“Gaza: la fame, le bombe e il silenzio. Cronaca di un genocidio sostenuto dall’Occidente”

A Gaza non si muore soltanto. Si viene cancellati.
Un’intera popolazione viene inghiottita dalla furia di un esercito che agisce senza limiti, senza pietà, senza vergogna. E il mondo guarda. Commenta, calcola, baratta vite con trattati, condanne con scambi commerciali. Ma non ferma nulla.

Israele, guidato da un Netanyahu sempre più somigliante ai mostri della storia che avremmo dovuto imparare a riconoscere, ha scatenato l’operazione “Carri di Gedeone”, bombardando scuole, ospedali, abitazioni, rifugi di fortuna.
L’ultima atrocità: la scuola Musa bin Nusai, trasformata in cimitero di corpi. Ventidue vittime, tra cui una donna incinta e diversi bambini. In una notte.
E non è un episodio isolato. È la prassi. È la strategia. È la scelta lucida e premeditata di uno Stato che ha fatto del genocidio una politica di governo.

Ma l’orrore non si ferma alle bombe. La fame è diventata un’arma. Una punizione collettiva medievale.
Netanyahu lo ha dichiarato apertamente alla Knesset: i pochi aiuti che lascia passare servono solo a “non far perdere la faccia ai nostri finanziatori”.
Solo per non mettere troppo in imbarazzo gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Canada.
100 camion varcano il confine. Ma ne servirebbero 500 ogni giorno, secondo l’ONU.
Nel frattempo, 14.000 bambini rischiano di morire di fame nelle prossime 48 ore.

Quattordicimila.
Proviamo a fermarci su questo numero. Non scivoliamo via. Non facciamo finta che sia solo un dato.
Ognuno di quei bambini ha un nome, una madre, un sogno, un giocattolo lasciato sul pavimento.
Ognuno era esattamente come i nostri figli.
E sono già ventimila i bambini uccisi sotto le bombe israeliane. Ventimila.
Chi ha il coraggio di giustificare questa strage con il 7 ottobre, commetta un altro crimine: l’assassinio della verità.

L’occidente, ora, “si dice inorridito”.
Francia, Gran Bretagna e Canada dichiarano: “Non staremo a guardare”.
Ma intanto, guardano. E mentre guardano, Gaza brucia.
Londra sospende i negoziati commerciali, Bruxelles discute se congelare gli accordi.
Parole, gesti, simboli.
Ma la fame non aspetta. Le bombe non si fermano. I bambini non resuscitano.

E mentre il mondo ipocrita balbetta indignazione, a Gaza si muore. Ogni ora. Ogni minuto.
Zvi Sukkot, deputato dell’estrema destra israeliana, ha detto in televisione: “100 palestinesi uccisi in una notte? Ormai non importa più a nessuno.”
E non lo diceva per denunciare, ma per vantarsi.
E se davvero non importa più a nessuno, allora il mondo ha già perso.

Non si salva nemmeno Hamas.
Le parole del dirigente Sami Abu Zuhri, che minimizza i morti con un cinico “i martiri saranno rimpiazzati”, hanno scatenato l’ira dei gazawi sui social.
“Siamo solo carburante per le loro guerre.”
Così scrivono. Così si sentono. Traditi dai propri rappresentanti, macellati dal nemico, abbandonati dall’umanità.

E in questo inferno di fuoco, fame e cinismo, la voce dei bambini non arriva.
Non hanno portavoce.
Non hanno un’ONU che li difenda, un Vaticano che li protegga, un’Europa che li salvi.
Hanno solo noi. Le nostre parole. La nostra rabbia. La nostra memoria.

Israele conta i suoi obiettivi.
La comunità internazionale conta le dichiarazioni.
Gaza conta i morti.

E mentre Netanyahu risponde al Regno Unito che “il mandato britannico è finito 77 anni fa”, Gaza ci grida che la vergogna non finirà mai.
Non si cancelleranno quei piccoli corpi strappati alle madri.
Non si dimenticheranno le stanze vuote, le culle spente, gli ospedali senza anestesia dove i medici operano solo con le mani, la disperazione e qualche preghiera.

Questo è un genocidio.
Lo è nei numeri. Lo è nei metodi. Lo è nell’intenzione.
E chi lo nega, chi lo giustifica, chi lo minimizza, è già dalla parte del crimine.

La storia un giorno chiederà conto. E noi, oggi, possiamo solo decidere da che parte stare. Con chi bombarda, affama e uccide.
O con chi, senza più nulla, continua a lottare per un diritto semplice: quello di vivere.

“Sotto lo sguardo dei carri armati: Gaza muore e l’umanità volta le spalle”

A Gaza non si muore più per errore. A Gaza si muore per programma, per volontà politica, per disegno militare, per sadica strategia. La morte non è più una conseguenza collaterale, ma una tattica di guerra deliberata. Il massacro non è più negato, ma rivendicato. E il mondo, l’Europa, gli Stati Uniti, l’Italia — i civilissimi paladini dei diritti umani — continuano a fingere che tutto questo sia normale, inevitabile, tollerabile.

L’offensiva terrestre lanciata dall’esercito israeliano, con il nome biblico e grottesco di “Carri di Gedeone”, è l’ennesimo atto di una tragedia pianificata e perpetuata nel silenzio complice della comunità internazionale. Interi quartieri spazzati via, famiglie in fuga prima ancora che sorga il sole, 150 persone massacrate in poche ore, 55.000 sfollati in un solo giorno. Queste cifre non sono statistiche. Sono vite annientate, sogni calpestati, esistenze spezzate.

A Beit Lahia e Jabalia, il terrore ha un volto: quello di madri che stringono al petto i loro figli, di padri che salutano per sempre la propria casa, di bambini che non piangono più perché hanno già finito le lacrime. Come racconta Hussam Abu Lashem, 21 anni: “Non stiamo scappando, stiamo sopravvivendo”. Parole che dovrebbero risuonare come un pugno nello stomaco a ogni coscienza civile. Eppure, l’indifferenza regna.

L’Italia tace. L’Europa volta le spalle. Gli Stati Uniti finanziano. Israele bombarda.
Questo è l’ordine dei fatti. Questo è il quadro geopolitico reale. Non servono più analisi diplomatiche, non servono più distinguo da editorialisti imbellettati: è un genocidio. E chi tace ne è parte.

