L’energia che abbiamo in casa: il sabotaggio sistemico dell’autosufficienza italiana

Mentre il Paese discute da chi comprare il prossimo metro cubo di gas, le rinnovabili dimostrano numeri alla mano che la sovranità energetica è già nelle nostre mani. A ostacolarla non è la fisica, ma un modello economico e una subordinazione geopolitica che hanno bisogno di tenerci dipendenti.

Dipendiamo dall’estero per circa tre quarti del nostro fabbisogno energetico. È la prima cosa da scrivere, perché è la cornice dentro cui ogni discussione pubblica sull’energia viene incanalata, sterilizzata, ridotta a una scelta tra fornitori. Il dato lo conferma l’ISPRA, lo confermano Eurostat e i bilanci energetici nazionali: petrolio, gas, una fetta non trascurabile di elettricità arrivano dall’estero. È in questa cornice che le guerre del Medio Oriente, le tensioni nel Golfo, le oscillazioni del rublo e i ricatti politici via gasdotto si trasformano automaticamente in bollette, in inflazione, in stipendi che non bastano. Si chiama dipendenza strutturale, ed è la condizione che la classe dirigente italiana ha scelto di considerare come un destino naturale, e non come una decisione politica.

Il dibattito pubblico viene così confezionato in un eterno ballottaggio: meglio l’asse americano o quello russo, il GNL o il TAP, l’Algeria o il Qatar, e adesso, di nuovo, il rilancio del nucleare come se fosse una novità rivoluzionaria. La domanda decisiva, però, non viene mai posta: perché continuiamo a comprare ciò che abbiamo già? Perché un Paese immerso nel sole, nel vento, nelle correnti d’acqua e nel calore della terra discute ancora come se vivesse in un bunker buio, costretto a mendicare combustibile da chiunque ce lo voglia vendere?

Lo svuotamento dei serbatoi e la finzione della scelta

I combustibili fossili che bruciamo non sono una risorsa rinnovabile messa lì per noi. Sono il deposito di milioni di anni di processi geologici, e li stiamo trasferendo in atmosfera in pochi decenni con una velocità che la storia del pianeta non aveva mai conosciuto. La concentrazione di anidride carbonica ha superato nella primavera del 2026 le 430 parti per milione, contro le meno di 320 del 1960: un’accelerazione brutale, che non ha precedenti nei carotaggi glaciali, e che non potrà essere riassorbita nei tempi della nostra civiltà. Le riserve economicamente accessibili dureranno qualche decennio. Tantissimo, per chi ragiona dentro la finestra di un mandato elettorale. Niente, per chi prova a immaginare il mondo dei propri figli.

Dentro questa cornice, il rilancio del nucleare di nuova generazione, presentato come scelta di coraggio e modernità, è in realtà una replica esatta dello stesso schema. L’uranio non lo abbiamo, lo dovremmo importare. I cosiddetti reattori modulari di piccola taglia non esistono ancora come tecnologia commerciale matura, costano più di quanto si dica e quando saranno operativi serviranno comunque uranio arricchito, ovvero un’altra catena di fornitura controllata da pochi attori globali. Le riserve di uranio economicamente sfruttabili, se davvero il nucleare diventasse una fonte importante della domanda mondiale, non durerebbero molto di più di quelle di petrolio. E rimane il dettaglio non trascurabile dei rifiuti radioattivi, da custodire per migliaia di anni. È, in altre parole, lo stesso paradigma della dipendenza, travestito da innovazione.

La parola d’ordine ufficiale è “diversificazione delle fonti”. Ma diversificare i fornitori della propria schiavitù non è libertà: è solo una versione più sofisticata della stessa servitù. La fisica e l’aritmetica suggeriscono un’alternativa che la politica si rifiuta ostinatamente di prendere sul serio.

Dal gas russo al GNL americano: il prezzo politico della subordinazione

Per capire fino in fondo che cosa significhi oggi, in concreto, “dipendenza energetica” in Italia, basta ripercorrere gli ultimi quattro anni. Fino al 2021, circa il quaranta per cento del gas naturale che alimentava le case, le imprese e le centrali elettriche italiane arrivava dalla Russia, attraverso una rete di metanodotti costruita in decenni di rapporti commerciali stabili e a prezzi tra i più competitivi del continente. Quella fornitura non era una concessione politica: era il risultato di accordi industriali di lungo periodo che, piaccia o no, garantivano al sistema produttivo italiano un costo dell’energia compatibile con la concorrenza internazionale. Su quell’equilibrio si reggeva una parte significativa della manifattura del Paese.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, la scelta di Bruxelles, sotto pressione esplicita di Washington, è stata l’imposizione progressiva di un regime sanzionatorio che ha avuto come effetto pratico l’azzeramento o quasi delle importazioni di gas russo verso l’Europa occidentale. Le sanzioni sono state presentate come una risposta etica e necessaria all’aggressione. Quattro anni dopo è onesto guardare ai risultati: l’economia russa, contrariamente alle previsioni euforiche dei nostri ministri, ha tenuto, riorientando le proprie esportazioni verso Cina, India e mercati asiatici; la guerra non si è fermata; il continente europeo ha pagato un prezzo macroeconomico devastante in termini di inflazione energetica, deindustrializzazione, impoverimento delle famiglie e perdita di competitività. Le sanzioni, costruite per piegare Mosca, hanno colpito soprattutto chi le ha imposte. Hanno ucciso intere filiere produttive europee, hanno spinto fuori dal mercato decine di migliaia di piccole e medie imprese, hanno generato un trasferimento di ricchezza dal continente europeo alla potenza che quelle sanzioni le ha ispirate.

Il vuoto lasciato dal gas russo è stato infatti colmato, in larghissima parte, dal gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti, trasportato via nave attraverso l’Atlantico, rigassificato in impianti costruiti o riattivati a tempo di record, rivenduto sul mercato europeo a prezzi che, nei picchi del 2022 e del 2023, sono arrivati a essere quattro o cinque volte superiori a quelli che si pagavano prima della crisi. I produttori americani di shale gas, le compagnie statunitensi di trasporto, gli operatori dei rigassificatori hanno realizzato profitti storici. La famiglia italiana media ha visto la bolletta moltiplicarsi, l’azienda energivora ha visto evaporare il margine, l’operaio ha visto il salario reale erodersi. Il “costo della libertà”, ci è stato spiegato, andava sopportato. Ma è una libertà che pesa solo su chi la paga, mai su chi l’ha imposta.

Questa parentesi geopolitica è decisiva per capire la direzione politica del discorso energetico nazionale. La dipendenza dalla Russia, fondata su rapporti commerciali strutturati, è stata sostituita da una dipendenza atlantica più costosa, più precaria, più volatile, più esposta alle oscillazioni di un mercato spot dominato da pochi grandi operatori americani. La sovranità che si dichiarava di voler difendere, in nome dei valori, è stata di fatto ceduta a un partner esterno che oggi detta il prezzo dell’energia europea con un’ampiezza di manovra che la Russia, ai tempi dei contratti pluriennali Eni-Gazprom, non aveva mai avuto. Tutto questo, mentre il governo italiano continua a presentarsi come campione della sovranità nazionale. La sovranità, evidentemente, vale sui confini meridionali e nelle politiche identitarie, non sul prezzo del kilowattora.

L’aritmetica imbarazzante delle rinnovabili

Eppure bastano poche operazioni elementari per capire che da questa trappola si esce, e si esce dal lato delle fonti rinnovabili distribuite. Un metro quadro di pannelli fotovoltaici di tecnologia commerciale produce, mediamente, 150-200 chilowattora di elettricità all’anno alle nostre latitudini, con variazioni dovute a esposizione e zona geografica. Il fabbisogno energetico complessivo italiano, comprendendo tutto, dai trasporti alle industrie al riscaldamento domestico, vale all’incirca un migliaio di terawattora all’anno. Una semplice divisione restituisce un numero che dovrebbe inchiodare alla parete chiunque progetti politiche energetiche: per coprire interamente quel fabbisogno servirebbero, in prima approssimazione, seimila chilometri quadrati di pannelli.

Sembra tanto. È circa il due per cento del territorio nazionale. Per coprire solo i consumi elettrici, basta meno dell’uno per cento. E qui il discorso diventa beffardo: in Italia il suolo già impermeabilizzato, ovvero perso definitivamente per agricoltura e biodiversità, è stimato fra il sette e l’otto per cento del territorio, e continua a crescere a un ritmo dell’ordine di due virgola sette metri quadrati al secondo. Capannoni dismessi, centri commerciali a parallelepipedo, parcheggi da decine di ettari, piazzali industriali, tetti di palazzi, tetti di scuole, di ospedali, di stazioni: la superficie utilizzabile c’è già, ed è enorme. Non occorre toccare un solo ettaro di terreno agricolo o di paesaggio. Occorre invece prendere atto che chi parla di “suolo consumato dal fotovoltaico” usa un argomento ambientalista per difendere un modello energetico anti-ambientale.

Ma il sole è solo l’esempio più immediato. L’aria che si muove sopra le creste appenniniche e sui mari italiani vale, secondo le stime di settore, più di sessanta gigawatt di potenziale eolico a terra e oltre duecento gigawatt offshore, soprattutto al Sud e nei tratti adriatici e tirrenici più ventosi. Le acque che scendono dai monti continuano a generare energia anche fuori dai grandi bacini, semplicemente attraversando turbine ad acqua corrente. Il calore profondo della crosta terrestre, di cui l’Italia è uno dei territori europei più ricchi, potrebbe fornire decine di migliaia di terawattora all’anno. Le maree, il moto ondoso, le correnti costiere sono fonti meno mature ma niente affatto trascurabili. La somma di queste disponibilità, già oggi, supera abbondantemente qualsiasi fabbisogno ragionevole.

La complementarità tra le fonti è il punto chiave. Il sole non c’è di notte, ma il vento spesso sì. L’estate è solare, l’inverno è ventoso e idrico. Il calore geotermico è costantemente disponibile. Quando una sorgente cala, un’altra compensa. E sopra tutto questo si è già stratificato un sistema di accumulo che sta cambiando rapidamente: il prezzo delle batterie è crollato di un ordine di grandezza in quindici anni, oggi costano meno di un decimo rispetto al 2010, e l’accumulo non è solo elettrochimico. Esistono pompaggi idroelettrici, sali fusi, accumulo termico, idrogeno verde da elettrolisi, volani inerziali. Quando la batteria al litio finisce il suo ciclo di vita utile, dopo vent’anni rende ancora intorno all’ottanta per cento ed è pienamente riciclabile. La narrazione “ma poi le batterie sono un problema ambientale” è una rappresentazione fuorviante di un settore in piena trasformazione tecnologica.

Una rete pensata per l’energia degli altri

Il problema, vero questa volta, non è la materia prima. Il problema è l’infrastruttura. La rete elettrica italiana è stata progettata e cresciuta secondo una logica novecentesca: pochi grandi centri di produzione, idroelettrici o termoelettrici, che generano alta tensione da trasportare a grande distanza, fino al gradino domestico raggiunto attraverso due trasformazioni successive. È una rete piramidale, dall’alto verso il basso, costruita attorno alla figura della grande centrale e della grande compagnia che la gestisce. Sovrapporre a questo schema una produzione diffusa, capillare, dal basso verso l’alto, fatta di milioni di tetti, di piccoli impianti eolici, di micro-idroelettrici, espone il sistema a oscillazioni di tensione e a problemi di sincronia di fase. Senza un ripensamento strutturale, la rete diventa instabile.

Ripensare la rete significa esattamente questo: passare da un’architettura gerarchica a una architettura distribuita, in cui ogni territorio produce e consuma localmente la maggior parte della propria energia, e l’interconnessione fra territori serve a redistribuire eccedenze e a colmare carenze. È una rivoluzione tecnica, ma è soprattutto una rivoluzione politica, perché cambia chi possiede l’energia, chi la decide, chi ne ricava profitto. La logica delle comunità energetiche, già oggi prevista dalle normative europee e progressivamente recepita in Italia, va in questa direzione: cittadini, piccole imprese, enti locali che si associano per produrre, consumare e scambiare energia su base territoriale, riducendo al minimo il flusso lungo le grandi distanze e tenendo per sé il valore prodotto.

Per fare questo serve una scelta esplicita: indirizzare gli investimenti pubblici e privati verso la ristrutturazione della rete, l’elettrificazione spinta dei consumi finali, lo sviluppo dei sistemi di accumulo, la formazione tecnica diffusa. Non è materia per dichiarazioni. È materia per piani industriali, per leggi finanziarie, per scelte di bilancio. È, in altre parole, materia di volontà politica.

L’ostacolo non è tecnico, è politico

Se questa strada è così evidente, perché non viene imboccata? La domanda contiene già la risposta, ma è scomoda da formulare. L’energia distribuita ridistribuisce anche il potere. Una rete fatta di milioni di produttori-consumatori, di cooperative territoriali, di municipalizzate ripensate come operatori energetici, di comunità locali che decidono cosa fare della propria sovrapproduzione, è una rete in cui il margine dei grandi operatori si comprime, in cui la rendita dei detentori dei combustibili fossili evapora, in cui il ruolo dei traders di gas e di petrolio diventa marginale. È una rete in cui non c’è più bisogno di rigassificatori imposti dall’alto, di gasdotti contesi, di centrali nucleari da finanziare con decine di miliardi di soldi pubblici, di navi cariche di GNL che attraversano l’Atlantico per consegnare al continente europeo lo stesso gas che il continente europeo, dieci anni prima, comprava ad un quinto e meno della metà del costo logistico.

È esattamente per questo che, ogni volta che il discorso si avvicina al cuore della transizione, salta fuori l’argomento del “mercato”. Si invoca la concorrenza, si difendono le compatibilità di sistema, si avvisa che la generazione distribuita rischia di alterare gli equilibri tariffari, di danneggiare gli operatori, di creare distorsioni regolatorie. Ed è un argomento che ha la stessa logica del paziente che, dopo aver scoperto un tumore, si chiede se la diagnosi non comprometta la salute del tumore stesso. La crescita competitiva illimitata, quando avviene dentro un organismo finito, ha un nome preciso in biologia: si chiama cancro. Quando avviene dentro un sistema economico finito, in un pianeta finito, con risorse finite, produce gli stessi effetti distruttivi. La differenza è che, per il pianeta, non esiste chemioterapia.

L’ARERA, il regolatore italiano dell’energia, ha tra i propri compiti la tutela del consumatore, ma è di fatto uno dei principali custodi di un assetto di mercato pensato per i grandi operatori. Le comunità energetiche, in Italia, sono cresciute lentamente, frenate da regole farraginose, soglie tecniche restrittive, procedure autorizzative che scoraggiano i piccoli soggetti. Mentre i Paesi del Nord Europa hanno sviluppato in dieci anni interi distretti energetici autosufficienti, in Italia siamo ancora a discutere di scaglioni e perimetri amministrativi. Non è incompetenza: è precisamente la funzione che il sistema attribuisce alla regolazione, quella di rallentare il cambiamento per non disturbare le rendite.

