I volti predatori del capitalismo neoliberale: tra cinismo e strategia di potere

Il capitalismo neoliberale ha assunto nel tempo molteplici volti, alcuni più spietatamente cinici, altri abilmente mascherati da progressismo sociale. Quello che rimane invariato è il suo obiettivo fondamentale: la preservazione e l’espansione del potere economico e politico delle élite finanziarie. Un potere che, lungi dall’essere messo in discussione dai movimenti emancipatori o dalle istanze di giustizia sociale, viene spesso abilmente cooptato e trasformato in una strategia di mercato.

La riflessione di Carl Rhodes nel saggio Capitalismo Woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia è un punto di partenza prezioso per comprendere questa dinamica. L’autore individua con lucidità il modo in cui il capitalismo contemporaneo ha adottato e strumentalizzato cause sociali come la lotta per i diritti civili, il femminismo, l’ambientalismo e le battaglie LGBTQ+ per trasformarle in strumenti di marketing e di consolidamento del proprio dominio.

Dal capitalismo conservatore al capitalismo woke: due facce della stessa medaglia

Il dibattito sul capitalismo neoliberale si sviluppa lungo due assi principali. Da un lato, il capitalismo di stampo conservatore, che si richiama all’ortodossia di Milton Friedman e della Scuola di Chicago. Qui, l’unico interesse legittimo è quello degli azionisti e dei detentori del capitale, con l’impresa come motore della creazione di ricchezza e lo Stato relegato a un ruolo marginale, se non osteggiato apertamente.

Dall’altro lato, troviamo il cosiddetto capitalismo woke, che si veste di valori progressisti e si presenta come attento ai temi dell’inclusione e della sostenibilità. Ma questa attenzione è reale o si tratta di una mossa strategica per blindare la propria egemonia?

L’analisi di Rhodes svela il meccanismo dietro questa apparente svolta etica del grande capitale: le multinazionali non hanno abbracciato i temi sociali per convinzione, ma perché hanno compreso che il mercato li richiede. Numerosi studi di marketing hanno dimostrato che i consumatori tendono a preferire prodotti e brand associati a messaggi di giustizia sociale. Di conseguenza, le aziende hanno iniziato a promuovere campagne pubblicitarie in cui si dichiarano paladine della diversità, dell’empowerment femminile o della lotta contro il razzismo, non per un’autentica adesione a questi valori, ma perché ciò le rende più competitive e inaccessibili alle critiche.

La differenza tra capitalismo woke e capitalismo conservatore non sta quindi nella sostanza, ma nella strategia. Mentre il primo si mimetizza dietro una retorica inclusiva, il secondo continua a difendere apertamente il dogma del mercato libero da ogni interferenza pubblica. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: il potere economico rimane saldamente nelle mani di un’élite sempre più ristretta.

La neutralizzazione dei movimenti sociali

Uno degli aspetti più subdoli del capitalismo woke è la sua capacità di neutralizzare il potenziale rivoluzionario delle lotte sociali. Un tempo, le grandi battaglie per i diritti civili e per la giustizia sociale erano condotte contro il sistema capitalista, percepito come un ostacolo alla realizzazione di una società più equa. Oggi, invece, quelle stesse battaglie vengono trasformate in strumenti di marketing, svuotandole del loro significato originario.

Si pensi, per esempio, alle campagne pubblicitarie di colossi come Nike o Coca-Cola, che associano i loro prodotti a messaggi di inclusione e diversità, mentre nel frattempo continuano a sfruttare il lavoro minorile o a devastare l’ambiente. Oppure al caso di aziende tecnologiche come Google, Facebook e Microsoft, che si presentano come progressiste e impegnate per il bene sociale, mentre accumulano enormi ricchezze attraverso pratiche monopolistiche e il controllo dei dati personali.

L’operazione di rebranding del capitalismo, quindi, ha un duplice effetto: da un lato, impedisce che si sviluppi un’opposizione radicale al sistema economico, dall’altro, priva i movimenti sociali della loro spinta rivoluzionaria, trasformandoli in semplici nicchie di mercato.

La filantropia come strumento di dominio

Un altro volto predatorio del capitalismo neoliberale è quello della filantropia. La donazione di ingenti somme di denaro da parte di miliardari come Bill Gates, Jeff Bezos o Elon Musk viene spesso presentata come un gesto di altruismo e responsabilità sociale. In realtà, si tratta di un ulteriore meccanismo di consolidamento del potere.

Attraverso le loro fondazioni, i grandi capitalisti non solo godono di vantaggi fiscali enormi, ma influenzano direttamente le politiche pubbliche, bypassando i processi democratici. Quando la sanità, l’istruzione o la ricerca scientifica dipendono dai finanziamenti privati di pochi individui, significa che sono questi ultimi, e non la collettività, a decidere le priorità sociali.

