Il piano eversivo è servito: dalla P2 al Premierato, l’Italia nel mirino del neocentrismo autoritario

La storia insegna, ma raramente viene ascoltata. E quando lo è, spesso viene manipolata. C’è un filo rosso – o meglio, un filo nero – che lega la loggia P2 di Licio Gelli all’attuale stagione politica italiana: un disegno di accentramento del potere, di demolizione dei contrappesi democratici, di progressivo svuotamento delle garanzie costituzionali. La recente riforma della giustizia approvata in Senato, insieme al progetto di premierato e all’autonomia differenziata della Lega, non sono provvedimenti scollegati o tecnicismi istituzionali: sono tasselli di un disegno organico che trova la sua genesi proprio nel Piano di Rinascita Democratica redatto dal Gran Maestro della P2.

Il ritorno del pensiero piduista: il potere come verticalizzazione

Nel 1981, quando vennero alla luce gli elenchi della loggia massonica segreta P2, l’Italia scoprì di essere già dentro un’ombra. Quel piano, scritto da Gelli, non era soltanto un programma per influenzare il sistema, ma un progetto di ristrutturazione profonda delle istituzioni repubblicane. Al centro di quel disegno c’era la volontà di depotenziare la magistratura, subordinare i media, ridurre il Parlamento a un mero passacarte, e concentrare il potere nell’esecutivo.

A distanza di oltre quarant’anni, quegli obiettivi stanno prendendo forma sotto una nuova veste, con nuove parole d’ordine: “governabilità”, “efficienza”, “decisionismo”. Ma il cuore dell’operazione è lo stesso: spezzare l’equilibrio tra i poteri previsto dalla Costituzione per riconsegnare le chiavi del Paese a un’oligarchia tecnocratica e autoritaria. E chi ancora oggi ritiene che evocare Gelli sia una forzatura, dovrebbe leggere – o rileggere – il suo Piano di Rinascita. Quelle parole risuonano inquietantemente familiari.

Il vero obiettivo: il pensiero collettivo dei magistrati

La riforma della giustizia, così come proposta dalla maggioranza di governo, non si limita alla separazione delle carriere, un tema che da anni polarizza la politica italiana. La vera sostanza sta nella demolizione dell’architettura di autogoverno della magistratura: due CSM distinti, un’Alta Corte disciplinare politicizzata, e l’introduzione del sorteggio per l’elezione dei togati. L’obiettivo non è tecnico, ma culturale: smantellare quel “pensiero collettivo” che ha reso la magistratura un corpo autonomo e capace di produrre giurisprudenza controcorrente, scomoda, talvolta rivoluzionaria.

Come scriveva Gelli: «Ricondurre la magistratura alla sua tradizionale funzione di equilibrio, e non già di eversione». Un pensiero inquietantemente simile all’attuale narrativa della destra, secondo cui la magistratura – specialmente quella che indaga sui crimini del potere, sugli abusi delle forze dell’ordine o sui decreti disumani in tema di immigrazione – sarebbe “politicizzata”, “ideologica”, quindi da neutralizzare.

Dalle celle alle leggi: il carcere come specchio dell’autoritarismo

La presidente Meloni, nel suo recente videomessaggio, ha messo in scena una retorica pericolosa: “In passato si adeguavano i reati al numero dei posti disponibili nelle carceri. Noi riteniamo viceversa che uno Stato giusto debba adeguare la capienza delle carceri al numero di persone che devono scontare una pena”. In apparenza, una frase di buon senso. Ma dietro l’enunciato si cela un disegno ben più oscuro: il carcere come strumento ordinario di governo, e non come extrema ratio, come stabilito dal diritto liberale.

Le carceri diventano così il termometro del nuovo ordine morale: mamme incinte, dissidenti, migranti, attivisti per la pace, ambientalisti, chiunque infranga il dogma dell’obbedienza può diventare carne da cella. Il garantismo costituzionale viene silenziato, e al suo posto emerge una giustizia punitiva, esemplare, selettiva.

Il premierato e l’autonomia differenziata: demolizione dei contrappesi

La riforma sul premierato – che assegna al presidente del Consiglio poteri monocratici senza precedenti – si combina perfettamente con l’autonomia differenziata, il progetto calderoliano di frammentazione della Repubblica. Mentre il vertice si consolida in un uomo solo al comando, la base viene smembrata lungo linee regionali, creando una repubblica diseguale dove il diritto alla salute, all’istruzione o all’assistenza varia da regione a regione.

È l’architettura perfetta per un potere che non vuole più mediazioni: né dai parlamenti, né dai giudici, né dalle autonomie territoriali. Il premier eletto direttamente dal popolo diventa il sovrano dell’epoca moderna, mentre i diritti si dissolvono nella nebbia del regionalismo egoista e della giustizia asservita.

Il referendum sulla giustizia: un bivio per la democrazia

In questo contesto, il referendum sulla giustizia potrebbe rappresentare l’ultima occasione per opporsi a questa deriva. Nonostante l’inammissibilità del referendum contro l’autonomia differenziata – un errore strategico imperdonabile – resta questo voto popolare come unica possibilità per bloccare un treno in corsa verso il centralismo autoritario.

Il popolo italiano sarà chiamato non a difendere corporazioni, ma a decidere se vuole continuare a vivere in una Repubblica fondata sulla separazione dei poteri, sull’indipendenza della magistratura, sulla solidarietà tra territori. Oppure se accetta di essere governato da un’oligarchia che, come ai tempi della P2, agisce nell’ombra per “rivoltare l’Italia come un calzino”.

Conclusione: il passato che non passa

L’Italia non è mai uscita davvero dall’orbita del pensiero piduista. Lo ha solo silenziato per decenni, salvo poi vederlo riemergere nei momenti di crisi. Oggi non si chiama più “rinascita democratica”, ma “riforme per la modernità”, “lotta alla burocrazia”, “governabilità”. Ma l’anima è la stessa: demolire ciò che resta del patto antifascista del 1948, e riedificare uno Stato verticale, identitario, repressivo. Non possiamo permettere che ciò avvenga nel silenzio, né nell’indifferenza. Perché chi dimentica la P2 è destinato a viverla di nuovo – sotto altri nomi, ma con la stessa ambizione totalitaria.

Fonti utilizzate e consigliate per approfondimento:
• Piano di Rinascita Democratica, Licio Gelli (1980)
• Art. 104 della Costituzione Italiana
• Dichiarazioni di Giorgia Meloni, 5 febbraio 2024 e luglio 2025
• Proposte di riforma del Premierato e Autonomia Differenziata – Senato della Repubblica
• Interviste a Roberto Calderoli – Corriere del Veneto, luglio 2025
• Analisi di Gian Carlo Caselli, MicroMega (2024)
• Archivio P2 – Commissione Anselmi (1981)

Complicità d’Europa: il silenzio che gronda sangue. I giuristi di JURDI trascinano l’Ue davanti alla giustizia

quando l’inazione è un crimine

L’Unione Europea potrebbe presto trovarsi sul banco degli imputati. Non per atti commessi, ma per quelli colpevolmente omessi. Il ricorso presentato dai giuristi dell’associazione JURDI – Avvocati per il Diritto Internazionale alla Corte di Giustizia dell’Ue rappresenta un fatto senza precedenti: per la prima volta due istituzioni comunitarie – Commissione e Consiglio – rischiano un processo per aver voltato le spalle al diritto internazionale e ai propri stessi trattati di fondazione, restando immobili di fronte a quello che molti giuristi e osservatori definiscono apertamente genocidio in atto a Gaza.

Una denuncia pesantissima che non arriva da frange estremiste o ONG militanti, ma da accademici, penalisti internazionali e consulenti della Corte Penale Internazionale. E che pone una domanda semplice ma ineludibile: quante vite palestinesi devono ancora essere spezzate prima che l’Europa smetta di guardare altrove?

L’articolo 265 del Trattato UE: il cuore dell’accusa

Il fondamento giuridico del ricorso depositato da JURDI è l’articolo 265 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Questo articolo consente di intentare causa contro un’istituzione dell’Unione quando, pur avendone l’obbligo, non agisce. È esattamente ciò che viene contestato a Commissione e Consiglio: non aver sospeso l’Accordo di Associazione UE-Israele, non aver promosso alcuna sanzione, non aver denunciato pubblicamente i crimini documentati da ventuno mesi nella Striscia di Gaza e nei territori occupati.

