Il 2024 ha segnato un punto critico nella crisi climatica globale: la concentrazione atmosferica di anidride carbonica (CO₂) ha raggiunto livelli senza precedenti negli ultimi 800.000 anni, e la temperatura media globale ha superato per la prima volta la soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali.
Concentrazione di CO₂: un record storico
Secondo il rapporto della World Meteorological Organization (WMO), la concentrazione di CO₂ nell’atmosfera ha raggiunto 420 parti per milione (ppm) nel 2023, con un incremento di 2,3 ppm rispetto all’anno precedente. Questo aumento è attribuibile principalmente alle emissioni derivanti dalla combustione di combustibili fossili e da eventi naturali come gli incendi boschivi, intensificati dalle condizioni climatiche estreme.
Superamento della soglia critica di 1,5°C
Il 2024 è stato probabilmente il primo anno in cui l’aumento della temperatura media globale ha superato gli 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, con un incremento stimato di 1,55°C. Questo dato rappresenta un campanello d’allarme significativo, poiché la soglia di 1,5°C è considerata critica per evitare gli effetti più devastanti del cambiamento climatico.
Effetti sul clima e sugli ecosistemi
L’aumento delle temperature ha avuto impatti significativi sugli ecosistemi terrestri e marini. I ghiacciai hanno subito una perdita record tra il 2022 e il 2024, contribuendo all’innalzamento del livello del mare. Inoltre, gli oceani hanno registrato un riscaldamento senza precedenti per l’ottavo anno consecutivo, influenzando negativamente la biodiversità marina e la pesca.
Eventi climatici estremi
Il 2024 ha visto un aumento degli eventi climatici estremi, con almeno 151 eventi meteorologici senza precedenti, tra cui ondate di calore, inondazioni e incendi boschivi. Questi fenomeni hanno causato ingenti danni economici e la perdita di vite umane, sottolineando l’urgenza di adottare misure efficaci per mitigare il cambiamento climatico.
Conclusione
I dati del 2024 evidenziano la necessità urgente di ridurre le emissioni di gas serra e di adottare politiche climatiche più ambiziose. Il superamento della soglia di 1,5°C e l’aumento record della concentrazione di CO₂ rappresentano segnali inequivocabili della gravità della crisi climatica in corso. È fondamentale che la comunità internazionale intensifichi gli sforzi per limitare il riscaldamento globale e proteggere il nostro pianeta per le generazioni future.
La storia del capitalismo è una storia di continui adattamenti e ristrutturazioni, spesso mascherati da conflitti ideologici o battaglie politiche, ma che in realtà rispondono a una logica ferrea: il mantenimento del dominio delle élite economiche sulla società. L’attuale scontro tra il capitalismo produttivo, rappresentato da Trump e dalla sua fazione, e il capitalismo finanziario-speculativo, incarnato dall’asse globalista di Davos e delle grandi istituzioni finanziarie, non è altro che l’ennesima fase di questa eterna riorganizzazione del potere economico.
Tuttavia, ciò che emerge con chiarezza è che in questa guerra di fazioni non c’è un campo che possa essere considerato realmente dalla parte dei popoli. Sia il capitalismo produttivo che quello finanziario sono interessati unicamente alla propria sopravvivenza e al proprio rafforzamento, mentre i cittadini rimangono spettatori passivi e vittime predestinate di ogni nuovo assetto.
Il capitalismo e la sua vera lotta: le tasse e il controllo delle risorse
Per comprendere il conflitto in corso, bisogna partire dalla questione fondamentale: la tassazione. Ogni sistema economico si regge sulla capacità dello Stato di prelevare risorse dalla società per finanziare infrastrutture, servizi e il mantenimento dell’ordine. Ma il capitalismo ha sempre cercato di sottrarsi a questa logica, trasferendo il peso fiscale sulle fasce più deboli mentre le grandi corporation e le élite finanziarie trovano modi sempre più sofisticati per eludere le tasse.
Il capitalismo finanziario ha prosperato grazie alla deregolamentazione globale, ai paradisi fiscali e alla manipolazione monetaria operata dalle banche centrali. Il capitalismo produttivo, d’altro canto, ha bisogno di una base fiscale più solida per finanziare le proprie attività industriali e infrastrutturali. Da qui nasce lo scontro: chi deve pagare il conto del nuovo riassetto economico?
Trump e la sua fazione vogliono rilanciare l’industria americana e riportare la produzione negli Stati Uniti, il che implica un maggiore controllo sulla finanza speculativa e una redistribuzione della pressione fiscale. Ma questo non significa affatto che i cittadini ne trarranno beneficio: la storia ci insegna che quando il capitalismo produttivo prende il sopravvento, lo fa a scapito dei lavoratori, con tagli ai diritti, all’aumento dei carichi di lavoro e alla riduzione della spesa sociale.
Trump contro l’élite finanziaria: un vero scontro o una faida interna?
L’ascesa di Trump e della sua squadra non è solo un cambio di amministrazione, ma un vero terremoto per l’ordine economico globale. La sua visione si contrappone all’élite finanziaria che ha dominato gli ultimi decenni, rappresentata dalle grandi istituzioni come la BCE, la Commissione Europea e i think tank di Davos.
La sua strategia è chiara: svincolare gli Stati Uniti dalla logica della globalizzazione finanziaria per riportare il baricentro dell’economia sulla produzione interna. Questo significa, tra le altre cose, minare il potere di organismi sovranazionali come il WTO, il FMI e la stessa NATO, e avviare un processo di deglobalizzazione controllata.
Ma è davvero un cambio di paradigma? O si tratta solo di un riassetto delle forze dominanti, in cui il capitalismo produttivo rimpiazzerà quello speculativo senza che la popolazione ne tragga alcun vantaggio? La verità è che il cittadino medio non vedrà mai una ridistribuzione della ricchezza, ma solo nuove forme di sfruttamento e controllo.
L’Europa: il vaso di coccio tra due capitalismi predatori
In questo scenario, l’Europa è il soggetto più debole. Ancorata a un sistema economico basato sul rigore fiscale e sulle politiche di austerità, si trova schiacciata tra l’ambizione di Trump di smantellare l’ordine globalista e la volontà delle élite finanziarie di mantenere il controllo assoluto sulle economie nazionali.
La Commissione Europea e la BCE hanno adottato politiche che favoriscono la speculazione finanziaria a scapito dell’economia reale. La deindustrializzazione dell’Europa, accelerata dal Green Deal e dalle sanzioni alla Russia, è un chiaro esempio di come il capitalismo finanziario abbia sacrificato interi settori produttivi per mantenere i profitti di pochi.
Ma l’alternativa offerta da Trump non è affatto una salvezza per il Vecchio Continente. Il ritorno a un capitalismo produttivo negli Stati Uniti significa per l’Europa una perdita di centralità economica e una maggiore pressione per seguire la nuova direzione imposta da Washington, con un aumento delle spese militari e una riduzione della sovranità economica.
