Torino, novembre 2025. Un professore emerito, uno storico noto e riconosciuto, invitato a parlare di russofobia e narrazioni di guerra, viene zittito non da una contestazione pubblica, non da un confronto di idee, ma da una decisione politico-amministrativa presa a monte, su pressione di una vicepresidente del Parlamento europeo e di alcune sigle militanti sul fronte ucraino. È questo, in estrema sintesi, ciò che è accaduto al professor Angelo d’Orsi: il Polo del ’900 ha annullato la conferenza “Russofobia, russofilia, verità” prevista per il 12 novembre, dopo la richiesta pubblica di Pina Picierno, che ha poi ringraziato il sindaco di Torino per avere obbedito. È tutto scritto nei resoconti di queste ore. E il punto sta proprio qui: non siamo davanti a una normale polemica culturale, ma a un precedente grave, perché introduce un criterio politico-ideologico di ammissibilità della parola pubblica. E questo, in una Repubblica fondata su eguaglianza e libertà di manifestazione del pensiero, non è compatibile con la Costituzione.
Il fatto nudo è chiarissimo. C’è un evento regolarmente programmato in uno spazio pubblico della memoria e della cultura torinese. C’è un relatore che non è affatto un marginale, ma uno studioso con una bibliografia sterminata, allievo di Norberto Bobbio, voce ascoltata nella vita civile della città. C’è un tema delicato, quello della russofobia, che oggi spacca l’opinione pubblica europea perché tocca la guerra in Ucraina, le sanzioni, l’informazione di guerra. E c’è un intervento politico che, definendo in anticipo l’incontro “evento di propaganda putiniana”, lo fa saltare prima ancora che si svolga, trasformando un sospetto ideologico in motivo di censura preventiva.
Ora, se togliamo la patina di attualità, quello che resta è un meccanismo antichissimo: qualcuno decide che un’idea è pericolosa e invece di criticarla la elimina. Ma la nostra Carta, che nasce dalle ferite del fascismo, ha scelto consapevolmente l’altra strada. L’ha scelta all’articolo 21, quando ha detto che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e che la censura non è ammessa. L’ha scelta all’articolo 3, quando ha impegnato la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Qui è successo il contrario: un potere pubblico, per ragioni di opportunità politico-diplomatica, ha creato l’ostacolo.
Chi prova a minimizzare dirà: nessuno ha vietato a d’Orsi di parlare, può farlo altrove. Ma è un argomento fragile. Perché ciò che è stato impedito non è la parola in astratto, è l’accesso a uno spazio pubblico istituzionale. È il riconoscimento pubblico, è la possibilità di confrontarsi in una casa comune della cultura torinese. Quando si toglie questo, non si sta più discutendo di opinioni, si sta graduando la cittadinanza culturale. Alcune voci sì, altre no. Alcuni intellettuali “sicuri”, altri “sospetti”. E ogni volta che un’amministrazione sceglie in base all’allineamento geopolitico e non in base alla qualità del dibattito, mette lo Stato sul piano inclinato della discriminazione politica. È esattamente ciò che l’articolo 3 vieta: trattare in modo diverso i cittadini per ragioni non ragionevoli.
Ed è qui che il caso d’Orsi e il caso del giovane giornalista Gabriele Nunziati, cacciato dall’Agenzia Nova per una domanda legittima alla portavoce della Commissione europea, diventano le due facce della stessa regressione democratica. A Torino si vieta a uno storico di discutere pubblicamente la russofobia perché tema sgradito a una rappresentante europea. A Bruxelles si interrompe la collaborazione con un cronista perché ha osato chiedere se, con lo stesso criterio applicato alla Russia, anche Israele dovrà pagare la ricostruzione di Gaza. In un caso si colpisce la parola prima che venga pronunciata. Nell’altro si punisce la parola perché è stata pronunciata.
Il meccanismo è identico: l’informazione e la cultura sono ammesse solo se non mettono in imbarazzo la linea politico-diplomatica prevalente. Nel primo caso è la linea atlantista sulla guerra in Ucraina, nel secondo è la linea euro-israeliana sul conflitto in Palestina. Chi prova a mostrare la contraddizione interna a queste linee viene messo ai margini, escluso dal palco o dal posto di lavoro. È la stessa logica del discorso sorvegliato.
C’è poi un altro elemento che inquieta. L’intervento decisivo, tanto nel caso d’Orsi quanto in quello di Nunziati, non è venuto da un organismo di sicurezza nazionale, da un’autorità giudiziaria, da una commissione che abbia valutato rischi concreti. È venuto da pressione politica (nel caso d’Orsi) e da una scelta editoriale conformista (nel caso del giornalista). Cioè da soggetti che non hanno il compito di limitare la libertà di espressione, ma che se lo sono presi lo stesso, perché hanno intuito che in questa fase storica è conveniente allinearsi e sconveniente aprire spazi di discussione.