A Gaza non esiste più la colazione, non esiste più l’infanzia, non esiste più il domani. L’Ospedale Indonesiano, una delle poche strutture ancora operative nel nord della Striscia, è stato parzialmente chiuso dopo l’ennesimo attacco. I medici — che non possono operare, che vedono morire i pazienti dissanguati — usano “bende e preghiere”. Altro che diritto internazionale: questa è barbarie. Questa è Shoah rovesciata.

Nel frattempo, Israele impone un blocco umanitario totale, impedendo l’ingresso di cibo, medicinali, carburante da oltre 75 giorni. È una tattica medievale, una punizione collettiva degna dei regimi più feroci della storia. Ma mentre tutto questo accade, l’Occidente balbetta parole vuote: “equilibrio”, “cessate il fuoco umanitario”, “diritto alla difesa”. Intanto, l’industria bellica prospera e i contratti con Tel Aviv vengono rinnovati con fervore bipartisan.

E l’Italia?
L’Italia vende armi al carnefice, fornisce silenzio istituzionale e ipocrisia parlamentare. La Presidente del Consiglio Meloni, sempre pronta a ergersi a paladina della civiltà cristiana, non ha pronunciato una sola parola per le madri palestinesi. Il Presidente Mattarella, garante della Costituzione, non ha mai rotto la diplomazia con un atto di dignità morale. Neanche dopo che la Corte Internazionale ha riconosciuto i crimini israeliani come atti di possibile genocidio.

Dove sono finiti i principi dell’antifascismo?
Dove sono i partiti “progressisti”?
Dove sono le piazze che si riempivano per l’Ucraina e oggi ignorano la Palestina?

La verità è questa: il razzismo occidentale non è mai morto. Ha solo cambiato pelle. Oggi è selettivo, utilitarista, algoritmico. E permette a un regime coloniale, suprematista e teocratico come quello di Netanyahu di sterminare un popolo con la benedizione tacita delle democrazie “liberali”.

Lamis Mohammed, madre di quattro figli, racconta la paralisi della paura: “Ogni minuto cambiamo idea: restiamo? partiamo? prepariamo una borsa? La casa è piena di ricordi, ma i bombardamenti sono sempre più vicini”. Le sue parole disarmano ogni retorica. E la sua testimonianza dovrebbe risuonare in ogni aula parlamentare, in ogni redazione giornalistica, in ogni scuola, in ogni chiesa. Ma non succede nulla. Perché il dolore palestinese non è considerato umano, non abbastanza.

Gaza è un campo di sterminio a cielo aperto. E i carri di Gedeone non sono altro che l’ennesima tappa della Soluzione Finale progettata contro il popolo palestinese. Sotto lo sguardo del mondo, senza più vergogna, senza più freni, senza più alcun limite.

Chi resta in silenzio oggi — sia esso leader, intellettuale, giornalista, cittadino — non potrà dire domani “non lo sapevamo”. Perché sappiamo tutto. E chi sa, e non agisce, è complice.

Gaza brucia, l’Occidente osserva. E l’umanità si spegne. Un popolo sterminato in diretta. Un crimine che ci riguarda. Tutti.

Addio a José “Pepe” Mujica, il presidente contadino: un esempio eterno di umanità, giustizia e saggezza politica

Oggi l’umanità intera perde una delle sue voci più limpide, coraggiose e coerenti. Il 13 maggio 2025, nella sua amata casa rurale nei sobborghi di Montevideo, si è spento José “Pepe” Mujica, a pochi giorni dal compiere novant’anni. Con lui non muore soltanto un uomo: si chiude una stagione politica e morale, una pagina luminosa di dignità che resterà scolpita nella storia come rara testimonianza di coerenza, sacrificio e amore per gli ultimi.

Un testimone del dolore, un artigiano della speranza

Guerrigliero, ostaggio, presidente, filosofo. Mujica è stato tutto questo, ma soprattutto è stato un uomo intero, che non ha mai separato ciò che pensava da ciò che faceva. La sua giovinezza fu segnata dalla lotta armata nei Tupamaros contro l’ingiustizia, dalla prigione, dalla tortura, dall’isolamento. Tredici anni nelle celle della dittatura uruguaiana non lo piegarono, ma ne temprarono lo spirito. Ne uscì senza odio, ma con una forza nuova: la forza della compassione, della pazienza, della riflessione. La forza del pensiero che si fa carne.

E quando, con il ritorno della democrazia, la vita gli offrì l’occasione del potere, lui scelse di non diventare potente, ma di essere utile. Con passo lento e parole semplici, divenne presidente della Repubblica e trasformò l’Uruguay in un laboratorio di civiltà: legalizzazione della marijuana, aborto sicuro, diritti LGBTQ+, redistribuzione e giustizia sociale. Ma le sue vere riforme non erano scritte nei codici: erano scolpite nel suo stile di vita. Mujica era la riforma.

Il presidente che visse come la gente

Nessuna scorta, nessuna residenza ufficiale, nessun privilegio. Viveva in una piccola fattoria insieme alla moglie, Lucía Topolansky, anch’ella ex combattente e parlamentare, e alla loro cagnolina Manuela, diventata simbolo silenzioso di una presidenza che non aveva bisogno di parate, ma di esempi. Donava il 90% del suo stipendio ai poveri. Coltivava la terra. Parlava al mondo dal sedile sgangherato di una vecchia Volkswagen celeste.

Quando diceva “essere buoni forse non serve a molto, ma serve a non doversi vergognare davanti allo specchio”, non era una frase da poster, era un frammento della sua verità quotidiana. Ecco perché il mondo lo ascoltava. Perché non mentiva mai. E non recitava mai.

La politica come atto d’amore

In un tempo in cui la politica è diventata spettacolo, cinismo, algoritmi e slogan, José Pepe Mujica è stato una nota stonata e meravigliosa. Non urlava. Non costruiva nemici per esistere. Non accendeva le folle per dimenticare il vuoto dei programmi. Lui coltivava. Idee, fiori, ortaggi, relazioni. La sua politica era un atto agricolo, lento, costante, profondo.

Non ha mai smesso di parlare agli ultimi, ma senza mai cadere nel populismo. Non ha mai rinunciato alla speranza, ma non ha mai venduto illusioni. Ha mostrato che si può essere rivoluzionari con il sorriso, che si può essere radicali senza odio, e profondi senza retorica.

Un messaggio per la sinistra italiana: l’unità come dovere morale e politico

Tra le eredità più preziose che ci lascia, c’è anche una riflessione strategica che oggi dovrebbe far tremare le coscienze di ogni dirigente della sinistra italiana. Mujica lo ha detto senza giri di parole:
“Bisogna imparare a tollerarsi, a negoziare e ad unirsi. La disgrazia della sinistra è che non riesce ad unirsi.”

