L’Impero delle disuguaglianze: come il capitalismo predatorio ci sta rubando il futuro (e perché dobbiamo fermarlo)

Viviamo immersi in un inganno che ha assunto le sembianze della normalità. Ogni giorno ci svegliamo, lavoriamo, consumiamo, accettiamo senza battere ciglio che esista un ordine naturale delle cose, in cui pochi sono sempre più ricchi e molti devono lottare ogni giorno solo per sopravvivere. Ci hanno convinti che sia inevitabile, che sia il prezzo del progresso. Ma non è così. Quello che stiamo vivendo non è progresso: è predazione.

I dati che emergono dall’analisi dell’evoluzione economica degli Stati Uniti — che rappresentano da sempre il laboratorio e il modello del capitalismo globale — parlano chiaro e descrivono un processo inarrestabile di concentrazione della ricchezza e di crescente disuguaglianza sociale.

Nel 1976, l’1% più ricco della popolazione americana possedeva il 9% del reddito nazionale. Oggi quella quota è salita quasi al 25%. In meno di cinquant’anni, la loro fetta di ricchezza è quasi triplicata. Nel frattempo, il 50% più povero degli americani possiede appena lo 0,5% degli investimenti in azioni, obbligazioni e fondi comuni: significa che la metà della popolazione statunitense non investe, non costruisce, non risparmia. Sopravvive.

Trent’anni fa, la classe media possedeva una ricchezza doppia rispetto all’1% più ricco. Oggi quella forbice si è chiusa: l’1% ha superato la classe media in termini di ricchezza collettiva e il divario continua ad aumentare anno dopo anno. Gli americani a basso reddito — che rappresentano il 20% inferiore in termini di reddito — possiedono soltanto il 3% della ricchezza complessiva.

Ma non è solo la distribuzione della ricchezza a certificare la deriva: sono i salari a raccontare la violenza di questo modello. Tra il 1979 e il 2021, i salari degli americani appartenenti all’1% più ricco sono aumentati del 206%, al netto dell’inflazione. Nello stesso periodo, i salari del 90% più povero sono cresciuti solo del 29%. Una forbice insostenibile che ha portato a un’assurdità ormai strutturale: un CEO guadagna in media 380 volte più di un lavoratore medio. Per guadagnare quanto un dirigente incassa in un’ora, un lavoratore deve sgobbare per oltre un mese.

Possiamo davvero credere che il lavoro, l’impegno, l’intelligenza di un essere umano valgano 380 volte meno di quelli di un altro? O siamo semplicemente di fronte all’ennesima menzogna istituzionalizzata, a un sistema che non premia il merito, ma protegge con ferocia il privilegio?

Questa non è una distorsione accidentale del capitalismo. Non è una sbavatura correggibile. È il cuore stesso del modello.
Il capitalismo predatorio che si è affermato negli ultimi quarant’anni ha smesso da tempo di essere un motore di crescita condivisa: si è trasformato in una macchina famelica che vive divorando tutto ciò che incontra. Sfrutta il lavoro umano, distrugge l’ambiente, finanzia guerre, precarizza le vite, mercifica ogni diritto. Non crea ricchezza collettiva, ma estrazione di valore per pochi e miseria per molti.

E non pensiamo che questa dinamica riguardi solo gli Stati Uniti. È la regola in tutto l’Occidente. È la logica profonda della globalizzazione finanziaria che ha trasformato ogni aspetto della nostra vita in merce e ogni nostra fragilità in occasione di profitto.

Ma la parte più insidiosa di questo meccanismo non è soltanto la concentrazione della ricchezza. È la costruzione di un’intera narrazione tossica che ci convince che tutto questo sia normale, inevitabile, persino giusto.

Ci fanno credere che non esistano alternative, che la disuguaglianza sia il prezzo da pagare per il benessere, che la povertà sia colpa dei poveri, che chi resta indietro sia inadeguato, improduttivo, inutile.

È questa la vera gabbia: la manipolazione delle coscienze, il controllo del senso comune, la naturalizzazione della disuguaglianza. È un progetto politico e culturale che ha un solo obiettivo: disinnescare ogni possibilità di ribellione.

Non esiste un solo tavolo dove si decide tutto questo. Ce ne sono decine, centinaia, intrecciati come una fitta rete che tiene imprigionate le nostre vite. Sono tavoli economici, politici, militari, tecnologici, mediatici. Sono multinazionali, fondi finanziari, think tank, agenzie di rating, lobby industriali, governi complici. Ognuno di questi tavoli si alimenta degli altri, scambia potere e ricchezza come fossero fiches in un casinò globale dove il banco vince sempre.

E noi?
Noi siamo gli spettatori paganti.
I clienti inconsapevoli.
I servi senza catene visibili.

È ora di comprendere che nessuno ribalterà quei tavoli per noi.
Non ci saranno uomini della provvidenza, né scorciatoie.
Non ci sarà riforma possibile finché questo intero edificio non verrà smascherato e spazzato via.