Un silenzio che pesa come un macigno. Un’assenza di azione che, per i giuristi, equivale a una complicità materiale: “La Commissione non vuole punire Israele”, ha dichiarato candidamente l’Alto rappresentante Kaja Kallas, ignorando il dovere giuridico dell’UE di rispettare e far rispettare i principi fondamentali della dignità umana, dei diritti umani, della protezione internazionale e del rifiuto del crimine di genocidio.

Il doppio standard: la Russia sì, Israele no

A rendere ancora più scandalosa la posizione europea è il palese doppio standard. Le sanzioni contro la Russia sono state rapide, sistemiche, durissime. Contro Israele, invece, nessuna reazione strutturale. Nonostante le decine di migliaia di morti civili, i bombardamenti su scuole, ospedali e campi profughi, i blocchi umanitari, la distruzione sistematica della Striscia, l’espulsione forzata dei palestinesi, le esecuzioni extragiudiziali.

Non solo. La stessa Unione Europea continua a finanziare con soldi pubblici progetti di ricerca militare e tecnologica con aziende israeliane, molte delle quali partecipano direttamente alla produzione bellica impiegata nei massacri. Come Intracom Defense, partecipata da Israel Aerospace Industries, beneficiaria di 15 progetti sostenuti dal Fondo Europeo per la Difesa. O come le università e i ministeri israeliani che hanno ricevuto circa un miliardo di euro da Horizon Europe, secondo l’inchiesta Follow The Money.

La trappola del consenso unanime e la vergogna dell’Italia

La richiesta avanzata da 17 Stati europei il 20 maggio scorso per rivedere l’articolo 2 dell’Accordo di Associazione con Israele – che vincola il rispetto dei diritti umani alla validità dell’accordo – è stata bloccata da una “minoranza di blocco” composta da Germania, Italia, Ungheria, Polonia e Grecia. Un club di complicità che ha impedito qualsiasi passo concreto verso la sospensione degli accordi o l’avvio di un processo sanzionatorio.

È l’ennesima umiliazione del diritto sull’altare della politica, o peggio ancora, degli interessi militari e geopolitici. L’Italia di Giorgia Meloni – erede culturale della destra neofascista che oggi governa in Israele – si allinea senza esitazioni a chi pratica la pulizia etnica. A Gaza, come in Cisgiordania, la continuità ideologica tra colonialismo e suprematismo si fa guerra concreta, e l’Italia tace. O peggio: coopera.

JURDI: una battaglia legale per il diritto e la verità

Il ricorso non è solo una denuncia: è un’azione legale concreta e articolata. Chiede alla Corte di giustizia UE di obbligare la Commissione e il Consiglio a:
• Interrompere l’Accordo di Associazione con Israele;
• Sospendere i finanziamenti europei a enti e imprese israeliane coinvolte in crimini internazionali;
• Imporre sanzioni mirate ai coloni violenti e ai membri del governo Netanyahu;
• Bloccare l’uso del sistema SWIFT per le transazioni con banche israeliane;
• Dichiarare ufficialmente il rischio genocidio, in conformità al dovere di prevenzione sancito dalla Convenzione del 1948.

È un atto di accusa lucido e potente, che smaschera l’inconsistenza morale dell’Europa dei diritti quando i diritti appartengono a un popolo scomodo, non allineato, deumanizzato. Come i palestinesi.

Conclusione: la Storia non assolve i complici

Il ricorso dei giuristi di JURDI rappresenta un grido di giustizia lanciato contro il muro dell’ipocrisia europea. Un atto necessario per ricordare che non esiste neutralità davanti al genocidio. Che ogni silenzio, ogni ritardo, ogni calcolo politico che rinvia la verità è già complicità.

Se l’Europa continuerà a fingere di non vedere, allora un giorno – come hanno avvertito i legali di JURDI – saranno i suoi stessi vertici a dover rispondere davanti alla Corte Penale Internazionale. E nessuna immunità potrà salvarli dalla storia.

“La verità negata: Borsellino, la pista nera e il tradimento di uno Stato silente”

Il 14 luglio 2025, un colpo di scena giudiziario scuote Caltanissetta: la gip Graziella Luparello ha sospeso l’archiviazione dell’inchiesta sulle stragi del 1992, accogliendo l’istanza dell’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino. Un verbale, firmato proprio dal giudice Paolo Borsellino in una riunione del 15 giugno 1992, apre la pista nera: emerge il coinvolgimento di estremisti neofascisti – tra cui legami con Stefano Delle Chiaie – nella strage di Capaci, sulla base delle rivelazioni del pentito/confidente Alberto Lo Cicero  .

🎯 Le prove: Borsellino e la “pista nera”
1. Verbale del 15 giugno 1992 – Nella riunione fra Procure di Palermo e Caltanissetta si discusse l’apporto investigativo su Falcone e sulle intercettazioni legate a Lo Cicero, confermando l’interesse di Borsellino per questa pista ().
2. La relazione del pm Teresi del 1° giugno 1992, depositata da Repici, dimostra il coinvolgimento di Lo Cicero e di Maria Romeo nel confermare i collegamenti col boss Troia: il giudice Borsellino impartì persino l’ordine di confinare la sua collaborazione alla Procura di Palermo  .
3. Il “tradimento” di un amico – Le rivelazioni su Domenico Lo Porto, politico di estrema destra con legami personali e professionali con Borsellino, alimentano il sospetto di un contatto che il giudice avrebbe poi definito traditore ().

🔍 Nuovi equilibri e vecchi silenzi

Paolo Borsellino aveva più volte chiesto di sentirlo a Caltanissetta, convinto di poter incidere sull’inchiesta, ma non fu mai convocato prima del 19 luglio 1992  . Un magistrato isolato, che continua a cercare risposte fino all’ultimo momento.

📚 Il contributo di Traditi di Antonio Ingroia

In Traditi, Antonio Ingroia – ex pm antimafia e protagonista delle indagini sulla Trattativa Stato‑mafia – descrive con chiarezza come magistrati come Falcone e Borsellino siano stati “traditi” non solo dalla mafia, ma dallo Stato stesso. Ingroia denuncia le omissioni dei servizi segreti e le connivenze politiche che hanno permesso un clima tossico in cui verità fondamentali sono rimaste sepolte. Queste nuove carte sulle stragi del 1992 confermano la sua tesi: lo Stato è stato un pilastro silenzioso del tradimento, rendendo possibile una trattativa che ha azzerato l’impegno antimafia  .

🕰️ Perché il risveglio arriva ora

Dopo trentatré anni di archiviazioni e omissioni, la scoperta del verbale del giugno 1992 riapre scenari oscuri: la pista nera non era un’ipotesi fantasiosa, ma una via reale seguita da Borsellino. La sua firma su quell’atto lo comprova. Ora la nuova udienza del 22 settembre potrà fare luce su chi abbia sistematicamente oscurato il pensiero investigativo del giudice, fino al suo omicidio ().

✅ Conclusione

La verità sulle stragi del 1992 va riscritta. Quel verbale del 15 giugno 1992 rappresenta un pezzo di storia passato sotto silenzio, e oggi risorge come monito: Borsellino non fu semplice vittima della mafia, ma testimone di rapporti tra organizzazioni criminali, estremismi neri e apparati deviati dello Stato. Il libro Traditi di Ingroia ci guida a interpretare queste omissioni come un tradimento sistemico: un’Italia che ha voltato le spalle ai suoi eroi, tacendo sulla collusione tra politica, servizi e violenza.

[🔜 Prossima udienza: 22 settembre 2025]
Un appuntamento che può segnare una svolta. Ma solo se sarà questa volta la giustizia a parlare, non il silenzio.

