I signori dell’intelligenza artificiale invocano lo Stato per consacrare il proprio potere. Inchiesta su una regolamentazione scritta dai padroni dell’algoritmo
C’è un istante preciso in cui l’ipocrisia smette di nascondersi e diventa architettura. Quell’istante è stato il 10 giugno 2026, quando nel giro di poche ore uno degli uomini più potenti della nuova industria mondiale ha compiuto tre gesti che, messi in fila, raccontano tutto di questa epoca: ha chiesto allo Stato di regolare la sua industria, ha promesso trecentocinquanta milioni di dollari ai lavoratori che la sua tecnologia minaccia di rendere superflui, e ha consegnato in via riservata alle autorità di borsa il prospetto per quotare la sua azienda verso una valutazione prossima al trilione. Lo stesso giorno, la stessa mano. È da qui che bisogna partire per capire come funziona davvero il potere quando indossa il volto buono del riformatore.
1. Il giorno in cui il padrone chiese le regole
L’uomo è Dario Amodei, fondatore e amministratore delegato di Anthropic, una delle poche imprese che oggi si contendono il controllo dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati del pianeta. Il documento che ha diffuso è un lungo saggio di politica pubblica, accolto dalla stampa internazionale come un evento: il dirigente di un colosso tecnologico che invoca, contro il proprio apparente interesse, una regolamentazione vincolante della propria industria, fino a chiedere che il governo abbia il potere legale di bloccare o ritirare i modelli ritenuti pericolosi. La cornice mediatica era pronta in partenza: il capitalista illuminato che, solo contro la cecità dei suoi pari, suona l’allarme per il bene di tutti. È una narrazione seducente, ed è precisamente per questo che va smontata pezzo per pezzo.
Perché la coreografia è troppo perfetta. Nello stesso giorno in cui Amodei chiedeva di essere regolato, la sua azienda annunciava un fondo da duecento milioni di dollari per la ricerca sui futuri economici e centocinquanta milioni per un programma nazionale di borse rivolto ai giovani lavoratori americani. E nello stesso giorno depositava il prospetto per la quotazione, con un fatturato annualizzato che nel mese precedente aveva superato i quarantasette miliardi di dollari, dopo essere stato di appena dieci miliardi un anno prima. Un uomo che cresce a quella velocità non chiede regole per frenare se stesso. Chiede regole per disegnare il terreno su cui correrà, e per stabilire chi potrà corrervi accanto. Il riformatore, guardato da vicino, è un legislatore privato che detta allo Stato la forma del proprio recinto.
2. L’incendio appiccato, e poi domato
Per giustificare la svolta, l’intera argomentazione poggia su un evento drammatico: la scoperta che un modello di frontiera è capace di violare in autonomia i sistemi informatici che reggono la finanza, le infrastrutture critiche, la sicurezza degli Stati. Quel modello esiste, si chiama Mythos, ed è stato addestrato da Anthropic. Nei mesi precedenti l’azienda lo aveva schierato dentro un programma battezzato Glasswing, presentato come uno sforzo difensivo per mettere in sicurezza il software del mondo prima che capacità simili finissero in mani ostili. In poche settimane, una cinquantina di organizzazioni selezionate avevano usato quel modello per individuare oltre diecimila vulnerabilità gravi o critiche nei sistemi più delicati del pianeta, compresa una falla che permetteva di forgiare certificati per costruire siti bancari fasulli. Poi il consorzio è stato allargato a oltre centocinquanta organizzazioni in più di quindici Paesi.
Fermiamoci sul meccanismo, perché è qui che si nasconde il trucco. È la stessa impresa ad aver costruito l’arma. È la stessa impresa ad averla chiamata minaccia. È la stessa impresa ad aver raccolto le prove della sua pericolosità. Ed è la stessa impresa che ora propone il quadro normativo per governarla. Chi appicca l’incendio si presenta in tuta da pompiere e detta le regole antincendio. La selezione di chi può accedere a quella potenza la decide l’azienda: i giganti del cloud e dei semiconduttori, le grandi banche, l’alleanza atlantica, l’agenzia europea per la cybersicurezza, i colossi coreani della memoria. Non un’università pubblica europea, non un centro di ricerca civile, non un’organizzazione della società. Il pubblico è oggetto del programma, mai soggetto. Decide il privato a chi consegnare le chiavi del regno, e lo Stato è invitato soltanto a ratificare la lista degli eletti.
