 36 — «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» — è arrivato come proposta solo nelle ultime legislature, per essere bloccato proprio dal governo che oggi si fa paladino della revisione costituzionale.

La Costituzione, insomma, è stata rispettata quando conveniva. Le sue norme di garanzia — quelle che limitano l’arbitrio dei poteri forti, che proteggono la libertà individuale dagli abusi dello Stato — sono state onorate, sia pure con alterne vicende. Le sue norme di promozione sociale, quelle che avrebbero dovuto trasformare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, quelle che davano alla Repubblica un mandato attivo nella riduzione delle disuguaglianze, sono state quasi sempre disattese, accantonate, dimenticate. È come se avessimo edificato una casa meravigliosa, l’avessimo abitata occupando soltanto le stanze più comode — quelle delle libertà formali, dei diritti civili, delle garanzie processuali — e avessimo lasciato chiuse a chiave, per decenni, quelle che avrebbero potuto cambiarci davvero la vita: le stanze dei diritti sociali, della redistribuzione, della partecipazione democratica sostanziale.

E ora, dopo che quella casa non è mai stata abitata per intero, dopo che i suoi locali più preziosi sono rimasti inaccessibili, qualcuno vuole abbatterla. Non per costruirne una più grande, o più bella, o più giusta. Ma per rifarne la pianta, abbassare i soffitti, chiudere le finestre che danno sulla piazza.

II. JP Morgan lo disse senza pudore: le vostre costituzioni sono troppo umane

Non è un segreto. Non è una teoria del complotto, non è una suggestione da web, non è il prodotto di una mente cospirativa che unisce punti immaginari. È un documento. Un documento redatto da professionisti della finanza, pubblicato e diffuso, rimasto in circolazione per anni prima di scomparire quasi del tutto dal dibattito pubblico — non perché smentito, ma perché scomodo.

Il 28 maggio 2013, JP Morgan Chase — la potente banca d’affari statunitense che era già stata formalmente accusata dal governo federale americano di corresponsabilità nella crisi dei mutui subprime che aveva devastato l’economia globale dal 2008 — pubblicò un report di sedici pagine intitolato «L’aggiustamento dell’area euro: siamo a metà strada». Un documento tecnico, in apparenza. Un contributo all’analisi della crisi del debito sovrano europeo, con raccomandazioni per i governi. Se ne occuparono in pochi, e tra quelli che lo lessero, ancor meno segnalarono il passaggio più rivelatore.

Gli analisti della banca — tra cui David Mackie, Malcom Barr, Marco Protopapa, Alex White, Greg Fuzesi e Raphael Brun-Aguerre — scrivevano che i problemi dell’Europa meridionale non erano soltanto economici, ma anche e soprattutto politici. E li individuavano con una franchezza che, a rileggerla oggi, risulta quasi oscena nella sua spudoratezza:

«I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.»

Quali sarebbero, secondo JP Morgan, queste caratteristiche intollerabili, questi difetti strutturali da correggere con urgenza? La banca li elencava con metodica precisione: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, sistemi di consenso fondati sul clientelismo, e — si noti bene, con tutta la lucidità analitica che solo una vera potenza finanziaria sa produrre — «la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo».

Il diritto di protestare. Il fastidio dei banchieri di Manhattan era rivolto, tra le altre cose, al fatto che i cittadini europei potessero scendere in piazza, organizzarsi, fare sentire la propria voce quando i governi propongono misure che li danneggiano. Questo, per JP Morgan, era un’inefficienza strutturale da eliminare. Uno scarto di sistema da correggere. La soluzione implicita era lineare: riformare — o meglio, smantellare — le costituzioni nate dalla lotta antifascista, troppo sociali, troppo protettive dei lavoratori, troppo orientate verso i diritti delle persone, troppo lontane dalla logica del mercato e dell’efficienza finanziaria.

Il documento fece un certo scalpore quando fu reso noto, sollevando le reazioni di intellettuali e giuristi: il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky commentò che nel rapporto di JP Morgan «si è letto che la nostra è una Costituzione infida». Barbara Spinelli, dalle colonne di Repubblica, scrisse che la banca «sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti». L’ex giudice costituzionale Paolo Maddalena parlò di riforma «ispirata» da quel documento. Ma la notizia, come spesso accade con le scomodità strutturali, fu assorbita e dimenticata.

Vale invece la pena ricordarla oggi, e ricordarla bene, perché la mappa tracciata da Manhattan nel 2013 assomiglia in modo inquietante alle direzioni di marcia degli ultimi anni. Il pareggio di bilancio è già entrato in Costituzione nel 2012, con il consenso trasversale — quasi unanime — di quasi tutti i partiti, in un atto di silenzioso conformismo alle direttive europee e ai diktat della finanza internazionale. La precarizzazione del lavoro ha proseguito il suo corso inarrestabile, smontando progressivamente le tutele che avevano reso l’articolo 18 e lo Statuto dei lavoratori un modello nel mondo. E ora si discute di rafforzare ulteriormente l’esecutivo, indebolire i contrappesi istituzionali, ridurre gli spazi di autonomia della magistratura. La finestra si restringe. L’aria che entra dalla piazza diminuisce. I soffitti si abbassano.

III. Gli eredi della sconfitta: la rivalsa contro una Carta partigiana

C’è una dimensione di questa vicenda che il dibattito ordinario tende a rimuovere, perché è la più politicamente scottante, la meno comoda da affrontare nei salotti televisivi e nelle tribune parlamentari. Eppure è, forse, la chiave interpretativa più onesta per comprendere cosa stia accadendo davvero.

Il partito che guida questo governo — Fratelli d’Italia, erede dichiarato del Movimento Sociale Italiano, fondato nel 1946 da reduci del regime e della Repubblica Sociale, passato attraverso Alleanza Nazionale senza mai compiere la rottura radicale con la propria genealogia — non ha mai davvero fatto i conti con quella storia. Non nel modo in cui la Democrazia Cristiana tedesca si costruì su una distanza netta e irreversibile dal nazismo, non nel modo in cui altre forze europee hanno riscritto la propria identità su basi inequivocabilmente antifasciste. Le trasformazioni nominali ci sono state, i contenuti dei simboli sono stati sfumati, il linguaggio è cambiato. Ma la sostanza di quella continuità, rivendicata nei decenni con vari gradi di esplicitazione, non è mai stata davvero abbandonata.

La Costituzione del 1948 non fu soltanto un testo giuridico. Fu la sanzione solenne e pubblica della sconfitta di quel mondo: del fascismo, del regime, di chi aveva creduto che la concentrazione assoluta del potere in un solo uomo e in un solo partito fosse non solo possibile ma desiderabile. Fu scritta da chi il fascismo lo aveva combattuto nelle montagne e nelle città, da chi nei lager aveva perduto fratelli e compagni, da chi aveva scelto la clandestinità piuttosto che la complicità, da chi aveva rischiato la vita per un’idea di Italia radicalmente diversa. Ogni suo articolo porta il segno di quella scelta. La divisione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di manifestazione e di associazione, la tutela dei diritti sociali: tutto nasce dalla consapevolezza di chi aveva visto — non nei libri di storia, ma nella propria carne viva — dove portava la concentrazione del potere in mano a uno solo.

Chi non ha mai accettato quella sconfitta, chi l’ha vissuta come un’umiliazione storica da riscattare, ha oggi nelle mani gli strumenti per farlo. E lo fa con metodo, con pazienza, attraverso i meccanismi della democrazia stessa. Che è, in fondo, la più raffinata delle rivincite: usare le regole della casa che ti ha sconfitto per demolirla dall’interno, articolo per articolo, istituzione per istituzione, fino a che l’edificio ha ancora la stessa facciata ma ha cambiato struttura portante.

Non è populismo d’opposizione affermare questo. È analisi storica. E l’analisi storica impone di guardare in faccia la continuità tra ieri e oggi, tra il tentativo di svuotare la democrazia dall’interno e la lunga parabola di chi quella democrazia non ha mai considerato pienamente propria. Come ha scritto, con parole essenziali, uno dei commentatori che ha ispirato questo articolo: «La Costituzione è la vera nemica. È la loro vergognosa sconfitta.» Non è insulto. È analisi. E l’analisi merita di essere presa sul serio.

IV. Se la finestra sbatte, si ripara la finestra. Non si demolisce la casa

Lasciamo per un momento le grandi narrazioni storiche e politiche. Scendiamo su un piano più immediato, più concreto, più domestico. Un piano che chiunque — al di là delle simpatie politiche, al di là della formazione giuridica — può capire e valutare.

Immaginate di avere una casa. Una casa costruita bene, con materiali solidi, da artigiani capaci e motivati. Una casa che ha resistito settantasette anni di intemperie, che ha attraversato crisi economiche, governi instabili, tentativi di destabilizzazione. Una casa, certo, con le sue imperfezioni: qualche crepa nei muri, qualche infisso che cigola, qualche stanza che non è mai stata ultimata come si sarebbe dovuto. Ma una casa abitabile, sicura nelle sue fondamenta, riconoscibile nella sua struttura.

Ora immaginate che una finestra, esposta al vento, sbatta. Lasci entrare qualche soffio d’aria. Ogni tanto, quando il vento è forte, il rumore disturba. La soluzione logica, quella che qualunque persona di buon senso adotterebbe, è riparare la finestra: cambiare la guarnizione consumata, sistemare la chiusura, al limite sostituire il telaio. Non ci vuole un architetto di grido. Bastano un falegname esperto, del materiale adatto, un pomeriggio di lavoro.

Nessun ingegnere sano di mente propone, di fronte a uno spiffero, di abbattere l’intera struttura portante. Di rifare le fondamenta. Di ricostruire i muri. Di ridisegnare la pianta dell’edificio. Di trasformare una casa progettata per ospitare molte persone in modo equilibrato in qualcosa di completamente diverso, con stanze che servono a chi ha il potere e corridoi che confinano chi non ce l’ha.

Eppure è esattamente questo che si sta proponendo con l’attuale riforma della giustizia e della separazione delle carriere, con la progressiva concentrazione di poteri nell’esecutivo, con l’indebolimento dei contrappesi istituzionali che caratterizza questa stagione politica. Se c’è inefficienza nella magistratura — e ce n’è, come in ogni istituzione umana — si può intervenire con strumenti ordinari: sull’organizzazione degli uffici, sulla formazione dei magistrati, sui tempi dei processi, sui meccanismi disciplinari. Tutto questo è possibile, e sarebbe necessario, senza toccare la Costituzione. Senza stravolgere l’equilibrio tra i poteri che i Costituenti avevano costruito con precisione quasi ingegneristica, proprio perché avevano vissuto sulla propria pelle le conseguenze di quando quell’equilibrio era stato distrutto.

La Costituzione non ha il linguaggio tecnico e prescrittivo della legge ordinaria. Non è e non deve essere un manuale operativo dell’amministrazione quotidiana. È la cornice valoriale entro cui l’intero ordinamento si muove, lo strumento che definisce l’orizzonte, che stabilisce i confini invalicabili, che garantisce che nessun potere possa crescere abbastanza da inghiottire gli altri. Quando quella cornice viene modificata, non si cambia solo una norma. Si cambia la prospettiva con cui tutte le altre norme verranno scritte, interpretate, applicate.

Se dunque si insiste nel volere la riforma costituzionale invece di intervenire con leggi ordinarie sulle inefficienze concrete — che sono reali e non neghiamo — la domanda che ogni cittadino ha il diritto e il dovere di porsi è questa: a cosa serve davvero questa riforma? Non serve a riparare lo spiffero. Serve a ristrutturare la casa. A ridisegnare i rapporti di forza tra i poteri. A creare un esecutivo tanto più forte da poter prescindere dai controlli degli altri. A costruire una struttura in cui il governo comanda, i contrappesi arretrano, e i cittadini — che le costituzioni antifasciste avevano messo al centro come soggetti di diritto — tornano a essere oggetti di amministrazione.

V. La storia come specchio: quando il popolo non ne può più

La storia ha una memoria lunga che i potenti tendono a dimenticare, salvo poi trovarsi, prima o poi, a pagarne il conto in modi che nessuno aveva previsto e nessuno avrebbe scelto.

La Francia del 1789 era una società in cui un’aristocrazia di sangue godeva di privilegi assoluti: non pagava tasse, deteneva il potere nelle sue diverse forme, godeva di quasi totale impunità giuridica, e considerava il Terzo Stato — che era poi il popolo intero, dall’artigiano al piccolo borghese al contadino — come una fonte inesauribile di manodopera e di gettito fiscale, una risorsa da sfruttare senza limitazioni. Quella condizione era durata secoli. Si era riprodotta di generazione in generazione, sembrava immutabile come le leggi naturali. Poi, in pochi anni, quella struttura millenaria crollò, e crollò in un modo che i suoi beneficiari non avrebbero mai immaginato possibile. Non crollò pacificamente. Crollò nella violenza, perché la violenza con cui si risponde alla protesta dei disperati alimenta, con un meccanismo di specchi che la storia ha ripetuto più volte, la violenza con cui la protesta si trasforma in rivoluzione.

