IL PENTIMENTO IMPOSSIBILE DI UN’EUROPA ARMATA

Mille miliardi di euro: la pace di bilancio sacrificata al nuovo culto bellico

Cinque per cento del PIL. Mille miliardi di euro l’anno. È la cifra annunciata al vertice NATO dell’Aja, un macigno finanziario e politico che sta cadendo sull’Europa senza quasi resistenza, come se fosse naturale che la sopravvivenza dei popoli europei dipendesse da un potenziamento militare pari a tre volte la già gigantesca spesa attuale.

Per comprendere la portata di questo annuncio bastano i numeri: l’intera Russia, in piena guerra con l’Ucraina, nel 2024 ha speso circa 150 miliardi di euro per il comparto militare. L’Unione Europea già oggi spende il doppio, circa 330 miliardi, eppure si racconta alla popolazione di essere disarmata, inerme davanti a un nemico spietato che starebbe per varcare i suoi confini, armato è pronto ad invaderci .

La strategia della paura: come nasce il consenso al riarmo

Questa narrazione, costruita sulla paura primordiale dell’invasione, serve a legittimare una gigantesca operazione di trasferimento di ricchezza dai cittadini ai mercati finanziari globali. Un’operazione che si poggia su tre pilastri:
1. Il drenaggio fiscale: mille miliardi sottratti ogni anno alla sanità pubblica, all’istruzione, alla tutela ambientale e convogliati verso le industrie militari.
2. La speculazione finanziaria: i governi pompano denaro nei bilanci delle aziende belliche, facendone crescere i profitti e attirando investimenti borsistici speculativi.
3. La concentrazione di potere: i grandi fondi di investimento, BlackRock in testa, aumentano il controllo sui flussi di capitale e sulla politica stessa, consolidando il proprio dominio globale.

Non si tratta di un complotto, ma di un modello di governance finanziaria perfettamente visibile. Già oggi esistono strumenti come l’ETF Global Defence NATO che consente agli investitori di guadagnare dalla crescita della spesa militare, mentre BlackRock e Vanguard moltiplicano i loro fondi dedicati alla difesa e alla cybersecurity. Nel 2024 l’ETF iShares U.S. Aerospace & Defense ha segnato un incremento del 240–270% per colossi come Rheinmetall, mentre Leonardo ha guadagnato il 100% in Borsa.

Perché Russia e Cina spendono meno?

Qui si apre una domanda essenziale: perché la Russia e la Cina spendono molto meno dell’Occidente per il comparto militare, pur essendo potenze armate? La risposta sta nel modello economico-politico che regola il complesso militare-industriale.

In Occidente, la produzione di armi è quasi totalmente in mano a grandi multinazionali private, che incassano commesse pubbliche senza limiti reali e generano enormi profitti distribuiti come dividendi agli azionisti e bonus ai dirigenti. Noi cittadini paghiamo due volte: prima con le tasse, poi con la sottrazione di risorse a sanità, scuola e welfare. Come direbbe Totò: “E io pago!”

In Russia e in Cina, invece, la produzione di armi è controllata dallo Stato, che spesso possiede direttamente le aziende belliche. Il risultato è che l’eventuale profitto rimane all’interno delle casse pubbliche o viene reinvestito nella difesa, senza arricchire manager privati o fondi speculativi. Il costo effettivo delle armi è dunque ridotto al minimo indispensabile, perché lo Stato non applica ricarichi speculativi a se stesso, mentre in Occidente le stesse armi vengono pagate fino al doppio o triplo del loro costo reale di produzione, ingrassando una filiera che vive di guerra e per la guerra.

I numeri dietro la retorica: la borsa delle armi

Il mercato globale della difesa, secondo gli ultimi dati di Statista e Mordor Intelligence, crescerà con un CAGR (tasso annuo composto di crescita) del 5,6% entro il 2027, superando i 720 miliardi di dollari, mentre il mercato della cybersecurity crescerà dell’8,9% annuo nello stesso periodo. I gestori patrimoniali internazionali hanno fiutato l’affare: BlackRock gestisce 11 trilioni di dollari, Vanguard quasi 9, Morgan Stanley 4, Goldman Sachs 3. Fondi che si nutrono dell’aumento della spesa bellica, riversando dividendi nelle tasche di azionisti e fondi pensione, mentre per i cittadini resta un sistema pubblico sempre più smantellato.

I burattinai al potere

Non è difficile comprendere come mai la politica europea sia tanto coesa nel perseguire questo modello. I principali leader provengono da esperienze dirette nell’alta finanza. In Germania, il cancelliere Merz è stato presidente di BlackRock Deutschland. Ursula von der Leyen, attuale presidente della Commissione Europea, aveva affidato nel 2020 proprio a BlackRock la consulenza per la strategia green dell’UE, e oggi guida il progetto ReArm Europe con investimenti bellici già superiori a 330 miliardi.

In Francia, Macron è stato managing director di Rothschild & Co, una delle banche d’affari più influenti d’Europa, mentre in Gran Bretagna il nuovo governo laburista guidato da Keir Starmer ha collaborato sistematicamente con i maggiori produttori di armi e fondi d’investimento per definire il programma politico. OpenDemocracy ha documentato almeno 13 incontri tra leader laburisti e aziende della difesa come BAE Systems, Leonardo, Lockheed Martin, Rheinmetall e Rolls Royce nel solo 2024.

Un modello incompatibile con la democrazia

A questo punto la domanda è inevitabile: ha senso parlare di democrazia in un sistema dove i parlamenti ratificano decisioni già prese da fondi d’investimento globali? Dove la partecipazione politica si riduce a scegliere tra partiti finanziariamente dipendenti dagli stessi sponsor multinazionali?

La democrazia occidentale è ormai ridotta a una liturgia vuota, dove il voto legittima un sistema blindato che trasferisce ricchezza verso l’alto, generando povertà, precarietà e alienazione. Un sistema in cui l’homo oeconomicus viene sostituito dall’homo necans: l’essere umano che si autodistrugge, sacrificando salute, benessere, ambiente e futuro sull’altare di un eterno conflitto.

Uscire dalla gabbia

Quale via d’uscita? La politica tradizionale sembra incapace di scardinare queste dinamiche. Solo una rottura radicale dell’antropologia dominante – basata sulla competizione, il consumo e la guerra – può aprire nuove prospettive. È necessario ricostruire un homo vivens, capace di rimettere al centro la vita, la cura e la cooperazione.

Forse, come scriveva Heidegger, “solo un dio ci può salvare”. O forse, più umilmente, una nuova coscienza collettiva, capace di rovesciare il tavolo e rifiutare l’obbedienza al dogma della guerra infinita. Una coscienza che dica finalmente: basta.

Se la pace diventa armata: il rischio della logica “si vis pacem, para bellum” in un mondo squilibrato

C’è una verità inquietante che attraversa la storia, dalla Roma antica ai salotti televisivi dell’Occidente contemporaneo: l’idea che “chi desidera la pace, prepari la guerra”. Un monito che, nelle parole di Vegezio, poteva essere interpretato come richiamo alla prudenza, all’autodifesa, persino a una dimensione spirituale della lotta contro i nostri demoni interiori, come ci ricorda la tradizione cristiana. Ma nella realtà politica e sociale del nostro tempo, questa massima è stata trasformata in un dogma che giustifica il riarmo, la corsa agli armamenti e la militarizzazione delle coscienze collettive.

Il pensiero apparentemente inappuntabile in un mondo perfetto è che le armi, di per sé, non sparano; sono le persone, le loro scelte, i loro squilibri, a determinarne l’uso. In una società governata da uomini e donne giusti, dotati di equilibrio, di rispetto per la vita, le leggi e la democrazia, la presenza di armi non rappresenterebbe una minaccia. Ma siamo davvero sicuri di vivere in questo mondo ideale?

