Vannacci, la resa della sinistra e la rabbia dirottata
C’è una domanda che attraversa il dibattito pubblico italiano come una crepa che nessuno vuole guardare fino in fondo. La pone Massimo Adinolfi, oggi, dalle pagine di la Repubblica, con un’immagine che vale più di un trattato: com’è possibile che sia successo tutto questo? In quale momento, cioè, si è spostato l’asse di rotazione, il perno invisibile attorno a cui ruota ciò che una società considera normale, dicibile, di buon senso? È una domanda formulata in punta di retorica, e proprio per questo decisiva, perché chi la solleva con onestà sa già che la risposta non riguarda un uomo solo.
Idee considerate per decenni marginali, residuali, persino incompatibili con la cultura democratica, si sono insediate nel senso comune di una parte larga del Paese. Ma l’asse non si è spostato da sé. Qualcuno ha mollato la presa sul timone, e per capire chi non basta osservare la destra che oggi occupa la scena: occorre risalire al punto preciso in cui quel perno ha cominciato a scivolare.
Roberto Vannacci, allora, non è la causa di nulla. È il sintomo di una malattia più antica, e quella malattia ha un decorso che porta dritto alle responsabilità di chi, per oltre trent’anni, ha lasciato sguarnito il terreno su cui era nata la Repubblica fondata sul lavoro. Il vuoto in cui il generale prospera non è stato scavato dalla destra. È stato abbandonato da una sinistra che ha progressivamente smesso di essere sinistra. Provare a capire quel vuoto, e a datare lo spostamento dell’asse, anziché limitarsi a deplorare chi lo occupa, è l’unico esercizio politico serio che ci resti.
1. Un fenomeno che si misura, non si esorcizza
Conviene partire dai fatti, perché è proprio la rimozione dei fatti che alimenta l’equivoco. Nel febbraio del 2026 Vannacci ha lasciato la Lega, di cui era vicesegretario federale, e ha fondato un partito tutto suo, Futuro Nazionale, registrandone lo statuto davanti a un notaio. In pochi mesi quella formazione ha dichiarato di aver superato gli ottantamila iscritti, più di quanti ne conti oggi la Lega di Salvini, il più antico tra i partiti presenti in Parlamento. I sondaggi lo collocano tra il tre e il quattro per cento, in crescita lenta ma costante, e nei ballottaggi amministrativi della scorsa primavera alcune liste a lui riconducibili hanno toccato risultati a due cifre, come il quattordici per cento di Vigevano.
Dietro questi numeri c’è una catena che vale più di mille talk show. Un libro autopubblicato, Il mondo al contrario, venduto in circa trecentottantamila copie; quelle copie trasformate in cinquecentoventottomila preferenze alle elezioni europee; quelle preferenze convertite in un seggio, poi in un apparato, infine in un partito con uno statuto che mette nero su bianco la difesa dei confini, della famiglia naturale e della vita, il rifiuto della cosiddetta ideologia gender, l’appello a un’identità radicata nel diritto romano e nella civiltà cristiana. Contenuto diretto, distribuzione diretta, monetizzazione diretta, legittimazione politica diretta. Chi continua a trattare tutto questo come folklore mediatico, come la trovata di un generale in pensione che riempie i salotti televisivi, non ha capito nulla. Quel consenso è organizzato, radicato, reale. E va spiegato, non scongiurato.
2. La rabbia dirottata
Il punto non è cosa pensa Vannacci. Il punto è perché milioni di persone lo ascoltano. La risposta non sta nelle sue idee, che non sono né nuove né maggioritarie, ma nella domanda di rappresentanza che intercetta. C’è nel Paese una rabbia profonda, prodotta da vent’anni di impoverimento, e quella rabbia cerca un linguaggio. La destra gliene offre uno semplice e potente: prende il conflitto reale, quello tra chi accumula e chi non arriva a fine mese, e lo capovolge in un conflitto immaginario tra italiani e stranieri, tra noi e loro, tra la maggioranza e le minoranze.
È un’operazione di sostituzione. Al posto della critica al potere economico, la caccia al capro espiatorio. Al posto della disuguaglianza, l’insicurezza. Al posto della precarietà, la paura dell’altro. Non è un’osservazione di parte: lo stesso rapporto Oxfam del 2026 descrive con precisione il meccanismo, parlando di una vera e propria imprenditoria della paura che costruisce contrapposizioni artificiose tra gli ultimi e i penultimi, mentre la concentrazione della ricchezza prosegue indisturbata. La rabbia di chi è stato lasciato indietro, invece di rivolgersi verso l’alto, viene pazientemente orientata verso il basso, verso chi è ancora più debole. È il trucco più antico del potere, e funziona ogni volta che chi dovrebbe offrire un’alternativa tace.
3. La prima resa: la Costituzione dimenticata
La prima grande rinuncia è stata quella alla Costituzione. Non alla Carta celebrata nelle cerimonie e citata nei discorsi ufficiali, ma alla Costituzione materiale, quella che all’articolo 3 impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Per decenni il mondo che si diceva progressista ha smesso di considerare i diritti sociali come l’asse portante della propria azione. Lavoro stabile, sanità pubblica, scuola, casa, previdenza, trasporti, tutela delle persone fragili: tutto è stato lentamente derubricato da promessa costituzionale a variabile di bilancio.