La Russia del 1917 esplose dopo decenni in cui le contraddizioni sociali di un impero immenso e arretrato erano state sistematicamente ignorate, in cui ogni tentativo di riforma moderata era stato soffocato, in cui l’autocrazia zarista aveva risposto all’inquietudine popolare con la repressione poliziesca, l’esilio in Siberia, il sangue domenicale del 1905. I riformatori che avrebbero potuto trovare una soluzione meno traumatica erano stati neutralizzati uno dopo l’altro. Il risultato fu una rivoluzione che nessuno, nemmeno i suoi protagonisti, riuscì davvero a controllare.

Non ci troviamo qui a celebrare acriticamente quegli eventi. Non li indichiamo come modelli da imitare. Li citiamo perché la storia, quando viene letta onestamente, è la migliore maestra di realismo politico che esista. E quello che queste grandi convulsioni ci insegnano è preciso e non ambiguo: i sistemi che scelgono la repressione invece della redistribuzione, che preferiscono annichilire il dissenso piuttosto che ascoltare i bisogni, che trattano i propri cittadini come mucche da mungere — estraendo ricchezza, comprimendo diritti, smontando garanzie — non durano. Non per fatalismo storico, non per leggi meccaniche della dialettica, ma perché la capacità umana di sopportare l’ingiustizia non è infinita. E quando raggiunge il suo limite, ciò che accade non è mai ordinato, non è mai controllato, non è mai quello che nessuno dei protagonisti aveva davvero desiderato.

La vecchia nobiltà pre-rivoluzionaria non pagava tasse: i suoi eredi contemporanei le ottimizzano attraverso giurisdizioni offshore, paradisi fiscali, strutture fiduciarie costruite da decine di avvocati e commercialisti. L’aristocrazia godeva di impunità giuridica: i suoi successori ottengono l’impunità attraverso prescrizioni studiate ad arte, difese d’ufficio finanziate con i proventi dell’evasione, leggi scritte su misura per proteggere il potere dall’azione della giustizia. Il popolo era considerato una fonte di manodopera e di gettito da sfruttare: e il lavoro precario, il salario insufficiente, il welfare smontato, i servizi pubblici impoveriti sono le forme contemporanee dello stesso sfruttamento.

Non è un auspicio di violenza, quello che la storia ci presenta. È esattamente il contrario: è l’argomento più potente a favore della ragionevolezza, del rispetto delle garanzie costituzionali, del dialogo democratico, della giustizia redistributiva. Le costituzioni antifasciste non sono un ostacolo alla buona governance. Sono la migliore assicurazione che un sistema politico abbia per non precipitare nel baratro che la storia, con dolorosa regolarità, presenta a chi le ignora.

VI. Difendere la Costituzione significa difendere il futuro

La Costituzione italiana non è perfetta. Nessuna costituzione umana lo è. Non è stata pienamente attuata — e questa è una critica che va rivolta a settantasette anni di classe dirigente, non all’istituzione che quella classe dirigente non ha saputo o voluto applicare. Ha difetti, lacune, norme che il tempo ha reso obsolete, meccanismi che richiedono aggiornamento. Nessuno lo nega. Nessuna difesa seria della Costituzione può essere difesa dell’immobilismo.

Ma la Costituzione è, nella sostanza dei suoi principi fondamentali, uno degli strumenti più avanzati che la civiltà politica moderna abbia saputo produrre: una Carta che mette al centro la persona e non il mercato, che bilancia i poteri invece di concentrarli, che riconosce i diritti sociali come ineludibili anziché come concessioni revocabili, che ha scelto — dopo la notte più buia del Novecento, dopo i lager e le fosse comuni e le deportazioni — di fondare la Repubblica sulla dignità del lavoro e sull’uguaglianza sostanziale tra i cittadini.

Riformarla è legittimo, quando necessario, quando condiviso, quando il cambiamento risponde a una reale esigenza dei cittadini e non a una necessità dei poteri forti. Ma spacciare per riforma quello che è in realtà uno smantellamento; presentare come modernizzazione quello che è un arretramento verso logiche predemocratiche; chiamare efficienza quella che è concentrazione del potere nelle mani di chi ha già tutto — questo è inganno. Un inganno che si serve del linguaggio della democrazia per svuotarla dall’interno, che usa le procedure costituzionali per minare i fondamenti costituzionali.

Ed è un inganno che, come ci insegna la storia che abbiamo rapidamente ripercorso, alla lunga non regge. Non perché esista una giustizia immanente che punisce i potenti, ma perché le strutture che si costruiscono sull’annullamento dei diritti altrui portano in sé il germe della propria crisi.

C’è ancora tempo per riparare la finestra invece di demolire la casa. C’è ancora tempo per attuare quella Costituzione che non abbiamo mai completamente vissuto, invece di riscrivere quella che abbiamo. C’è ancora tempo per ricordare che la Resistenza non fu un episodio folkloristico da celebrare con le bandiere, ma un progetto di società — scritto negli articoli di quella Carta — che attende ancora di essere compiuto.

Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere. Non è una minaccia. È la lezione che i nostri nonni ci hanno lasciato scritta, articolo per articolo, in quella Carta che qualcuno vorrebbe riscrivere. La nostra risposta è semplice: quella casa la abitiamo, la difendiamo, e prima di tutto la finiamo di costruire.

FONTI E RIFERIMENTI
[1] Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Artt. 1, 3, 4, 36, 39, 40, 46. Testo integrale disponibile su: http://www.senato.it e http://www.normattiva.it
[2] JP Morgan Chase — David Mackie et al., “Euro area adjustment: about halfway there”, 28 maggio 2013. Report interno diffuso pubblicamente. Citato e analizzato da: Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2013; Wall Street Italia; Il Manifesto; Il Sole 24 Ore.
[3] Barbara Spinelli, “La banca ordina, i governi eseguono”, La Repubblica, 2013. Commento al report JP Morgan sulle costituzioni antifasciste europee.
[4] Gustavo Zagrebelsky, intervista sulla riforma costituzionale e il report JP Morgan. Citato in: La Città Futura, “Questa è davvero la riforma di JP Morgan”, novembre 2016.
[5] Paolo Maddalena, ex giudice della Corte Costituzionale, dichiarazioni sulla riforma Renzi-Boschi e le pressioni della finanza internazionale. Citato in vari organi di stampa, 2016.
[6] Costantino Mortati, “Istituzioni di diritto pubblico”, CEDAM, Padova. Sul significato del lavoro come valore fondante nella Costituzione italiana.
[7] Movimento Sociale Italiano — storia, fondazione (1946) e continuità politica fino ad Alleanza Nazionale e Fratelli d’Italia. Fonti storiche: Giorgio Galli, “Il bipartitismo imperfetto”, Il Mulino; Piero Ignazi, “Il polo escluso”, Il Mulino, 1989.
[8] Sulla Rivoluzione francese del 1789 e le sue cause strutturali: Albert Soboul, “La rivoluzione francese”, Editori Riuniti; Alexis de Tocqueville, “L’Antico Regime e la Rivoluzione”, Einaudi.
[9] Sulla Rivoluzione russa del 1917 e le sue premesse: Orlando Figes, “La tragedia di un popolo”, Mondadori; Sheila Fitzpatrick, “La Rivoluzione Russa”, Einaudi.
[10] Sull’indebolimento progressivo delle tutele del lavoro in Italia: Federico Martelloni, “Lavoro e Costituzione”, Etica ed Economia, 2023. Disponibile su: eticaeconomia.it
[11] Sul pareggio di bilancio in Costituzione (art. 81 Cost., riforma 2012): legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1. Per la critica: Associazione per la Sinistra Costituzionale; Paolo Maddalena, “Il territorio bene comune degli italiani”, Donzelli, 2014.
[12] Sull’inattuazione dell’art. 46 Cost. (partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese): Umberto Romagnoli, “Diritto sindacale e democrazia industriale”, Il Mulino. Anche: Menabò di Etica ed Economia, contributi vari.

Quando lo Stato attacca se stesso: Nordio, Gratteri, Mattarella e la provocazione che non si ferma

I. Il linguaggio come arma
Esiste un livello al quale le parole smettono di essere semplici opinioni e diventano atti politici con conseguenze istituzionali misurabili. Carlo Nordio, Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana, ha attraversato quel livello il 15 febbraio 2026, quando ha accostato il Consiglio Superiore della Magistratura — organo di rilievo costituzionale previsto dall’articolo 104 della Carta — al metodo para-mafioso. Non si trattava di una provocazione da talk-show né di un’esternazione a caldo: era la voce istituzionale del guardasigilli che demoliva, con vocabolario criminale, un pilastro dell’architettura democratica che egli stesso è chiamato a presidiare.
Il termine “mafioso”, nella cultura giuridica e nel senso comune italiano, non è un aggettivo neutro. È una categoria penale, un marchio d’infamia, la sintesi di decenni di sangue versato da magistrati, poliziotti, giornalisti e cittadini che hanno combattuto le organizzazioni criminali a costo della vita. Applicarlo — fosse pure nella forma attenuata del prefisso “para” — a un organo costituzionale significa compiere un atto di delegittimazione sistemica che va ben oltre il disaccordo politico.

II. Gratteri: il magistrato che i boss vogliono morto
Per comprendere l’ironia feroce di questa vicenda, è necessario partire da un’intercettazione ambientale registrata a Siderno nell’agosto 2024, ora acquisita agli atti del provvedimento di fermo emesso dalla Procura di Reggio Calabria nei confronti di esponenti della cosca Commisso. Frank Albanese, elemento di spicco della ’ndrangheta italo-americana e punto di raccordo tra la Locride e le sue diramazioni nel Nord America, parla con uno zio. Il tema è Nicola Gratteri.
“Dopo Falcone e Borsellino ne è uscito fuori un altro.”
“Nicola Gratteri?”
“Il peggiore che abbiamo.”
“È ancora vivo o morto?”
“No, è ancora vivo.”
Questa conversazione — fredda, valutativa, inquietante nella sua domesticità — è il certificato più autentico del valore del lavoro di Gratteri. La ’ndrangheta non si esprime in questi termini per i magistrati che la turbano blandamente. Lo fa per quelli che la distruggono: Falcone e Borsellino insegnano, tragicamente. Il procuratore di Napoli ha trascorso decenni a Reggio Calabria e Locri accumulando processi, condanne, anni di carcere inflitti a boss e gregari. I clan lo sanno. I clan lo misurano. E lo trovano pericoloso come i giudici che la mafia ha già ucciso.
Mentre i boss intercettati si chiedevano se Gratteri fosse “ancora vivo”, il Ministro della Giustizia chiedeva per lui i test psicoattitudinali, e deputati della maggioranza minacciavano interrogazioni parlamentari e procedimenti disciplinari. La coincidenza di obiettivi — tra la criminalità organizzata e una parte del potere politico — non richiede l’attribuzione di responsabilità condivise, ma esige quantomeno una riflessione pubblica sul perché le stesse persone finiscano nel mirino di mondi così distanti.

III. Settanta secondi che pesano come anni
Sergio Mattarella non è un uomo di gesti improvvisati. Ogni sua mossa istituzionale è il prodotto di una valutazione ponderata, di una ricerca della “cornice giusta” nella quale collocare l’azione. Per questa ragione, la mattina del 19 febbraio 2026, quando il Presidente della Repubblica ha deciso di presiedere personalmente una seduta ordinaria del plenum del CSM, il peso di quel gesto ha travalicato di gran lunga i settanta secondi della sua dichiarazione.
Non era mai accaduto in undici anni. Una seduta minore, chiamata ad approvare nomine di ordinaria amministrazione, è diventata il palcoscenico istituzionale più significativo degli ultimi mesi. Mattarella vi si è presentato non in veste di presidente del CSM — ruolo che ricopre ex officio — ma come Presidente della Repubblica, cioè come garante dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, tutore della Costituzione, custode dell’unità nazionale.
Le sue parole hanno tracciato una distinzione fondamentale che il dibattito pubblico stava volutamente obliterando: la critica alle istituzioni è legittima, doverosa, anzi salutare in una democrazia. Il CSM non è esente da difetti, lacune ed errori, ha detto Mattarella senza infingimenti. Ma la critica deve rimanere — ha precisato con chirurgica precisione — “rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica”. Specie, ha aggiunto, quando proviene da chi rappresenta un’altra istituzione dello Stato.

