C’è una frase che torna in testa ogni volta che guardiamo il dibattito pubblico italiano: abbiamo una Costituzione splendida e, insieme, una Costituzione spesso disattesa. Non nel senso romantico del “non siamo all’altezza dei nostri ideali”, ma in quello più concreto e politico: le promesse sociali e democratiche della Carta vengono trattate come un repertorio di buone intenzioni, utile da celebrare nelle ricorrenze e da aggirare quando intralcia interessi, rendite, rapporti di forza.
Eppure la Costituzione non nasce per arredare le pareti. Nasce, per usare un’immagine efficace, “in polemica con il presente”: non fotografa ciò che c’è, ma indica ciò che deve essere conquistato, soprattutto per chi sta sotto. Non è neutra, non è un manuale di galateo istituzionale. È un patto che limita i poteri e apre spazi di emancipazione. È qui che sta il punto: se la prendi sul serio, disturba.
Il pensiero critico e le sue tre grandi scuole italiane
Per capire come siamo arrivati a questo paradosso, conviene guardare a un pezzo di storia culturale e politica. In Italia, nel secondo Novecento, ci sono state almeno tre tradizioni di pensiero radicale capaci di incidere davvero.
L’operaismo ha rappresentato una critica frontale alla sinistra tradizionale e al movimento operaio istituzionalizzato, mettendo al centro conflitto, soggettività, rapporti di produzione. Ha avuto la forza di nominare ciò che molti preferivano non vedere: il lavoro non come categoria morale, ma come terreno di potere, disciplina e resistenza.
Il femminismo, soprattutto nelle sue correnti della differenza, ha scardinato categorie che sembravano intoccabili: famiglia, corpo, identità, ruoli sociali, linguaggio. Ha inciso profondamente sui costumi e sul modo stesso di concepire la libertà, mostrando che l’oppressione non vive solo nelle fabbriche o nei parlamenti, ma anche nella quotidianità.
Poi c’è l’uso alternativo del diritto: una rivoluzione meno raccontata ma decisiva. Qui la Costituzione viene letta non come una cornice neutra, bensì come strumento per dare gambe ai diritti dei subalterni. In questa prospettiva, il diritto non è soltanto tecnica, è campo di conflitto. Non è solo “ordine”, è anche possibilità di riequilibrio.
La domanda che ci inchioda, mezzo secolo dopo, è semplice e dolorosa: perché tante conquiste sono rimaste parziali, o si sono fermate alla soglia delle istituzioni? Perché molto cambiamento è rimasto confinato nelle relazioni sociali e individuali, senza diventare “struttura”, senza trasformarsi in potere democratico organizzato?
Dentro le istituzioni senza farsi addomesticare
Qui sta il nodo, che spesso la sinistra ha vissuto come un dilemma irrisolvibile: o si resta “puri” fuori dal sistema, oppure si entra e ci si sporca fino a diventare parte dell’arredo.
Ma la questione vera è un’altra: come si sta dentro le istituzioni portandoci il conflitto, senza esserne neutralizzati.
Perché la democrazia non è solo voto ogni cinque anni. È conflitto socialmente organizzato che trova canali, contropoteri, strumenti. Se il conflitto viene espulso, la democrazia si svuota e resta una scenografia: procedure senza popolo, governo senza società, decisioni senza partecipazione.
E qui arriviamo a una parola che ha fatto danni enormi: il “meno peggio”. Il meno peggio è una tecnica di governo delle aspettative: ti convincono che chiedere l’attuazione piena della Costituzione è “massimalismo”, che rivendicare diritti è “irresponsabilità”, che l’unica politica possibile è gestire la ritirata. Solo che la ritirata, a furia di farla, diventa capitolazione.
Gli anni Settanta: quando la Carta ha iniziato a camminare
C’è stato un periodo in cui, almeno in parte, la Costituzione ha smesso di essere promessa e ha cominciato a diventare realtà. Gli anni Settanta, con tutte le contraddizioni del caso, sono stati una stagione di attuazione reale di pezzi fondamentali della Carta: lo Statuto dei Lavoratori, la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, la legge 194, la riforma Basaglia, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale.