Elettrificare il Paese, non solo la luce di casa

Va aggiunto un punto che spesso sfugge nel dibattito. L’elettricità copre oggi all’incirca un quinto dei consumi energetici italiani. Tutto il resto, dai trasporti pesanti al riscaldamento domestico, dall’industria pesante alla cottura dei cibi, passa ancora prevalentemente per combustibili fossili. La transizione vera non consiste solo nel produrre più rinnovabili, ma nell’elettrificare progressivamente tutto ciò che oggi non lo è. La mobilità privata e pubblica, in primis: veicoli elettrici alimentati da rete prevalentemente rinnovabile, trasporto ferroviario sviluppato come spina dorsale della logistica nazionale, mobilità urbana ripensata. Il riscaldamento residenziale, attraverso pompe di calore alimentate da fotovoltaico e accumulo. Una parte della produzione industriale, dove le tecnologie sono già mature. Quel che resta, e non è poco, può essere coperto da idrogeno verde prodotto per elettrolisi nei momenti di sotto pproduzione rinnovabile.

Tutto questo non è uno scenario futuribile. Sta già accadendo, in misura significativa, in altri Paesi europei. L’Italia è in ritardo non perché manchi di tecnologia o di risorse, ma perché manca di una decisione politica chiara, e perché chi quella decisione dovrebbe prenderla è troppo intrecciato con gli interessi che da quel ritardo traggono profitto. Il governo che oggi guida il Paese parla di sovranità in ogni ambito, dai confini alle istituzioni alla cultura, ma sull’unica forma di sovranità che potrebbe davvero rendere l’Italia autonoma — quella energetica — sceglie sistematicamente la subordinazione.

L’emergenza che fingiamo di non vedere

Tutto questo discorso non è un esercizio teorico. Non è ambientalismo da salotto. Siamo in emergenza conclamata. Ogni anno gli eventi climatici estremi sul territorio italiano costano vite, devastano valli, sommergono pianure agricole, distruggono infrastrutture e bilanci comunali. Le frane in Emilia, le alluvioni in Toscana, le ondate di calore al Sud, lo scioglimento accelerato dei ghiacciai alpini non sono incidenti meteorologici. Sono il prezzo, già fatturato e ancora interamente da pagare, di un modello energetico che continuiamo a difendere come se fosse intoccabile. E sono il prezzo, anche, di una geopolitica della dipendenza che ci consegna a ricatti, conflitti, oscillazioni dei mercati, complicità con regimi che fingiamo di disapprovare e sudditanze verso alleati che non ci hanno mai trattato come pari.

La transizione alle rinnovabili distribuite non è solo una questione ambientale. È, contemporaneamente, una questione di pace, perché spegne molte delle ragioni economiche delle guerre per le risorse e priva di pretesti chi, in nome di valori astratti, costruisce coalizioni militari per controllare flussi materiali. È una questione di democrazia, perché restituisce ai territori il controllo di un bene essenziale. È una questione di giustizia sociale, perché toglie potere a un’oligarchia di rendita e lo restituisce a chi lavora, vive, abita un luogo. Ed è, in fondo, una questione di dignità nazionale, parola che oggi viene troppo spesso usata per coprire scelte di servitù.

Eppure, nel teatro pubblico, si continua a parlare di rigassificatori, di nuovi accordi con dittature petrolifere, di piccoli reattori che si costruiranno chissà quando, di navi cariche di gas liquefatto che arrivano da oltre oceano a prezzi che pagheremo per anni. E il sole continua a sorgere ogni mattina sopra trecentomila chilometri quadrati di Paese, gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. Lo guardiamo come si guarda un creditore antipatico, quasi imbarazzati dalla sua disponibilità. Non c’è bisogno di importarlo, non lo si può embargare, non lo si può tagliare con una crisi diplomatica, non lo si può sanzionare. Forse è esattamente per questo che chi vive di crisi, di emergenze e di dipendenze indotte non ha alcun interesse a farcene accorgere.

L’energia ce l’abbiamo in casa. È il modello che ci vuole inquilini in casa nostra, costretti a pagare l’affitto a qualcun altro per qualcosa che è già nostro. Riconoscerlo, e farlo diventare cornice di ogni discussione pubblica successiva, è la prima vera mossa politica di ogni transizione possibile. Tutto il resto è scenografia.


Fonti

ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale — rapporti annuali su consumo di suolo, emissioni e inventario energetico nazionale.
Eurostat, statistiche sulla dipendenza energetica degli Stati membri dell’Unione Europea e sulle importazioni di gas naturale per provenienza.
Terna S.p.A., dati sul sistema elettrico italiano e sulla produzione da fonti rinnovabili.
GSE, Gestore dei Servizi Energetici — Rapporto statistico sulle fonti rinnovabili in Italia.
MASE, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica — bilanci di approvvigionamento gas e dati sulle importazioni di GNL.
ISTAT, dati sul territorio e sull’uso del suolo in Italia.
Legambiente, rapporto annuale Comunità Rinnovabili.
IRENA, International Renewable Energy Agency — Renewable Capacity Statistics e World Energy Transitions Outlook.
IEA, International Energy Agency — World Energy Outlook e Gas Market Report.
NOAA, Global Monitoring Laboratory — serie storica delle concentrazioni di CO₂ atmosferica (Mauna Loa).
BloombergNEF, Battery Price Survey — andamento storico del costo dei sistemi di accumulo elettrochimico.
Bruegel, European natural gas imports e Sanctions on Russia — analisi e dataset sull’andamento delle importazioni europee di gas e sull’impatto economico delle sanzioni.
EIA, U.S. Energy Information Administration — dati sulle esportazioni di GNL statunitense verso l’Europa.
Direttiva (UE) 2018/2001 (RED II) e Direttiva (UE) 2023/2413 (RED III) sulle comunità energetiche e l’autoconsumo collettivo.
ARERA, Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente — relazioni annuali e provvedimenti sull’autoconsumo diffuso.
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«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Il 25 aprile e la Costituzione

Una memoria che è ancora dovere: la Liberazione, il sacrificio dei partigiani, le voci della Costituente e la Carta nata dalla Resistenza che oggi gli eredi del fascismo vorrebbero stravolgere

Ottantun anni fa, il 25 aprile 1945, l’Italia tornava ad essere se stessa. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l’insurrezione generale; Milano, Torino, Genova si liberavano dal nazifascismo prima ancora che vi giungessero gli Alleati; le città e le campagne respiravano per la prima volta, dopo vent’anni di dittatura e venti mesi di occupazione tedesca, l’aria pulita della libertà. Quella data non è una commemorazione: è un atto di nascita. È il giorno in cui un popolo umiliato, deportato, fucilato, bombardato, ha ritrovato la propria voce — e con essa il diritto di scrivere, tre anni dopo, la più bella Costituzione del Novecento europeo.
Eppure proprio oggi, mentre quel giorno torna sul calendario, sentiamo crescere intorno a noi un rumore di fondo che vorrebbe spegnerlo. Un governo che esita a pronunciare la parola «antifascismo». Una destra che si richiama a ciò da cui la Resistenza ci ha liberati. Tentativi di stravolgere quella Carta che proprio sui caduti partigiani ha costruito ogni suo articolo. È in questo contesto che il 25 aprile va letto come non semplice anniversario, ma come consegna: un testimone che le generazioni del riscatto ci hanno passato, e che a noi tocca non lasciar cadere.
I. Il giorno che ci ha restituiti a noi stessi

Per capire che cosa è stato il 25 aprile bisogna ricordare da dove veniva l’Italia. Veniva dal 1922, dalla marcia su Roma, dalle leggi fascistissime, dal delitto Matteotti, dalle migliaia di antifascisti incarcerati al confino, dalle leggi razziali del 1938 che strapparono alla cittadinanza ebrei italiani che avevano combattuto per la Patria nel 1915-18. Veniva da una guerra voluta dal regime al fianco della Germania nazista, da Cefalonia, dai rastrellamenti, dai treni piombati per Auschwitz e Mauthausen, dalle Fosse Ardeatine, da Sant’Anna di Stazzema, da Marzabotto. Veniva da venti mesi di Repubblica di Salò che furono, per molte zone del Centro-Nord, i mesi più feroci dell’intera occupazione: la collaborazione attiva con le SS, le delazioni, le brigate nere, la guerra civile dichiarata contro i propri fratelli.
Da quel fondo di abisso, il 25 aprile fu la riemersione. Non un dono delle truppe alleate, come una vulgata revisionista vorrebbe far credere — gli Alleati combattevano una guerra mondiale, non la nostra rinascita morale — ma una conquista pagata in proprio, con il sangue dei partigiani, con la fame e il coraggio della popolazione civile, con l’organizzazione clandestina del Comitato di Liberazione, con gli scioperi del 1943 e del 1944, con le città che insorsero ore prima dell’arrivo degli eserciti regolari. Il 25 aprile è il giorno in cui la nazione, abbandonata dal suo re e dai suoi generali nel settembre del 1943, ha dimostrato di saper trovare in sé stessa la forza di rinascere.
E quel giorno ha un volto e una voce. Il volto è quello dei partigiani, dei renitenti alla leva di Salò, degli operai che fermarono le fabbriche, delle staffette in bicicletta, degli ebrei nascosti dai contadini, dei sacerdoti e dei carabinieri che si rifiutarono di consegnare i loro concittadini. La voce è quella di Sandro Pertini, socialista, partigiano, futuro Presidente della Repubblica, che proprio quel 25 aprile dai microfoni di Radio Milano Libera proclamava lo sciopero generale contro l’occupante tedesco e i suoi complici, e annunciava la nascita di una Repubblica democratica. Quella voce alla radio è il primo articolo non scritto della nostra Costituzione.
II. La Resistenza come matrice costituzionale

La Costituzione italiana non nasce per partenogenesi. Non è un trattato accademico, non è un compromesso fra burocrazie, non è il prodotto di un consulente giuridico illuminato. La Costituzione italiana nasce dalla Resistenza, e questa non è una formula retorica: è un fatto storico documentabile articolo per articolo. I costituenti che si insediarono il 25 giugno 1946, eletti il 2 giugno con il primo voto a suffragio universale autenticamente esteso anche alle donne, erano in larga maggioranza protagonisti diretti della lotta di liberazione. Avevano combattuto sui monti, in carcere, al confino, in clandestinità, nei lager nazisti.
Umberto Terracini, comunista, presidente dell’Assemblea Costituente nella sua fase decisiva, era stato condannato dal Tribunale Speciale fascista a ventidue anni di carcere, dei quali ne aveva scontati diciotto fra reclusorio e confino. Sandro Pertini era stato condannato a undici anni dopo dieci passati in galera. Lelio Basso era stato arrestato sei volte. Concetto Marchesi, illustre latinista, aveva pronunciato dall’aula magna dell’Università di Padova nel novembre 1943 il celebre appello agli studenti perché si unissero alla Resistenza, ed era poi fuggito in Svizzera per non essere catturato. Giuseppe Dossetti, cattolico democristiano, aveva guidato il CLN di Reggio Emilia. Teresa Mattei, la più giovane fra i costituenti, aveva venticinque anni ed era stata partigiana combattente nei GAP fiorentini; suo fratello Gianfranco era stato torturato dalle SS in via Tasso e si era ucciso per non parlare. Nilde Iotti aveva fatto la staffetta partigiana sull’Appennino reggiano. Teresa Noce era reduce dal lager di Ravensbrück.
Quando si dice che la Costituzione è figlia della Resistenza, si dice esattamente questo: i suoi articoli sono stati scritti da uomini e donne che avevano corpi segnati dalla tortura, parenti uccisi, anni di vita rubati dal regime. Ogni articolo che parla di libertà personale, di habeas corpus, di pluralismo, di parità, di lavoro come fondamento della Repubblica, è la traduzione giuridica di una esperienza esistenziale di privazione. È per questo che chi tocca la Costituzione tocca, indirettamente, anche le ossa di chi è morto perché potesse essere scritta.
Il miracolo di quella Carta — è opportuno ribadirlo — è di essere stata scritta insieme da forze politiche profondamente diverse, ideologicamente contrapposte, che proprio negli anni della Resistenza avevano saputo trovare nel Comitato di Liberazione Nazionale il loro punto di unità. Cattolici e comunisti, socialisti e liberali, azionisti e democristiani: erano matrici culturali e politiche lontane, in alcuni casi opposte, ma all’interno della lotta partigiana avevano combattuto fianco a fianco, ciascuno sotto la propria bandiera, contro lo stesso nemico. Lo spirito del CLN fu esattamente questo: tenere insieme, in un unico progetto resistenziale, identità politiche che fuori dalla guerra di liberazione sarebbero state difficilmente conciliabili. Il patto non fu di rinunciare alle proprie idee, ma di subordinarle, per il tempo necessario, alla causa comune della libertà. Brigate Garibaldi, Brigate Matteotti, formazioni di Giustizia e Libertà, Brigate Osoppo, formazioni autonome: nomi differenti, ispirazioni differenti, ma una sola direzione politico-militare e un solo obiettivo storico.
È quello stesso spirito — non un compromesso al ribasso, ma un patto unitario fra diversi — che si trasferì poi, intatto, nei lavori dell’Assemblea Costituente. Benché la Guerra Fredda fosse già alle porte, e benché di lì a pochi mesi i medesimi protagonisti si sarebbero confrontati con i voti nella più aspra contrapposizione politica del Novecento europeo, in quei diciotto mesi di lavoro costituente seppero rinnovare il patto del CLN e tradurlo in legge fondamentale. Il punto di equilibrio fu possibile perché tutti, dietro le bandiere differenti, riconoscevano un nemico comune appena sconfitto e una promessa comune da onorare: che il fascismo non sarebbe mai più tornato, e che la dignità della persona umana sarebbe stata la stella polare di ogni norma.
III. Il sangue dei partigiani: ricordare i comunisti che oggi qualcuno vorrebbe cancellare

Bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente, oggi più che mai: la Resistenza italiana fu, in larga parte, una Resistenza comunista. Non esclusivamente, certo — e nessun comunista serio lo ha mai sostenuto. Le Brigate Matteotti dei socialisti, le formazioni di Giustizia e Libertà del Partito d’Azione, le Brigate Osoppo cattolico-laiche del Friuli, le formazioni autonome, i gruppi della Democrazia Cristiana, gli ufficiali del Regio Esercito che scelsero di non aderire a Salò: tutti hanno dato il loro contributo decisivo, e il riconoscimento è dovuto a ognuno senza diminuire nessuno. Ma è un dato storico inoppugnabile che le Brigate Garibaldi, di matrice comunista, costituirono numericamente la spina dorsale della guerra partigiana, e che fra i caduti della Resistenza la maggioranza relativa, secondo le ricerche storiche più accreditate, militava nelle file del Partito Comunista Italiano.
Sono uomini e donne come Eugenio Curiel, redattore dell’«Unità» clandestina, ucciso a Milano dai fascisti il 24 febbraio 1945, due mesi prima della Liberazione. Come Giancarlo Puecher Passavalli, giovanissimo cattolico-comunista comandante partigiano, fucilato a Erba a vent’anni nel dicembre 1943. Come Irma Bandiera, staffetta a Bologna, torturata per sette giorni dai fascisti che le strapparono gli occhi prima di ucciderla, senza ottenere un solo nome. Come i sette fratelli Cervi, contadini emiliani, fucilati insieme al poligono di tiro di Reggio Emilia il 28 dicembre 1943: «Dopo un raccolto ne viene un altro», disse il loro padre Alcide. Come Teresa Mattei stessa e suo fratello, che ho già ricordato. Come Giaime Pintor, intellettuale, morto a ventiquattro anni saltando su una mina mentre cercava di raggiungere le formazioni partigiane nel basso Lazio. Come migliaia di operai, contadini, studenti, casalinghe, di cui spesso non sappiamo neppure il nome.
Ricordare il sacrificio comunista non è oggi una operazione ideologica: è un dovere di onestà storica. E lo è doppiamente in un’epoca in cui assistiamo a un revisionismo strisciante che vorrebbe equiparare i partigiani ai militi della Repubblica Sociale, derubricare la Resistenza a «guerra civile fra opposti estremismi», riconoscere «pari dignità di memoria» a chi combatteva per la libertà e a chi consegnava ebrei alle SS. È una narrazione tossica, falsa, profondamente offensiva non solo verso i caduti partigiani ma verso il fondamento stesso della Repubblica. Perché se davvero non ci fosse stata differenza fra le due parti, allora la Costituzione sarebbe il prodotto di un caso fortuito; mentre invece è la conseguenza diretta, necessaria, di una vittoria morale prima ancora che militare.
E va detto con altrettanta nettezza: i comunisti italiani che parteciparono alla Resistenza e poi alla Costituente non scrissero in Costituzione il programma del Partito Comunista. Scrissero, insieme agli altri, una Costituzione liberale e democratica, pluralista, fondata sui diritti individuali e sulla economia di mercato temperata dalla funzione sociale. Lo fecero con consapevolezza politica e maturità storica, accettando compromessi che molti loro militanti non capirono — il voto a favore dell’articolo 7 sui Patti Lateranensi, ad esempio — perché posero la pace civile e l’unità del Paese al di sopra delle proprie preferenze ideologiche. Quella scelta, costata loro non pochi conflitti interni, è oggi il pilastro della convivenza italiana. Cancellarla dalla memoria, ostracizzarli postumi, fingere che la Repubblica sia nata senza di loro o malgrado loro, è una falsificazione che indebolisce tutti, anche chi la pratica.
IV. La Resistenza nelle nostre terre: la Carnia libera, l’Osoppo, la Garibaldi

Da queste terre del Friuli, la Resistenza ha un volto particolare e una memoria che ci appartiene direttamente. Fra l’estate e l’autunno del 1944, le formazioni partigiane liberarono dal nazifascismo un’ampia zona montana che diede vita alla Repubblica della Carnia e dell’Alto Friuli, una delle più vaste e durature «zone libere» dell’Italia occupata: oltre quaranta comuni, settantamila abitanti, un governo provvisorio civile elettivo, scuole riaperte, giornali liberi, perfino un proprio servizio postale. Non fu una parentesi folkloristica: fu il primo esperimento, in queste valli, di amministrazione democratica dopo vent’anni di fascismo, e quei tre mesi di libertà — prima che la grande controffensiva tedesca dell’ottobre-novembre 1944 li travolgesse nel sangue — sono il prototipo di ciò che la Costituzione avrebbe poi codificato per tutto il Paese.
In Friuli operarono fianco a fianco, e talvolta dolorosamente in conflitto, le Brigate Osoppo di matrice cattolico-laica e patriottica, e le Brigate Garibaldi di matrice comunista. Furono migliaia, nelle nostre montagne, a scegliere la via dei boschi piuttosto che la divisa di Salò. Furono migliaia a non tornare. La memoria di queste terre, dalle Prealpi Giulie alla Carnia, dalla pianura friulana al confine sloveno, è cucita sui muri delle case con le lapidi dei caduti, è incisa nei nomi delle vie, è custodita nei ricordi che ancora oggi le famiglie si tramandano. Ed è una memoria che, come tutte le memorie autentiche, conosce anche le proprie ombre — perché ogni vicenda umana ne ha — ma il cui significato storico complessivo è limpido: senza il sacrificio di quegli uomini e di quelle donne, oggi il Friuli non sarebbe parte di una Repubblica democratica.
Onorarli, oggi, significa anche difendere ciò per cui sono morti. Significa rifiutare la deriva di un’autonomia regionale piegata a logiche di concorrenza e di disuguaglianza, e rivendicare invece — come la Costituzione richiede — un’autonomia dentro l’unità della Repubblica, una autonomia che non sia frantumazione dei diritti ma articolazione concreta della solidarietà nazionale.
V. Le donne nella Resistenza e nella Costituente

Il 25 aprile non sarebbe stato possibile senza le donne, e la Costituzione non sarebbe stata quella che è senza la voce delle ventuno costituenti. Furono almeno trentacinquemila le partigiane combattenti riconosciute nel dopoguerra, e oltre settantamila le organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna, la rete clandestina di assistenza, propaganda e supporto logistico che attraversò tutto il Centro-Nord. Quattromilaseicento subirono arresto, tortura, detenzione; oltre duemiladuecento furono uccise o morirono in lager. Eppure per decenni la storiografia ufficiale le ha relegate nel ruolo decorativo della «staffetta», quasi che pedalare nelle valli con messaggi e armi nascoste sotto la sottana fosse stato un compito secondario e non, come è stato, una funzione vitale e mortalmente rischiosa.
Quando il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta — alle amministrative parziali del marzo erano state già chiamate alle urne — entrarono in Assemblea Costituente in ventuno: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una dell’Uomo Qualunque. Erano poche, di fronte a cinquecento uomini, ma furono decisive. Lottarono perché nell’articolo 3 si leggesse «senza distinzione di sesso», e ottennero quella formula esplicita contro le resistenze di chi la considerava superflua. Lottarono perché l’articolo 37 riconoscesse alla lavoratrice gli stessi diritti del lavoratore, a parità di lavoro la stessa retribuzione, e tutele particolari per la madre. Si chiamavano Teresa Mattei, Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, Angela Maria Cingolani, Maria Federici, Elettra Pollastrini, Filomena Delli Castelli, e altre. Ognuna portava in Assemblea, oltre alla competenza politica, una biografia di sofferenza personale e di scelte di campo che non avevano nulla da invidiare a quella dei colleghi maschi.
Lina Merlin, socialista, sarebbe diventata l’autrice della legge del 1958 che chiuse le case di tolleranza, restituendo dignità a migliaia di donne ridotte a merce dallo Stato stesso. Nilde Iotti sarebbe stata la prima donna Presidente della Camera dei deputati. Teresa Mattei propose, con un gesto che oggi sembra naturale ma che allora fu una rivoluzione culturale, la mimosa come fiore simbolo dell’8 marzo. Sono storie che non possono essere separate dalla storia del 25 aprile: ne sono il prolungamento naturale, la conseguenza democratica, la verifica nel tempo lungo della libertà conquistata sui monti.
VI. Le voci della Costituente: oltre Calamandrei

Il discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi del gennaio 1955 è giustamente rimasto come la più alta lettura morale della nostra Carta. Ma non è solitario. L’Assemblea Costituente fu attraversata da interventi che oggi rileggiamo con meraviglia per la loro profondità intellettuale, per la lucidità dell’analisi storica e per la passione civile che li animava. Vale la pena di ascoltarne almeno alcuni, perché aiutano a capire che la Costituzione non è un compromesso al ribasso ma un punto altissimo di pensiero politico.
Umberto Terracini: la Costituzione come patto fra diversi
Comunista, presidente dell’Assemblea Costituente nella fase decisiva dei lavori, Terracini chiuse i lavori dell’Assemblea il 22 dicembre 1947 con un discorso che è insieme bilancio e consegna. Egli sottolineò come la Carta fosse il frutto di una collaborazione fra forze politiche profondamente diverse — collaborazione che era stata possibile perché tutte avevano in mente, sopra le rispettive bandiere, l’interesse superiore della nazione e delle generazioni future. Terracini ricordò che il testo che si stava per consegnare al popolo italiano non era la traduzione integrale di nessun programma di partito, ma il punto di equilibrio fra ideali differenti, tutti convergenti sulla difesa della libertà e della dignità della persona. Quella consapevolezza — che la Costituzione non appartiene a nessuno perché appartiene a tutti — è oggi il nostro miglior antidoto contro chi vorrebbe trasformarla in una bandiera di parte.
Palmiro Togliatti: la pace religiosa e l’unità nazionale
Il segretario del Partito Comunista Italiano pronunciò il 25 marzo 1947 un discorso che divise il suo stesso partito ma che è rimasto come uno dei momenti più alti dello statismo costituzionale italiano. In sede di discussione sull’articolo 7 — quello che riconosce nel diritto interno i Patti Lateranensi del 1929 — Togliatti motivò il voto favorevole del PCI con l’argomento della pace religiosa e dell’unità nazionale: la Repubblica appena nata, disse, non poteva permettersi una nuova questione romana, e l’inserimento dei Patti in Costituzione era il prezzo politico necessario per consolidare la pacificazione del Paese. La scelta gli costò il distacco di una parte della sua base e l’incomprensione di intellettuali laici come Calamandrei. Ma fu, a posteriori, una scelta di statura statale: il PCI dimostrò di saper anteporre l’interesse della Repubblica all’identità di partito. È un esempio che oggi, in un’epoca di rissa permanente e di partitismo identitario, fa meditare.
Concetto Marchesi: la scuola pubblica come fondamento della democrazia
Latinista insigne, comunista, rettore dell’Università di Padova al momento della Liberazione, Marchesi intervenne nei lavori della Costituente con una serie di discorsi memorabili sull’istruzione. Egli sostenne che la scuola pubblica è la trincea fondamentale di ogni democrazia perché è l’unico luogo in cui le diseguaglianze di nascita possono essere effettivamente compensate, in cui il figlio del contadino e il figlio del professionista possono trovare le stesse opportunità. Una società che lascia degradare la propria scuola pubblica, ammoniva, prepara la propria fine democratica. Sono parole che andrebbero rilette parola per parola oggi, mentre osserviamo il finanziamento crescente della scuola privata e la riduzione delle risorse per l’istruzione statale, in palese contrasto con lo spirito originario dell’articolo 33.
Lelio Basso: l’uguaglianza che non basta nominare
Socialista, giurista raffinatissimo, Basso è il vero padre del secondo comma dell’articolo 3, quello sulla uguaglianza sostanziale. La sua intuizione fondamentale fu che proclamare l’uguaglianza formale di tutti i cittadini di fronte alla legge, come avevano fatto le costituzioni liberali ottocentesche, non basta. Anzi: in una società attraversata da profonde disuguaglianze economiche e sociali, l’uguaglianza puramente formale rischia di legittimare lo stato di cose esistente. Per essere davvero uguali, scrisse Basso ispirandosi anche al pensiero di Costantino Mortati, lo Stato deve farsi carico attivamente di rimuovere gli ostacoli concreti — economici, sociali, culturali — che impediscono ai cittadini meno favoriti di accedere realmente ai diritti riconosciuti a tutti sulla carta. È la più profonda rivoluzione concettuale della nostra Costituzione, ed è la radice di ogni politica seria contro le diseguaglianze.
Giuseppe Dossetti: i diritti che precedono lo Stato
Cattolico democristiano, animatore con La Pira e Fanfani della corrente sociale della DC, Dossetti portò nei lavori costituenti la grande tradizione del personalismo cristiano. La sua tesi, che divenne fondamento dell’articolo 2, è che esistono diritti inviolabili dell’uomo che non sono concessi dallo Stato ma soltanto da esso riconosciuti, perché radicati nella dignità della persona umana che è anteriore e superiore ad ogni autorità politica. Lo Stato, in questa visione, non è il fondamento dei diritti ma il loro garante. È una concezione che, partendo da premesse filosofiche profondamente diverse da quelle marxiste o liberali, convergeva con esse nella tutela concreta della libertà individuale. La nostra Costituzione, in questo senso, è più di un patto politico: è il riconoscimento di una verità antropologica — che la persona viene prima del potere — sottoscritta da culture differenti.
Aldo Moro: la Repubblica al servizio della persona
Anche Aldo Moro, allora giovane professore democristiano destinato a un altissimo destino politico e a una morte tragica per mano delle Brigate Rosse trentun anni dopo, lasciò nei lavori dell’Assemblea pagine fondamentali. La sua intuizione costituzionale fu che la Repubblica non è un fine in se stessa ma uno strumento, un’organizzazione al servizio della persona umana e delle formazioni sociali in cui essa si svolge. Moro insisteva sul fatto che la sovranità popolare non significa onnipotenza dello Stato sul cittadino, ma anzi: il cittadino, con i suoi diritti inviolabili, è il limite invalicabile di ogni potere, anche di quello democratico. È una lezione che dovremmo riscoprire oggi, in un’epoca in cui torna ricorrente la tentazione di una verticalizzazione del potere che, nel nome della efficienza e della governabilità, comprimerebbe gli spazi di libertà individuale e collettiva.
Teresa Mattei: la più giovane, e la più radicale
Aveva venticinque anni, era stata partigiana combattente, aveva visto suicidarsi il fratello Gianfranco torturato dalle SS. In Assemblea Costituente, Teresa Mattei comunista fu la più giovane di tutti, e una delle più tenaci. Suo è il merito di aver fatto inserire nell’articolo 3, contro lo scetticismo di molti suoi colleghi anche dello stesso PCI, l’esplicita formula «senza distinzione di sesso». Sembra una sciocchezza: era in realtà la chiave che ha permesso, decenni dopo, le sentenze sulla parità retributiva, sull’accesso alle carriere, sull’autodeterminazione. Mattei rappresenta in modo vivido la doppia eredità della Costituente: quella della Resistenza armata e quella del riscatto femminile. Le due cose, in lei e in molte sue compagne, non si separavano: erano la stessa lotta per riconoscere alla persona umana, qualunque fosse il suo sesso, la sua classe, la sua provenienza, la pienezza dei diritti.
E ce ne sarebbero altri da ricordare: Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei Settantacinque incaricata di stendere il testo, che chiuse i lavori con la definizione della Costituzione come «non immobile» e progressiva; Giorgio La Pira, mistico e democristiano, che insistette perché la Carta riconoscesse le formazioni sociali intermedie; Luigi Einaudi, liberale, futuro Presidente della Repubblica, che vegliò sull’equilibrio fra libertà economica e funzione sociale della proprietà. Ma il filo comune di tutte queste voci è uno solo: nessuno di loro pensava di scrivere una legge fra tante. Tutti sapevano di scrivere il testamento di una generazione, l’atto fondativo di un popolo che si riprendeva la propria storia.
VII. La destra al governo e l’antifascismo che non si vuole nominare