Non è un caso che le politiche sanitarie globali siano fortemente influenzate da enti privati come la Bill & Melinda Gates Foundation, e che persino l’ONU e l’OMS dipendano sempre più da finanziamenti di multinazionali e filantropi miliardari. Ciò dimostra come il capitalismo neoliberale non abbia abbandonato il suo obiettivo primario: sostituire lo Stato e le istituzioni democratiche con il potere diretto del mercato e della finanza.

Verso una risposta politica e sociale

Se il capitalismo woke è una strategia di conservazione del potere, allora la risposta non può limitarsi a una denuncia teorica, ma deve tradursi in un’azione politica concreta. L’analisi di Rhodes ci suggerisce una via: recuperare il significato originario del termine woke, che in gergo afroamericano significa “stare attenti, vigilare”.

Essere realmente woke, quindi, significa smascherare l’ipocrisia del capitalismo che si traveste da paladino della giustizia sociale. Significa capire che l’inclusione e la sostenibilità non possono essere affidate alle logiche di mercato, ma devono essere il frutto di un processo politico e democratico.

Serve una nuova stagione di lotte sociali che non si lascino cooptare dal marketing aziendale. Serve un recupero del ruolo dello Stato come garante del benessere collettivo, sottraendo servizi essenziali alla logica del profitto. E serve, soprattutto, una riorganizzazione politica che rimetta al centro l’interesse della collettività, contrastando la concentrazione della ricchezza e la privatizzazione della democrazia.

Il capitalismo neoliberale ha dimostrato di sapersi adattare a ogni sfida, trasformandola in un’opportunità di profitto. Se vogliamo evitare che anche le nostre battaglie vengano ridotte a slogan pubblicitari, dobbiamo costruire un’alternativa che non si lasci sedurre dalle lusinghe del mercato. Solo così potremo riappropriarci del nostro futuro.
Fonte: articolo di Stefano Zamagni pubblicato su Avvenire il 7 febbraio 2025

Verso un Fronte Popolare per la Giustizia Sociale,: Oltre le Ambiguità della Sinistra Ufficiale

Il recente convegno organizzato da Oxfam Italia, Nens e Icrict sul tema della tassazione e della lotta alle disuguaglianze ha messo in luce una questione fondamentale per il futuro politico del nostro Paese: la necessità di una visione chiara e coraggiosa in materia di redistribuzione della ricchezza. La presenza di un economista di fama mondiale come Joseph Stiglitz, insieme ad altri studiosi e leader politici come Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni, ha offerto spunti interessanti, ma ha anche evidenziato i limiti dell’attuale opposizione.

Se da un lato è positivo che forze progressiste si confrontino su temi cruciali come il fisco e la giustizia sociale, dall’altro è evidente che manchi ancora una vera volontà di costruire un’alternativa radicale al modello neoliberista dominante. Le dichiarazioni di Stiglitz, che ha smontato il mito della “mano invisibile” del mercato e ha sottolineato l’importanza della fiscalità progressiva, hanno trovato terreno fertile tra gli interlocutori, ma il dibattito politico ha dimostrato che i leader della sinistra italiana esitano ancora a proporre soluzioni nette e incisive a livello nazionale.

L’Equivoco della Patrimoniale e l’Attesa dell’Europa

Uno dei nodi centrali emersi dal convegno riguarda la patrimoniale. Fratoianni ne ha parlato apertamente, citando le analisi dell’economista Andrea Roventini, che ha mostrato come un’imposta del 2% sui patrimoni miliardari avrebbe un impatto redistributivo significativo. Tuttavia, sia Schlein che Conte hanno preferito spostare la discussione su un piano più prudente, parlando della necessità di un approccio coordinato a livello europeo.

Questa posizione appare come l’ennesima giustificazione per non agire. L’idea di una patrimoniale coordinata a livello UE è senza dubbio sensata, ma è anche un obiettivo di lungo periodo, che rischia di rimanere una promessa senza concretezza.
Nel frattempo, le disuguaglianze in Italia aumentano, il sistema fiscale diventa sempre più regressivo, e il governo Meloni continua a favorire i grandi patrimoni con politiche di tagli fiscali ai più ricchi e riduzioni dei diritti sociali.

Perché allora non iniziare subito con una riforma fiscale nazionale coraggiosa, senza aspettare l’Europa? L’atteggiamento esitante della sinistra ufficiale dimostra ancora una volta che esiste un vuoto di rappresentanza per chi desidera una trasformazione radicale della società.

Un Fronte Popolare per Colmare il Vuoto

Il dibattito sulla tassazione non è solo una questione tecnica, ma un punto centrale nella costruzione di un nuovo progetto politico.
La disuguaglianza economica si traduce in disuguaglianza di potere, e senza una redistribuzione della ricchezza non è possibile costruire una società giusta e realmente democratica.

Per questo, il convegno dimostra una verità ormai evidente: la sinistra tradizionale, pur riconoscendo i problemi, non è pronta a proporre soluzioni radicali.
Questo lascia uno spazio politico enorme per la nascita di un Fronte Popolare per la Giustizia Sociale, il Lavoro, i Beni Comuni e l’Ambiente,, capace di unire chi non si riconosce né nelle politiche neoliberiste della destra né nelle incertezze del centrosinistra.