Non era un miracolo, né una concessione gentile. Era il prodotto di conflitti, movimenti, partiti di massa, sindacati forti, cultura diffusa. La Carta si muoveva perché qualcuno ci metteva energia, organizzazione, pressione. È esattamente ciò che oggi manca o viene demonizzato.
Da allora è iniziato un regresso lungo e paziente, spesso presentato come “modernizzazione”: precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, tagli strutturali, riduzione degli spazi pubblici, trasformazione della politica in marketing. E intanto la Costituzione veniva ridotta a retorica.
Il premierato: l’idea di stabilità che somiglia a una scorciatoia
In questo quadro arrivano le riforme “madre di tutte le riforme”. Il premierato, nella versione in discussione in Parlamento, punta sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio e su un assetto pensato per blindare la durata dell’esecutivo.
La stabilità è un valore, certo. Ma la domanda è: stabilità per chi e per che cosa.
Se la stabilità è costruita comprimendo contrappesi, riducendo il ruolo del Parlamento, trasformando il rapporto di fiducia in un meccanismo “a prova di incidente”, allora il rischio è chiaro: non si rafforza la democrazia, si rafforza chi governa. Non è un dettaglio tecnico. È un cambio di filosofia: dal governo come funzione controllata, al governo come perno dominante.
Diversi costituzionalisti hanno evidenziato che l’elezione diretta del capo del governo, così configurata, sarebbe un unicum e produce tensioni con l’architettura delle garanzie, inclusi i poteri del Presidente della Repubblica e l’equilibrio tra poteri.
Il punto politico, però, è ancora più brutale: quando la politica sociale arretra e la disuguaglianza cresce, le classi dirigenti tendono a cercare “governabilità” non tramite consenso e diritti, ma tramite comando. È una vecchia storia.
La riforma della magistratura: l’indipendenza come bersaglio laterale
Accanto al premierato, il cantiere sulla giustizia ha già prodotto una legge costituzionale pubblicata in Gazzetta Ufficiale, con separazione delle carriere, due CSM e istituzione di una Corte disciplinare.
Qui il dibattito è complesso e va trattato senza slogan: ci sono argomenti a favore e contro. Ma la domanda politica resta la stessa: questa riforma aumenta davvero le garanzie dei cittadini e l’efficienza del sistema, oppure ridefinisce i rapporti di forza tra poteri dello Stato in un contesto già segnato da personalizzazione del comando e riduzione dello spazio pubblico?
Il fatto che si vada verso un referendum confermativo è un dato che dovrebbe spingere tutti, qualunque posizione abbiano, a studiare e discutere sul merito, non a tifare.
L’autonomia differenziata: l’imbroglio gentile che spacca i diritti
E poi c’è l’autonomia differenziata. Qui l’imbroglio, per i cittadini, è spesso mascherato da buonsenso: “più autonomia”, “più efficienza”, “più responsabilità”. In realtà, se la metti in fila con il resto, somiglia a un pezzo dello stesso disegno: frammentare il Paese proprio mentre si concentra il potere politico al centro.
La legge 26 giugno 2024, n. 86, è in vigore dal 13 luglio 2024 e definisce il percorso per attribuire ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni ordinarie, ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione.
Il cuore vero del problema sta nei LEP, i livelli essenziali delle prestazioni. Finché i LEP non sono definiti e finanziati seriamente, parlare di autonomia differenziata è come promettere “più libertà” togliendo le fondamenta della casa. I diritti sociali, scuola, sanità, assistenza, trasporti, diventano dipendenti dalla ricchezza territoriale e dalla capacità amministrativa locale, cioè dalla geografia del reddito.
E non è un rischio teorico: la Corte costituzionale è già intervenuta, e comunque il percorso è stato oggetto di contenzioso e di correzioni, segno che i nodi costituzionali non sono fantasia da “guastafeste”.
Sul piano politico, la promessa nascosta è questa: invece di pretendere che lo Stato garantisca uguali diritti ovunque, si sposta il baricentro su intese e negoziati, e i cittadini diventano utenti di sistemi territoriali sempre più diseguali. È un modo elegante per dire “arrangiatevi”, con un lessico istituzionale pulito.