È in questo quadro che dobbiamo collocare, senza infingimenti, il rapporto della destra di governo con il 25 aprile. Da quando Fratelli d’Italia ha conquistato Palazzo Chigi nell’ottobre 2022, la celebrazione della Liberazione è diventata un campo minato istituzionale. Si sono moltiplicati gli imbarazzi, le ambiguità, le formule reticenti. Si è preferita l’espressione generica di «libertà» piuttosto che quella precisa di «antifascismo». Si è cercato di equiparare le memorie, di parlare di tutti i caduti come se la causa per cui erano caduti fosse moralmente intercambiabile. Si è rievocata la Repubblica Sociale come un episodio fra altri, anziché come quello che fu: lo stato collaborazionista che consegnava i propri concittadini ai forni crematori.
Non è questione di accademismo storico. La reticenza sull’antifascismo non è un dettaglio lessicale: è una scelta politica con conseguenze costituzionali precise. Perché se l’antifascismo non è il presupposto morale e giuridico della Repubblica — se è solo una posizione politica fra altre, legittimamente contestabile — allora cade anche la legittimità dell’intero impianto costituzionale che da quell’antifascismo discende. Cade la XII disposizione transitoria che vieta la ricostituzione del partito fascista. Cade lo spirito dell’articolo 1 e dell’articolo 3. Cade la Resistenza come fonte di legittimazione storica della Repubblica.
Ed è in questa logica che vanno letti, in continuità e non a caso, i ripetuti tentativi di stravolgimento della seconda parte della Costituzione che abbiamo visto in questi anni — dalla legge sull’autonomia differenziata alla riforma sulla giustizia bocciata dal popolo nel marzo 2026, fino al premierato per ora accantonato. Tutti progetti che, sotto la bandiera della modernizzazione, miravano a verticalizzare il potere, a indebolire i contropoteri, a frantumare l’unità della Repubblica. Tutti progetti coerenti, in fondo, con una concezione della politica che ha radici culturali nel ventennio e che oggi torna travestita da pragmatismo del fare. Non è un caso che la stessa cultura politica che esita sull’antifascismo sia anche quella che vorrebbe riscrivere i bilanciamenti istituzionali pensati dai padri costituenti. Le due cose stanno insieme, e insieme vanno respinte.
Sia chiaro: in democrazia chi vince le elezioni governa, e nessuno mette in discussione la legittimità di un governo eletto, qualunque sia il suo orientamento. Quello che si mette in discussione, e che va difeso giorno per giorno, è il perimetro costituzionale dentro cui ogni governo, qualunque sia, deve restare. Ed è a questa difesa che il 25 aprile ci richiama, oggi più di ieri.
VIII. La Costituzione come trincea: difenderla è ricordare

La Costituzione, scrisse Calamandrei, non è una macchina che cammina da sola: ha bisogno ogni giorno del combustibile della partecipazione, della responsabilità, dell’impegno civile. E quel combustibile, oggi, ha un nome preciso: memoria. Memoria di chi è morto perché potessimo essere liberi. Memoria di chi ha trovato la forza di sedersi attorno a un tavolo, dopo essersi fronteggiato per anni con le armi, per scrivere insieme una legge che non fosse di parte ma di tutti. Memoria del fatto, oggi messo sotto attacco, che non tutte le posizioni politiche sono equivalenti: ci sono quelle che stanno dentro la Costituzione e quelle che, dichiaratamente o subdolamente, si pongono fuori.
Difendere la Costituzione, dunque, non significa irrigidirsi su un testo e rifiutare ogni cambiamento. Nessun costituente si sognò mai di scrivere un testo inemendabile: l’articolo 138 prevede esplicitamente la procedura di revisione, ed è giusto che sia così. Significa, però, riconoscere che certi principi — quelli fondamentali, contenuti nella prima parte e negli articoli sulla forma repubblicana e sul ripudio della guerra — sono il patrimonio comune di tutti gli italiani, sottratto alle maggioranze di turno e affidato alla custodia del popolo nel suo insieme. I tre referendum costituzionali del 2006, 2016 e 2026 hanno dimostrato che il popolo, quando viene chiamato a esprimersi sui suoi fondamenti, sa difenderli. Quella coscienza costituzionale diffusa, ho già avuto modo di scrivere, è la più preziosa eredità dei costituenti.
Ma una coscienza non si tramanda automaticamente. Va alimentata. Va alimentata nella scuola, dove l’educazione civica deve tornare a essere ciò che fu nelle intenzioni degli stessi costituenti: non addestramento alla docilità, ma formazione critica al pensiero democratico, conoscenza viva della Carta, capacità di riconoscere i segni dell’erosione strisciante dei principi. Va alimentata nei luoghi di lavoro, dove ogni precarizzazione ulteriore, ogni compressione dei diritti sindacali, ogni morte sul lavoro è una violazione concreta dell’articolo 1, dell’articolo 36, dell’articolo 41. Va alimentata nei mezzi di informazione, dove la concentrazione editoriale e la logica algoritmica delle piattaforme rischiano oggi di svuotare l’articolo 21 più di quanto lo svuotasse la censura fascista. Va alimentata nell’associazionismo politico e civile, dai movimenti come Azione Civile alle reti sindacali e di cittadinanza attiva, perché solo dove c’è organizzazione collettiva ci sono cittadini, e non sudditi.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.
— Piero Calamandrei, Discorso agli studenti milanesi, 26 gennaio 1955

Il pellegrinaggio di cui parlava Calamandrei non è un atto archeologico: è un gesto politico. È andare con il pensiero — e quando si può, con i piedi — nei luoghi della memoria perché è lì, e soltanto lì, che il senso della Carta si capisce davvero. È salire alle malghe della Carnia, fermarsi davanti alle lapidi dei fucilati di Marzabotto, scendere nelle Fosse Ardeatine, leggere i nomi dei caduti partigiani sui muri delle nostre città. È capire, attraverso quei nomi, che ogni articolo della Costituzione è scritto su un pezzo di vita umana. E che chi tocca quegli articoli, anche solo per ritoccarli con la migliore delle intenzioni, sta toccando una eredità che non gli appartiene singolarmente.
IX. Il 25 aprile non è una commemorazione: è un compito

Concludo come ho iniziato: il 25 aprile non è una data del calendario civile da spuntare con un minuto di silenzio fra una corona d’alloro e un discorso ufficiale. Il 25 aprile è un compito permanente, una consegna che si rinnova ogni anno nelle stesse mani: le nostre. È il giorno in cui ricordiamo che la libertà non è gratuita, che la democrazia non è un dato di natura, che la Costituzione non è un sottofondo culturale ma un progetto da realizzare giorno per giorno, articolo per articolo, diritto per diritto.
È il giorno in cui rendiamo onore — e non a parole, ma con la coerenza delle nostre scelte politiche e civili — a tutti coloro che caddero perché potessimo essere qui a discutere liberamente: ai partigiani delle Brigate Garibaldi e delle Brigate Matteotti, di Giustizia e Libertà e dell’Osoppo, alle staffette e alle deportate, agli operai degli scioperi e ai contadini che nascosero i renitenti, agli ebrei che sopravvissero e agli ebrei che non sopravvissero, ai militari di Cefalonia e ai prigionieri degli IMI nei lager tedeschi, ai sacerdoti che salvarono vite e ai laici. A tutti loro, indistintamente, dobbiamo l’esistenza stessa della Repubblica. E a tutti loro, indistintamente, dobbiamo la fedeltà a quella Carta che è il loro testamento.

Non possiamo permettere che i comunisti italiani, che di quel sacrificio furono la componente più numerosa e che alla Costituente offrirono alcune delle pagine più alte, siano cancellati dalla memoria nazionale. Non possiamo permettere che la Resistenza sia equiparata a ciò che la combatté. Non possiamo permettere che la Costituzione, nata dalla Liberazione, sia stravolta da chi quella Liberazione non riesce neppure a nominare per nome. Difendere la memoria del 25 aprile e difendere l’integrità della Costituzione sono, oggi, una cosa sola. Lo erano per i costituenti che la scrissero. Lo sono per noi che, ottant’anni dopo, abbiamo il dovere di trasmetterla intatta — non immobile, ma intatta nei suoi principi fondamentali — a chi verrà dopo di noi.
La promessa dei padri e delle madri costituenti è ancora là, sospesa sopra di noi: una Repubblica fondata sul lavoro, sull’eguaglianza sostanziale, sul ripudio della guerra, sulla dignità di ogni persona. Realizzarla pienamente, dopo ottant’anni, è il modo più alto in cui possiamo dire grazie a chi è morto perché potessimo provarci.
Buon 25 aprile a tutte e a tutti. Onore ai partigiani e alle partigiane. Viva l’Italia, viva la Repubblica, viva la Costituzione.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»
Mario Sommella — blogger e attivista politico
Pubblicato sotto licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0
mariosommella.wordpress.com

Il sonno della sinistra genera mostri

Mentre la marea nera dilaga sull’Occidente, l’opposizione rinuncia alla giustizia sociale e lascia campo libero ai nuovi fascismi. Il 25 aprile diventa rituale vuoto, se non torna a essere un programma di trasformazione.

Alla vigilia della Festa della Liberazione, mentre le lapidi dei partigiani caduti attendono un fiore e la memoria civile dovrebbe risuonare più forte, a Napoli si riunisce il gran consiglio della galassia nera. CasaPound, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads, Brescia ai Bresciani: i nuovi apostoli della «remigrazione» si confrontano su un progetto di deportazione di massa a base etnico-razziale, teorizzano un piano di sostituzione dei bianchi, invocano il sangue italiano come confine invalicabile della cittadinanza. Parlano come Julius Evola, si vestono come influencer, ragionano come burocrati del Terzo Reich. Ma nessuno sembra davvero scandalizzato. I quotidiani registrano, qualche editoriale si indigna, un comunicato del centrosinistra scivola nei notiziari del pomeriggio. E poi il silenzio, il rituale del consumo mediatico dell’orrore, l’assuefazione.

Ecco il punto che occorre nominare, perché è il nodo politico e culturale del nostro tempo: non è soltanto la destra nera a spaventare. È il vuoto che la sinistra ha lasciato dietro di sé. È l’opposizione che non oppone. È la democrazia svuotata dall’interno, prima ancora che assediata dall’esterno. Interrogare i nuovi fascismi senza interrogare il fallimento dell’antifascismo istituzionale è un esercizio di ipocrisia che non possiamo più permetterci.

L’internazionale nera e la crisi di un’epoca

L’onda non è italiana. È planetaria. Negli Stati Uniti Donald Trump ha inaugurato la propria seconda amministrazione con una raffica di decreti sull’immigrazione che hanno trasformato le strade delle metropoli in terreno di caccia per le squadre della Immigration and Customs Enforcement. Bambini portati via da scuola, famiglie spezzate, centri detentivi che riaprono in Texas e in Arizona, la Guardia Nazionale mobilitata contro manifestanti e università in rivolta. In Germania l’Alternative für Deutschland è ormai il secondo partito del paese, mentre Alice Weidel parla apertamente di remigrazione come politica di Stato. In Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella prepara la scalata all’Eliseo, mentre la rete di Éric Zemmour dà la caccia ai giornalisti critici e ai professori universitari. In Ungheria Viktor Orbán ha trasformato il parlamento in un’assemblea di plastica, il potere giudiziario in un’appendice dell’esecutivo, la stampa in un coro. In Argentina Javier Milei, con la motosega in mano, smonta il sistema pubblico di istruzione e sanità mentre nega i crimini della giunta militare. In Israele il governo Netanyahu porta avanti una guerra di annientamento a Gaza che la Corte internazionale di giustizia ha definito plausibilmente genocidaria, trascinando con sé gli alleati occidentali in una corresponsabilità storica che segnerà per decenni la credibilità morale dell’Europa.

Non si tratta di episodi isolati. Si tratta di un movimento tettonico, di una nuova configurazione del potere globale che Antonio Gramsci, se fosse tra noi, riconoscerebbe come interregno: quello spazio storico in cui il vecchio muore e il nuovo non può ancora nascere, e in cui, scriveva, «si verificano i fenomeni morbosi più svariati». I nuovi fascismi sono precisamente questo: il sintomo morboso di un mondo che ha smarrito la propria direzione, di un capitalismo finanziario incapace di garantire dignità e futuro, di una globalizzazione che ha prodotto disuguaglianze oscene e abbandonato interi territori, intere generazioni, interi popoli sul fondo del barile. Non sono un incidente della storia. Sono la risposta reazionaria a una crisi strutturale, la valvola di sfogo per rabbie sociali reali che la sinistra non ha più saputo rappresentare.

Il budello nero dell’ideologia razzista

Ciò che accade a Napoli non è folklore di provincia. È l’emersione, senza più pudori, del nucleo duro della dottrina suprematista: l’idea che esista una stirpe pura, che il sangue contenga il destino della nazione, che l’altro sia contaminazione. Il linguaggio è aggiornato, ma la grammatica è quella del 1938, delle leggi razziali fasciste, dei manifesti della razza redatti nei ministeri di Mussolini. «Meticcio», «imbastardimento», «identità nazionale da difendere»: queste parole non escono dagli archivi, riemergono dai profili social dei militanti e dai disegni di legge depositati in parlamento da esponenti del centrodestra di governo.

Il paradosso si fa insopportabile quando ministri ed ex ministri della Repubblica avallano, con il loro silenzio o con la loro presenza, simili assemblee. Quando un generale prestato alla politica come Roberto Vannacci dichiara che i giovani nati in Italia da genitori africani non sono assimilabili alla cultura nazionale, e il suo partito lo elegge in Europa con centinaia di migliaia di preferenze. Quando esponenti di primo piano del centrodestra siedono in convegni che parlano apertamente di riconquista della razza italiana senza che la presidente del Consiglio, custode pro tempore delle istituzioni repubblicane, ritenga di pronunciare una sola parola di dissociazione. La normalizzazione del linguaggio razzista è il primo passo di ogni regime autoritario: la pedagogia tossica che prepara il terreno alle politiche repressive successive, che abitua l’opinione pubblica a considerare normale ciò che fino a ieri era inaccettabile, che sposta il confine del dicibile fino a includere nel perimetro democratico quello che la Costituzione esplicitamente esclude.

È qui che dovrebbe levarsi, alta e ferma, la voce dell’antifascismo costituzionale. La nostra Costituzione, scritta nel sangue della Resistenza, riconosce all’articolo 3 l’uguaglianza «senza distinzione di razza». Ripete, nella XII disposizione transitoria, il divieto di ricostituzione del partito fascista. Ma la Costituzione non si autodifende: ha bisogno di un popolo che la incarni, di istituzioni che la facciano vivere, di una sinistra che la abiti politicamente, non soltanto liturgicamente. E proprio qui si apre la ferita più profonda del nostro presente.