IV. La Costituzione come argine
L’architettura istituzionale della Repubblica italiana si regge su un principio fondamentale: la separazione e il reciproco rispetto tra i tre poteri. Non si tratta di un formalismo accademico, ma di una scelta storica compiuta dai Padri Costituenti con la memoria viva di ciò che accade quando un potere dello Stato ne degrada un altro: si apre la strada all’autoritarismo.
L’articolo 104 della Costituzione stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Il CSM è il presidio di quella indipendenza. Definirlo “para-mafioso” non è un’iperbole retorica: è un attentato simbolico all’indipendenza della magistratura, funzionale a condizionarne l’autorevolezza nel momento più delicato — quello della campagna referendaria sulla separazione delle carriere.
La coincidenza temporale non sfugge a nessun osservatore attento: siamo a meno di quaranta giorni dal referendum del 22 e 23 marzo. La campagna è incandescente. Il No ha guadagnato terreno nei sondaggi. In questo contesto, l’attacco di Nordio al CSM assume una valenza politica esplicita: delegittimare l’organo costituzionale nel momento in cui molti dei suoi componenti si esprimono pubblicamente a favore del No. È una strategia di discredito istituzionale al servizio di una battaglia elettorale.

V. Il parallelo che illumina
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il No, ha evocato un precedente che vale la pena approfondire. Nell’ottobre 1980, Sandro Pertini presiedette una seduta del CSM dopo che un parlamentare aveva definito Magistratura Democratica “fiancheggiatrice delle Brigate Rosse”. Pochi mesi dopo, Vittorio Bachelet — vicepresidente del CSM — veniva assassinato. Pertini non aveva aspettato che la calunnia si sedimentasse nell’opinione pubblica. Era intervenuto subito, con autorità morale e istituzionale, a difesa dell’organo attaccato.
Mattarella ha compiuto lo stesso gesto quarantasei anni dopo. Il fatto che sia stato costretto a farlo — che l’attacco di un ministro al CSM fosse tale da richiedere un intervento presidenziale senza precedenti — misura la profondità della crisi istituzionale che attraversiamo.

VI. La tregua durata un pomeriggio
È durata quanto un temporale estivo. Non un giorno intero, non una notte, non il tempo necessario a far sedimentare le parole del Presidente della Repubblica nei palazzi del potere. Poche ore dopo che Mattarella aveva presieduto il plenum del CSM invitando all’abbassamento dei toni e al rispetto reciproco tra le istituzioni, Giorgia Meloni pubblicava un nuovo video sui suoi canali social per attaccare ancora una volta la magistratura.
Il pretesto, questa volta, è una sentenza del Tribunale di Palermo che ha condannato i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia a risarcire la ong tedesca Sea Watch per il fermo amministrativo della nave Sea Watch 3, bloccata a Lampedusa dal luglio al dicembre 2019: 76mila euro per danni patrimoniali, più 14mila di spese di giudizio. Una decisione che discende da un meccanismo giuridico elementare: il prefetto di Agrigento non aveva mai risposto all’opposizione presentata dalla ong, e il silenzio — per legge — equivaleva all’accoglimento dell’istanza. La nave rimase bloccata per mesi in violazione di quel silenzio-assenso, fino all’ordinanza del tribunale. Il risarcimento consegue direttamente all’illegittimità del fermo prolungato.
Nulla di tutto questo appare nel video della presidente del Consiglio. Non il dato giuridico, non la ricostruzione procedurale, non la distinzione tra una sentenza contestabile — come ogni sentenza, peraltro appellabile — e una magistratura da delegittimare in blocco. Quello che appare, invece, è la domanda retorica che ormai costituisce il registro fisso di questo governo nei confronti del potere giudiziario: “Il compito dei magistrati è far rispettare la legge o premiare chi si vanta di non rispettarla?”
La risposta che questa domanda presuppone è già inclusa nella domanda stessa. È retorica da campagna elettorale permanente, non da capo di governo che si relaziona con un potere dello Stato indipendente.

VII. Il video come arma politica
Vale la pena soffermarsi sul metodo prima ancora del merito. Meloni sceglie i social per attaccare la magistratura. Lo ha già fatto quando, sul caso Almasri, aveva annunciato l’avviso di garanzia ricevuto attaccando la procura di Roma prima ancora che i propri legali avessero valutato la situazione. Lo fa di nuovo adesso. Il video postato sui canali personali della presidente del Consiglio — aggirando la mediazione istituzionale, il confronto parlamentare, persino la conferenza stampa — è diventato lo strumento di una comunicazione politica che mira deliberatamente al cortocircuito emotivo, alla radicalizzazione del conflitto, alla costruzione di un “noi” governativo contro un “loro” giudiziario da mobilitare in vista del referendum.
Non è libertà di espressione. È l’uso sistematico della comunicazione social per erodere l’autorevolezza di un potere indipendente dello Stato, costruendo nella percezione pubblica l’equazione magistratura uguale ostacolo alla volontà popolare. Una tecnica che i teorici del populismo autoritario conoscono bene, e che ha una lunga genealogia nei movimenti che hanno progressivamente svuotato le democrazie dall’interno senza formalmente abolirle.

VIII. La risposta dell’istituzione attaccata
A rispondere per la magistratura palermitana è stato Piergiorgio Morosini, presidente del Tribunale di Palermo, che ha ricordato come la sentenza sia stata emessa da una magistrata competente, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti, e che come ogni decisione è impugnabile. La chiusa è lapidaria: “Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito non ha nulla a che vedere con il diritto di critica.”
È una risposta misurata, istituzionale, esattamente del tipo che Mattarella aveva invocato poche ore prima. Ma il punto non è la risposta: è che sia necessaria. Che ogni sentenza scomoda per il governo diventi il pretesto per un attacco pubblico alla magistratura come corpo, come ordine, come istituzione. Che il diritto di critica — sacrosanto, ribadito dallo stesso Mattarella — venga sistematicamente trasfigurato in una campagna di delegittimazione senza precedenti nella storia repubblicana recente.

IX. Una condanna senza equivoci
Non si può concludere questa analisi senza esprimere con nettezza una valutazione politica e morale.
Le dichiarazioni di Carlo Nordio sul CSM sono inaccettabili. Le intimidazioni nei confronti di Nicola Gratteri — test psicoattitudinali, minacce disciplinari, attacchi coordinati della maggioranza — sono vergognose, soprattutto alla luce di ciò che le intercettazioni rivelano: un magistrato così pericoloso per la criminalità organizzata da essere paragonato a Falcone e Borsellino non andrebbe attaccato dalla politica. Andrebbe protetto, rispettato, sostenuto.
Il comportamento di Giorgia Meloni, che in poche ore ha vanificato con un video social il gesto istituzionale più solenne del Presidente della Repubblica da undici anni a questa parte, è qualcosa di più di un eccesso polemico. È la dimostrazione che questo governo non cerca la pacificazione istituzionale, non intende abbassare i toni, non riconosce nel rispetto reciproco tra i poteri un valore fondante della democrazia. Cerca lo scontro. Lo coltiva. Lo alimenta come carburante di una campagna referendaria che si sta rivelando più difficile del previsto.
L’intervento di Mattarella è stato necessario, corretto e dignitoso. Ma il fatto che sia stato necessario è già una condanna. Il fatto che sia stato ignorato nel giro di poche ore è qualcosa di peggio: è il segnale che chi governa oggi questo Paese considera il richiamo del Capo dello Stato non un monito da rispettare, ma un ostacolo da aggirare.
La democrazia si difende ogni giorno, nelle aule dei tribunali come in quelle del Parlamento, con le sentenze come con le parole. Le parole di un ministro che definisce mafioso un organo costituzionale, e quelle di una presidente del Consiglio che attacca i giudici sui social poche ore dopo il richiamo del Quirinale, hanno il peso specifico delle istituzioni che li pronuncia: usarle per distruggere quelle stesse istituzioni non è libertà di espressione. È un tradimento della Carta.
E la storia — quella italiana in particolare — non ha mai perdonato chi ha scelto di stare dalla parte sbagliata quando la democrazia era sotto attacco. Nemmeno quando quell’attacco veniva dall’interno.

mariosommella.wordpress.com
“Quando l’ingiustizia diventa legge, la ribellione diventa un dovere”

Dal “Sì o No” degli esperti al campo di gioco vero: perché voterò NO al referendum sulla giustizia

Quando sento ripetere che sul referendum sulla separazione delle carriere dovremmo “lasciare da parte l’ideologia” e “affidarci agli esperti”, mi torna in mente il richiamo al filosofo Abelardo, menzionato in un articolo di Francesco Coniglione su Volere la Luna, e il suo Sic et non. Allora erano i Padri della Chiesa a dire tutto e il contrario di tutto; oggi sono i costituzionalisti. Per ogni luminare che spiega perché bisogna votare Sì, ce n’è un altro che argomenta in modo limpido per il No. E alla fine chi decide non è il “miglior esperto”, ma quella testa apparentemente incompetente che è la nostra, di cittadini e cittadine.

Non è la fine del mondo, anzi: è il punto da cui partire. Perché nessuno di noi voterà in base alle technicalities della riforma, ma in base a una domanda molto più semplice e molto più politica: questa riforma è coerente con l’idea di società che voglio, o è coerente con quella del blocco di potere che oggi governa?

Se guardo a chi la propone, a come governa, a quali alleanze coltiva e a chi se ne rallegra, io la risposta ce l’ho: voterò NO. E provo a spiegare perché.

I. Una destra-destra trumpiana: il potere come diritto di comandare

Questa maggioranza non è un centrodestra temperato. È una destra-destra che guarda apertamente al trumpismo come modello culturale: America delle armi facili, che si arroga il diritto di rapire un capo di Stato nel disprezzo del diritto internazionale, con milizie (ICE) che interpretano la giustizia, al minimo sospetto, con esecuzioni extragiudiziali, dei muri contro i migranti, delle élite economiche che si sentono “scelte” dalla storia e dalla buona sorte, dei poveri trattati come colpevoli del proprio destino, quindi corpi estranei da espellere.

Dentro questa visione c’è un sottofondo teologico molto preciso, che Max Weber ha analizzato a suo tempo studiando il calvinismo: il successo materiale come segno della grazia, il fallimento come indizio di colpa o di indegnità. Tradotto in termini politici: chi sta in alto è legittimato a comandare; chi sta in basso è un gregge da governare, disciplinare, pacificare, all’occorrenza da reprimere. Non c’è interesse per le cause strutturali delle disuguaglianze, ma solo per la punizione degli “indisciplinati”.

Questa antropologia punitiva si sposa benissimo con l’idea di un esecutivo forte, poco controllato, libero di decidere chi è il “buon cittadino” e chi è il nemico interno: il povero “irregolare”, il migrante, il manifestante, lo studente che occupa, il lavoratore che sciopera “troppo”.

In questo schema, la magistratura indipendente è un corpo estraneo. Il pubblico ministero che indaga sui poteri forti non è un servitore dello Stato: è un disturbatore, uno che non ha “capito il suo posto”.

II. L’ombra lunga dei poteri opachi: affari, massoneria, mafie

Non possiamo fare finta che questa destra nasca oggi, dal nulla. Una parte importante del blocco che la sostiene affonda le radici in un’area di centrodestra affarista, massonica, intrecciata per decenni con zone grigie del potere economico, mediatico e, in alcuni casi, con l’universo delle mafie.

Qui non siamo nel terreno delle insinuazioni, ma dei fatti accertati:
1. Silvio Berlusconi, fondatore del principale partito della destra italiana degli ultimi trent’anni, era iscritto alla loggia massonica P2 con la tessera n. 1816, come ricostruito dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta.
2. Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e figura decisiva nel legame tra il partito e certi ambienti economico-mediatici, è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con Cosa Nostra fino agli anni Novanta. Questo elenco sarebbe molto più lungo, per ragioni di spazio rimando ad altri articoli scritti in passato, su queste persone, la maggior parte appartenenti a quell’area politica, oggi governativa.
3. Il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli, documentato e smontato da un’altra Commissione parlamentare, disegnava già quarant’anni fa un progetto di controllo dei media, indebolimento del Parlamento, normalizzazione della magistratura, a uso e consumo di un blocco di potere economico e politico ristretto. Sulla loggia massonica Propaganda 2 si è veramente scritto tantissimo, ed atti passati in giudicato hanno appurato la contiguità a quel periodo di tentati golpe e stragi “di Stato”, dove pezzi di apparati di sicurezza statali, destra fascista eversiva, agivano insieme nel torbido, contro l’ordinamento democratico.

Quando oggi questa destra mette mano alla Costituzione e all’ordinamento giudiziario senza avere un proprio pensiero organico sulla giustizia sociale, sulla sanità, sulla scuola, è chiaro che l’unico “manuale” disponibile resta quello: più potere all’esecutivo, meno spazi di controllo, meno conflitto, meno contropoteri.

Dentro questo scenario, la separazione delle carriere non è un ritocco tecnico: è un modo per togliere di mezzo il pubblico ministero come soggetto davvero autonomo, soprattutto quando indaga su colletti bianchi, comitati d’affari, reti massoniche, ceti politici in odore di mafia.

III. Il diritto penale del gregge: punire i deboli, proteggere i forti

Negli ultimi anni abbiamo visto costruirsi, decreto dopo decreto, quello che molti giuristi hanno chiamato “diritto penale dell’insicurezza”.

