Effetto “Serra”: come si soffocano i popoli

Ci sono momenti nella storia in cui l’aria diventa irrespirabile. Non perché manchi ossigeno, ma perché è satura di menzogne, ipocrisie e manipolazioni. Oggi ci troviamo in uno di questi momenti. Si soffoca. Si soffoca sotto il peso di decisioni prese sopra le teste dei popoli, sotto il fumo nero di un’Europa che invece di costruire pace, sceglie di alimentare il fuoco della guerra.

L’ultima mossa di Bruxelles è chiara: 800 miliardi di euro per il riarmo. Per la sanità? Non c’erano soldi. Per la scuola? Sacrifici. Per il lavoro? Austerità. Per i diritti sociali? Le solite prediche sui “bilanci sostenibili”. Ma quando si tratta di produrre armi, improvvisamente i forzieri si spalancano e le casse si riempiono. E lo fanno in poche ore. Senza discussione, senza esitazione. L’Europa che ci bacchettava come bambini quando chiedevamo risorse per la giustizia sociale, ora firma assegni a 11 zeri per un’economia di guerra.

Il grande inganno: spezzare il dissenso

Questa manovra non è solo un colpo mortale alla pace, ma è anche un’arma contro il dissenso. Perché chiunque osi mettere in discussione questa deriva viene frantumato, isolato, relegato ai margini del dibattito pubblico. La strategia è sottile ma letale: frammentare, dividere, indebolire.

Lo vediamo nelle associazioni, nei sindacati, nei movimenti. C’è chi aderisce con entusiasmo alla piazza dell’“Europa unita”, c’è chi partecipa per ribadire un messaggio di pace, c’è chi si dissocia con sgomento, e c’è chi resta paralizzato, incapace di capire se quella sia ancora la sua battaglia o solo una trappola ben orchestrata. La Cgil è spaccata, l’Anpi in subbuglio, l’Arci si tira indietro, le Acli abbracciano la causa. Un caos calcolato, progettato a tavolino per disorientare le masse e annullare qualsiasi possibilità di opposizione strutturata.

L’illusione di un’Europa unita nella difesa della democrazia è stata tradita dal piano ReArm Europe. Altro che democrazia, altro che pace: siamo di fronte alla più grande militarizzazione del continente dai tempi della Guerra Fredda.

La follia della corsa al riarmo

Ci hanno raccontato che la pace si ottiene con le armi. Un assurdo logico, un abominio morale. La verità è un’altra: la guerra è un affare. Un affare sporco, cinico, mostruoso. Il complesso militare-industriale non ha mai smesso di prosperare e ora si prepara a fare il più grande balzo in avanti della sua storia. Chi pagherà? Noi. Con le nostre tasse, con il nostro futuro, con la nostra sicurezza sacrificata sull’altare del profitto.

Ci stanno portando verso il baratro. Non con proclami roboanti, ma con atti concreti. Non ci stanno chiedendo se vogliamo la guerra, ce la stanno imponendo pezzo dopo pezzo, spostando sempre più in là il confine della tollerabilità. Ci hanno abituati prima alle sanzioni, poi alle forniture militari, ora al riarmo totale. Il passo successivo sarà l’intervento diretto?

Se non apriamo gli occhi ora, quando? Se non troviamo la forza di opporci oggi, domani sarà troppo tardi.

Unire le voci, rovesciare la narrazione

Dobbiamo dirlo forte e chiaro: questo non è il nostro futuro. Questa non è la nostra Europa. Noi non vogliamo un continente trasformato in una fabbrica d’armi. Non vogliamo un’economia di guerra, vogliamo un’economia di giustizia. Non vogliamo una società piegata agli interessi delle lobby militari, vogliamo una società che investa nei diritti, nella salute, nell’istruzione, nel benessere collettivo.

Un’unica voce, un unico messaggio, un’unica battaglia: basta con questa follia! Chi si arrende alla logica del riarmo è complice di un sistema che ci sta portando alla distruzione.

Non possiamo più restare immobili. Dobbiamo unirci e cacciarli via. Prima che sia troppo tardi.

Sabato 15 marzo: un’altra Piazza sta nascendo

Mentre l’Europa apre le sue casse al riarmo e soffoca ogni voce contraria, noi diciamo NO. Non ci facciamo ingannare, non ci facciamo dividere, non ci facciamo spezzare.

Sabato 15 marzo, a Piazza Barberini, nascerà un nuovo spazio di resistenza. Una piazza per chi rifiuta l’Europa della guerra e rivendica un’Europa della pace, della giustizia sociale, dei diritti.

Saremo lì per denunciare lo scandalo degli 800 miliardi per le armi, mentre per la sanità, l’istruzione e il lavoro ci hanno sempre raccontato che “non ci sono risorse”. Saremo lì per dire che questa Europa non è la nostra Europa. Non vogliamo essere complici di chi ci sta trascinando nel baratro.

Dobbiamo unirci, perché divisi ci soffocano, uniti possiamo fermarli. Scendiamo in piazza. Facciamo sentire la nostra voce. Prima che sia troppo tardi.

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