I popoli come vittime sacrificali: il grande riassetto del potere
Qualunque sia l’esito dello scontro tra le due fazioni capitaliste, una cosa è certa: i popoli non ne trarranno alcun beneficio. Sia il capitalismo finanziario che quello produttivo vedono i cittadini come semplici risorse da sfruttare, greggi da tosare per alimentare il proprio sistema.
Nel vecchio modello finanziario, la speculazione ha portato alla compressione dei salari, alla precarizzazione del lavoro e all’aumento delle disuguaglianze. Nel nuovo modello produttivo che Trump vuole imporre, il rischio è quello di una nuova forma di sfruttamento, in cui la necessità di rilanciare l’industria porterà a una maggiore pressione sui lavoratori e a una riduzione dei diritti sociali.
Il grande riassetto in corso non ha nulla a che fare con il benessere delle persone, ma solo con la sopravvivenza e il rafforzamento del sistema capitalistico. I popoli non saranno protagonisti di questo cambiamento, ma semplici spettatori, costretti a subire le conseguenze delle scelte fatte da una ristretta élite di potere.
Conclusione: il futuro sarà sempre più spietato per i cittadini
La vera domanda non è se Trump vincerà contro la fazione globalista, ma cosa cambierà davvero per i cittadini comuni. La risposta, purtroppo, è amara: indipendentemente da chi prevarrà, il sistema continuerà a funzionare a vantaggio delle élite economiche, lasciando ai popoli solo le briciole e i costi delle nuove strategie di dominio.
La politica, in questa fase storica, non è altro che una lotta tra fazioni dell’élite economica per il controllo delle risorse globali. Non esistono veri difensori degli interessi popolari, ma solo nuovi assetti di potere che cercheranno, con metodi diversi, di garantire la continuità del dominio capitalista.
Le masse continueranno a essere manipolate, divise, illuse con false promesse e terrorizzate con minacce esterne, siano esse la Russia, la Cina o qualche nuova emergenza costruita ad arte. E mentre il grande riassetto avanza, i popoli resteranno quello che sono sempre stati per le élite: un gregge da sfruttare, tosare e, se necessario, sacrificare.
Ci sono momenti nella storia in cui l’aria diventa irrespirabile. Non perché manchi ossigeno, ma perché è satura di menzogne, ipocrisie e manipolazioni. Oggi ci troviamo in uno di questi momenti. Si soffoca. Si soffoca sotto il peso di decisioni prese sopra le teste dei popoli, sotto il fumo nero di un’Europa che invece di costruire pace, sceglie di alimentare il fuoco della guerra.
L’ultima mossa di Bruxelles è chiara: 800 miliardi di euro per il riarmo. Per la sanità? Non c’erano soldi. Per la scuola? Sacrifici. Per il lavoro? Austerità. Per i diritti sociali? Le solite prediche sui “bilanci sostenibili”. Ma quando si tratta di produrre armi, improvvisamente i forzieri si spalancano e le casse si riempiono. E lo fanno in poche ore. Senza discussione, senza esitazione. L’Europa che ci bacchettava come bambini quando chiedevamo risorse per la giustizia sociale, ora firma assegni a 11 zeri per un’economia di guerra.
Il grande inganno: spezzare il dissenso
Questa manovra non è solo un colpo mortale alla pace, ma è anche un’arma contro il dissenso. Perché chiunque osi mettere in discussione questa deriva viene frantumato, isolato, relegato ai margini del dibattito pubblico. La strategia è sottile ma letale: frammentare, dividere, indebolire.
Lo vediamo nelle associazioni, nei sindacati, nei movimenti. C’è chi aderisce con entusiasmo alla piazza dell’“Europa unita”, c’è chi partecipa per ribadire un messaggio di pace, c’è chi si dissocia con sgomento, e c’è chi resta paralizzato, incapace di capire se quella sia ancora la sua battaglia o solo una trappola ben orchestrata. La Cgil è spaccata, l’Anpi in subbuglio, l’Arci si tira indietro, le Acli abbracciano la causa. Un caos calcolato, progettato a tavolino per disorientare le masse e annullare qualsiasi possibilità di opposizione strutturata.
L’illusione di un’Europa unita nella difesa della democrazia è stata tradita dal piano ReArm Europe. Altro che democrazia, altro che pace: siamo di fronte alla più grande militarizzazione del continente dai tempi della Guerra Fredda.
La follia della corsa al riarmo
Ci hanno raccontato che la pace si ottiene con le armi. Un assurdo logico, un abominio morale. La verità è un’altra: la guerra è un affare. Un affare sporco, cinico, mostruoso. Il complesso militare-industriale non ha mai smesso di prosperare e ora si prepara a fare il più grande balzo in avanti della sua storia. Chi pagherà? Noi. Con le nostre tasse, con il nostro futuro, con la nostra sicurezza sacrificata sull’altare del profitto.
Ci stanno portando verso il baratro. Non con proclami roboanti, ma con atti concreti. Non ci stanno chiedendo se vogliamo la guerra, ce la stanno imponendo pezzo dopo pezzo, spostando sempre più in là il confine della tollerabilità. Ci hanno abituati prima alle sanzioni, poi alle forniture militari, ora al riarmo totale. Il passo successivo sarà l’intervento diretto?
Se non apriamo gli occhi ora, quando? Se non troviamo la forza di opporci oggi, domani sarà troppo tardi.
Unire le voci, rovesciare la narrazione
Dobbiamo dirlo forte e chiaro: questo non è il nostro futuro. Questa non è la nostra Europa. Noi non vogliamo un continente trasformato in una fabbrica d’armi. Non vogliamo un’economia di guerra, vogliamo un’economia di giustizia. Non vogliamo una società piegata agli interessi delle lobby militari, vogliamo una società che investa nei diritti, nella salute, nell’istruzione, nel benessere collettivo.
Un’unica voce, un unico messaggio, un’unica battaglia: basta con questa follia! Chi si arrende alla logica del riarmo è complice di un sistema che ci sta portando alla distruzione.
Non possiamo più restare immobili. Dobbiamo unirci e cacciarli via. Prima che sia troppo tardi.
Sabato 15 marzo: un’altra Piazza sta nascendo
Mentre l’Europa apre le sue casse al riarmo e soffoca ogni voce contraria, noi diciamo NO. Non ci facciamo ingannare, non ci facciamo dividere, non ci facciamo spezzare.
Sabato 15 marzo, a Piazza Barberini, nascerà un nuovo spazio di resistenza. Una piazza per chi rifiuta l’Europa della guerra e rivendica un’Europa della pace, della giustizia sociale, dei diritti.
Saremo lì per denunciare lo scandalo degli 800 miliardi per le armi, mentre per la sanità, l’istruzione e il lavoro ci hanno sempre raccontato che “non ci sono risorse”. Saremo lì per dire che questa Europa non è la nostra Europa. Non vogliamo essere complici di chi ci sta trascinando nel baratro.
Dobbiamo unirci, perché divisi ci soffocano, uniti possiamo fermarli. Scendiamo in piazza. Facciamo sentire la nostra voce. Prima che sia troppo tardi.
