La guerra c’è già: il nuovo ordine armato dell’Occidente

Viviamo immersi in una finzione collettiva, una narrazione anestetizzante che ci ripete ossessivamente: “Non è ancora la Terza guerra mondiale”. Eppure, mentre i cieli del Medio Oriente si illuminano di fuoco e l’Europa si arma come non accadeva dai tempi della Guerra Fredda, ciò che ci viene negato con le parole ci viene urlato con i fatti. La guerra non è alle porte. È già qui. E ha un solo mandante: l’Occidente collettivo.

Non è questione di fatalismo, ma di lucidità. L’aggressione israeliana all’Iran, l’invasione dell’Ucraina trasformata in trincea globale, l’espansione militare della NATO fino alle soglie della Russia, la demonizzazione dell’Iran, della Cina, della Corea del Nord, della Bielorussia, sono solo capitoli diversi di un medesimo libro: quello dell’egemonia armata di un ordine in crisi, incapace di accettare la fine della propria centralità.

La guerra come scelta strategica

Ci troviamo dinanzi a una scelta deliberata, non a un incidente della storia. Di fronte al declino sistemico del dominio americano e del suo blocco atlantico, l’Occidente ha rinunciato alla diplomazia multilaterale e ha scelto la forza. Ha preferito il ferro alla parola, il riarmo alla cooperazione, l’inganno alla verità. Invece di aprirsi al multipolarismo, ha cercato di rigettarlo come un corpo estraneo da espellere con la violenza.

È questo il vero volto della “guerra totale”: un conflitto che non ha confini né limiti, che si estende dal cyberspazio alla propaganda, dalle sanzioni economiche alle incursioni militari, e che si alimenta di menzogne sistematiche. Non ci troviamo di fronte a singole guerre locali, ma a un’unica guerra globale, combattuta a pezzi, per procura, ma con una regia comune. Quella della NATO, del Pentagono, delle lobby del riarmo, del capitalismo che si nutre di distruzione per sopravvivere.

Israele, Palestina e il genocidio silenzioso

Non possiamo più ignorare la realtà più crudele e disumana del nostro tempo: il genocidio in atto contro il popolo palestinese. Gaza è diventata il laboratorio dell’orrore, una prigione a cielo aperto ridotta a cumulo di macerie, dove civili, bambini, anziani e disabili vengono sterminati con l’avallo tacito o entusiasta delle potenze occidentali. L’occupazione militare, la pulizia etnica, i bombardamenti sistematici su ospedali, scuole, campi profughi, sono atti di genocidio deliberati, mascherati da operazioni di sicurezza.

Non si tratta più di conflitto tra due parti. È un massacro a senso unico, giustificato dall’ideologia suprematista che governa oggi Israele, saldamente alleato con l’Impero del Caos. E l’Occidente, invece di intervenire per fermare questa tragedia, si fa scudo e complice, armando, proteggendo, giustificando. L’orrore di Gaza è il cuore pulsante della guerra globale che l’Occidente sta conducendo non solo contro i governi, ma contro i popoli, contro la dignità umana.

Medio Oriente, Ucraina e altri focolai: un unico fronte

Israele, spalleggiata senza remore da Washington e dalle cancellerie europee, ha trasformato Gaza in una distesa di rovine, ha ora puntato i suoi missili contro l’Iran e minaccia di espandere il conflitto al Libano. In parallelo, l’Ucraina continua a essere sacrificata sull’altare della strategia atlantica. Gli accordi di Minsk sono stati, come ormai ammesso dagli stessi protagonisti, solo una cortina di fumo per guadagnare tempo. Tempo per armare, addestrare, e infine scatenare la guerra contro Mosca.

Ma non finisce qui. I focolai si moltiplicano in silenzio. Dallo Yemen martoriato dai bombardamenti sauditi con armi occidentali, alla Somalia dimenticata, dalla Siria ancora sotto attacco, al Sahel destabilizzato da anni di operazioni francesi fallimentari e neocoloniali, fino all’Asia sudorientale, dove cresce la pressione militare su Taiwan e il Mar Cinese Meridionale. Siamo di fronte a un’escalation globale, a una proliferazione di guerre dirette o per procura, alimentate da interessi geoeconomici e dalla paranoia securitaria dell’Occidente.

Tutto è guerra, e tutto è funzionale a un unico obiettivo: impedire la nascita di un ordine mondiale multipolare che possa sottrarsi al giogo dell’impero.

Israele e il culto della morte

L’ultima fase di questa guerra sistemica ha assunto i tratti di un delirio teologico-ideologico. Il devastante attacco all’Iran da parte del governo sionista, psicopatologico nella sua concezione etno-suprematista della storia, non è solo un’operazione militare. È la dichiarazione esplicita di un culto della morte. Un’offensiva genocida che ha come obiettivo l’annientamento dell’altro, non la sua sconfitta. Un attacco chirurgico alla leadership politica e militare iraniana, mirato a decapitare lo Stato e a provocarne il collasso.

Tutto questo è avvenuto con il pieno coordinamento del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che non solo ha dato il via libera all’operazione, ma l’ha anche rivendicata pubblicamente con il suo stile sgrammaticato e infantile. Dietro i suoi post sconclusionati, si cela una strategia glaciale: non trattate, non negoziate, non opponetevi. Accettate il mio accordo o morite.

È lo stesso schema che portò all’assassinio di Qassem Soleimani nel 2020, mentre era in missione diplomatica. È la stessa logica dietro l’eliminazione sistematica dei vertici dell’IRGC e della leadership iraniana, inclusa la misteriosa morte del presidente Raisi e del ministro degli Esteri Abdollahian. È il medesimo copione: colpire, umiliare, sradicare, piegare. Costruire un cambio di regime con il sangue e le macerie.

Un attacco a Teheran significa minacciare direttamente la sopravvivenza dell’intero asse eurasiatico. È una guerra preventiva contro i BRICS, una mossa disperata per impedire l’integrazione economica tra Russia, Cina, Iran, India e America Latina. Il vero obiettivo è spezzare il cuore energetico e geopolitico del Sud globale.

Una guerra preventiva contro i BRICS

L’attacco all’Iran non è soltanto un’aggressione regionale. È parte di una guerra preventiva globale contro il nucleo energetico e strategico dei BRICS. Teheran, infatti, è al centro di corridoi logistici, infrastrutturali ed economici fondamentali per la nuova architettura multipolare eurasiatica, come il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) che connette Iran, Russia e India. Distruggere l’Iran significa minare alla base la connessione tra i tre poli orientali che sfidano la centralità atlantica.

Chiudere lo Stretto di Hormuz, minaccia sempre più concreta, equivarrebbe a un colpo devastante per l’economia globale e segnerebbe la fine della pax petrolifera occidentale. Per questo l’Iran è stato addormentato con false trattative, sedato da promesse diplomatiche, poi colpito quando era più vulnerabile.

Washington, ancora una volta, ha scelto il caos come strategia. E ora siamo sull’orlo del baratro.