Autonomia Differenziata: La Frattura che Non Guarisce – Dati, Percezioni e la Necessità di Cancellare la Legge Calderoli

Il vento che negli ultimi decenni ha soffiato sulle vele del federalismo italiano si è fermato, lasciando la nave dell’autonomia differenziata in balia di correnti opposte e pericolose. L’ultimo sondaggio Demos, illustrato da Ilvo Diamanti, parla chiaro: sei italiani su dieci non vogliono l’autonomia differenziata. Un’inversione storica, considerando che solo pochi anni fa il consenso sfiorava il 50% e il tema era uno dei motori principali dell’ascesa della Lega, capace nel 2019 di toccare il 34% alle Europee anche grazie alla bandiera del Nord produttivo, “sovrano” e separato dal “resto d’Italia”.

La crisi del consenso e l’erosione dei vecchi miti

Cos’è successo, allora? Perché l’Italia sembra aver perso interesse per l’autonomia e il federalismo, nonostante siano rimasti temi caldi per una parte del Nord? L’analisi va oltre le cifre: negli ultimi anni la crisi economica, le pandemie e soprattutto la crisi geopolitica globale hanno dimostrato che i problemi e le sfide non si risolvono chiudendosi nel proprio orticello regionale. Le emergenze arrivano da fuori, spesso senza chiedere permesso, e richiedono risposte nazionali, coordinate, perfino sovranazionali.

Non è un caso che l’appoggio all’autonomia differenziata resti alto (oltre il 60%) solo nel Nordest, in particolare Veneto e Lombardia, mentre scenda sotto il 50% nel Nordovest e addirittura sotto il 30% nell’Italia centrale. Più sorprendente, forse, è la risalita della domanda di autonomia nel Mezzogiorno, vicino al 40%, ma qui si tratta più di una rivendicazione anti-nord che di una reale spinta autonomista: è una domanda di equità, di risorse, di dignità contro il rischio di essere ulteriormente penalizzati.

Un’Italia sempre più frammentata?

La “Terza Italia” individuata da Arnaldo Bagnasco nel suo celebre saggio del 1977, fatta di distretti industriali, piccoli comuni e cooperative, oggi si trova a fare i conti con una realtà molto più complessa. Non ci sono più tre Italie, ma una miriade di differenze: economiche, culturali, infrastrutturali. E il rischio concreto è che la spinta all’autonomia, invece di sanare queste ferite, finisca per approfondirle, creando nuovi muri e vecchi rancori.

D’altronde, come ricordava Carlo Azeglio Ciampi, l’Italia è un “Paese di paesi”, la cui unità sta nella pluralità. Ma questa pluralità, se non governata da una visione comune, può degenerare in frammentazione. I dati Eurostat confermano che le disparità territoriali in Italia sono tra le più alte d’Europa: il PIL pro capite del Nord supera di oltre il 60% quello del Sud, il tasso di occupazione giovanile resta drammaticamente più basso nelle regioni meridionali, l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione è ancora segnato dal “codice postale”.

Autonomia differenziata come detonatore delle disuguaglianze

Il cuore della questione non è solo identitario, ma profondamente politico e sociale. Il progetto di autonomia differenziata rischia di istituzionalizzare il divario tra regioni ricche e povere. L’assegnazione di poteri e risorse a macchia di leopardo, sulla base di accordi bilaterali tra Stato e Regioni, sancirebbe il principio secondo cui “chi ha di più, avrà sempre di più”, lasciando indietro territori già svantaggiati.

Non si tratta di una previsione catastrofista, ma della logica stessa della riforma, che, anche se integrata da presunti meccanismi di solidarietà e perequazione, rischia di dare il colpo di grazia all’unità sociale e democratica del Paese. La sanità durante il Covid-19 ha mostrato tutte le debolezze di un modello regionale: cittadini di serie A e di serie B, diritti diversi a seconda del luogo di nascita o di residenza. Questo non è più accettabile.

Il caso Lega e la crisi dei partiti “territoriali”

Sul piano politico, la questione autonomia ha prodotto fratture anche tra i “padri fondatori” del progetto. Il caso Zaia, storico governatore del Veneto, che ha appena fondato una lista personale e potrebbe trasformare l’autonomia in bandiera di battaglia separata da quella della Lega nazionale di Salvini, racconta di un partito che si trova davanti al suo bivio esistenziale: restare movimento territoriale o diventare forza nazionale? La crisi della Lega, in costante calo nei sondaggi, è lo specchio della fine di una fase politica che aveva illuso molti italiani sulla possibilità di un “federalismo dolce”.

Autonomia differenziata: una risposta fuori tempo massimo?

Mentre il mondo va verso nuove polarizzazioni e minacce che travalicano i confini (economici, digitali, ambientali), la proposta di autonomia differenziata sembra arrivare fuori tempo massimo. La domanda che molti italiani si pongono è: serve davvero, oggi, dividere ulteriormente il Paese, mentre ci sarebbe bisogno di più coesione, più investimenti comuni, più giustizia sociale?

Non è solo una questione di percezione. L’Italia è in fondo uno degli Stati più “debolmente federali” d’Europa: la Germania ha un federalismo maturo, bilanciato da una fortissima solidarietà fiscale, la Spagna ha il problema storico della Catalogna e dei Paesi Baschi, ma anche lì le crisi si sono tradotte spesso in rotture drammatiche.

In Italia, invece, la paura è che una “autonomia a metà” possa diventare il detonatore di nuove disuguaglianze, in un Paese che già fatica a trovare una bussola comune. I sondaggi Demos, e quelli di altri istituti come SWG ed Ipsos, confermano: il consenso all’autonomia cala costantemente e la priorità per la maggioranza degli italiani resta il lavoro, la lotta alla povertà, la sanità pubblica, non certo il moltiplicarsi dei “piccoli stati” dentro la Repubblica.

Cancellare la Legge Calderoli: una necessità per il futuro del Paese

Qui sta il punto essenziale: la legge Calderoli sull’autonomia differenziata non va semplicemente “corretta”. Le modifiche e gli aggiustamenti non sono sufficienti. Questa legge va cancellata, revocata, rimossa dall’ordinamento perché costituisce un pericolo strutturale per la coesione nazionale, la parità dei diritti e la giustizia sociale. La stagione delle “grandi riforme a metà”, delle mediazioni e delle ipocrisie deve finire.

Nei prossimi mesi e nelle future alleanze politiche, questa posizione dovrà essere chiara, pubblica, vincolante: il superamento dell’autonomia differenziata e la cancellazione della legge Calderoli dovranno essere punti irrinunciabili nei programmi elettorali di chi vuole realmente difendere l’unità repubblicana e la dignità delle cittadine e dei cittadini. Solo così potremo tornare a parlare di riforme vere, solidali, capaci di colmare le disuguaglianze, investire nel Mezzogiorno, rafforzare la sanità e l’istruzione pubblica, rilanciare un progetto nazionale condiviso.

La vera sfida è ricucire, non dividere

Il rischio non è solo quello di una nuova secessione, ma di una lenta erosione della solidarietà nazionale, quella che tiene insieme un “Paese di paesi”, come ci ricordava Ciampi, ma che deve restare una comunità politica, economica e civile, soprattutto nei momenti di crisi. L’autonomia differenziata, se serve solo a rafforzare chi è già forte, è una scorciatoia pericolosa, un alibi per non affrontare le vere riforme di cui il Paese ha bisogno.

Se non si ha il coraggio di investire nelle periferie, di ricucire il tessuto sociale, di colmare i divari con politiche nazionali e non regionaliste, la frattura non potrà che allargarsi. E la pluralità italiana, invece di essere una ricchezza, rischia di diventare una condanna.
Oggi la vera responsabilità politica è prendere posizione, senza compromessi: l’autonomia differenziata deve essere cancellata. Solo così si potrà restituire agli italiani una prospettiva di futuro condiviso, equo e realmente solidale.

