“Se questo non è un genocidio, allora cos’è?”

Gaza, tra distruzione programmata e silenzio complice

Nel mondo delle parole che uccidono o salvano, genocidio è una delle più potenti. Coniata nel 1944 da Raphael Lemkin per descrivere lo sterminio nazista degli ebrei, è oggi incastonata nel diritto internazionale attraverso la Convenzione ONU del 1948. Ma ciò che sta accadendo in Palestina – in particolare a Gaza – può e deve essere chiamato con questo nome.

Secondo l’articolo II della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, genocidio è:

“Qualsiasi atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.”

Un atto che si traduce in:
• Uccisioni sistematiche;
• Lesioni fisiche o mentali gravi;
• Condizioni di vita tese a portare alla distruzione del gruppo;
• Misure per impedire nascite;
• Trasferimento forzato di bambini.

Ora domandiamoci: non è esattamente ciò che sta accadendo ai palestinesi di Gaza?

L’intento genocidario è dichiarato

Non serve scavare nei documenti segreti. Basta ascoltare le parole pubbliche dei ministri del governo israeliano.
• “Gaza deve essere cancellata dalla faccia della terra.” (Bezalel Smotrich)
• “Devono scegliere: espulsione volontaria o morte.” (Itamar Ben Gvir)
• “Stiamo combattendo contro animali umani.” (Yoav Gallant)
• “Gaza va resa inabitabile.” (Giora Eiland)

Non si tratta di scivoloni retorici. Sono dichiarazioni ufficiali, da parte di chi guida uno Stato che dispone del quarto esercito più potente del mondo. Chi pronuncia parole del genere e poi agisce di conseguenza, sta scrivendo il copione di un genocidio annunciato.

Gli atti materiali: la distruzione sistematica
• Oltre 35.000 morti, di cui la maggior parte donne e bambini. La percentuale di minori tra le vittime ha superato il 50%.
• Ospedali, scuole, università rasi al suolo.
• Quartieri interi annientati.
• Assedio totale: niente acqua, luce, carburante, medicinali, né cibo.
• Carestia indotta come arma. Bambini morti di fame a Khan Younis, Rafah, Gaza City.
• Ordini di evacuazione che conducono a bombardamenti su civili in fuga.

Cancellare un popolo dalla geografia, dalla cultura, dalla memoria. Questo è genocidio.

Il giudizio della giustizia internazionale

Il 22 dicembre 2023, il Sudafrica ha portato Israele di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia, accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio.
Il 26 gennaio 2024, la Corte ha riconosciuto la plausibilità delle accuse e ordinato misure provvisorie per prevenire il genocidio.

In altre parole: il genocidio non è più un’ipotesi militante. È sul tavolo della giustizia internazionale.

L’obbligo di chiamarlo per nome

Ogni volta che diciamo “conflitto”, “scontro”, “rappresaglia”, ci stiamo arrendendo a una narrazione ambigua. Ma non c’è ambiguità nei numeri, nelle parole, nei cadaveri minuscoli estratti dalle macerie.

Chiamarlo genocidio non è ideologia. È dovere. Etico, umano, giuridico. È l’unico modo per restare umani di fronte alla disumanizzazione sistematica di un popolo.

Perché se questo non è un genocidio, allora cos’è?

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