La sua esperienza politica in Uruguay, alla guida del Frente Amplio, ha dimostrato che non serve un pensiero unico, ma una disciplina collettiva capace di tenere insieme anime diverse. Serve tolleranza, pragmatismo, dialogo costante. Perché – diceva – “la gente sostiene solo chi le dà l’impressione di poter fare veramente qualcosa”. E per essere forti, i deboli devono unirsi.

Non grandi teorie, ma soluzioni concrete ai problemi di ogni giorno: il lavoro che manca, la sanità che crolla, l’abitare che costa troppo, i giovani che se ne vanno. Mujica credeva in una sinistra capace di fare, non solo di spiegare. Una sinistra che cammina compatta, anche se al suo interno ci sono differenze, perché la disciplina e il rispetto reciproco sono la vera chiave per cambiare le cose. La sua lezione è un faro per tutte le forze progressiste italiane oggi disorientate: non c’è cambiamento possibile senza unità e senza capacità di mediazione.

Un’eredità che ci interroga

Oggi lo piangiamo, ma sappiamo che Pepe Mujica non è morto davvero. Perché le vite come la sua non finiscono: si moltiplicano. Nelle mani di chi lotta per la giustizia, nei gesti silenziosi di chi serve senza pretendere, nelle parole di chi non ha paura della verità.

La sua morte, che arriva pochi giorni dopo quella di Papa Francesco, segna forse la fine di un’epoca. Un’epoca in cui si poteva ancora credere nella forza della coerenza, nella bellezza della sobrietà, nella politica come cura degli altri. Ora tocca a noi raccogliere il testimone, con l’umiltà e il coraggio che lui ha incarnato fino all’ultimo giorno.

Onore al presidente contadino.
Che la tua voce, Pepe, continui a risuonare nelle nostre coscienze.
Abbiamo visto, con i nostri occhi, che un altro mondo è possibile.
Perché tu l’hai vissuto. Tu lo sei stato.

Trump, il re del conflitto d’interessi: la nuova era del fascismo neoliberale made in USA

C’è un filo rosso che lega Silvio Berlusconi a Donald Trump. Un filo fatto di affari personali intrecciati al potere politico, di patrimoni gonfiati all’ombra delle istituzioni, di democrazia deformata in funzione privatistica. Ma se l’Italia ha fatto da laboratorio, gli Stati Uniti oggi rappresentano la versione “industriale” del conflitto d’interessi: un modello non più occulto, ma sfacciatamente rivendicato, difeso, celebrato.

Nel solo primo quadrimestre del secondo mandato, Donald Trump ha raddoppiato il suo patrimonio personale, passando da 2,3 a 5,1 miliardi di dollari. Il meccanismo è semplice: l’ufficio più potente del mondo come piattaforma pubblicitaria permanente della propria rete di business. I confini tra politica e profitto sono stati dissolti. E ciò che resta è un mostro giuridico e morale che minaccia la stessa idea di repubblica democratica.

I dati raccolti dalla ONG Citizens for Responsibility and Ethics in Washington parlano chiaro: 3.740 casi di conflitto d’interesse nel primo mandato; una media già superata nel secondo, grazie all’uso sistematico di proprietà private per eventi politici, soggiorni istituzionali e campagne promozionali. Ora si aggiunge l’universo delle criptovalute, un terreno nuovo e normativamente fragile su cui Trump ha edificato un impero parallelo, con memecoin personali ($Trump e $Melania), una stablecoin con investimenti da Abu Dhabi e una partecipazione di controllo in un exchange quotato, World Liberty Financial. Il tutto mentre la sua amministrazione demolisce ogni forma di vigilanza e caccia i funzionari scomodi.

Nel cuore di questo sistema di potere c’è la figura del presidente-imprenditore, che non governa per la collettività ma per sé stesso, che non rappresenta una nazione ma un brand globale. Gli immobili firmati Trump, i resort di lusso a Dubai e nel Golfo Persico, la piattaforma Truth quotata al Nasdaq, i documentari su Melania pagati da Amazon, le cause miliardarie intentate contro i colossi dei media: ogni tassello compone il mosaico di un capitalismo predatorio che fagocita la democrazia.

Ma il dato più inquietante è la strategia comunicativa e repressiva che accompagna questo disegno. Il recente viaggio in Medio Oriente, il primo nella storia a escludere le principali agenzie di stampa a bordo dell’Air Force One, segna uno spartiacque: Trump non si limita a strumentalizzare la presidenza, la trasforma in un feudo personale. A bordo con lui, anziché giornalisti, ci sono Mark Zuckerberg, Elon Musk, Sam Altman, Larry Fink: una corte di tecnocrati e miliardari pronti a siglare accordi su armi, infrastrutture, criptovalute, a porte chiuse, lontano da ogni controllo democratico.

Nel frattempo, mentre si discute di piani di “ricostruzione” della Striscia di Gaza come futuro resort, e si negoziano tregue con Hamas in cambio di aperture di mercato, Trump consolida un potere fondato non sulla Costituzione, ma sul culto della personalità e sull’impunità.

Il suo autoritarismo non è folclore, è prassi sistematica. Il recente arresto del sindaco di Newark per aver protestato contro un centro di detenzione per migranti – illegale secondo le leggi locali – è solo la punta dell’iceberg. A seguire, l’arresto di una giudice della contea di Milwaukee per aver applicato correttamente la legge impedendo un’arresto ICE senza mandato. La criminalizzazione del dissenso è ormai legge non scritta. Le sanctuary cities vengono private di fondi federali. Gli studenti che manifestano contro il genocidio in Palestina vengono espulsi o detenuti arbitrariamente. La Costituzione è interpretata come ostacolo. L’habeas corpus è diventato una variabile opzionale.

Trump non è solo un presidente. È il capofila di una mutazione genetica del potere occidentale: dalla democrazia rappresentativa al feudalesimo neoliberale, dove chi è eletto usa il potere non per servire, ma per arricchirsi, zittire, reprimere. La sua frase – “Chi salva l’America, non può violare la legge” – non è un lapsus, ma la nuova dottrina dell’eccezione permanente: il capo ha sempre ragione, anche quando distrugge le regole.

La domanda, oggi, non è più “se” Donald Trump sia un pericolo per la democrazia. Ma “quando” l’Occidente si accorgerà di essere già entrato in un nuovo paradigma autoritario. Un fascismo in giacca e cravatta, con le cripto al posto delle divise, le piattaforme al posto dei partiti, la paura al posto del diritto.