Il mito di Trump “pacificatore”

A chi si illudeva che la rielezione di Donald Trump potesse rappresentare una frenata al conflitto globale, i fatti stanno dando una risposta brutale. L’ex tycoon non ha alcuna intenzione di disinnescare l’ordigno planetario innescato dal complesso militare-industriale. Anzi, la sua retorica aggressiva e il suo sostegno incondizionato a Netanyahu stanno contribuendo ad accelerare il collasso del sistema internazionale.

Trump rappresenta, in realtà, la maschera populista dello stesso potere guerrafondaio che oggi domina l’Occidente. Un potere che non conosce dissenso interno, che ha annientato ogni residuo di autonomia politica nelle capitali europee, ridotte a eco sbiadite della Casa Bianca. Anche laddove emergono tensioni tattiche tra Washington, Berlino, Varsavia o Bruxelles, il fine strategico resta lo stesso: mantenere l’egemonia con ogni mezzo, anche quello del terrore.

Il riarmo europeo e la logica dell’apocalisse

Nel marzo scorso, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che dovrebbe far tremare ogni sincero pacifista: un piano di riarmo colossale, che prepara il continente a un conflitto su larga scala non solo con la Russia, ma anche con chiunque sfidi l’unilateralismo occidentale. L’Iran, la Cina, la Corea del Nord, la Bielorussia: tutti “nemici ufficiali” di un’Unione che ha ormai abbandonato ogni pretesa di autonomia diplomatica, trasformandosi in una succursale bellica della NATO.

Il riarmo non è un’opzione, ma una scelta ideologica. Significa sottrarre risorse alla sanità, all’istruzione, alla riconversione ecologica, per investirle nei missili, nei tank, nei droni armati. È la costruzione metodica di una guerra totale che, se non fermata, ci condurrà dritti verso l’autodistruzione.

Contro il blocco della menzogna

Non si può invocare la pace senza schierarsi. Chi oggi si limita a generiche dichiarazioni pacifiste senza denunciare il ruolo della NATO, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, e del sionismo aggressivo di Israele, mente o si autoinganna. Il vero fronte della pace è quello che dice no all’Occidente guerrafondaio, che si oppone al blocco della menzogna e dell’inganno, che smaschera la propaganda di guerra mascherata da informazione.

Questo fronte deve essere ampio, popolare, determinato. Deve includere lavoratori, giovani, intellettuali non allineati, migranti, donne, popoli oppressi. È il tempo di costruire una nuova resistenza planetaria che metta al centro la giustizia e la sopravvivenza, non il dominio e l’annientamento.

Ultima chiamata per l’umanità

L’intero pianeta oggi è ostaggio di un culto della morte. Un culto che si manifesta con un disprezzo assoluto per la vita umana, per il diritto internazionale, per la verità storica. Un culto armato fino ai denti, con accesso illimitato alla potenza nucleare, guidato da fanatici messianici che si autoproclamano “scelti” e considerano chiunque altro un “amalek”, un nemico da annientare.

La guerra non è più una possibilità. È una realtà. La domanda non è se arriverà, ma come e quando finirà. E la risposta, oggi più che mai, dipende da noi.

O reagiamo, o scompariamo.

L’ombra lunga del secolo breve: il progetto imperiale dietro la Terza Guerra Mondiale

C’è un filo rosso — insanguinato — che lega Hiroshima a Gaza, Baghdad a Teheran, Belgrado a Kiev. Un filo che attraversa il secolo breve, lo supera, e giunge fino a noi, in questo presente dove l’odore di carne bruciata si mescola con l’odore di propaganda. È il filo della guerra permanente, del dominio imperiale, della strategia dello shock elevata a sistema globale.

Quello che oggi viviamo non è un conflitto improvviso, ma l’ultimo atto di una guerra iniziata da tempo. La chiamano Terza Guerra Mondiale, ma in realtà è la prosecuzione della Seconda con altri mezzi e nuovi algoritmi. È la guerra del capitale contro ogni resistenza, la guerra dell’Occidente declinante contro chiunque osi alzare la testa. Un progetto che ha radici antiche, ma che ha trovato nel 1989 — anno simbolo della “fine della storia” — il suo trampolino finale.

Dalla Guerra Fredda al dominio unipolare

Dopo la caduta del Muro di Berlino, il mondo avrebbe potuto imboccare la via della cooperazione multipolare. E invece è stata scelta la strada del dominio unipolare: gli Stati Uniti, autoproclamatisi “poliziotti del mondo”, hanno deciso che ogni ostacolo alla loro egemonia doveva essere rimosso, con le buone o — quasi sempre — con le cattive.

La dottrina Wolfowitz, scritta nei primi anni ’90, fu chiara: impedire l’ascesa di qualsiasi potenza rivale, a qualunque costo. E così cominciò l’assalto. Prima la Jugoslavia, bombardata nel 1999 in nome dell’“intervento umanitario”. Poi l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria. Ogni Paese che tentava di mantenere una sovranità autonoma, veniva etichettato come “dittatura” e aggredito in nome della libertà. Gli eserciti della NATO diventavano crociati laici del nuovo ordine globale.

Nel frattempo, Israele — partner strategico mai discusso — la più grande base militare americana del mondo abitata anche da civili- portava avanti il suo progetto coloniale in Palestina, sotto la copertura permanente degli Stati Uniti e del silenzio europeo. Una lunga operazione di pulizia etnica e annientamento dell’identità palestinese, ora accelerata verso l’obiettivo finale: la totale cancellazione della possibilità di uno Stato palestinese.

Il documento “Clean Break” e la strategia sionista

Nel 1996, un gruppo di neoconservatori statunitensi guidati da Richard Perle consegnò a Netanyahu un piano dettagliato: A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm. Un documento programmatico che prevedeva il rovesciamento dei regimi ostili in Medio Oriente (Iraq, Siria, Iran), la rottura con i processi di pace di Oslo, la supremazia assoluta di Israele nella regione. Quel documento non è rimasto lettera morta: è diventato la stella polare della politica israeliana degli ultimi trent’anni.

Quello che oggi vediamo accadere in Iran — l’operazione “Leone Nascente” — è la prosecuzione di quel disegno. Non c’entra la minaccia nucleare, come ipocritamente sostengono i governi occidentali: c’entra il controllo del Medio Oriente, lo smantellamento di ogni opposizione, la ridefinizione geopolitica della regione sotto il tallone di ferro israelo-statunitense.

L’Europa ridotta a colonia

E l’Europa? Ridotta a colonia intellettuale e militare degli Stati Uniti. Un continente che ha svenduto la propria autonomia strategica in cambio di sicurezza immaginaria. Dal silenzio complice sul genocidio a Gaza all’invio continuo di armi in Ucraina, passando per l’appoggio incondizionato a ogni provocazione israeliana: la UE è ormai un vassallo senza orgoglio. E l’Italia, nel suo piccolo, è la caricatura di questa sottomissione: Tajani, Meloni, Crosetto si muovono come comparse, recitando battute scritte altrove.

Il ministro degli Esteri parla di “diritto alla difesa preventiva”, la premier si allinea a Trump offrendo Roma come teatro di finte trattative, mentre le navi italiane pattugliano i mari come guardie private dell’impero. Nessuno osa dire la verità: che siamo complici di un crimine internazionale, che stiamo alimentando una guerra globale dalle conseguenze potenzialmente apocalittiche.