3. La grande narrazione: la velocità come alibi
La macchina ideologica di questa operazione ruota attorno a una sola parola: velocità. Il racconto dominante, ripetuto in mille varianti, dice che l’intelligenza artificiale avanza in modo esponenziale mentre la politica si trascina lenta e impacciata, e che il compito dell’ora è far correre le istituzioni per non restare indietro. È una metafora abile, perché sposta lo sguardo dall’unica domanda che conta. Non chiede mai dove stia correndo questa tecnologia, né a chi appartenga. Presenta l’accelerazione come un fenomeno quasi naturale, una legge fisica con un decennio di prove alle spalle, e così la sottrae alla critica. Ma l’esponenziale non è una forza della natura: è il prodotto di una concentrazione di capitale, di energia, di calcolo e di lavoro umano sfruttato a monte, nelle miniere di cobalto e nelle fabbriche di etichettatura dei dati del Sud del mondo. Quando una scelta di potere si traveste da destino, contestarla sembra assurdo come protestare contro la pioggia. È il più antico dei trucchi: naturalizzare ciò che è storico, per renderlo intoccabile.
La storia, però, conosce bene questo copione. Ogni volta che una tecnologia ha riorganizzato i rapporti di forza, dai telai meccanici alla catena di montaggio, dall’energia atomica alla rete, i suoi proprietari hanno spiegato che il cambiamento era inevitabile e che resistere era inutile, persino reazionario. L’inevitabilità è sempre stata l’ideologia dei vincitori. E ogni volta, il margine di libertà delle classi subalterne è dipeso non dalla velocità con cui le istituzioni rincorrevano la tecnologia, ma dalla capacità collettiva di decidere chi quella tecnologia la possiede e a quali fini la indirizza.
4. Il fossato travestito da legge
Veniamo al cuore della proposta. Si chiede che i modelli più potenti, sopra una certa soglia, siano sottoposti a test obbligatori da parte di valutatori terzi e che il governo possa fermarne il rilascio. Detta così, sembra ragionevole, persino doverosa. Ma il diavolo abita nei dettagli mancanti. Quella soglia non è mai definita con un numero. I valutatori terzi possono essere, nello schema proposto, soggetti privati autorizzati secondo un modello di mercato. E qui la presunta gabbia si rivela per quello che è: un fossato. Un sistema di certificazioni costose e complesse non colpisce chi quei costi può già permetterseli; colpisce chi vorrebbe entrare, i laboratori indipendenti, la ricerca aperta, il software libero, le piccole realtà che non hanno eserciti di avvocati e di ingegneri della conformità. La regolamentazione scritta dal monopolista non smantella il monopolio: lo consacra, trasformando la propria posizione dominante in requisito di legge.
Non è una sospettosità ideologica: lo hanno notato, in queste settimane, perfino osservatori liberali e uomini di mercato, che hanno parlato senza giri di parole di cattura del regolatore, e che hanno avvertito come nuove barriere di accesso finiscano per favorire chi è già attrezzato a superarle. La storia del capitalismo americano è lastricata di questi episodi. Nell’età dorata, i grandi trust dell’acciaio e delle ferrovie scoprirono che la regolamentazione, opportunamente plasmata, poteva diventare uno strumento di chiusura del mercato anziché di apertura. Le agenzie nate per imbrigliare i monopoli furono spesso colonizzate dai monopoli stessi. La differenza, oggi, è che l’oggetto in gioco non è l’acciaio o il trasporto, ma l’infrastruttura cognitiva attraverso cui passeranno la conoscenza, l’informazione, la decisione pubblica e privata. Chi controlla quel varco non controlla un settore: controlla la condizione di possibilità di tutti gli altri.
5. Il lavoro ridotto a danno collaterale
C’è una pagina, in questa vicenda, in cui la maschera del benefattore scivola e lascia intravedere la struttura reale del rapporto. È la pagina sul lavoro. Si ammette, con apparente coraggio, che l’intelligenza artificiale potrebbe distruggere occupazione in misura più ampia e più duratura di qualunque tecnologia precedente, lasciando il mondo bloccato su una combinazione di crescita vertiginosa e disuguaglianza estrema. Ma le soluzioni offerte intervengono tutte a valle, a disastro avvenuto: misurare il fenomeno, incentivare le imprese a non licenziare, assicurare un reddito a chi scende di stipendio, e in un futuro indefinito magari un reddito di base finanziato dalle tasse. Mai, neppure per un istante, ci si chiede a chi appartenga l’intelligenza artificiale che cancella il lavoro. Lo spostamento è accettato come una proprietà quasi naturale della macchina, e alla politica si assegna il ruolo di infermiera che fascia le ferite che il capitale ha inferto.
