C’è un filo rosso — insanguinato — che lega Hiroshima a Gaza, Baghdad a Teheran, Belgrado a Kiev. Un filo che attraversa il secolo breve, lo supera, e giunge fino a noi, in questo presente dove l’odore di carne bruciata si mescola con l’odore di propaganda. È il filo della guerra permanente, del dominio imperiale, della strategia dello shock elevata a sistema globale.
Quello che oggi viviamo non è un conflitto improvviso, ma l’ultimo atto di una guerra iniziata da tempo. La chiamano Terza Guerra Mondiale, ma in realtà è la prosecuzione della Seconda con altri mezzi e nuovi algoritmi. È la guerra del capitale contro ogni resistenza, la guerra dell’Occidente declinante contro chiunque osi alzare la testa. Un progetto che ha radici antiche, ma che ha trovato nel 1989 — anno simbolo della “fine della storia” — il suo trampolino finale.
Dalla Guerra Fredda al dominio unipolare
Dopo la caduta del Muro di Berlino, il mondo avrebbe potuto imboccare la via della cooperazione multipolare. E invece è stata scelta la strada del dominio unipolare: gli Stati Uniti, autoproclamatisi “poliziotti del mondo”, hanno deciso che ogni ostacolo alla loro egemonia doveva essere rimosso, con le buone o — quasi sempre — con le cattive.
La dottrina Wolfowitz, scritta nei primi anni ’90, fu chiara: impedire l’ascesa di qualsiasi potenza rivale, a qualunque costo. E così cominciò l’assalto. Prima la Jugoslavia, bombardata nel 1999 in nome dell’“intervento umanitario”. Poi l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria. Ogni Paese che tentava di mantenere una sovranità autonoma, veniva etichettato come “dittatura” e aggredito in nome della libertà. Gli eserciti della NATO diventavano crociati laici del nuovo ordine globale.
Nel frattempo, Israele — partner strategico mai discusso — la più grande base militare americana del mondo abitata anche da civili- portava avanti il suo progetto coloniale in Palestina, sotto la copertura permanente degli Stati Uniti e del silenzio europeo. Una lunga operazione di pulizia etnica e annientamento dell’identità palestinese, ora accelerata verso l’obiettivo finale: la totale cancellazione della possibilità di uno Stato palestinese.
Il documento “Clean Break” e la strategia sionista
Nel 1996, un gruppo di neoconservatori statunitensi guidati da Richard Perle consegnò a Netanyahu un piano dettagliato: A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm. Un documento programmatico che prevedeva il rovesciamento dei regimi ostili in Medio Oriente (Iraq, Siria, Iran), la rottura con i processi di pace di Oslo, la supremazia assoluta di Israele nella regione. Quel documento non è rimasto lettera morta: è diventato la stella polare della politica israeliana degli ultimi trent’anni.
Quello che oggi vediamo accadere in Iran — l’operazione “Leone Nascente” — è la prosecuzione di quel disegno. Non c’entra la minaccia nucleare, come ipocritamente sostengono i governi occidentali: c’entra il controllo del Medio Oriente, lo smantellamento di ogni opposizione, la ridefinizione geopolitica della regione sotto il tallone di ferro israelo-statunitense.
L’Europa ridotta a colonia
E l’Europa? Ridotta a colonia intellettuale e militare degli Stati Uniti. Un continente che ha svenduto la propria autonomia strategica in cambio di sicurezza immaginaria. Dal silenzio complice sul genocidio a Gaza all’invio continuo di armi in Ucraina, passando per l’appoggio incondizionato a ogni provocazione israeliana: la UE è ormai un vassallo senza orgoglio. E l’Italia, nel suo piccolo, è la caricatura di questa sottomissione: Tajani, Meloni, Crosetto si muovono come comparse, recitando battute scritte altrove.
Il ministro degli Esteri parla di “diritto alla difesa preventiva”, la premier si allinea a Trump offrendo Roma come teatro di finte trattative, mentre le navi italiane pattugliano i mari come guardie private dell’impero. Nessuno osa dire la verità: che siamo complici di un crimine internazionale, che stiamo alimentando una guerra globale dalle conseguenze potenzialmente apocalittiche.
La dottrina dell’annientamento: Hiroshima 2.0
Siamo entrati in una fase nuova e tragica. Quella in cui non si cerca più la pace, ma la vittoria finale. E per ottenerla, i nostri “alleati” sono pronti a tutto, persino all’uso dell’arma atomica. Lo ha detto chiaramente Netanyahu: l’Iran non deve esistere come potenza nucleare. Ma chi ha nominato Israele giudice supremo del mondo? Chi ha stabilito che possa uccidere generali, scienziati, politici, a migliaia di chilometri da casa, con bombe guidate da intelligenza artificiale? Chi ha dato il via libera a questo omicidio di massa?
La verità è che ci stiamo avvicinando a una nuova Hiroshima. Una Hiroshima digitale, chirurgica, normalizzata. Dove le testate sono lanciate da droni invisibili, dove le vittime non sono mai contate, e dove l’opinione pubblica è narcotizzata da media che parlano solo di “attacchi mirati”, “operazioni preventive”, “minacce alla sicurezza”. Linguaggio da film distopico che è diventato realtà quotidiana.
L’ora più buia dell’umanità
Non siamo più in tempo per scongiurare la guerra. Ci siamo già dentro. Ma possiamo ancora scegliere da che parte stare. Possiamo ancora alzare la voce, gridare che questo sistema è marcio, assassino, terminale. Possiamo ancora rifiutare la logica perversa del dominio, dello sterminio programmato, della civiltà costruita sulle macerie altrui.
Oppure possiamo accettare tutto. Rassegnarci. Fingere che non ci riguarda. Lasciar fare ai “grandi”, come se la loro follia non portasse anche noi al macello.
Ma allora non meriteremo neanche di essere ricordati. Saremo i testimoni muti della fine, gli ultimi cittadini dell’Impero, gli idioti digitali del collasso.
E invece, io continuo a credere che ci sia un’altra strada. Una strada di resistenza, di verità, di insubordinazione morale e culturale. Perché se è vero che stiamo vivendo l’ora più buia, è proprio ora che dobbiamo accendere la nostra luce.