La dottrina dell’annientamento: Hiroshima 2.0

Siamo entrati in una fase nuova e tragica. Quella in cui non si cerca più la pace, ma la vittoria finale. E per ottenerla, i nostri “alleati” sono pronti a tutto, persino all’uso dell’arma atomica. Lo ha detto chiaramente Netanyahu: l’Iran non deve esistere come potenza nucleare. Ma chi ha nominato Israele giudice supremo del mondo? Chi ha stabilito che possa uccidere generali, scienziati, politici, a migliaia di chilometri da casa, con bombe guidate da intelligenza artificiale? Chi ha dato il via libera a questo omicidio di massa?

La verità è che ci stiamo avvicinando a una nuova Hiroshima. Una Hiroshima digitale, chirurgica, normalizzata. Dove le testate sono lanciate da droni invisibili, dove le vittime non sono mai contate, e dove l’opinione pubblica è narcotizzata da media che parlano solo di “attacchi mirati”, “operazioni preventive”, “minacce alla sicurezza”. Linguaggio da film distopico che è diventato realtà quotidiana.

L’ora più buia dell’umanità

Non siamo più in tempo per scongiurare la guerra. Ci siamo già dentro. Ma possiamo ancora scegliere da che parte stare. Possiamo ancora alzare la voce, gridare che questo sistema è marcio, assassino, terminale. Possiamo ancora rifiutare la logica perversa del dominio, dello sterminio programmato, della civiltà costruita sulle macerie altrui.

Oppure possiamo accettare tutto. Rassegnarci. Fingere che non ci riguarda. Lasciar fare ai “grandi”, come se la loro follia non portasse anche noi al macello.

Ma allora non meriteremo neanche di essere ricordati. Saremo i testimoni muti della fine, gli ultimi cittadini dell’Impero, gli idioti digitali del collasso.

E invece, io continuo a credere che ci sia un’altra strada. Una strada di resistenza, di verità, di insubordinazione morale e culturale. Perché se è vero che stiamo vivendo l’ora più buia, è proprio ora che dobbiamo accendere la nostra luce.

Il fuoco globale acceso dai pazzi: la Terza Guerra Mondiale è già cominciata

Ci avevano detto che sarebbe bastato votare, parlare, pregare. Ci avevano illuso che la diplomazia, anche zoppa, sarebbe bastata per scongiurare l’abisso. Invece siamo già dentro. In un conflitto mondiale a pezzi, disseminato come una bomba a grappolo sull’intero pianeta. Un conflitto che ha smesso da tempo di essere un rischio e si è trasformato in certezza. È la Terza Guerra Mondiale, e non è più alle porte: ci dorme accanto.

Le prime avvisaglie erano state ignorate, minimizzate, addomesticate. La retorica della de-escalation, sbandierata a ogni summit, era soltanto un paravento, un velo ipocrita dietro cui si preparavano le mappe dei bombardamenti, le liste di obiettivi umani, le rotte dei droni assassini.

Israele ha colpito. Ancora. Ma questa volta non si è limitato alla Palestina, martoriata e ridotta in polvere da mesi. Ha attaccato direttamente l’Iran, scatenando un’operazione che non è altro che un atto di guerra su scala totale. Duecento obiettivi militari colpiti, vertici militari decapitati, laboratori nucleari distrutti, centinaia di morti. Un’escalation che ha innescato la risposta iraniana, con piogge di missili su Gerusalemme e Tel Aviv. Non servono esperti militari per capire dove stiamo andando: verso il baratro, senza freni, senza morale, senza futuro.

E non c’è innocenza nei governi occidentali. Non c’è ingenuità, ma solo complicità. Gli Stati Uniti sapevano, hanno collaborato, hanno benedetto l’operazione come parte di un disegno più ampio, antico, studiato. Trump gioca al negoziatore di pace mentre stringe la mano insanguinata di Netanyahu. L’Italia, da parte sua, si è schierata senza ambiguità: sostiene Tel Aviv, giustifica l’aggressione definendola “preventiva”, difende “l’esistenza di Israele” come se questo bastasse a legittimare ogni massacro, ogni sterminio, ogni crimine di guerra.

Giorgia Meloni, senza vergogna, offre Roma come tavolo di trattativa tra chi bombarda e chi è bombardato. Non una parola sull’illegalità dell’attacco, non una condanna, non un gesto di indipendenza. Solo la coda tra le gambe e il cappello in mano. La diplomazia italiana è una farsa, un ingranaggio nella macchina di morte a stelle e strisce. E l’Unione Europea? Un guscio vuoto, balbettante, privo di visione, servo delle strategie atlantiche.

È finita. O meglio: è iniziata. L’era della guerra perenne, come l’avevano teorizzata i think tank neocon, ha messo radici nella realtà. Come dice Jeffrey Sachs, non stiamo più giocando con la politica: stiamo giocando con i fiammiferi. I nostri governi — italiani, europei, americani — sembrano bambini incoscienti che bruciano mappe e diplomazie sul tavolo della Storia, incuranti del fatto che il mondo sta per prendere fuoco del tutto.

La cosiddetta “guerra contro il terrorismo” si è trasformata nella guerra contro l’umanità. E non c’è luogo in salvo. La Palestina è già rasa al suolo. L’Iran è colpito al cuore. Il Libano attende il suo turno. L’Ucraina è diventata il laboratorio bellico permanente della NATO. La Russia è incastrata nel pantano. La Cina è sotto tiro con l’embargo tecnologico e l’accerchiamento militare. E nel frattempo, milioni di esseri umani vengono sacrificati come comparse silenziose in questo teatro di morte.

Non c’è più tempo per le analisi tiepide. Non c’è spazio per i “ma anche”, per le sfumature complici, per la viltà intellettuale. O si è dalla parte della vita o si è dalla parte dell’estinzione.

Oggi il mondo è ostaggio di una manciata di criminali che, in nome di un disegno imperiale vecchio di decenni, stanno portando l’umanità verso l’irrimediabile. E il popolo? Ipnotizzato, addomesticato, bombardato da una stampa che ripete le bugie del potere con zelo religioso. Non alza lo sguardo. Non protesta. Non si ribella. Come nel film Don’t Look Up, ma con una differenza tragica: l’asteroide non è metafora, è reale. E sono missili, testate, armi atomiche, soldati, bombe all’uranio impoverito. E noi, noi tutti, chiusi nei rifugi del nostro silenzio, stiamo già morendo. Prima ancora del colpo finale.

Per questo oggi bisogna gridarlo con forza, con coraggio, con disperata lucidità: siamo in pericolo. Tutti. Umani, animali, piante, mari, montagne, civiltà. Il pianeta è sull’orlo dell’autodistruzione e i governi non vogliono fermarsi. Anzi, accelerano. Per avidità, per potere, per delirio.

Noi che vediamo, che sentiamo, che pensiamo, dobbiamo scegliere. Non c’è più tempo per le mezze misure. O si sta con l’umanità o con il disumano. O si accende la coscienza oppure si finisce tra le macerie.