Il fronte dovrebbe basarsi su alcuni principi chiave:
• Una fiscalità progressiva e redistributiva, con una patrimoniale immediata sui grandi patrimoni e una lotta seria all’evasione fiscale.
• Un’economia democratica, che riduca il potere dei grandi monopoli e favorisca modelli di gestione collettiva delle risorse.
• Un welfare universale e garantito, che assicuri sanità, istruzione e protezione sociale a tutti.
• Una politica partecipativa, con strumenti che permettano ai cittadini di incidere realmente sulle decisioni politiche, anche attraverso piattaforme digitali autonome, come suggerito da Stiglitz.

L’obiettivo non è semplicemente creare un altro partito, ma costruire un movimento che dia voce a tutti coloro che oggi sono esclusi dalla rappresentanza politica.

La Necessità di un Salto di Qualità

La domanda posta da Elly Schlein durante il convegno – “Ci sono qui le forze per farlo insieme?” – rimane aperta. Il Partito Democratico dice di esserci, ma la sua storia recente dimostra il contrario: quando ha avuto la possibilità di attuare riforme strutturali, non lo ha fatto. Conte e Fratoianni appaiono più radicali, ma anche loro sembrano ancora legati a un’idea di politica che non rompe con il sistema attuale.

Ecco perché è necessario un salto di qualità. Non possiamo più limitarci a convegni e buoni propositi: servono azioni concrete, una rete organizzata e un progetto chiaro. La nascita di un Fronte Popolare non è solo un’idea, ma una necessità storica per chi crede in una società più giusta e democratica.

Il tempo delle esitazioni è finito. È ora di agire.

Come Lottare Contro l’Università Neoliberista? Una Critica e una Prospettiva di Lotta

Il dibattito sulla trasformazione dell’università italiana è tornato prepotentemente al centro della discussione pubblica. La riforma Bernini e i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) hanno innescato una mobilitazione che sta coinvolgendo docenti, ricercatori e studenti. Tuttavia, come sottolineato da Gianni Del Panta nel suo articolo per Jacobin, limitarsi alla critica del sottofinanziamento e della precarizzazione rischia di rafforzare, piuttosto che scardinare, il modello neoliberista dell’università. Questo testo si propone di approfondire la questione, individuando le radici del problema e delineando una strategia di lotta che vada oltre la semplice richiesta di più risorse e stabilizzazioni.

L’Università come Apparato Ideologico dello Stato

Uno degli aspetti più interessanti della riflessione di Del Panta riguarda il ruolo dell’università all’interno dello Stato neoliberista. Seguendo la teoria dello Stato integrale di Antonio Gramsci, l’università non è un semplice luogo di formazione e ricerca, ma un apparato ideologico fondamentale per la riproduzione dell’egemonia della classe dominante. Se da un lato la società politica esercita la coercizione (tramite forze di polizia, esercito, magistratura), la società civile legittima il dominio attraverso istituzioni come scuola, università, media e partiti politici. In questo senso, l’università è uno strumento attraverso cui il sapere viene filtrato, selezionato e indirizzato per consolidare i rapporti di forza esistenti.

Questa chiave di lettura ci impone una domanda cruciale: può un’università più finanziata e con un minor tasso di precarizzazione essere radicalmente diversa da quella attuale? La risposta è no, se non si interviene sui meccanismi strutturali che regolano la produzione e la trasmissione del sapere. Più fondi e più stabilità contrattuale sono certamente richieste legittime, ma non intaccano il problema di fondo: la funzione dell’università come dispositivo di disciplinamento sociale ed economico.

L’Illusione del Rifinanziamento Senza Riforma Strutturale

Uno degli errori del dibattito sulla riforma dell’università è credere che il semplice aumento dei fondi possa risolvere il problema. Questo approccio ignora che il neoliberismo non si caratterizza solo per il sottofinanziamento delle istituzioni pubbliche, ma anche per la loro trasformazione in organismi funzionali alle logiche di mercato. L’università attuale è un’istituzione sempre più aziendalizzata, in cui il valore del sapere è subordinato alla sua spendibilità economica e alla capacità di attrarre investimenti privati.

I meccanismi di valutazione della ricerca, il precariato strutturale, la competizione tra atenei per ottenere finanziamenti e l’ingresso massiccio di capitali privati sono tutti elementi che modellano un’università sempre più distante da un luogo di formazione critica e sempre più simile a un’industria della conoscenza. In questo contesto, il rischio è che un rifinanziamento dell’università senza un ripensamento strutturale non faccia altro che consolidare il modello esistente, rendendolo più efficiente senza modificarne la natura.