Fonti e dati consultati:
• Sondaggi Demos, SWG, Ipsos (2023-2024)
• Eurostat, Regional GDP per capita and employment (2022)
• ISTAT, “Rapporto annuale sulla situazione del Paese”
• Arnaldo Bagnasco, Tre Italie (1977)
• Carlo Azeglio Ciampi, discorsi pubblici sull’unità nazionale
• Analisi su sanità e disuguaglianze territoriali (GIMBE,2023)

“Strage di Bologna: la verità giudiziaria che smaschera l’intreccio tra P2, Servizi deviati, mafia e trame nere”

La sentenza della Cassazione che conferma il verdetto d’appello sulla strage di Bologna non è solo un atto giudiziario: è la deflagrazione di un’intera narrazione storica costruita su mezze verità, depistaggi e silenzi imposti. Per la prima volta, un tribunale italiano riconosce l’esistenza di una regia unitaria che lega massonerie deviate, terrorismo nero, mafia, Servizi segreti e politica istituzionale.

Secondo la sentenza, la bomba del 2 agosto 1980 fu programmata e finanziata con un milione di dollari da Licio Gelli e Umberto Ortolani (P2), utilizzando fondi del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La pianificazione fu gestita da Federico Umberto D’Amato, già regista oscuro di Piazza Fontana e Pinelli, con l’appoggio mediatico di Mario Tedeschi del MSI. Gli esecutori materiali – Fioravanti, Mambro, Picciafuoco, Bellini, Ciavardini, Cavallini – provenivano da NAR, Ordine Nero, AN, Terza Posizione: l’intero arcipelago neofascista messo al servizio della strategia della tensione.

Dalla strage di Piazza Fontana a Piazza della Loggia, fino all’Italicus e Bologna

Questo schema criminale non nasce a Bologna. È la continuazione di un progetto che, come abbiamo analizzato nei nostri articoli su Piazza Fontana, si consolida con la strage di Piazza della Loggia a Brescia e l’attentato al treno Italicus nel 1974, sempre attribuiti alla destra eversiva ma con protezioni e coperture che rimandano agli apparati dello Stato. La sentenza di Bologna conferma l’esistenza di un filo nero che attraversa trent’anni di Repubblica, un filo che parte dall’eversione nera e arriva fino alle stragi mafiose degli anni ’90.

La mafia come braccio armato e l’ombra della Falange Armata

Negli articoli già pubblicati abbiamo ricostruito come la mafia, in particolare i corleonesi, utilizzarono la sigla Falange Armata per rivendicare omicidi e attentati tra il 1990 e il 1994, coprendo una guerra allo Stato che aveva matrice mafiosa ma strategia e linguaggio militare e fascista. Come la presenza in Sicilia di Stefano delle Chiaie Prima della strage di capaci. Non fu un caso che la sigla comparve sempre in coincidenza con i messaggi lanciati da “menti raffinate” – come le definì Falcone – interne agli apparati. La Falange Armata rivendicò attentati in cui si mescolavano terrorismo neofascista, stragismo mafioso e regia istituzionale deviata, come per i morti di Capaci, via D’Amelio, gli attentati continentali e l’omicidio Lima.

Via Gradoli: la tonnara dei Servizi

Tra le rivelazioni più oscure della sentenza emerge la vicenda di via Gradoli, strada segreta dei Servizi a Roma. Qui, secondo l’inchiesta, furono ospitati latitanti NAR e BR. L’allora dirigente Sisde Vincenzo Parisi acquistò tra il 1979 e il 1987 otto appartamenti, confermando che la zona era sotto controllo di un potere parallelo. Via Gradoli, già teatro del sequestro Moro, era conosciuta come “la tonnara”: un vicolo cieco dove si poteva intrappolare chiunque o proteggerlo, secondo convenienza.

P2, mafia, massoneria deviata e Servizi: un’unica strategia

L’inchiesta che ha portato alla sentenza di Bologna è stata definita rivoluzione digitale investigativa, con l’integrazione di oltre 3500 allegati, dalla strage di Piazza Fontana all’omicidio Mattarella, da Ustica al caso Moro. Magistrati e Guardia di Finanza hanno seguito l’insegnamento di Falcone: “Follow the money”, senza cedere alle narrazioni dei pentiti. Hanno dimostrato che il terrorismo nero era finanziato dalla massoneria deviata della P2, organizzato da apparati dello Stato e, quando serviva, protetto dalla mafia come braccio operativo sul territorio. L’intreccio era, ed è, un unico organismo criminale, legato da potere, segretezza e impunità.

Riscrivere la storia per liberare la Repubblica

La conferma della Cassazione è solo un primo passo. Ora occorre riscrivere la storia che ci hanno raccontato: una storia di verità parziali che hanno nascosto la vera natura della Repubblica nata dalla Resistenza e poi svenduta a poteri occulti, padroni di logge, Servizi e traffici internazionali.

Come abbiamo scritto nei nostri articoli precedenti su Gladio, P2, mafia e stragi di Stato, solo la piena luce su queste connessioni potrà restituire dignità a chi fu assassinato e verità a un Paese che oggi rischia di ripiombare nell’oscurità della manipolazione di massa.

Perché la memoria non sia soltanto commemorazione, ma azione politica di liberazione.

La relazione della Cassazione che smaschera il Decreto Sicurezza: quando un governo diventa incompatibile con la Repubblica nata dalla Resistenza

La relazione n. 33/2025 dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione non è un semplice documento giuridico: è un atto di verità che risuona come un monito, come una voce profonda che richiama ciascuno di noi al senso più autentico di appartenenza repubblicana. Non si limita a indicare lacune o imperfezioni tecniche, ma smonta, con chirurgica precisione, l’intera impalcatura del cosiddetto Decreto Sicurezza, rivelandone la natura strutturalmente anticostituzionale. È un grido silenzioso, ma potente, che ci interroga: che ne è della Costituzione nata dalla lotta partigiana contro il nazifascismo, se chi governa se ne fa beffe?

Dentro questa relazione c’è la dignità di un Paese che si fonda sulla democrazia sostanziale, non su una maggioranza parlamentare costruita da leggi elettorali truffaldine. La Cassazione denuncia come il Decreto Sicurezza, lungi dall’essere un testo a tutela dell’ordine pubblico, sia piuttosto un minestrone pericoloso di norme disparate, create per restringere le libertà, reprimere il dissenso, marginalizzare i poveri e normalizzare la paura come strumento di governo. Nessuna reale urgenza, nessuna necessità concreta. Solo la volontà politica di governare con la paura, instaurando un clima di eccezione permanente che ricorda, nelle sue fondamenta giuridiche, le leggi fascistissime del 1924.

Un abuso della decretazione d’urgenza che viola la Costituzione

La Relazione smaschera la vera natura dell’operazione politica: il governo ha trasformato un disegno di legge già prossimo all’approvazione in decreto-legge per accelerarne l’iter, calpestando l’art. 77 della Costituzione. Nessun caso straordinario di necessità e urgenza giustificava la scelta. La Cassazione, riportando il parere unanime dei costituzionalisti, parla di “colpo di mano” che umilia il Parlamento e trasforma la decretazione d’urgenza da strumento eccezionale a scorciatoia politica.

Si tratta di una pratica pericolosa, che esautora il Parlamento dalla sua funzione legislativa, riducendolo a un organo di ratifica. La relazione evidenzia come questa forzatura violi il principio del bicameralismo paritario (art. 55 Cost.) e la riserva di legge in materia penale, elemento cardine di garanzia per i diritti fondamentali.

Una bulimia punitiva senza giustificazione

Il Decreto Sicurezza introduce:
• nuove fattispecie di reato, anche già depenalizzate in passato;
• nuove aggravanti generali e speciali;
• un inasprimento generalizzato delle pene.

Una vera bulimia punitiva, come la definisce la Cassazione, che non nasce da esigenze di giustizia, ma da una visione securitaria e autoritaria della società, dove la legge penale diventa strumento di paura e dominio.

L’articolo 31 e l’impunità dei servizi segreti

C’è un passaggio, nella relazione, che scuote più di altri: la critica all’articolo 31, che conferisce ai servizi segreti poteri speciali e deroghe ai normali limiti di legge. Un articolo che crea sacche di impunità e sottrae intere attività al controllo della magistratura. In un Paese fondato sul principio di legalità, l’idea stessa che un apparato dello Stato possa agire senza rispondere alla legge è la negazione dell’ordine democratico. Qui il diritto si piega alla ragion di Stato, l’interesse pubblico viene sostituito dall’interesse di potere, il cittadino non è più persona ma bersaglio potenziale. E in questo scivolamento silenzioso, che passa inosservato tra la confusione mediatica, si consuma la vera tragedia di un popolo: la perdita della libertà senza che nemmeno se ne accorga.