E noi, che ci diciamo ancora figli dell’Illuminismo, della libertà, dei diritti civili, siamo pronti a reagire? O resteremo spettatori di una storia che abbiamo già visto, ma che stavolta potremmo non riuscire a riscrivere?

“La Vittoria Perduta: Ottant’anni dopo, il 9 Maggio ci parla ancora di guerra”

L’aria dovrebbe essere di celebrazione, le piazze unificate dal ricordo, le coscienze accomunate dal sacrificio. E invece, l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, celebrato il 9 maggio 2025, si presenta come una ricorrenza spaccata, avvolta in una nebbia di memorie selettive, interpretazioni geopolitiche divergenti e tensioni che sembrano riproporsi sotto nuove forme.

Sir Alan Brooke, feldmaresciallo britannico, annotava nei suoi diari di quei giorni una stanchezza talmente profonda da svuotare persino la gioia per la pace raggiunta. Le sue parole non sono un dettaglio: sono il sintomo di un mondo che non riesce a chiudere davvero le proprie ferite. La guerra, infatti, non terminò con una firma. Terminò in modo incerto, con sospetti, disillusioni e nuove minacce. Come se la fine di un incubo aprisse soltanto la porta a un sonno ancora più inquieto.

Le dinamiche di quei giorni rivelano uno scollamento profondo tra la realtà militare e quella ideologica. I vertici tedeschi cercarono disperatamente di arrendersi alle forze occidentali, coltivando l’illusione che, una volta eliminato Hitler, sarebbe potuta nascere una nuova alleanza contro il nemico comune: l’Unione Sovietica. Un sogno folle e velenoso, alimentato da anni di propaganda nazista che, crollato il mito della razza superiore, si reinventava come difesa estrema di un’Europa “libera” dal bolscevismo.

Questa illusione, incredibilmente, trovò eco anche in alcune menti occidentali. Winston Churchill stesso, uomo di visioni lucide e contraddizioni brucianti, accarezzò fugacemente l’idea di uno scontro post-bellico con Mosca. Ma la realtà – fatta di generali stremati, opinioni pubbliche ostili a nuove guerre e il riconoscimento del ruolo cruciale dell’Armata Rossa nella sconfitta del nazifascismo – pose fine a quelle fantasie.

Tuttavia, il seme della sfiducia era già piantato. E da quel seme sarebbe cresciuta la Guerra Fredda. Le tensioni di maggio 1945 – la diffidenza tra alleati, la gestione disomogenea della resa tedesca, la lotta ancora viva sul fronte orientale e le violenze a Praga – furono il preludio all’installazione della “cortina di ferro”. L’illusione di una pace duratura fu, per molti, solo un velo sottile sopra un campo minato.

La firma della resa a Reims il 7 maggio e la successiva ratifica a Berlino il 9, voluta da Eisenhower per sancire l’universalità della capitolazione, doveva essere il sigillo della fine. In realtà divenne l’inizio di una disputa di memorie. L’8 maggio divenne la data simbolo per l’Occidente – ma è una data che oggi pochi ricordano, fatta eccezione per la Francia. Il 9 maggio, al contrario, è diventato in Russia la “Festa della Vittoria”, con parate monumentali e simbolismi sempre più intrecciati con il nazionalismo e la nostalgia imperiale.

Ci si interroga dunque: fino a che punto la celebrazione russa è memoria autentica e quanto invece è narrazione politica? Quanto è ancora viva la gratitudine per i 27 milioni di morti sovietici e quanto invece si tratta di un’autocelebrazione del potere?

Il tempo, si sa, trasforma tutto. Ma in questo caso, il tempo sembra avere frantumato anziché sedimentato. La commemorazione dell’ottantesimo anniversario della fine della guerra in Europa è oggi un mosaico di visioni inconciliabili, dove la pace non è più solo una conquista da onorare, ma un concetto da difendere ogni giorno contro le riscritture del passato e le tentazioni del presente.

Il sogno espresso da Alan Brooke – “imparare ad amare gli altri come noi stessi” – resta tragicamente lontano. Ma non è un sogno da archiviare. È un invito, oggi più che mai urgente, a guardare indietro non per nostalgia, ma per evitare che la Storia, ancora una volta, cambi maschera e ci sorprenda.

Il Panico Morale e il Genocidio in diretta: la disfatta dell’Occidente e il coraggio della verità

C’è un silenzio che urla. È quello dell’Occidente davanti al genocidio in diretta del popolo palestinese. Un silenzio ipocrita, intriso di panico morale e codardia politica, che avvolge come una cappa tossica le redazioni giornalistiche, i parlamenti europei, le università, i talk show e perfino quei movimenti che un tempo si definivano “progressisti”. Un silenzio così denso da sembrare complice. Anzi, lo è. Perché oggi tacere su Gaza, sulla pulizia etnica in Cisgiordania, sul sistematico annientamento di una popolazione, non è più una svista né una distrazione: è una scelta politica.

Lo ha scritto con lucidità Ilan Pappé, storico israeliano e voce coraggiosa in un deserto di conformismo: la complicità occidentale non è nuova, ma oggi è più grave che mai. Perché non ci sono più scuse. Non viviamo nell’epoca della censura totale o dell’informazione scarsa. Viviamo nel tempo dell’accesso istantaneo, delle immagini satellitari, dei corpi smembrati sotto le macerie condivisi in tempo reale. Sappiamo tutto, vediamo tutto. E scegliamo di voltare la testa.

L’Occidente che ha paura di se stesso

Per comprendere la natura di questo silenzio dobbiamo scavare sotto la superficie. Non si tratta solo di propaganda sionista o di pressione lobbistica, sebbene entrambe abbiano un ruolo strutturale. Il problema è più profondo, culturale e persino psichico: l’Occidente non riesce a guardare Gaza perché Gaza è lo specchio delle sue ipocrisie più intollerabili.

Il panico morale – concetto ripreso da Pappé – è la paura di confrontarsi con la verità quando questa mette in discussione l’identità costruita su un mito: quello dell’Occidente come paladino dei diritti umani, della democrazia, della civiltà. Ma se riconosci che Israele sta compiendo un genocidio, devi riconoscere anche che tu – come Stato, come partito, come giornalista, come cittadino – ne sei complice. Devi fare i conti con i miliardi in armi, con le coperture diplomatiche, con il lessico disumanizzante che riduce un popolo a “terroristi”, “scudi umani” o semplicemente “danni collaterali”.