Una Nuova Università è Possibile? Il Ruolo degli Studenti nella Lotta

Del Panta evidenzia come il vero potenziale di mobilitazione non risieda tanto negli accademici strutturati, quanto negli studenti e nei ricercatori precari. Gli strutturati, infatti, pur subendo le conseguenze del neoliberismo accademico, ne sono anche in parte beneficiari. Il loro ruolo all’interno del sistema li rende difficilmente mobilitabili su posizioni radicali. Diversamente, gli studenti e i precari sono i soggetti che più di tutti pagano il prezzo di questa trasformazione e che hanno un interesse diretto nel mettere in discussione il modello esistente.

Ma su quali basi può nascere un’alleanza tra il movimento studentesco e i precari della ricerca? Alcuni temi chiave emergono con forza nel dibattito attuale:

1. Diritto allo studio e diritto all’abitare – Il caro-affitti e la carenza di alloggi universitari sono problemi che colpiscono direttamente gli studenti e che si legano alle più ampie dinamiche di privatizzazione e mercificazione dell’istruzione superiore.

2. Precarizzazione del lavoro accademico – La lotta contro il precariato non può essere solo una battaglia per la stabilizzazione dei singoli lavoratori, ma deve diventare parte di una critica complessiva al modello neoliberista dell’università.

3. Militarizzazione dell’università e ricerca per fini bellici – In un contesto di crescente investimento nelle tecnologie dual use (civili e militari), è fondamentale interrogarsi sul ruolo dell’università nella produzione di sapere funzionale all’industria della guerra.

4. Modelli alternativi di governance accademica – La gestione universitaria deve essere ripensata in una logica di partecipazione democratica, sottraendo le decisioni strategiche alle sole logiche di mercato e alle dinamiche competitive tra atenei.

Quale Strategia per il Futuro?

Se il modello neoliberista dell’università non può essere scardinato con semplici richieste di rifinanziamento, allora è necessario costruire una strategia di lungo periodo che punti a un cambiamento radicale. Alcune linee d’azione possibili includono:

• Mobilitazioni su scala nazionale e internazionale – Le esperienze recenti in Argentina e Serbia dimostrano che movimenti studenteschi di massa possono effettivamente mettere sotto pressione i governi e imporre cambiamenti concreti.

• Creazione di spazi autonomi di formazione e ricerca – Laboratori autogestiti, università popolari e reti di ricerca indipendenti possono rappresentare un’alternativa concreta all’attuale modello accademico.

• Contestazione dei meccanismi di valutazione e finanziamento – Il sistema di premialità basato su parametri quantitativi deve essere sostituito da un modello che valorizzi la qualità della ricerca e la sua funzione sociale.

• Intersezione con altri movimenti sociali – Le lotte per il diritto alla casa, il reddito di base e la giustizia climatica sono strettamente legate alla trasformazione dell’università e possono creare alleanze strategiche per un cambiamento più ampio.

Conclusione: Ripensare l’Università per una Società Diversa

L’università neoliberista non è un’anomalia, ma un tassello di un modello di società basato sulla competizione, la precarietà e la subordinazione del sapere alle esigenze del mercato. Pensare di migliorarla senza metterne in discussione le fondamenta significa accettare passivamente il suo ruolo all’interno del sistema esistente. La sfida, quindi, è molto più ambiziosa: costruire un’università diversa per una società diversa. Questo richiede una lotta politica ampia, capace di superare le rivendicazioni settoriali e di immaginare un sapere libero, critico e accessibile a tutti.

La Complicità Tossica tra Meloni e CISL: La Resa Definitiva del Sindacato alla Logica Padronale

Il recente congresso della CISL ha offerto un’immagine inquietante della situazione attuale in Italia: un’ovazione dei delegati sindacali alle parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che invita a “superare la tossica visione conflittuale” tra lavoro e impresa. Questo episodio rappresenta la resa definitiva di una parte del sindacato alla logica padronale e neoliberista, cancellando di fatto il ruolo storico di difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori.

Un sindacato che tradisce la sua missione

Il sindacato dovrebbe esistere per tutelare chi lavora, non per compiacere il potere. Eppure, la CISL ha scelto di appiattirsi sulle posizioni di un governo di destra che, fin dall’inizio, si è dimostrato nemico delle classi lavoratrici e dei diritti conquistati con decenni di lotte. Invece di alzare la voce contro il dilagante precariato, contro i salari da fame, contro le condizioni di sfruttamento che portano a oltre 1500 morti sul lavoro ogni anno, la CISL preferisce fare da megafono alla retorica governativa sulla “collaborazione” tra impresa e lavoratori.

Ma questa collaborazione, nei fatti, è una farsa: non c’è un equilibrio tra le parti, bensì un rapporto di forza in cui le imprese dettano legge, mentre lavoratrici e lavoratori subiscono. Negli ultimi trent’anni, l’Italia è stato l’unico Paese dell’OCSE in cui i salari reali sono diminuiti, e oggi milioni di persone lavorano con stipendi che non permettono una vita dignitosa. In questo contesto, un sindacato che rinuncia al conflitto diventa complice dello sfruttamento.