La politica ha smesso di trasformare la realtà e ha cominciato semplicemente ad amministrarla. La parola d’ordine non era più l’uguaglianza, ma la sostenibilità; non più la giustizia, ma l’efficienza; non più il diritto, ma il mercato. È la condizione che alcuni studiosi hanno chiamato post-democrazia: le istituzioni rappresentative restano in piedi, le elezioni si svolgono regolarmente, ma le decisioni che contano vengono prese altrove, nei luoghi opachi della governance tecnocratica e finanziaria, dove i cittadini non entrano. Mentre questo accadeva, le disuguaglianze crescevano. E quando il linguaggio dei diritti viene sostituito dal linguaggio dei conti, qualcun altro arriva a parlare di patria e di sangue.
4. La seconda resa: il lavoro tradito
La seconda rinuncia riguarda il lavoro, e con esso le persone in carne e ossa che lo svolgono. Un tempo la sinistra organizzava il conflitto sociale e dava voce al mondo del lavoro. Oggi una parte consistente della sua classe dirigente abita circuiti culturali, economici e professionali lontanissimi dalla condizione materiale di operai, precari, disoccupati, pensionati al minimo, lavoratori poveri. Interi distretti industriali sono stati abbandonati, le periferie dimenticate, le fabbriche hanno cessato di essere luoghi di elaborazione politica. La precarietà è stata troppo spesso accettata come una forma inevitabile di modernizzazione.
I numeri raccontano questo tradimento meglio di qualunque slogan. In Italia i salari valgono oggi appena il trentotto per cento del prodotto interno lordo, contro il cinquanta per cento che spetta ai profitti: la ricchezza prodotta si sposta dal lavoro alla rendita. Tra il 2007 e il 2023 i redditi reali delle famiglie sono diminuiti in media di quasi il nove per cento, e l’inflazione degli ultimi anni ha aggravato la frana. È comparsa una figura un tempo impensabile, quella del lavoratore povero: persone che hanno un’occupazione e restano comunque sotto la soglia della povertà, perché il lavoro ha smesso di garantire una vita dignitosa. Quando milioni di cittadini smettono di sentirsi difesi da chi diceva di rappresentarli, è solo questione di tempo prima che qualcun altro si presenti a raccoglierli.
5. I numeri di una scelta
Si dice spesso che la disuguaglianza sia un fenomeno naturale, quasi una legge di gravità dell’economia. È una menzogna. La disuguaglianza è il risultato di precise decisioni politiche, e i numeri lo dimostrano. Secondo il rapporto Oxfam del 2026, il dieci per cento più ricco delle famiglie italiane detiene quasi il sessanta per cento della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera della popolazione possiede appena il sette per cento. Settantanove miliardari italiani controllano oltre trecento miliardi di euro, e nel solo 2025 hanno accresciuto il proprio patrimonio di oltre cinquanta miliardi, al ritmo di centocinquanta milioni al giorno.
Sull’altro versante, lo stesso Paese conta cinque milioni e settecentomila persone in povertà assoluta, un milione e seicentomila in più rispetto a dieci anni fa. La povertà colpisce quasi il quattordici per cento dei bambini, il dato più alto del decennio. Nel solo 2024 sono stati emessi oltre quarantamila provvedimenti di sfratto, l’ottanta per cento dei quali per morosità incolpevole, cioè per l’impossibilità di pagare un affitto diventato insostenibile. Una persona su dieci ha dovuto rinunciare a una visita o a un esame medico, per le liste d’attesa o perché non poteva permetterselo.
C’è di più, ed è il segno di un Paese che blocca il proprio futuro. La ricchezza si trasmette sempre più per eredità: nei prossimi anni passeranno di mano almeno duemilacinquecento miliardi di euro, tassati con una mano leggerissima, mentre i grandi patrimoni restano un tabù fiscale e i condoni premiano chi ha evaso. È la costruzione di una società ereditocratica, in cui la traiettoria di una vita dipende dal cognome di famiglia più che dal merito o dal lavoro. Oxfam lo scrive senza giri di parole: tutto questo non è casuale, è il prodotto di scelte. E ciò che è frutto di una scelta può essere rovesciato da un’altra scelta.
6. Le armi al posto degli ospedali
Mentre i servizi pubblici arretrano e i salari perdono valore, una nuova cultura politica si è imposta quasi nel silenzio generale: quella del riarmo. Al vertice NATO dell’Aia del 2025 i governi, sotto la pressione degli Stati Uniti, si sono impegnati a portare la spesa militare al cinque per cento del prodotto interno lordo entro il 2035, suddiviso tra difesa in senso stretto e una nebulosa voce di sicurezza. Per l’Italia significherebbe un aumento stimato intorno ai cento miliardi di euro l’anno, qualcosa come seicentocinquanta euro a testa, oltre duemilaseicento per una famiglia di quattro persone.