Dall’individuo al sistema: quando lo squilibrio diventa legge

La cronaca e la storia recente ci insegnano il contrario. Negli Stati Uniti, la diffusione indiscriminata delle armi leggere tra la popolazione civile, giustificata dalla retorica della “difesa personale”, si traduce ogni anno in decine di migliaia di morti: omicidi, suicidi, stragi nelle scuole, nelle chiese, nei centri commerciali. Un’ecatombe che non trova paragone nei Paesi in cui le armi sono rigidamente controllate e limitate. Il parallelismo tra il micro (le armi nelle case) e il macro (le armi negli arsenali nucleari) è tutt’altro che peregrino: le dinamiche psicologiche e sociali che conducono alla violenza sono le stesse, semplicemente amplificate dal potere a disposizione di chi decide.

Oggi il mondo si trova di fronte a una nuova stagione di riarmo, in Europa come negli Stati Uniti, in Russia come in Cina. I leader che gestiscono questi arsenali, spesso in preda a ossessioni di potere, pulsioni autoritarie, interessi personali o veri e propri disturbi narcisistici, dispongono della possibilità di premere il “bottone rosso”. Donald Trump – figura per molti versi borderline, capace di decisioni spregiudicate e azzardate – si è trovato più volte a un passo dal conflitto nucleare. Benjamin Netanyahu, con le sue scelte guidate dalla volontà di non finire sotto processo e dalla necessità di mantenere il potere, ha scatenato guerre devastanti e, secondo il diritto internazionale, un vero e proprio genocidio, pur di sopravvivere politicamente.

In questo scenario, parlare di armi come semplici “strumenti” neutri, il cui uso dipende dalla “maturità” delle persone, è un esercizio retorico pericoloso. La storia dimostra che più le armi sono diffuse, più cresce la probabilità che vengano usate. La dinamica del consumismo armato – la pressione industriale, il bisogno di mercato, il ciclo produzione-consumo – si applica oggi anche al settore bellico: armi che vengono prodotte per essere vendute e usate, perché ogni prodotto invenduto rappresenta una perdita e ogni conflitto una nuova occasione di profitto.

La psiche collettiva sotto assedio

L’idea che la pace si costruisca “dentro di noi”, che sia la vittoria sulla parte più oscura dell’animo umano, come insegnava Cassiano, ha un fondamento nella psicologia della guerra. Ma questa dimensione interiore viene quotidianamente erosa da una narrazione pubblica che normalizza la logica del nemico, che trasforma la guerra in necessità tecnica, in show mediatico, in “opportunità” economica. I servizi televisivi che presentano con entusiasmo i nuovi bombardieri invisibili ai radar, le interviste ai produttori di droni, la discussione ossessiva sull’aumento delle spese militari – come se la pace si misurasse in percentuali di PIL destinati agli armamenti – contribuiscono a costruire un clima culturale che rende il riarmo quasi inevitabile, e la pace una pia illusione.

Dimentichiamo, così facendo, che le società diventano ciò che coltivano: se investiamo miliardi in armi e briciole in cooperazione internazionale, in istruzione, in cultura della pace, non è difficile prevedere il futuro che ci attende. La logica del “si vis pacem, para bellum” finisce per autoavverarsi: preparare la guerra per mantenere la pace è il modo più sicuro per ritrovarsi, prima o poi, in guerra.

La responsabilità della parola pubblica

Qui sta la vera responsabilità dei giornalisti, degli intellettuali, degli educatori: non cedere alla semplificazione, non giustificare l’inevitabilità della guerra e del riarmo, non confondere la prudenza con la rassegnazione all’ordine armato. Ogni articolo, ogni analisi, ogni parola pubblica che contribuisca – anche solo indirettamente – a normalizzare la corsa agli armamenti, diventa parte del problema.

Certo, nessuno ignora la complessità del mondo. Nessuno è ingenuo al punto da pensare che il disarmo possa avvenire dall’oggi al domani, o che la violenza scomparirà per decreto. Ma ogni passo verso la limitazione delle armi, ogni sforzo per ridurre la diffusione di strumenti di morte, ogni investimento nell’educazione alla pace, è una barriera in più contro il rischio – sempre attuale – che un singolo squilibrato, un leader accecato dal potere, trascini interi popoli nel baratro.

Dalla memoria alla resistenza: il dovere di una narrazione alternativa

La pace non è il risultato dell’equilibrio delle minacce, ma della costruzione di culture e istituzioni che disinneschino, alla radice, la tentazione della violenza. Non dobbiamo mai smettere di ricordare le “microriuscite quotidiane”, i gesti di disarmo, le scelte di dialogo, le esperienze di cooperazione internazionale. È questa la vera resistenza alla logica bellica che ci viene quotidianamente riproposta come inevitabile.

In un mondo governato da uomini e donne perfettamente equilibrati, le armi sarebbero davvero “solo strumenti”. Ma in un mondo reale, abitato da persone fragili, spesso egoiste, talvolta pericolose, la diffusione delle armi – dalle pistole nelle case alle testate nucleari nei silos – è un rischio che non possiamo più permetterci di correre.
La responsabilità non è solo di chi le usa, ma anche di chi le produce, le vende, le giustifica.
E soprattutto, di chi le normalizza nei nostri pensieri.

In sintesi: non è la paura a chiedere il disarmo, ma la consapevolezza dei limiti umani. Se davvero vogliamo la pace, iniziamo a smontare la cultura delle armi, nelle nostre case e nei palazzi del potere. Non c’è altra via.

“Il campo di morte umanitario: Gaza, la fame usata come arma e il genocidio che l’Occidente non vuole vedere”

“La storia ci giudicherà non solo per le nostre azioni, ma per il nostro silenzio”

— Primo Levi

  1. Un nuovo capitolo dell’orrore: testimonianze dal cuore di Gaza

Il 27 giugno 2025, il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato un reportage senza precedenti firmato da Nir Hasson, Yaniv Kubovitsch e Bar Peleg:
“‘È un Killing Field’: ai soldati dell’IDF è stato ordinato di sparare deliberatamente ai cittadini di Gaza disarmati in attesa di aiuti umanitari”.
L’articolo, frutto di interviste a soldati e ufficiali delle Forze Armate israeliane (IDF), squarcia il velo su una prassi sistematica: l’ordine di sparare per uccidere o ferire civili palestinesi disarmati, spesso bambini e donne, ammassati in attesa di un pacco di farina o di qualche scatola di cibo davanti ai cosiddetti centri “umanitari”.

Non siamo di fronte a “tragici errori”, ma a una pratica pianificata e ripetuta, legittimata dai comandanti e giustificata dall’ideologia che vede in ogni palestinese un potenziale nemico. Il risultato: centinaia di morti e migliaia di feriti negli ultimi mesi — 549 uccisi vicino ai punti di distribuzione dal 27 maggio secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, più di 4.000 feriti — in un silenzio che pesa come una pietra sulle coscienze dell’umanità.

  1. La fame come arma: quando l’“aiuto” diventa trappola mortale

I centri di distribuzione degli aiuti, gestiti dal cosiddetto Gaza Humanitarian Fund (GHF), sono in realtà una costruzione ambigua: creati su iniziativa israeliana con il supporto di evangelici americani legati a Trump e Netanyahu, sono presidiati militarmente dall’IDF che controlla ogni accesso, decide chi vive e chi muore.
L’illusione della solidarietà occidentale si svela come uno strumento di controllo:
• Il cibo arriva solo a chi rischia la vita,
• La fame si trasforma in un dispositivo di selezione naturale,
• Le folle affamate sono trattate come “minacce” da disperdere con proiettili, mortai, lanciagranate.

“È un Killing Field, un campo di morte”, testimonia un soldato israeliano.
Non vengono usati metodi di dispersione non letali: nessun lacrimogeno, nessun idrante, ma solo fuoco vivo. Uomini, donne, bambini.
Quando la sopravvivenza diventa una roulette russa, la fame cessa di essere una tragedia umana e diventa uno strumento di guerra, di umiliazione, di annientamento morale.