I padroni non hanno bisogno di altri difensori

Storicamente, il mondo imprenditoriale ha sempre avuto le proprie organizzazioni di rappresentanza: Confindustria, le associazioni di categoria, i grandi gruppi finanziari. Non hanno certo bisogno che anche i sindacati dei lavoratori si inginocchino ai loro interessi. Eppure, è esattamente ciò che sta accadendo con la CISL.

L’atteggiamento di questo sindacato non è solo vile, ma anche estremamente pericoloso, perché legittima un modello in cui i diritti diventano una concessione padronale anziché una garanzia irrinunciabile. E non è un caso che, mentre la CISL riceve elogi dal governo, CGIL, UIL e i sindacati di base vengono dipinti come “ideologici” e “conflittuali” solo perché continuano a battersi per salari dignitosi, sicurezza sul lavoro e tutele reali.

Il ruolo ambiguo della CISL: più servizi, meno lotte

Un altro aspetto da evidenziare è come la CISL, negli anni, abbia trasformato la sua natura. Da sindacato di lotta si è progressivamente trasformata in un organismo che offre servizi ai lavoratori, spesso in ambiti che poco hanno a che fare con la difesa dei loro diritti: dichiarazioni dei redditi, operazioni bancarie, richieste di prestiti, assistenza fiscale. Certo, si tratta di attività utili, ma non possono sostituire la battaglia per salari più alti, contratti migliori, sicurezza sul lavoro. Un sindacato che si concentra su questi aspetti amministrativi, dimenticando la propria missione originaria, smette di essere tale e diventa un’agenzia di consulenza più che un organismo di difesa dei diritti, per questo vi sono i patronati, che di fatto sono emanazione dei sindacati stessi .

Il dramma delle lavoratrici: doppiamente sfruttate

In tutto questo, non possiamo dimenticare la condizione delle lavoratrici, che subiscono un doppio sfruttamento: da un lato, lavorano nelle stesse mansioni dei colleghi uomini, ma spesso con salari più bassi e minori opportunità di crescita professionale; dall’altro, devono affrontare discriminazioni strutturali che rendono ancora più precaria la loro condizione.

L’Italia è tra i Paesi europei con il più ampio divario retributivo di genere e uno dei peggiori in termini di conciliazione tra lavoro e vita privata. Troppe donne, ancora oggi, sono costrette a scegliere tra la carriera e la famiglia, perché le politiche di welfare sono inesistenti o inefficaci. Eppure, anche su questo tema, la CISL preferisce il silenzio: nessuna battaglia vera per la parità salariale, nessuna pressione per politiche che facilitino la vita delle lavoratrici.

Un ritorno al conflitto è necessario

Di fronte a questa situazione, è chiaro che l’unica via possibile è una ripresa della conflittualità. Il conflitto sociale non è una patologia da estirpare, come vorrebbe Meloni, ma l’unico strumento che lavoratrici e lavoratori hanno per difendersi da un sistema che, senza opposizione, li schiaccia.

Abbiamo bisogno di:

• Un salario minimo legale che impedisca lo sfruttamento di chi lavora per pochi euro l’ora.

• Norme più severe sulla sicurezza, per fermare la strage di chi muore mentre cerca di guadagnarsi da vivere.

• Maggiori tutele per le lavoratrici, per garantire stipendi equi e una vera parità di opportunità.

• Stop alla precarietà e alle delocalizzazioni selvagge, che impoveriscono il tessuto sociale del Paese.

Mentre la CISL si piega al potere e il governo rafforza la posizione delle imprese a scapito dei lavoratori, è necessario un fronte compatto che rilanci la lotta per i diritti. Il sindacato, quello vero, deve tornare a essere un punto di riferimento per chi lavora, non un’appendice delle politiche aziendali e governative.

L’unica strada è riprendere la lotta, perché i diritti non si chiedono: si conquistano.

Lavoro e salari: un Italia in attesa di rinnovo 

L’Italia si trova di fronte a un nodo cruciale per milioni di lavoratori: il rinnovo dei contratti collettivi nazionali. Secondo l’ultimo report dell’ISTAT, sono ben 6,6 milioni i dipendenti con il contratto scaduto, in attesa di un adeguamento salariale che permetta di recuperare il potere d’acquisto eroso dall’inflazione. Operai metalmeccanici, infermieri, impiegati pubblici, farmacisti e addetti alle telecomunicazioni fanno parte di questa schiera di lavoratori che, tra incertezze e mobilitazioni, cercano di far valere i propri diritti.

Il Blocco dei Rinnovi e la Perdita di Potere d’Acquisto

Il problema dei rinnovi contrattuali in Italia è ormai strutturale: il tempo medio di attesa per il rinnovo di un contratto è di 22 mesi. Questo significa che, mentre il costo della vita aumenta, i lavoratori rimangono fermi con stipendi che non riescono a tenere il passo. Se nel 2024 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1% rispetto all’anno precedente, la situazione è ancora lontana dal compensare le perdite subite nel biennio 2022-2023, quando l’inflazione ha eroso i salari in maniera pesante.