È il tempo dell’insubordinazione morale. È il tempo della verità. È il tempo della resistenza.

La guerra che non esiste: annientamento delle coscienze e manipolazione del reale

Viviamo immersi in una menzogna dolce, somministrata in microdosi giornaliere, come un anestetico che non addormenta ma desensibilizza. Un mondo ribolle sotto le bombe, sotto i bulldozer, sotto i razzi che stanotte hanno colpito i siti nucleari iraniani. Ma noi, qui, in Occidente, andiamo al mare. Scrolliamo notizie con la stessa disinvoltura con cui scegliamo una playlist. Il genocidio è diventato sfondo, il massacro rumore bianco. Nulla ci sveglia. Nulla ci tocca. Nulla sembra esistere davvero.

Eppure siamo già in guerra.

Ma è una guerra che non ha nome. Una guerra che non si dichiara, che non interrompe i palinsesti, che non sospende i talk show. È una guerra della quale si nega l’esistenza, perché troppo ingombrante, troppo divisiva, troppo reale. È la guerra dell’egemonia semantica, quella che Noam Chomsky ci aveva già raccontato nella metafora della rana bollita: non ci accorgiamo che la temperatura sale, che i diritti evaporano, che le parole mutano senso — finché non è troppo tardi.

Quello che sta accadendo oggi in Medio Oriente, in Ucraina, e nei centri di potere occidentali non è solo un’escalation bellica. È un’opera di mielizzazione della ragione, come la definisce Lavinia Marchetti. Una dolcificazione del terrore, un impacchettamento semantico della violenza. Una lingua che non descrive la realtà, ma la costruisce. Una lingua che trasforma la carne bruciata in “effetti collaterali”, i bambini massacrati in “tragici bilanci”, le stragi di civili in “azioni chirurgiche”.

Questa non è più solo propaganda: è annientamento delle coscienze.

Il giornalismo come apparato bellico

Ogni genocidio ha bisogno della sua grammatica. Lo sapevano i regimi totalitari, lo sa oggi il sistema neoliberale travestito da democrazia. Non c’è bisogno di censure dirette se si controllano le narrazioni. Basta raccontare le cose in un certo modo. O non raccontarle affatto.

Maurizio Molinari, caposervizio esteri di Repubblica, diventa così il terapeuta del massacro: Israele “non ha scelta”, Israele “agisce con precisione”, Israele “risponde al massacro”. In questa narrazione, non esistono colonizzati, non esistono occupanti: esistono solo traumi da elaborare con strumenti militari. Il linguaggio diventa scudo, giustificazione, complice.

Paolo Mieli non urla, ma plasma il passato per giustificare il presente. Come se l’espulsione di 750.000 palestinesi fosse una “conseguenza accidentale” e non una strategia di pulizia etnica. Il suo ruolo è quello del custode storico del revisionismo funzionale.

Capezzone, Ferrara, Cerasa, Giordano e Severgnini sono solo maschere diverse della stessa tragedia. Alcuni estremizzano, altri intellettualizzano. Ma il risultato non cambia: il genocidio diventa compatibile. Accettabile. Digestibile.

L’Ucraina: l’altra faccia della stessa moneta

Lo stesso meccanismo si replica nella narrazione sulla guerra in Ucraina. L’invasione russa — indubbiamente reale e tragica — è diventata il cavallo di Troia per un racconto univoco e binario, dove tutto ciò che non si allinea al verbo NATO è putinismo.

Non una parola sul colpo di Stato del 2014, non una riga sul massacro di Odessa, sul battaglione Azov, sull’allargamento della NATO a Est nonostante le promesse fatte a Gorbaciov. Ogni tentativo di inserire complessità viene scartato, schernito, ridotto a “propaganda russa”. Il giornalismo ha abdicato al suo compito di vigilanza per diventare ufficio stampa dei governi atlantici.

L’attacco all’Iran e la finta amnesia occidentale

E intanto, mentre ci parlano di sicurezza, Israele bombarda i siti nucleari iraniani con il supporto logistico e tecnologico degli Stati Uniti. E Trump, oggi di nuovo presidente, alza le mani: “Non ne sapevo nulla”. Una menzogna talmente grottesca da non meritare confutazione. Perché in Medioriente, come ben sanno persino i pastori del Golan, nulla si muove senza il benestare degli Stati Uniti.

Eppure anche questa operazione — gravissima, potenzialmente catastrofica — viene relegata ai margini del discorso pubblico. Non ci sono speciali in prima serata, non ci sono appelli alla pace. C’è solo un’altra finestra oscurata. Un’altra rana che si abitua all’acqua bollente.

La guerra invisibile dentro di noi

La vera guerra non si combatte solo a Gaza o a Kiev. Si combatte dentro di noi. È la guerra alle parole. È la guerra alle coscienze. È la guerra che ci vuole spettatori, anestetizzati, indifferenti. È la guerra che fa della neutralità un alibi, della moderazione una forma di viltà.

L’Europa, che doveva essere il continente della memoria, ha imparato a dimenticare. L’Italia, che si dice democratica, è muta davanti al genocidio. E chi parla — chi nomina la realtà per quella che è — viene bollato come estremista, antisemita, o complottista.

La censura oggi non ha bisogno di divieti: basta rendere invisibile ciò che è intollerabile. Basta mescolare i nomi, confondere i numeri, occultare i soggetti. Così il massacro diventa “escalation”, il genocidio diventa “guerra simmetrica”, i bambini diventano “scudi umani”.

Conclusione: Don’t Look Up – l’asteroide siamo noi

In un mondo dove il linguaggio è diventato arma e il silenzio forma di complicità, il paragone con il film Don’t Look Up diventa inevitabile. Nel film, un asteroide sta per distruggere la Terra, ma la maggioranza delle persone, anestetizzate dalla superficialità mediatica, dall’intrattenimento di massa e dalla fiducia cieca nell’autorità, si rifiuta letteralmente di guardare in alto.

Oggi, quell’asteroide non è una roccia dallo spazio. Sono i missili che cadono sulle case a Rafah, sono i bambini palestinesi avvolti nel cemento, è il piano di riarmo europeo, che con parole soporifere, ci sta preparando ad un conflitto contro la Russia, sono le colonne di carri armati al confine russo, sono le basi NATO che spuntano come metastasi, è l’oblio mediatico delle stragi in corso, sono gli attacchi preventivi contro l’Iran mentre si nega l’evidenza, è la censura preventiva dell’indignazione.

E noi? Non guardiamo in alto. Non guardiamo neanche in faccia la realtà. Siamo diventati i protagonisti reali di quel film distopico. Solo che questa volta il finale è nostro. E non è scritto.

È tempo di strappare il velo. Di guardare davvero. Di smettere di dire “non lo sapevamo”. Perché lo sappiamo benissimo. Lo abbiamo sempre saputo. Ma il vero crimine non è ignorare: è sapere e restare in silenzio.