Una critica unanime dalle istituzioni giuridiche

L’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, l’Associazione Nazionale Magistrati, l’OSCE e l’ONU hanno denunciato questo decreto come pericoloso, discriminatorio verso migranti e minoranze, e in violazione dei diritti umani fondamentali. Persino l’Unione Camere Penali ha deliberato un’astensione dalle udienze, definendolo un abuso della decretazione d’urgenza senza alcuna base costituzionale.

La funzione alta del Capo dello Stato

Ma la relazione Cassazione non parla solo ai giuristi. Parla al Paese intero, dicendo chiaramente che la legittimità politica non può essere ridotta a una formula aritmetica di seggi parlamentari. Non si governa un popolo quando la propria azione è incompatibile con i principi della Costituzione. La Costituzione è legge suprema non solo perché lo stabilisce un articolo, ma perché rappresenta il patto fondativo tra lo Stato e i cittadini. Senza rispetto per questo patto, ogni maggioranza diventa usurpazione, ogni decreto diventa imposizione, ogni legge diventa oppressione.

Ed è qui che si apre una riflessione sulla funzione alta del Capo dello Stato. Nella sua veste di garante della Costituzione, il Presidente della Repubblica non è un notaio che ratifica decisioni politiche, ma un custode della legalità costituzionale. Se un governo, pur formalmente legittimo in Parlamento, si rivela sostanzialmente incompatibile con i principi supremi dell’ordinamento, è prerogativa – e forse dovere – del Capo dello Stato valutare la possibilità di sciogliere le Camere e restituire al popolo la sovranità che la Costituzione gli attribuisce come fonte originaria di ogni potere. Perché la democrazia non è dominio della maggioranza, ma rispetto dei diritti di tutti. Perché la Repubblica non è un possedimento di chi vince le elezioni, ma una casa comune costruita con il sacrificio di milioni di persone che hanno lottato per la libertà.

Un appello etico oltre il diritto

In questo senso, la relazione Cassazione è più di un atto giuridico. È un testo filosofico, un appello al diritto come scienza della giustizia e non come tecnica del dominio. Ci ricorda che ogni legge deve discendere dalla Costituzione come un fiume dalla sorgente, e non come un torrente in piena che travolge tutto ciò che incontra. E ci chiede di non accontentarci di un governo che considera la Carta un ostacolo da aggirare: la Costituzione è il limite al potere, e senza limiti il potere diventa tirannia.

Oggi, mentre il Paese si confronta con la crisi di legittimità morale di questo esecutivo, la relazione Cassazione n. 33/2025 diventa un manifesto civile. Non ci chiede solo di indignarci. Ci chiede di agire, di alzare la testa, di non abituarci alla deriva. Ci ricorda che la democrazia non è un dono, ma una conquista quotidiana, fragile, esigente. E che ogni volta che restiamo in silenzio davanti alla sua violazione, perdiamo un pezzo della nostra libertà, della nostra dignità, della nostra storia.

Polizia politica e infiltrazioni: l’ombra inquietante della deriva autoritaria

La notizia riportata da Fanpage e rilanciata con forza da Luigi de Magistris apre un interrogativo oscuro e pericoloso per la tenuta democratica del nostro Paese: cinque poliziotti infiltrati in movimenti e partiti politici come “Potere al Popolo” e “Cambiare Rotta” in più città italiane. Non parliamo di associazioni criminali, né di organizzazioni terroristiche, ma di realtà tutelate esplicitamente dalla nostra Costituzione.

Questa operazione inquietante avviene sotto l’assordante silenzio del governo, che sembra aver perso ogni interesse verso l’obbligo di trasparenza e responsabilità democratica. Sorge spontanea una domanda cruciale: chi ha deciso e coordinato queste infiltrazioni? Quale ruolo hanno avuto il ministro dell’Interno, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, e la stessa presidente del Consiglio?

La giustificazione dell’antiterrorismo appare debole, pretestuosa e profondamente inquietante. Usare lo spettro del terrorismo per criminalizzare dissenso e protesta riporta alla mente le peggiori pagine della storia italiana degli anni ‘70, quando l’emergenza comunista diventava il pretesto per instaurare un regime di eccezione permanente. Non a caso, l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, nella relazione n. 33/2025, ha appena definito il cosiddetto “Decreto Sicurezza” come un grottesco “minestrone pericoloso” che mescola insieme, senza criterio, mafia, migranti, canapa e dissenso politico.

La Cassazione ha evidenziato con chiarezza che questo decreto non colpisce semplicemente chi delinque, ma soprattutto chi dissente, chi protesta, chi resiste pacificamente. In altre parole, questo decreto rappresenta una minaccia diretta alla libertà d’espressione e ai diritti costituzionali fondamentali. Una vera e propria “licenza a delinquere” per apparati dello Stato, nel nome di una presunta sicurezza che diventa sempre più spesso sinonimo di repressione.

Ma c’è un punto ancora più grave e pericoloso, spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’articolo 31 del Decreto Sicurezza.
Questo articolo, tra i più discussi e contestati, attribuisce ai servizi segreti italiani poteri speciali e forme di immunità ulteriori rispetto alla già ampia cornice legislativa esistente. In nome della prevenzione del terrorismo e della “sicurezza nazionale”, l’articolo 31 consente agli apparati di intelligence di operare in deroga alle norme ordinarie, sottraendosi anche ai normali controlli della magistratura. Si introduce così una zona d’ombra istituzionale, nella quale le attività dei servizi possono spingersi fino a lambire (o travalicare) il confine della legalità, con rischi enormi per i diritti fondamentali, la privacy e la libertà di partecipazione politica.

Ma c’è di più: mentre il governo impiega ogni mezzo per reprimere e delegittimare l’opposizione democratica, consente ai suoi gruppi di riferimento più estremisti di inneggiare impunemente al fascismo. Basta ricordare il servizio di Fanpage sui giovani di Fratelli d’Italia e sulle pratiche neofasciste tollerate negli ambienti del partito. Mentre le forze dell’ordine sfrattano con la forza famiglie e occupanti in assenza di una reale politica per il diritto alla casa, gli stessi apparati dello Stato chiudono più di un occhio su storiche occupazioni illegali come quella di CasaPound a Roma, lasciando indisturbati i portabandiera dell’estremismo di destra. Questo doppio standard, questo “doppio pesismo” è la prova tangibile di una gestione del potere che usa la legge come clava contro chi si batte per i diritti e la giustizia sociale, e come scudo per chi inneggia alla restaurazione autoritaria.

Infiltrare movimenti politici pacifici, studenteschi e sociali significa instaurare di fatto una polizia politica, che monitora e controlla chi si batte per un cambiamento democratico. Questo è incompatibile con lo stato di diritto. Non si può accettare che la democrazia sia sacrificata sull’altare della paura e del controllo. Non si può tollerare che dissenso e contestazione vengano etichettati come terrorismo.

Ecco perché oggi, di fronte a questo doppio binario dell’autoritarismo e della repressione selettiva, bisogna alzare l’asticella dell’urgenza e dell’attenzione.
Siamo a un bivio cruciale per la nostra democrazia: il rischio non è più solo teorico, ma concreto e sotto gli occhi di tutti. Tocca a chi crede nella Costituzione, nella libertà e nella giustizia farsi sentire prima che il silenzio diventi complicità e la libertà un lontano ricordo.

Repressione di Stato: il Decreto Sicurezza che criminalizza il dissensoDalle tangenziali di Bologna ai tribunali: l’Italia scivola verso una democrazia punitiva

Nel cuore di Bologna, operai e sindacalisti di Fim, Fiom e Uilm hanno osato attraversare poche centinaia di metri di tangenziale per rivendicare un diritto fondamentale: il rinnovo di un contratto atteso da oltre un anno. Nessun atto violento, nessuno scontro con la polizia, nessuna minaccia alla sicurezza pubblica. Eppure, per questo gesto simbolico e pacifico, rischiano fino a due anni di carcere. Non è una distopia. È l’Italia del 2025, governata da chi brandisce il diritto penale come una clava contro la protesta sociale.