A rendere ancora più difficile il quadro è la carenza di risorse per il settore pubblico. Il governo ha stanziato fondi che permettono aumenti inferiori al 6%, mentre l’inflazione cumulata dello stesso periodo è stata quasi il triplo. Il risultato? Aumenti irrisori: meno di 42 euro per un infermiere, poco più di 38 per un operatore socio-sanitario e appena 37,55 per un funzionario degli enti locali. Cifre che risultano del tutto insufficienti per far fronte al costo della vita.

L’Italia e la Stagnazione Salariale

Il problema salariale italiano non è una novità: l’Italia è l’unico Paese OCSE senza crescita salariale negli ultimi 30 anni. Mentre in altri Paesi gli stipendi si sono adeguati al costo della vita, in Italia si è assistito a un progressivo impoverimento del lavoro dipendente. La scarsa forza contrattuale dei lavoratori e il costante ritardo nei rinnovi contribuiscono a rendere il problema sempre più grave.

In questo contesto, il governo ha respinto la proposta di introdurre un salario minimo di 9 euro l’ora, una misura che avrebbe potuto dare una boccata d’ossigeno ai lavoratori più fragili. Inoltre, ha addirittura impugnato la legge della Regione Puglia che garantiva questa soglia minima. Una decisione che alimenta il dibattito sulla volontà politica di affrontare seriamente la questione salariale.

Mobilitazioni e Prospettive

Le trattative per il rinnovo dei contratti sono in stallo in molti settori. I lavoratori della sanità privata sono già scesi in piazza per chiedere sblocchi, mentre il settore metalmeccanico minaccia nuovi scioperi se non verrà riaperto il tavolo negoziale. Il settore delle telecomunicazioni e quello delle farmacie sono anch’essi in attesa di risposte, mentre i lavoratori dei call center protestano contro un contratto firmato senza il consenso dei sindacati confederali.

A peggiorare il quadro generale è il rallentamento dell’occupazione, con una crescita pari a zero nell’ultimo trimestre del 2024. Se da un lato la ministra del Lavoro Marina Calderone continua a dipingere un mercato del lavoro in ripresa, la realtà per milioni di lavoratori è ben diversa: stipendi insufficienti, contratti scaduti e un futuro sempre più incerto.

Conclusione: Quale Futuro per il Lavoro in Italia?

L’Italia ha bisogno di una politica salariale seria e strutturata. Il rinnovo tempestivo dei contratti collettivi dovrebbe essere una priorità per garantire condizioni di vita dignitose ai lavoratori. La mancata crescita salariale degli ultimi trent’anni dimostra che il problema non può più essere ignorato: servono risorse adeguate per il settore pubblico e un rafforzamento della contrattazione collettiva per il settore privato.

Se vogliamo davvero contrastare la precarizzazione del lavoro e il continuo impoverimento della classe media, dobbiamo rimettere al centro il valore del lavoro e garantire salari equi. Altrimenti, continueremo a essere il Paese delle promesse mancate, dove il lavoro non basta più per vivere dignitosamente.

Pubblicato il rapporto  annuale di Oxfam Italia su povertà e diseguaglianze. 

Disuguaglianza. Povertà ingiusta e ricchezza immeritata
di: Oxfam Italia
Nel 2024 la ricchezza dei miliardari è cresciuta in termini reali, nel mondo, di 2.000 miliardi di dollari, pari a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno, a un ritmo tre volte superiore rispetto all’anno precedente. Entro un decennio si prevede che ci saranno ben cinque trilionari. Il numero di persone che oggi vivono in povertà, con meno di 6,85 dollari al giorno, è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990 e, alle tendenze attuali, ci vorrebbe più di un secolo per portare l’intera popolazione del pianeta sopra tale soglia.

In Italia il 5% più ricco delle famiglie, titolare del 47,7% della ricchezza nazionale, possiede quasi il 20% in più della ricchezza complessivamente detenuta dal 90% più povero. La crescita della disuguaglianza rende l’Italia un Paese dalle fortune invertite con strutture di opportunità fortemente differenziate per i suoi cittadini.

Fornendo una fotografia attuale sullo stato delle disuguaglianze nel mondo e in Italia, Oxfam, nel suo ultimo rapporto Disuguaglianza. Povertà ingiusta e ricchezza immeritata mette in luce come l’estrema concentrazione di ricchezza al vertice non sia solo un male per l’economia ma un male per l’umanità. Un’accumulazione di ricchezza in gran parte non ascrivibile al merito ma derivante da rendite di posizione (eredità, monopoli, clientelismo), da un sistema economico “estrattivo” o da politiche, come nel caso italiano, che vanno caratterizzandosi più per il riconoscimento e la premialità di contesti ed individui che sono già avvantaggiati, che per una lotta determinata contro meccanismi iniqui ed inefficienti che accentuano le divergenze nelle traiettorie di benessere dei cittadini.

Un cambio di rotta è più urgente che mai. Bisogna ricreare le condizioni per società più eque. Il tempo di agire è ora. Per noi e per le generazioni future.