L’ombra lunga del fascismo a stelle e strisce: Trump e la guerra civile annunciata

Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non è una semplice deviazione democratica, ma l’avvento di un vero e proprio regime autoritario, armato, organizzato e pronto a spazzare via ogni residuo di dissenso. Un sistema in cui la forma resta, ma la sostanza è già marcia, corrosa da anni di propaganda suprematista, repressione sistematica e culto della personalità. Il protagonista? Donald J. Trump, volto grottesco di un movimento che ha cessato da tempo di essere una corrente politica per divenire una macchina para-militare, ben sovvenzionata da fondi illimitati, del dominio.

La notizia, rilanciata da Luca Celada, è di quelle che fanno tremare i polsi: Trump ha ordinato la mobilitazione della Guardia Nazionale in California, mandando migliaia di soldati federali a occupare militarmente la città di Los Angeles. Un atto senza precedenti recenti, che viola la sovranità statale e riporta alla memoria le più oscure pagine della storia americana. Non una risposta a un’emergenza reale, ma un’operazione costruita a tavolino per innescare il caos, per scatenare paura, per mostrare i muscoli contro il “nemico interno”: poveri, migranti, sindacalisti, cittadini ribelli.

I fatti parlano chiaro. Convogli blindati, militari dal volto coperto armati fino ai denti con AR-15 e equipaggiamenti da guerra urbana, irrompono nei quartieri popolari, rastrellano lavoratori nei parcheggi dei centri commerciali, fanno irruzione nei distretti industriali, sequestrano decine di uomini senza mandati, senza identità, senza volto. I testimoni parlano di vere e proprie “squadre della morte”, uomini in divise miste, senza gradi né simboli, che sparano gas lacrimogeni e proiettili di gomma su chi protesta, anche solo con un cartello in mano. Gli agenti del regime? “Fascisti!” gridano in strada i manifestanti. E non è una metafora.

Trump non è solo un clown reazionario. È l’incarnazione di un progetto. Un progetto bianco, suprematista, militarizzato. Una visione del mondo che si serve dello Stato per annientare ogni forma di alterità. Una visione che si prepara, con metodo, dal 6 gennaio 2021, quando orde armate e addestrate assalirono il Campidoglio non per caso, ma su mandato implicito di un presidente che aveva già lanciato l’assalto finale alla democrazia. Quel giorno, molti lo scambiarono per una gazzarra di fanatismi. Ma era solo l’inizio.

Oggi assistiamo alla seconda fase. La guerra interna è stata ufficialmente dichiarata. E come ogni guerra, ha bisogno dei suoi nemici: migranti, afroamericani, ispanici, attivisti LGBTQ+, donne, lavoratori organizzati. I numeri parlano chiaro: a Los Angeles vivono oltre 13 milioni di persone, metà delle quali di origine latinoamericana, almeno un milione e mezzo di lavoratori senza documenti. È questa la nuova “minaccia”, il “nemico interno” da deportare, isolare, terrorizzare. In una parola: epurare.

Dietro le quinte, c’è un apparato. Milizie private, corpi paramilitari, estremisti armati che da anni si addestrano nei campi del Midwest, nei deserti dell’Arizona, nelle foreste della Georgia. Trump è il loro comandante simbolico, ma la struttura è autonoma, capillare, ideologizzata. Armi leggere e pesanti, blindati, munizioni da guerra: da dove arrivano? Quali depositi militari sono stati svuotati? Chi fornisce supporto logistico a queste truppe d’assalto? Nessuno indaga. Nessuno ferma questa avanzata.

E mentre l’America sprofonda in un delirio autoritario, l’Europa tace. O peggio, imita. In Italia, lo scellerato Decreto Sicurezza approvato in questi giorni sembra scritto a quattro mani con Stephen Miller, il consigliere xenofobo di Trump. Lo stesso linguaggio, la stessa retorica della “legalità” usata per giustificare la repressione. Anche da noi, presto, potremmo vedere rastrellamenti nei dormitori, fermi arbitrari nei quartieri popolari, deportazioni mascherate da espulsioni amministrative. I segnali ci sono tutti.

Non stiamo assistendo solo alla crisi della democrazia americana. Stiamo vedendo l’affermazione globale di una dottrina post-democratica, in cui il potere esecutivo si trasforma in esercito, la politica in guerra, la cittadinanza in obbedienza. Il progetto di Trump non è finito con il suo primo mandato. È iniziato proprio ora, mentre le città bruciano, i sindacati vengono ridotti al silenzio, e chi grida “ayudenos!” viene rinchiuso nei sotterranei dei tribunali.

Chi non vede il pericolo oggi, sarà suo complice domani. E chi pensa che tutto questo accada “là lontano”, farà presto i conti con la stessa violenza sotto casa. Perché la bestia fascista non conosce confini, né costituzioni. Si nutre di silenzi, di complicità, di paure. E il tempo per fermarla si sta esaurendo.

Fonte delle informazioni: Luca Celada
Stile e denuncia ispirati da TP – Tra Potere e Popolo

Dai frugali ai falchi: l’evoluzione armata dell’austerità europea

Cinque anni possono sembrare pochi, ma in Europa bastano per capovolgere l’intero impianto ideologico di una generazione politica. Dove prima si ergevano le barricate del rigore fiscale, oggi si stendono i tappeti rossi per la corsa agli armamenti. Un tempo erano i campioni dell’austerità, alfieri di una spesa pubblica centellinata, predicatori di sacrifici e tagli. Oggi sono diventati araldi del riarmo, pronti a stanziare miliardi pur di innalzare l’Europa a potenza militare.

Ma cos’è successo davvero ai cosiddetti “frugali”? Quali trasformazioni geopolitiche, economiche e culturali hanno determinato questa svolta, tanto repentina quanto inquietante?

Il Manifesto dei Frugali: il rigore come ideologia

Nel febbraio del 2020, sull’autorevole Financial Times, appariva un documento firmato dai leader di Austria, Danimarca, Svezia e Paesi Bassi – Sebastian Kurz, Mette Frederiksen, Stefan Löfven e Mark Rutte. In esso si delineava una visione severa del bilancio europeo: nessuna sovvenzione a fondo perduto, solo prestiti da rimborsare. Ogni spesa doveva essere temporanea, straordinaria, calibrata secondo i parametri dell’inflazione e della crescita. L’Europa, dicevano, non poteva diventare un’unione di trasferimenti fiscali.

Quel “club dei frugali”, pur minoritario, riuscì a incidere nel dibattito sul Recovery Fund, limitandone in parte la portata redistributiva e ponendo vincoli che ancora oggi influenzano le politiche economiche europee. Il rigore era una bandiera identitaria, una cifra morale, un dogma. E come tale, sembrava intoccabile.

L’inversione: dalla sobrietà al riarmo

Poi è arrivata la guerra. La pandemia aveva già incrinato alcune certezze, ma è con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che il paradigma è definitivamente saltato. Oggi, quegli stessi leader (o i loro successori politici e morali) sono in prima linea nel chiedere di aumentare la spesa militare europea. L’ex frugale olandese Mark Rutte, divenuto segretario generale della NATO, è tra i più attivi promotori della linea dura: più fondi, più armi, più eserciti. Frederiksen non ha dubbi: «Se l’Europa non è in grado di difendersi, il resto cade». Non si parla più di tetti di spesa, ma di missili, deterrenza, difesa comune.

