Ci avevano detto che sarebbe bastato votare, parlare, pregare. Ci avevano illuso che la diplomazia, anche zoppa, sarebbe bastata per scongiurare l’abisso. Invece siamo già dentro. In un conflitto mondiale a pezzi, disseminato come una bomba a grappolo sull’intero pianeta. Un conflitto che ha smesso da tempo di essere un rischio e si è trasformato in certezza. È la Terza Guerra Mondiale, e non è più alle porte: ci dorme accanto.
Le prime avvisaglie erano state ignorate, minimizzate, addomesticate. La retorica della de-escalation, sbandierata a ogni summit, era soltanto un paravento, un velo ipocrita dietro cui si preparavano le mappe dei bombardamenti, le liste di obiettivi umani, le rotte dei droni assassini.
Israele ha colpito. Ancora. Ma questa volta non si è limitato alla Palestina, martoriata e ridotta in polvere da mesi. Ha attaccato direttamente l’Iran, scatenando un’operazione che non è altro che un atto di guerra su scala totale. Duecento obiettivi militari colpiti, vertici militari decapitati, laboratori nucleari distrutti, centinaia di morti. Un’escalation che ha innescato la risposta iraniana, con piogge di missili su Gerusalemme e Tel Aviv. Non servono esperti militari per capire dove stiamo andando: verso il baratro, senza freni, senza morale, senza futuro.
E non c’è innocenza nei governi occidentali. Non c’è ingenuità, ma solo complicità. Gli Stati Uniti sapevano, hanno collaborato, hanno benedetto l’operazione come parte di un disegno più ampio, antico, studiato. Trump gioca al negoziatore di pace mentre stringe la mano insanguinata di Netanyahu. L’Italia, da parte sua, si è schierata senza ambiguità: sostiene Tel Aviv, giustifica l’aggressione definendola “preventiva”, difende “l’esistenza di Israele” come se questo bastasse a legittimare ogni massacro, ogni sterminio, ogni crimine di guerra.
Giorgia Meloni, senza vergogna, offre Roma come tavolo di trattativa tra chi bombarda e chi è bombardato. Non una parola sull’illegalità dell’attacco, non una condanna, non un gesto di indipendenza. Solo la coda tra le gambe e il cappello in mano. La diplomazia italiana è una farsa, un ingranaggio nella macchina di morte a stelle e strisce. E l’Unione Europea? Un guscio vuoto, balbettante, privo di visione, servo delle strategie atlantiche.
È finita. O meglio: è iniziata. L’era della guerra perenne, come l’avevano teorizzata i think tank neocon, ha messo radici nella realtà. Come dice Jeffrey Sachs, non stiamo più giocando con la politica: stiamo giocando con i fiammiferi. I nostri governi — italiani, europei, americani — sembrano bambini incoscienti che bruciano mappe e diplomazie sul tavolo della Storia, incuranti del fatto che il mondo sta per prendere fuoco del tutto.
La cosiddetta “guerra contro il terrorismo” si è trasformata nella guerra contro l’umanità. E non c’è luogo in salvo. La Palestina è già rasa al suolo. L’Iran è colpito al cuore. Il Libano attende il suo turno. L’Ucraina è diventata il laboratorio bellico permanente della NATO. La Russia è incastrata nel pantano. La Cina è sotto tiro con l’embargo tecnologico e l’accerchiamento militare. E nel frattempo, milioni di esseri umani vengono sacrificati come comparse silenziose in questo teatro di morte.
Non c’è più tempo per le analisi tiepide. Non c’è spazio per i “ma anche”, per le sfumature complici, per la viltà intellettuale. O si è dalla parte della vita o si è dalla parte dell’estinzione.
Oggi il mondo è ostaggio di una manciata di criminali che, in nome di un disegno imperiale vecchio di decenni, stanno portando l’umanità verso l’irrimediabile. E il popolo? Ipnotizzato, addomesticato, bombardato da una stampa che ripete le bugie del potere con zelo religioso. Non alza lo sguardo. Non protesta. Non si ribella. Come nel film Don’t Look Up, ma con una differenza tragica: l’asteroide non è metafora, è reale. E sono missili, testate, armi atomiche, soldati, bombe all’uranio impoverito. E noi, noi tutti, chiusi nei rifugi del nostro silenzio, stiamo già morendo. Prima ancora del colpo finale.
Per questo oggi bisogna gridarlo con forza, con coraggio, con disperata lucidità: siamo in pericolo. Tutti. Umani, animali, piante, mari, montagne, civiltà. Il pianeta è sull’orlo dell’autodistruzione e i governi non vogliono fermarsi. Anzi, accelerano. Per avidità, per potere, per delirio.
Noi che vediamo, che sentiamo, che pensiamo, dobbiamo scegliere. Non c’è più tempo per le mezze misure. O si sta con l’umanità o con il disumano. O si accende la coscienza oppure si finisce tra le macerie.
È il tempo dell’insubordinazione morale. È il tempo della verità. È il tempo della resistenza.