L’assenza dell’opposizione

Cosa fa oggi l’opposizione parlamentare, mentre a Napoli si riuniscono i teorici della deportazione? Produce comunicati. Chiede la dissociazione della premier. Invita i cittadini alle manifestazioni del 25 aprile. Tutto legittimo, tutto necessario, tutto drammaticamente insufficiente. Perché il problema non è soltanto impedire che i nuovi fascisti occupino il potere formale: è privarli del consenso che li nutre. E questo consenso non nasce dal nulla. Nasce nei ceti popolari impoveriti, nella classe operaia tradita, nella piccola borghesia precarizzata, nei territori abbandonati, tra i giovani senza futuro. Nasce lì dove la sinistra, da trent’anni, ha smesso di essere presente.

La verità scomoda, che la sinistra italiana ed europea ancora fatica ad ammettere, è che l’onda nera si nutre delle macerie del compromesso neoliberale. Dal Jobs Act alla Buona Scuola, dai governi Prodi ai gabinetti di Matteo Renzi, l’area progressista ha abbracciato, con varie gradazioni, l’agenda del mercato, della flessibilità, del taglio del welfare, della liberalizzazione. Ha gestito, non trasformato. Ha moderato, non combattuto. Ha accompagnato la precarizzazione del lavoro invece di opporvisi. Ha assistito al trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto senza tentare la ricomposizione. Ha seppellito il lessico del conflitto di classe sotto il mantra della governabilità e della responsabilità europea. E quando le classi popolari hanno cercato una rappresentanza al proprio disagio, hanno trovato soltanto la destra ad ascoltarle, con le sue risposte reazionarie, false, velenose, ma emotivamente presenti, pronte a indicare nel migrante, nel povero, nel diverso il responsabile di un impoverimento che invece ha altre cause, perfettamente identificabili nei bilanci delle grandi imprese e nei rapporti Oxfam sulla concentrazione della ricchezza.

I dati parlano un linguaggio inequivocabile. In Italia l’affluenza alle urne scende a ogni tornata, con il deserto elettorale che copre soprattutto le periferie metropolitane e il Mezzogiorno. Chi non vota non è un cittadino ingrato: è un cittadino deluso, tradito, che percepisce la politica come un affare altrui. La sinistra, che un tempo era il partito dei senza partito, oggi rappresenta prevalentemente i ceti medi istruiti delle grandi città, mentre i quartieri operai e le campagne scivolano a destra o nell’astensione. Persino la recente vittoria del No al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, con il suo cinquantaquattro per cento e il sorprendente cinquantanove per cento di affluenza, ha mostrato che la mobilitazione civile esiste ancora. Ma quella mobilitazione si è consumata in una battaglia difensiva, non ha prodotto un progetto politico alternativo, non ha spostato gli equilibri materiali del paese. Questa è la voragine che la retorica antifascista, da sola, non può colmare.

L’antifascismo come questione sociale

L’antifascismo dei partigiani non era una postura morale: era un progetto di trasformazione sociale. Quando Giorgio Marincola, italo-somalo medaglia d’oro della Resistenza, rispondeva ai suoi torturatori delle SS che patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo, non pronunciava una formula retorica. Stava dicendo che la sola patria degna era quella dell’uguaglianza, del lavoro, dei diritti, della pace. Quando Tina Anselmi, partigiana e poi prima ministra della Repubblica, affermava che la democrazia è giustizia, rispetto della dignità umana, tranquillità per i vecchi e speranza per i figli, descriveva un programma politico preciso, non un’invocazione etica generica.

È questo lo scarto culturale che manca all’opposizione odierna. Contrastare il fascismo significa costruire le condizioni materiali che lo rendono impossibile. Significa politiche concrete, misurabili, radicali. E significa avere il coraggio di nominare, uno a uno, i terreni su cui quella battaglia si gioca davvero.

Sanità pubblica: la prima trincea

Il Servizio sanitario nazionale, fiore all’occhiello della Repubblica e conquista della stagione riformatrice del Novecento, è stato definanziato per decenni e oggi mostra ferite drammatiche: liste d’attesa di mesi per esami oncologici, migrazione sanitaria dal Sud al Nord, morti evitabili nei pronto soccorso intasati, medici e infermieri in fuga verso la Svizzera o il settore privato, studi di medicina generale chiusi per mancanza di medici di famiglia. Circa dieci miliardi di euro all’anno in meno rispetto alla media europea, mentre il governo Meloni annuncia aumenti massicci della spesa militare per adeguarsi ai desiderata della NATO, con l’obiettivo del due per cento del Pil e l’ipotesi di spingersi ancora oltre. È così che si seppellisce la Repubblica: sottraendole le istituzioni che la rendono abitabile per chi non ha patrimoni, dirottando risorse verso il riarmo mentre le cittadine partoriscono in corridoi d’ospedale e gli anziani muoiono in attesa di un’ecografia. Un’opposizione degna di questo nome dovrebbe fare della sanità la propria battaglia quotidiana, non solo nei convegni, ma nei territori, accanto ai comitati per la difesa degli ospedali, con una proposta chiara di ripubblicizzazione e rifinanziamento.

Scuola, università, cultura: il perimetro della democrazia

La scuola italiana è la più grande agenzia di costruzione di cittadinanza democratica, e proprio per questo la destra la detesta e la sabota. Dirigenti umiliati, stipendi tra i più bassi d’Europa, dispersione scolastica al dodici per cento con punte del venti per cento nel Mezzogiorno, università trasformate in azienducole ossessionate dagli indici bibliometrici, ricercatori precarizzati a vita, dottorandi sottopagati, personale tecnico dimezzato. La riforma Valditara sulle competenze non tecniche e il taglio degli insegnamenti di storia e geografia non sono errori: sono scelte coerenti con un disegno che vuole produrre lavoratori docili, non cittadini critici. Senza un massiccio investimento pubblico sulla scuola, sulla formazione permanente, sulla cultura diffusa, non c’è anticorpo possibile contro il virus xenofobo. Gli studenti che non leggono, che non discutono, che non conoscono la storia del Novecento e il volto reale del fascismo, saranno il pubblico naturale della prossima demagogia. L’antifascismo si trasmette tra banchi di scuola, in biblioteche pubbliche, in cinema di quartiere, in laboratori teatrali, non soltanto nei cortei del 25 aprile.

Salario, lavoro, casa: la materia prima della libertà

I salari italiani sono gli unici, nell’intera Unione europea, a essere diminuiti in termini reali negli ultimi trent’anni. Sette milioni di lavoratori sotto la soglia dei nove euro lordi all’ora, contratti collettivi scaduti da anni, appalti al massimo ribasso, morti sul lavoro a una media vicina alle tre unità al giorno. Il governo rifiuta il salario minimo legale, i padronati si oppongono al rinnovo dei contratti, la riforma fiscale premia le rendite e tassa i redditi da lavoro. L’operaio, il rider, la badante, la commessa, il magazziniere, il bracciante: sono loro la prima linea che il fascismo cerca di arruolare, promettendo nemici fittizi al posto di salari reali. Restituire salario, restituire diritti, restituire tempo di vita significa togliere terreno ai demagoghi. E non è un caso che proprio su questo fronte la sinistra istituzionale continui a balbettare, oscillando tra timide proposte di salario minimo e improvvisi cedimenti alle esigenze delle associazioni datoriali.

A completare il quadro, il diritto all’abitare. In un paese dove il canone medio assorbe quasi metà dello stipendio di un giovane, dove gli sfratti per morosità incolpevole si moltiplicano, dove l’edilizia residenziale pubblica è stata ridotta quasi a zero da decenni di politiche liberiste, parlare di democrazia è una beffa. Il diritto alla casa, presente nella Costituzione fra i doveri della Repubblica, è stato smantellato in nome della rendita immobiliare e della finanziarizzazione del mattone. E il disagio abitativo è il carburante della rabbia contro chi viene percepito come concorrente: l’immigrato, il rifugiato, il meticcio. Chi non costruisce case popolari, non argina la bolla degli affitti brevi, non tassa la seconda casa sfitta, non ha titolo per pronunciare invocazioni antifasciste il 25 aprile.

Pace: la cifra internazionalista dell’antifascismo

Non si costruisce un’opposizione credibile al fascismo partecipando, con qualche balbettio più o meno critico, al riarmo europeo e alla complicità con il massacro di Gaza. L’antifascismo del Novecento era internazionalista: solidarizzava con i popoli oppressi, denunciava il colonialismo, cercava la pace come frutto della giustizia. L’antifascismo di oggi, se vuole essere credibile, deve riconoscere che la guerra è il laboratorio dei fascismi, che il culto della nazione armata è il primo passo verso il disprezzo dell’umanità altrui, che il sostegno incondizionato a un governo come quello di Netanyahu è incompatibile con i valori della Resistenza. Non si onora la memoria di chi morì per la libertà inviando armi a governi che bombardano ospedali e scuole, firmando memorandum di cooperazione militare con apparati sotto inchiesta internazionale per crimini di guerra, convertendo la spesa pubblica in spesa bellica mentre le famiglie italiane faticano a fare la spesa. La pace non è un’ingenuità pacifista: è la condizione di possibilità stessa della democrazia sociale. Un’opposizione che tace su Gaza, che avalla il riarmo senza dibattito, che si accoda supinamente alle scelte della NATO, ha già perso la propria funzione storica.

La responsabilità delle forze di opposizione

Le forze di opposizione, dal Partito Democratico al Movimento Cinque Stelle, dall’Alleanza Verdi e Sinistra alle reti civiche e popolari che ancora resistono nei territori, devono interrogarsi senza anestesie. Stanno costruendo un’alternativa reale, o si limitano a gestire la propria sopravvivenza elettorale? Stanno parlando ai ceti popolari con il linguaggio dei loro bisogni, o continuano a rivolgersi alle proprie bolle sociali con argomenti autoreferenziali? Hanno il coraggio di rompere con il paradigma neoliberale che ha prodotto questa crisi, o pensano di poterla cavalcare con ritocchi di tonalità e qualche slogan verde? La risposta non può più essere rinviata. Il tempo del dibattito congressuale permanente è scaduto. Ogni giorno perduto in schermaglie interne è un giorno regalato alla destra neofascista, un’ulteriore spallata al corpo democratico del paese.

I nuovi fascismi non si sconfiggono nelle piazze ornate di bandiere il 25 aprile, pur necessarie, se le politiche quotidiane di quella stessa area politica ignorano la sanità pubblica, tollerano la precarietà, accompagnano il riarmo, tacciono su Gaza, non investono sulla scuola, non tassano i patrimoni, non costruiscono alloggi popolari, non affrontano la crisi climatica con una transizione ecologica giusta. La memoria antifascista non è una bandiera da issare nelle ricorrenze: è un programma politico da attuare ogni giorno. E il fatto che esperienze come Volere la Luna, Azione Civile, il Fronte Costituzionale e Popolare, le reti sociali e sindacali di base continuino a elaborare proposte concrete mentre i partiti tradizionali restano avvitati sui propri riti interni, dice qualcosa di profondo sullo stato di salute della rappresentanza politica in Italia.

Il dovere della memoria, il compito del presente

Le democrazie muoiono nel silenzio, hanno scritto Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, non nel frastuono dei colpi di Stato: muoiono per erosione, per consuetudine, per indifferenza, per la lenta anestesia dei corpi sociali. L’Italia di oggi è un paese che ha ancora tutti gli anticorpi per resistere, perché porta nel proprio tessuto costituzionale la traccia indelebile della Resistenza. Ma quegli anticorpi vanno riattivati politicamente, non soltanto celebrati ritualmente.

C’è un passaggio di Tina Anselmi che vale più di ogni proclama. Diceva che la politica non è il potere a qualunque prezzo. In quella frase c’è tutto ciò che la sinistra ha dimenticato. Il potere senza progetto è gestione, non trasformazione. Il potere senza giustizia è complicità, non opposizione. Il potere senza pace è corresponsabilità, non alternativa. Giorgio Marincola scelse di morire per una patria che non era un colore sulla carta geografica, ma una cultura di libertà. Quella patria oggi ci chiede di non arrenderci. Ci chiede una sinistra che ricominci a parlare la lingua dei lavoratori, dei giovani disoccupati, delle donne sfruttate, dei migranti sfruttati, degli anziani soli, degli studenti senza futuro. Una sinistra che torni nelle periferie, nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nei paesi spopolati dell’entroterra, nelle case di riposo, negli ospedali assediati. Una sinistra che smetta di chiedere voti e ricominci a costruire coscienza.

Solo allora l’antifascismo tornerà a essere ciò che fu nel 1945: non una formula rituale, ma un progetto di liberazione collettiva. Solo allora i convegni sulla remigrazione perderanno il loro pubblico, perché le classi popolari non avranno più bisogno di capri espiatori per spiegarsi la propria rabbia. Solo allora la Costituzione smetterà di essere un oggetto da commemorare e tornerà a essere un programma da realizzare. Il 25 aprile non è una nostalgia. È un dovere. Ma è un dovere che si onora costruendo, ogni giorno, quella giustizia sociale senza la quale la libertà è un lusso per pochi, la sicurezza un’illusione per i ricchi, la democrazia una cerimonia vuota. In gioco non c’è soltanto la memoria. In gioco c’è il futuro del nostro paese, e la possibilità stessa che un’idea di civiltà resista ancora, in questa Europa che sembra aver smarrito la propria anima.

Fonti e riferimenti

· Fondazione Gimbe, Rapporto annuale sul Servizio Sanitario Nazionale, 2025.
· Istat, Rapporto annuale sulla situazione del paese, 2025.
· Osservatorio Inps e Inapp, dati su salari reali e contratti collettivi, 2025.
· Openpolis, Osservatorio sulla spesa militare italiana e sugli impegni NATO.
· Corte Internazionale di Giustizia, ordinanza del 26 gennaio 2024 nel caso Sudafrica contro Israele.
· Oxfam, Rapporto sulla disuguaglianza globale, 2025.
· Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino.
· Tina Anselmi, Storia di una passione politica, Sperling & Kupfer.
· Carlo Costa, Lorenzo Teodonio, Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola, Iacobelli editore.
· Steven Levitsky, Daniel Ziblatt, Come muoiono le democrazie, Laterza.
· Enzo Traverso, I nuovi volti del fascismo, Ombre Corte.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza CC BY-NC-SA 4.0 ·

La paura fatta legge

Il Decreto Sicurezza, lo schiaffo al Quirinale e l’Italia che muore lontano dai riflettori

C’è un’immagine che più di tante analisi restituisce lo stato della nostra Repubblica in queste ore: quella di un sottosegretario che sale al Quirinale a tarda sera, mentre in commissione alla Camera si consuma l’ennesimo strappo istituzionale, per spiegare al Capo dello Stato come sia stato possibile infilare, in un decreto chiamato Sicurezza, una norma che premia economicamente gli avvocati che convincono i propri assistiti migranti a rinunciare alla difesa e ad accettare il rimpatrio. Non è una caricatura polemica, non è lo spunto di un editoriale: è la cronaca del 21 aprile 2026, del decreto-legge 23 del 24 febbraio scorso, approvato dal Senato venerdì 17 aprile e ora in corsa contro il tempo verso la scadenza di sabato 25, pena la decadenza. È la cronaca di un Paese che ha smarrito la bussola, che ha confuso l’ordine pubblico con l’ordine di scuderia, e che trasforma la Costituzione in un fastidioso cavillo da aggirare con l’urgenza della fiducia.