C’è una frase di Albert Einstein che oggi risuona come una condanna storica:
“Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma so che la Quarta si combatterà con bastoni e pietre.”
Questa profezia non è più solo una riflessione sul futuro, ma una descrizione sinistra del presente. Perché la Terza guerra mondiale, in un certo senso, è già in corso. Non è (ancora) una guerra combattuta con eserciti che si fronteggiano in campo aperto su scala globale, ma è una guerra condotta dalle élite contro i popoli. Una guerra finanziaria, economica, ideologica, che ha un solo obiettivo: mantenere il controllo assoluto sulle risorse e sulle vite di miliardi di persone.
Il paradosso dell’austerità: 25 anni di sacrifici… per cosa?
Per un quarto di secolo, i popoli europei hanno subito il martellante mantra del rigore. Il patto di stabilità, il rispetto dei parametri di Maastricht, il contenimento della spesa pubblica, i tagli al welfare, le privatizzazioni selvagge. Ogni richiesta di investimenti in sanità, istruzione, pensioni o salari veniva respinta con la solita giustificazione: “Non ci sono soldi”.
Ma oggi scopriamo che le casse si aprono. Non per salvare i cittadini, ma per finanziare l’industria bellica. Ottocento miliardi di euro: questa è la cifra che l’Europa è disposta a spendere per un riarmo senza precedenti.
Dove sono finiti i dogmi dell’austerità? Dove sono le prediche sulla responsabilità finanziaria? La verità è che il rigore vale solo quando si tratta di impedire ai popoli di avere un’esistenza dignitosa. Quando invece c’è da alimentare la macchina della guerra, il denaro scorre a fiumi.
La guerra infinita: un’industria che non conosce crisi
Non è un caso che tutto questo avvenga oggi. L’industria bellica è uno dei pochi settori che non conosce crisi, anzi, prospera sulle tensioni internazionali. Le élite occidentali hanno bisogno di un nemico per giustificare il loro potere e le loro spese folli. Dopo il terrorismo islamico, dopo la crisi finanziaria, ora è il turno dello scontro con la Russia e la Cina.
E mentre i popoli si impoveriscono, le grandi aziende della difesa — Lockheed Martin, Rheinmetall, Leonardo, BAE Systems — vedono crescere i loro profitti. Tutto a spese di chi, fino a ieri, si sentiva dire che doveva stringere la cinghia per il bene comune.
Dove ci porterà tutto questo?
Il riarmo non porterà pace, ma solo nuova distruzione. E chi pagherà il prezzo più alto saranno sempre gli stessi: i lavoratori, le classi medie e povere, i giovani senza futuro, gli anziani abbandonati. Questa guerra silenziosa, combattuta con armi economiche e politiche, è già in corso.
Einstein aveva ragione: se non fermiamo questa follia, un giorno ci ritroveremo a combattere con bastoni e pietre. Non perché sia inevitabile, ma perché chi ci governa sta portando il mondo proprio in quella direzione.
L’Unione Europea si prepara a un salto nel baratro. La proposta di Ursula von der Leyen di destinare 800 miliardi di euro al riarmo, sottraendoli al Next Generation EU, rappresenta un colpo durissimo per i cittadini europei. Questi fondi, inizialmente destinati alla ripresa economica post-pandemia, sarebbero dovuti servire per rafforzare sanità, istruzione, lavoro e transizione ecologica. Invece, Bruxelles ha deciso di deviarli verso l’industria bellica, accelerando la militarizzazione del continente. Il risultato? Meno welfare, più guerra, più instabilità.
Ma c’è una contraddizione enorme dietro questa scelta: mentre l’Europa si lancia in una corsa agli armamenti senza precedenti, gli Stati Uniti si stanno progressivamente ritirando dal teatro europeo. Washington, che fino a ieri non solo ha sostenuto l’Ucraina ma è stata artefice sin dall’inizio di questo disastro,, ora presenta il conto a Kiev e riduce il proprio coinvolgimento diretto nel conflitto, come ha sempre fatto. La priorità per gli USA non è più la Russia, ma la Cina, e l’Europa si ritrova da sola in una guerra che non può vincere, schiacciata dai costi economici e sociali di una strategia autodistruttiva.
L’Europa a guida NATO: senza una politica estera, senza un destino
L’Unione Europea è nata con l’idea di garantire pace e cooperazione tra i popoli. Oggi, invece, si sta trasformando in una macchina da guerra priva di una strategia autonoma, totalmente subordinata agli interessi atlantici. Ma c’è un punto fondamentale che l’UE sembra ignorare: la Russia è Europa.
Non possiamo parlare di un progetto europeo senza considerare la Russia come parte integrante del nostro stesso continente, pur condannandola “nell’operazione militare speciale”. La storia, la cultura, l’economia e l’energia che arrivano dalla Russia sono legate a doppio filo all’Europa occidentale. Alimentare il conflitto con Mosca significa combattere contro una parte di noi stessi, spaccare il continente e renderlo ancora più vulnerabile alle mire di potenze esterne.
Chi oggi spinge per una guerra con la Russia sta scegliendo la strada dell’autodistruzione, trasformando l’Europa in un campo di battaglia al servizio di interessi che non sono i nostri. Non esiste alcuna logica politica dietro questa escalation, solo la miopia di un’élite europea incapace di costruire una visione strategica autonoma.
Il tradimento del Next Generation EU: l’Europa contro i suoi cittadini
Quando venne lanciato il Next Generation EU, ci dissero che avrebbe permesso la ripresa dell’economia europea, la creazione di posti di lavoro e il rafforzamento del welfare. Oggi, scopriamo che era solo un’illusione: gli stessi fondi che dovevano costruire il futuro dei cittadini europei verranno usati per finanziare l’industria bellica.
Questa scelta è una condanna per milioni di europei. Vuol dire: • Meno investimenti nella sanità pubblica, che già oggi è in crisi dopo anni di tagli e privatizzazioni. • Meno risorse per il lavoro e i giovani, che in molti paesi europei sono ancora schiacciati dalla precarietà. • Meno fondi per la transizione ecologica, che resta una promessa vuota mentre l’Europa si prepara alla guerra.
L’Europa sta abbandonando la sua gente per diventare un’enorme macchina da guerra, ma senza politiche sociali, senza coesione interna, senza una vera identità politica comune, questa UE non ha futuro.
Chi applaude la guerra e chi si oppone
Di fronte a questa deriva bellicista, c’è chi non solo la sostiene, ma la esalta come l’unica strada possibile. Tra questi, personaggi come Michele Serra, impegnato a promuovere una manifestazione a favore di questa Europa militarizzata e prona ai diktat di Washington.
Si tratta di un’operazione propagandistica che cerca di convincere l’opinione pubblica che la corsa agli armamenti e lo scontro con la Russia siano inevitabili, quando in realtà sono il risultato di precise scelte politiche delle élite europee.
Ma l’Europa non è solo quella delle banche, delle industrie belliche e dei burocrati senza volto. Esiste un’altra Europa, fatta di cittadini, lavoratori, studenti, forze sociali e politiche che rifiutano questa deriva. È necessario costruire un fronte di resistenza a questa follia, un’alternativa concreta a un’Unione Europea che sta tradendo la sua stessa promessa di pace e cooperazione.