La prima rivoluzione è culturale: dobbiamo uscire dalla narrazione tossica, dobbiamo smettere di credere che questo sia l’unico mondo possibile.
La seconda rivoluzione è sociale: dobbiamo organizzarci, costruire dal basso nuovi spazi di autonomia, di resistenza, di mutualismo.
La terza rivoluzione è politica: dobbiamo mettere in discussione ogni tavolo, ogni regola scritta per garantire il dominio di pochi sui molti.

Finché non saremo noi, popolo, massa, comunità, a riorganizzarci e a prendere in mano il nostro destino, il capitalismo predatorio continuerà a divorarci, centimetro dopo centimetro, giorno dopo giorno, senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Il momento è adesso.
Non per chiedere riforme impossibili, ma per ribaltare tutti i tavoli.
Perché non ne esiste uno solo: sono troppi, intrecciati, apparentemente invincibili.
Ma tutti possono crollare nello stesso momento, quando la massa smette di chinare la testa e decide di rialzarla.

La lotta tra capitalismo produttivo e speculativo: un riassetto che non sarà mai a favore dei popoli

La storia del capitalismo è una storia di continui adattamenti e ristrutturazioni, spesso mascherati da conflitti ideologici o battaglie politiche, ma che in realtà rispondono a una logica ferrea: il mantenimento del dominio delle élite economiche sulla società. L’attuale scontro tra il capitalismo produttivo, rappresentato da Trump e dalla sua fazione, e il capitalismo finanziario-speculativo, incarnato dall’asse globalista di Davos e delle grandi istituzioni finanziarie, non è altro che l’ennesima fase di questa eterna riorganizzazione del potere economico.

Tuttavia, ciò che emerge con chiarezza è che in questa guerra di fazioni non c’è un campo che possa essere considerato realmente dalla parte dei popoli. Sia il capitalismo produttivo che quello finanziario sono interessati unicamente alla propria sopravvivenza e al proprio rafforzamento, mentre i cittadini rimangono spettatori passivi e vittime predestinate di ogni nuovo assetto.

Il capitalismo e la sua vera lotta: le tasse e il controllo delle risorse

Per comprendere il conflitto in corso, bisogna partire dalla questione fondamentale: la tassazione. Ogni sistema economico si regge sulla capacità dello Stato di prelevare risorse dalla società per finanziare infrastrutture, servizi e il mantenimento dell’ordine. Ma il capitalismo ha sempre cercato di sottrarsi a questa logica, trasferendo il peso fiscale sulle fasce più deboli mentre le grandi corporation e le élite finanziarie trovano modi sempre più sofisticati per eludere le tasse.

Il capitalismo finanziario ha prosperato grazie alla deregolamentazione globale, ai paradisi fiscali e alla manipolazione monetaria operata dalle banche centrali. Il capitalismo produttivo, d’altro canto, ha bisogno di una base fiscale più solida per finanziare le proprie attività industriali e infrastrutturali. Da qui nasce lo scontro: chi deve pagare il conto del nuovo riassetto economico?

Trump e la sua fazione vogliono rilanciare l’industria americana e riportare la produzione negli Stati Uniti, il che implica un maggiore controllo sulla finanza speculativa e una redistribuzione della pressione fiscale. Ma questo non significa affatto che i cittadini ne trarranno beneficio: la storia ci insegna che quando il capitalismo produttivo prende il sopravvento, lo fa a scapito dei lavoratori, con tagli ai diritti, all’aumento dei carichi di lavoro e alla riduzione della spesa sociale.

Trump contro l’élite finanziaria: un vero scontro o una faida interna?

L’ascesa di Trump e della sua squadra non è solo un cambio di amministrazione, ma un vero terremoto per l’ordine economico globale. La sua visione si contrappone all’élite finanziaria che ha dominato gli ultimi decenni, rappresentata dalle grandi istituzioni come la BCE, la Commissione Europea e i think tank di Davos.

La sua strategia è chiara: svincolare gli Stati Uniti dalla logica della globalizzazione finanziaria per riportare il baricentro dell’economia sulla produzione interna. Questo significa, tra le altre cose, minare il potere di organismi sovranazionali come il WTO, il FMI e la stessa NATO, e avviare un processo di deglobalizzazione controllata.

Ma è davvero un cambio di paradigma? O si tratta solo di un riassetto delle forze dominanti, in cui il capitalismo produttivo rimpiazzerà quello speculativo senza che la popolazione ne tragga alcun vantaggio? La verità è che il cittadino medio non vedrà mai una ridistribuzione della ricchezza, ma solo nuove forme di sfruttamento e controllo.

L’Europa: il vaso di coccio tra due capitalismi predatori

In questo scenario, l’Europa è il soggetto più debole. Ancorata a un sistema economico basato sul rigore fiscale e sulle politiche di austerità, si trova schiacciata tra l’ambizione di Trump di smantellare l’ordine globalista e la volontà delle élite finanziarie di mantenere il controllo assoluto sulle economie nazionali.