  1. Un genocidio annunciato: la memoria della storia e la complicità dell’Occidente

Quello che avviene oggi a Gaza ha una radice profonda:
l’uso della fame come arma di guerra, il targeting deliberato dei civili, il disprezzo per la vita “non occidentale” — tutti elementi già condannati dalla storia e dal diritto internazionale.
• Diritto internazionale umanitario:
Gli articoli 49 e 53 della Quarta Convenzione di Ginevra vietano il trasferimento forzato di civili e la distruzione di beni essenziali alla sopravvivenza. L’art. 54 del Protocollo aggiuntivo vieta di affamare la popolazione civile come metodo di guerra (Fonte: ICRC).
• Il Tribunale di Norimberga (1945-46):
Per la prima volta, la fame indotta e l’annientamento dei civili vennero giudicati crimini contro l’umanità. Gli stessi principi oggi sono ignorati proprio da quei governi che si proclamano eredi della “civilizzazione occidentale”.
• Precedenti storici:
• Assedio di Leningrado (1941-44):
1,5 milioni di civili morirono di fame a causa dell’assedio nazista, un crimine mai dimenticato nella memoria europea.
• Embargo iracheno (1990-2003):
Secondo l’UNICEF, oltre 500.000 bambini iracheni morirono a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’ONU.
Madeleine Albright, allora Segretario di Stato USA, dichiarò:
“Ne valeva la pena”.
• Guerra del Biafra (1967-1970):
La fame come arma portò alla morte di almeno un milione di civili nigeriani.

A Gaza si sta ripetendo lo stesso copione, ma con una novità inquietante:
l’ipocrisia e la copertura di chi dovrebbe garantire i diritti umani.

  1. La menzogna dell’“esercito più morale del mondo”

Di fronte a testimonianze tanto chiare, il governo israeliano e il suo primo ministro Netanyahu ripetono ossessivamente la formula:
“L’esercito israeliano è il più morale del mondo”.
La realtà è un’altra, come documentano anche numerose ONG internazionali:
• Human Rights Watch (2024):
Denuncia l’uso sistematico della forza letale contro civili, la distruzione deliberata delle infrastrutture, la negazione di cibo, acqua e medicine (HRW, “Gaza: Starvation used as weapon of war”).
• ONU, Commissione d’Inchiesta su Gaza (2024-2025):
Più rapporti ONU affermano che Israele sta violando il diritto internazionale umanitario, commettendo “crimini contro l’umanità, incluso il genocidio” (Fonte: Report UNHRC, 12/6/2024).
• Medici Senza Frontiere e Oxfam:
Riferiscono di bambini morti di fame e disidratazione nei campi profughi, testimonianze raccolte anche dalla BBC e da Al Jazeera (MSF, 2024; Oxfam, 2024).

Eppure, nel discorso pubblico occidentale, queste voci vengono ignorate, minimizzate, o tacciate di “antisemitismo” per chiunque osi denunciare la realtà.

  1. Complicità e silenzio: il fallimento morale dell’Occidente

La responsabilità non è solo israeliana.
Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Unione Europea continuano a fornire armi, copertura diplomatica e sostegno finanziario a Israele.
Ogni risoluzione dell’ONU che chieda un cessate il fuoco viene bloccata dai veti occidentali.
La stampa mainstream, con rarissime eccezioni (come Haaretz e The Guardian), si limita a ripetere i comunicati ufficiali o a ignorare le testimonianze più scomode.

Nel frattempo, la “società civile” occidentale — dalla sinistra riformista ai movimenti pacifisti storici — fatica a rompere il muro della complicità, temendo isolamento, censura, o accuse strumentali di antisemitismo.
La lezione della Shoah, della Nakba, dei genocidi del Novecento viene tradita proprio da chi si fa scudo della Memoria per giustificare l’ingiustificabile.

  1. Quando la fame diventa genocidio: la definizione delle Nazioni Unite

Secondo la Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948, art. II),
si parla di genocidio anche quando vi è “l’imposizione intenzionale di condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica totale o parziale di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.
Affamare deliberatamente un popolo, impedirgli l’accesso a cibo, acqua e cure, ucciderlo mentre tenta di sopravvivere: questa è la definizione stessa di genocidio.

  1. La memoria e la necessità della denuncia

Restare “senza parole” di fronte a questa realtà è un riflesso umano.
Ma il silenzio, oggi, è complicità.
Dobbiamo nominare il crimine, ricordare le vittime, pretendere verità e giustizia.
Non c’è spazio per ambiguità o neutralità:
quello che accade a Gaza è il banco di prova della coscienza occidentale, è la linea che separa la civiltà dalla barbarie.

Fonti e riferimenti
• Nir Hasson, Yaniv Kubovitsch, Bar Peleg, Haaretz, 27/6/2025
• Human Rights Watch, “Gaza: Starvation used as weapon of war”, 2024
• UN Human Rights Council, “Report of the Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, and Israel”, 12/6/2024
• Medici Senza Frontiere, msf.org/gaza
• Oxfam International, oxfam.org/gaza
• Convenzione di Ginevra IV (1949), art. 49, 53, 54 (ICRC)
• United Nations Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide, 1948 (UN)
• BBC News, “Gaza food crisis: Children starving to death”, 2024
• Al Jazeera English, “Starvation in Gaza: Israel using hunger as a weapon”, 2024

Conclusione

Nessun popolo, nessun essere umano, dovrebbe mai essere costretto a scegliere tra la fame e la morte per il solo “crimine” di esistere.
Gaza è la nostra cartina di tornasole: o la denuncia rompe il silenzio, o il genocidio diventerà la nuova normalità dell’Occidente.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”
— Primo Levi

Per chi vuole approfondire, tutte le fonti sono consultabili tramite i link diretti.
Condividere è un dovere morale, non solo informativo.

Dittatori e burattini: il riarmo NATO, la sottomissione dell’Italia e l’Occidente in ginocchio

L’Italia si impegna a destinare il 5% del PIL alle spese militari entro il 2035, in ossequio ai diktat USA. Un articolo di denuncia sul servilismo atlantista, l’attacco all’Iran, la complicità col genocidio palestinese e l’urgenza di un fronte per la pace e la giustizia sociale.

❖ Altro che “si vis pacem, para bellum”: qui si prepara la guerra, e la si prepara contro i popoli.

Nel vertice NATO dell’Aja è stata siglata la condanna a morte del welfare europeo. Giorgia Meloni, nel consueto esercizio di servilismo travestito da statalismo muscolare, ha firmato l’impegno a portare la spesa militare italiana al 5% del PIL entro il 2035:
• 3,5% per armamenti, stipendi e pensioni militari
• 1,5% per “sicurezza nazionale” (cyber, infrastrutture, difesa industriale)

Un totale da 700 miliardi di euro in dieci anni. Una cifra spaventosa che verrà estorta ai cittadini italiani attraverso tagli draconiani a sanità, scuola, pensioni e assistenza sociale. O con un aumento delle tasse che colpirà i ceti popolari.

❖ Mark Rutte: il maggiordomo della guerra

L’episodio più emblematico del degrado istituzionale europeo è racchiuso nel messaggio privato inviato da Mark Rutte a Donald Trump, poi pubblicato su Truth Social:

“Dear Donald, congratulations and thank you for your decisive action in Iran. Europe is going to pay in a BIG way. Something no American president in decades could get done.”

Una genuflessione perfetta. Applausi al bombardamento dei siti nucleari iraniani. Benedizione al modello imperiale americano. Umiliazione di tutta l’Europa.

❖ Iran sotto attacco: la guerra invisibile e i silenzi colpevoli

Facciamo chiarezza. L’Iran non ha “risposto”. Ha subito:
• 13 giugno: Israele bombarda i siti nucleari iraniani a Natanz.
• 22 giugno: gli USA colpiscono con bombardieri B‑2 e bombe penetranti GBU‑57 i centri di Fordow, Isfahan e di nuovo Natanz.
• Gli effetti sono parziali. Ma l’obiettivo è chiaro: destabilizzare, provocare, spingere l’Iran al limite.

Trump si vanta. Netanyahu applaude. L’Europa tace. E l’Italia si accoda.

❖ La Palestina cancellata dal discorso europeo

Gaza continua a morire. Tra bombardamenti, carestia artificiale e sistematica distruzione delle infrastrutture civili, la “sicurezza di Israele” è diventata la foglia di fico della barbarie occidentale.
E Giorgia Meloni, invece di difendere il diritto internazionale, non trova il coraggio di nominare nemmeno la parola Palestina. Solidarizza con il regime suprematista teocratico israeliano. E parla di pace evocando la guerra:

“Si vis pacem, para bellum”
Un motto abusato da chi brandisce la Costituzione solo quando fa comodo. Perché l’articolo 11 recita altro:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.”