Questo è il terrore che paralizza le classi dirigenti occidentali. Non la paura dell’antisemitismo – comoda foglia di fico agitata da chi non tollera critiche a Israele – ma il timore di dover riscrivere la narrazione fondativa dell’Occidente contemporaneo. E così, da New York a Berlino, da Parigi a Bruxelles, le parole si fanno ambigue, le condanne a senso unico, e il diritto internazionale diventa un’arma a geometria variabile.

Il Partito Democratico e l’arroganza imperiale

Negli Stati Uniti, la situazione è ancor più esplicita. Il Partito Democratico, che si riempie la bocca di giustizia sociale e diritti civili, ha abbandonato Gaza sotto le bombe. La sua amministrazione ha armato Israele, coperto le sue atrocità, boicottato le risoluzioni ONU e represso duramente le proteste studentesche filo-palestinesi. Non stupisce che molti giovani progressisti, arabo-americani e attivisti abbiano voltato le spalle a Biden: non si perdona la complicità con il genocidio. E forse proprio questa cecità morale, più del carisma fanatico di Trump, è stata la vera condanna dei democratici alle urne.

Giornalismo inginocchiato e intellettuali anestetizzati

Se c’è un luogo dove il panico morale si manifesta in tutta la sua bassezza, è nel giornalismo mainstream. Quando Ramzy Baroud ha perso 56 membri della sua famiglia a Gaza, nessun grande quotidiano occidentale ha pensato di intervistarlo. Nessuna prima pagina, nessun editoriale. Al contrario, una fake news su presunti legami del suo giornale con Hamas ha fatto il giro del mondo. Questo squilibrio di empatia, questa gerarchia dell’umano, non è solo una distorsione informativa: è una forma di disumanizzazione strutturata.

L’intellettuale che scrive di libertà ma tace su Rafah è un ipocrita. Il professore che analizza Foucault ma evita di parlare di apartheid in Cisgiordania è un codardo. Il direttore che pubblica editoriali contro la Russia ma ignora l’uso del fosforo bianco su ospedali palestinesi è un complice.

La repressione come sintomo

E poi c’è la repressione. Il caso Ali Abunimah, arrestato in Svizzera per la sua attività giornalistica. Gli studenti universitari sospesi, minacciati, aggrediti per aver osato sostenere la Palestina. La giornalista Mary Kostakidis processata in Australia per aver detto la verità. Tutto ciò non è altro che il riflesso di un sistema che, nel panico, risponde con l’uso della forza. Non potendo più negare, cerca di zittire.

Ma ogni manganello, ogni censura, ogni licenziamento alimenta la contro-narrazione. Ogni corpo umiliato nei campus americani, ogni bocca tappata nei telegiornali europei, rende più forte quella comunità globale che rifiuta di cedere al panico morale.

Il coraggio della verità

Non tutti si sono piegati. In ogni angolo del mondo, c’è una nuova resistenza morale che cresce. Non sempre parla dai salotti televisivi o dalle aule universitarie, ma urla nelle piazze, nei collettivi, nei podcast indipendenti, nei post censurati sui social. È composta da donne e uomini che hanno scelto la verità, nonostante il prezzo da pagare.

Questa è oggi la sfida: rompere il panico, spezzare il ricatto del silenzio, mettere il nome giusto alle cose. Quello che accade a Gaza è genocidio. Quello che Israele compie è una pulizia etnica sistematica. Quello che l’Occidente fa – tacere, armare, coprire – è complicità attiva.

Verso una Palestina libera

La lotta per la libertà del popolo palestinese non può più attendere i tempi lenti della diplomazia o la timidezza delle opinioni pubbliche anestetizzate. Serve una rete globale di coscienze, una nuova internazionalizzazione della lotta anticoloniale. Una lotta che parte dal coraggio di dire ciò che è giusto, anche se impopolare. Anche se scomodo. Anche se ti costa.

Chi tace oggi, domani sarà giudicato. E non ci sarà alibi. Né la paura, né la carriera, né le accuse di antisemitismo costruite ad arte salveranno chi ha scelto di girarsi dall’altra parte.

Perché nel tempo dell’evidenza assoluta, chi tace è complice.

Mario Sommella è attivista, scrittore e coordinatore responsabile delle politiche sociali e disabilità di Azione Civile. Da anni si occupa di giustizia sociale, diritti civili, comunicazione politica e Palestina.

Israele, la menzogna come dottrina: un secolo di propaganda e colonialismo

C’è un libro che nessun grande quotidiano italiano ha recensito. Una raccolta di verità scomode e parole impronunciabili nell’epoca dell’informazione disciplinata: Israël. Les 100 pires citations, scritto da Jean-Pierre Bouche e Michel Collon. Pubblicato nel 2023 grazie al sito investigativo Investig’action — amministrato dallo stesso Collon — il testo squarcia il velo su uno degli apparati propagandistici più sofisticati e longevi del nostro tempo: quello sionista. Non è una lettura per animi tiepidi. È un martello che abbatte i miti fondativi, le menzogne reiterate e i postulati ideologici con cui Israele ha giustificato, per oltre un secolo, l’espulsione e la soppressione sistematica del popolo palestinese.

La funzione di questo libro non è solo quella di mostrare ciò che Israele fa — genocidio compreso — ma di risalire alla fonte: ciò che Israele pensa davvero. Non la facciata mediatica, ma il pensiero politico profondo dei suoi fondatori, ministri, generali e ideologi. Dai testi sionisti del XIX secolo alle dichiarazioni dei leader militari odierni, Collon e Bouche svelano un progetto coloniale strutturato, esplicito e coerente nella sua brutalità. Un progetto che nulla ha da invidiare alle passate imprese dell’imperialismo europeo.

Dal sionismo messianico al colonialismo armato

A chi sostiene ancora che criticare il sionismo equivalga ad antisemitismo, va ricordato che i palestinesi, come gli ebrei, sono semiti. La critica non è rivolta all’identità ebraica, ma a un disegno politico intriso di messianismo, suprematismo etnico e dottrina coloniale. Un progetto che si pone come prolungamento delle pulsioni imperiali dell’Occidente e che ha trovato alleati insospettabili: dal Regno Unito del Mandato alla Germania nazista.

Collon, da anni impegnato nello smascherare le manipolazioni ideologiche delle guerre umanitarie, evidenzia come la propaganda israeliana — così come quella delle potenze NATO — agisca sulle emozioni per anestetizzare la ragione. L’orrore, l’indignazione, il raccapriccio vengono utilizzati come leve per giustificare massacri preventivamente decisi, presentandoli come risposte difensive.