La vicenda dell’articolo 30-bis è l’ultima increspatura di una deriva dal respiro lungo. Ma racconta, con precisione chirurgica, chi governa oggi l’Italia, contro chi governa, e soprattutto di chi ha deciso di non occuparsi. Perché mentre a Montecitorio si combatte per difendere un premio di seicentoquindici euro destinato a legali trasformati in ufficiali di frontiera, altrove nel Paese continuano a morire persone. Muoiono sul lavoro, muoiono aspettando una risonanza magnetica, muoiono nel silenzio delle liste d’attesa, degli appalti al ribasso, dei cantieri senza controlli. Di loro, nel decreto, non c’è traccia. Di loro, nella narrazione governativa, non c’è mai traccia.

Anatomia di uno strappo

Ricostruire la cronologia serve a smontare la favola della fermezza. Il nuovo decreto Sicurezza nasce a inizio febbraio, subito dopo gli scontri di Torino legati alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna e alcuni episodi di cronaca che hanno coinvolto minori armati di coltello a La Spezia e in provincia di Frosinone. La cornice emergenziale è servita su un piatto d’argento: un altro decreto-legge, il quarto o quinto della stessa materia varato dal governo Meloni dall’inizio della legislatura, e anche stavolta con la finalità politica di cavalcare l’onda emotiva e di offrire un tassello comunicativo a ridosso del referendum costituzionale sulla magistratura. Le norme sono entrate in vigore il 25 febbraio, il conto alla rovescia per la conversione si è fermato a sessanta giorni, e la maggioranza si è presentata alla scadenza con il testo ancora pieno di crepe giuridiche segnalate da Consiglio superiore della magistratura, Consiglio nazionale forense, Camere penali e costituzionalisti. Il precedente era già stato scritto: nell’aprile 2025 il governo aveva trasformato in decreto-legge un disegno di legge arenato in Parlamento da un anno e mezzo, comprimendo il dibattito e imponendo le stesse scadenze forzate. Una catena, non un incidente.

Dentro il testo del 2026, al Senato, qualcuno infila un emendamento che prevede un compenso per gli avvocati che accompagnano i migranti nel rimpatrio volontario, e solo se il rimpatrio va a buon fine. In altre parole, si chiede al difensore di operare contro l’interesse del proprio assistito, capovolgendo millenni di etica forense in un colpo solo. Il Consiglio nazionale forense e le Camere penali insorgono. Il Capo dello Stato chiama al Quirinale il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano e gli comunica una cosa molto semplice: così non firmo. La maggioranza, invece di prendere atto, prova a guadagnare tempo, ipotizza ordini del giorno attuativi, poi un correttivo lampo, poi un decreto successivo per rimediare al decreto appena approvato. Un cortocircuito istituzionale che il Comitato per la Legislazione della Camera stigmatizza all’unanimità, ricordando all’esecutivo che non si può continuare a deliberare leggi all’ultimo secondo, nelle pieghe delle conversioni fatte con la fiducia.

La reazione leghista è il dettaglio che illumina l’intero quadro. Il sottosegretario Nicola Molteni, in commissione, pronuncia parole studiate per arrivare direttamente al Colle: l’emendamento è stato firmato da tutti i gruppi di maggioranza, presentato apertamente, non è il frutto di una manina notturna. Traduzione: cosa avete da ridire, presidente? Il deputato Gianangelo Bof va oltre, accusando velatamente il Quirinale di aver fatto trapelare alla stampa le proprie perplessità. È il momento in cui la Lega decide di trattare il garante della Costituzione come un avversario politico, non come un’istituzione terza. Un precedente che pesa, e che si somma a una collana ormai lunga di insofferenze verso qualunque contropotere. Il nuovo Decreto Sicurezza, letto con questi occhi, non è soltanto un provvedimento repressivo: è un test di resistenza degli argini costituzionali. E gli argini, in diversi punti, stanno cedendo.

Cosa c’è davvero dentro quel decreto

Dietro la cortina fumogena dell’articolo 30-bis, il decreto-legge 23 del 2026 è un manifesto politico in piena regola. Si articola in quattro capi e trentadue articoli e interviene simultaneamente su armi, ordine pubblico, aree urbane, immigrazione, penitenziario e reclutamento delle forze di polizia. Introduce il cosiddetto fermo preventivo, ovvero l’accompagnamento e il trattenimento negli uffici di polizia fino a dodici ore durante operazioni legate alle manifestazioni, quando vi siano elementi concreti di rischio per il pacifico svolgimento delle stesse: una formulazione talmente elastica che lo stesso Consiglio superiore della magistratura ha segnalato il pericolo di lasciare margini eccessivamente discrezionali all’operatore di polizia e di fondare la prevenzione del crimine su presunzioni di pericolosità astratta anziché su comportamenti effettivamente in atto. Il Capo dello Stato, nella fase di stesura, aveva già espresso dubbi di costituzionalità su questa misura, poi soltanto attenuata, non rimossa.

Si aggiungono le perquisizioni immediate sul posto in contesti di manifestazione o in luoghi ad alto afflusso, l’estensione dell’arresto in flagranza differita fino a quarantotto ore sulla base di documentazione videofotografica, una specifica sanzione penale per l’uso di caschi o di qualsiasi altro mezzo che renda difficoltosa l’identificazione durante le pubbliche riunioni, e la possibilità per il prefetto di individuare zone a vigilanza rafforzata nelle quali disporre allontanamenti e divieti di accesso per soggetti ritenuti pericolosi. Viene introdotto un divieto di partecipazione a pubbliche riunioni che può arrivare fino a dieci anni nei casi più gravi. La polizia penitenziaria vede ampliati i propri poteri investigativi, con la possibilità di condurre operazioni sotto copertura per reati commessi negli istituti di detenzione, luoghi il cui stato di cronica violazione della dignità umana è documentato da ogni rapporto del Garante delle persone private della libertà. Sul fronte dei minori, viene ampliata la lista dei coltelli vietati, estesa la sanzione penale ai venditori anche online, e introdotta una responsabilità pecuniaria diretta per i genitori o per chi esercita la responsabilità genitoriale.

L’obiettivo politico è trasparente. Costruire un nemico visibile e sostituibile, il migrante, l’attivista, il manifestante, il detenuto, il ragazzino di periferia, per distogliere lo sguardo da ciò che il nemico non è ma dovrebbe essere: la vera insicurezza materiale dei cittadini italiani. Quella che non si misura in percezione, ma in cifre, in vite, in ospedali che chiudono e cantieri senza controlli. L’impianto complessivo, denunciano le Camere penali e decine di giuristi, è quello di un diritto penale d’autore, non del fatto: si colpisce chi si è, non ciò che si fa. È la grammatica autoritaria di un governo che, ventata emotiva dopo ventata emotiva, costruisce pezzo dopo pezzo il suo codice parallelo della paura.

L’insicurezza vera: morire di lavoro nell’Italia del 2026

Mentre la maggioranza consuma la sua crisi di nervi sull’articolo 30-bis, l’INAIL ha chiuso i conti del 2025. Millenovantatré persone hanno perso la vita sul lavoro o nel tragitto verso il lavoro: settecentonovantadue sui luoghi di servizio, duecentonovantatré in itinere, otto studenti. Tre morti al giorno, festivi compresi. Una strage silenziosa, stabile da anni, che nessun decreto d’urgenza è mai stato convocato ad affrontare. Le costruzioni restano il cimitero a cielo aperto del nostro modello produttivo, con centoquarantotto vittime. Seguono le attività manifatturiere con centodiciassette decessi e il comparto trasporti e magazzinaggio con centodieci. Un lavoratore straniero ha un rischio di morte in occasione di lavoro più che doppio rispetto a un italiano: quarantanove casi e sette decimi per milione di occupati contro ventuno. Sono i volti invisibili del capitalismo italiano, quelli che puliscono i nostri centri commerciali di notte, che scaricano i pacchi dei nostri acquisti online, che tirano su le palazzine delle nostre periferie e cadono dalle impalcature dimenticate da un sistema di ispezioni azzerato per decenni di tagli.

Questa è la sicurezza di cui questo Paese avrebbe bisogno. Una sicurezza che non si scriva con i manganelli e con le manette, ma con le ispezioni ai cantieri, con la formazione obbligatoria, con la responsabilità penale degli appaltatori che scaricano il rischio a cascata sugli ultimi della catena. Una sicurezza che prenda di petto la piaga del subappalto selvaggio, del lavoro nero, degli appalti al massimo ribasso, dei caporali che ancora governano interi comparti dell’agricoltura e della logistica. Di tutto questo, nel decreto-legge 23 del 2026, non c’è una virgola. Perché l’elettore del centrodestra, nella narrazione di palazzo, deve avere paura del povero cristiano sbarcato a Lampedusa, non del padrone che gli taglia l’imbracatura per risparmiare trenta euro. Eppure il secondo uccide molto più del primo. E uccide ogni santo giorno.

La sanità negata e la scuola dimenticata

Ai morti del lavoro si sommano i morti della sanità che non c’è. Nel 2024, secondo i dati dell’Istat diffusi nel corso del 2025, il nove virgola nove per cento degli italiani ha rinunciato a curarsi. Uno su dieci. Il sei virgola otto per cento lo ha fatto per le liste d’attesa, una quota più che raddoppiata rispetto al due virgola otto per cento del 2019. Dietro quei numeri ci sono tumori diagnosticati tardi, patologie cardiache non monitorate, anziani che non arrivano alla visita specialistica, donne che rinunciano allo screening mammografico perché una visita privata costa come una settimana di spesa alimentare. La legge di bilancio 2026 stanzia due virgola quattro miliardi aggiuntivi al Fondo Sanitario Nazionale, cifra che il governo presenta come storica ma che, in rapporto al PIL e all’inflazione, equivale a una sostanziale continuità con quindici anni di definanziamento della sanità pubblica. Lo dicono con parole nette la Fondazione GIMBE, che parla di scelte in continuità con il progressivo arretramento del servizio pubblico, e l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che nel focus di questa primavera ha documentato la riduzione reale della spesa sanitaria pubblica rispetto al 2010.

Il dato più inquietante è un altro, e racconta il progetto di sistema in filigrana. Nella manovra 2026, gli acquisti di prestazioni dal settore privato passano da centocinquanta a duecentoquarantasei milioni di euro, con un incremento di quasi il sessantacinque per cento. È la traduzione contabile di una strategia politica precisa: non rafforzare il pubblico, ma canalizzare risorse pubbliche verso strutture accreditate private, costruendo passo dopo passo un sistema a doppio binario dove chi può paga e si cura, chi non può aspetta e, talvolta, non arriva a guarire. La sanità come mercato, il diritto alla salute ridotto a servizio premium. È la pietra tombale dell’articolo 32 della Costituzione, posata silenziosamente con la scusa dell’efficienza.

La scuola vive un destino parallelo. Classi sovraffollate dove si dovrebbero fare percorsi individuali, edifici ancora inadeguati cinquant’anni dopo il terremoto dell’Irpinia, precariato strutturale che avvelena la qualità della didattica, dispersione scolastica che resta tra le più alte d’Europa nelle aree interne e nel Mezzogiorno. Eppure il governo trova tempo, energie e norme per inseguire i telefoni dei ragazzini in aula, per inasprire le sanzioni disciplinari, per introdurre il voto di condotta come leva punitiva. Non per investire sulla formazione degli insegnanti, non per ridurre il numero di alunni per classe, non per garantire il tempo pieno a tutti, non per ripensare l’alternanza scuola-lavoro dopo gli otto studenti morti sul lavoro nel solo 2025. La sicurezza, di nuovo, non è mai quella che conta.

Il cortocircuito della bussola

La definizione più onesta del governo in carica è questa: è un esecutivo che ha perso la bussola, perché ha deciso deliberatamente di tenerla puntata verso un orizzonte che non è quello del Paese reale. La bussola di Palazzo Chigi indica un luogo ideologico, non un bisogno concreto: lì ci sono i migranti da respingere, i magistrati da ridimensionare, i giornalisti da querelare, i centri sociali da sgomberare, le occupazioni da criminalizzare. Da quell’altra parte, invisibile nelle conferenze stampa, ci sono gli operai delle raffinerie siciliane, i braccianti della Piana di Gioia Tauro, le infermiere degli ospedali lombardi dimissionarie in massa, i pendolari delle linee secondarie dismesse, gli inquilini in arretrato per il caro-affitti delle città universitarie, gli studenti fuorisede che scelgono se cenare o stampare la tesi. Persone intere, non categorie, per le quali questo governo non ha prodotto un solo provvedimento degno di memoria.

La cifra stilistica è quella della distrazione di massa. Ogni volta che un dato economico, sanitario o sociale minaccia di bucare la bolla mediatica, parte la contromanovra: un’uscita sull’immigrazione, una polemica con la Francia, un tweet sul generale di turno, un’intervista sul presunto piano di sostituzione etnica. Il ciclo funziona, purtroppo. Funziona perché ha dietro una macchina di comunicazione istituzionale, un ecosistema di testate amiche, un accesso privilegiato ai talk-show dove la dialettica è ormai una messinscena stanca. Ma funziona soprattutto perché l’opposizione stenta ancora a riorganizzarsi su un terreno che non sia quello della reazione quotidiana. Serve un’agenda, serve un racconto, serve una narrazione alternativa che parta esattamente da lì: dai morti sul lavoro, dalle liste d’attesa, dalle scuole fatiscenti, dai salari fermi al 1990 e dai contratti rinnovati a cinque anni di distanza dalla scadenza.

La democrazia come manutenzione quotidiana

Lo schiaffo al Quirinale, la fuga in avanti della Lega, il disprezzo per le forme parlamentari, l’uso disinvolto della fiducia sono tessere di un mosaico più ampio. Lo stesso mosaico dentro cui si collocano la riforma costituzionale in discussione, il premierato con annessa legge elettorale ribattezzata dai critici come il nuovo sistema maggioritario senza contrappesi, e l’autonomia differenziata che rischia di spaccare il Paese in ventuno sistemi sanitari, scolastici, infrastrutturali diversi. Il filo rosso è uno solo: concentrare il potere, disarticolare i controlli, trasformare la democrazia in una procedura di ratifica e il popolo in un elettorato periodicamente chiamato a benedire scelte prese altrove. Quando un presidente della Repubblica è costretto a negoziare in piena notte la tenuta di una norma con un sottosegretario, siamo già oltre la fisiologia costituzionale.

La risposta non può essere soltanto difensiva. Non basta resistere; bisogna ricostruire. Bisogna dire, con una voce che superi il chiacchiericcio degli scranni, che la sicurezza vera si misura nel numero di cittadini che hanno un lavoro dignitoso e ci tornano vivi la sera, nel numero di pazienti che ottengono una diagnosi prima che sia troppo tardi, nel numero di studenti che completano il percorso formativo senza abbandonare lungo la strada, nel numero di anziani che non devono scegliere tra medicine e bollette. La sicurezza vera è il welfare. La sicurezza vera è la manutenzione del patto sociale. La sicurezza vera è una Costituzione viva, non una reliquia da esibire nei convegni e aggirare nei decreti.