I tratti essenziali, al netto delle differenze, sono ormai chiari:
1. Verso il basso, un diritto penale del nemico: più reati, più aggravanti, pene sproporzionate per comportamenti che hanno a che fare con il disagio sociale, la protesta, la marginalità (dai rave agli imbrattamenti, fino alle azioni dei movimenti climatici), uso compulsivo dei decreti emergenziali come risposta a ogni allarme mediatico.
2. Verso l’alto, un diritto penale dell’amico: depenalizzazioni, allentamenti prescrizionali, trucchi procedurali che rendono la vita più facile a chi può permettersi grandi studi legali, ai colletti bianchi, alle grandi imprese, con una particolare attenzione a evitare che le inchieste arrivino troppo vicino ai centri di comando.
3. In mezzo, uno Stato che offre tutele crescenti alle forze dell’ordine, anche quando emergono abusi, e che si abituata a pensare la sicurezza più come ordine pubblico che come sicurezza sociale.

È la traduzione giuridica dell’idea calvinista rovesciata in chiave politica: chi è “benedetto” dal successo economico è legittimato a fare quasi tutto; chi è povero, fragile, conflittuale è un problema da disciplinare.

Per governare un gregge, non serve la giustizia; bastano la paura e il codice penale. Ecco perché questo assetto ha bisogno di una magistratura meno autonoma, meno imprevedibile, più “affidabile” per chi governa.

IV. Chi vota Sì? La linea di faglia tra cittadini e impuniti

In questo contesto la domanda diventa brutale: chi ha davvero interesse a questa riforma?

Non credo sia una frase infelice o improvvisata quando, in incontri pubblici, magistrati che vivono ogni giorno il processo penale ricordano che questa riforma piace soprattutto a chi ha conti aperti con la giustizia: indagati eccellenti, imputati, condannati che sognano un sistema in cui il pubblico ministero sia meno libero di toccarli, meno vicino al giudice, più esposto alla pressione politica e disciplinare.

Se guardiamo alla storia recente, vediamo un filo rosso:
1. Ogni volta che le indagini hanno provato a scalfire l’impunità dei poteri forti, dai sindacalisti uccisi e mai vendicati in Sicilia, alle inchieste sulle stragi di Stato, fino a Mani Pulite, si è alzata una controffensiva politica e mediatica contro le “toghe politicizzate”.
2. Ogni volta che un processo ha sfiorato o coinvolto i vertici della politica e dell’imprenditoria, subito è partita la campagna contro gli “abusi” dei pubblici ministeri, contro l’“invasione di campo” della magistratura.
3. Ogni volta che si è parlato di riforma della giustizia da parte di questa area politica, al centro non c’era il cittadino comune, ma il problema di “limitare il potere dei giudici” e, soprattutto, dei PM.

Se metto insieme questi elementi, faccio fatica a immaginare che la riforma Meloni–Nordio sia nata per difendere il cittadino vittima o la persona fragile che aspetta un processo più equo. Sembra fatta su misura per chi non sopporta più l’idea di poter essere indagato senza controllo politico.

V. La scelta non è tecnica: è una scelta di campo

Il cuore del ragionamento, a questo punto, è molto semplice. La domanda non è:

“È più elegante, dal punto di vista dogmatico, un processo con carriere separate o un processo con PM e giudici nello stesso ordine?”

La domanda vera è:

“Io, con la mia storia, i miei valori, la mia idea di società, mi riconosco nel progetto di mondo che sta dietro questa riforma?”

Se guardo ai tratti fondamentali di questa maggioranza:
1. Filoatlantismo spinto fino all’allineamento acritico con la destra trumpiana e con i suoi modelli di “legge e ordine”, con un’idea di sovranità usata più per reprimere conflitti interni che per difendere i diritti sociali.
2. Visione autoritaria della sicurezza, che preferisce il manganello ai servizi sociali, l’inasprimento delle pene alla prevenzione, la retorica dei “nemici interni” a una seria politica di coesione.
3. Continuità con una tradizione di centrodestra che ha intrecciato poteri opachi, massoneria, affari e, in alcune sue componenti, rapporti con le mafie e con la criminalità organizzata.
4. Rancore strutturale verso la Costituzione antifascista, percepita come un freno: premierato, autonomia differenziata, riforma della magistratura sono tutte mosse nella stessa direzione, concentrare potere e ridurre contropoteri.

Allora so che NON posso affidare alla stessa mano anche la riscrittura delle regole del gioco giudiziario, tanto meno quelle che riguardano l’organo che deve indagare proprio sui poteri forti.

VI. Perché il NO è l’unica risposta coerente

Io non voto No perché penso che la magistratura italiana sia perfetta. Non lo è. Conosco bene corporativismi, immobilismi, storture, correntismi degenerati. So che esistono abusi e errori anche tra i pubblici ministeri.

Voto No perché questa riforma non nasce per correggere quegli abusi, ma per ridurre lo spazio di conflitto tra i poteri. Nasce per rendere più prevedibile e più controllabile il ruolo del pubblico ministero. Nasce per rassicurare chi teme indagini scomode, non chi aspetta giustizia.

Voto No perché non accetto l’idea calvinista di una società divisa tra “eletti” e “dannati”, tra vincenti che comandano e perdenti che devono solo obbedire. La giustizia repubblicana, con tutti i suoi limiti, è stata uno dei pochi strumenti con cui i cittadini comuni hanno potuto, a volte, bussare alla porta dei “signori sopra la legge”.

Voto No perché non voglio vivere in un Paese in cui la paura diventa programma di governo, il diritto penale diventa lingua ufficiale del potere e la Costituzione viene ritagliata addosso alle esigenze di chi, oggi, occupa Palazzo Chigi e, domani, potrebbe essere chiunque altro.

Voto No perché penso che la vera alternativa non sia tra “giudici buoni” e “giudici cattivi”, ma tra una Repubblica in cui i poteri si controllano a vicenda e una Repubblica in cui uno solo, l’esecutivo, decide chi deve avere paura e chi no.

Se condividiamo l’idea di una società più giusta, più eguale, più aperta, se pensiamo che la Costituzione antifascista sia ancora il nostro orizzonte, allora non possiamo limitarci a dubitare. Dobbiamo dirlo con chiarezza: a questo disegno di giustizia piegata al potere la nostra risposta è NO.

Fonti essenziali (selezione)

I.

Francesco Coniglione: Sì o No nel referendum, la risposta non è tecnica ma politica.
Di Francesco Coniglione, pubblicato il 13 febbraio 2026 su Volere la Luna.

Nello Rossi, “La destra e il diritto penale dell’insicurezza”, Volere la Luna / Questione Giustizia, 2026.
II. Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (sul nesso tra calvinismo, predestinazione e successo economico).
III. Atti e documenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (in particolare sulla tessera n. 1816 intestata a Silvio Berlusconi e sul Piano di rinascita democratica).
IV. Sentenze della Corte di Cassazione sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa (2014) e relative ricostruzioni giornalistiche.
V. Approfondimenti su riforma Meloni–Nordio, separazione delle carriere, doppio CSM e riforma disciplinare dei magistrati, con particolare riferimento al dibattito dottrinale e alle critiche di magistrati e costituzionalisti.

Francesca Albanese sotto accusa: quando dire la verità diventa un reato politico

C’è un momento preciso, quasi chirurgico, in cui capisci che non stanno discutendo una frase: stanno processando una funzione. Quando una relatrice delle Nazioni Unite viene trascinata in un processo alle intenzioni per parole mai pronunciate e strumentalmente interpretate, non è solo una persona a finire sotto tiro. È l’idea stessa che il diritto internazionale possa nominare i fatti, chiamare le responsabilità per nome, disturbare i potenti senza essere punito.

Il caso che investe Francesca Albanese non nasce da un refuso, né da una disputa accademica sul linguaggio. È una storia politica, con un innesco istituzionale chiaro e una traiettoria ancora più chiara: trasformare una denuncia in colpa, una critica in “odio”, un mandato ONU in un bersaglio da abbattere.

Dove parte davvero l’attacco: l’Assemblea nazionale come grilletto

Il punto di partenza è il forum di Doha del 7 febbraio 2026, organizzato da Al Jazeera, dove Albanese interviene con un videomessaggio. Nei giorni successivi, però, l’offensiva prende forma in Francia non sui social, ma nei palazzi.

Il 10 febbraio, la deputata Caroline Yadan e altri parlamentari francesi chiedono apertamente la rimozione della relatrice. Non è un dettaglio: è l’anticamera politica che prepara il terreno alla legittimazione governativa. La richiesta viene incastonata in un’accusa pesante, progettata per fare presa: si parla di “retorica demonizzatrice” e si spinge l’interpretazione fino a insinuare radici antisemite. 

L’11 febbraio, il passaggio di livello avviene nel luogo che conta: l’Assemblea nazionale. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot interviene in Parlamento, definisce le parole di Albanese “oltraggiose e irresponsabili” e sostiene che non avrebbero preso di mira il governo israeliano, ma “Israele come popolo e come nazione”. Annuncia inoltre che la Francia porterà la richiesta di dimissioni il 23 febbraio davanti al Consiglio dei diritti umani ONU. 

Questa sequenza è decisiva: prima la miccia parlamentare, poi la consacrazione governativa, infine l’atto formale in sede ONU. È così che un attacco mediatico diventa un caso diplomatico.

La frase contesa e la manipolazione del senso

Qui sta il nodo, prima ancora che linguistico: Francesca Albanese contesta di aver mai detto che “Israele è il nemico dell’umanità”. Il suo ragionamento, come riportato e poi chiarito pubblicamente, ruota su un’altra formula: il “nemico comune” non sarebbe un popolo, ma un sistema di complicità che rende possibile ciò che lei denuncia, fatto di coperture politiche, sostegno economico e finanziario, armi, e dispositivi tecnologici e comunicativi capaci di oscurare e normalizzare. 

La differenza è enorme, e proprio per questo viene schiacciata. Perché un conto è criticare un apparato di potere, un conto è colpire un’identità collettiva. Se trasformi la prima cosa nella seconda, hai già vinto: non devi più rispondere nel merito, devi solo invocare la scomunica.

Il riverbero italiano: UCEI e Lega, la stessa logica dell’espulsione

Come spesso accade, quando un Paese “autorevole” apre la strada, l’eco si propaga. In Italia interviene l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, con parole durissime, e la Lega annuncia una risoluzione che si unisce alla richiesta di dimissioni, sostenendo che chi parla in quei termini “fomenta sospetti” di antisemitismo e non sarebbe “super partes”. 

Il punto non è elencare le reazioni, ma coglierne la forma. La forma è sempre la stessa: non si entra nel merito delle denunce, si mette sotto processo la legittimità di chi denuncia.

La delegittimazione in tre mosse: come si fabbrica un bersaglio

Questo tipo di attacco funziona perché è una procedura, non un impulso.

I) Si sposta il fuoco dal contenuto al tono. La sostanza svanisce: non si discute ciò che viene denunciato, ma come viene detto, con l’obiettivo di rendere il linguaggio più scandaloso del fatto.

II) Si applica un marchio morale totalizzante. “Antisemita” diventa una parola-chiavistello: non serve a comprendere, serve a espellere. Chi la riceve non va confutato, va rimosso.

III) Si costruisce l’incompatibilità con il ruolo. La relatrice non è più una giurista con un mandato: diventa “un’attivista”. E quando la categoria cambia, la conclusione è automatica: dimissioni.

È una macchina che produce intimidazione. Non solo verso Albanese, ma verso chiunque, domani, vorrà usare il diritto internazionale come lente e non come cerimonia.

Perché i Relatori Speciali danno fastidio: indipendenti per definizione

Qui bisogna ricordare un fatto semplice, spesso cancellato dal rumore: le Special Procedures del Consiglio ONU per i diritti umani sono mandati affidati a esperti indipendenti, incaricati di monitorare, documentare e riferire pubblicamente. Il loro compito non è piacere agli Stati, ma mettere a verbale ciò che emerge dalle fonti e dalle verifiche, chiedere accesso, sollecitare cooperazione. 

Francesca Albanese è la Relatrice speciale per i territori palestinesi occupati dal 1967. Il suo mandato ha una ragion d’essere precisa: osservare e riferire, anche quando ciò che riferisce è scomodo. Se ogni parola che disturba viene trasformata in reato d’opinione, allora non resta un mandato: resta un ruolo ornamentale, buono per le foto e inutile per la verità.

Il precedente che pesa: quando la critica diventa punizione

Chi guarda questa vicenda come un episodio isolato sbaglia bersaglio. La pressione sui mandati ONU, quando toccano nervi scoperti, è diventata negli anni una pratica sistemica. Nel caso di Albanese, il contesto recente è già segnato da attacchi e tentativi di delegittimazione che mirano a svuotare la funzione stessa del relatore: non “controllo democratico”, ma neutralizzazione preventiva.