Il potere della parola: da Herzl a Netanyahu

È nel linguaggio che si costruisce l’impalcatura ideologica dell’oppressione. E il libro di Collon e Bouche è una miniera di citazioni che inchiodano Israele al suo stesso pensiero. Cosa pensava davvero Theodor Herzl, padre fondatore del sionismo? Nel 1896, scriveva:

“Dovremo espropriare con dolcezza la proprietà privata nelle terre che ci saranno assegnate […] Inciteremo la popolazione sprovvista di mezzi a varcare il confine […]. L’espropriazione e la cacciata dei poveri dovranno essere fatte con discrezione e circospezione”.

Un progetto coloniale lucido, pianificato, mascherato dietro la retorica del “diritto a una patria”. Ma che diritto può fondarsi sull’espulsione dell’altro?

La benedizione dell’Impero: Churchill, Hitler e il business della deportazione

A rafforzare il disegno sionista fu l’abbraccio del potere imperiale britannico, sintetizzato da Winston Churchill nel 1920:

“Se durante i nostri giorni sulle rive del Giordano venisse creato uno Stato ebraico sotto la protezione della Corona britannica […] sarebbe vantaggioso da ogni punto di vista”.

Persino la Germania nazista, come rivelato in una circolare del 1934, considerava il sionismo compatibile con i suoi obiettivi:

“L’emigrazione degli ebrei tedeschi sarà attivamente promossa d’ora in poi dal governo nazionalsocialista […]. Le autorità ufficiali tedesche collaborano pienamente […] nella promozione dell’emigrazione in Palestina”.

Questa convergenza si materializzò nell’Accordo Haavara, firmato nel 1933, che facilitava l’esodo ebraico in Palestina in cambio di esportazioni tedesche. Un esempio perfetto di come il sionismo, pur proclamandosi difensore degli ebrei, abbia negoziato anche con i loro carnefici per accelerare la colonizzazione della Palestina.

La Dottrina Annibale e la narrazione del 7 ottobre

L’analisi di Collon e Bouche tocca il punto più sensibile della propaganda israeliana: la gestione narrativa del 7 ottobre. I media occidentali hanno offerto una versione univoca dell’attacco: un massacro barbarico compiuto da Hamas contro civili innocenti. Ma la realtà, come sempre, è più complessa.

Non solo Hamas, ma anche altre formazioni della resistenza palestinese hanno preso parte all’offensiva, rivolta principalmente contro obiettivi militari. E, come ammesso dallo stesso generale Yoav Gallant, fu applicata la Dottrina Annibale: sparare anche su civili israeliani per evitare prigionieri nelle mani dei palestinesi. I danni rilevati — auto bruciate, strutture distrutte — non sembrano compatibili con le armi leggere della resistenza. E, come riportato da Haaretz, metà dei morti erano militari o agenti.

I bambini decapitati e le bugie mediatiche

Il caso delle presunte decapitazioni di 40 neonati è l’esempio più eclatante di manipolazione emotiva. Diffusa da media controllati dal miliardario franco-israeliano Patrick Drahi, la notizia — priva di prove, alimentata da testimonianze inaffidabili — è stata ripresa in prima pagina da quasi tutta la stampa italiana. Poi la smentita, sottovoce, da parte dell’esercito israeliano stesso: nessuna prova concreta. Ma il danno era già fatto.

Così si giustifica il genocidio: con il sangue finto dei “bambini nostri” per coprire quello reale dei “bambini loro”. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, sono oltre 15.600 i bambini palestinesi uccisi dopo il 7 ottobre. Uno ogni 15 minuti. Una contabilità dell’orrore che trova giustificazione solo nell’ideologia della disumanizzazione.

L’anima orientale da estirpare: suprematismo e sionismo

L’ultima citazione, forse la più rivelatrice, viene da Zeev Jabotinsky, teorico sionista filofascista:

“Andiamo in Palestina […] per spazzare via completamente ogni traccia dell’anima orientale”.

Non è solo colonialismo: è razzismo culturale. È la negazione della possibilità che l’ebreo possa essere orientale, arabo, palestinese, simile al luogo in cui vive. È il rigetto dell’integrazione, dell’ibridazione, della convivenza.

Conclusione: la realtà dietro la maschera

Quello che emerge da queste “100 peggiori citazioni” è l’essenza stessa dello Stato israeliano: un progetto coloniale fondato sulla pulizia etnica, la menzogna sistemica, la propaganda emozionale. Un progetto sostenuto dalle potenze occidentali, che hanno trovato in Israele il perfetto bastione del proprio dominio geopolitico in Medio Oriente.

In un mondo dove la menzogna è diventata politica di Stato e la verità è relegata ai margini del dibattito pubblico, il lavoro di Collon e Bouche non è solo necessario: è urgente. Perché non può esserci pace senza verità, né giustizia senza memoria.

Droni sul mare della vergogna: Israele attacca la Freedom Flotilla in acque internazionali. Un altro crimine sotto gli occhi chiusi dell’Europa

Il cielo sopra il Mediterraneo ha rivelato, ancora una volta, il volto crudo dell’impunità internazionale. Nella notte tra il 1° e il 2 maggio 2025, una nave umanitaria della Freedom Flotilla Coalition, impegnata nel portare aiuti a Gaza, è stata colpita due volte da un drone mentre navigava in acque internazionali, a 14 miglia dalle coste maltesi. A bordo della “Conscience”, partita dalla Tunisia, si trovavano 12 membri dell’equipaggio e 4 volontari. Nessuna vittima, ma il messaggio è stato chiaro come una sentenza: chi prova a infrangere il blocco di Tel Aviv, anche solo per soccorrere i civili assediati, è nel mirino.

Il raid, che ha provocato un incendio ed  uno squarcio nello scafo e distrutto un generatore, è stato seguito dal soccorso della marina di Malta. L’equipaggio ha rifiutato l’evacuazione e ha scelto di rimanere a bordo, riaffermando la determinazione di portare il proprio messaggio a Gaza: rompere l’assedio, denunciare l’ingiustizia, affermare la legalità internazionale.

Israele non ha rivendicato l’attacco, ma nemmeno lo ha smentito. I media israeliani parlano di “mano probabile” di Tel Aviv, e un aereo C-130 militare è stato tracciato in missione tra Israele e Malta. Intanto, come da copione, una fonte occidentale anonima ha rilanciato la classica narrazione: “La Flotilla è organizzata da Hamas”. L’accusa, infondata e sistematicamente ripetuta per ogni forma di solidarietà umana verso i palestinesi, è servita su un vassoio mediatico per legittimare l’illegalità.

