La petizione è online. Sette impegni, milleseicento destinatari e una regola: dopo la firma si controlla
1. Da ieri si firma
Il 1 settembre 2026 è stata pubblicata su Change.org la petizione della campagna nazionale La cura non è un costo. È un diritto. Si firma online, richiede un minuto e non chiede denaro a nessuno, in nessuna fase e a nessun titolo.
In quarantotto ore ha superato le quattrocentocinquanta firme verificate, con oltre duecento condivisioni, ed è entrata fra le petizioni in crescita nella sezione salute e benessere di Change.org. Nella sola giornata di oggi hanno firmato trecentosettantacinque persone. Sono numeri ancora piccoli, e vanno detti per quello che sono: l’inizio di un percorso che si chiuderà il 31 gennaio 2027. Ma dicono anche un’altra cosa, che chi lavora su questi temi conosce bene. Non è la promozione a far firmare una petizione sulla non autosufficienza: è il riconoscimento. Chi firma, quasi sempre, sta pensando a qualcuno.
2. Da dove nasce
La campagna nasce da un libro, La cura negata. Anatomia dell’abbandono, distribuito gratuitamente in edizione digitale e diffondibile da chiunque senza chiedere nulla a nessuno. Ma nasce soprattutto dall’incontro con chi quel libro non ha avuto bisogno di leggerlo, perché la propria storia era già scritta dentro: comitati di malati, associazioni di familiari, persone che assistono un congiunto da anni e che hanno smesso di aspettare che qualcuno se ne accorga.
Sulla piattaforma la petizione risulta depositata a mio nome, perché il regolamento richiede che qualcuno figuri come promotore e perché il libro da cui tutto parte l’ho scritto io. Ma è un dato formale, e conviene ridimensionarlo subito: quel libro non contiene una sola storia che sia mia. Contiene quelle di chi assiste un familiare da anni, di chi aspetta una terapia che non arriva, di chi ha scoperto che le ore di assistenza dipendono dalla Regione in cui è nato. La firma sotto la petizione è una, le persone che l’hanno resa possibile sono molte di più.
Fra i soggetti promotori ci sono il Comitato 16 Novembre, che rappresenta i malati di sclerosi laterale amiotrofica e le persone in condizione di dipendenza vitale, e la Fondazione Spazio Legalità, insieme ad altre associazioni, movimenti civici e realtà territoriali. Altre adesioni stanno arrivando e l’elenco resta aperto per tutta la durata della raccolta.
I primi proponenti a titolo personale sono Emma Agricola, Laura Bignami, Valerio Borghetti, Roberto Brambilla, Elisa Caccamo, Francesco Coniglione, Tierri Dieng, Marco Dori, Antonio Ingroia, Mariangela La Manna, Nicola Lanza, Franco Melasi, Dianella Pez, Roberta Radich, Giampaolo Sablich, Mario Sommella e Riccardo Tillotta.
Non c’è un partito dietro questa campagna e non si chiedono voti per nessuno. C’è una constatazione: sulla cura e sulla non autosufficienza l’Italia ha prodotto negli ultimi anni molte parole e nessun sistema.
3. Il problema, in una riga
In Italia, se una persona perde l’autosufficienza, non esiste un servizio pubblico nazionale che la prenda in carico. Siamo l’unico grande Paese europeo che non ce l’ha. Restano le famiglie, e quando non bastano non c’è nient’altro.
Le persone che convivono con gravi limitazioni funzionali sono oltre tre milioni, e più di un milione ha meno di sessantacinque anni: non è una questione anagrafica, e per questo la campagna parla di ogni età della vita e non di anziani. Chi le assiste è un numero compreso fra i sette e gli otto milioni e mezzo, in larghissima maggioranza donne che riducono l’orario o lasciano il lavoro, accumulano anni senza contributi e invecchiano con una pensione che non basterà. Quel lavoro non compare in nessun bilancio pubblico per una sola ragione: è gratuito.
L’unica misura nazionale esistente, la Prestazione Universale, si rivolge a chi ha compiuto ottant’anni con un ISEE sociosanitario entro seimila euro, ed è sperimentale fino al 31 dicembre 2026. Chi ne ha settantanove è escluso. Chi si ammala di una malattia neurodegenerativa a cinquant’anni è escluso. Di universale, in quella misura, c’è soltanto il nome.
4. Sette impegni, un filo solo
La petizione chiede sette impegni precisi, da inserire nel programma di governo della prossima legislatura.