Quando la politica passa dalla critica alla punizione, il messaggio è sempre identico: “Se continui, paghi”. E quel messaggio, di solito, non è indirizzato a una sola persona.

L’accusa come clava: il danno doppio

C’è un danno doppio, e andrebbe detto senza paura.

Il primo danno colpisce la lotta reale contro l’antisemitismo. Se tutto diventa antisemitismo, la parola perde precisione, si trasforma in arma politica e finisce per banalizzare ciò che invece va riconosciuto e contrastato con rigore.

Il secondo danno colpisce la libertà del discorso pubblico. La critica a uno Stato e alle sue politiche viene riscritta come attacco identitario. È una scorciatoia pericolosa: sostituisce i fatti con le appartenenze, il merito con l’anatema.

Ed è qui che il caso Albanese diventa più grande di Albanese: perché riguarda la possibilità stessa di parlare dei fatti senza essere trascinati davanti a un tribunale morale.

La posta in gioco: o faro o lampione decorativo

Alla fine il discrimine è semplice.

O si accetta che un Relatore speciale possa essere rimosso perché un governo giudica “oltraggiose” parole, mal interpretate è strumentalizzate, che denunciano un sistema di complicità.

Oppure si difende un principio: questi mandati esistono proprio per dire ciò che gli Stati non vogliono sentirsi dire.

Se passa l’idea che basti un’etichetta morale, amplificata da una dinamica parlamentare e trasformata in iniziativa diplomatica, per far saltare un incarico ONU, allora domani qualunque relatore potrà essere neutralizzato allo stesso modo, su qualunque dossier scomodo. Il diritto internazionale, da faro, diventerà un lampione decorativo: acceso per scena, spento quando serve davvero.

Fonti

Sky TG24, “La Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese…” (11 febbraio 2026). 
Avvenire, “Israele, le parole di Francesca Albanese aprono un caso diplomatico e politico” (11 febbraio 2026). 
ANSA, “C’è un nemico comune dell’umanità: le parole sotto accusa…” (11 febbraio 2026). 
Il Fatto Quotidiano, ricostruzione della sequenza Yadan–Barrot e richiesta di dimissioni (11 febbraio 2026). 
Quotidiano.net, riferimento alla lettera di circa quaranta deputati macroniani e alla richiesta di iniziativa formale (11 febbraio 2026). 
Domani, dichiarazioni di Barrot all’Assemblea nazionale e richiesta al Consiglio ONU (11 febbraio 2026). 
Swissinfo (Keystone-ATS), dichiarazioni di Barrot e data del 23 febbraio (11 febbraio 2026). 

Dalla Repubblica alla Paura: il Decreto Sicurezza e la trasformazione autoritaria dell’Italia

Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui le parole smettono di essere strumenti retorici e diventano categorie della realtà. “Democratura” non è più un’espressione da convegno accademico o da saggio politologico. È una chiave di lettura concreta, oggi, per comprendere ciò che sta accadendo in Italia.

Il nuovo Decreto Sicurezza varato dal governo guidato da Giorgia Meloni non rappresenta una semplice continuità con le politiche restrittive del passato. Segna un passaggio di fase. Introduce una logica fondata sulla prevenzione repressiva, sull’anticipazione del sospetto, sulla limitazione sistematica degli spazi di partecipazione democratica.

Non siamo di fronte a un inasprimento tecnico delle norme. Siamo davanti a una trasformazione del rapporto tra Stato e cittadini.

Colpire la protesta, non la violenza

Da anni, in Italia, il racconto pubblico delle manifestazioni è dominato dalla retorica dell’“ordine pubblico”. Ogni piazza viene descritta come potenziale pericolo, ogni protesta come rischio da neutralizzare.

Con questo decreto, però, si compie un salto ulteriore.

Non si colpiscono più soltanto i comportamenti violenti. Si colpisce il diritto stesso di protestare.

Il fermo preventivo fino a dodici ore, basato su un generico “fondato sospetto”, introduce una forma di punizione anticipata. Il cittadino può essere privato della libertà non per ciò che ha fatto, ma per ciò che potrebbe fare.

È una rottura profonda con i principi dello Stato di diritto.

In una democrazia costituzionale, la libertà personale è inviolabile e può essere limitata solo in presenza di fatti accertati. Qui, invece, si istituzionalizza il sospetto come criterio di intervento.

Il reato viene sostituito dall’ipotesi.

La prova dalla percezione.

La giustizia dalla prevenzione.

La discrezionalità come forma di potere

Uno degli aspetti più pericolosi del decreto è l’enorme spazio concesso alla discrezionalità amministrativa.

Saranno questure e prefetture a decidere chi fermare, quando, come e perché. Senza parametri chiari, senza controlli tempestivi, senza reali possibilità di difesa immediata.

Si crea così una catena di comando verticale: governo, prefetture, forze di polizia. Una struttura che concentra il potere decisionale e riduce i contrappesi.

Il controllo giudiziario, evocato come garanzia, appare debole e tardivo. Come può un giudice smontare un provvedimento fondato su una valutazione soggettiva? Come può contestare un “convincimento” privo di riscontri oggettivi?

Nella maggior parte dei casi, non potrà farlo.

La legalità resta formalmente in piedi. Ma viene svuotata nella pratica.

Dall’emergenza alla normalizzazione autoritaria

Il richiamo alla Legge Reale del 1975 è inevitabile. Anche allora, in nome dell’emergenza, si ampliarono i poteri repressivi. Ma oggi il contesto è diverso.

Non siamo in una fase di terrorismo diffuso. Non siamo in una situazione di guerra interna. Siamo in una crisi sociale, economica, democratica.

Precarietà, impoverimento, disuguaglianze, servizi pubblici in crisi, sfiducia nelle istituzioni.

È in questo scenario che nasce il nuovo impianto securitario.

Non per rispondere a una minaccia eccezionale, ma per governare il malessere sociale.

Il decreto diventa così uno strumento di gestione politica del conflitto: prevenire, dissuadere, neutralizzare prima che il dissenso si organizzi.

È una logica tipica dei regimi ibridi: mantenere l’apparenza democratica, svuotandone la sostanza.

La pedagogia della paura

Ogni democratura funziona attraverso un meccanismo fondamentale: la paura.

Non serve arrestare tutti. Basta colpire alcuni.

Non serve reprimere sempre. Basta far capire che si può.

Quando partecipare a una manifestazione comporta il rischio di un fermo, quando organizzare un corteo diventa un problema giudiziario, quando esporsi pubblicamente ha conseguenze personali, la società cambia.

Si diffonde l’autocensura.

Si riduce la partecipazione.

Si normalizza il silenzio.

La repressione più efficace è quella che convince le persone a rinunciare spontaneamente ai propri diritti.

È una forma di controllo invisibile, ma potentissima.

L’illusione delle rassicurazioni

C’è chi invita alla calma. Chi parla di esagerazioni. Chi confida nei “pesi e contrappesi”.

È una pericolosa illusione.

Nessuna deriva autoritaria nasce improvvisamente. Tutte si costruiscono per accumulo: decreti, deroghe, emergenze, eccezioni, proroghe.

Ogni volta si dice: è solo temporaneo.

Ogni volta si restringe un po’ lo spazio di libertà.

Finché ciò che era eccezione diventa norma.

Le rassicurazioni istituzionali servono soprattutto a disinnescare il conflitto sociale, a rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo.

Una questione di cittadinanza

Il problema del decreto sicurezza non è solo giuridico. È politico e culturale.

Riguarda il modello di società che si sta costruendo.

In questo modello, il cittadino non è più soggetto attivo della democrazia, ma potenziale problema di ordine pubblico.

La partecipazione diventa fastidio.

Il dissenso diventa minaccia.

La critica diventa anomalia.

È una visione incompatibile con lo spirito della Costituzione repubblicana, fondata sulla sovranità popolare, sulla libertà di espressione, sul pluralismo.

Qui si afferma invece un’idea verticale del potere, fondata sull’obbedienza e sulla sorveglianza.

Quando il silenzio diventa complicità

Ci sono momenti nella vita di un Paese in cui non esistono posizioni neutre.

Minimizzare oggi significa legittimare domani.

Tacere oggi significa accettare l’arbitrio futuro.

Difendere il diritto a manifestare non significa giustificare la violenza. Significa difendere la democrazia.

Difendere il dissenso non significa creare disordine. Significa impedire che il potere diventi incontrollabile.

La libertà non viene mai cancellata tutta insieme. Viene erosa lentamente, pezzo dopo pezzo, fino a diventare una concessione.

Quando una società smette di indignarsi per la perdita dei diritti, ha già perso molto più di una legge.

Ha perso la propria coscienza civile.

Torino come pretesto: la giustizia trasformata in propaganda e la piazza messa sotto accusa

C’è una destra che non discute, non argomenta, non spiega. Incendia. Prende un fatto di cronaca, lo riduce a slogan, lo incolla a un referendum e pretende che il Paese voti seguendo la rabbia, non la ragione. È quello che sta accadendo con gli scontri di Torino e con la campagna per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia: una scorciatoia comunicativa che punta a un solo obiettivo, costruire consenso attraverso paura e semplificazione.

Il punto è semplice: la scarcerazione con obbligo di firma e la scelta dei domiciliari non sono “scempi”, non sono cedimenti dello Stato, non sono un favore politico. Sono il funzionamento ordinario delle regole processuali, applicate da un giudice sulla base di presupposti di legge. Chi grida allo scandalo lo sa benissimo. E se non lo sa, allora non dovrebbe avere la responsabilità di guidare il dibattito pubblico su una riforma costituzionale.

I. La prima menzogna: far credere che la riforma “impedirà le scarcerazioni”

Nel caso di Torino, la procura aveva chiesto una misura cautelare più severa; il giudice per le indagini preliminari ha valutato diversamente e ha disposto per due indagati l’obbligo di firma e per un terzo i domiciliari. È un fatto normale: l’accusa chiede, il giudice decide. È esattamente così che deve funzionare uno Stato di diritto, perché la misura cautelare non è una punizione anticipata e non può diventare un messaggio politico. 

La propaganda, invece, racconta una favola: con la riforma e con la separazione delle carriere “queste cose non succederanno più”. Ma le misure cautelari si decidono oggi come domani con gli stessi criteri: gravi indizi, esigenze cautelari attuali, proporzionalità, scelta della misura meno afflittiva tra quelle idonee. È scritto nel codice, non in un post social. 

Quindi dov’è la norma miracolosa che trasforma il processo in un automatismo repressivo? Non c’è. Perché non può esserci senza abbattere l’impianto delle garanzie.

II. La seconda menzogna: confondere “giustizia” con “carcere preventivo”

Quando la destra dice “scempio”, in realtà non sta difendendo la legalità: sta proponendo l’idea che l’unico modo per rassicurare l’opinione pubblica sia la custodia in carcere, subito, comunque, a prescindere. Ma questo è l’opposto della presunzione di innocenza. E soprattutto è un cortocircuito con le stesse posizioni che, a fasi alterne, lo stesso ministro Nordio ha sostenuto sulla necessità di limitare l’abuso della carcerazione preventiva.

Il messaggio implicito è pericoloso: se non li metti in carcere sei “complice”, se applichi una misura non afflittiva sei “ideologico”, se rispetti la gradualità prevista dalla legge sei “contro lo Stato”. È una pedagogia autoritaria mascherata da ordine pubblico.

III. L’incompetenza (o la malafede): vendere come “riforma” ciò che è già legge

Il passaggio più rivelatore non è la durezza dei toni. È la superficialità spacciata per certezza: “Con il Sì non accadrà più”. Chiunque conosca la materia sa che la scelta delle misure cautelari non dipende dalla carriera del magistrato ma dai criteri del codice e dal controllo del giudice. L’articolo 275 del codice di procedura penale impone proporzionalità e adeguatezza; e la dottrina e la giurisprudenza discutono da anni proprio di questi limiti, non di “pugno duro” come slogan elettorale. 

Se un parlamentare confonde questi piani, sta chiedendo al Paese un salto nel buio. Se non li confonde, sta manipolando deliberatamente.

IV. Il progetto reale: mettere la piazza sotto tutela e piegare la giustizia al racconto del potere

Torino diventa un pretesto perché permette due operazioni politiche insieme.

La prima: delegittimare chi sostiene il No, trasformandolo in una caricatura morale. Chi vota No viene dipinto come alleato dei violenti, come nemico del diritto, come complice dell’impunità. È una tecnica antica: non si risponde alle ragioni, si infanga la posizione.

La seconda: costruire un clima in cui la piazza è un problema e il dissenso è una minaccia. Si sposta tutto sul terreno dell’ordine pubblico, e intanto si prepara l’idea che, in nome di pochi infiltrati o di episodi violenti, si possano restringere spazi, comprimere libertà, irrigidire le risposte dello Stato. Il “paravento” funziona sempre così: si prende una parte, la si usa per colpire il tutto.

Ma uno Stato serio fa il contrario: individua i responsabili degli atti violenti e li persegue, senza trasformare un episodio in un alibi per un controllo permanente.

