Ci sono immagini che basterebbero da sole a raccontare lo stato di una democrazia. Una di queste è Mariangela Lamanna, presidente del Comitato 16 Novembre malati SLA, donna che, dopo anni di lotte pacifiche per i malati gravissimi e non autosufficienti, si ritrova seduta al banco degli imputati per “interruzione di pubblico servizio” perché ha guidato un presidio di protesta davanti alla Regione Puglia. Trenta minuti di udienza, tre anni di attesa, una vita intera di cura e fatica alle spalle.
Noi che viviamo la disabilità sulla nostra pelle – e chi scrive se ne annovera – di fronte a questa scena non possiamo limitarci alla solidarietà. Siamo di fronte a una ingiustizia grave, a un tentativo di intimidire chi osa alzare la testa per rivendicare diritti garantiti dalla Costituzione. Non è un eccesso burocratico: è un messaggio politico. Ed è un messaggio che respingiamo con forza.
Cosa è successo davvero davanti alla Regione Puglia
Il 13 luglio 2021, a Bari, davanti alla sede della Presidenza della Regione Puglia, non c’era un manipolo di violenti. C’era un presidio di persone con disabilità e famiglie, molte in carrozzina, organizzato da associazioni come “Stop alle barriere”, Comitato 16 Novembre e altre realtà pugliesi, dopo l’ennesimo mancato rispetto di impegni scritti da parte della Regione sugli interventi per la disabilità gravissima e i fondi per la non autosufficienza.
Il presidio era stato preannunciato, richiesta e ottenuta l’occupazione di suolo pubblico tramite la Digos. I gazebo erano collocati davanti alla Presidenza, le carrozzine – anche elettriche – disposte a ridosso, in parte sul manto stradale per tenere il gruppo unito, in modo che, nel momento dell’incontro con le istituzioni, tutti potessero ascoltare e partecipare. Il traffico non fu bloccato: le ambulanze continuavano a transitare, segno che la circolazione era al massimo rallentata e deviata, non interrotta.
Le forze dell’ordine erano presenti, disposte ai lati, e nessuno intimò di sgomberare la strada. Nonostante il caldo torrido e le lunghe ore di attesa, alle persone con disabilità fu spesso negato persino l’accesso ai bagni interni, costringendole a recarsi più volte in un bar nelle vicinanze per usare i servizi igienici. Una scena che, da sola, dice molto sulla gerarchia reale delle priorità istituzionali.
Dopo ore, arrivarono gli assessori competenti e, successivamente, il presidente Michele Emiliano. Il confronto avvenne a lungo anche in strada, tra le carrozzine, poi dentro una sala conferenze, con l’identificazione dei presenti. In quella sede il presidente riconobbe la legittimità delle ragioni del presidio e la necessità di dare seguito agli impegni presi. Secondo quanto lo stesso Emiliano ha dichiarato in sede processuale, quell’iniziativa non determinò alcuna interruzione dei lavori della Presidenza, che resta “la casa dei cittadini”, e la preoccupazione fu semmai quella di rendere il soggiorno più sopportabile possibile.
Eppure, a distanza di tempo, gli attivisti – sette persone con disabilità – si sono visti recapitare un decreto penale di condanna per “interruzione di pubblico servizio” e “invasione di edificio”, con una multa spropositata (oltre 9.000 euro a testa), poi impugnata con opposizione e ricorso, fino al processo in corso davanti al Tribunale di Bari.
È in questo contesto che Mariangela Lamanna, presidente del Comitato 16 Novembre, si ritrova a dover “difendere” in aula un presidio che ha portato risultati concreti per i malati gravissimi pugliesi. Il paradosso è evidente: ciò che la politica ha riconosciuto come giusto e necessario sul piano sociale, la macchina penale lo trasforma in reato.
Quando il diritto penale diventa un intimidatore sociale
L’accusa principale si fonda sull’articolo 340 del codice penale, “interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di pubblica necessità”. La norma punisce chi cagiona un’interruzione o un turbamento di un servizio pubblico, ma la giurisprudenza più attenta ricorda che non ogni rallentamento, non ogni protesta, non ogni deviazione del traffico integra automaticamente questo reato. Serve una compromissione effettiva e significativa del servizio, non una generica situazione di disagio.
Nel caso specifico:
• il presidio era autorizzato su suolo pubblico;
• le forze dell’ordine erano presenti, non è stato intimato alcun immediato sgombero;
• le ambulanze hanno continuato a passare;
• l’ingresso nel palazzo regionale è avvenuto su autorizzazione di un dirigente;
• la stessa “parte offesa” – il presidente della Regione – ha dichiarato che i lavori non sono stati materialmente interrotti.
Non è difficile vedere in questo procedimento una funzione diversa da quella di tutelare un servizio pubblico: la funzione di lanciare un segnale. Un segnale a chi, domani, vorrà tornare in presidio per reclamare assistenza domiciliare, fondi, progetti di vita individuale: attenti, potreste finire alla sbarra, con accuse pesanti e spese legali insostenibili per chi già fatica ad arrivare a fine mese.
È il classico meccanismo “debole coi forti, feroce coi fragili”: si tollerano senza colpo ferire disastri organizzativi, ritardi nei servizi, promesse non mantenute verso i disabili gravissimi; ma si attiva la macchina repressiva con solerzia quando quei cittadini osano usare lo strumento più mite che la democrazia prevede: una manifestazione pacifica.