Quando un governo punisce chi protesta nei CPR ma non ispeziona il cantiere dove il sabato successivo crolla un solaio, quando incentiva gli avvocati a convincere i propri clienti a partire ma taglia i fondi per i consultori, quando introduce il reato di blocco stradale ma non stanzia un euro in più per l’edilizia scolastica, quel governo ha già comunicato la sua gerarchia di valori. Il compito di chi ancora crede nella Costituzione, dei partiti di opposizione, delle associazioni, dei sindacati, dei giornalisti onesti, degli attivisti, dei cittadini semplicemente stanchi, è rendere quella gerarchia visibile, dirlo ad alta voce, ripeterlo nelle piazze, nei giornali, nei consigli comunali, ovunque ci sia un’orecchia disposta ad ascoltare. Perché la democrazia non è uno stato; è un esercizio quotidiano. E oggi, in Italia, è un esercizio che comincia da una domanda elementare: di chi è la sicurezza di cui parliamo? Di chi governa, o di chi è governato?

La risposta, come sempre, sta nei fatti. E i fatti, in questo aprile 2026, parlano di un Paese che muore sui ponteggi e aspetta mesi per una visita medica, mentre il suo governo scrive decreti contro chi è arrivato con un barcone e contro chi scende in piazza. C’è ancora tempo per cambiare questa storia. Ma solo se qualcuno, là fuori, decide di raccontarla diversamente.

Fonti

Liana Milella, Giacomo Salvini, Dl Sicurezza, dopo lo stop di Mattarella il governo fa un decreto correttivo. L’attacco della Lega al Quirinale, Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2026.
Il Mattino, Decreto sicurezza, stop di Mattarella su norma rimpatri: corsa contro il tempo per modificare il testo, aprile 2026.
Il Messaggero, Decreto sicurezza, no di Mattarella ai premi agli avvocati che convincono i migranti al rimpatrio, aprile 2026.
Quotidiano Nazionale, Sicurezza, l’altolà del Colle. Il decreto si arena sulla norma per gli avvocati, aprile 2026.
Il Post, I pasticci della maggioranza sul nuovo decreto sicurezza, 17 aprile 2026.
Il Fatto Quotidiano, Decreto Sicurezza approvato al Senato, opposizioni protestano contro il governo Meloni, 17 aprile 2026.
Pagella Politica, Che cosa c’è nella nuova stretta del governo sulla sicurezza, febbraio 2026.
Sistema Penale, Il testo del disegno di legge A.C. 2886 di conversione del DL 23/2026 con gli emendamenti approvati dal Senato, aprile 2026.
Senato della Repubblica, scheda del disegno di legge S. 1818 — conversione del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23.
Il Manifesto, Tutti i decreti sicurezza della maggioranza, febbraio 2026.
INAIL, Andamento degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, dati aggiornati al 31 dicembre 2025, Roma 2026.
Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering, Rapporto nazionale infortuni mortali, gennaio-dicembre 2025.
Ansa, Inail, 792 morti sul lavoro nel 2025, in calo sul 2024, 3 febbraio 2026.
Fondazione GIMBE, Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale 2025 e analisi della Legge di Bilancio 2026.
ISTAT, Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia, anno 2024.
Ufficio Parlamentare di Bilancio, Focus n. 3/2026 Pubblico e privato nella sanità in Italia.
CGIL, Legge di Bilancio 2026 e Servizio Sanitario Nazionale: la verità dei numeri, novembre 2025.
Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, L’evoluzione dei finanziamenti alla sanità in Italia.
Consiglio Superiore della Magistratura, parere sul decreto-legge 23/2026 in materia di fermo preventivo e misure di prevenzione, 2026.
Consiglio Nazionale Forense e Unione Camere Penali Italiane, Osservazioni sull’articolo 30-bis del DL 23/2026.
Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Rapporti sulle visite nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio.
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
© Mario Sommella — Licenza CC BY-NC-SA 4.0

Palermo, la licenza di uccidere chi lavora

Due operai migranti precipitati dal decimo piano. Nessun contratto, nessuna tutela, nessuna vita che conti abbastanza da essere protetta. Non è un incidente: è l’ennesimo omicidio di sfruttamento.

Si chiamavano Daniluc Tiberi Un Mihai, cinquant’anni, rumeno, e Najahi Jaleleddine, quarantuno anni, tunisino. Due nomi che il 10 aprile 2026 hanno raggiunto la lista infinita dei morti di lavoro in Italia. Erano nel cestello di una gru, al decimo piano di un palazzo in via Ruggero Marturano a Palermo, quando il braccio del mezzo si è spezzato. Sono precipitati nel vuoto per oltre trenta metri, finendo sulla tettoia di un negozio di gommisti. Sono morti sul colpo, l’uno accanto all’altro, come raccontano i testimoni che hanno assistito alla scena. Un terzo lavoratore, dipendente dell’esercizio commerciale sottostante, è stato travolto dal cestello ed è finito in ospedale. Si è salvato solo perché una pila di copertoni ha attutito la caduta del metallo.

Non è un incidente. Le parole contano, e chi usa la parola incidente in questi casi partecipa attivamente alla mistificazione. Un incidente è l’imprevedibile, è ciò che accade nonostante tutte le precauzioni siano state prese. Ciò che è accaduto a Palermo non ha nulla di imprevedibile. È il risultato matematico di un sistema che ha deciso, da decenni, di trasformare la vita dei lavoratori in una variabile di costo. Una variabile comprimibile, taglibile, sacrificabile. I due uomini morti in via Marturano lavoravano in nero, senza contratto, senza copertura assicurativa, senza iscrizione alla Cassa edile o alla Edilcassa. Lo hanno confermato le indagini della Procura e le testimonianze dei familiari. Significa che non esistevano, agli occhi dello Stato e del padrone. Esistevano solo come forza lavoro a basso costo, da spremere in quota, a trenta metri da terra, senza rete.

L’economia del nero, l’economia della morte

La Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati per omicidio colposo il titolare della Edil Tech, la ditta per la quale i due operai lavoravano, e il proprietario dell’appartamento committente dei lavori. La gru era stata noleggiata da un’altra ditta, la Agliuzza Sollevamenti. Gli inquirenti, coordinati dalla procuratrice aggiunta Laura Vaccaro, stanno ricostruendo lo stato di manutenzione del mezzo, la catena degli appalti, l’esistenza o meno di dispositivi di protezione individuale, l’abilitazione dei lavoratori ai lavori in quota. Ma al di là dell’esito giudiziario, la dinamica politica e sociale è già tutta lì, sotto gli occhi di chiunque voglia vederla. Un committente privato affida lavori di ristrutturazione a una ditta che impiega manodopera senza contratto, utilizzando un mezzo noleggiato da terzi. Ogni anello della catena scarica sul successivo le responsabilità e i costi. Alla fine, il costo più alto lo paga chi sta nel cestello. Lo paga con la vita.

Il nero non è un’anomalia del sistema edilizio italiano. È la sua struttura portante. Nel settore delle costruzioni, specialmente nel Meridione e specialmente in Sicilia, il lavoro irregolare costituisce una quota significativa dell’intera forza lavoro impiegata. Le ragioni sono strutturali: subappalti a cascata, concorrenza al ribasso nelle gare, assenza di controlli, impunità di fatto per chi viola le norme sulla sicurezza. Quando un imprenditore sceglie di assumere in nero un operaio migrante, sta facendo un calcolo razionale dentro un sistema che premia quel calcolo. Risparmia sui contributi, sui versamenti alla Cassa edile, sulle visite mediche, sui corsi di formazione, sui dispositivi di protezione. Si libera dell’obbligo di denunciare infortuni. E sa benissimo che, nella peggiore delle ipotesi, cioè quando qualcuno muore, la magistratura arriverà quando il corpo è già sull’asfalto, e il processo, se mai ci sarà, si concluderà anni dopo con pene simboliche o prescrizioni.

Migranti: l’ultimo gradino di una gerarchia feroce

Che le vittime siano un rumeno e un tunisino non è un dettaglio. È la cifra politica dell’intera vicenda. I lavoratori migranti, e in particolare quelli provenienti dall’Est Europa e dal Maghreb, occupano oggi i gradini più bassi del mercato del lavoro italiano, soprattutto nell’edilizia, nell’agricoltura, nella logistica. Sono la manodopera che nessun italiano accetta più a quelle condizioni, e proprio per questo vengono cercati, reclutati, pagati in nero. La narrazione dominante, alimentata quotidianamente dal governo Meloni e dalla destra mediatica, li dipinge come invasori, come minaccia identitaria, come peso sul welfare. Ma la realtà è esattamente rovesciata: senza di loro, interi cantieri si fermerebbero, interi raccolti marcirebbero, intere filiere logistiche collasserebbero. L’economia italiana ha bisogno dei loro corpi, ma non è disposta a riconoscere loro la dignità di persone.

A questa ipocrisia strutturale si aggiunge il cortocircuito normativo. Le politiche migratorie restrittive, i decreti sicurezza, la criminalizzazione dei soccorsi in mare, la riduzione dei canali di ingresso regolare, producono un effetto preciso e voluto: spingere chi arriva nell’area grigia dell’irregolarità, dove è più ricattabile, più silenzioso, più docile. Un operaio senza permesso di soggiorno in regola non denuncia il datore di lavoro che lo paga in nero. Non chiede il casco, non pretende l’imbracatura, non rivendica le ferie. Accetta di salire a trenta metri da terra in un cestello di cui nessuno ha verificato la manutenzione, perché l’alternativa è non mangiare. Il nero, in edilizia come nei campi del foggiano, come nei magazzini della logistica lombarda, si nutre di questa ricattabilità strutturale. Produrla è parte integrante della politica migratoria italiana degli ultimi vent’anni, condivisa da governi di ogni colore.

Una strage quotidiana, una normalità scandalosa

I morti sul lavoro in Italia sono oltre mille l’anno, secondo i dati INAIL degli ultimi esercizi. Mille famiglie distrutte, mille nomi che scompaiono dalle prime pagine il giorno dopo il funerale. A questi vanno aggiunte decine di migliaia di infortuni gravi, invalidità permanenti, vite spezzate in forme meno definitive ma non meno reali. L’edilizia è il settore che paga il prezzo più alto, insieme all’agricoltura e ai trasporti. E Palermo conosce questa liturgia troppo bene: solo un anno fa, a Casteldaccia, cinque operai morirono soffocati nei gas di una vasca fognaria. Nulla è cambiato. Nulla cambierà, se il racconto collettivo continuerà a essere quello della fatalità, dell’errore umano, della sfortuna.

Perché non è sfortuna. È la traduzione puntuale di scelte politiche precise. La deregolamentazione del mercato del lavoro, iniziata con il pacchetto Treu negli anni Novanta e culminata nel Jobs Act, ha frantumato le tutele collettive, indebolito il potere sindacale, moltiplicato le forme contrattuali precarie, reso il licenziamento una pratica indolore per le imprese. In parallelo, i controlli sulla sicurezza sono stati progressivamente depotenziati: organici degli ispettorati del lavoro ridotti all’osso, ASL regionali in affanno, sanzioni inefficaci. Il Testo Unico sulla sicurezza del 2008 esiste, certo, ma vive la stessa sorte di tante leggi italiane: enunciato solenne sulla carta, inapplicato nella realtà. E quando qualcuno muore, il circo delle dichiarazioni istituzionali parte puntuale. Il sindaco che parla di dolore incolmabile, il governatore che esprime vicinanza, i partiti che invocano maggiori controlli. Poi il sipario cala, e si aspetta il morto successivo.

La legge che non c’è: omicidio sul lavoro come reato specifico

Da anni il mondo sindacale di base, le associazioni delle vittime, pezzi della magistratura più sensibile al tema, chiedono l’introduzione nel codice penale del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma e aggravata. Non più omicidio colposo generico, con la sua cornice sanzionatoria blanda e facilmente aggirabile, ma un reato che colpisca tempestivamente e con durezza tutti i responsabili, diretti e indiretti, della morte di un lavoratore: committente, imprese appaltatrici e subappaltatrici, responsabili della sicurezza, proprietari dei mezzi noleggiati, direttori dei lavori. Serve una norma che spezzi la catena dell’impunità e introduca il principio che la vita di chi lavora non si contratta, non si comprime, non si calcola nel margine di profitto.

La resistenza politica a questa richiesta è feroce e trasversale. La destra di governo la dipinge come criminalizzazione delle imprese, come ostacolo alla competitività. Pezzi consistenti del centrosinistra si accodano, preoccupati di non perdere il consenso confindustriale. Il risultato è l’immobilismo legislativo che tutti conosciamo. Eppure, in un paese che si definisce fondato sul lavoro fin dall’articolo primo della sua Costituzione, dovrebbe essere il minimo sindacale: chi uccide un lavoratore risparmiando sulla sua sicurezza risponde di un reato grave, con pene certe e sanzioni patrimoniali pesanti. Fino a quando questo non accadrà, la parola lavoro continuerà a essere, nella bocca di troppi, un’etichetta vuota sulla carta che nasconde la licenza di uccidere nei fatti.

Lo sciopero del 13 aprile: un atto di ribellione necessaria

L’Unione Sindacale di Base ha proclamato ventiquattro ore di sciopero generale a Palermo e provincia per lunedì 13 aprile, con un presidio davanti alla prefettura. È una risposta dovuta, una scelta che merita pieno riconoscimento e piena solidarietà. In un paese in cui i sindacati confederali si sono troppo spesso limitati a cerimoniali di cordoglio, l’USB ha chiamato le cose con il loro nome: non incidenti, ma omicidi sul lavoro. Non tragedie, ma conseguenze prevedibili di un sistema che specula sulla vita. Lo sciopero e il presidio sono l’unico linguaggio che il potere capisce, perché colpiscono l’unico valore che davvero riconosce: il profitto e la continuità produttiva.

Ma ventiquattro ore di sciopero in una sola città non bastano. Non possono bastare. Per fermare davvero la mattanza serve un salto di scala. Serve uno sciopero generale nazionale, di tutte le categorie, finché il governo non metta in agenda una legge vera sugli omicidi sul lavoro. Serve il coraggio di bloccare tutto, come hanno fatto i portuali di Genova contro il traffico di armi, come hanno fatto i lavoratori della logistica contro lo sfruttamento. Il blocco è l’arma più antica e più efficace del movimento operaio, e va riscoperta in tempi in cui il lavoro è stato polverizzato, atomizzato, reso invisibile proprio perché incapace di fermarsi insieme. I morti di via Marturano chiedono questo a chi resta. Non un minuto di silenzio, ma giorni di lotta.

