La guerra che non esiste: annientamento delle coscienze e manipolazione del reale

Viviamo immersi in una menzogna dolce, somministrata in microdosi giornaliere, come un anestetico che non addormenta ma desensibilizza. Un mondo ribolle sotto le bombe, sotto i bulldozer, sotto i razzi che stanotte hanno colpito i siti nucleari iraniani. Ma noi, qui, in Occidente, andiamo al mare. Scrolliamo notizie con la stessa disinvoltura con cui scegliamo una playlist. Il genocidio è diventato sfondo, il massacro rumore bianco. Nulla ci sveglia. Nulla ci tocca. Nulla sembra esistere davvero.

Eppure siamo già in guerra.

Ma è una guerra che non ha nome. Una guerra che non si dichiara, che non interrompe i palinsesti, che non sospende i talk show. È una guerra della quale si nega l’esistenza, perché troppo ingombrante, troppo divisiva, troppo reale. È la guerra dell’egemonia semantica, quella che Noam Chomsky ci aveva già raccontato nella metafora della rana bollita: non ci accorgiamo che la temperatura sale, che i diritti evaporano, che le parole mutano senso — finché non è troppo tardi.

Quello che sta accadendo oggi in Medio Oriente, in Ucraina, e nei centri di potere occidentali non è solo un’escalation bellica. È un’opera di mielizzazione della ragione, come la definisce Lavinia Marchetti. Una dolcificazione del terrore, un impacchettamento semantico della violenza. Una lingua che non descrive la realtà, ma la costruisce. Una lingua che trasforma la carne bruciata in “effetti collaterali”, i bambini massacrati in “tragici bilanci”, le stragi di civili in “azioni chirurgiche”.

Questa non è più solo propaganda: è annientamento delle coscienze.

Il giornalismo come apparato bellico

Ogni genocidio ha bisogno della sua grammatica. Lo sapevano i regimi totalitari, lo sa oggi il sistema neoliberale travestito da democrazia. Non c’è bisogno di censure dirette se si controllano le narrazioni. Basta raccontare le cose in un certo modo. O non raccontarle affatto.

Maurizio Molinari, caposervizio esteri di Repubblica, diventa così il terapeuta del massacro: Israele “non ha scelta”, Israele “agisce con precisione”, Israele “risponde al massacro”. In questa narrazione, non esistono colonizzati, non esistono occupanti: esistono solo traumi da elaborare con strumenti militari. Il linguaggio diventa scudo, giustificazione, complice.

Paolo Mieli non urla, ma plasma il passato per giustificare il presente. Come se l’espulsione di 750.000 palestinesi fosse una “conseguenza accidentale” e non una strategia di pulizia etnica. Il suo ruolo è quello del custode storico del revisionismo funzionale.

Capezzone, Ferrara, Cerasa, Giordano e Severgnini sono solo maschere diverse della stessa tragedia. Alcuni estremizzano, altri intellettualizzano. Ma il risultato non cambia: il genocidio diventa compatibile. Accettabile. Digestibile.

L’Ucraina: l’altra faccia della stessa moneta

Lo stesso meccanismo si replica nella narrazione sulla guerra in Ucraina. L’invasione russa — indubbiamente reale e tragica — è diventata il cavallo di Troia per un racconto univoco e binario, dove tutto ciò che non si allinea al verbo NATO è putinismo.

Non una parola sul colpo di Stato del 2014, non una riga sul massacro di Odessa, sul battaglione Azov, sull’allargamento della NATO a Est nonostante le promesse fatte a Gorbaciov. Ogni tentativo di inserire complessità viene scartato, schernito, ridotto a “propaganda russa”. Il giornalismo ha abdicato al suo compito di vigilanza per diventare ufficio stampa dei governi atlantici.

L’attacco all’Iran e la finta amnesia occidentale

E intanto, mentre ci parlano di sicurezza, Israele bombarda i siti nucleari iraniani con il supporto logistico e tecnologico degli Stati Uniti. E Trump, oggi di nuovo presidente, alza le mani: “Non ne sapevo nulla”. Una menzogna talmente grottesca da non meritare confutazione. Perché in Medioriente, come ben sanno persino i pastori del Golan, nulla si muove senza il benestare degli Stati Uniti.

Eppure anche questa operazione — gravissima, potenzialmente catastrofica — viene relegata ai margini del discorso pubblico. Non ci sono speciali in prima serata, non ci sono appelli alla pace. C’è solo un’altra finestra oscurata. Un’altra rana che si abitua all’acqua bollente.

La guerra invisibile dentro di noi

La vera guerra non si combatte solo a Gaza o a Kiev. Si combatte dentro di noi. È la guerra alle parole. È la guerra alle coscienze. È la guerra che ci vuole spettatori, anestetizzati, indifferenti. È la guerra che fa della neutralità un alibi, della moderazione una forma di viltà.

L’Europa, che doveva essere il continente della memoria, ha imparato a dimenticare. L’Italia, che si dice democratica, è muta davanti al genocidio. E chi parla — chi nomina la realtà per quella che è — viene bollato come estremista, antisemita, o complottista.

La censura oggi non ha bisogno di divieti: basta rendere invisibile ciò che è intollerabile. Basta mescolare i nomi, confondere i numeri, occultare i soggetti. Così il massacro diventa “escalation”, il genocidio diventa “guerra simmetrica”, i bambini diventano “scudi umani”.

Conclusione: Don’t Look Up – l’asteroide siamo noi

In un mondo dove il linguaggio è diventato arma e il silenzio forma di complicità, il paragone con il film Don’t Look Up diventa inevitabile. Nel film, un asteroide sta per distruggere la Terra, ma la maggioranza delle persone, anestetizzate dalla superficialità mediatica, dall’intrattenimento di massa e dalla fiducia cieca nell’autorità, si rifiuta letteralmente di guardare in alto.

Oggi, quell’asteroide non è una roccia dallo spazio. Sono i missili che cadono sulle case a Rafah, sono i bambini palestinesi avvolti nel cemento, è il piano di riarmo europeo, che con parole soporifere, ci sta preparando ad un conflitto contro la Russia, sono le colonne di carri armati al confine russo, sono le basi NATO che spuntano come metastasi, è l’oblio mediatico delle stragi in corso, sono gli attacchi preventivi contro l’Iran mentre si nega l’evidenza, è la censura preventiva dell’indignazione.

E noi? Non guardiamo in alto. Non guardiamo neanche in faccia la realtà. Siamo diventati i protagonisti reali di quel film distopico. Solo che questa volta il finale è nostro. E non è scritto.

È tempo di strappare il velo. Di guardare davvero. Di smettere di dire “non lo sapevamo”. Perché lo sappiamo benissimo. Lo abbiamo sempre saputo. Ma il vero crimine non è ignorare: è sapere e restare in silenzio.

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