❖ Sánchez dice NO. E noi?

In questo scenario grigio, arriva l’unico NO politico d’Europa: quello della Spagna di Pedro Sánchez, che ha rifiutato di sottoscrivere l’impegno al 5%. Non ha lasciato la NATO, non ha messo in discussione tutto.
Ma ha fatto ciò che nessun altro ha osato: ha detto basta all’austerità bellica.
Una crepa nel monolite atlantista. Una boccata d’aria che dimostra che un’altra posizione è possibile.

❖ Serve un Fronte per la Pace e la Giustizia Sociale

È ora di passare all’azione politica e culturale. Serve un Fronte popolare per la Pace e la Giustizia Sociale, che ponga fine all’ipocrisia e dica:
• NO al 5% del PIL per la guerra
• NO alla NATO come braccio armato delle oligarchie
• NO al genocidio del popolo palestinese
• NO al dominio della teocrazia suprematista israeliana

E che affermi:
• SÌ a diritti, lavoro, scuola, salute
• SÌ alla neutralità attiva e alla sovranità democratica
• SÌ a una politica estera coerente con la Costituzione

Chi tace, chi tergiversa, chi finge di non vedere, è complice.

❖ ribaltiamo il tavolo

Mentre miliardi vengono destinati alle armi, milioni di cittadini restano senza cure, senza casa, senza futuro.
La guerra non è sicurezza. Il riarmo non è progresso.
È un furto. Un disastro. Un crimine sociale.

Pace, diritti, dignità: questo è il nostro programma.
Ribaltare il tavolo, ora. Prima che sia troppo tardi.

NoAlRiarmo #FronteDellaPace #GiustiziaSociale #DifendiamoLaCostituzione #FuoriDallaNATO #Stop5PerCento #ConLaPalestina #ControLaGuerra

Silenzio Armato: l’Italia nel mirino del conflitto USA-Iran tra basi NATO, caro-energia e fragilità politica

C’è un silenzio che pesa come piombo nei corridoi di Palazzo Chigi. Nessuna telefonata, nessuna richiesta formale, nessuna nota diplomatica è giunta finora da Washington. Eppure, quel silenzio inquieta più di mille parole. Perché l’Italia è lì, sospesa nel limbo tra alleanza e complicità, tra subalternità atlantica e resistenza formale. “Speriamo che non chiami”, sussurrano sottovoce nei palazzi del potere, alludendo a Donald Trump, regista dell’attacco unilaterale contro l’Iran. Se da Washington arrivasse la richiesta ufficiale di utilizzo delle basi militari italiane per sostenere la macchina bellica americana, per Giorgia Meloni e il suo governo si aprirebbe una voragine politica e istituzionale.

Un Paese informato a cose fatte

L’attacco missilistico americano all’Iran ha colto Roma di sorpresa. La premier Meloni, svegliata alle due di notte non da un alleato ma da canali militari interni, ha dovuto affrontare una crisi diplomatica e strategica con il peso aggiuntivo di un’umiliazione: nessun preavviso da parte della Casa Bianca. A essere informati sono stati, nell’ordine, Londra e Berlino. L’Italia no.

Questo schiaffo geopolitico ha confermato ciò che molti già sospettavano: la nostra nazione, pur ospitando alcune delle basi più strategiche degli Stati Uniti, è considerata un attore minore, facilmente sacrificabile, utile solo in funzione logistica. L’asse preferenziale è ormai altrove, e Meloni, che in questi anni ha costruito la sua legittimazione internazionale sul filo dell’atlantismo, si trova ora nella scomoda posizione di dover “dimostrare fedeltà” senza avere voce in capitolo.

Il nodo Sigonella e il rischio di un suicidio politico

Il nome che riecheggia nei briefing riservati è sempre lo stesso: Sigonella, crocevia storico delle operazioni NATO nel Mediterraneo. La base siciliana, insieme ad Aviano, Ghedi, Camp Darby e Vicenza, rappresenta un assetto cruciale per ogni possibile operazione logistica statunitense. Finora non è arrivata nessuna richiesta formale, ma il governo teme che possa accadere da un momento all’altro. E da Palazzo Chigi trapela una linea sottile quanto chiara: meglio così. Perché un’eventuale richiesta americana obbligherebbe Meloni a passare per il Parlamento. E lì, la maggioranza potrebbe vacillare.

Una parte di Forza Italia non accetterebbe di buon grado un coinvolgimento diretto. La Lega, già scossa da spinte sovraniste interne, cavalcherebbe l’onda del dissenso per ragioni di consenso elettorale. E l’opposizione, galvanizzata da mesi di mobilitazione sulla questione palestinese, sarebbe pronta ad accusare il governo di “servilismo atlantico”, con slogan già scritti: due pesi e due misure, l’Italia non è una portaerei USA, no alla guerra per procura.

Un voto in Aula, in questo contesto, rischierebbe di esplodere in una crisi politica. Lo sanno tutti, anche i ministri Crosetto e Tajani, che nelle ultime ore si affrettano a ribadire: “Nessuna richiesta. Nessuna comunicazione.” Ma il nervosismo è palpabile. È stato inviato un messaggio chiaro a Washington: l’Italia oggi non è in grado di reggere uno scontro di questo livello. Né militarmente, né politicamente, né economicamente.

Lo spettro del caro-energia e lo stretto di Hormuz

In parallelo, si apre un fronte economico che potrebbe mettere in ginocchio l’intero sistema Paese: lo stretto di Hormuz, arteria strategica da cui transita il 40% del greggio mondiale. Se Teheran dovesse effettivamente bloccarlo, come minaccia in risposta all’attacco, il prezzo del petrolio e del gas schizzerebbe alle stelle.

Le conseguenze per l’Italia sarebbero devastanti: boom dei costi energetici, nuova ondata inflattiva, crollo del potere d’acquisto, aumento dei costi di produzione, impennata della spesa pubblica per contenere gli effetti sociali. Tutto ciò mentre l’Europa si prepara a discutere nuove sanzioni e l’Italia tenta disperatamente di difendere le residue relazioni commerciali con l’Iran e, paradossalmente, anche con Israele.

Diplomazia tardiva e teatro dell’assurdo

Di fronte a questo scenario, Meloni prova una manovra d’equilibrismo: rilanciare il ruolo dell’Italia come possibile sede di un negoziato. Si propone un vertice a Roma tra USA, Israele e Iran, sul modello dei dialoghi a cinque avvenuti in passato. Una proposta che suona stonata dopo mesi di allineamento totale con Israele e NATO, durante i quali l’Italia ha votato contro ogni censura per le azioni a Gaza, ha evitato sanzioni economiche contro Tel Aviv e ha aumentato la spesa militare per dimostrarsi “partner affidabile”.

Oggi, questo stesso governo vorrebbe presentarsi come mediatore neutrale. Ma la credibilità è un capitale difficile da ricostruire, soprattutto quando si è già scelto da che parte stare. La diplomazia italiana appare come un teatro dell’assurdo, dove gli attori recitano copioni scritti altrove, sperando di salvarsi dai detriti della storia.

Il Quirinale: garante silente o ultima diga costituzionale?

In questo quadro inquietante, c’è un’istituzione che potrebbe fare la differenza: il Quirinale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è il capo delle Forze Armate, come stabilisce l’art. 87 della Costituzione. Ma la sua funzione non si limita a una carica simbolica: egli rappresenta l’unità nazionale e ha il dovere di verificare la legittimità costituzionale degli atti del governo, soprattutto quando in gioco vi è la sovranità del Paese e la pace internazionale.

Secondo l’articolo 11 della Costituzione, l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Qualsiasi coinvolgimento, diretto o indiretto, in un conflitto armato richiede l’autorizzazione del Parlamento, ma anche un vaglio del Quirinale. Se Meloni dovesse cedere, magari in silenzio, all’uso delle basi italiane da parte degli Stati Uniti senza un chiaro mandato parlamentare, Mattarella avrebbe non solo il potere, ma il dovere morale e costituzionale di intervenire.