Löfven, da presidente del Partito socialista europeo, ha abbracciato senza esitazioni il piano di sostegno militare a Kyiv, vantando un contributo europeo di oltre 113 miliardi di euro. Kurz, invece, travolto dagli scandali di corruzione, è riparato nel mondo dorato delle startup tecnologiche, fondando un’azienda di cybersicurezza con sede tra Tel Aviv, Vienna e Abu Dhabi: crocevia geopolitici della nuova sicurezza globale.

Il cinismo del potere travestito da pragmatismo

Molti osservatori diranno che cambiare idea è segno di intelligenza. E in parte è vero. Ma quando a mutare non è solo una posizione tattica, bensì l’intero impianto ideologico, il sospetto del cinismo torna ad affacciarsi. Dove finisce la flessibilità, e dove comincia l’opportunismo? È davvero cambiato il mondo – o sono semplicemente cambiati i vantaggi politici ed economici nel seguire un’altra strada?

La risposta non è scontata. L’Europa del rigore era la stessa che chiudeva i porti, che rifiutava il mutualismo fiscale, che celebrava i parametri di Maastricht come fossero tavole della legge. L’Europa di oggi è quella che taglia sulla scuola e sulla sanità, ma aumenta le spese militari. Si chiama “difesa”, ma si traduce in industria bellica, logiche securitarie, militarizzazione del linguaggio e delle politiche.

Un’Unione che spende per la guerra e dimentica la pace

Il passaggio da frugalità a prodigalità bellica non è neutrale. Cambia la fisionomia dell’Unione Europea, la sua identità, i suoi scopi fondativi. Se un tempo l’integrazione europea era fondata sulla pace – quella costruita, come ricordava Spinelli, “sull’acciaio e sul carbone” per evitare nuove guerre – oggi l’integrazione si misura in carri armati, interoperabilità tra forze armate e fondi per l’industria della difesa.

Si impone così una logica pericolosa: quella secondo cui la sicurezza si ottiene solo con la minaccia della forza. È la dottrina del deterrente, del nemico necessario, dell’alleanza armata come unica garanzia di sopravvivenza. Ma così facendo, l’Europa si allontana da sé stessa. Perde la sua anima civile, sociale, democratica.

E qui sta la contraddizione più profonda: i vecchi frugali erano ingiusti, ma coerenti. Oggi, invece, il loro trasformismo armato li rende pericolosi. Perché se ieri dicevano “no” in nome del rigore, oggi dicono “sì” in nome della paura. Ma sempre a spese nostre. E sempre contro le vere priorità dei popoli: lavoro, ambiente, istruzione, diritti.

Conclusione: la nuova ipocrisia europea

Se la pandemia non è bastata a convincere l’Europa a costruire un welfare comune, la guerra sembra invece averla persuasa a costruire un esercito comune. Un dato che dovrebbe far riflettere. Perché significa che la solidarietà esiste, ma solo quando si tratta di armi. Che la condivisione è possibile, ma solo se serve a difendere confini e interessi geopolitici.

E allora, a chi oggi invoca più spesa militare, più fondi comuni per il riarmo, più investimenti nella sicurezza bellica, chiediamo: dove eravate quando morivano i migranti nel Mediterraneo? Dove quando gli ospedali chiudevano per mancanza di fondi? Dove quando i giovani scappavano per mancanza di lavoro e prospettive?

È legittimo cambiare idea. Ma è indegno farlo solo quando cambia il profumo dei soldi e delle lobby. L’Europa armata dei nuovi frugali è un’Europa più ricca d’ipocrisia e più povera di umanità. E questa, oggi, è la nostra vera insicurezza.

Articolo originale di Mario Sommella – Tutti i diritti riservati

Dal sionismo al suprematismo: storia di un movimento politico tra nazionalismo, terrorismo e dominio etnico

Il movimento sionista nacque a cavallo tra il XIX e il XX secolo come risposta al crescente antisemitismo e all’emarginazione degli ebrei nei contesti europei, specialmente nell’Impero russo e nell’Europa centrale. L’idea, maturata inizialmente in ambienti laici e razionalisti, era quella di creare uno Stato nazionale ebraico, una patria sicura per gli ebrei della diaspora. Ma come spesso accade nei processi politici nati da spinte ideali, anche il sionismo si è via via trasformato, frazionato, radicalizzato, fino a dar vita a frange violente, etnocratiche, e in alcuni casi perfino inclini al compromesso con ideologie che apparentemente sembravano nemiche giurate dell’ebraismo.

Le radici: il sogno di uno Stato

Il sionismo prende forma ufficiale con il Congresso di Basilea del 1897, organizzato da Theodor Herzl. La Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano, viene identificata come il luogo deputato al ritorno del “popolo eletto”. Il progetto politico si rafforza nel tempo grazie al sostegno dell’ebraismo internazionale e, nel 1917, alla Dichiarazione Balfour, con cui il governo britannico esprime sostegno all’istituzione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina.

Tra i leader più influenti del sionismo troviamo David Ben Gurion, di origine polacca, che diventerà il primo Primo Ministro dello Stato di Israele nel 1948. Ben Gurion fu una figura centrale del sionismo socialista, ma allo stesso tempo seppe agire con pragmatismo e durezza per unificare sotto un’unica forza militare le molteplici organizzazioni paramilitari che operavano in Palestina contro britannici e arabi.

Le milizie sioniste: nascita del terrorismo politico ebraico

Fin dagli anni ’20, si formarono diverse organizzazioni paramilitari che, con diversi orientamenti ideologici, difendevano e promuovevano con la forza la causa sionista. Le principali furono:
• Haganah (1920): milizia moderata e ufficiale dell’Agenzia Ebraica, divenuta poi la base delle future Forze di Difesa Israeliane (IDF).
• Irgun (1931): gruppo paramilitare sionista revisionista, di ispirazione nazionalista e di destra, responsabile di azioni terroristiche anche contro civili.
• Lehi, noto anche come Banda Stern (1940): frangia ancora più estrema, dichiaratamente anti-britannica, che non esitò a esplorare l’alleanza con la Germania nazista.

Le azioni dell’Irgun, guidato da Menachem Begin (futuro primo ministro israeliano), includono l’attacco al King David Hotel nel 1946, in cui morirono 91 persone. Il Lehi, fondato da Avraham Stern, si spinse ancora oltre, inviando nel 1941 una lettera al regime nazista tedesco per proporre una collaborazione anti-britannica.

Il patto col diavolo: Lehi e il nazismo

Può sembrare paradossale, ma una parte dell’estrema destra sionista tentò di aprire un canale con la Germania hitleriana. Il gruppo Lehi, in un contesto di guerra globale e conflitto contro il Mandato britannico, considerò il Terzo Reich un possibile alleato tattico. In una lettera inviata nel gennaio 1941 alla Cancelleria del Reich, i rappresentanti del Lehi proposero un’alleanza strategica: in cambio del sostegno tedesco per la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, si offrivano a combattere contro gli inglesi.