Qui il testo integrale del rapporto:


https://www.oxfamitalia.org/report-disuguaglianza/

Manovra: taglio al cuneo fiscale, un’azione che colpisce i più fragili.  

Il nuovo taglio del cuneo fiscale: una manovra che colpisce i più fragili

Con il recente intervento governativo sul cuneo fiscale, la direzione è chiara: sacrificare i lavoratori con redditi più bassi per favorire pochi beneficiari più avvantaggiati. L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha confermato ciò che già si temeva: circa 800mila lavoratori italiani perderanno potere d’acquisto, con una riduzione media di 380 euro annui nelle loro buste paga.

A peggiorare ulteriormente la situazione, il taglio al cosiddetto “bonus Renzi” di 100 euro, che negli ultimi anni aveva rappresentato un piccolo ma significativo sollievo per i redditi più bassi. Questa misura, ora drasticamente ridimensionata, rappresenta l’ennesimo schiaffo a chi vive in condizioni di maggiore fragilità economica, privandoli di una risorsa che era pensata proprio per sostenere chi fatica ad arrivare a fine mese.

I numeri dell’ingiustizia

Facciamo degli esempi concreti. Un dipendente che guadagna appena mille euro lordi al mese si troverà con 21 euro in meno all’anno, senza contare il taglio del bonus Renzi. Per chi guadagna il doppio, la perdita salirà a 58 euro, ma se si aggiunge l’eliminazione del bonus, il danno diventa ancora più evidente. Ancora più drammatica la situazione per un lavoratore con reddito di 6mila euro lordi annui (spesso legato a contratti precari o stagionali): perderà ben 109 euro oltre ai 100 euro del bonus.

Questo taglio non è solo ingiusto, ma strutturalmente sbagliato. Dopo anni di perdita del potere d’acquisto dovuto all’inflazione, il governo introduce un meccanismo che anziché alleviare la situazione, aumenta le disuguaglianze. Si colpiscono i più fragili con tagli “chirurgici”, nascondendosi dietro una presunta progressività fiscale che, nella realtà, appare distorta e poco trasparente.

Un governo indolente verso i poveri

Non possiamo liquidare questa situazione come un errore tecnico o una svista. È l’ennesima dimostrazione di un atteggiamento repressivo nei confronti delle fasce più deboli. Il governo preferisce ignorare chi fatica a vivere dignitosamente, scegliendo di privilegiare platee di contribuenti con redditi più elevati o situazioni meno fragili.

Basta osservare chi beneficia di questa manovra: 5,7 milioni di lavoratori, molti dei quali appartengono a fasce di reddito più alte. Tra questi, 3,7 milioni di persone che fino a quest’anno non avevano accesso alla decontribuzione. In pratica, chi guadagna tra 35mila e 40mila euro ottiene un vantaggio sostanziale, mentre i più poveri vengono lasciati indietro.

Le storture della nuova normativa

L’Upb sottolinea che, con questa riforma, si abbandona il precedente sistema di decontribuzione, sostituendolo con un bonus strutturale. In teoria, questo approccio avrebbe dovuto migliorare la situazione, ma la realtà è ben diversa. Il nuovo sistema introduce ulteriori distorsioni, aumentando la complessità fiscale e penalizzando molti contribuenti.

Il caso dei pensionati è emblematico: un lavoratore che passa alla pensione con un reddito di 30mila euro annui subirà una perdita di 2.200 euro a causa della diversa tassazione tra redditi da lavoro e pensione. A questo si aggiunge il danno creato dal taglio del bonus Renzi, che priva le fasce più deboli di un beneficio essenziale.

Una politica contro i deboli

Il governo si è mosso da presupposti giusti, almeno in apparenza, ma le sue scelte tradiscono una visione politica che ignora i più fragili. Invece di alleviare le difficoltà di chi lotta ogni giorno per arrivare a fine mese, si preferisce premiare chi è già in una posizione più favorevole.

Questa manovra non è solo un fallimento tecnico, ma un chiaro messaggio politico: i poveri e i vulnerabili non sono una priorità. Il taglio del bonus Renzi è una decisione che grida vendetta, perché colpisce direttamente le persone che quel denaro lo usavano per coprire bisogni essenziali.

Non possiamo restare in silenzio davanti a un’ingiustizia così palese. È nostro dovere denunciare queste scelte e chiedere un intervento che metta davvero al centro le persone, non i numeri o le statistiche. I diritti dei lavoratori e dei più fragili devono tornare al centro del dibattito politico.

La marcia inarrestabile del neoliberismo.

La marcia inarrestabile del neoliberismo

di Mario Sommella

Dal punto di vista della comunicazione e dei media, la realtà che ci appare oggi è radicalmente diversa da quella costruita nell’immediato dopoguerra. Ma quando è avvenuto il passaggio da quella società a quella attuale?