Ciò che è avvenuto non è solo un attacco armato. È un atto di pirateria di Stato. È la violazione del diritto internazionale del mare, dell’inviolabilità delle acque neutrali, del principio fondamentale dell’assistenza umanitaria. È l’ennesimo capitolo del suprematismo teologico che guida il governo israeliano, il quale – al riparo da ogni sanzione – agisce come potenza sovrana al di sopra di ogni legge. Non si tratta più di autodifesa. Si tratta di dominio, intimidazione, punizione preventiva verso chi osa sfidare il regime di apartheid istituzionalizzato.

E l’Europa? Ancora una volta in silenzio. Un silenzio complice, vigliacco, colpevole. Mentre la Freedom Flotilla bruciava, mentre Gaza continua a seppellire i suoi figli sotto le macerie, Bruxelles preferisce abbassare lo sguardo, rifugiandosi in una neutralità ipocrita che odora di vigliaccheria diplomatica e interessi economici. Le istituzioni europee non hanno solo mancato di condannare l’attacco: non hanno nemmeno convocato gli ambasciatori israeliani, non hanno avviato alcuna indagine, non hanno emesso sanzioni. La legalità internazionale, così tanto sbandierata in altri scenari geopolitici, qui scompare come nebbia al sole.

Greta Thunberg, che avrebbe dovuto essere a bordo della nave, ha definito il bombardamento un “crimine di guerra”. Le sue parole pesano come macigni in un deserto di voci. E ci riportano a un’altra tragica notte: quella del 31 maggio 2010, quando la marina israeliana attaccò la “Mavi Marmara”, uccidendo nove attivisti turchi. Da allora, nulla è cambiato. Solo il silenzio è diventato più denso.

Siamo al massimo grado dell’illegalità normalizzata. Israele bombarda navi umanitarie senza alcuna conseguenza. L’Europa assiste, ammutolita. Gli Stati Uniti coprono, come sempre. E i palestinesi continuano a morire in quel lager, a cielo aperto che è Gaza. Non è più tempo di ambiguità: chiamare apartheid l’apartheid, crimine di guerra il crimine di guerra, complicità la complicità.

Se la civiltà del diritto non riesce a tutelare neppure una nave umanitaria in acque internazionali, allora siamo già oltre la soglia del disonore. Siamo nel tempo della barbarie legalizzata. E il silenzio degli Stati europei sarà ricordato, un giorno, come la più vergognosa delle complicità.

“Lo sterminio in diretta: il volto genocida di Israele e il silenzio complice dell’Occidente”

In Palestina non si sta combattendo una guerra. In Palestina si sta compiendo, con sistematica brutalità, un genocidio trasmesso in mondovisione, supportato dalla retorica suprematista e teologica del governo israeliano e sostenuto da una rete internazionale di complicità politiche, mediatiche, economiche e militari. È un progetto di sterminio che trova la sua radice nel fanatismo identitario ebraico sionista, ormai mutato in un nazismo bianco con caratteristiche teocratiche, e che viene incoraggiato, legittimato, tollerato. Non da qualche gruppo marginale, ma dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e anche dall’Italia.

Lo ha detto senza vergogna il parlamentare del Likud, Moshe Saada: “Farò morire di fame gli abitanti di Gaza, è un nostro dovere”. Lo ha ribadito il cantante Kobi Peretz: “Non provo pietà per nessun civile a Gaza, è un comandamento sterminarli”. Ecco il cuore del nuovo ordine sionista: non più solo l’occupazione, non più la discriminazione, non più l’apartheid, ma l’annientamento etnico e culturale del popolo palestinese.

Queste parole non vengono dette nelle segrete stanze. Vengono proclamate sulle televisioni nazionali, stampate sulle prime pagine dei quotidiani, acclamate nei talk show, condivise nei canali ufficiali dell’esercito israeliano. Non sono frasi isolate. Sono la punta visibile di un iceberg fatto di leggi razziali, bombardamenti su ospedali e scuole, embargo umanitario, utilizzo di armi al fosforo bianco, deportazioni e fame. E tutto questo non suscita sanzioni. Non provoca embargo. Non determina neanche una vera indignazione nei palazzi del potere europeo.

L’Italia, in particolare, ha smarrito ogni dignità. Un governo che si proclama “patriota” tace di fronte a un genocidio documentato, mentre continua a vendere armi a Tel Aviv e ospita esercitazioni congiunte. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, da sempre “amico” di Israele, non ha speso una parola di condanna reale. E mentre la strage continua, i media mainstream italiani parlano ancora di “diritto alla difesa di Israele”, come se fosse lecito cancellare dai registri anagrafici un intero popolo, compresi neonati, anziani e disabili.

La verità è che ci troviamo davanti a una normalizzazione del crimine assoluto. Le parole “genocidio”, “pulizia etnica”, “suprematismo” sono ormai tecnicamente appropriate, ma vengono evitate da giornalisti e politici per non “urtare” gli alleati statunitensi o per non “offendere” la lobby sionista. E allora si resta complici. E si diventa parte attiva dell’orrore.

Ma cosa sarebbe successo se un parlamentare europeo avesse pronunciato le stesse frasi di Moshe Saada, ma rivolte contro un popolo occidentale? Cosa accadrebbe se un cantante francese affermasse che “nessun italiano merita pietà” e che “è un comandamento sterminarli”? Sarebbe immediatamente bandito, denunciato per istigazione all’odio razziale, messo al bando da ogni emittente. In Israele, invece, questa barbarie fa aumentare gli ascolti e vendere copie.

E allora bisogna avere il coraggio di dire quello che molti pensano ma non osano pronunciare: Israele oggi è uno Stato nazista nel cuore del XXI secolo, sostenuto da una rete di potenze ipocrite che predicano i diritti umani e praticano il massacro. Gli Stati Uniti sono i primi responsabili: finanziano con miliardi di dollari ogni missile, ogni bomba, ogni raid. La NATO è silente, l’Europa è prostrata, e l’Italia si distingue per codardia e servilismo.

Intanto, a Gaza, ogni giorno vengono uccisi bambini e civili, con un’efficienza industriale del terrore che ricorda i metodi dei lager. Gideon Levy, voce coraggiosa e lucida, lo ha denunciato con fermezza: “L’istigazione al genocidio è ormai parte del linguaggio quotidiano”. E ha ragione. Il problema non è più solo la violenza. Il problema è la banalità dell’annientamento, la sua diffusione virale, la sua trasformazione in linguaggio di massa.