V. Il punto decisivo: il referendum sta diventando un dovere civico, e il No è una difesa della democrazia

A questo punto va detto con chiarezza: partecipare al referendum non è un gesto neutro, sta diventando un dovere civico. Perché questa maggioranza non sta provando a migliorare la giustizia per i cittadini, sta cercando di migliorarla per chi governa: per rendere più controllabile l’equilibrio dei poteri, per spostare l’asse dalla tutela dei diritti alla tutela del potere, per costruire un sistema in cui la narrazione politica pretende di dettare la misura delle decisioni giudiziarie.

È in questa cornice che l’appello a votare No acquista il suo senso pieno: non come appartenenza, ma come difesa degli argini democratici.

VI. La verità che la propaganda rimuove: i bisogni del popolo sono altrove, e la “giustizia show” serve a coprirli

Mentre si gonfia il caso Torino come se fosse il cuore del Paese, la vita reale racconta altro: stagnazione economica, lavoro precario, futuro negato a intere generazioni, istruzione impoverita, sanità pubblica spinta verso una privatizzazione di fatto, dove chi ha risorse compra cure e tempi, e chi non le ha aspetta o rinuncia.

In questo scenario, la riforma agitata come urgenza nazionale diventa un diversivo potente: spostare l’attenzione dalle condizioni materiali di vita, dai salari, dagli affitti, dai servizi pubblici, e trascinare il Paese dentro una guerra culturale contro “toghe”, “garantismi selettivi” e “piazze pericolose”.

È un disegno politico riconoscibile: reprimere per governare, reprimere per proteggere interessi, reprimere per continuare a fare affari a spese del popolo. E non è un fenomeno isolato: si inserisce in una tendenza più ampia, occidentale, dove la risposta alla crisi sociale non è più la redistribuzione, ma il controllo. Dove si restringono libertà in nome dell’ordine, mentre si lascia crescere l’ingiustizia in nome del mercato.

Aprire gli occhi oggi significa non cadere nella trappola. Significa non lasciare che Torino diventi il grimaldello per riscrivere i rapporti tra poteri dello Stato e ridurre lo spazio del dissenso. Significa capire che lo “scempio” non è l’obbligo di firma deciso da un gip nel rispetto della legge. Lo scempio è trasformare la giustizia in propaganda e la paura in programma politico.

Per questo il No non è un capriccio. È una linea di difesa.

Fonti

Il Fatto Quotidiano, “Votate Sì al referendum per fermare questo scempio”: la fake news di Fdi e Salvini sulla scarcerazione dei manifestanti a Torino, 4 febbraio 2026. 

Corriere della Sera Torino, decisioni del gip su domiciliari e obbligo di firma (caso Askatasuna), 4 febbraio 2026. 

ANSA, aggiornamenti sugli scontri e sulle misure cautelari a Torino, 4 febbraio 2026. 

RaiNews TGR Piemonte, riepilogo sulle misure cautelari e sul caso Calista, 4 febbraio 2026. 

Codice di procedura penale, art. 275, criteri di scelta delle misure cautelari. 

Sistema Penale, contributi su misure cautelari e principio di proporzionalità. 

Sicurezza come pretesto: lo Stato preventivo e la normalizzazione dell’eccezione

C’è un copione che si ripete con una puntualità quasi matematica: un episodio di violenza, una narrazione unilaterale, un’emergenza costruita e, infine, un pacchetto normativo che restringe diritti e amplia poteri. La mozione sulla sicurezza che la destra porterà in Senato il 4 febbraio non fa eccezione. Anzi, rappresenta un ulteriore passo in avanti verso uno Stato preventivo, dove il sospetto precede il fatto e la repressione viene giustificata come tutela dell’ordine.

La risoluzione annunciata dopo i fatti di Torino è costruita interamente su un racconto selettivo. I numeri vengono esibiti come clava politica, le parole scelte con cura per evocare uno scenario bellico: “guerriglia urbana”, “soggetti armati”, “devastazione”. In questo quadro, il conflitto sociale viene ridotto a un problema di ordine pubblico, e la piazza – tutta la piazza – diventa un potenziale nemico interno.

Il primo pilastro della mozione è lo scudo penale per gli agenti. Una formula che, dietro l’apparente tutela di chi svolge un lavoro difficile, introduce un principio pericoloso: la differenziazione della responsabilità penale in base alla divisa indossata. In uno Stato di diritto la legge non protegge categorie, ma garantisce diritti e doveri uguali. Qui, invece, si prepara un’asimmetria: mentre il cittadino risponde sempre delle proprie azioni, l’agente viene preventivamente “coperto” nell’esercizio delle sue funzioni. È una torsione giuridica che indebolisce la fiducia, non la rafforza.

Il secondo punto è ancora più insidioso: il fermo preventivo. Non si interviene più su un reato commesso, ma su un rischio presunto. Si colpisce chi potrebbe fare qualcosa, non chi l’ha fatta. È il passaggio dallo Stato di diritto allo Stato di previsione, dove il comportamento futuro viene ipotizzato e represso prima che esista. Un modello che ricorda più la logica della sorveglianza permanente che quella della democrazia costituzionale.

Il terzo elemento riguarda gli sgomberi degli immobili occupati, presentati come misura neutra, tecnica, inevitabile. Ma anche qui la selettività è evidente. I centri sociali diventano il bersaglio simbolico, il luogo su cui mostrare forza e determinazione. Spazi di conflitto, di mutualismo, di critica vengono trattati come un problema di sicurezza nazionale. Eppure, mentre si annunciano nuovi sgomberi, su altri immobili occupati – quelli dell’estrema destra organizzata – cala un silenzio assordante.

Il passaggio più rivelatore della mozione, però, è quello che riguarda il diritto di manifestare. Formalmente viene riaffermato, ma subito dopo condizionato, limitato, recintato. Si parla di “tenere lontano” dalle manifestazioni chi è considerato violento, senza chiarire chi decide, come, su quali basi. È una formula vaga, elastica, perfetta per essere usata contro chiunque disturbi l’ordine costituito. Non si colpisce solo la violenza: si disciplina il dissenso.

In tutto questo, manca un elemento fondamentale: una riflessione seria e onesta sull’uso della forza da parte dello Stato. Le immagini di pestaggi, cariche sproporzionate, aggressioni a giornalisti non entrano nel racconto ufficiale. La violenza è sempre e solo “degli altri”. Lo Stato non sbaglia, reagisce. Non reprime, tutela. È questa autoassoluzione permanente che rende pericolosa la deriva in atto.

C’è infine un’assenza che pesa più di molte parole: CasaPound. Nessun riferimento, nessuna condanna, nessuna volontà di intervenire. Eppure parliamo di un’organizzazione che occupa immobili, che pratica intimidazione politica, che si richiama apertamente al fascismo. Qui la sicurezza scompare, l’urgenza evapora, il rigore si scioglie. È il doppio standard elevato a metodo di governo.

Questa mozione non serve a garantire sicurezza. Serve a ridefinire i confini della democrazia, restringendoli. Serve a trasformare il conflitto sociale in un problema penale e la piazza in una minaccia. Serve, soprattutto, a normalizzare l’eccezione, rendendola prassi.

La storia insegna che quando la sicurezza diventa l’unico linguaggio del potere, la libertà è già sotto processo. E quando lo Stato sceglie chi colpire e chi ignorare, non sta difendendo l’ordine: sta scegliendo da che parte stare.

E, ancora una volta, non è quella della Costituzione.

MANIFESTAZIONI DI MASSA, VIOLENZA DI MINORANZA: IL COPIONE PERFETTO PER STRINGERE LE LIBERTÀ

Torino ci consegna l’ennesima scena doppia: una piazza larga e partecipata, e poi una “coda velenosa” di violenza che cambia il fuoco della narrazione. Nel mezzo, un rischio politico enorme: che l’ordine pubblico diventi il cavallo di Troia per ridurre gli spazi di dissenso, mentre le responsabilità individuali si dissolvono in un racconto di comodo.

C’è un punto che andrebbe scolpito prima di tutto: una manifestazione riuscita non è un dettaglio folkloristico da archiviare quando arrivano gli scontri. È un fatto politico. Migliaia, decine di migliaia di persone che attraversano una città, che dicono “ci siamo”, che mettono in strada corpi, rabbia, speranza, conflitto sociale, sono una notizia in sé. Eppure, quasi sempre, quel fatto politico viene triturato in pochi minuti da un’altra notizia, più semplice e più spendibile: le botte, il sangue, la paura.

A Torino è accaduto ancora. Un corteo partecipato e pacifico, poi la guerriglia urbana dopo il buio. Il risultato è il copione perfetto per chi, al governo, sogna una democrazia addomesticata: piazze “autorizzate” solo finché non disturbano, e repressione “preventiva” quando disturbano davvero.

IL MECCANISMO: LA PIAZZA VINCE, POI ARRIVA LA FIRMA DI POCHI
Il politologo Marco Revelli descrive da anni un rituale che si ripete: la grande maggioranza manifesta, sfila, tiene la linea; poi, quando la giornata finisce e la città si svuota, entra in scena un gruppo ridotto che “firma” la serata con la violenza. 

È qui che nasce il dubbio più corrosivo, quello che tanti avvertono ma che va maneggiato con rigore: possibile che questo finale ricorrente faccia comodo a qualcuno? Possibile che basti “lasciar fare” perché una minoranza trascini tutti nella cornice più utile al potere? Revelli stesso invita a non scivolare nella dietrologia, ma segnala un punto politico reale: quando la gestione dell’ordine pubblico è sconsiderata o passiva, il finale può diventare prevedibile. 

E non è una questione astratta, perché il “finale” produce conseguenze concrete: feriti, arresti, campagne mediatiche, norme nuove.

RESPONSABILITÀ: CHI PICCHIA VA FERMATO, IDENTIFICATO, PROCESSATO
Qui non servono ambiguità. Chi aggredisce un agente isolato, chi usa oggetti contundenti, chi trasforma una piazza in un ring commette reati e va perseguito. Punto. Non “perché lo chiede il governo”, ma perché lo chiede lo Stato di diritto: la libertà di manifestare non è la libertà di devastare, e la solidarietà politica non può diventare copertura penale.

Su questo terreno, la richiesta è una sola: indagini rapide, ricostruzione completa, responsabilità individuali accertate. La cronaca parla già di arresti effettuati anche con il meccanismo della flagranza differita. 
Bene: si vada avanti fino in fondo, senza scorciatoie e senza propaganda.

MA LA LEGGE VALE PER TUTTI: ANCHE PER CHI PORTA IL CASCO E IL MANGANELLO
L’altra metà della scena non può essere cancellata. Le testimonianze e i video circolati descrivono lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche, manganellate, persone colpite mentre sono a terra, e una pressione che non risparmia chi documenta. In uno dei racconti più citati, un fotografo prova a identificarsi mentre viene trascinato; in un altro, si vede un ferito con una lesione profonda alla testa e attorno la richiesta di soccorso. 

Non è “tifo contro la polizia” dire che anche questi fatti vanno verificati, e se confermati vanno sanzionati. È esattamente il contrario: è pretendere professionalità, proporzionalità, controllo, trasparenza. Perché la divisa non è un lasciapassare morale, e la sicurezza non coincide con l’impunità.

IL DECRETO SICUREZZA: QUANDO LA PAURA DIVENTA MATERIA PRIMA LEGISLATIVA
Ed eccoci al punto politico decisivo. Dopo gli scontri, il governo ha annunciato un’accelerazione sul nuovo “decreto Sicurezza”, con riunioni a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un via libera in tempi strettissimi. 
Tra le misure che vengono riportate nel dibattito pubblico spicca lo “scudo penale” per le forze dell’ordine (e in alcune ricostruzioni anche per altre categorie), cioè un meccanismo che punta a rendere più difficile o più tardiva l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi. 

Qui la domanda non è ideologica, è costituzionale: uno Stato di diritto si regge sulla controllabilità del potere, non sulla sua immunità preventiva. Se esiste un abuso, si accerta. Se non esiste, si archivia. Ma l’idea di sterilizzare a monte la possibilità di controllo giudiziario è un salto culturale pericoloso: la forza pubblica non deve “temere la legge”, deve incarnarla.

E c’è un altro rischio, ancora più sottile: che il pacchetto sicurezza venga venduto come “risposta ai facinorosi”, ma finisca per colpire soprattutto chi facinoroso non è, cioè la parte grande e pacifica delle piazze. Perché la storia insegna questo: quando restringi gli spazi, non selezioni i violenti; selezioni i poveri, i giovani, i movimenti, chi ha meno voce e meno tutela.