Nella lettera, il gruppo parlava esplicitamente della possibilità di “una soluzione della questione ebraica” che implicasse la migrazione forzata degli ebrei europei in Palestina, sotto un regime ebraico autoritario e militarizzato. Le idee del Lehi erano intrise di suprematismo: negli scritti ufficiali, gli ebrei venivano descritti come “razza padrona”, mentre gli arabi venivano definiti “razza schiava”. Una retorica razzista, totalitaria, che getta luce su una componente oscura del sionismo militante.

Dalla lotta armata allo Stato: la trasformazione in IDF

Nel 1948, con la nascita dello Stato di Israele, le varie milizie vennero sciolte o assorbite all’interno delle nuove Forze di Difesa Israeliane (IDF). La Haganah divenne il nucleo centrale dell’esercito israeliano, mentre Irgun e Lehi furono ufficialmente disciolti, anche se i loro membri, compresi ex terroristi come Begin e Yitzhak Shamir, divennero figure di primo piano nella politica israeliana.

Il massacro di Deir Yassin del 9 aprile 1948, compiuto da membri di Irgun e Lehi, con il massacro di oltre 100 civili palestinesi, fu un evento spartiacque che segnò la rottura definitiva tra le componenti radicali e il resto della leadership sionista. Tuttavia, il fatto che simili figure siano state successivamente premiate con incarichi di governo e medaglie ufficiali (come il “Nastro Lehi”) testimonia l’integrazione – e la legittimazione – di queste ideologie estremiste nella storia d’Israele.

L’eredità di oggi: suprematismo, etnocrazia e genocidio

L’attuale governo israeliano, egemonizzato da partiti ultranazionalisti e suprematisti religiosi, non è un’anomalia della storia israeliana: è il compimento di una linea ideologica tracciata da decenni. La trasformazione del movimento sionista da ideologia di autodeterminazione a strumento di dominio etnico e religioso ha condotto a un sistema di apartheid e pulizia etnica nei confronti del popolo palestinese. La brutalità dell’esercito israeliano, le punizioni collettive, i bombardamenti su Gaza, le colonie in Cisgiordania, trovano radici profonde nella storia dei gruppi fondatori.

La continuità tra i gruppi terroristi sionisti del passato e l’apparato statale israeliano moderno non è solo simbolica: è strutturale. La violenza come mezzo legittimo di affermazione identitaria, il suprematismo religioso, la negazione dei diritti dell’altro, sono divenuti codici politici accettati. Se oggi assistiamo a un genocidio contro i palestinesi, è anche perché l’ideologia che lo giustifica è stata normalizzata, premiata, e sedimentata nel DNA politico e militare dello Stato di Israele.

Conclusione: l’ombra lunga del revisionismo

Il sionismo, nato per liberare, ha generato strutture di dominio. Nato per proteggere gli ebrei dalla persecuzione, ha partorito ideologie che si sono a tratti alleate con il nazismo pur di ottenere uno Stato. L’orrore del passato non è servito da vaccino: è stato in alcuni casi interiorizzato, trasformato in strumento di controllo, segregazione e annientamento.

Comprendere queste origini non significa negare la complessità della storia ebraica, ma vuol dire smascherare la propaganda che oggi cerca di occultare un disegno politico che va ben oltre la sicurezza: il dominio esclusivo su una terra, a scapito di chi la abita da secoli. Il sionismo, in alcune sue incarnazioni, non è più solo un movimento nazionale: è diventato una teocrazia armata, un suprematismo religioso travestito da democrazia.

E la storia – quella vera – ce lo aveva già raccontato.

“Sfamare gli affamati con le briciole: il genocidio per fame nella Gaza occupata”

In un angolo del mondo devastato dal fuoco e dalla menzogna, si consuma in queste ore uno dei capitoli più infami dell’umanità moderna: l’assedio della fame. Gaza, devastata da mesi di bombardamenti e da un embargo che non lascia scampo, sta morendo lentamente. Ma non solo per le bombe. Sta morendo per fame, per sete, per la sistematica negazione del diritto alla sopravvivenza.

L’ultimo episodio, grottesco e tragico, ha visto una folla disperata assaltare un centro di distribuzione di aiuti umanitari allestito dalla contestata fondazione GHF – braccio operativo del nuovo piano israelo-statunitense per “gestire” gli aiuti, dopo la delegittimazione dell’ONU. Un’operazione tanto pubblicizzata quanto fallimentare. I contractor americani, messi a sorvegliare i punti di consegna come se si trattasse di depositi militari e non di centri di soccorso, hanno aperto il fuoco in aria per disperdere la folla. Ma non c’era nulla da disperdere: c’erano solo corpi denutriti, bambini senza più voce, madri che lottano per una manciata di farina.

Secondo le stime più recenti, oltre un terzo della popolazione non riesce neppure a raggiungere i centri di distribuzione: sono troppo deboli per camminare, o sono tagliati fuori dai percorsi per via dei bombardamenti o delle barriere militari. È una fame pianificata, una morte lenta costruita a tavolino. Questo non è solo un disastro umanitario: è un crimine di guerra, è una strategia genocidiaria che agisce per sottrazione, per deprivazione, spegnendo giorno dopo giorno ogni possibilità di vita.

Le immagini che arrivano da Rafah sono strazianti. I camion arrivano scortati, pochi, blindati, insufficienti. Le ONG internazionali denunciano: gli standard minimi non sono rispettati, i convogli restano bloccati per giorni, mentre Tel Aviv e Washington accusano l’ONU di inefficienza, capovolgendo la realtà. Sono oltre 400 i camion bloccati al valico di Kerem Shalom, mentre nei magazzini le scorte marciscono e nelle strade i bambini cadono per la debolezza.

Nel frattempo, Hamas distribuisce aiuti nei quartieri più colpiti, provando a riempire il vuoto lasciato da una comunità internazionale incapace di agire. Le tensioni tra i gruppi locali e i mercenari armati che presidiano i centri di distribuzione esplodono in violenze. Alcuni saccheggiatori sono stati giustiziati da Hamas, altri sono morti sotto il fuoco israeliano.

E intanto, da Gerusalemme a Damasco, si parla di pace. Una “pace” che si negozia a spese dei morti, con Gaza offerta come pegno per normalizzare i rapporti con Siria e Arabia Saudita. Ma quale pace può nascere se non si pacifica la fame? Se la popolazione muore perché le viene negato un sacco di riso?

Questo è un genocidio che non fa rumore. Un genocidio per fame, un genocidio per abbandono. Un genocidio che si compie ogni volta che un bambino muore con lo stomaco vuoto e il mondo gira la testa dall’altra parte.

Nessuna tregua avrà valore se non parte da un’assunzione di responsabilità: la fame è un’arma, e chi la usa, chi la permette, chi la giustifica, è complice del crimine più grande.

Serve un corridoio umanitario reale, gestito da organismi imparziali e protetto dal diritto internazionale. Ma soprattutto serve la verità: non si può più chiamare “crisi umanitaria” ciò che è a tutti gli effetti una pulizia etnica per inedia.