Questa è l’era del genocidio normalizzato, dove l’uccisione di civili è legittimata dalla Bibbia, lo sterminio è mandato in diretta sui social, e l’opinione pubblica occidentale, stanca o disorientata, sceglie l’indifferenza. Ma l’indifferenza, in tempi come questi, è complicità piena. È collaborazionismo. È un nuovo silenzio di Ponzio Pilato.

Noi non ci stiamo. Non ci volteremo dall’altra parte. E continueremo a gridare, a denunciare, a rompere il velo di ipocrisia che avvolge i palazzi della politica e le redazioni dei giornali. Perché la storia giudicherà, come ha già giudicato, e chi oggi tace o giustifica, domani dovrà rispondere. Davanti al mondo. E davanti alla propria coscienza.

Un genocidio è in corso. Non serve più chiederlo: serve fermarlo. Ora.

Quando il mondo ha scelto le armi: il record che racconta il nostro fallimento

C’è un numero che racconta, da solo, la direzione che il mondo ha scelto di imboccare.
2.718 miliardi di dollari: è quanto, nel 2024, l’umanità ha deciso di investire nella guerra.
Non nella pace, non nella lotta alla povertà, non nella salvezza di un pianeta esausto. Nelle armi.

A rivelarlo è il nuovo rapporto del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma. Un documento che somiglia più a un referto clinico che a una semplice analisi statistica: il paziente, l’umanità, è gravemente malato di paura, rivalità, violenza.

Mai, nemmeno nei momenti più incandescenti della Guerra Fredda, si era raggiunta una spesa così alta. E il dato impressiona ancora di più perché si inserisce in una corsa che non conosce tregua, che riguarda ogni angolo del pianeta, ogni regime politico, ogni economia, ogni latitudine.

Eppure, questo primato oscuro non è destinato a rimanere isolato. Al contrario: tutto lascia prevedere che il record del 2024 sarà presto superato, forse già nell’anno in corso e sicuramente negli anni successivi. Il piano di riarmo europeo, infatti, non è ancora pienamente conteggiato in questo calcolo. Le nuove programmazioni militari, gli investimenti pluriennali e la trasformazione industriale degli apparati bellici indicano una tendenza inesorabile al rialzo, trascinando il mondo sempre più vicino all’autodistruzione.

Gli architetti della corsa agli armamenti

In testa, come sempre, ci sono loro: gli Stati Uniti, che con 997 miliardi di dollari coprono quasi il 37% della spesa militare globale.
Dietro, la Cina, che investe 314 miliardi (+7%), segnando il trentesimo anno consecutivo di crescita.
E poi la Russia, che — travolta dalle sanzioni e dall’isolamento — trova comunque la forza di aumentare del 38% la sua spesa militare, trascinata dal fuoco che divora l’Ucraina.

A proposito di Kiev: l’Ucraina, anche al netto dei massicci aiuti esterni, è salita all’ottavo posto mondiale per spese militari. A dimostrazione che una guerra, una volta iniziata, si autoalimenta come un incendio nel bosco.

L’Europa si risveglia… sotto le armi

Non è solo il mondo a ovest e a est del globo a farsi trovare pronto alla guerra.
È l’Europa stessa che cambia pelle: dalla culla della diplomazia, a fucina di riarmo.

La Germania di Scholz, sospinta dalla retorica della “Zeitenwende”, investe il 28% in più nella difesa, diventando la prima potenza armata del continente da dopo la riunificazione.
La Polonia accelera del 31%, il Giappone del 21%.
L’Italia si muove più lentamente, con un aumento dell’1,4%, ma abbastanza da garantirsi il tredicesimo posto nella classifica mondiale, con una spesa che si avvicina ai 40 miliardi di euro.

E poi c’è Israele.
La carneficina di Gaza ha prodotto un dato sconvolgente: +65% nella spesa militare. La guerra si nutre del sangue, e cresce con esso.

La Nato: un gigante armato

Il quadro sarebbe incompleto senza guardare alla Nato.
I suoi 32 membri, presi insieme, rappresentano il 55% di tutta la spesa militare mondiale: 1.506 miliardi di dollari.
Solo gli Stati europei dell’Alleanza Atlantica hanno investito 454 miliardi.

Un terzo delle risorse mondiali per la difesa concentrate su un unico blocco.
Chi si arma, si sente minacciato. Ma chi si arma in modo così sproporzionato, finisce per minacciare a sua volta.

La pace che evapora

Il mondo che emerge dal rapporto del Sipri non è quello che sognavano gli artefici delle Nazioni Unite, né quello invocato dai popoli durante le marce per la pace.
È un mondo dove la competizione permanente ha preso il posto della deterrenza. Dove la guerra non è più vista come un’eventualità estrema, ma come un destino inevitabile da preparare meticolosamente, giorno dopo giorno.

Come ha detto Papa Francesco, questa è la “terza guerra mondiale a pezzi”.
Non ci sono ancora le grandi battaglie campali, ma ci sono le continue tensioni, i massacri, le rivalità che si moltiplicano, le alleanze che si irrigidiscono.
E soprattutto, c’è una mentalità che accetta come normale quello che dovrebbe essere considerato mostruoso: il riarmo come politica ordinaria.

E non dobbiamo farci illusioni: le guerre del futuro non saranno combattute soltanto tra soldati e uomini in divisa.
Le vittime non saranno più soltanto eserciti regolari.
Saranno le popolazioni civili, le città, le infrastrutture pacifiche a subire la distruzione più profonda.
Ogni nuova corsa agli armamenti è anche una dichiarazione di guerra contro le scuole, gli ospedali, le case, i mercati, i parchi, tutto ciò che costruisce la vita civile.

Un pianeta senza futuro

E così, mentre le calotte polari si sciolgono, mentre milioni di bambini crescono senza istruzione, mentre nuove pandemie minacciano di fiorire nell’indifferenza globale, i governi scelgono di investire miliardi per rafforzare i propri arsenali.

Scelgono il futuro delle guerre, non quello delle società.

Il record dei 2.718 miliardi di dollari è il monumento di un fallimento collettivo.
Un mondo che, invece di unirsi per salvare se stesso, preferisce armarsi fino ai denti, scavando ogni giorno un po’ più a fondo la fossa in cui rischia di cadere.

Il vero nemico dell’umanità, oggi, non si nasconde dietro una bandiera straniera.
È la nostra incapacità di immaginare un futuro diverso dalla guerra.