Il nuovo Decreto Sicurezza, convertito nella Legge 80 del 9 giugno 2025, non protegge i cittadini: li zittisce. Non difende l’ordine pubblico: lo militarizza. A essere colpiti non sono vandali o facinorosi, ma lavoratori onesti che, in assenza di risposte istituzionali, scelgono la strada — civile — della mobilitazione.

Il reato? Usare il proprio corpo per dire “basta”

La modifica all’articolo 14 del decreto legislativo 66/1948 criminalizza qualsiasi interruzione della circolazione stradale: non più solo oggetti o ostacoli, ma anche il semplice “corpo” del manifestante è oggi considerato strumento di reato. Chi protesta in gruppo rischia fino a due anni di reclusione. È la giustizia del manganello legale, figlia di una cultura securitaria che mira a smantellare il diritto al dissenso.

L’inversione di tendenza è netta: se negli anni passati blocchi stradali come quelli degli allevatori del Nord contro le quote latte erano tollerati o persino sostenuti dalla Lega, oggi le stesse modalità di protesta — se attuate da operai, migranti o studenti — diventano un crimine. La selettività repressiva è la vera cifra politica di questo governo.

La saldatura perversa: il sindacato e il suo carnefice

La vicenda assume contorni grotteschi quando si scopre che uno degli uomini chiave dell’esecutivo, Enrico Sbarra, ex leader della Cisl, è ora sottosegretario al Mezzogiorno, mentre i suoi ex compagni di lotta sindacale rischiano denunce e carcere. Un’alchimia politica perversa in cui il potere co-opta, anestetizza e poi reprime. Lo Stato assorbe il corpo intermedio del sindacato e lo rigetta nel momento in cui torna a essere conflittuale. Un processo di normalizzazione autoritaria mascherato da efficienza legislativa.

Ma il cortocircuito morale è ancora più evidente se si guarda al resto della compagine di governo. Ministri sotto inchiesta per reati ben più gravi — come Daniela Santanchè, indagata per truffa ai danni dello Stato e falso in bilancio — restano saldamente al loro posto, immuni da qualsiasi sanzione. Deputati, sottosegretari, dirigenti di partito coinvolti in scandali finanziari, clientelismi, fondi illeciti o addirittura coperture su vicende legate alle stragi di mafia sono protetti dal silenzio e dalla complicità delle istituzioni.

E mentre questi personaggi occupano le stanze del potere, gli operai vengono mandati davanti ai giudici. Mentre il governo tenta di riscrivere la verità storica su Falcone e Borsellino, minimizzando o alterando le responsabilità politiche e istituzionali nelle stragi del ’92, chi denuncia le ingiustizie presenti viene criminalizzato. È il volto di un regime che si mostra forte con i deboli e debole con i forti. Un regime che reprime chi dissente e protegge chi si arricchisce violando le leggi.

Come ha spiegato Ferdinando Uliano, leader della Fim-Cisl, la manifestazione era ordinata e simbolica: “Abbiamo percorso poche centinaia di metri sulla tangenziale senza provocare alcun disagio. Ma siamo pronti a far valere le nostre ragioni coi nostri legali”.

Bologna non è un caso isolato

Non si tratta di un episodio isolato. La repressione del dissenso è ormai sistemica, selettiva, scientifica. Il Decreto Sicurezza è solo l’ultimo tassello di una strategia più ampia.
• A Pisa, a febbraio 2024, studenti e giovani manifestanti pacifisti furono caricati violentemente dalla polizia durante un presidio contro il genocidio in Palestina. Le immagini di ragazzi minorenni colpiti da manganellate fecero il giro del mondo, ma il ministro Piantedosi parlò di “ordine necessario”.
• A Roma, gli attivisti per il clima di Ultima Generazione sono stati perseguiti penalmente per aver bloccato il traffico in via Cristoforo Colombo. Gli atti di disobbedienza civile sono trattati come atti eversivi, ignorando deliberatamente il loro carattere nonviolento e simbolico.
• A Torino, lo scorso anno, un presidio dei riders davanti alla sede di Glovo fu disperso con denunce per “interruzione di pubblico servizio”. Nessuna attenzione alle condizioni di sfruttamento che quei lavoratori denunciavano.
• A Milano, i collettivi universitari che hanno occupato pacificamente gli atenei per denunciare gli accordi tra Politecnico e aziende belliche come Leonardo sono stati sgomberati con denunce per occupazione e interruzione di pubblico servizio.

Lo schema si ripete: laddove c’è conflitto sociale, arriva lo Stato punitivo. Un potere che non ascolta, ma punisce.

La sicurezza? Solo uno slogan

Il Decreto Sicurezza non stanzia un euro in più per rafforzare le forze dell’ordine nelle periferie, non prevede misure per la prevenzione del crimine, non affronta il degrado sociale. L’unico “nemico” che intende combattere è il cittadino che contesta. Il dissenso viene isolato, criminalizzato, delegittimato.

Come ha sottolineato Chiara Appendino del M5S, “non si tratta di sicurezza, ma di una strategia punitiva per silenziare chi protesta”. Un governo che si difende con la minaccia giudiziaria è un governo debole. E pericoloso.

Una giustizia piegata al potere

Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, ha parlato giustamente di uso strumentale e propagandistico del diritto penale. Il codice non serve più a tutelare la collettività, ma a difendere l’egemonia di un blocco di potere sempre più sordo e autoritario.

E mentre la protesta sociale diventa un reato, le vere minacce alla sicurezza — come le morti sul lavoro, il dilagare delle mafie, la violenza ambientale — restano sullo sfondo. La repressione selettiva contro chi chiede tutele non è solo ingiusta, è una frode ideologica: si invoca l’ordine per consolidare l’ingiustizia.

La maschera è caduta: un governo fascistoide

Quando a essere colpiti sono lavoratori che chiedono diritti, studenti che chiedono pace, attivisti che chiedono giustizia climatica, non siamo più nel campo della legittimità democratica. Il decreto Meloni mostra una natura intrinsecamente autoritaria, dove lo Stato non è più mediatore, ma sorvegliante. Dove il dissenso non è accolto, ma perseguito.

In questo scenario, la democrazia italiana sembra regredire verso una forma larvata di fascismo istituzionale. Non servono più manganelli e olio di ricino: basta un codice penale piegato all’arbitrio del potere.

dalla sicurezza al silenziamento

Il Decreto Sicurezza è il paradigma di una nuova fase politica: non la gestione del dissenso, ma la sua eliminazione. Non si tratta di difendere l’ordine, ma di reprimere il coraggio. Di sostituire il conflitto sociale con l’obbedienza passiva.

In questo Paese, chi alza la voce viene zittito. Chi cammina per pochi metri su una tangenziale rischia la galera. E chi governa, impunemente, prepara il terreno a una democrazia senza cittadini.

“Chi non si muove, non si accorge delle proprie catene.”
(Rosa Luxemburg)

La lunga ombra della trattativa: mafia, destra e apparati, il disegno che non muore mai

Non è nostalgia. È strategia. La saldatura tra pezzi infedeli dello Stato, poteri criminali e forze politiche reazionarie non è mai venuta meno: ha solo cambiato pelle, adattandosi ai tempi. Chi pensava che la “trattativa Stato-mafia” fosse una parentesi chiusa, oggi deve ricredersi. Le trame di ieri riaffiorano oggi, lucide e pianificate. E i protagonisti – vecchi e nuovi – non sono mai usciti di scena.

La sentenza definitiva del processo sulla trattativa Stato-mafia, pur avendo assolto gli ufficiali del ROS Mario Mori e Giuseppe De Donno, ha riconosciuto senza ombra di dubbio che la trattativa ci fu davvero. È un fatto giuridicamente accertato: lo Stato, attraverso i suoi apparati, ha aperto un canale con Cosa Nostra mentre il Paese era ancora coperto dalle macerie di Capaci e via D’Amelio. I mafiosi sono stati condannati, i rappresentanti dello Stato assolti. Ma il fatto rimane. E pesa. Moralmente, politicamente, storicamente.