Fino ad oggi il Presidente ha mantenuto un profilo prudente, scambiando telefonate con la premier e aggiornandosi sulla situazione. Ma il tempo dei silenzi istituzionali potrebbe presto finire. In un contesto in cui si rischia di trascinare l’Italia in guerra per via amministrativa, senza un pronunciamento democratico, la voce del Quirinale è chiamata a rompere l’ambiguità, a ribadire che la sovranità popolare e la legalità costituzionale non sono negoziabili. In gioco non c’è solo l’equilibrio internazionale, ma la tenuta democratica della Repubblica.

L’Italia sulla soglia della guerra (senza aver deciso nulla)

L’Italia rischia di entrare in guerra senza nemmeno accorgersene. Non perché lo voglia, ma perché ha smesso da tempo di decidere. Le basi sul suo territorio sono strumenti di altri, i suoi voti nei consessi internazionali sono già assegnati, e le sue dichiarazioni ufficiali sembrano più formule di rito che scelte strategiche. La guerra, se verrà, passerà per i nostri cieli, i nostri porti e le nostre tasche.

E mentre Meloni aspetta che il telefono non squilli, e il Parlamento spera di non dover votare, toccherà forse al Quirinale ricordare a tutti che l’Italia è ancora una Repubblica sovrana e costituzionale. Se anche quel presidio dovesse venire meno, il silenzio dell’Italia non sarebbe solo assordante: diventerebbe complice.

“Contro il riarmo, per la pace: il tempo della convergenza è adesso”

In un’Italia attraversata da tensioni sociali, precarietà diffusa e un silenzioso assenso al riarmo, la manifestazione di ieri ha rappresentato molto più di un semplice corteo: è stata un segnale politico, un atto di resistenza collettiva e – forse – un primo embrione di convergenza tra mondi troppo a lungo divisi. Le due piazze separate, le sigle frammentate, le differenze ideologiche non hanno impedito a decine di migliaia di persone di sfilare per le vie della capitale sotto un unico slogan: no alla guerra, no al genocidio, no all’economia della morte.

La presenza simultanea di partiti, sindacati, movimenti sociali, reti civiche, attivisti indipendenti, rappresenta una novità significativa, soprattutto in un contesto in cui la sinistra politica e quella sociale sembrano vivere da tempo su binari paralleli. Eppure, ieri questi binari si sono incrociati. Non con la pretesa di un’unità imposta, ma con la consapevolezza che, davanti a un’Europa sempre più militarizzata, a un governo italiano supino alla NATO e a un mondo sospinto verso l’abisso di nuovi conflitti globali, l’alternativa non è più rimandabile.

Il centro della protesta è stato il rifiuto del riarmo europeo, dei nuovi fondi alla Difesa, dell’espansione nucleare silenziosa, del coinvolgimento attivo dell’Italia nel conflitto in Ucraina e nella complicità con i crimini di guerra di Israele a Gaza. È un rifiuto che non nasce da un pacifismo generico, ma da un’urgenza storica: smascherare il ricatto del “non ci sono alternative” e proporre, finalmente, un altro modello di sicurezza, basato sulla giustizia, sulla cooperazione, sul disarmo e sulla riconversione civile dell’industria militare.

L’affluenza è stata sorprendente: nonostante il caldo torrido, almeno 40.000 persone hanno riempito le strade da Porta San Paolo al Colosseo. Gli organizzatori parlano di 50.000, la questura ribatte con 15.000. La verità? Probabilmente sta nel mezzo, o meglio: in quel punto variabile in cui la matematica della piazza viene sempre corretta col righello della propaganda. Ma per una volta, non sono i numeri ad avere l’ultima parola. Quello che conta è che la piazza c’era, viva, rumorosa, determinata.

Bandiere palestinesi, striscioni contro la NATO, cartelli per il cessate il fuoco immediato. Ma soprattutto, volti diversi, generazioni diverse, appartenenze diverse. Un mosaico che ha incluso lavoratori, pensionati, studenti, cattolici del dissenso, militanti ecologisti, femministe e anche dirigenti politici. Il tutto senza egemonie, senza palchi blindati, senza steccati pregiudiziali.

Non è mancata la tensione con le forze dell’ordine: diversi pullman diretti a Roma sono stati bloccati, rallentati, deviati. Un segnale inquietante, che si inserisce in un clima repressivo sempre più pervasivo e che conferma quanto le mobilitazioni pacifiste diano fastidio ai poteri forti, proprio perché denunciano le contraddizioni strutturali di questo sistema: si taglia la sanità, si precarizzano le vite, ma si investe a piene mani nella morte.

Tuttavia, ciò che emerge con forza da questa giornata non è solo la denuncia. È la domanda politica che sale dalla piazza. Una domanda che interroga chi oggi si riconosce in un campo alternativo al neoliberismo e alla guerra, ma che ancora si muove in ordine sparso. È possibile costruire un’alleanza organica, strutturata, popolare, che sappia unire ciò che la sinistra ha lasciato cadere in mille rivoli? È possibile progettare un futuro comune, invece di inseguire la prossima emergenza?

E a questo proposito, non si può ignorare la presenza dell’altra piazza: quella promossa da Potere al Popolo e da diversi collettivi radicali. Una manifestazione autonoma, con toni più duri, ma animata da una medesima spinta: denunciare il militarismo, la complicità dell’Europa, il genocidio a Gaza, la falsificazione mediatica. Episodi simbolici – come la bruciatura delle bandiere – sono stati strumentalizzati da chi vuole dividere, da chi teme ogni aggregazione popolare. Ma sarebbe un errore imperdonabile fermarsi all’apparenza. Quelle piazze devono parlarsi, riconoscersi, convergere. Perché se la pace è il fine, la convergenza è il mezzo.

Quello che si è visto ieri a Roma è un indizio di risposta. Un’alleanza non imposta dall’alto, non costruita a tavolino, ma radicata nelle pratiche sociali, nella militanza quotidiana, nei territori, nelle vertenze, nelle disobbedienze. Una sinistra che smette di essere solo identitaria o minoritaria, e che si pone il problema di organizzare speranza.

Il tempo è poco. Il governo Meloni prosegue con la riforma autoritaria del Paese, la spesa militare cresce vertiginosamente, e l’Unione Europea sembra sempre più allineata alla dottrina bellicista dell’Alleanza Atlantica. In questo scenario, la sinistra non può più permettersi la frammentazione. Serve una piattaforma condivisa, serve una narrazione nuova, serve – soprattutto – un progetto.

Chi ha attraversato la piazza di ieri sa che la pace non è solo l’assenza di guerra, ma una scelta radicale di giustizia, di dignità, di disarmo. E sa che non ci sarà pace se non ci sarà anche lotta politica organizzata, visione e alternativa.

La manifestazione contro il riarmo è stata un successo. Ora occorre trasformare questo successo in cammino. In programma. In coalizione sociale e politica. In alleanza tra le piazze, tutte.
Per fermare le bombe, ma anche per accendere un futuro degno di essere vissuto.

“La bomba fantasma: trent’anni di menzogne nucleari per giustificare le guerre d’Israele”

Da trent’anni Benjamin Netanyahu ripete lo stesso allarme, con la stessa inflessione, gli stessi toni apocalittici, le stesse profezie da incubo: “L’Iran è a pochi mesi dalla bomba atomica”. È il 1995 quando, ancora leader dell’opposizione, lancia il suo primo grido d’allarme. Da allora, con cadenza quasi rituale, Netanyahu aggiorna l’orologio dell’apocalisse iraniana, ma la fine del mondo – quella che lui auspica per legittimare aggressioni, embarghi e sanzioni – non arriva mai. L’Iran, trent’anni dopo, non ha alcuna bomba nucleare. E la narrativa israeliana si è rivelata per quello che è: una costruzione propagandistica sistematica, ideologica, strumentale. Un’ossessione con funzione bellica.