La Commissione Europea e la BCE hanno adottato politiche che favoriscono la speculazione finanziaria a scapito dell’economia reale. La deindustrializzazione dell’Europa, accelerata dal Green Deal e dalle sanzioni alla Russia, è un chiaro esempio di come il capitalismo finanziario abbia sacrificato interi settori produttivi per mantenere i profitti di pochi.

Ma l’alternativa offerta da Trump non è affatto una salvezza per il Vecchio Continente. Il ritorno a un capitalismo produttivo negli Stati Uniti significa per l’Europa una perdita di centralità economica e una maggiore pressione per seguire la nuova direzione imposta da Washington, con un aumento delle spese militari e una riduzione della sovranità economica.

I popoli come vittime sacrificali: il grande riassetto del potere

Qualunque sia l’esito dello scontro tra le due fazioni capitaliste, una cosa è certa: i popoli non ne trarranno alcun beneficio. Sia il capitalismo finanziario che quello produttivo vedono i cittadini come semplici risorse da sfruttare, greggi da tosare per alimentare il proprio sistema.

Nel vecchio modello finanziario, la speculazione ha portato alla compressione dei salari, alla precarizzazione del lavoro e all’aumento delle disuguaglianze. Nel nuovo modello produttivo che Trump vuole imporre, il rischio è quello di una nuova forma di sfruttamento, in cui la necessità di rilanciare l’industria porterà a una maggiore pressione sui lavoratori e a una riduzione dei diritti sociali.

Il grande riassetto in corso non ha nulla a che fare con il benessere delle persone, ma solo con la sopravvivenza e il rafforzamento del sistema capitalistico. I popoli non saranno protagonisti di questo cambiamento, ma semplici spettatori, costretti a subire le conseguenze delle scelte fatte da una ristretta élite di potere.

Conclusione: il futuro sarà sempre più spietato per i cittadini

La vera domanda non è se Trump vincerà contro la fazione globalista, ma cosa cambierà davvero per i cittadini comuni. La risposta, purtroppo, è amara: indipendentemente da chi prevarrà, il sistema continuerà a funzionare a vantaggio delle élite economiche, lasciando ai popoli solo le briciole e i costi delle nuove strategie di dominio.

La politica, in questa fase storica, non è altro che una lotta tra fazioni dell’élite economica per il controllo delle risorse globali. Non esistono veri difensori degli interessi popolari, ma solo nuovi assetti di potere che cercheranno, con metodi diversi, di garantire la continuità del dominio capitalista.

Le masse continueranno a essere manipolate, divise, illuse con false promesse e terrorizzate con minacce esterne, siano esse la Russia, la Cina o qualche nuova emergenza costruita ad arte. E mentre il grande riassetto avanza, i popoli resteranno quello che sono sempre stati per le élite: un gregge da sfruttare, tosare e, se necessario, sacrificare.

Pubblicato il rapporto  annuale di Oxfam Italia su povertà e diseguaglianze. 

Disuguaglianza. Povertà ingiusta e ricchezza immeritata
di: Oxfam Italia
Nel 2024 la ricchezza dei miliardari è cresciuta in termini reali, nel mondo, di 2.000 miliardi di dollari, pari a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno, a un ritmo tre volte superiore rispetto all’anno precedente. Entro un decennio si prevede che ci saranno ben cinque trilionari. Il numero di persone che oggi vivono in povertà, con meno di 6,85 dollari al giorno, è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990 e, alle tendenze attuali, ci vorrebbe più di un secolo per portare l’intera popolazione del pianeta sopra tale soglia.

In Italia il 5% più ricco delle famiglie, titolare del 47,7% della ricchezza nazionale, possiede quasi il 20% in più della ricchezza complessivamente detenuta dal 90% più povero. La crescita della disuguaglianza rende l’Italia un Paese dalle fortune invertite con strutture di opportunità fortemente differenziate per i suoi cittadini.

Fornendo una fotografia attuale sullo stato delle disuguaglianze nel mondo e in Italia, Oxfam, nel suo ultimo rapporto Disuguaglianza. Povertà ingiusta e ricchezza immeritata mette in luce come l’estrema concentrazione di ricchezza al vertice non sia solo un male per l’economia ma un male per l’umanità. Un’accumulazione di ricchezza in gran parte non ascrivibile al merito ma derivante da rendite di posizione (eredità, monopoli, clientelismo), da un sistema economico “estrattivo” o da politiche, come nel caso italiano, che vanno caratterizzandosi più per il riconoscimento e la premialità di contesti ed individui che sono già avvantaggiati, che per una lotta determinata contro meccanismi iniqui ed inefficienti che accentuano le divergenze nelle traiettorie di benessere dei cittadini.

Un cambio di rotta è più urgente che mai. Bisogna ricreare le condizioni per società più eque. Il tempo di agire è ora. Per noi e per le generazioni future.

Qui il testo integrale del rapporto:


https://www.oxfamitalia.org/report-disuguaglianza/