Come sottolinea Antonio Ingroia nel libro “Traditi” (scritto con Massimo Giletti), ciò che è emerso è l’indicibile: lo Stato, anziché combattere il ricatto mafioso, ha scelto di sedersi al tavolo con gli assassini dei suoi servitori migliori. E se oggi si cerca di riscrivere quella storia, di rovesciare la memoria di Falcone e Borsellino, è perché quella verità — anche se non condannata — fa ancora paura.

Il ritorno di Mori e il controllo sull’antimafia

Il nome di Mario Mori è tornato al centro del discorso pubblico non per un processo o per una sentenza, ma per una serie di intercettazioni recenti, in cui l’ex generale dei carabinieri, già al vertice del ROS e poi del SISDE, discuteva con ex ufficiali, avvocati e giornalisti sulle strategie per pilotare l’indirizzo della Commissione Parlamentare Antimafia. L’obiettivo? Inserire propri consulenti, influenzare la narrativa, emarginare le voci scomode.

Secondo chi ha ascoltato quelle conversazioni, Mori non nega, anzi: rivendica la sua influenza sulla Commissione guidata da esponenti di Fratelli d’Italia, e si adopera per imporre nomi graditi: un magistrato, un professore, un giornalista condannato per diffamazione ai danni di Roberto Scarpinato, uno dei simboli della vera lotta alla mafia.

Il progetto è chiaro: smontare la lettura politica delle stragi, ridurre la figura di Borsellino a un isolato, silenziare chi indagò sulla pista nera e sugli appalti. E magari, insinuare che furono i suoi colleghi della Procura a ostacolarlo. Una narrazione funzionale non alla verità, ma alla vendetta. Non alla giustizia, ma al revisionismo.

Apparati infedeli: gli applausi allo sfregio

Non è solo una questione di nomi. È una questione di legami, di culture comuni, di complicità storiche che si manifestano ancora oggi, persino nei dettagli delle telefonate private.

Nel 2012, durante un’intercettazione della DIA, viene captata una telefonata tra Giuseppe De Donno, già ufficiale del ROS e braccio destro di Mori, e Marcello Dell’Utri, senatore, fondatore di Forza Italia. Nella chiamata, i due si congratulano e si compiacciono vivamente per l’annullamento con rinvio della condanna di Dell’Utri da parte della Corte di Cassazione. Non parlano di diritto, non discutono giuridicamente: gioiscono per la “mazzata” inflitta ai pm di Palermo. Con tono complice, di chi sa da che parte stare.

Marcello Dell’Utri sarà poi condannato in via definitiva dalla Cassazione a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la sentenza, fu il trait d’union tra Cosa Nostra e l’élite politica del nuovo centrodestra berlusconiano, uno degli architetti del patto che permise alla mafia di sopravvivere e adattarsi al nuovo corso istituzionale. Un uomo al centro del disegno politico che ha trasformato la trattativa da fatto emergenziale in strategia di sistema.

È un frammento di verità che pesa come una pietra. Perché mostra la continuità etica — o meglio, anti-etica — tra gli uomini delle istituzioni e i referenti del potere politico vicino a Cosa Nostra. Perché dimostra che chi ha trattato, chi ha omesso, chi ha coperto, non ha mai smesso di sentirsi nel giusto. E oggi è ancora lì. A dettare l’agenda, a entrare nei palazzi, a riscrivere i manuali della Repubblica.

La pista nera che ritorna

Ma proprio mentre si tenta di seppellire la memoria scomoda della “pista nera”, ecco che la storia riemerge. Una testimonianza inedita colloca Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, a Palermo nei primi mesi del 1992. L’uomo che ha attraversato trent’anni di eversione nera, indagato in quasi tutte le stragi, viene visto nella redazione di un giornale siciliano. Non è lì per caso: sta cercando spazio politico, fonda movimenti, stringe alleanze. La sua presenza in Sicilia, a ridosso della stagione delle stragi, non è mai stata spiegata. È stata, semmai, insabbiata.

Già negli anni ‘90, confidenze raccolte da ufficiali dei carabinieri avevano indicato movimenti sospetti dell’estremista nero nella zona di Capaci, legati addirittura a tentativi di recupero di esplosivo. Quelle informative furono archiviate. Arnaldo La Barbera, capo della Mobile e regista delle prime indagini su via D’Amelio, smentì categoricamente. Ma oggi emergono elementi che smentiscono lui. E con lui, l’intera versione ufficiale.

La pista nera non è solo una suggestione: è un’ipotesi mai davvero investigata, perché pericolosa. Perché riconduceva al cuore nero dello Stato, al legame organico tra mafia e destra eversiva, tra strategia della tensione e criminalità organizzata.

Apparati infedeli e convergenze oscure

I rapporti tra mafia e destra non sono una novità. Ma è nella saldatura con apparati dello Stato che il quadro diventa esplosivo. È il caso di Bruno Contrada, vicedirettore del SISDE, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. È il caso delle confidenze e delle amicizie tra Mori, De Donno e Dell’Utri, quest’ultimo figura centrale del berlusconismo delle origini, ideologo, reclutatore, mediatore tra politica, affari e criminalità.

E oggi, mentre si tenta di riscrivere la storia, si rivedono gli stessi schemi: pressioni politiche sull’antimafia, delegittimazione dei magistrati storici, infiltrazioni nei luoghi istituzionali della memoria e della verità. Non siamo davanti a deviazioni, ma a una vera contro-narrazione, organizzata e strutturata, tesa a revisionare la storia degli anni delle stragi, per assolvere apparati, deresponsabilizzare politici, riscrivere le gerarchie del consenso.

La posta in gioco: restaurazione o giustizia?

Ci troviamo di fronte a un progetto di restaurazione, non solo ideologica, ma materiale. Una restaurazione che parte dalla riscrittura del passato per giustificare il controllo del presente. Che trasforma la Commissione Antimafia in un’arena politica, piegata ai desideri di chi la mafia l’ha favorita o usata.

Tutto questo non accade per caso. Avviene in un contesto in cui la repressione si fa legge, la sorveglianza si fa algoritmo, e il dissenso viene etichettato come estremismo. La macchina si chiude, il cerchio si stringe. Il passato eversivo e mafioso diventa il laboratorio ideologico del futuro reazionario.

Non si tratta più solo di negare la verità sulle stragi. Si tratta di preparare il terreno a un nuovo ordine, in cui le voci critiche vengono zittite, e le strutture democratiche vengono svuotate dall’interno.

il dovere della memoria, la necessità della vigilanza

Oggi più che mai, la memoria non è un esercizio storiografico, ma un atto politico. Sapere chi era a Palermo nel 1992, chi parlava con chi, chi insabbiava le piste e chi bruciava i dossier, è decisivo per capire cosa accade oggi nelle aule parlamentari, nelle procure, nelle redazioni.

Non è solo un problema di giustizia storica. È una questione di sicurezza democratica.

Se lasciamo che chi ha favorito le stragi detti oggi la linea sulle stragi, se permettiamo che le vittime vengano umiliate con narrazioni rovesciate, se accettiamo che apparati deviati influenzino ancora le istituzioni, allora il pericolo non è solo di ieri. È qui. È oggi. È ora.

La trattativa non è mai finita. Si è solo fatta sistema. E questo sistema va smascherato. Prima che sia troppo tardi.

Fonti
Le informazioni contenute in questo articolo sono state rielaborate a partire da due inchieste pubblicate il 21 giugno 2025 su Il Fatto Quotidiano, relative alle nuove rivelazioni sulle attività del generale Mario Mori e alla presenza documentata di Stefano Delle Chiaie a Palermo nel 1992. Gli approfondimenti si riferiscono alle indagini della DIA di Firenze, alla sentenza sulla trattativa Stato-mafia, e ai recenti contributi editoriali emersi dal libro “Traditi” di Antonio Ingroia e Massimo Giletti.
Una parte rilevante delle informazioni, inoltre, è stata anticipata nell’ambito della puntata di Report in onda domenica 22 giugno 2025, dal titolo “Mori va alla guerra”, che approfondisce le pressioni esercitate sul lavoro della Commissione parlamentare Antimafia“.