Netanyahu è come un oratore che ripete lo stesso sermone a un pubblico sempre più stanco, ma tenuto vivo da un sistema mediatico e politico internazionale che ha smesso di fare domande. La sua strategia si basa sul paradosso dell’urgenza permanente: ogni anno è “l’anno decisivo”, ogni mese è “quello in cui l’Iran ci attaccherà”, ogni settimana può essere “quella in cui la bomba sarà pronta”. E così, mentre il mondo si abitua a vivere sotto l’ombra della menzogna, Tel Aviv costruisce la sua impunità.

In tutto questo, c’è una realtà che nessuno dovrebbe permettersi di ignorare: l’Iran ha sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) Questo significa che ha accettato controlli, ispezioni, limiti e trasparenza. In cambio, ha diritto all’uso civile del nucleare e alla tutela del proprio sviluppo scientifico. Le ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) hanno più volte certificato che l’Iran non sta costruendo bombe. Anzi, Teheran è tra i paesi più monitorati al mondo sul piano nucleare.

Dall’altra parte c’è Israele: non ha mai firmato il TNP, non accetta ispezioni, eppure possiede da decenni un arsenale nucleare che si stima in oltre 90 testate. Nessuno lo dice apertamente, ma tutti lo sanno. È il segreto di Pulcinella della geopolitica mediorientale. Israele è una potenza atomica clandestina che accusa, minaccia e bombarda un paese che – per quanto teocratico e autoritario – non ha mai violato formalmente i suoi impegni internazionali in ambito nucleare.

Il paradosso diventa mostruoso se si osservano le conseguenze politiche e militari di questa costruzione ideologica. Le accuse di Netanyahu non sono solo parole. Sono il pretesto per guerre, assassinii mirati, sabotaggi, sanzioni e adesso bombardamenti diretti. L’attacco all’Iran – pianificato da tempo e messo in atto con il beneplacito degli Stati Uniti – si fonda esattamente su quella bomba che non esiste. Su una menzogna ripetuta talmente tante volte da diventare verità nell’immaginario collettivo.

La domanda da porsi è semplice quanto scandalosa: può uno Stato aggredire un altro sulla base di un’arma che non esiste, e farlo nel silenzio complice della comunità internazionale?

A ben vedere, il meccanismo non è nuovo. È lo stesso schema delle “armi di distruzione di massa” in Iraq, della “minaccia chimica” in Siria, delle “provocazioni nucleari” della Corea del Nord, della “minaccia esistenziale” rappresentata dalla Palestina. Una narrazione tossica, costruita per alimentare un perenne stato d’eccezione in cui Israele può fare tutto ciò che vuole. E chi si oppone, viene bollato come antisemita, terrorista o complice del “male”.

In questa grande operazione di inganno, la stampa occidentale ha giocato un ruolo determinante. Anziché smascherare la farsa, l’ha amplificata. Ha diffuso senza contraddittorio le minacce di Netanyahu, ha occultato le smentite dell’AIEA, ha ignorato i dossier dell’intelligence USA che nel tempo hanno escluso ogni progetto militare in Iran. Il giornalismo embedded ha ancora una volta sostituito l’informazione con la propaganda.

È questo il contesto in cui si colloca l’attuale escalation contro Teheran. Non si tratta di un intervento difensivo, ma di un atto aggressivo fondato su una paranoia costruita artificialmente. Una paranoia utile a compattare l’opinione pubblica interna, a distrarre dai crimini di guerra commessi a Gaza, a riposizionarsi strategicamente nel nuovo Grande Gioco mediorientale che vede Israele sempre più isolato sul piano etico, ma sempre più integrato nei piani USA di destabilizzazione della regione.

Ciò che accade oggi è quindi il risultato di una narrazione costruita nel tempo, in modo metodico, ossessivo, perfettamente orchestrato. Netanyahu non è pazzo: è un ideologo. La sua ossessione non è frutto di un delirio personale, ma di una strategia coerente con un progetto egemonico. Demonizzare l’Iran, presentarlo come l’epicentro del male, serve a legittimare l’idea che qualsiasi azione preventiva sia giustificata. Anche la guerra. Anche la bomba, stavolta reale.

Perché il vero pericolo non è che l’Iran costruisca l’arma atomica. Il vero pericolo è che Israele la usi. O che la usi l’Occidente, per procura.

Ed è proprio per denunciare questi paradossi, queste menzogne, queste complicità, che domani – sabato 21 giugno – ci sarà la manifestazione nazionale “No Realm Europe” a Roma, con partenza alle ore 14:00 da Porta San Paolo.

Una mobilitazione contro la militarizzazione dell’Europa, contro la guerra permanente, contro il riarmo atomico e convenzionale, contro la logica imperiale che trasforma i popoli in nemici e la verità in un’arma.

Saremo in piazza per dire che non crediamo più alle bombe fantasma.
Perché la vera bomba è il silenzio.
E noi abbiamo scelto di romperlo.

NoAllaGuerra #StopMenZogne #LibertàPerGaza #VeritàSullIran #NoRealmEurope #21GiugnoRoma #DisarmoNucleare

“Italia in Armi: il Centrodestra prepara 10mila riservisti per la nuova guerra globale”

Un Paese in allerta permanente, tra militarizzazione strisciante e consenso armato

Mentre in Parlamento si discute di sanità, scuola e giustizia solo in forma rituale, il governo Meloni–Salvini–Tajani mette le mani sull’esercito, rilanciando l’idea — già sperimentata in altri contesti — di un corpo parallelo, pronto all’uso in caso di guerra, crisi, emergenza o ordine pubblico. Non stiamo parlando di esercitazioni o di simulazioni NATO: il centrodestra, con una proposta firmata dal deputato leghista Nino Minardo, punta a creare una riserva militare attiva composta da 10.000 riservisti, tutti ex volontari in ferma triennale o iniziale, da mantenere operativi per eventuali impieghi anche sul territorio nazionale.

La proposta sarà discussa a partire dall’8 luglio in Commissione Difesa della Camera e rappresenta l’ennesimo tassello nella costruzione di un’Italia militarizzata, sempre più allineata alle strategie atlantiche di “guerra preventiva”, mobilitazione flessibile e difesa interna. Perché se da un lato si parla — ipocritamente — di riserva da impiegare solo in caso di “urgenza”, dall’altro la stessa proposta apre esplicitamente al loro utilizzo non solo in caso di guerra o crisi internazionale, ma anche per la difesa dei confini o situazioni di emergenza nazionale decretate dal Consiglio dei ministri. In altre parole: i riservisti potranno essere impiegati anche per il controllo sociale e l’ordine interno.

Dalla guerra alla pace armata: il paradosso della “riserva ausiliaria”

Il disegno leghista — formalmente ispirato a modelli già esistenti in Francia, Germania e Regno Unito — non nasce nel vuoto. Negli ultimi mesi, l’Italia ha:
• aumentato la spesa militare fino a oltre 30 miliardi annui, con l’obiettivo dichiarato del 2% del PIL entro il 2028 (e secondo indiscrezioni, fino al 5% entro il 2030);
• firmato nuovi accordi di cooperazione strategica con Stati Uniti, Israele e paesi NATO dell’est Europa, con particolare attenzione alla militarizzazione del Mediterraneo e del fronte balcanico;
• annunciato l’acquisto di armi pesanti, nuovi sistemi radar, caccia F-35 e droni da guerra, in linea con le direttive della NATO;
• sostenuto il programma di “resilienza strategica” contro minacce ibride, cyber-attacchi e disinformazione, un eufemismo per giustificare il controllo della rete e la censura preventiva.

È in questo contesto che va inserita la proposta Minardo: non un’iniziativa isolata, ma un pezzo coerente di un piano più ampio di mobilitazione militare permanente, in cui il confine tra difesa e repressione si fa sempre più labile. Come scrive il testo, i riservisti potranno essere richiamati per “periodi trimestrali rinnovabili”, con obblighi annuali di addestramento e disponibilità, e una “ricompensa” di circa 6.000 euro annui. È il ritorno del mercenario patriottico, l’arruolamento soft della precarietà sociale al servizio dell’ordine armato.

