“Sfamare gli affamati con le briciole: il genocidio per fame nella Gaza occupata”

In un angolo del mondo devastato dal fuoco e dalla menzogna, si consuma in queste ore uno dei capitoli più infami dell’umanità moderna: l’assedio della fame. Gaza, devastata da mesi di bombardamenti e da un embargo che non lascia scampo, sta morendo lentamente. Ma non solo per le bombe. Sta morendo per fame, per sete, per la sistematica negazione del diritto alla sopravvivenza.

L’ultimo episodio, grottesco e tragico, ha visto una folla disperata assaltare un centro di distribuzione di aiuti umanitari allestito dalla contestata fondazione GHF – braccio operativo del nuovo piano israelo-statunitense per “gestire” gli aiuti, dopo la delegittimazione dell’ONU. Un’operazione tanto pubblicizzata quanto fallimentare. I contractor americani, messi a sorvegliare i punti di consegna come se si trattasse di depositi militari e non di centri di soccorso, hanno aperto il fuoco in aria per disperdere la folla. Ma non c’era nulla da disperdere: c’erano solo corpi denutriti, bambini senza più voce, madri che lottano per una manciata di farina.

Secondo le stime più recenti, oltre un terzo della popolazione non riesce neppure a raggiungere i centri di distribuzione: sono troppo deboli per camminare, o sono tagliati fuori dai percorsi per via dei bombardamenti o delle barriere militari. È una fame pianificata, una morte lenta costruita a tavolino. Questo non è solo un disastro umanitario: è un crimine di guerra, è una strategia genocidiaria che agisce per sottrazione, per deprivazione, spegnendo giorno dopo giorno ogni possibilità di vita.

Le immagini che arrivano da Rafah sono strazianti. I camion arrivano scortati, pochi, blindati, insufficienti. Le ONG internazionali denunciano: gli standard minimi non sono rispettati, i convogli restano bloccati per giorni, mentre Tel Aviv e Washington accusano l’ONU di inefficienza, capovolgendo la realtà. Sono oltre 400 i camion bloccati al valico di Kerem Shalom, mentre nei magazzini le scorte marciscono e nelle strade i bambini cadono per la debolezza.

Nel frattempo, Hamas distribuisce aiuti nei quartieri più colpiti, provando a riempire il vuoto lasciato da una comunità internazionale incapace di agire. Le tensioni tra i gruppi locali e i mercenari armati che presidiano i centri di distribuzione esplodono in violenze. Alcuni saccheggiatori sono stati giustiziati da Hamas, altri sono morti sotto il fuoco israeliano.

E intanto, da Gerusalemme a Damasco, si parla di pace. Una “pace” che si negozia a spese dei morti, con Gaza offerta come pegno per normalizzare i rapporti con Siria e Arabia Saudita. Ma quale pace può nascere se non si pacifica la fame? Se la popolazione muore perché le viene negato un sacco di riso?

Questo è un genocidio che non fa rumore. Un genocidio per fame, un genocidio per abbandono. Un genocidio che si compie ogni volta che un bambino muore con lo stomaco vuoto e il mondo gira la testa dall’altra parte.

Nessuna tregua avrà valore se non parte da un’assunzione di responsabilità: la fame è un’arma, e chi la usa, chi la permette, chi la giustifica, è complice del crimine più grande.

Serve un corridoio umanitario reale, gestito da organismi imparziali e protetto dal diritto internazionale. Ma soprattutto serve la verità: non si può più chiamare “crisi umanitaria” ciò che è a tutti gli effetti una pulizia etnica per inedia.

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