Se vogliamo fermare questa corsa verso l’abisso, il 15 marzo dobbiamo organizzare una risposta politica e sociale forte, una vera contro-mobilitazione avverso chi ci vuole trascinare in una guerra senza senso. Il tempo di rimanere in silenzio è finito. L’Europa può avere un futuro solo se sceglie la pace, non se si consegna ai signori della guerra.
L’Italia sta vivendo un paradosso spaventoso: mentre la sanità pubblica viene affossata da tagli e inefficienze, lo Stato continua a proteggere i grandi patrimoni e le rendite finanziarie. Il governo, che dovrebbe essere il garante del benessere collettivo, sembra invece impegnato in una perversa redistribuzione delle risorse, favorendo le élite economiche e sacrificando i cittadini comuni.
Da un lato, assistiamo al progressivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), con fondi ridotti al minimo storico degli ultimi 17 anni e un sistema ormai incapace di rispondere alle esigenze di chi ne ha più bisogno. Dall’altro, si continua a negare con ostinazione l’introduzione di una patrimoniale sulle grandi ricchezze, preferendo far ricadere il peso della crisi economica sulle spalle di lavoratori e pensionati.
Questa è l’Italia di oggi: un paese che non trova risorse per garantire cure tempestive a chi sta male, ma che riesce a stanziare miliardi per aumentare la spesa militare. Un’Italia in cui un’insegnante siciliana deve attendere otto mesi per ricevere il referto del suo esame istologico, mentre il governo negozia nuove spese per la Difesa fino a 25 miliardi , volendo portare nei prossimi anni dagli attuali 32 miliardi di euro a 57 miliardi, €. Un’Italia in cui le liste d’attesa si allungano e i cittadini sono costretti a curarsi a pagamento, perché il pubblico non risponde più.
Ma il dramma sanitario è solo un tassello di un problema più grande: la volontà politica di mantenere inalterato un sistema fiscale profondamente ingiusto, in cui i più ricchi continuano a essere protetti e privilegiati. La patrimoniale, che potrebbe garantire le risorse necessarie per salvare il SSN e finanziare altri servizi essenziali, viene costantemente respinta con argomentazioni pretestuose e ideologiche. E mentre la ricchezza si concentra sempre di più nelle mani di pochi, il resto del paese sprofonda in una crisi senza via d’uscita.
Sanità Pubblica: Un Sistema al Collasso
La sanità italiana è in una crisi senza precedenti. Ogni giorno emergono storie drammatiche di pazienti costretti ad aspettare mesi per un esame diagnostico, di ospedali in condizioni fatiscenti, di personale medico e infermieristico allo stremo. Il caso dell’insegnante siciliana, che ha ricevuto il referto del suo tumore con un ritardo di otto mesi, non è un’eccezione, ma la regola. La carenza di personale, le attese interminabili e la mancanza di fondi stanno trasformando il diritto alla salute in un privilegio per chi può permettersi la sanità privata.
I numeri parlano chiaro. Il governo Meloni ha riportato gli investimenti sanitari in rapporto al PIL ai minimi dal 2007. I fondi previsti dal PNRR per la sanità sono stati tagliati o destinati a progetti che non affrontano i problemi strutturali del sistema. I decreti sulle liste d’attesa, annunciati in pompa magna a ridosso delle elezioni europee, sono rimasti lettera morta. E mentre i cittadini lottano per ottenere cure dignitose, il governo continua a non sbloccare i tetti alle assunzioni, lasciando gli ospedali in condizioni critiche.
Il messaggio è chiaro: la sanità pubblica non è più una priorità. E quando uno Stato smette di garantire il diritto alla salute, significa che ha smesso di occuparsi del benessere dei suoi cittadini.
Spese Militari: Un Banchetto Indecente
A fronte dei tagli alla sanità, il governo non mostra invece alcuna esitazione quando si tratta di aumentare le spese militari. Nel 2023, l’Italia ha già superato il 1,5% del PIL in investimenti per la Difesa, con una crescita esponenziale destinata a raggiungere i 32 miliardi nei prossimi anni, fino a raggiungere il 2,5%, ovvero i 57 miliardi di euro . La corsa al riarmo è diventata una priorità assoluta, mentre le vere emergenze del paese vengono ignorate.
Ma di quale sicurezza stiamo parlando? Che senso ha spendere miliardi in armamenti quando i cittadini non possono nemmeno ottenere un’ecografia in tempi ragionevoli? La sicurezza di una nazione non si misura solo in carri armati e missili, ma nella capacità di garantire ai suoi cittadini un’esistenza dignitosa. Eppure, il governo sembra aver completamente perso di vista questa realtà, preferendo inchinarsi alle pressioni delle lobby delle armi e degli interessi internazionali.
Siamo davanti a una follia politica ed economica. Da un lato, ci raccontano che non ci sono soldi per aumentare gli stipendi di medici e infermieri o per ridurre le liste d’attesa. Dall’altro, firmano assegni miliardari per acquistare nuovi caccia F-35 e navi da guerra. È un insulto ai milioni di italiani che ogni giorno si confrontano con un sistema sanitario al collasso. È un tradimento dei principi fondamentali su cui dovrebbe basarsi uno Stato moderno e democratico.
La Farsa della Lotta alle Disuguaglianze
Oltre alla sanità, c’è un altro tema che evidenzia l’ipocrisia di chi ci governa: il sistema fiscale. Mentre il paese affonda nelle disuguaglianze, i governi – soprattutto quello attuale – si rifiutano ostinatamente di toccare le grandi rendite finanziarie e i patrimoni milionari. L’idea di una patrimoniale viene liquidata come un’eresia, mentre si continua a spremere i lavoratori dipendenti e le piccole imprese con un carico fiscale insostenibile.
I numeri sono impietosi. Secondo Reuters, il 7% più ricco della popolazione italiana paga proporzionalmente meno tasse rispetto ai cittadini a basso e medio reddito. L’evasione fiscale sfiora i 90 miliardi di euro annui, eppure le misure per contrastarla restano blande e inefficaci. Nel frattempo, il governo ha introdotto nuovi regimi di favore per i super-ricchi stranieri, permettendo loro di pagare una flat tax ridicola rispetto ai loro reali guadagni.
L’idea di una patrimoniale progressiva, che colpirebbe solo i patrimoni superiori ai 500.000 euro con aliquote modeste e proporzionali, viene respinta con la solita retorica della “fuga dei capitali”. Eppure, in molti paesi europei, imposte simili sono già realtà e non hanno portato al collasso economico. Al contrario, hanno permesso di finanziare servizi pubblici essenziali e di ridurre le disuguaglianze.
Una Scelta Politica, Non Tecnica
La verità è che il rifiuto di una patrimoniale non è una questione tecnica, ma politica. Si è scelto consapevolmente di proteggere i grandi patrimoni, lasciando che la crisi venga pagata da chi ha meno. Si è deciso di non investire nella sanità pubblica, perché si vuole spingere i cittadini verso la sanità privata. Si è scelto di aumentare la spesa militare, perché si preferisce investire nelle guerre anziché nel benessere delle persone.
