Mentre gli italiani fanno i conti con bollette sempre più pesanti, salari che non recuperano il terreno perduto dall’inflazione, pensioni che si svalutano mese dopo mese e servizi pubblici sempre più in affanno, nelle stanze del potere sembrano dominare altre preoccupazioni. Non il lavoro povero. Non la sanità in difficoltà. Non il futuro dei giovani costretti a cercare opportunità all’estero. Le priorità sembrano essere il riarmo, gli equilibri geopolitici e persino la modifica delle regole elettorali.
È una fotografia impietosa che racconta molto dello stato della politica italiana e delle sue contraddizioni.
Dopo quasi quattro anni di governo, il bilancio dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni appare ben diverso dalle promesse che avevano accompagnato la conquista di Palazzo Chigi. La crescita economica resta debole, il debito pubblico continua a salire, il potere d’acquisto delle famiglie si è ridotto e le disuguaglianze sociali si sono ulteriormente ampliate. Nel frattempo, molte delle politiche adottate hanno favorito principalmente i grandi interessi economici, aumentando vergognosamente le ricchezze dei pochi, mentre lavoratori, pensionati e fasce più fragili della popolazione hanno visto peggiorare le proprie condizioni materiali.
Di fronte a questa realtà, il governo sembra aver imboccato una strada già percorsa molte volte nella storia politica: intensificare la comunicazione e la propaganda per cercare di recuperare un consenso che i sondaggi mostrano meno solido rispetto al passato.
La recente decisione di ridurre da quindici a cinque miliardi la richiesta italiana di accesso ai fondi europei SAFE destinati alla spesa militare viene presentata come una scelta di prudenza e responsabilità. In realtà appare soprattutto come una necessità politica. Chiedere agli italiani ulteriori sacrifici per finanziare il riarmo mentre aumentano i costi dell’energia, dei carburanti e dei beni essenziali sarebbe stato difficilmente sostenibile sul piano del consenso.
La retromarcia del governo non rappresenta infatti un ripensamento della strategia militare adottata negli ultimi anni. Rimangono gli impegni assunti nell’ambito della NATO, rimangono i programmi di investimento nell’industria bellica, rimangono i progetti di cooperazione militare internazionale. Semplicemente, si cerca di rendere più digeribile all’opinione pubblica una politica che rischia di apparire sempre più distante dalle esigenze reali del Paese.
L’Italia non è un caso isolato. In tutta Europa si sta affermando una logica che considera il riarmo come risposta quasi automatica alle tensioni internazionali. Le crisi geopolitiche vengono utilizzate per giustificare una crescita senza precedenti delle spese militari mentre i sistemi di welfare, costruiti in decenni di lotte sociali, vengono progressivamente ridimensionati.
L’Europa che per anni ha rivendicato il proprio modello sociale sembra oggi disposta a sacrificare parti importanti di quel patrimonio per inseguire una corsa agli armamenti dai costi economici e sociali enormi. È il paradosso di un continente che investe sempre più nella capacità di fare la guerra mentre fatica a garantire pienamente il diritto alla salute, all’istruzione e alla sicurezza economica dei propri cittadini.
Ancora più inquietante è osservare quali siano diventate le priorità della politica nazionale. Mentre il Paese affronta problemi strutturali che richiederebbero interventi urgenti e coraggiosi, torna periodicamente il dibattito sulla modifica della legge elettorale.
Si tratta di una discussione che solleva interrogativi profondi. L’attuale maggioranza è arrivata al governo proprio grazie al sistema elettorale vigente. Eppure oggi si torna a ragionare sulla possibilità di cambiarlo. Una circostanza che alimenta il sospetto che le regole democratiche vengano considerate strumenti da adattare alle convenienze politiche del momento piuttosto che garanzie stabili della rappresentanza popolare.
La storia della Seconda Repubblica è stata segnata da una continua successione di riforme elettorali. Ogni maggioranza ha cercato di costruire un sistema che potesse favorire i propri interessi o limitare i danni di eventuali sconfitte future. Una pratica che ha contribuito ad alimentare la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni.