Una deriva bipartisan, con finta opposizione

Il Partito Democratico, come prevedibile, non si oppone sul piano dei principi, ma tenta solo una distinzione di facciata. Il deputato Stefano Graziano ha presentato un testo alternativo che prevede l’uso di una “riserva civile” da affiancare alla Croce Rossa Italiana. Ma la logica sottostante resta la stessa: istituzionalizzare la logica emergenziale, legittimare la presenza di corpi armati o parastatali nei momenti di crisi, affidare la gestione del rischio e del disagio a figure addestrate al comando e non al servizio.

E in fondo, anche il PD votò — nel 2022 — l’aumento della spesa militare. Anche il PD ha sostenuto Draghi nel suo abbraccio totale alla NATO. Anche il PD, in silenzio, approva la linea della guerra “difensiva” in Ucraina, il sostegno incondizionato a Israele e la demonizzazione della resistenza palestinese. Nessuna voce fuori dal coro, se non quella di qualche deputato marginale o gruppo extraparlamentare.

La militarizzazione dell’Italia e il controllo del dissenso

Questa riserva militare non serve solo a combattere guerre esterne. Serve, sempre più chiaramente, a prepararsi a gestire un futuro instabile anche dentro i confini nazionali. In un’Italia devastata da crisi sociali, sanitarie, climatiche, dove milioni di cittadini rinunciano alle cure e i salari reali crollano, il governo si prepara a gestire militarmente la povertà, le rivolte, le emergenze ambientali, i flussi migratori, e perfino la protesta sociale.

Il “richiamo” dei riservisti non è altro che la normalizzazione dell’eccezione, la costruzione di un apparato armato parallelo e disciplinato, pronto a sostituire o affiancare le forze dell’ordine nella gestione dell’ordine interno. Una logica che ricorda da vicino i modelli autoritari del Novecento — i corpi speciali creati per sedare rivolte e presidiare il territorio in nome della “sicurezza”.

La memoria corta e il rischio lungo: chi ricorda la leva obbligatoria?

L’abolizione della leva militare obbligatoria, nel 2005, fu salutata da molti come un passo verso una società più civile, meno militarizzata, più consapevole dei propri strumenti democratici. Oggi, a distanza di vent’anni, quello spirito è completamente svanito. Al posto della leva obbligatoria, ecco l’arruolamento volontario incentivato economicamente, che colpisce in particolare giovani disoccupati, precari, ex militari senza prospettive. Una leva economica al posto della coscrizione obbligatoria.

E mentre si riaprono i poligoni, si raddoppiano i fondi per l’industria bellica, si formano task force per la gestione delle “crisi ibride”, si tace sul numero crescente di suicidi tra le forze armate e di polizia, sullo stato di salute mentale dei militari, e sulla qualità democratica di un Paese che forma corpi d’élite pronti a intervenire su qualunque “minaccia”, senza un controllo parlamentare reale.

La guerra permanente come forma di governo

L’Italia sta entrando, passo dopo passo, in una fase di guerra permanente a bassa intensità, dove tutto è emergenza e ogni emergenza giustifica un’eccezione. Il governo lavora a una “riserva” militare, ma in realtà sta costruendo un dispositivo di controllo politico e sociale, in cui l’obbedienza si sostituisce alla partecipazione, l’allarme alla coscienza, l’ordine armato alla giustizia sociale.

Siamo pronti a vedere pattuglie di riservisti nelle stazioni, ai confini, nelle strade in caso di crisi? Siamo pronti ad accettare che l’unica risposta alle crisi sia il fucile e non il dialogo, la repressione e non la solidarietà? Oppure possiamo ancora fermare questa deriva, prima che le nostre democrazie si trasformino, definitivamente, in repubbliche di guerra?

Il tempo per reagire è poco. Ma esiste. E la coscienza — quando risvegliata — può essere più forte di qualsiasi esercito.

Cani, gatti e bombe intelligenti: la degenerazione morale dell’Europa militarizzata

Mentre il Parlamento europeo si appresta a votare con solerzia un regolamento sul benessere di cani e gatti — microchip obbligatori, riproduzione controllata, tracciabilità, pause tra una gravidanza e l’altra — l’odore di carne bruciata e cemento sbriciolato continua a salire da Gaza e da Teheran. Non un voto su Israele, neanche una parola spesa con la dignità di una presa di posizione. Solo dibattiti simbolici, calendarizzati per tacitare qualche voce scomoda a sinistra, senza alcuna conseguenza politica. Gaza? L’Iran? Non fanno audience. Non portano voti. Non si possono coccolare come un cucciolo di bulldog francese.

Dal 7 ottobre 2023, la Striscia di Gaza è diventata un cimitero a cielo aperto. Non c’è più niente da distruggere, ma Israele continua imperterrito a bombardare i sopravvissuti. Non è più notizia. E quando non è notizia, smette di essere scandalo. Il genocidio dei palestinesi, di cui oggi si parla solo per sottrazione, non è cessato: semplicemente è stato silenziato. I bambini non vengono più salvati, ma archiviati. Il loro dolore non compare più nei titoli, non entra nei talk-show, non turba le coscienze impagliate dell’Occidente.

Nel frattempo, Netanyahu ha aperto un nuovo fronte: tre giorni di bombardamenti sull’Iran, oltre duecento morti, più di mille feriti. Nessuna dichiarazione di guerra, nessuna risoluzione dell’ONU. Ma l’ONU, per Israele, è solo una “palude antisemita”, e le sue risoluzioni carta igienica. Israele non aderisce al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, possiede decine di testate atomiche, non accetta ispezioni dell’AIEA, ma accusa l’Iran — che al trattato aderisce — di volerne costruire una. E l’Europa? L’Europa invia armi all’aggressore. L’Europa vota norme sugli animali domestici. L’Europa, ancora una volta, tradisce la sua promessa storica e diventa ancella di un colonialismo armato, criminale e impunito.

La guerra in Ucraina? Sparita. E non perché sia finita, ma perché non conviene più raccontarla. L’industria bellica ha venduto abbastanza. Gli editoriali hanno esaurito il lessico dell’indignazione. I talk show hanno spostato i riflettori su altri orrori più redditizi. Ma la guerra in Ucraina continua, così come continua la negazione della verità: quella che incolpa un solo aggressore e assolve gli altri, in nome di una “moralità selettiva” che diventa farsa.

Ed è in questa farsa che il Parlamento europeo discute oggi del possibile utilizzo dei fondi del Recovery Fund — il cosiddetto Next Generation EU, nato per ricostruire socialmente ed economicamente l’Europa post-Covid — per finanziare la Difesa. In altre parole: trasformare la speranza in cannone. I fondi per la ripresa sociale che dovevano andare a ospedali, scuole, welfare, vengono dirottati per potenziare le catene di produzione bellica e le scorte militari. Non è solo una deviazione tecnica, è un’abiura morale. Lo denuncia con chiarezza Pasquale Tridico, lo ribadisce Valentina Palmisano: questo è il passaggio dalla solidarietà al militarismo sistemico.

La Commissione non arretra, i socialisti tentennano, la destra spinge, il PD si barcamena. I Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, unici a resistere con coerenza, hanno annunciato la loro adesione alla manifestazione di sabato 21 giugno a Roma, convocata dalla Rete Stop al Riarmo per Gaza. Giuseppe Conte ci sarà. Elly Schlein sarà in Olanda, ma alcuni esponenti del PD parteciperanno. Eppure, anche qui, c’è ambiguità. Perché nel frattempo i riformisti attaccano. Ogni passo contro la guerra diventa motivo di divisione, mentre la macchina bellica procede compatta, sostenuta trasversalmente.

Serve allora alzare la voce. Serve gridare che non possiamo accettare una normalità fatta di missili, silenzi e bambini polverizzati. Non si può più restare inerti mentre l’Europa si trasforma in un arsenale a cielo aperto, mentre le guerre per procura diventano sistema, mentre i governi democratici perdono ogni legittimità morale spalleggiando regimi assassini come quello di Netanyahu.