“Terra bruciata: l’ultima crociata coloniale di Israele in Cisgiordania”

La Palestina sta scomparendo. Non metaforicamente, ma letteralmente. Sotto i nostri occhi, palmo dopo palmo, villaggio dopo villaggio, la terra che da secoli appartiene ai palestinesi viene confiscata, saccheggiata, occupata. Durante il massacro a Gaza, durante i bombardamenti che stanno radendo al suolo scuole, ospedali e interi quartieri residenziali, il governo israeliano sposta il fronte del suo progetto etno-nazionalista sulla Cisgiordania, cuore geografico e simbolico della Palestina.

L’ultimo passo è stato silenzioso, burocratico, invisibile agli occhi del mondo anestetizzato: il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato la prima registrazione formale delle terre della Cisgiordania dal 1967, data dell’occupazione militare. In apparenza un atto amministrativo, nella sostanza un’arma di distruzione etnica. Il registro fondiario sarà nelle mani di Tel Aviv, non dei legittimi proprietari palestinesi. È il preludio alla legalizzazione di ciò che è già stato usurpato con la forza: colonie illegali, avamposti militari, insediamenti che sorgono come metastasi nel corpo vivo della Palestina.

Questo è il volto odierno della pulizia etnica: non più solo bulldozer, ma atti notarili; non solo esercito, ma catasto. Non servono più le ruspe per demolire le case: basta cancellare un nome da un registro, sostituirlo con un altro. È l’apartheid che si fa algoritmo, la colonizzazione che indossa la maschera dell’abuso legalizzato.

Chi tace ora, sarà complice domani. I governi occidentali che continuano a fornire armi, i media che parlano di “conflitto” quando c’è un solo esercito e milioni di civili sotto assedio, gli intellettuali che pesano le parole per non urtare gli equilibri diplomatici: tutti sono parte del meccanismo.

Israele non sta solo punendo Gaza. Sta completando il sogno mai sepolto del sionismo revisionista: l’eliminazione della Palestina dalla geografia e dalla storia.

E lo fa con il silenzio-assenso della comunità internazionale, troppo impegnata a difendere la “democrazia liberale” di Tel Aviv per accorgersi che questa democrazia si fonda sull’apartheid, sull’esproprio sistematico e sullo sterminio culturale di un intero popolo.

Il progetto è chiaro: frantumare la Cisgiordania in enclavi isolate, separare le comunità palestinesi con barriere, posti di blocco, strade per soli israeliani, e infine completare l’annessione de facto, con la benedizione delle leggi dello Stato ebraico. Gaza, con i suoi morti insepolti, serve come monito. Ma è in Cisgiordania che si gioca la partita definitiva: la cancellazione con l’abuso legale e irreversibile della Palestina.

Israele chiama questa operazione “sicurezza”. Ma la sicurezza non può fondarsi sull’umiliazione e sulla negazione dell’altro. È dominio, è apartheid, è colonialismo del XXI secolo. E se l’Europa tace, se gli Stati Uniti firmano assegni in bianco a Tel Aviv, allora saremo ricordati come la generazione che ha assistito inerte a un genocidio annunciato.

La registrazione delle terre in Cisgiordania non è un atto tecnico: è un colpo di grazia alla possibilità di uno Stato palestinese. È la pietra tombale sulla soluzione dei due popoli. È l’istituzionalizzazione del furto, l’appropriazione indebita mascherata da legge, l’esproprio illegale camuffato da norma. Un abuso della legalità, piegata e riscritta per servire un disegno coloniale. Un’operazione in cui la violenza si traveste da burocrazia, e l’oppressione da procedura.

A Gaza si muore tra le macerie. In Cisgiordania si muore di esilio. Di un esilio nuovo, sottile, l’abuso legale. Un esilio dove ti rubano la casa con un timbro, dove ti cacciano con una sentenza. Ma l’effetto è lo stesso: sparire.

Serve alzare la voce, manifestare, chiamare le cose con il loro nome: Israele sta compiendo una pulizia etnica pianificata, con strumenti militari, politici e abusi legali. E se non la fermiamo oggi, domani sarà troppo tardi. Non ci sarà più una Palestina da difendere. Solo archivi, memorie e macerie.

“Se questo non è un genocidio, allora cos’è?”

Gaza, tra distruzione programmata e silenzio complice

Nel mondo delle parole che uccidono o salvano, genocidio è una delle più potenti. Coniata nel 1944 da Raphael Lemkin per descrivere lo sterminio nazista degli ebrei, è oggi incastonata nel diritto internazionale attraverso la Convenzione ONU del 1948. Ma ciò che sta accadendo in Palestina – in particolare a Gaza – può e deve essere chiamato con questo nome.

Secondo l’articolo II della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, genocidio è:

“Qualsiasi atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.”

Un atto che si traduce in:
• Uccisioni sistematiche;
• Lesioni fisiche o mentali gravi;
• Condizioni di vita tese a portare alla distruzione del gruppo;
• Misure per impedire nascite;
• Trasferimento forzato di bambini.

Ora domandiamoci: non è esattamente ciò che sta accadendo ai palestinesi di Gaza?

L’intento genocidario è dichiarato

Non serve scavare nei documenti segreti. Basta ascoltare le parole pubbliche dei ministri del governo israeliano.
• “Gaza deve essere cancellata dalla faccia della terra.” (Bezalel Smotrich)
• “Devono scegliere: espulsione volontaria o morte.” (Itamar Ben Gvir)
• “Stiamo combattendo contro animali umani.” (Yoav Gallant)
• “Gaza va resa inabitabile.” (Giora Eiland)

Non si tratta di scivoloni retorici. Sono dichiarazioni ufficiali, da parte di chi guida uno Stato che dispone del quarto esercito più potente del mondo. Chi pronuncia parole del genere e poi agisce di conseguenza, sta scrivendo il copione di un genocidio annunciato.

Gli atti materiali: la distruzione sistematica
• Oltre 35.000 morti, di cui la maggior parte donne e bambini. La percentuale di minori tra le vittime ha superato il 50%.
• Ospedali, scuole, università rasi al suolo.
• Quartieri interi annientati.
• Assedio totale: niente acqua, luce, carburante, medicinali, né cibo.
• Carestia indotta come arma. Bambini morti di fame a Khan Younis, Rafah, Gaza City.
• Ordini di evacuazione che conducono a bombardamenti su civili in fuga.

Cancellare un popolo dalla geografia, dalla cultura, dalla memoria. Questo è genocidio.

Il giudizio della giustizia internazionale

Il 22 dicembre 2023, il Sudafrica ha portato Israele di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia, accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio.
Il 26 gennaio 2024, la Corte ha riconosciuto la plausibilità delle accuse e ordinato misure provvisorie per prevenire il genocidio.

In altre parole: il genocidio non è più un’ipotesi militante. È sul tavolo della giustizia internazionale.

L’obbligo di chiamarlo per nome

Ogni volta che diciamo “conflitto”, “scontro”, “rappresaglia”, ci stiamo arrendendo a una narrazione ambigua. Ma non c’è ambiguità nei numeri, nelle parole, nei cadaveri minuscoli estratti dalle macerie.

Chiamarlo genocidio non è ideologia. È dovere. Etico, umano, giuridico. È l’unico modo per restare umani di fronte alla disumanizzazione sistematica di un popolo.

Perché se questo non è un genocidio, allora cos’è?