1. Un Servizio Nazionale per la Non Autosufficienza pubblico e universale, per ogni età della vita, senza soglie anagrafiche, finanziato dalla fiscalità generale e pubblico anche nella gestione.
2. Priorità e risorse certe per le persone con disabilità grave e gravissima e per chi vive in condizione di dipendenza vitale, con assistenza domiciliare garantita fino alle ventiquattro ore quando il bisogno lo richiede.
3. Rifinanziamento strutturale del Servizio Sanitario Nazionale, piano straordinario di assunzioni e superamento del modello aziendalistico.
4. Riconoscimento giuridico del caregiver familiare, con tutele previdenziali, contributive, sanitarie e di sollievo, aggiuntive ai servizi pubblici e mai sostitutive.
5. Retribuzioni allineate ai livelli europei per medici e personale infermieristico, ampliamento degli organici e assunzione diretta al posto degli appalti.
6. Vita indipendente e autodeterminazione delle persone con disabilità, e residenzialità pubblica al posto delle strutture che rispondono a un rendimento finanziario.
7. Livelli essenziali delle prestazioni definiti per legge e con risorse certe, sospensione di ogni ulteriore devoluzione alle Regioni in materia di salute, abrogazione della legge Calderoli e, nell’arco della legislatura, revisione del Titolo V della Costituzione.
Sono sette punti diversi, tenuti insieme da una cosa sola: la cura torna a essere un servizio pubblico. Non chiediamo soltanto più risorse. Chiediamo che quelle risorse attraversino un sistema pubblico, e non un mercato finanziato con denaro pubblico.
È il punto su cui la campagna ha lavorato di più negli ultimi mesi, e vale la pena spiegarlo. L’articolo 32 della Costituzione non è rimasto lettera morta: fu attuato nel 1978, con l’istituzione di un servizio sanitario nazionale pubblico e universale. Quell’attuazione è stata poi svuotata dall’interno, senza che nessuno modificasse la Costituzione, quando le unità sanitarie sono diventate aziende con bilancio autonomo e direttori generali di nomina fiduciaria, e il finanziamento è passato dal servizio alla singola prestazione remunerata a tariffa. Da allora il paziente è diventato utente, l’ospedale azienda, la cura prestazione. Nessuno ha toccato la Carta: l’hanno svuotata con leggi ordinarie. E con leggi ordinarie si può ricomporre.
5. A chi lo chiediamo, e perché adesso
La petizione non si rivolge a un partito né a uno schieramento. Si rivolge a chi ha ricevuto un mandato dagli elettori e può incidere su queste scelte: tutti i deputati e i senatori della Repubblica, tutti i consiglieri regionali, gli assessori regionali alle politiche sociali e alla sanità e i parlamentari europei eletti in Italia. Poco più di milleseicento persone, ciascuna raggiunta a proprio nome, a ciascuna delle quali sarà chiesta una risposta scritta.
Adesso, perché nei prossimi mesi si scrivono i programmi con cui qualcuno chiederà di governare il Paese, e i programmi non si compilano durante la campagna elettorale: si negoziano prima. Chi arriva dopo, arriva a cose fatte.
E adesso anche per una ragione più ruvida. Nell’agosto del 2026 il Parlamento ha autorizzato il Governo a chiedere all’Europa l’attivazione della clausola di salvaguardia, con un margine potenziale nel triennio fino a circa trentasei miliardi di euro destinati a difesa e sicurezza energetica. Non sono risorse già stanziate: è un margine di flessibilità rispetto al percorso di rientro. Ma il vincolo di bilancio opposto per quindici anni a ogni richiesta di finanziamento della sanità è stato giudicato derogabile. Con un voto. Per una destinazione precisa.
L’insieme delle misure che chiediamo vale fra i dodici e i diciassette miliardi di euro l’anno a regime: l’equivalente di quattro o sei mesi di spesa militare, secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x. La nostra Costituzione ripudia la guerra e tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo: anteporre gli armamenti alla cura rovescia l’ordine di valori che ci siamo dati. Le risorse non mancano. Mancano le priorità.
6. Che cosa rende questa campagna diversa
Le petizioni finiscono quasi sempre allo stesso modo: si consegnano, si fotografa la consegna, e lì si esauriscono. Questa prova a fare altro, e conviene dirlo prima e non dopo.