La manifestazione del 21 giugno non è solo un appuntamento. È un obbligo. Un dovere civile, politico, umano. Per Gaza, per l’Iran, per l’Ucraina, per tutte le vittime dimenticate. Per dire che non in nostro nome si finanziano stermini. Non in nostro nome si convertono i fondi della speranza in macchine di morte. Non in nostro nome si decide di proteggere i cuccioli e dimenticare i bambini sotto le bombe.

In un mondo dove l’aggressore diventa “buono” e l’aggredito “terrorista”, dove l’Occidente seleziona le guerre come fossero sfilate di moda, tocca a noi restare umani. Per davvero.

Israele, la lunga marcia del sionismo: tra terrorismo, suprematismo e dominio globale

Chi oggi osserva con orrore il genocidio in corso a Gaza e la brutalità dell’esercito israeliano verso il popolo palestinese, spesso ignora – o preferisce ignorare – che quanto accade non è una deviazione recente, né il frutto estemporaneo della politica di Netanyahu. È piuttosto la maturazione coerente di un’ideologia – il sionismo politico, nelle sue componenti più radicali – nata alla fine del XIX secolo e sviluppatasi, nel sangue e nel ferro, fino a farsi Stato, esercito e macchina globale di controllo.

Le origini: da Herzl a Ben Gurion

Il sionismo nacque come ideologia politica nell’Europa orientale a cavallo tra Otto e Novecento. Theodor Herzl, ebreo laico di Vienna, immaginò uno Stato ebraico moderno come soluzione alla “questione ebraica” in Europa. David Ben Gurion, di origini polacche, ne fu il più pragmatico interprete, guidando militarmente e politicamente la comunità ebraica in Palestina fino alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948. Ma già allora la purezza dell’ideale originario era contaminata da una deriva etnocentrica, suprematista, violenta.

Irgun, Lehi e Banda Stern: le radici nere dello Stato

Negli anni della lotta contro il Mandato britannico, si formarono organizzazioni armate che praticavano il terrorismo sistematico:
• Irgun, guidato da Menachem Begin, praticò attacchi indiscriminati contro arabi e britannici (come il celebre attentato al King David Hotel nel 1946).
• Lehi (conosciuto come Banda Stern), nato da una scissione dell’Irgun, fu una formazione apertamente neofascista che teorizzava un’autorità ebraica totalitaria, fondata sulla superiorità razziale e sulla repressione dei non ebrei.

Fu proprio il Lehi, nel 1941, a proporre un’alleanza militare al Terzo Reich. In una lettera indirizzata al governo nazista, i leader della Banda Stern proposero una collaborazione militare contro l’Inghilterra, in cambio del riconoscimento di uno Stato ebraico autoritario in Palestina. Il paradosso è solo apparente: l’antisemitismo hitleriano era secondario, per loro, rispetto alla necessità di combattere l’Impero britannico.

Questa pagina rimossa dai manuali scolastici dimostra che una parte del sionismo revisionista, razzista e autoritario, è nato guardando al fascismo europeo non come nemico, ma come modello.

Da terroristi a primi ministri

Questi gruppi non furono mai realmente sconfitti: furono assorbiti nel nuovo Stato di Israele. Menachem Begin divenne Primo Ministro. Yitzhak Shamir, altro ex della Banda Stern, divenne Ambasciatore all’ONU e poi a sua volta Primo Ministro.

È sotto Shamir che un giovane Benjamin Netanyahu – oggi alla guida del governo israeliano – muoveva i primi passi. Nell’intervista del 1985 recuperata da Mixer (oggi disponibile su RaiPlay), Netanyahu parla da ambasciatore e vice ambasciatore di Israele in America con una coerenza impressionante: l’idea di uno Stato ebraico egemone, armato fino ai denti, capace di intervenire ovunque nel mondo, viene espressa con freddezza da un uomo che, a differenza della diplomazia occidentale, sa perfettamente dove vuole arrivare.

La sua visione è lucida, cinica e coerente: difendere la superiorità militare israeliana, infiltrare l’opinione pubblica occidentale, isolare i nemici attraverso la propaganda e colpire con ogni mezzo chiunque si opponga al progetto di dominio.

Mossad: lo Stato nello Stato

In questa strategia, il Mossad – il servizio segreto esterno israeliano – svolge un ruolo cruciale. Poco raccontato dai media mainstream, il Mossad non è solo un’agenzia di intelligence, ma un’arma geopolitica autonoma, ramificata ovunque. Con una rete di infiltrati, agenti, fondazioni, contractor, lobbisti e giornalisti, il Mossad è in grado di destabilizzare governi, creare scandali, infiltrare movimenti e orientare le opinioni pubbliche.

Israele, grazie a questa rete, esercita un potere asimmetrico che va ben oltre la sua dimensione geografica: influenzando le agende politiche, economiche e militari di Stati “amici” e nemici, fino a mettere in scacco interi apparati.

La CIA, i servizi britannici, la NATO stessa hanno spesso agito in sinergia con il Mossad, ma è bene dirlo chiaramente: Israele gioca la propria partita, con cinismo assoluto, usando ogni alleato come un utile idiota temporaneo. I dossier, i ricatti, i pedinamenti, le intercettazioni: sono armi con cui il Mossad tiene “le palle” di chiunque possa ostacolare il disegno di potenza.

Operazione “Racing Lion”: la nuova fase del terrore

L’ultimo attacco israeliano all’Iran, con l’operazione segreta denominata “Racing Lion”, è solo l’ultimo capitolo di questa strategia offensiva globale. Mentre la stampa occidentale si concentra sulle centrali nucleari iraniane colpite da droni e aerei, passano sotto silenzio le esplosioni che hanno devastato interi quartieri della capitale Teheran: si parla di almeno venti autobombe fatte esplodere in punti strategici, contemporaneamente, in quella che appare come una vera e propria “campagna di caos coordinato”.

Questo non è un attacco improvvisato: è un piano minuziosamente pianificato, probabilmente da anni, con infiltrazioni profonde nei ranghi del potere iraniano. Gli agenti del Mossad in Iran non operano da settimane: sono lì da decenni, reclutando, sabotando, corrompendo, aspettando l’ora X.

L’obiettivo non è solo colpire i siti nucleari: è destabilizzare il regime teocratico dall’interno, generare panico e divisione, preparare il terreno per un cambio di regime o per un’escalation militare. Non è nemmeno escluso, in uno scenario ormai fuori controllo, che si possa arrivare all’uso dell’arma nucleare contro l’Iran. E se ciò accadesse, l’Occidente – complice e assuefatto – coprirebbe l’ennesimo crimine con la solita narrazione dell’“autodifesa”.

L’Occidente in ostaggio

Israele non è più (ammesso che lo sia mai stato) una piccola democrazia accerchiata da nemici. È oggi uno dei principali nodi dell’impero occidentale, una centrale di intelligence, propaganda, armamenti e sperimentazione tecnologica (spesso testata sulla popolazione palestinese).

Il genocidio in corso non è l’eccezione. È l’implementazione di un piano: espulsione forzata, annientamento culturale, occupazione definitiva. E chi si oppone, dentro o fuori Israele, viene annientato: fisicamente, politicamente, simbolicamente.

In tutto ciò, l’Europa tace. Anzi, applaude. L’Italia, Francia, Germania seguono docilmente la linea atlantista. I pochi che resistono – intellettuali, movimenti, alcuni giornalisti – vengono marchiati come antisemiti, anche se sono ebrei. La propaganda ha già colonizzato la lingua: non esiste più genocidio, esiste “autodifesa”. Non esistono più crimini, esiste “legittima sicurezza”.

Conclusione: la coerenza della barbarie

Netanyahu è coerente. Il sionismo radicale è coerente. Chi pensa di spiegare l’attuale comportamento del governo israeliano con l’“odio arabo” o con “il trauma dell’Olocausto” non ha capito niente. Questa è politica, non vendetta. È progetto, non paranoia. È dominio, non difesa.

Dalla Banda Stern ai bombardamenti su Gaza e Teheran, dalla lettera a Hitler al muro di separazione in Cisgiordania, dal Mossad ai deepfake diffusi per screditare le vittime: la linea è retta, inesorabile, perfettamente razionale.

Ma razionale, oggi, è anche sapere da che parte stare. E non è più tempo di silenzi.