Analizzando gli eventi sociali e le nuove tecnologie delle telecomunicazioni, possiamo collocare il punto di svolta, in Europa, agli inizi degli anni ’80. In particolare, considero rilevante la politica di Margaret Thatcher nel Regno Unito, nota per la dottrina del “There Is No Alternative” (TINA), e quella di Ronald Reagan negli Stati Uniti, caratterizzata dall’edonismo reaganiano. Entrambe affondano le loro radici nella teoria economica della Scuola di Chicago, guidata da Milton Friedman e i suoi “Chicago Boys”.

In Italia, la nascita della televisione commerciale negli anni ’70 ha preparato il terreno per eventi successivi, come la dissoluzione del Partito Comunista un decennio dopo. Questo partito, a mio avviso, rappresentava l’ultimo baluardo culturale capace di opporsi al pensiero neoliberista. La successiva ascesa del partito personale di Silvio Berlusconi ha enfatizzato il mercato come leva politica, consacrando il “pensiero unico” del capitale economico.

Questi avvenimenti sono stati parte di una visione elitaria della democrazia. Nessuno, all’epoca, si rese conto che l’Italia e l’Europa stavano sincronizzandosi sul “fuso orario americano”. Questo aggiornamento ha avuto conseguenze profonde e inimmaginabili, portando a una rivoluzione totale nella struttura sociale.

La frattura epistemologica

La storia è fatta di fratture epistemologiche, e una di queste è stata l’avvento della televisione commerciale e del marketing. Tra gli anni ’70 e ’80, iniziò a emergere un nuovo modo di pensare e vedere la società, segnando un cambiamento epocale per l’Europa, che si avviava a diventare la “colonia americana” che conosciamo oggi.

In questo contesto, è utile richiamare la teoria di Marshall McLuhan, secondo cui “il medium è il messaggio”. Ogni medium trasmette contenuti in modo unico, adattandoli alla propria natura. Ad esempio, non possiamo inserire un messaggio incompatibile in un medium non predisposto, così come non possiamo utilizzare una spina diversa per una presa specifica.

L’illusione dei social e il concetto di democrazia

Prendendo spunto da un’intervista su Byoblu a Ugo Mattei, condivido molte delle sue osservazioni, ma non la sua affermazione che la soluzione politica risieda nel creare un nuovo social network ecologista. Se “il medium è il messaggio”, i social non possono funzionare diversamente solo perché gestiti in modo diverso. Come una caffettiera può solo fare caffè, i social rimangono strumenti di marketing, indipendentemente da chi li controlla.

Mattei parla di democrazia, liberalismo e individui come concetti “eterni e immutabili”, ma non concordo. Viviamo in un mondo dominato dai big data, che rappresentano l’evoluzione estrema della rivoluzione iniziata con la televisione commerciale. L’audience è stato il primo embrione dei big data e ha sancito la sostituzione del concetto di verità con quello di marketing.

In una società in cui il mercato sostituisce la politica, tutto diventa merce. La televisione commerciale non vendeva prodotti, ma spettatori agli inserzionisti. Allo stesso modo, Internet offre servizi gratuiti agli utenti, raccogliendo però i loro dati per venderli. Con i social media, il marketing diventa ancora più invasivo grazie alla profilazione individuale, generando il panico da controllo sociale.

Dal proporzionale al maggioritario: il declino della democrazia

Questa trasformazione ha influenzato anche la democrazia. Siamo passati da un sistema proporzionale con partiti e programmi alternativi a un sistema maggioritario dominato da candidati telegenici. La corruzione e la mediaticità sono diventate centrali, sostituendo la vera diversità politica con il marketing.

I valori della democrazia europea pre-neoliberista erano “società, verità e cultura”. Oggi, invece, dominano “individuo, libertà e mercato”. Il servizio pubblico, inteso come pedagogico e culturale, è ormai inconcepibile.

L’America e l’Europa: due Occidenti a confronto

L’America, prima industrialmente e poi culturalmente, ha superato l’Europa, ma non ne ha mai condiviso i valori. Max Weber, con L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, spiega questa differenza: il calvinismo considera la ricchezza come segno di predestinazione divina, legittimando la disuguaglianza sociale. Questo ha portato l’America a mettere il profitto al centro di tutto, sacrificando valori come società, cultura e spiritualità.

L’Europa, al contrario, ha sempre privilegiato il capitale culturale e intellettuale. Tuttavia, il dominio americano ha imposto il modello del “fare” sul “pensare”, portando all’omologazione culturale e al trionfo del capitale economico.

Conclusione: il conformismo della società moderna

La rivoluzione populista, come analizzato da Adorno ne La dialettica dell’illuminismo, ha trasformato la presa di parola del pubblico in un messaggio vuoto. Per guadagnare consenso e follower, oggi non si dice nulla di rilevante, limitandosi a perpetuare un’immagine conforme. Mai come oggi, la società è stata così “conformista”.

In sintesi, esistono due Occidenti: l’Europa del pensiero e l’America del capitale. Ma il rischio maggiore è che, adottando il modello americano, l’Europa perda definitivamente la sua identità culturale e democratica.