Viviamo immersi in una finzione collettiva, una narrazione anestetizzante che ci ripete ossessivamente: “Non è ancora la Terza guerra mondiale”. Eppure, mentre i cieli del Medio Oriente si illuminano di fuoco e l’Europa si arma come non accadeva dai tempi della Guerra Fredda, ciò che ci viene negato con le parole ci viene urlato con i fatti. La guerra non è alle porte. È già qui. E ha un solo mandante: l’Occidente collettivo.
Non è questione di fatalismo, ma di lucidità. L’aggressione israeliana all’Iran, l’invasione dell’Ucraina trasformata in trincea globale, l’espansione militare della NATO fino alle soglie della Russia, la demonizzazione dell’Iran, della Cina, della Corea del Nord, della Bielorussia, sono solo capitoli diversi di un medesimo libro: quello dell’egemonia armata di un ordine in crisi, incapace di accettare la fine della propria centralità.
La guerra come scelta strategica
Ci troviamo dinanzi a una scelta deliberata, non a un incidente della storia. Di fronte al declino sistemico del dominio americano e del suo blocco atlantico, l’Occidente ha rinunciato alla diplomazia multilaterale e ha scelto la forza. Ha preferito il ferro alla parola, il riarmo alla cooperazione, l’inganno alla verità. Invece di aprirsi al multipolarismo, ha cercato di rigettarlo come un corpo estraneo da espellere con la violenza.
È questo il vero volto della “guerra totale”: un conflitto che non ha confini né limiti, che si estende dal cyberspazio alla propaganda, dalle sanzioni economiche alle incursioni militari, e che si alimenta di menzogne sistematiche. Non ci troviamo di fronte a singole guerre locali, ma a un’unica guerra globale, combattuta a pezzi, per procura, ma con una regia comune. Quella della NATO, del Pentagono, delle lobby del riarmo, del capitalismo che si nutre di distruzione per sopravvivere.
Israele, Palestina e il genocidio silenzioso
Non possiamo più ignorare la realtà più crudele e disumana del nostro tempo: il genocidio in atto contro il popolo palestinese. Gaza è diventata il laboratorio dell’orrore, una prigione a cielo aperto ridotta a cumulo di macerie, dove civili, bambini, anziani e disabili vengono sterminati con l’avallo tacito o entusiasta delle potenze occidentali. L’occupazione militare, la pulizia etnica, i bombardamenti sistematici su ospedali, scuole, campi profughi, sono atti di genocidio deliberati, mascherati da operazioni di sicurezza.
Non si tratta più di conflitto tra due parti. È un massacro a senso unico, giustificato dall’ideologia suprematista che governa oggi Israele, saldamente alleato con l’Impero del Caos. E l’Occidente, invece di intervenire per fermare questa tragedia, si fa scudo e complice, armando, proteggendo, giustificando. L’orrore di Gaza è il cuore pulsante della guerra globale che l’Occidente sta conducendo non solo contro i governi, ma contro i popoli, contro la dignità umana.
Medio Oriente, Ucraina e altri focolai: un unico fronte
Israele, spalleggiata senza remore da Washington e dalle cancellerie europee, ha trasformato Gaza in una distesa di rovine, ha ora puntato i suoi missili contro l’Iran e minaccia di espandere il conflitto al Libano. In parallelo, l’Ucraina continua a essere sacrificata sull’altare della strategia atlantica. Gli accordi di Minsk sono stati, come ormai ammesso dagli stessi protagonisti, solo una cortina di fumo per guadagnare tempo. Tempo per armare, addestrare, e infine scatenare la guerra contro Mosca.
Ma non finisce qui. I focolai si moltiplicano in silenzio. Dallo Yemen martoriato dai bombardamenti sauditi con armi occidentali, alla Somalia dimenticata, dalla Siria ancora sotto attacco, al Sahel destabilizzato da anni di operazioni francesi fallimentari e neocoloniali, fino all’Asia sudorientale, dove cresce la pressione militare su Taiwan e il Mar Cinese Meridionale. Siamo di fronte a un’escalation globale, a una proliferazione di guerre dirette o per procura, alimentate da interessi geoeconomici e dalla paranoia securitaria dell’Occidente.
Tutto è guerra, e tutto è funzionale a un unico obiettivo: impedire la nascita di un ordine mondiale multipolare che possa sottrarsi al giogo dell’impero.
Israele e il culto della morte
L’ultima fase di questa guerra sistemica ha assunto i tratti di un delirio teologico-ideologico. Il devastante attacco all’Iran da parte del governo sionista, psicopatologico nella sua concezione etno-suprematista della storia, non è solo un’operazione militare. È la dichiarazione esplicita di un culto della morte. Un’offensiva genocida che ha come obiettivo l’annientamento dell’altro, non la sua sconfitta. Un attacco chirurgico alla leadership politica e militare iraniana, mirato a decapitare lo Stato e a provocarne il collasso.