La firma non è il punto di arrivo, è il primo passo. Ai destinatari non chiediamo una dichiarazione di simpatia ma un’adesione scritta, nominale e datata. E poiché la legislatura volge al termine e nessuno sa se sarà rieletto, la richiesta è articolata su tre orizzonti: sostenere gli impegni negli atti che restano di questa legislatura, a partire dalla legge di bilancio; promuoverne l’inserimento nel programma della propria forza politica, anche senza ricandidarsi, perché i programmi non li scrivono i singoli eletti ma le segreterie e i gruppi dirigenti; sostenerli nella prossima legislatura in caso di elezione. Soltanto il terzo punto dipende dall’esito del voto.
Alla scadenza pubblicheremo l’esito integrale: chi ha aderito, chi ha aderito in parte e a quali punti, chi non ha risposto. Elenco nominale. E dopo le elezioni i sette impegni saranno ritrasmessi a chi non era fra i destinatari originari, allegando l’esito della prima trasmissione. Le adesioni già raccolte resteranno pubblicate e verificabili: chi ha sottoscritto e viene rieletto è tenuto a quanto ha firmato. L’elezione non cancella la firma.
Ogni impegno ha, nel documento che accompagna la campagna, un indicatore con cui chiunque può controllare se è stato mantenuto: numeri pubblici, verificabili sui bilanci e sui documenti ufficiali, senza bisogno di crederci sulla parola. Non chiediamo una fiducia a tempo indeterminato. Chiediamo impegni pubblici, con tempi certi, sottoposti al controllo dei cittadini. Perché la democrazia non può essere una delega quinquennale.
7. Che cosa si può fare, da oggi
Tre cose, in ordine di fatica, e ci si può fermare a quella che si preferisce.
1. Firmare. Un minuto, e non costa nulla. Il numero delle firme non produce un effetto giuridico: produce un argomento politico, e serve a poter dire, a chi scriverà i programmi, quante persone hanno chiesto per iscritto la stessa cosa precisa.
2. Diffondere. Questa campagna non ha un ufficio stampa e non compra pubblicità: ogni firma che arriverà da qui a gennaio passerà da qualcuno che l’ha mandata a qualcun altro. Quando si condivide il link conviene aggiungere una riga propria: chi ci conosce non risponde a un link, risponde a noi.
3. Restare. Il monitoraggio dell’attuazione durerà anni e non può reggersi su poche persone. Si regge su chi, nel proprio territorio, verifica se le ore di assistenza domiciliare sono aumentate, se i posti letto pubblici sono cresciuti, se la legge sul caregiver è stata calendarizzata, e lo dice pubblicamente quando non accade.
Fra le prime opinioni lasciate sulla pagina della petizione ce n’è una di poche parole, firmata da Celestino, di Saronno. Dice che certe petizioni vanno firmate e basta. È una buona sintesi, e vale più di questo articolo.
La petizione e i documenti della campagna
La petizione, da firmare e da condividere:
I sette impegni, con le richieste per esteso, le stime delle risorse necessarie, le fonti e gli indicatori di verifica:
https://mariosommella.com/wp-content/uploads/2026/08/la_cura_negata_sette_impegni.pdf
L’appello di avvio della campagna:
https://mariosommella.com/wp-content/uploads/2026/08/la_cura_negata_appello.pdf
Il libro La cura negata. Anatomia dell’abbandono, in edizione digitale gratuita:
https://mariosommella.com/wp-content/uploads/2026/08/la-cura-negata.pdf
Fonti
1. Dati della piattaforma sulla petizione al 3 settembre 2026: firme verificate, condivisioni e posizionamento nella sezione salute e benessere.
2. ISTAT, persone con gravi limitazioni funzionali e distribuzione per età; stime nazionali sul numero di familiari che prestano assistenza continuativa.
3. Decreto legislativo 15 marzo 2024, numero 29, istitutivo della Prestazione Universale in via sperimentale fino al 31 dicembre 2026.
4. Legge 23 dicembre 1978, numero 833; decreti legislativi 502 del 1992, 517 del 1993 e 229 del 1999.
5. Camera dei deputati, comunicazioni del Ministro dell’economia del 5 agosto 2026 e successiva risoluzione di autorizzazione sulla clausola di salvaguardia europea.
6. Osservatorio Mil€x, Annuario 2026: stime indipendenti sulla spesa militare italiana, non voci ufficiali di contabilità nazionale.
7. Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza e Fondazione GIMBE per le stime sul fabbisogno del sistema sanitario e assistenziale.
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