È la stessa dinamica vista con artisti e musicisti russi all’indomani dell’invasione: bastava l’accusa generica di “propaganda” perché scattasse l’esclusione. È una forma aggiornata di maccartismo russofobo, che ha già mostrato in Italia quanto sia facile colpire giornalisti, studiosi, persino associazioni che chiedono solo di discutere pubblicamente le cause e gli effetti del conflitto. Il risultato è un clima: ci sono temi che non si toccano, tesi che non si formulano, libri che non si presentano. E chi lo fa viene delegittimato e, quando va male, cancellato dal cartellone o dal contratto di collaborazione.
Dentro questo quadro va inserita anche la “stampa sotto attacco”. Perché nello stesso arco temporale in cui a Torino si spegne un microfono e a Bruxelles si caccia un cronista, nella Striscia di Gaza e Cisgiordania sono stati uccisi oltre 260 giornalisti, cameraman e fotografi palestinesi, e non solo, che stavano solo facendo il lavoro che il sistema europeo oggi rende difficilissimo: raccontare ciò che non torna, ciò che incrina la narrazione ufficiale, ciò che mostra la sproporzione della forza. Se a sud del Mediterraneo si eliminano fisicamente i testimoni e a nord del Mediterraneo si puniscono quelli che fanno domande scomode, il messaggio che passa è unico: su certe guerre non si indaga, si ripete quanto calato dalle veline del potere.
Questo clima è pericoloso almeno per tre ragioni.
Primo, perché introduce la censura preventiva, che è esattamente ciò che i costituenti non volevano più vedere dopo il ventennio. Nel caso d’Orsi non si è aspettato di ascoltare la conferenza per eventualmente criticarla: la si è vietata a monte. Nel caso di Nunziati non si è neppure discusso sul merito della domanda: si è deciso che era “fuori luogo”. In entrambi i casi si rovescia la logica liberale e costituzionale, secondo cui si parla sempre, e solo dopo, se ci sono reati o apologie vietate, interviene la legge.
Secondo, perché trasforma il dissenso sulla guerra in un indicatore di lealtà all’Occidente. Se critichi la russofobia istituzionale vieni assimilato alla propaganda putiniana. Se chiedi se Israele deve pagare per le distruzioni a Gaza vieni assimilato alla propaganda filopalestinese. È una semplificazione brutale ma funziona benissimo nella polarizzazione odierna, e proprio per questo è pericolosa: perché spinge amministrazioni, istituti culturali e redazioni a tutelarsi censurando il pluralismo.
Terzo, perché legittima le interferenze di soggetti esterni sul governo della cultura e dell’informazione. Che un’associazione ucraina, o una sigla militante, faccia pressione è nella natura del conflitto politico. Che un’istituzione pubblica ceda subito, o che un’agenzia giornalistica scarichi un collaboratore per compiacere il clima istituzionale, è ciò che non dovrebbe accadere. Qui invece è accaduto. E quando accade una volta, diventa più facile farlo la seconda.
La cosa più amara, e lo dice lo stesso d’Orsi nella sua replica, è che difficilmente arriveranno scuse ufficiali, prese di posizione forti, correzioni di rotta. Perché una volta che si è accettata l’idea che esista una linea di governo del discorso pubblico sulla Russia e sulla guerra, o sulla Palestina e sulla ricostruzione di Gaza, chi se ne discosta è automaticamente marginalizzato. Ma se passa questo principio, domani potrà essere usato per altro: Cina, Venezuela, politiche sociali, persino contestazioni interne al Paese. È così che cominciano le derive autoritarie nelle democrazie: non con una legge-bavaglio generale, ma con tanti piccoli silenziamenti “giustificati”, presentati come atti di responsabilità.
Il punto, allora, non è difendere un professore perché è di sinistra o perché ha studiato Gramsci, né un giovane giornalista perché “precario”. Il punto è difendere il diritto di qualsiasi cittadino colto e di qualsiasi cronista di porre domande scomode in uno spazio pubblico. Se oggi lo si vieta perché “filorusso”, domani lo si potrà vietare perché “filo venezuelano, dopodomani perché “filosociale” in tempo di austerità. È un pendio scivoloso che va fermato adesso.
Per fermarlo occorre ripartire dalla lettera e dallo spirito della Costituzione. La lettera dice che la libertà di manifestazione del pensiero è di tutti e non è soggetta ad autorizzazioni. Lo spirito dice che lo Stato deve ampliare, non restringere, gli spazi di discussione, soprattutto quando la politica estera e militare diventa tema caldo. Se gli enti culturali pubblici, invece di essere luoghi del pluralismo, diventano filtri del consenso atlantico, e se le agenzie di stampa invece di proteggere la libertà di domanda la puniscono, allora significa che il patto costituzionale è stato incrinato.
Questo è il messaggio più grave che arriva da Torino e da Bruxelles. Non riguarda solo Angelo d’Orsi. Non riguarda solo Gabriele Nunziati. Riguarda ogni cittadino che vuole ancora vivere in una Repubblica dove prima si parla e poi, semmai, si contesta. Qui è successo l’opposto. Ed è per questo che va detto con chiarezza: cancellare una conferenza scomoda su pressione politica e licenziare un cronista per una domanda legittima sono atti di discriminazione e di regressione democratica. E vanno denunciati adesso, finché è ancora possibile farlo senza dover chiedere il permesso.