Queste non sono scelte inevitabili, ma precise decisioni politiche che rispecchiano un’ideologia ben definita: quella che premia i privilegiati e scarica il peso della crisi sui più deboli.
La Colpa di Essere Poveri: Il Darwinismo Sociale che Uccide la Dignità
C’è un veleno che scorre silenzioso nelle vene della nostra società: l’idea che chi è povero se lo meriti, che chi soffre per i tagli alla sanità, per l’impossibilità di far studiare i figli o per la difficoltà di arrivare a fine mese sia, in fondo, responsabile della propria condizione. È una mentalità radicata, alimentata da decenni di retorica neoliberista, che trasforma le disuguaglianze sociali in un presunto ordine naturale delle cose.
Si tratta di un vero e proprio darwinismo sociale, un principio non scritto ma diffusissimo, secondo cui la società sarebbe una giungla in cui sopravvive solo il più forte, il più ricco, il più competitivo. Gli altri? Sono destinati a soccombere. Non è un caso che i governi degli ultimi anni abbiano agito come se la sanità pubblica fosse un lusso anziché un diritto, come se la scuola pubblica fosse un costo anziché un investimento. La logica è chiara: se non puoi permetterti cure private, scuole private, una casa in una città dove gli affitti sono alle stelle, allora sei fuori dal gioco.
Questa visione crudele ha conseguenze devastanti. Significa accettare senza battere ciglio che un bambino nato in una famiglia povera avrà meno opportunità di un coetaneo più abbiente. Significa ritenere normale che una persona malata debba attendere mesi per una diagnosi, rischiando di morire nel frattempo. Significa giustificare lo smantellamento dello stato sociale con la scusa che “non ci sono soldi”, mentre si trovano miliardi per le spese militari o per le agevolazioni fiscali ai più ricchi.
Ma la verità è un’altra: non è chi è povero a essere colpevole, è il sistema a essere profondamente ingiusto. La povertà non è il risultato di scelte individuali sbagliate, ma di decisioni politiche precise, di una società che ha scelto di premiare la ricchezza e di punire la fragilità.
Eppure, la narrazione dominante continua a ripetere che la colpa è dell’individuo: se sei povero, è perché non hai studiato abbastanza, perché non hai lavorato abbastanza, perché non hai rischiato abbastanza. È una menzogna, utile solo a mantenere lo status quo. In un paese giusto, la sanità pubblica dovrebbe essere un diritto garantito per tutti, la scuola un ascensore sociale reale, il lavoro un mezzo per vivere dignitosamente, non una condanna alla precarietà.
Il problema, dunque, non è la mancanza di risorse. È la mancanza di volontà politica di redistribuirle equamente. Perché chi sta in cima alla piramide sociale ha tutto l’interesse a far credere che la sofferenza dei più deboli sia inevitabile. Ma non lo è. E spetta a noi smascherare questa menzogna e pretendere un sistema che metta la dignità umana al centro, non il profitto di pochi.
Conclusione: Serve un Risveglio Collettivo
L’Italia non può più permettersi di restare in silenzio davanti a questa deriva. Dobbiamo alzare la voce e pretendere un cambiamento radicale. La sanità pubblica deve essere salvata e finanziata adeguatamente. Le risorse devono essere recuperate tassando in modo equo i grandi patrimoni e le rendite finanziarie, non spremendo ulteriormente lavoratori e pensionati.
E soprattutto, dobbiamo dire basta a questa follia della corsa al riarmo. L’Italia non ha bisogno di più armi, ma di più ospedali. Non ha bisogno di carri armati, ma di medici e infermieri pagati dignitosamente.
È ora di ribaltare il tavolo e di pretendere giustizia sociale. Se non lo facciamo ora, domani potrebbe essere troppo tardi.
La decisione di portare la spesa militare italiana al 2,5% del PIL rappresenta un’operazione sconsiderata, priva di una logica strategica e profondamente ingiusta. Si parla di un incremento di 25 miliardi di euro all’anno, che si aggiungeranno ai 32 miliardi di euro portando la spesa totale a 57 miliardi di euro, ,  una cifra mostruosa che non verrà trovata con una patrimoniale, ovvero facendo contribuire chi ha di più, ma tagliando il welfare, ossia colpendo chi ha di meno. È una scelta che non solo dimostra la totale insensibilità sociale del governo Meloni, ma anche la sua totale assenza di visione per il futuro del Paese.
Dalla guerra ai poveri alle armi per la guerra
Non è un caso che il governo abbia smantellato il Reddito di Cittadinanza, condannando centinaia di migliaia di persone alla miseria. Non si è dichiarata guerra alla povertà, ma ai poveri. Ora, per trovare i fondi necessari a riempire gli arsenali, si colpiranno ancora di più i cittadini più fragili, riducendo le risorse per disabili, disoccupati e famiglie in difficoltà. Siamo davanti a una follia pura, un vero e proprio scempio sociale che inverte completamente le priorità di uno Stato: invece di proteggere chi è in difficoltà, lo si abbandona per finanziare un riarmo insensato.
Basti pensare che 25 miliardi all’anno equivalgono quasi all’intero budget destinato al welfare familiare (27 miliardi nel 2023), una volta e mezza i fondi per la disoccupazione (19 miliardi) e poco meno della spesa per l’inclusione sociale (29 miliardi). Senza dimenticare che i soldi stanziati per i disabili nel 2023 ammontavano a 35 miliardi: ora, invece di aumentare questo budget per garantire maggiore dignità a chi ne ha bisogno, si decide di sottrarre fondi per acquistare armi.
Tagliare i servizi essenziali per comprare armi inutili
Le motivazioni di questa corsa al riarmo sono deboli e pretestuose. Si giustifica l’aumento delle spese militari con la necessità di “contenere la minaccia russa”, ma le cifre diffuse per supportare questa tesi sono false, come dimostrato da Carlo Cottarelli. La verità è che questi miliardi non serviranno a difendere il Paese, ma solo a ingrassare le multinazionali delle armi, in gran parte americane.
A peggiorare la situazione è il fatto che l’aumento della spesa militare non produrrà alcun beneficio economico per l’Italia. L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha chiarito che per ogni euro investito nell’industria degli armamenti, il Fisco ne recupererà solo 40-50 centesimi. Significa che questa scelta non avrà nemmeno un ritorno economico significativo per il Paese. Anzi, peggiorerà la situazione finanziaria generale, aumentando il deficit pubblico dal 3,6% al 4,8% del PIL.
Una patrimoniale? Neanche a parlarne
Se davvero il governo ritenesse indispensabile aumentare la spesa militare, esisterebbero modi più equi per reperire i fondi. Una patrimoniale, ad esempio, sarebbe la soluzione più logica: chi possiede di più dovrebbe contribuire di più. Ma questo governo non osa nemmeno nominare l’idea, perché significherebbe toccare gli interessi dei più ricchi. Meglio tagliare i servizi essenziali per i cittadini, meglio sacrificare i più fragili piuttosto che chiedere un contributo a chi può permetterselo.