Si misuri la sproporzione. Trecentocinquanta milioni di dollari di impegni filantropici, di fronte a un fatturato che corre verso i cinquanta miliardi, sono lo zerovirgola di un bilancio: un gesto reputazionale, prezioso alla vigilia di una quotazione, non una redistribuzione. È la stessa logica per cui i baroni dell’industria fondavano biblioteche e fondazioni mentre i loro operai morivano nelle officine: la carità privata come surrogato della giustizia sociale, e come assicurazione contro il risentimento collettivo. La verità che nessuno di questi documenti può pronunciare è semplice e brutale: finché i mezzi della produzione cognitiva restano proprietà di pochi azionisti, ogni guadagno di produttività si trasformerà in profitto privato e ogni costo umano in problema pubblico. Non è un incidente del sistema. È il sistema.
6. La frontiera digitale e i corpi
La parte più inquietante riguarda lo Stato e le libertà. Qui, paradossalmente, la diagnosi è acuta: si riconosce il rischio di una presa di potere improvvisa resa possibile dall’intelligenza artificiale, il pericolo di una sorveglianza capace di dedurre i dettagli più intimi della vita di ciascuno, la minaccia di armi autonome che obbediscono a ordini illegali. Si propone perfino di chiudere il mercato dei dati personali, quella zona grigia in cui le informazioni che cediamo ai privati vengono rivendute per la sorveglianza di massa. Sono parole giuste. Ma la terapia è dimezzata, perché immagina che il pericolo venga solo dallo Stato, mentre il dominio del nostro tempo nasce dalla saldatura tra lo Stato e l’impresa.
Chi fornisce ai governi gli strumenti per spiare, schedare, colpire? Le stesse aziende che oggi si presentano come custodi delle libertà. La sorveglianza algoritmica testata sui più indifesi, i migranti alle frontiere, gli abitanti dei territori occupati, le popolazioni del Sud globale, non è un’aberrazione marginale: è il laboratorio in cui si collaudano gli strumenti che poi tornano, ammorbiditi e normalizzati, nelle democrazie del centro. Quando un modello capace di violare qualsiasi sistema viene consegnato all’alleanza militare atlantica e alle agenzie di sicurezza, la distinzione tra difesa e offesa, tra protezione del cittadino e controllo del cittadino, si dissolve nelle mani di chi possiede il codice. La libertà non viene abolita con un decreto. Viene erosa lentamente, un’inferenza alla volta, finché non ci si accorge più della sua assenza.
7. L’impero dei chip
Sopra tutto questo si stende la dimensione geopolitica, ed è la più rivelatrice. La proposta finale è costruire una coalizione delle democrazie che condivida al proprio interno i semiconduttori e le tecnologie di produzione e li neghi agli avversari, rafforzando e coordinando i controlli statunitensi sulle esportazioni verso la Cina. Si invoca un blocco di Paesi allineati, da rendere così attraente da spingere il resto del mondo ad aderirvi e così escludente da rendere insostenibile restarne fuori. È la dottrina dell’egemonia nella sua forma più aggiornata: non la conquista brutale, ma la costruzione del consenso attorno a un ordine che serve l’accumulazione del centro, lasciando alla periferia la scelta tra la subalternità dentro e l’isolamento fuori. Gramsci aveva un nome per questo, e quel nome era egemonia.
Che questi modelli siano ormai armi di Stato a tutti gli effetti lo prova un fatto recentissimo: l’accesso ai più potenti tra essi è stato sospeso in ottemperanza a una direttiva di controllo delle esportazioni. Non sono prodotti di consumo, sono dispositivi strategici, e come tali vengono trattati dalle cancellerie. In questo scacchiere l’Europa recita la parte più umiliante: esclusa dai tavoli che contano, priva di una propria filiera, dipendente dal calcolo, dal software e dall’hardware altrui, finisce per essere non un attore ma un mercato. La sovranità di un continente non si misura nei comunicati, ma nella capacità materiale di progettare e produrre i propri chip e le proprie memorie, di fondare i propri sistemi sul software libero, di tenere i propri centri dati e le proprie reti, in fibra e satellitari, sotto controllo pubblico anziché come rendita privata. Senza il possesso della filiera non c’è sovranità, e senza sovranità tecnologica non c’è democrazia che tenga di fronte a chi quella filiera la controlla.