Anche le forze che si definiscono progressiste hanno spesso accettato questa logica come ineluttabile. Eppure la scelta è evidente e va smascherata. Il due per cento già certificato dalla NATO è in buona parte un’operazione contabile, ottenuta riclassificando come spesa militare voci che militari non sono. La spesa per nuovi sistemi d’arma vale oltre tredici miliardi nel solo bilancio 2026 ed è cresciuta di quasi la metà rispetto a dieci anni fa. Molti di quegli armamenti verranno acquistati all’estero, soprattutto negli Stati Uniti: il riarmo europeo si traduce così in un trasferimento di ricchezza verso l’industria bellica d’oltreatlantico, un moltiplicatore di profitti per chi vende e di debiti per chi compra.
Le risorse, dunque, esistono. Il problema non è la loro scarsità, ma la loro destinazione. Quando si finanziano gli armamenti riducendo gli investimenti in sanità, scuola e assistenza, si compie una precisa scelta di modello: si preferisce lo Stato di guerra allo Stato sociale. È la traduzione contabile di un’idea di società in cui la sicurezza è soltanto militare, mai sociale, mai umana. E ogni miliardo speso in deterrenza è un miliardo sottratto a un ospedale, a una scuola, a una casa popolare.
7. La storia non assolve nessuno
La storia insegna che nessun arretramento democratico nasce all’improvviso. Ogni regressione è preceduta da una lunga crisi di rappresentanza. Il fascismo storico non conquistò il potere soltanto con la violenza squadrista: sfruttò la sfiducia nelle istituzioni liberali, la paura sociale del dopoguerra, l’incapacità delle classi dirigenti di dare risposte ai bisogni popolari. Weimar non cadde nelle mani dei nazisti perché i democratici fossero pochi, ma perché la democrazia aveva smesso di proteggere chi avrebbe dovuto difenderla.
Oggi quella crisi di rappresentanza ha un nome tecnico e un volto quotidiano: si chiama astensione. Un Paese che un tempo era ai primi posti al mondo per partecipazione al voto è precipitato attorno al quaranta per cento di affluenza. Quel sessanta per cento che non vota più non è apatia: è una secessione silenziosa, la diserzione di chi ha smesso di credere che il proprio voto cambi qualcosa. È lì, in quella riserva di disillusione, che pescano gli imprenditori della paura. E quando la disuguaglianza erode il patto civico, avanzano insieme la concentrazione della ricchezza e la torsione autoritaria: la criminalizzazione del dissenso, l’incattivimento del linguaggio pubblico, la trasformazione in senso comune della riduzione dei diritti. Non è un destino. È un avvertimento.
8. La sfida che ci riguarda
Per questo l’immagine di Adinolfi è preziosa, ma la risposta non può fermarsi a Vannacci. Chiedersi quando si è spostato l’asse di rotazione significa avere il coraggio di datare la resa: il momento in cui una parte della sinistra ha smesso di difendere la Costituzione sociale, il lavoro, l’uguaglianza, la solidarietà, e ha cominciato a considerare obsolete le proprie ragioni storiche. È lì, nel punto in cui il linguaggio dei diritti è stato rimpiazzato da quello dei mercati, che l’asse ha iniziato a girare nella direzione sbagliata. Finché non avremo il coraggio di nominare quel momento, il problema non sarà il generale di oggi: dopo di lui ne verrà un altro, e poi un altro ancora, perché il vuoto politico, nella storia, non resta mai vuoto. Qualcuno lo riempie sempre.
La vera sfida non è contrastare il personaggio mediatico del momento, ma ricostruire una cultura politica capace di restituire rappresentanza, dignità e speranza a chi oggi si sente invisibile. Non si tratta di moderare i toni o di inseguire l’avversario sul suo terreno, ma di tornare a nominare il conflitto vero, quello tra chi possiede e chi lavora, e di schierarsi senza ambiguità dalla parte degli ultimi. È lì che si decide il futuro della democrazia italiana. Non nei talk show, ma nei luoghi dove milioni di cittadini attendono ancora che la promessa costituzionale di uguaglianza diventi finalmente realtà.
Fonti
1. Oxfam Italia, Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia, rapporto 2026, gennaio 2026.
2. Istat, Le statistiche sulla povertà assoluta in Italia, dati 2024.
3. Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, analisi sul bilancio della Difesa 2026 e sul dato NATO del 2,01 per cento, marzo 2026.
4. Rete Italiana Pace e Disarmo e Campagna Sbilanciamoci!, dossier sulle spese militari e sul vertice NATO dell’Aia, 2025 e 2026.
5. Pagella Politica, Quanti miliardi costerà all’Italia l’aumento della spesa militare, giugno 2025.
6. Il Post, Vannacci, Meloni e Futuro Nazionale, giugno 2026.
7. Adnkronos, Lo Statuto di Futuro Nazionale con Roberto Vannacci, febbraio 2026.
8. Quotidiano Nazionale, Fenomenologia di Vannacci, giugno 2026.
9. Massimo Adinolfi, editoriale su la Repubblica, 18 giugno 2026.
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