Riempire gli arsenali per svuotarli in guerra?
Il generale Carmine Masiello, capo di Stato maggiore dell’Esercito, ha dichiarato che serve una “decisa svolta nel procurement militare”, ovvero una corsa agli armamenti senza precedenti. Il piano prevede anche un aumento degli effettivi dell’Esercito di oltre 40.000 unità, portandolo a una dimensione senza precedenti. Ma per farne cosa? Nessuno lo dice chiaramente.
E qui sorge un altro interrogativo inquietante: una volta acquistate tutte queste armi, che ne sarà? La storia ci insegna che gli arsenali pieni prima o poi si svuotano. E come si svuotano? Con la guerra.
Conclusione: Un Paese in cui le persone contano meno dei fucili
In una nazione in cui milioni di persone faticano ad arrivare alla fine del mese, dove il welfare è già ridotto all’osso e i servizi essenziali arrancano, la decisione di investire miliardi in armamenti è un atto irresponsabile e criminale. Si sta scegliendo di affamare i cittadini per ingrassare le industrie belliche.
Il governo Meloni ha mostrato con chiarezza dove stanno le sue priorità: non nelle persone, non nella giustizia sociale, non in un futuro sostenibile, ma nella guerra e negli interessi di pochi. Un Paese che rinuncia a proteggere i suoi cittadini per finanziare la guerra è un Paese destinato a un futuro buio.
L’ultima rilevazione dell’Istat conferma ciò che molti lavoratori sperimentano ogni giorno sulla propria pelle: in Italia, il salario minimo non solo non esiste, ma milioni di persone guadagnano cifre indegne. Altro che 9 euro l’ora: nel 2022, ben 1,3 milioni di lavoratori italiani percepivano meno di 7,83 euro l’ora. Un dato che, peraltro, è ampiamente sottostimato, poiché non include il settore agricolo, tra i più esposti alla piaga dei bassi salari.
L’inflazione ha fatto il resto, erodendo quel poco che gli stipendi avevano guadagnato nominalmente. La soglia di bassa retribuzione viene calcolata come i due terzi del salario orario mediano, che nel 2022 era di 11,47 euro l’ora. Se prendiamo questo parametro, il 6,2% dei lavoratori italiani è sotto la soglia di povertà salariale, ma il dato cresce ulteriormente se si analizzano le categorie più vulnerabili: le donne (6,7%), i giovani sotto i 30 anni (11,3%), gli apprendisti (25,6%), i lavoratori del Sud (10,3%) e chi ha contratti a tempo determinato (10,7%). Se poi si considerano i contratti brevi, ad esempio quelli di un solo mese, la percentuale di chi guadagna meno di 7,83 euro sale al 15,5%.
Ma il problema non è solo la bassa retribuzione. Il report Istat mette in luce un aspetto ancora più allarmante: la precarietà strutturale del mercato del lavoro italiano. Solo il 31,8% delle posizioni lavorative sono a tempo pieno e stabili per tutto l’anno. Tra le donne, questa percentuale scende al 22,6%, mentre in una regione come la Calabria la quota di donne con un impiego a tempo pieno e continuativo è appena del 12,6%. La conseguenza è che milioni di lavoratori non solo guadagnano poco, ma lavorano anche in modo intermittente, rendendo impossibile costruire una stabilità economica e sociale.
Una scelta politica, non un caso
Di fronte a questi numeri, parlare di “immobilismo” del governo sarebbe riduttivo, se non addirittura fuorviante. Il mancato intervento sul salario minimo non è frutto della disattenzione, ma di una precisa scelta politica. Non tutelare i lavoratori, non redistribuire equamente la ricchezza prodotta, significa mantenere alti i profitti delle imprese e garantire dividendi sempre più elevati agli azionisti delle grandi aziende. Inoltre, il rinnovo dei contratti nazionali è impantanato in trattative sterili che tendono sempre al ribasso.
Questa non è una teoria, ma una realtà confermata dai dati economici. Secondo Bankitalia, nel 2023 gli utili delle imprese italiane hanno continuato a crescere, raggiungendo livelli record. Il Centro Studi di Confindustria ha segnalato che, nonostante l’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche per le famiglie, i margini di profitto delle imprese sono rimasti invariati o addirittura migliorati in molti settori. La stessa Istat ha certificato che la quota dei salari sul PIL in Italia è in costante calo dagli anni ’90, mentre la quota destinata ai profitti è in continua crescita.
Il governo Meloni ha deciso di bocciare la proposta di un salario minimo legale a 9 euro l’ora avanzata dalle opposizioni nel 2023, senza neppure cercare un’alternativa valida. Anche il governo Draghi, pur discutendo la possibilità di una soglia minima salariale sulla spinta dell’Unione Europea, alla fine ha preferito non procedere. Ma non si tratta di una questione tecnica o di equilibri di governo: la mancata approvazione di una misura di tutela salariale è la diretta conseguenza di una strategia economica che considera il costo del lavoro una variabile da comprimere per favorire la competitività delle imprese.
Quella della competitività è un falso alibi per contenere i salari dei lavoratori: nella realtà, è solo un artificio propagandistico per aumentare a dismisura i profitti e i dividendi azionari. Il modello economico perseguito dai governi italiani negli ultimi decenni è chiaro: ridurre il costo del lavoro per attirare investimenti e aumentare i margini aziendali, senza preoccuparsi delle conseguenze sociali.
Ma c’è un altro aspetto fondamentale che spesso viene sottovalutato: salari bassi significano automaticamente pensioni basse. Non solo, quindi, lavoratori poveri, ma anche pensionati ancora più poveri. E mentre il governo propone pensioni integrative private come soluzione, rimane senza risposta una domanda essenziale: come potrebbero lavoratori già sottopagati accantonare ulteriori risorse per garantirsi una pensione dignitosa?
Un modello economico insostenibile
L’Italia, di fatto, ha scelto un modello economico basato sul lavoro a basso costo. Questo modello non solo alimenta le disuguaglianze sociali, ma compromette anche la crescita del Paese nel lungo periodo. Se i lavoratori guadagnano poco, i consumi restano bassi, la domanda interna si indebolisce e l’economia si arena. È un circolo vizioso che favorisce solo le grandi imprese esportatrici, lasciando milioni di famiglie a lottare per arrivare a fine mese.
A livello europeo, l’Italia è uno dei pochi Paesi senza un salario minimo per legge. In Germania, la soglia è stata recentemente portata a 12,41 euro l’ora, in Francia è di 11,65 euro, mentre in Spagna si attesta intorno ai 9 euro. Solo in Italia si continua a difendere il sistema dei contratti collettivi come unica garanzia per i lavoratori, ignorando che milioni di persone, di fatto, restano esclusi da qualsiasi forma di tutela salariale.