La domanda che molti si pongono è semplice: perché la politica trova sempre il tempo e le energie per discutere delle regole che disciplinano l’accesso al potere, ma incontra enormi difficoltà quando si tratta di affrontare i problemi concreti della popolazione?
Se davvero l’obiettivo fosse la stabilità, il primo terreno sul quale intervenire dovrebbe essere quello sociale. Una società nella quale milioni di persone faticano ad arrivare alla fine del mese non può essere stabile. Un Paese nel quale i giovani emigrano, il lavoro diventa sempre più precario e la sanità pubblica perde capacità di risposta non può essere stabile. Una nazione nella quale cresce la distanza tra chi accumula ricchezza e chi perde diritti non può essere stabile.
Eppure il dibattito pubblico continua a concentrarsi altrove.
Da una parte assistiamo alla costruzione di una narrativa che tenta di giustificare l’aumento delle spese militari come una necessità inevitabile. Dall’altra si torna a discutere delle regole elettorali come se il problema principale degli italiani fosse il meccanismo di assegnazione dei seggi e non il progressivo deterioramento delle condizioni di vita.
Nel frattempo, le emergenze sociali si accumulano. Le liste d’attesa nella sanità pubblica raggiungono livelli sempre più preoccupanti. I salari italiani restano tra i più stagnanti d’Europa. Le pensioni faticano a tenere il passo con il costo della vita. Le famiglie devono affrontare aumenti continui delle spese energetiche e dei beni essenziali.
A rendere ancora più fragile questo quadro contribuisce l’incapacità delle opposizioni di costruire una proposta alternativa realmente incisiva. Una parte significativa della sinistra continua a dividersi su questioni internazionali, sulla Palestina con una parte che giustifica il governo di Israele, sulla guerra in Ucraina e sulle politiche di difesa, mentre fatica a ricostruire un rapporto forte con il mondo del lavoro, con i giovani, con i pensionati e con le periferie sociali.
Il risultato è un sistema politico che rischia di lasciare senza rappresentanza efficace una larga parte della popolazione. Da un lato una destra impegnata a gestire il consenso attraverso la propaganda e il controllo dell’agenda politica. Dall’altro un’opposizione che spesso appare incapace di trasformare il malessere sociale in una proposta credibile di cambiamento.
Il rischio è quello di trascinare il Paese in una condizione nella quale i cittadini siano costretti a scegliere non tra modelli alternativi di società, ma tra differenti forme di gestione dello stesso paradigma economico e politico.
La riduzione dei fondi richiesti per il programma SAFE non modifica questa realtà. Così come l’eventuale riforma della legge elettorale non risolverà i problemi che affliggono milioni di persone. Sono decisioni che riguardano gli equilibri del potere. Le vere priorità restano altre.
Restano le morti sui luoghi di lavoro. Restano il lavoro che manca o che non garantisce una vita dignitosa. Restano i servizi pubblici da rafforzare. Restano le disuguaglianze da combattere. Restano i diritti sociali da difendere. Restano le nuove generazioni che chiedono prospettive e opportunità.
Una politica che dedica più attenzione alla conservazione del proprio consenso che alla soluzione delle emergenze sociali finisce inevitabilmente per allontanarsi dalla realtà del Paese. E quando la distanza tra cittadini e istituzioni diventa troppo grande, non è soltanto un governo a entrare in crisi. È la qualità stessa della democrazia a essere messa in discussione.
Fonti
Documentazione della Commissione Europea relativa al programma SAFE (Security Action for Europe).
Dati ISTAT, Eurostat e Banca d’Italia sull’andamento economico, salariale e sociale.
Documenti NATO relativi agli obiettivi di incremento della spesa militare nei Paesi membri.
Dichiarazioni pubbliche del Governo italiano e della Commissione Europea sulle politiche di difesa, energia e finanza pubblica.