Infine, un fatto cruciale: la richiesta di referendum abrogativo totale sulla legge 86/2024 è stata dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale (sentenza n. 10 del 2025). Anche qui, al netto delle valutazioni giuridiche, la conseguenza politica è chiara: se non puoi correggere la rotta con lo strumento referendario, la battaglia torna dove dovrebbe stare da sempre, nella società organizzata e nelle istituzioni presidiate.
La Costituzione come “utopia concreta” e come pratica quotidiana
A questo punto conviene tornare a un’immagine celebre: la Costituzione come “pezzo di carta” che non si muove da sola. Non perché sia fragile, ma perché pretende una cosa che fa paura: responsabilità quotidiana, conflitto democratico, partecipazione reale.
La Costituzione, se la prendi sul serio, non ti lascia comodo. Ti chiede di guardare in faccia il potere e di chiamarlo per nome. Ti impone di parlare di lavoro, uguaglianza sostanziale, dignità, diritti sociali come pilastri, non come “spesa”.
Ecco perché oggi, mentre si discute di premierato, di riforme della giustizia e di autonomia differenziata, la parola decisiva non è “difendere” la Carta come un reperto da museo. È attuarla. Rilanciarla. Portarla fuori dalla liturgia e dentro la vita pubblica.
La domanda vera, alla fine, non è se la Costituzione sia bella. Lo è. La domanda è se siamo disposti a usarla come leva contro i poteri costituiti, invece che come poster rassicurante. Perché la Carta, quando la fai camminare, non ti promette tranquillità. Ti promette emancipazione. Ed è per questo che la temono.
Fonti e sitografia
Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2025, intervista a Gaetano Azzariti: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/12/20/premierato-alle-soglie-dellautocrazia-resistere-con-la-carta-ai-poteri-costituiti/8234055/
Premierato (testi e dossier):
https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=57694
https://www.senato.it/export/ddl/full/57694?leg=19
https://www.camera.it/leg19/126?idDocumento=1921&leg=19
https://temi.camera.it/leg19/dossier/OCD18-20136/disposizioni-l-introduzione-elezione-diretta-del-presidente-del-consiglio-ministri-costituzione.html
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01421063.pdf
https://www.associazionedeicostituzionalisti.it/it/la-lettera/07-2024-la-riforma-costituzionale-della-forma-di-governo/i-rischi-del-premierato
https://www.astrid-online.it/static/upload/de-m/de-marco_fed_10_25.pdf
Autonomia differenziata:
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/06/28/24G00104/SG
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2024;86=
https://temi.camera.it/leg19/post/OCD15_15089/legge-l-attuazione-autonomia-differenziata-regioni-pubblicata-legge-che-contiene-delega-determinazione-del-livelli-essenziali.html
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2024/192
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2025/10
https://www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20250207102936.pdf
https://temi.camera.it/leg19/temi/19_tl18_regioni_e_finanza_regionale.html
https://www.autonomia.gov.it/it/la-legge/
Riforma della magistratura e referendum confermativo:
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/10/30/25A05968/sg
https://temi.camera.it/leg19/provvedimento/norme-in-materia-di-ordinamento-giurisdizionale-e-di-istituzione-della-corte-disciplinare.html
https://www.programmagoverno.gov.it/it/approfondimenti/riforme-di-rilievo-del-governo/riforma-dellordinamento-giudiziario/riforma-della-magistratura/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/19/referendum-separazione-carriere-cassazione-voto-marzo-notizie/8200974/
https://www.questionegiustizia.it/articolo/data-referendum
Testi normativi citati sugli anni Settanta (Normattiva):
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1970;300
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1970;898
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1975;151
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;833
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;180
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;194
Calamandrei (testi e contesto):
https://archivio.quirinale.it/aspr/la-costituzione/AV-005-000140/piero-calamandrei-l-umanitaria-e-discorso-sulla-costituzione
https://formazione.indire.it/paths/piero-calamandrei-discorso-sulla-costituzione-26-gennaio-1955-progresso-ii
https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2010/3-4/16-17_CALAMANDREI.pdf