Un Paese per pochi, non per tutti
Se si analizza la direzione della politica economica italiana, il quadro è chiaro: l’obiettivo non è garantire un’esistenza dignitosa a chi lavora, ma assicurare che una ristretta élite continui a beneficiare di un sistema costruito su ineguaglianze crescenti. Non è un caso che, mentre i salari restano bassi, la pressione fiscale sulle imprese venga ridotta e si continui a parlare di flat tax, una misura che favorisce chi già guadagna di più.
L’assenza di un salario minimo è solo un tassello di un disegno più ampio, in cui lo Stato abdica al suo ruolo di regolatore del mercato e lascia che siano le leggi della competizione selvaggia a decidere chi può permettersi una vita dignitosa e chi no. Ma la dignità non è una variabile di mercato. E il lavoro non può essere trattato come una merce qualsiasi, il cui prezzo può essere abbassato a piacimento per massimizzare i profitti di pochi.
Non si tratta di chiedere l’impossibile. Si tratta di pretendere che il lavoro torni ad essere sinonimo di diritti, sicurezza e possibilità di costruirsi un futuro. Perché un Paese che sfrutta il lavoro e condanna milioni di persone alla precarietà è un Paese senza futuro.
La democrazia rappresentativa, nella sua forma moderna, è stata un pilastro fondamentale delle società occidentali. Durante il periodo noto come “capitalismo democratico” (1945-1975), ha consentito progressi significativi nel benessere economico, nei diritti civili e sociali, e nella stabilità politica. Tuttavia, dalla metà degli anni Settanta, questo modello ha subito una progressiva erosione, aprendo la strada alla fase della post-democrazia, caratterizzata da una riduzione della partecipazione politica e da un crescente controllo delle élite economiche e tecnocratiche.
Come indicato da Wolfgang Streeck (Tempo guadagnato, 2013), il periodo del capitalismo democratico ha rappresentato l’apice delle democrazie occidentali, ma ha iniziato a sfaldarsi quando politiche globali ed economiche hanno indebolito il compromesso tra capitale e lavoro. Questo articolo esplora i processi storici e teorici che hanno portato a questa trasformazione, ponendo l’accento sulle possibili vie di rinnovamento attraverso modelli partecipativi e deliberativi.
1. Il trentennio d’oro del capitalismo democratico
Il periodo tra il 1945 e il 1975 rappresenta l’apice della democrazia rappresentativa. In questa fase, caratterizzata dalla ricostruzione post-bellica, lo Stato svolgeva un ruolo centrale nella promozione di politiche pubbliche volte a garantire servizi sociali, istruzione e sanità. Sindacati e partiti politici fungevano da mediatori tra classi sociali diverse, garantendo stabilità e benessere attraverso un compromesso tra capitale e lavoro.
Le idee di John Maynard Keynes ispirarono questo modello, incentrato su uno “Stato imprenditore” attivo e sul rafforzamento del Welfare State, come documenta Gianfranco Borrelli. Le costituzioni di Italia e Germania segnarono una rottura netta con i totalitarismi del passato, tracciando un progetto fondato su diritti e partecipazione civica. Secondo Borrelli, si trattò di un periodo unico di equilibrio tra costituzione economica e costituzione politica.
2. La crisi della democrazia rappresentativa
A partire dagli anni Settanta, diversi fattori hanno contribuito alla crisi del capitalismo democratico:
• Crisi economiche globali: La crisi petrolifera del 1973, unita alla crescente globalizzazione, mise in discussione la sostenibilità del modello keynesiano, come evidenziato da Streeck.
• Politiche neoliberali: L’ascesa di leader come Reagan e Thatcher segnò il passaggio a un modello economico basato sulla deregolamentazione e sulla privatizzazione, una trasformazione già prevista da Karl Polanyi (La grande trasformazione, 1944).
• Erosione del Welfare State: Il ridimensionamento delle tutele sociali, analizzato da Luciano Gallino (Il colpo di stato di banche e governi, 2013), ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze.
Secondo il rapporto della Trilateral Commission (The Crisis of Democracies, 1975), la lentezza dei sistemi democratici rappresentativi veniva percepita come un ostacolo alla crescente accelerazione economica globale, favorendo l’affermarsi di tecnocrazie e organismi sovranazionali.
3. Post-democrazia: caratteristiche e contraddizioni
La post-democrazia rappresenta una fase in cui le istituzioni democratiche formali continuano a esistere, ma il loro funzionamento effettivo è compromesso. Bernard Manin (Principi del governo rappresentativo, 1995) evidenzia come la concentrazione del potere esecutivo e la personalizzazione della politica abbiano ridotto il ruolo del dibattito parlamentare e delle elezioni, privando i cittadini di una partecipazione sostanziale.
La spettacolarizzazione mediatica della politica e il predominio di élite tecnocratiche sono state denunciate anche da Colin Crouch (Post-democrazia, 2005), che sottolinea come tali dinamiche abbiano favorito la disconnessione tra cittadini e istituzioni.
4. Il ritorno del populismo
La crisi della rappresentanza ha aperto la strada a movimenti populisti, che si presentano come alternativa al sistema politico tradizionale. Ernesto Laclau (La ragione populista, 2008) analizza il populismo come una reazione alle difficoltà di rappresentare i conflitti reali e propone che i movimenti populisti rispondano a bisogni lasciati insoddisfatti.
Tuttavia, Pierre Rosanvallon (Pensare il populismo, 2017) sottolinea come questi movimenti tendano a semplificare e pervertire i processi democratici, enfatizzando la necessità di trasformazioni più complesse e partecipative.
5. Ripensare la partecipazione democratica
Di fronte alla crisi della rappresentanza e all’ascesa del populismo, emerge la necessità di ripensare le modalità di partecipazione politica. Diverse esperienze internazionali dimostrano che è possibile costruire forme di democrazia più inclusive e partecipative:
• Democrazia diretta: Modelli come quello svizzero, documentati da Moritz Rittinghausen (La législation directe du peuple, 1851), dimostrano l’efficacia di strumenti come il referendum.
• Democrazia deliberativa: Susan Podziba (Chelsea Story, 2006) e Luigi Bobbio hanno esplorato casi in cui processi deliberativi hanno migliorato la qualità delle decisioni pubbliche.
• Democrazia partecipativa: Yves Sintomer (Gestion de proximité et démocratie participative, 2005) evidenzia come strumenti come il bilancio partecipativo possano promuovere la gestione condivisa delle risorse pubbliche.
Questi modelli, come afferma Borrelli, non devono sostituire la democrazia rappresentativa, ma rafforzarla integrando i cittadini nei processi decisionali.
6. Verso una nuova stagione politica
Per superare la crisi della post-democrazia è necessario promuovere una nuova stagione politica basata su:
• Educazione civica e partecipazione: Investire Per superare la crisi della post-democrazia è necessario promuovere una nuova stagione politica basata su:
• Educazione civica e partecipazione: Un obiettivo che, secondo Pierre Rosanvallon (La legittimità democratica, 2015), può essere raggiunto sviluppando forme di prossimità tra cittadini e istituzioni.