007 o agenti provocatori? L’articolo 31 e la mutazione oscura della Repubblica

La legge 9 giugno 2025, n. 80 (in vigore dal 10 giugno) ha completato la trasformazione del cosiddetto Decreto Sicurezza, ma tra le pieghe del testo si cela una mutazione molto più grave di quanto si pensi: l’introduzione dell’articolo 31, quarto comma, che amplia le garanzie funzionali per gli operatori dei servizi segreti, consentendo di commettere gravi reati con l’autorizzazione diretta del Presidente del Consiglio.

Una norma passata quasi sotto silenzio, ma che rappresenta una torsione dello Stato di diritto verso un modello di gestione del potere fondato sul segreto, sull’impunità, sulla sovversione legale delle garanzie costituzionali.

🕵️‍♂️ Dalle missioni coperte a operazioni illegali autorizzate

Secondo il testo approvato, i nostri 007 potranno infiltrarsi in associazioni mafiose o terroristiche, ma anche organizzarle, finanziarle, addestrarle, istigarle. Tutto legalmente. Non è più il modello dell’agente sotto copertura, ma quello dell’agente provocatore di Stato. Uno scenario già visto nella storia oscura della Repubblica.

Volendo esagerare – ma forse non troppo – potremmo dire che lo Stato italiano ha appena concesso la sua personale “licenza di uccidere”. Quella che nei film di James Bond sembrava una provocazione cinematografica, oggi è scritta nero su bianco in un comma di legge: gli agenti dei servizi potranno operare impunemente anche all’interno di dinamiche criminali, sovversive o terroristiche. Non per prevenirle, ma per manovrarle, agitarle, e — se serve — renderle funzionali all’ordine del potere.

🧨 Le radici dell’inganno: stragi di Stato, trattativa e apparati infedeli

La storia italiana è già attraversata da trame nere e servizi deviati, da colpi di Stato abortiti e da una “strategia della tensione” costruita per alimentare paura e repressione. Non si tratta di dietrologia, ma di fatti storici, documentati e mai del tutto processati.
• La strage di Piazza Fontana (1969), Piazza della Loggia (1974), Bologna (1980): attentati coperti, depistati, protetti.
• Il golpe Borghese (1970): un tentativo reale, con appoggi interni ai servizi e ai vertici dello Stato.
• Gladio, la rete clandestina atlantica legata alla NATO, usata per costruire il nemico interno.

E poi, negli anni ’90, la trattativa Stato-mafia, che si sviluppó prima e dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Non fu solo un dialogo sotto banco con Cosa Nostra: fu una resa programmata, in cui pezzi delle istituzioni negoziarono la pace mafiosa in cambio della sopravvivenza politica del sistema.

Emblematica la vicenda di Bruno Contrada, ex vicedirettore del SISDE, condannato in via definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Un uomo dello Stato, ai vertici dell’intelligence, condannato per aver favorito i clan. Una sentenza storica, che dimostra quanto in profondità si fosse infiltrato il cancro della complicità istituzionale.

E ancora più inquietante è la figura rimasta impunita di “Faccia da mostro”, l’agente senza nome, legato ai servizi e alle cosche, identificato da alcuni collaboratori come presente in luoghi chiave delle stragi. Una presenza avvolta nell’ombra, ma che continua ad agitare i fantasmi della complicità.

Tutto questo viene ripercorso con chiarezza e rigore nel recente libro di Antonio Ingroia, “Traditi”, frutto di una lunga intervista condotta da Massimo Giletti. Ingroia, magistrato e testimone diretto di quella stagione, mostra come Falcone e Borsellino non furono semplicemente assassinati dalla mafia, ma isolati, delegittimati, lasciati soli dallo Stato. Uno Stato che, in alcune sue articolazioni, ha scelto la trattativa anziché la verità.

Ed è qui che il presente si lega al passato. Con l’articolo 31, ciò che un tempo doveva essere nascosto diventa norma. Non più deviazione, ma dottrina. Non più abuso, ma funzione.

📡 Spyware Graphite: quando il monitoraggio diventa regime

Il caso dello spyware Graphite, prodotto da Paragon Solutions, e utilizzato — secondo inchieste giornalistiche — anche contro giornalisti italiani, rappresenta il volto digitale di questa mutazione autoritaria.

I captatori informatici, capaci di penetrare cellulari e dispositivi anche senza che l’utente se ne accorga, sono strumenti di sorveglianza totale. Eppure, a differenza delle intercettazioni tradizionali, non richiedono l’autorizzazione di un giudice, ma solo quella del Presidente del Consiglio o dell’autorità delegata. Un potere enorme, fuori da ogni controllo terzo.

La Corte Costituzionale ha già stabilito che i messaggi archiviati nei device sono corrispondenza tutelata dall’art. 15 della Costituzione. Ma questa legge lo ignora. E in nome della “sicurezza”, si apre la porta a un regime di sorveglianza arbitraria e permanente.

🧱 Democrazia sotto assedio: l’architettura della sospensione dei diritti

L’articolo 31 e lo scandalo Graphite tracciano una traiettoria precisa:
1. Lo Stato può autorizzare la commissione di reati da parte dei propri agenti.
2. Può controllare e violare la privacy dei cittadini senza controllo giudiziario.
3. Può colpire attivisti, giornalisti, dissidenti e oppositori, “legalmente”.

Questo è il cuore della nuova dottrina della sicurezza: non la difesa della Repubblica, ma la sua trasformazione in un apparato repressivo. Una restaurazione neofascista con mezzi tecnologici, dove la sicurezza è solo la maschera della paura, e il dissenso viene trattato come una minaccia interna da neutralizzare.

⚠️ Perché tutto questo? Repressione, non sicurezza

C’è una domanda cruciale che dobbiamo porci: perché ora? Qual è il vero obiettivo di questo apparato?

Non c’è un’emergenza terroristica in Italia. Non ci sono insurrezioni armate. Quello che c’è è un Paese stanco, impoverito, umiliato, ma ancora potenzialmente capace di alzare la testa. Un Paese che potrebbe tornare a lottare, a scioperare, a occupare, a dissentire. A pretendere giustizia.

Ed è proprio questo che il potere vuole prevenire, reprimere, disinnescare.

Il Decreto Sicurezza non nasce per tutelare l’ordine pubblico, ma per criminalizzare il dissenso, schedare il pensiero critico, intimidire chi non si adegua. È un decreto pensato per una deriva reazionaria e fascista, in cui la sorveglianza è permanente, la repressione è preventiva, e il diritto è piegato alla logica dell’obbedienza.

Si torna alla OVRA, la polizia politica del regime fascista. Ma oggi in versione 4.0, con spyware al posto delle perquisizioni e licenze di delinquere al posto delle schedature.

🔍 Cosa chiedere – resistenza costituzionale
• Abrogazione dell’art. 31 e di tutte le norme che autorizzano reati in nome della ragion di Stato.
• Controllo giudiziario su ogni atto invasivo dei servizi, incluso l’uso dei captatori informatici.
• Commissioni parlamentari d’inchiesta indipendenti e permanenti su ogni attività dei servizi di sicurezza.
• Difesa pubblica dei diritti civili e del dissenso politico, come pilastro della democrazia.

L’Italia sta compiendo una mutazione profonda. Il Decreto Sicurezza non è un semplice strumento repressivo: è un dispositivo di restaurazione autoritaria. Non in nome del fascismo dichiarato, ma della sicurezza normalizzata. Non con manganelli alzati, ma con leggi scritte bene, invisibili e legittimate da chi governa in giacca e cravatta.

Il fascismo, oggi, si traveste da efficienza. Si insinua nelle norme, nei decreti, nei software di sorveglianza. Non ha più bisogno di slogan: ha bisogno di silenzio.

Ma noi non siamo silenzio. Siamo memoria. Siamo coscienza. E siamo opposizione.

Perché uno Stato che ha già conosciuto le stragi, i depistaggi, le trattative con la mafia e i servizi deviati, non può permettersi di legalizzare l’illegalità.

È tempo di scegliere da che parte stare.