Noi, persone con disabilità, sappiamo bene che effetto produce tutto questo: un “freddo” che scende sulla voglia di esporsi. Se per difendere un fondo per la non autosufficienza devi mettere in conto un processo penale, quanti saranno disposti a farlo? Chi ha una SLA, chi è ventilato, chi vive ventiquattro ore su ventiquattro accanto a un congiunto totalmente dipendente, può davvero permettersi anche la minaccia di una condanna?
La Costituzione non è un optional: articolo 3, articolo 17, articolo 21
In questa vicenda non è in discussione solo l’applicazione, discutibile, di un articolo del codice penale. È in discussione il rapporto tra Stato e cittadini più vulnerabili.
L’articolo 3 della Costituzione dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Nel caso dei disabili gravissimi e delle loro famiglie quegli ostacoli hanno nomi e cognomi: turni impossibili di cura, mancanza di assistenza domiciliare adeguata, continui rinvii nell’erogazione di sostegni, burocrazia opaca, fondi insufficienti o disomogenei su base regionale.
Quando chi quegli ostacoli li subisce prova a rimuoverli con lo strumento della protesta pacifica, non sta violando lo spirito della Costituzione. Lo sta incarnando. Sta facendo esattamente ciò che una democrazia matura dovrebbe considerare prezioso: portare le contraddizioni alla luce del sole, costringere le istituzioni a misurarsi con le proprie inadempienze.
A questo si aggiungono:
• l’articolo 17, che riconosce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi, anche in luogo aperto al pubblico;
• l’articolo 21, che tutela la libertà di manifestazione del pensiero, anche collettiva, anche scomoda.
Processare persone in carrozzina per un presidio autorizzato, dopo che lo stesso presidente della Regione ha riconosciuto la legittimità delle loro richieste, è un cortocircuito che non può lasciarci indifferenti. È come se lo Stato dicesse: “Puoi essere disabile, puoi anche soffrire, ma per favore soffri in silenzio. Se vieni sotto le finestre del potere e resti troppo a lungo, diventi un problema di ordine pubblico”.
Il Comitato 16 Novembre lo sa bene: da anni denuncia la condizione dei malati di SLA e delle persone non autosufficienti gravissime, chiedendo fondi adeguati, assistenza indiretta, libertà di scelta sulla gestione della cura. È una realtà nata dal basso, da famiglie che hanno trasformato il dolore in impegno e che sono state già costrette, in passato, a presidiare ministeri e regioni per strappare risultati minimi di civiltà.
Oggi, vedere quella stessa esperienza seduta al banco degli imputati, accusata di essere “facinorosa” per aver osato occupare simbolicamente una strada e una sala consiliare, è uno schiaffo a tutte le persone con disabilità in questo Paese.
La società che celebra la “giornata della disabilità” e processa chi non sta zitto
C’è un’ultima ipocrisia che questo processo mette a nudo. Ogni anno, nelle giornate dedicate ai diritti delle persone con disabilità, istituzioni e media si riempiono di parole: inclusione, centralità della persona, nessuno resti indietro. Si organizzano convegni, si firmano protocolli, si scattano foto accanto alle carrozzine.
Poi, quando quelle stesse persone chiedono conto delle promesse mancate – non sui social, ma fisicamente, con il loro corpo fragile davanti ai palazzi del potere – ecco che vengono trattate come un problema da disciplinare: interdizione del traffico, interruzione di pubblico servizio, invasione di edificio.
È questa la contraddizione che noi, persone con disabilità, respingiamo con fermezza:
non siamo un’icona da esibire in una giornata all’anno. Siamo cittadini a pieno titolo, con il diritto di protestare, di sbagliare un modulo, di alzare la voce, di occupare pacificamente uno spazio quando tutto il resto è stato ignorato.
Per questo, da questa storia non basta aspettarsi un’assoluzione tecnica o una riduzione della pena. Serve una presa di coscienza più profonda: il riconoscimento pubblico che usare il codice penale per colpire chi rivendica diritti fondamentali è un abuso, un atto di violenza istituzionale che produce paura, isolamento, auto-censura.
Noi non ci stiamo. Non accettiamo che chi difende la vita e la dignità dei malati gravissimi venga equiparato a un delinquente. Non accettiamo che la libertà di manifestare venga trasformata in un privilegio di chi può permettersi avvocati e ricorsi infiniti.
Se c’è qualcosa che “turba” il servizio pubblico, in questa vicenda, non è il gazebo sul lungomare. È un sistema che, di fronte ai più fragili, preferisce il manganello giudiziario all’ascolto, il decreto penale alla responsabilità politica.
E allora sì, continueremo a “parlare troppo”. Perché troppi, tra noi, non possono più parlare. E perché il silenzio, oggi, sarebbe la complicità più grande.
Fonti essenziali
Articoli di cronaca su presidio del 13–16 luglio 2021 e processo per interruzione di pubblico servizio e invasione di edificio contro sette disabili a Bari.
Documentazione e presentazione pubblica del Comitato 16 Novembre, associazione di malati di SLA e patologie altamente invalidanti.
Riferimenti agli articoli 3, 17 e 21 della Costituzione italiana e alla disciplina dell’art. 340 c.p. (interruzione di pubblico servizio).