• Trasparenza e responsabilità: Judith Butler (L’alleanza dei corpi, 2017) suggerisce che i movimenti collettivi possano agire come catalizzatori di cambiamento verso una maggiore responsabilità delle istituzioni.
• Innovazione istituzionale: È necessario, come indicato da Donatella Della Porta (Politica progressista e regressiva nel tardo neoliberismo, 2017), immaginarenuove forme di governance capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo.
Un’idea concreta per realizzare questa trasformazione potrebbe essere la costruzione di un fronte popolare progressista, fondato su:
• Comunicazione e piattaforme autonome: Garantire uno spazio indipendente e collettivo per il confronto, l’informazione e la partecipazione dei cittadini.
• Gestione collettiva: I processi decisionali e organizzativi dovrebbero essere basati su strutture collettive, in cui i garanti assicurino trasparenza e rispetto delle regole condivise.
• Scrittura condivisa dei programmi: Attraverso strumenti digitali partecipativi, i cittadini potrebbero contribuire direttamente alla stesura dei programmi politici, rendendo il processo inclusivo e democratico.
• Individuazione partecipativa delle candidature: L’utilizzo di piattaforme aperte permetterebbe di selezionare i rappresentanti in modo trasparente, basato su competenze e adesione ai valori condivisi.
Questa proposta si inserisce nel solco di esperienze già esistenti di democrazia partecipativa, ma ne amplia l’ambizione, integrando principi di autogoverno e collettività. È un modello che mira non solo a rispondere alla crisi della rappresentanza, ma a ricostruire la fiducia tra cittadini e politica, rendendoli co-protagonisti di un cambiamento autentico e sostenibile.
Bibliografia
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L’Unione Europea è di fronte a un bivio. La guerra in Ucraina ha accelerato una crisi che era latente da anni, rivelando non solo la debolezza militare del continente, ma anche la fragilità della sua identità politica. L’errore strategico dell’UE non è stato solo quello di sottovalutare la Russia, come sottolinea Orsini, ma soprattutto quello di sopravvalutare sé stessa, credendo di poter agire come un attore geopolitico senza avere la forza per farlo.
Con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio di quest’anno, gli equilibri globali stanno subendo un’ulteriore trasformazione. Il presidente americano ha già avviato un processo di riavvicinamento con Mosca, una mossa che era ampiamente prevedibile alla luce del suo atteggiamento nei confronti di Putin. In questa direzione vanno i negoziati di pace in corso in Arabia Saudita, che potrebbero segnare un nuovo capitolo per la guerra in Ucraina, ma anche per il ruolo dell’Europa nel sistema internazionale.
L’illusione strategica dell’Europa e il risveglio forzato
Per trent’anni, l’Unione Europea ha costruito la sua sicurezza sul pilastro americano, senza mai dotarsi di una reale autonomia strategica. Si è cullata nell’idea che il soft power economico e diplomatico fosse sufficiente per garantirle un ruolo centrale, ignorando la realtà delle relazioni internazionali, che si basano ancora sul concetto di deterrenza e forza militare.
L’errore più grave è stato quello di immaginare la Russia come una potenza in declino, incapace di reggere un conflitto prolungato. Le sanzioni avrebbero dovuto strangolare l’economia russa, la guerra avrebbe dovuto minare la stabilità del regime di Putin, e invece è successo il contrario: la Russia ha dimostrato una resilienza inaspettata, mentre l’Europa si è trovata sempre più dipendente dagli Stati Uniti, senza una chiara strategia alternativa, impantanata in una recessione economica autoinflitta .
Ora, con Trump nuovamente al potere e un processo di pace in corso, l’Europa si trova in una posizione ancora più difficile. Se il conflitto dovesse concludersi con una trattativa tra Washington e Mosca, senza un ruolo attivo dell’UE, ciò sancirebbe definitivamente la marginalizzazione politica del continente.
L’Europa paralizzata di fronte a Trump
I leader europei appaiono smarriti, incapaci di reagire alle nuove dinamiche internazionali. Macron, Meloni, von der Leyen e il nuovo cancelliere tedesco (dopo la sconfitta elettorale di Scholz) balbettano perché sanno che le scelte di Trump potrebbero cambiare radicalmente la postura occidentale sulla guerra in Ucraina, ma non hanno alcun potere di influenza su di lui.
Il paradosso è che, pur essendo più consapevole della minaccia russa, l’Europa è completamente dipendente dagli Stati Uniti, un alleato sempre più imprevedibile. Trump ha già dichiarato chiaramente che gli Stati europei dovranno aumentare drasticamente le loro spese militari se vogliono continuare a godere della protezione della NATO. Ma il problema non è solo economico: il vero nodo è che l’Europa non ha una leadership capace di pensare in termini di autonomia strategica.
L’opportunità di una nuova Europa: ritornare alle radici di Ventotene
Se questa crisi può avere un risvolto positivo, è quello di costringere l’Europa a ripensarsi. Il rischio più grande è quello di un’Europa che si riduca a spettatrice impotente delle decisioni altrui. Ma esiste un’altra possibilità: trasformare questo disorientamento in un’occasione per costruire un’Europa dei popoli, un’Europa che torni alle sue radici originarie, abbandonando il modello tecnocratico e burocratico che l’ha allontanata dai cittadini.
Il Manifesto di Ventotene, redatto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi durante la Seconda Guerra Mondiale, rappresenta ancora oggi una bussola per chi vuole immaginare un’Europa diversa. Il sogno di Ventotene non era un’Europa asservita agli interessi economici delle élite, ma un’Europa fondata sulla solidarietà tra i popoli, sulla democrazia partecipativa, sulla giustizia sociale.
Oggi quel progetto è stato tradito da decenni di politiche che hanno messo al centro l’austerità, la finanza, gli interessi delle multinazionali, sacrificando il principio di coesione sociale. Ma proprio ora, nel momento in cui l’Europa appare smarrita e senza direzione, può riscoprire quella visione originaria.
La strada non è semplice, ma è l’unica percorribile se l’UE vuole sopravvivere come attore politico. Non basta aumentare le spese militari o affidarsi ancora una volta agli Stati Uniti: serve un progetto politico nuovo, capace di dare un senso all’Unione oltre la mera convenienza economica.
Se questa crisi costringerà l’Europa a riscoprire il suo spirito fondativo, allora potrebbe trasformarsi in un’opportunità storica. Altrimenti, il rischio è quello di un’Europa sempre più irrilevante, incapace di determinare il proprio destino e condannata a subire le decisioni altrui.
L’altra ipotesi, quella più drammatica, è la disgregazione completa dell’Unione Europea. Se il processo di smarrimento dovesse proseguire senza una direzione chiara, se gli Stati membri dovessero continuare a perseguire solo interessi nazionali, senza una visione comune, allora l’Europa potrebbe implodere, diventando un mosaico di Paesi privi di peso strategico. A quel punto, non ci sarebbe più nessun sogno europeo da recuperare, ma solo il rimpianto di un’idea mai realizzata fino in fondo.
fonte: il Fatto Quotidiano rubrica Nuovo Atlante di alessandro Orsini del 25 febbraio 2025.
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