INFILTRATI? IL DUBBIO VA PRESO SUL SERIO, MA SENZA TRASFORMARLO IN ALIBI
In ogni ciclo di protesta torna la parola “infiltrati”. A volte è una verità storica (perché i poteri lo hanno fatto e lo fanno). A volte è un modo per non guardare in faccia le responsabilità reali dentro i movimenti. Qui la postura corretta è una sola:

I) non trasformare il dubbio in una certezza utile solo a consolarsi
II) non liquidare il dubbio come paranoia, perché i precedenti esistono
III) pretendere fatti: identificazioni, dinamiche, catene di comando, tempi di intervento, scelte operative

In altre parole: la magistratura e gli organismi di controllo facciano il loro mestiere, e lo facciano alla luce del sole. Perché se le violenze di pochi diventano l’alibi per ridurre le libertà di molti, allora quei pochi hanno già vinto due volte.

COME SI DIFENDE UNA PIAZZA SENZA REGALARLA ALLO STATO DI POLIZIA
La linea, per chi ha a cuore i diritti e non vuole regalare argomenti alla destra securitaria, è scomoda ma necessaria:

I) isolare politicamente chi cerca lo scontro, senza ambiguità e senza romanticismi
II) costruire pratiche di protezione della manifestazione (anche interne), perché una piazza è un bene comune
III) pretendere regole di ingaggio chiare e verificabili per l’ordine pubblico: proporzionalità, tracciabilità, tutela di giornalisti e soccorso immediato ai feriti
IV) respingere l’equazione “più repressione uguale più sicurezza”: la sicurezza vera è fiducia nelle istituzioni, non paura delle istituzioni

La verità è semplice e dura: le piazze che funzionano spaventano chi governa male. Per questo ogni “coda violenta” diventa un regalo politico: sposta l’attenzione dal motivo della protesta alla sua punizione. Ma se accettiamo questo ricatto, abbiamo già perso.

Si indaghino e si puniscano i responsabili delle violenze, uno per uno. E si indaghino, con la stessa determinazione, eventuali abusi nelle cariche, nelle modalità operative, nella gestione di chi documenta. Perché la democrazia non si difende scegliendo tra violenti e impuniti: si difende applicando la legge a tutti, e proteggendo il diritto di dissentire proprio quando qualcuno prova a trasformarlo in un reato.

ALIBI PERFETTO: L’IMMIGRATO. PREDA VERA: IL CITTADINODalla scenografia delle catene alla normalizzazione dello Stato di polizia

C’è sempre una figura pronta a farsi carico delle nostre paure. A volte è un uomo, a volte una donna, a volte un bambino. Fugge da una guerra, da una carestia, da una vita che non lascia alternativa. Chiede asilo dentro i nostri confini e, ancora prima di essere ascoltato, viene trasformato in una funzione politica: il colpevole ideale.

Perché l’immigrato, nella retorica del potere, non è più una persona. È un alibi. Serve a giustificare la torsione autoritaria, a stringere i freni della libertà, a rendere “normale” ciò che in una democrazia dovrebbe restare eccezione. E la parte più cinica è questa: la rete si costruisce su di lui, ma poi resta appesa sopra tutti noi.

AMERICA: L’ICE E LE NUOVE “MILIZIE” ANTI MIGRAZIONE

Negli Stati Uniti, il secondo mandato di Trump ha scelto un linguaggio che non ha bisogno di interpretazioni: deportazioni mostrate come trofei, persone incatenate e fotografate come se fossero “prove” di forza. A fine gennaio 2025 la Casa Bianca ha rilanciato immagini di trasferimenti su aerei militari, diretti anche verso il Guatemala: non semplice amministrazione, ma scenografia di potere. 

L’ICE non agisce più solo come agenzia federale. Sta diventando un modello esportabile di forza, perché viene “replicato” attraverso l’estensione delle sue braccia. Il punto chiave è la delega: programmi come il 287(g) permettono di trasformare pezzi di polizia locale e sceriffi in appendici operative dell’enforcement federale. In pratica, una federalizzazione strisciante della repressione, ottenuta senza cambiare bandiera ma cambiando funzione: non più tutela della comunità, bensì controllo di popolazione. 

Non serve chiamarle milizie in senso tecnico: lo diventano nella percezione sociale e nella dinamica politica. È una “milizia amministrativa”, un dispositivo a rete, che allarga l’area d’intervento e abbassa la soglia dell’abuso, perché moltiplica gli attori e rende più difficile la responsabilità. Non a caso, in queste settimane la reazione è stata durissima: proteste di massa contro l’ICE, e persino iniziative legislative per impedire che le forze dell’ordine locali vengano deputizzate. 

In questo clima, Minneapolis è diventata un simbolo: un luogo dove lo scontro tra apparato e comunità si misura in carne viva, tra versioni ufficiali contestate e richieste di indagini indipendenti. 

FRANCIA: FRONTIERE INTERNE, VIOLENZA E CRIMINALIZZAZIONE DELLA SOLIDARIETÀ

In Europa preferiamo l’eufemismo, ma l’effetto è simile. Al confine italo-francese, soprattutto a Ventimiglia, la frontiera è da anni un laboratorio di respingimenti e logoramento. Il tema non è solo l’attraversamento, ma la militarizzazione di un confine dentro l’Unione.

E poi c’è la criminalizzazione di chi aiuta: Amnesty International ha denunciato negli anni pressioni e vessazioni contro attivisti e volontari a Calais e Grande-Synthe, con una logica perversa: se soccorri, diventi parte del “problema”. 

La politica securitaria, quando prende corpo in legge, compie il salto decisivo: non gestisce più l’ordine, lo impone. E nella discussione francese attorno alla “sécurité globale” il punto non era un dettaglio tecnico, ma l’idea che il controllo sulle forze dell’ordine possa diventare un intralcio da ridurre. 

REGNO UNITO: DELOCALIZZARE L’ASILO, RESTRINGERE LA PROTESTA

Il Regno Unito ha tentato la scorciatoia più brutale: spostare i richiedenti asilo lontano, come se la distanza cancellasse il problema e il dolore. La formula “Paese sicuro per legge” applicata al Rwanda è stata l’emblema di una politica che pretende di risolvere la realtà con una dichiarazione normativa. 

E intanto, dentro casa, la protesta diventa sempre più trattata come disturbo. Le norme che ampliano i poteri di polizia nella gestione delle manifestazioni hanno cambiato la temperatura democratica: la protesta non è vietata, è resa più rischiosa, più punibile, più facilmente spegnibile. 

ITALIA: ALBANIA, IL CPR OFFSHORE E LA FABBRICA DEGLI SPRECHI

Arriviamo a noi, : il centro di permanenza e rimpatrio costruito “fuori confine”, in Albania. È qui che la retorica dell’efficienza si svela per quello che spesso è: una costosa messinscena.

Il “modello Albania” è stato presentato come soluzione innovativa. In realtà, tra ostacoli giudiziari, ripensamenti e riusi, ha prodotto soprattutto una cosa misurabile: spesa pubblica. Un report di ActionAid con l’Università di Bari ha evidenziato costi altissimi per posto letto e un’operatività ridotta; Reuters ha riportato cifre che parlano di un hub costato molte volte più di strutture analoghe in Italia, con giorni di attività limitati e numeri bassissimi di persone trattenute, mentre il governo ha valutato di riconvertire i centri per i rimpatri. 

È un paradosso che dice molto sul nostro tempo: spendere somme enormi per “dimostrare” durezza, anziché investire in ciò che riduce davvero l’irregolarità, cioè canali legali, lavoro regolare, integrazione, controlli contro lo sfruttamento, politiche abitative e territoriali. La durezza, qui, non è uno strumento: è una performance.

E nel frattempo, la stretta non si ferma ai migranti. Si allarga ai cittadini, alla protesta, alla libertà concreta di dissentire. La logica è sempre quella: si alza un nemico esterno per far passare misure interne. Il bersaglio mediatico è lo straniero. Il trofeo politico, alla fine, rischia di essere il cittadino “riaddestrato” all’obbedienza.

LA CONCLUSIONE CHE NON POSSIAMO EVITARE

Io non credo alla favola della sicurezza quando diventa una parola passe-partout per ogni compressione di diritti. Perché la sicurezza reale è sanità, scuola, lavoro dignitoso, case accessibili, territori curati, trasporti che non crollano, istituzioni che non umiliano. Il resto è l’estetica del comando.

E l’immigrato resta l’alibi più comodo: non vota, non conta, non viene difeso. Ma proprio per questo è il primo gradino. Una volta normalizzata l’eccezione su di lui, la stessa eccezione scivola su tutti.

Quando un potere comincia a parlare con il linguaggio delle catene, non sta costruendo un’età dell’oro. Sta inaugurando un’epoca di ferro. E il ferro, prima o poi, lo sentono anche quelli che oggi applaudono.

Fonti essenziali consultate in rete
I) Deportazioni su aerei militari USA: 
II) Delega e “deputizzazione” delle forze locali per enforcement migratorio, reazione legislativa: 
III) Proteste anti ICE negli USA: 
IV) Centro Albania, costi e inefficienze riportati da Reuters: 
V) Quadro UK su restrizioni alla protesta: 

Dal diritto penale dell’insicurezza al progetto reazionario: perché la destra ha bisogno di paura e di magistrati più deboli

Quando guardo al referendum sulla separazione delle carriere non riesco a considerarlo un incidente tecnico dell’ordinamento. Lo vedo come un passaggio di fase in un progetto politico molto più ampio, che tiene insieme tre piani: il modo in cui si scrivono le leggi penali, il modo in cui si riscrive la Costituzione, il modo in cui si governa la paura.

Dentro questo quadro, la raccolta firme per il referendum non è un dettaglio procedurale. Oggi le sottoscrizioni hanno superato quota 425.000, circa l’85% dell’obiettivo delle 500.000 firme necessarie: un risultato raggiunto in un contesto di oscuramento mediatico, che dice chiaramente che nel Paese reale qualcosa si muove.

Nel frattempo il governo ha forzato la mano: il Consiglio dei ministri ha fissato la data del voto per il 22 e 23 marzo 2026, e il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto di indizione, nonostante la fase di raccolta firme fosse ancora in corso. Contro questa scelta, il comitato referendario ha già presentato ricorsi al TAR del Lazio, denunciando la compressione dei tempi di partecipazione dei cittadini e la lesione del diritto a una campagna informata.

Per capire davvero che cosa c’è in gioco, però, bisogna guardare a chi questa riforma la vuole e al tipo di Stato che ha in mente.

Un governo di destra-destra, reazionario e rancoroso verso la Costituzione

Non siamo di fronte a un governo “conservatore” nel senso classico del termine. Questa è una destra-destra che, sul terreno costituzionale, non vuole conservare, ma smontare. Nella nostra Carta, nelle sue radici antifasciste, non vede una casa comune, ma un ostacolo.

I principi che le danno più fastidio sono sempre gli stessi:

I) la centralità del lavoro e dei diritti sociali

II) l’eguaglianza sostanziale, non solo formale

III) il pluralismo politico e sindacale

IV) l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo

Per decenni, dopo la caduta del fascismo, quella cultura è stata costretta a vivere ai margini, a cercare una legittimazione dentro un sistema costruito per impedire il ritorno dei fantasmi del Ventennio. Oggi, con i figli e i nipoti di quel mondo al governo, il rancore istituzionale viene a galla: finalmente possono mettere mano agli argini che li hanno contenuti per settant’anni.

Premierato, autonomia differenziata, separazione delle carriere, Alta Corte disciplinare per i magistrati: sono pezzi di un unico mosaico. Una Costituzione nata per limitare il potere viene piegata per concentrare il potere. Una Repubblica antifascista viene “ri-interpretata” per renderla compatibile con un esecutivo forte, poco controllabile, con un’opposizione debole e una magistratura intimidita.

Il Piano di rinascita democratica: il “manuale” di riferimento

Se cerco un documento che anticipa in modo impressionante la direzione di marcia di questa destra, lo trovo fuori dal perimetro della Costituzione e dentro un testo che con la democrazia ha avuto rapporti tutt’altro che limpidi: il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli e della loggia P2.

Lì dentro c’è già quasi tutto:

I) controllo dei media e concentrazione proprietaria

II) riduzione del ruolo dei sindacati

III) rafforzamento dell’esecutivo e indebolimento del Parlamento

IV) attacco all’autonomia della magistratura, in particolare dei pubblici ministeri

V) riscrittura del CSM e della responsabilità disciplinare dei giudici

Quel progetto non era una stramberia marginale, ma il cuore di un disegno eversivo che si è intrecciato con le trame nere, i servizi deviati e la strategia della tensione. Le indagini e le sentenze sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna – 85 morti, oltre 200 feriti – hanno mostrato il ruolo di Gelli come snodo tra loggia segreta, terrorismo neofascista e apparati infedeli dello Stato, compresi i flussi di denaro che finanziavano gruppi dell’estrema destra e coprivano depistaggi sistematici.