Tutto questo è avvenuto con il pieno coordinamento del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che non solo ha dato il via libera all’operazione, ma l’ha anche rivendicata pubblicamente con il suo stile sgrammaticato e infantile. Dietro i suoi post sconclusionati, si cela una strategia glaciale: non trattate, non negoziate, non opponetevi. Accettate il mio accordo o morite.
È lo stesso schema che portò all’assassinio di Qassem Soleimani nel 2020, mentre era in missione diplomatica. È la stessa logica dietro l’eliminazione sistematica dei vertici dell’IRGC e della leadership iraniana, inclusa la misteriosa morte del presidente Raisi e del ministro degli Esteri Abdollahian. È il medesimo copione: colpire, umiliare, sradicare, piegare. Costruire un cambio di regime con il sangue e le macerie.
Un attacco a Teheran significa minacciare direttamente la sopravvivenza dell’intero asse eurasiatico. È una guerra preventiva contro i BRICS, una mossa disperata per impedire l’integrazione economica tra Russia, Cina, Iran, India e America Latina. Il vero obiettivo è spezzare il cuore energetico e geopolitico del Sud globale.
Una guerra preventiva contro i BRICS
L’attacco all’Iran non è soltanto un’aggressione regionale. È parte di una guerra preventiva globale contro il nucleo energetico e strategico dei BRICS. Teheran, infatti, è al centro di corridoi logistici, infrastrutturali ed economici fondamentali per la nuova architettura multipolare eurasiatica, come il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) che connette Iran, Russia e India. Distruggere l’Iran significa minare alla base la connessione tra i tre poli orientali che sfidano la centralità atlantica.
Chiudere lo Stretto di Hormuz, minaccia sempre più concreta, equivarrebbe a un colpo devastante per l’economia globale e segnerebbe la fine della pax petrolifera occidentale. Per questo l’Iran è stato addormentato con false trattative, sedato da promesse diplomatiche, poi colpito quando era più vulnerabile.
Washington, ancora una volta, ha scelto il caos come strategia. E ora siamo sull’orlo del baratro.
Il mito di Trump “pacificatore”
A chi si illudeva che la rielezione di Donald Trump potesse rappresentare una frenata al conflitto globale, i fatti stanno dando una risposta brutale. L’ex tycoon non ha alcuna intenzione di disinnescare l’ordigno planetario innescato dal complesso militare-industriale. Anzi, la sua retorica aggressiva e il suo sostegno incondizionato a Netanyahu stanno contribuendo ad accelerare il collasso del sistema internazionale.
Trump rappresenta, in realtà, la maschera populista dello stesso potere guerrafondaio che oggi domina l’Occidente. Un potere che non conosce dissenso interno, che ha annientato ogni residuo di autonomia politica nelle capitali europee, ridotte a eco sbiadite della Casa Bianca. Anche laddove emergono tensioni tattiche tra Washington, Berlino, Varsavia o Bruxelles, il fine strategico resta lo stesso: mantenere l’egemonia con ogni mezzo, anche quello del terrore.
Il riarmo europeo e la logica dell’apocalisse
Nel marzo scorso, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che dovrebbe far tremare ogni sincero pacifista: un piano di riarmo colossale, che prepara il continente a un conflitto su larga scala non solo con la Russia, ma anche con chiunque sfidi l’unilateralismo occidentale. L’Iran, la Cina, la Corea del Nord, la Bielorussia: tutti “nemici ufficiali” di un’Unione che ha ormai abbandonato ogni pretesa di autonomia diplomatica, trasformandosi in una succursale bellica della NATO.
Il riarmo non è un’opzione, ma una scelta ideologica. Significa sottrarre risorse alla sanità, all’istruzione, alla riconversione ecologica, per investirle nei missili, nei tank, nei droni armati. È la costruzione metodica di una guerra totale che, se non fermata, ci condurrà dritti verso l’autodistruzione.
Contro il blocco della menzogna
Non si può invocare la pace senza schierarsi. Chi oggi si limita a generiche dichiarazioni pacifiste senza denunciare il ruolo della NATO, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, e del sionismo aggressivo di Israele, mente o si autoinganna. Il vero fronte della pace è quello che dice no all’Occidente guerrafondaio, che si oppone al blocco della menzogna e dell’inganno, che smaschera la propaganda di guerra mascherata da informazione.
Questo fronte deve essere ampio, popolare, determinato. Deve includere lavoratori, giovani, intellettuali non allineati, migranti, donne, popoli oppressi. È il tempo di costruire una nuova resistenza planetaria che metta al centro la giustizia e la sopravvivenza, non il dominio e l’annientamento.
Ultima chiamata per l’umanità
L’intero pianeta oggi è ostaggio di un culto della morte. Un culto che si manifesta con un disprezzo assoluto per la vita umana, per il diritto internazionale, per la verità storica. Un culto armato fino ai denti, con accesso illimitato alla potenza nucleare, guidato da fanatici messianici che si autoproclamano “scelti” e considerano chiunque altro un “amalek”, un nemico da annientare.
La guerra non è più una possibilità. È una realtà. La domanda non è se arriverà, ma come e quando finirà. E la risposta, oggi più che mai, dipende da noi.
O reagiamo, o scompariamo.