8. Ciò che non possono dire
Arriviamo così al limite invalicabile di tutta questa riflessione, che non è un limite di intelligenza ma di posizione. Chi guida queste imprese vede quasi tutto: la posta strategica, la sorveglianza, il rischio autoritario, la distruzione del lavoro. Ciò che non può fare è nominare la causa, perché la causa è il modello di accumulazione di cui è il protagonista. Per questo il discorso dominante separa sempre, con cura chirurgica, la critica dell’algoritmo dalla critica del sistema economico che lo genera. Si può discutere all’infinito di test di sicurezza, di soglie di calcolo, di audit indipendenti, purché non si tocchi mai la domanda elementare: a chi appartiene tutto questo. È la differenza tra riformare il dominio e trasformarlo. Tra rendere il padrone più gentile e abolire il rapporto di padronanza.
Le imprese che diventano abbastanza potenti da assumere caratteristiche statali non sono una novità: la Compagnia delle Indie orientali governava territori, batteva moneta, manteneva eserciti, amministrava la giustizia, in nome del profitto dei suoi azionisti. Quella storia finì quando il potere pubblico riprese il controllo di ciò che era stato privatizzato. La posta in gioco, oggi, è esattamente questa: se la facoltà più decisiva della nostra epoca, la capacità di elaborare conoscenza e decisione su scala planetaria, debba restare proprietà di una manciata di società quotate in borsa, o diventare bene comune, governato democraticamente, sottratto alla logica della rendita.
9. La posta in gioco
Non ci viene chiesto di scegliere tra la deregolamentazione selvaggia dei tecno-fanatici e la regolamentazione scritta dai monopolisti per i monopolisti. Questa è la falsa alternativa con cui si vuole inchiodare il dibattito: o il far west, o il cartello tra grandi imprese e apparati di Stato. Esiste una terza strada, ed è l’unica che metta al centro la dimensione umana, sociale e collettiva. Regolare sul serio il rischio catastrofico, sì, ma con autorità pubbliche dotate di veri poteri e indipendenti dall’industria che devono sorvegliare. Difendere la ricerca aperta e il software libero come patrimonio dell’umanità. Proteggere il lavoro non con l’elemosina, ma socializzando l’infrastruttura che lo trasforma. Finanziare un’intelligenza artificiale di interesse pubblico, sottratta alla logica del profitto. Riportare l’intera filiera, dai chip alle reti, sotto un controllo pubblico e democratico.
Riconoscere il dominio è il primo atto di resistenza, e dargli un nome significa rompere l’incantesimo che lo fa apparire neutro, tecnico, inevitabile. Dietro la curva esponenziale che ci viene mostrata come un destino ci sono scelte, interessi, proprietà, volti e nomi. C’è chi guadagna e chi paga. C’è chi scrive le regole e chi le subisce. Finché lasceremo che siano i padroni dell’algoritmo a dettare le leggi sull’algoritmo, ogni promessa di sicurezza sarà la cornice dorata di una nuova servitù. La vigilanza, oggi, non è un sentimento: è un dovere politico. E quando il dominio si fa legge, ribellarsi a quella legge torna ad essere l’unica giustizia possibile.
Fonti
Mario Sommella, «Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile», 2026 (ISBN 979-12-986303-2-1).
Dario Amodei, «Policy on the AI Exponential», darioamodei.com, giugno 2026.
Anthropic, «Project Glasswing: Securing critical software for the AI era» e «Project Glasswing: An initial update», anthropic.com, aprile–maggio 2026.
Anthropic, «Expanding Project Glasswing», anthropic.com, giugno 2026.
Cybersecurity Dive, «Anthropic shares Mythos with 150 more organizations, including critical infrastructure operators», giugno 2026.
TechCrunch, «Anthropic scales Claude Mythos to critical infrastructure in 15+ countries», 2 giugno 2026.
CNBC, «Anthropic expands Mythos to 150 additional organizations in more than 15 countries», 2 giugno 2026.
Help Net Security, «Anthropic: Claude Mythos identified 10,000+ software flaws», maggio 2026.
Investing.com, «Anthropic Mythos Expansion Opens a New AI Cybersecurity Market», giugno 2026.
TechTimes, «AI Regulation Push: Amodei Demands Power Blocking Unsafe Models, Anthropic Pledges $350 Million», 11 giugno 2026.
Kingy AI, «Dario Amodei’s Policy on the AI Exponential: Safety Plan or Blueprint for AI Regulatory Capture?», giugno 2026.
Developers Digest, «The Pushback on Amodei’s Exponential Essay», giugno 2026.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»
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