Non è un dettaglio che Silvio Berlusconi, fondatore del principale partito della destra italiana degli ultimi trent’anni, fosse iscritto alla P2 con la tessera 1816, né che Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e figura chiave del suo radicamento politico-mediatico, sia stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

Questi elementi dicono con chiarezza da dove viene una parte importante dell’immaginario della destra italiana sul rapporto tra potere, informazione e giustizia. Oggi, mentre si riscrive la Costituzione e si interviene sull’ordinamento giudiziario, quel Piano resta l’unico schema organico di “normalizzazione” autoritaria del sistema che questa destra ha a disposizione: una destra povera di visione sociale, ma ricca di rancore verso l’architettura antifascista nata dalla Resistenza.

Dal dopoguerra ai sindacalisti uccisi: quando la giustizia difendeva i forti

Per capire perché questa riforma arriva proprio adesso, bisogna tornare alla lunga storia dell’impunità italiana.

Già nell’Ottocento, gli scandali delle Ferrovie, del Monopolio dei tabacchi e della Banca Romana mostrano un copione che si ripeterà spesso: uomini di governo coinvolti in imbrogli colossali, accertamenti che emergono e poi si spengono, pochissime condanne. Il capo del governo Francesco Crispi incassa somme rilevanti e resta politicamente in piedi. Il messaggio è chiaro: i vertici dello Stato non si toccano.

Nel Mezzogiorno e in particolare in Sicilia, la storia è ancora più brutale. Migliaia di morti di mafia, pochissimi ergastoli. Dopo la guerra, la logica dell’anticomunismo di sistema – la scelta strategica di tenere fuori dal governo le forze di sinistra – si traduce anche in un uso selettivo della giustizia.

Sindacalisti e dirigenti contadini vengono uccisi uno dopo l’altro: Placido Rizzotto nel 1948, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale, Turiddu Cocco e tanti altri. Sono militanti che guidano le lotte per la terra e i diritti dei braccianti. I loro assassini restano quasi sempre impuniti, grazie a complicità, connivenze e indagini pilotate.

Pio La Torre, che quelle lotte le ha incarnate fino in fondo, conosce il carcere per un’occupazione di terre e non viene neppure autorizzato ad assistere alla nascita del figlio. La legge funziona come una lama a senso unico: taglia verso il basso, protegge verso l’alto.

La frattura degli anni Settanta e la nascita di una magistratura “non di famiglia”

A un certo punto, però, qualcosa si incrina. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta entra in magistratura una generazione diversa, cresciuta nel clima del ’68, meno organica alle élite tradizionali. Nasce la stagione dei “pretori d’assalto”: magistrati che iniziano a usare il diritto del lavoro e il diritto penale del rischio per difendere lavoratori, salute, ambiente, anziché considerare l’imprenditore portatore automatico di ragione.

Nel 1976 cambia il sistema di elezione del CSM: dal maggioritario, che consegnava tutti i seggi a una sola corrente, si passa alla proporzionale, che permette a orientamenti meno accomodanti verso la politica di entrare nell’autogoverno delle toghe. È una crepa importante nel vecchio schema dei “giudici di famiglia, per le famiglie che contano”.

Poi arriva il 1989, il crollo del Muro, la fine del blocco bipolare. Cade la scusa della “ragion di Stato” permanente, che serviva a coprire corruzione e collusioni con le mafie in nome degli equilibri internazionali.

In questo contesto esplode Mani Pulite. Tra il 1992 e il 1993 la procura di Milano scoperchia il sistema delle tangenti che reggeva la Prima Repubblica; in Sicilia, Calabria, Campania e altrove una nuova generazione di magistrati porta a processo boss, politici, imprenditori. Nel giro di pochi anni, mai nella storia italiana tanti ministri, parlamentari, manager pubblici e grandi imprenditori erano finiti sotto inchiesta e condannati, compresi due presidenti del Consiglio.

Questa stagione viene pagata a caro prezzo: dagli anni Settanta in poi una trentina di magistrati vengono uccisi da mafie e terrorismo. Ma succede anche un’altra cosa: una parte significativa dell’opinione pubblica comincia a percepire la magistratura non solo come una casta chiusa, ma anche come un possibile argine all’arbitrio dei poteri forti.

È esattamente questa rottura storica – la fine dell’impunità garantita per definizione ai “signori sopra la legge” – che oggi viene messa nel mirino.

Il diritto penale dell’insicurezza: governare attraverso la paura

Dentro il progetto di questa destra il diritto penale è una leva centrale. Lo schema è ormai chiaro.

C’è un diritto penale del nemico:

I) che colpisce migranti, poveri, senza casa, minori in difficoltà

II) che criminalizza forme di protesta e conflitto sociale (blocchi stradali, picchetti, occupazioni, azioni simboliche degli attivisti climatici)

III) che trasforma la devianza sociale in questione di ordine pubblico

E c’è un diritto penale dell’amico:

I) che depenalizza o alleggerisce i reati dei colletti bianchi

II) che moltiplica le garanzie processuali utilizzabili solo da chi può permettersi grandi studi legali

III) che rafforza le tutele per le forze di polizia anche quando emergono abusi, alimentando l’idea di uno Stato che non deve rendere conto a nessuno

Il tutto innaffiato da un uso compulsivo della decretazione d’urgenza. Il “decreto anti-rave” ha inaugurato questa stagione, trasformando un raduno non autorizzato in un quasi-crimine di massa con pene sproporzionate; altri decreti hanno via via inasprito le pene per blocchi stradali, imbrattamenti, reati di strada, minori “problematici”, fino a delineare quello che diversi giuristi hanno definito un vero e proprio “diritto penale della destra”, ossia un diritto penale dell’insicurezza giuridica e sociale.

Il risultato non è un sistema razionale, ma una giungla normativa in cui:

I) nessuno sa più con certezza dove finisce la protesta legittima e dove inizia il reato

II) il disagio sociale viene trattato quasi esclusivamente come problema di ordine pubblico

III) la cronaca nera diventa sceneggiatura politica per nuovi decreti simbolici

Non è un effetto collaterale. È il cuore del metodo: in un contesto confuso, chi ha potere interpretativo (polizia, procure, giudici “allineati”) acquista più forza, mentre chi protesta o vive ai margini è sempre esposto al rischio di cadere sotto le maglie di una legge elastica.

Perché questo governo ha bisogno di controllare i pubblici ministeri

Dentro questo quadro, la riforma sulla separazione delle carriere non è un vezzo da giuristi. È il tassello necessario per rendere stabile un diritto penale così sbilanciato.

Se vuoi governare attraverso decreti repressivi e reati “elastici”, hai due esigenze molto concrete:

I) forze di polizia molto protette e poco controllate

II) una magistratura che non ti ostacoli quando scegli chi colpire e chi lasciare in pace

Oggi il pubblico ministero fa parte dell’ordine giudiziario ma, almeno sulla carta, gode delle stesse garanzie del giudice. Questo lo rende più libero di indagare, anche controvento, anche quando l’inchiesta tocca i piani alti. È proprio questa autonomia che disturba una destra reazionaria, convinta che lo Stato sia cosa “sua” quando vince le elezioni.

Separare le carriere, creare un CSM ad hoc per i PM, istituire un’Alta Corte disciplinare esterna significa spezzare quel legame. Significa isolare il pubblico ministero, renderlo più esposto a pressioni, ricatti, carriere bloccate. In prospettiva, significa avvicinarlo all’orbita dell’esecutivo, soprattutto se la riforma verrà poi completata con ulteriori interventi sull’obbligatorietà dell’azione penale e sulla responsabilità disciplinare.

È il vecchio sogno della destra autoritaria: avere una polizia forte e una magistratura docile.

Le parole di Nordio come messaggio trasversale all’opposizione

Dentro questo contesto, le uscite del ministro Nordio non sono scivoloni, ma messaggi in chiaro.

Quando afferma che anche i partiti di opposizione dovrebbero sostenere la separazione delle carriere perché, quando torneranno al governo, se ne avvantaggeranno – “non avranno più il fiato sul collo dei pubblici ministeri” – non sta sbagliando lessico. Sta dicendo la verità su come concepisce la giustizia: uno strumento nelle mani di chi governa, non un potere autonomo al servizio della legalità costituzionale.

Quella frase è un invito e una tentazione, soprattutto verso i settori dell’opposizione più sensibili al richiamo della “governabilità” e meno disposti a disturbare gli assetti economici e mediatici esistenti. È un modo per dire al Partito democratico e ad altri: non fate i puri, anche voi avete avuto problemi con le procure, anche voi, domani, potreste preferire un pubblico ministero meno libero e più gestibile.

Qui sta la subdola modernità di questo progetto: non è una riforma pensata solo “per la destra”. È una riforma costruita per piacere a chiunque stia al governo, oggi o domani. È un sistema trasversale in potenza, pensato per neutralizzare la magistratura quando diventa davvero scomoda, indipendentemente dal colore politico di Palazzo Chigi.

Il richiamo al Piano Gelli e la povertà di progetto sociale

Quando lo stesso ministro della Giustizia arriva a dire che non c’è nulla di male se una certa idea di riforma della magistratura era presente anche nel Piano di Licio Gelli, perché “anche lui diceva cose giuste”, non sta facendo un paradosso da salotto. Sta legittimando come riferimento ammissibile una matrice dichiaratamente eversiva, che voleva piegare la Costituzione antifascista alle esigenze di un blocco di potere economico, militare, mediatico.

Per me, questa destra ha un problema di fondo: non ha un progetto di trasformazione sociale, ha solo un progetto di potere. Non sa come ridurre le disuguaglianze, come affrontare il lavoro povero, come ricostruire sanità e scuola pubblica, come governare seriamente la transizione ecologica. Sa però benissimo come rafforzare l’esecutivo e come indebolire i contropoteri.

Nel vuoto di idee, resta solo il rancore istituzionale: la voglia di “regolare i conti” con quella Costituzione che li ha emarginati per decenni, con quella magistratura che negli anni Novanta ha osato mettere sotto processo la politica, con quei pezzi di società che rivendicano ancora diritti e conflitto.

Il referendum e la raccolta firme: antifascismo costituzionale oggi

Dentro questo scenario, la raccolta firme per il referendum assume un valore che va oltre la procedura. È una forma di antifascismo costituzionale nel presente.

A fronte di un governo che ha fissato in modo accelerato la data del voto per il 22-23 marzo 2026 e di media che dedicano al tema spazio e tempo ridotti, il fatto che oltre 425.000 persone abbiano già firmato – online e nei banchetti – è una risposta concreta. Non è retorica, è un gesto che lascia traccia.

La pagina ufficiale per sottoscrivere e informarsi è questa:

Ogni firma è un “no” preventivo all’idea che la Costituzione sia materia per iniziati, da regolare tra giuristi e maggioranze variabili. È un modo per dire che i principi antifascisti, l’equilibrio tra poteri, l’indipendenza della magistratura non sono archeologia, ma pezzi di vita quotidiana: riguardano il diritto a protestare senza essere trattati da criminali, il diritto ad avere inchieste serie sulla corruzione, il diritto a non vedere trasformata la sicurezza in un manganello politico.

Paura o diritti: la scelta vera dietro la scheda

Alla fine tutto si riduce a una domanda secca: vogliamo vivere in un Paese in cui la paura è il vero programma di governo e il diritto penale è la sua lingua ufficiale, mentre la Costituzione viene riscritta per rendere più comodo il potere di chi vince le elezioni?

Oppure vogliamo difendere un modello in cui la sicurezza non viene costruita contro qualcuno, ma con più diritti, più giustizia sociale, più uguaglianza, e in cui chi governa sa che, se sbaglia o abusa, può trovarsi un pubblico ministero libero di indagare e un giudice libero di giudicare?

Il referendum sulla separazione delle carriere non basta a fermare tutto il disegno reazionario di questa destra, ma apre una breccia. Trasforma una riforma scritta per pochi in una scelta affidata a molti.

Dire no a questa riforma, per me, significa dire no a un’Italia in cui i “signori sopra la legge” tornano a sentirsi intoccabili e in cui i deboli tornano a essere solo materiale da codice penale. Significa scegliere, ancora una volta, da che parte stare: dalla parte di una Costituzione antifascista viva, o dalla parte di chi la considera un ostacolo da aggirare e, pezzo dopo pezzo, da smantellare.

Fonti essenziali (selezione)

I) Nello Rossi, “La destra e il diritto penale dell’insicurezza”, Volere la Luna / Questione Giustizia.

II) Documenti e relazioni sul Piano di rinascita democratica della P2 (Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2).

III) Ricostruzioni storiche su Placido Rizzotto, gli altri sindacalisti uccisi in Sicilia e l’impunità dei mandanti mafiosi.

IV) Approfondimenti su Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816) e sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

V) Atti parlamentari e dichiarazioni del ministro Nordio sulla separazione delle carriere e sul “fiato sul collo” dei pubblici ministeri.

VI) Testi e cronache sulla riforma costituzionale Meloni–Nordio (separazione delle carriere, doppio CSM, Alta Corte disciplinare) e sul decreto di indizione del referendum del 22-23 marzo 2026, con i ricorsi del comitato referendario al TAR Lazio.