La dignità come posta in gioco

Il fondo della questione non è solo giuridico, non è solo economico, non è solo sindacale. È morale e politico nel senso più pieno. Si tratta di decidere se, in questo paese, una vita vale una vita, o se esistono vite di serie A e vite di serie B. I nomi di Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine ci dicono la verità scomoda: per il sistema italiano del 2026, la vita di un operaio migrante in nero vale meno del costo di una cintura di sicurezza, meno del costo di una manutenzione ordinaria di una gru, meno del margine di guadagno di un appalto edilizio in un quartiere centrale di Palermo. Questa è la scala dei valori reali, quella scritta nei fatti e non nei discorsi della domenica. Ribaltarla è il compito politico di chiunque non accetti di vivere in un paese così.

Alle famiglie di Daniluc e Jaleleddine va la solidarietà piena e incondizionata. Ai loro figli, alle loro mogli, ai loro padri e madri, va la promessa che i loro nomi non verranno dimenticati insieme al ciclo mediatico delle quarantotto ore. E a chi li ha mandati a morire salendo su un cestello che non avrebbe mai dovuto reggerli, va la richiesta ferma, inaggirabile, politica, di rendere conto di ciò che hanno fatto. Non con un processo lungo dieci anni che si chiuderà con una prescrizione. Con una giustizia vera, rapida, pesante, esemplare. Perché la giustizia, quando incontra il lavoro, è sempre stata il primo e più tradito dei diritti costituzionali. Ed è da lì, da quel tradimento quotidiano, che bisogna ricominciare.

Fonti

ANSA, 10 aprile 2026 – Si spezza il braccio della gru, morti due operai che lavoravano in nero.

Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2026 – Si ribalta il carrello e si spezza il braccio della gru: due operai morti a Palermo. Lavoravano in nero.

Sky TG24, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro a Palermo, due operai morti caduti da una gru.

Giornale di Sicilia, 10 aprile 2026 – Palermo, lavoravano in nero gli operai morti cadendo dalla gru.

Comunicato USB Federazione Palermo, 10 aprile 2026 – Palermo, ennesima strage sul lavoro: non sono incidenti, è omicidio sul lavoro.

Adnkronos, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro a Palermo, morti due operai precipitati da una gru.

PalermoToday, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro in via Ruggero Marturano, si spezza braccio di una gru: morti due operai.

Dati INAIL sugli infortuni mortali sul lavoro in Italia, rilevazioni nazionali.

La fabbrica della realtà: istruzioni per abitare il Paese più bello del mondo (quello immaginario)

Cari concittadini, una buona notizia: viviamo nel migliore dei paesi possibili. Lo sappiamo per certo perché ce l’ha appena comunicato la premier dal banco del governo, con la compostezza di chi legge un bollettino meteorologico nel quale c’è sempre il sole. I salari crescono, la giustizia si modernizza, l’Europa è unita, la sanità ha il finanziamento più alto della storia patria, gli sbarchi si sono fermati, la pace è a un passo e il diesel costa meno. L’unico piccolo inconveniente è che nessuna di queste cose è vera. Ma non facciamone un dramma: viviamo in un’epoca avanzata, in cui la realtà è diventata un optional, come il climatizzatore bizona.
Benvenuti nella versione ufficiale dell’Italia, quella che va in onda in diretta parlamentare e resiste fino al telegiornale della sera, dopodiché svanisce come una promessa elettorale. Qui ogni cosa è al suo posto perché chi governa ha deciso dove metterla, senza curarsi troppo di dove si trovi realmente. È una tecnica di governo raffinata: invece di affrontare i problemi, si riscrive il dizionario. Così una sconfitta diventa “un’occasione mancata”, un dato piatto diventa “una svolta storica”, una bocciatura popolare diventa “un cantiere aperto”, e una guerra che fa paura diventa “una posizione condivisa con i principali partner europei”. Un giorno qualcuno tradurrà queste formule in italiano. Per ora ci tocca arrangiarci.
I fatti, quegli antipatici guastafeste

Esistono ancora, purtroppo per il governo, alcuni testardi che pretendono di controllare i numeri. Sono quelli che vanno a cercare i bollettini dell’Istat, le rilevazioni del Ministero delle Imprese, i rapporti della Corte dei conti: insomma, persone con gravi problemi di socialità, che rovinano le cene e i talk-show insistendo sulla sgradevole abitudine di confrontare le parole con i fatti. Secondo questi disagiati, le retribuzioni reali italiane sarebbero ancora circa otto punti sotto il livello del 2021. Tradotto: il lavoratore medio porta a casa una settimana di stipendio in meno all’anno rispetto a cinque anni fa. Ma non disperiamo, perché la premier ci rassicura che i salari “hanno ripreso a crescere”. In effetti crescono, è vero. Crescono come crescono i prezzi della spesa: soltanto un po’ meno. Chiamiamola crescita e andiamo a dormire sereni.
Sugli sbarchi la performance è ancora più memorabile. Nel 2025 ne abbiamo avuti poco più di sessantaseimila, quasi identici ai sessantaseimila del 2024. Un capolavoro di stabilità. Il governo però ha trovato la soluzione: basta confrontare il 2025 con il 2023, che era un’annata eccezionale gonfiata da guerre e collassi statuali, e il crollo appare magicamente. È lo stesso principio per cui, se ti pesi dopo cena, hai l’impressione di essere a dieta rispetto all’Epifania. Funziona solo se la bilancia non parla. Ma per fortuna la bilancia italiana non parla: ci pensa il ministro a parlare al posto suo.
Sul Fondo sanitario nazionale, poi, siamo al sublime. “Il livello più alto di sempre”, ripete il governo con l’orgoglio di chi annuncia un record olimpico. Peccato che in percentuale sul Pil la spesa sanitaria pesi oggi meno di quanto pesasse nel 2022: dal 6,3 per cento al 6, poi lentamente al 6,1, sempre ben al di sotto del 6,5 per cento che l’Organizzazione mondiale della sanità considera il minimo sindacale per un sistema universalistico. Per festeggiare il nostro record, in compenso, possiamo prenotare una risonanza magnetica per il prossimo gennaio. Anzi, meglio: per il gennaio del duemilaventotto. Ma con un po’ di fortuna si libera un buco prima, quando qualcuno rinuncerà alle cure. La rinuncia alle cure, a proposito, è l’unico settore italiano davvero in crescita stabile. Un risultato storico, effettivamente.
Il piano casa merita un paragrafo a parte per ragioni di galanteria verso l’ingegneria retorica. Centomila case in dieci anni, dice la premier, come se le avesse contate una per una la sera prima. In realtà non è prevista una sola nuova casa popolare: si tratta di ristrutturare sessantamila alloggi Erp già esistenti, con soldi europei del Pnrr, e di chiamare “edilizia sociale” tutto il resto, dove “sociale” è la parola magica che significa “affitti per chi se li può permettere”. È un piano casa nello stesso senso in cui una foto del frigorifero vuoto è un piano alimentare. Ma concediamo il beneficio del dubbio: forse alla fine qualcuno ci abiterà davvero, magari gli studenti fuori sede che oggi dormono in macchina. Basta aspettare. L’importante è non perdere la speranza. E le bollette. Quelle non si perdono mai.
Chiudiamo la rassegna dei dati con il miliardo di euro speso per tagliare venticinque centesimi su benzina e diesel, con il nobile obiettivo di far calare i prezzi alla pompa. I prezzi alla pompa, come da miracolo laico, sono saliti. Lo certifica lo stesso Ministero delle Imprese: un centesimo in media più alti rispetto a tre settimane fa. Dunque: abbiamo speso un miliardo, abbiamo ottenuto un aumento, abbiamo spedito la premier nel Golfo Persico a sorridere ai sauditi, e alla fine il pieno costa di più. Se non è efficienza questa, bisognerà inventare una parola nuova. “Efficineza”, magari. Suona abbastanza governativa.
Lo “standard europeo”: un capolavoro di geografia creativa

Veniamo alla giustizia, terreno sul quale il governo ha dato prova delle sue migliori capacità cartografiche. Secondo Palazzo Chigi, la riforma respinta al referendum sarebbe servita ad “allineare l’Italia agli standard europei”. Magnifica espressione: lo “standard europeo”. Evoca l’idea di un’Europa perfettamente ordinata, con un unico modello di magistratura, uguale dal Portogallo alla Finlandia, certificato Ue e venduto nei supermercati con il codice a barre. Peccato che quest’Europa non esista. Esistono la Francia con il suo Consiglio superiore a composizione mista, la Germania con la magistratura inquadrata nelle amministrazioni dei Länder, la Spagna con un organo di autogoverno che litiga per anni a ogni nomina, il Portogallo con un sistema affine al nostro, la Grecia con le sue specificità e così via. Un paesaggio plurale, contraddittorio, complicatissimo. Nessuno “standard”. Ma ammettere la pluralità costerebbe fatica: molto più comodo inventarsi un’Europa che non c’è e dichiararsene pionieri.
Il bello è che l’Italia, in questo fantomatico allineamento, era già avanti. Il nostro pubblico ministero è tra i più indipendenti del continente, caratteristica che altrove molti giuristi studiano con ammirazione. Quella indipendenza, però, è un inconveniente per chi governa, perché ogni tanto qualche toga si mette a indagare dove non dovrebbe. La riforma non serviva a modernizzare: serviva a sistemare. Non a efficientare: a disciplinare. E quando il popolo — quel popolo sovrano che viene celebrato nei comizi e ignorato nelle urne — ha detto di no, il governo ha reagito con la consueta eleganza: «Rispettiamo il giudizio degli italiani», ha detto la premier. Due righe dopo: «Occasione mancata». Tre righe dopo: «Il cantiere non si ferma». È il rispetto nella sua versione post-moderna: quella in cui se non sei d’accordo con me, ti rispetto, ma poi faccio comunque quello che volevo.
Nel frattempo, per un intero anno, abbiamo assistito a un campionato di demonizzazione della magistratura nel quale figure come Nicola Gratteri sono state trattate come se fossero pericolosi ultrà da allontanare dallo stadio. È la celebre teoria del “conflitto istituzionale come derby”, variante italiana del tifo da curva applicata alle toghe. Lo schema è semplice: prima demolisci un contropotere, poi ti offendi se ti rispondono, poi convochi l’elettorato e gli chiedi di arbitrarti. Nel calcio si chiama moviola in campo. In politica costituzionale si chiamava, una volta, separazione dei poteri. Ma nomi vecchi, ormai.
L’«unità europea» a uso interno

Poi c’è la guerra contro l’Iran, e qui bisogna prendere fiato prima di iniziare, perché il livello di creatività raggiunto dal governo è commovente. La premier assicura che la posizione italiana è stata “esattamente la stessa” dei principali paesi europei. Cerchiamo di capirci: Pedro Sánchez ha parlato di “aggressione illegale” e di “guerra contro il diritto internazionale”; l’Irlanda ha chiesto un cessate il fuoco immediato; persino la Francia ha adottato formule molto più prudenti di quelle italiane. Se questa è la stessa posizione, allora anche il gatto e il topo condividono lo stesso progetto gastronomico. È vero: a volte si incontrano nella stessa stanza. Ma le loro prospettive sull’evento sono lievemente divergenti.
In compenso la premier, mentre parlava di “unità occidentale”, è volata da sola nel Golfo. Da sola nel senso proprio: senza coordinamento europeo, senza un piano condiviso, senza quell’orpello fastidioso chiamato politica estera comune. È andata a sorridere a sauditi ed emiratini come si va a un battesimo di un cugino lontano: bisogna esserci, non si sa bene perché, e l’importante è farsi fotografare. Sul piano del quadro strategico, quella missione si è inscritta docilmente dentro un disegno disegnato altrove, precisamente a Washington e a Gerusalemme. Ma guai a dirlo: l’Italia è “sovrana”, lo dicono tutti i giorni. Lo dicono con così tanta insistenza che viene quasi il sospetto che debbano rassicurare qualcuno, forse sé stessi.
Sul capitolo voli partiti dalle basi italiane durante la crisi, il governo ha adottato una tecnica comunicativa innovativa: il silenzio assoluto. Non è stato smentito nulla, perché non è stato confermato nulla, perché non è stato detto nulla. È la trasparenza versione nebbia fitta. E quando qualcuno ha chiesto conto del ruolo logistico delle basi italiane in un’operazione militare che l’Italia non ha deciso né discusso, la risposta è stata: “Rispettiamo scrupolosamente i trattati con gli Stati Uniti”. Traduzione per chi è rimasto indietro: facciamo quello che ci chiedono di fare, come sempre, ma abbiamo deciso di sentirci orgogliosi nel farlo. È la sovranità come stato d’animo: indipendentemente dai fatti, purché ci si creda con convinzione.
E mentre i caschi blu italiani di Unifil stanno in Libano in una missione svuotata di ogni copertura politica, senza regole d’ingaggio aggiornate, senza una cornice diplomatica coerente, il governo esulta per averne ottenuto la proroga fino al 2026. È come rivendicare di aver salvato una barca perché non è ancora affondata del tutto, pur avendo riempito d’acqua la stiva. “Abbiamo chiesto a Israele di fermare l’escalation”, ha detto la premier. Bene. E Israele ha smesso. È vero. L’unico dettaglio è che non l’ha fatto. Ma la richiesta, ufficialmente, è partita. I soldati italiani possono dormire tranquilli, protetti dal peso geopolitico di un comunicato stampa.
Chi paga, chi incassa: il magico mondo della ridistribuzione al contrario

Veniamo ora alla parte economica, forse la più spassosa, perché qui la differenza fra la narrazione e la realtà raggiunge la profondità di una fossa marina. I salari reali sono sotto di otto punti rispetto al 2021. Ma tranquilli, il governo dice che crescono. E siccome la realtà è democratica, vale quello che dice il governo oppure vale quello che dicono i dati. Noi, per una volta, rischiamo di dar retta ai dati. Ma giuriamo di pentirci.
Intanto, chi ha guadagnato in questi anni di “ripresa del potere d’acquisto”? Curiosamente, non i lavoratori dipendenti. Curiosamente, i grandi gruppi energetici hanno registrato utili record mentre le famiglie italiane spegnevano i termosifoni. Curiosamente, le rendite finanziarie si sono gonfiate mentre i salari recuperavano soltanto sulla carta intestata dei ministeri. L’inflazione, ci raccontano, è stata un evento atmosferico, come una grandinata: arrivata da chissà dove, nessuno è responsabile, nessuno ha beneficiato. È strano: di solito quando piove qualcuno si bagna e qualcun altro sta all’asciutto. Ma non in Italia. In Italia piove su tutti allo stesso modo, tranne che non è vero. È piovuto molto di più su chi viveva di stipendio, e molto di meno su chi viveva di rendita, di speculazione e di posizione oligopolistica. Ma chiamare le cose con il loro nome costerebbe fatica: molto più comodo parlare di “congiuntura internazionale”.
I numeri dell’occupazione meritano una menzione d’onore. «Un milione e duecentomila occupati stabili in più», «550 mila precari in meno». Cifre stupende, degne di un miracolo economico. Peccato che la quota principale di questi occupati aggiuntivi sia composta da cinquantenni e sessantenni che non possono più andare in pensione, perché il governo stesso ha alzato i requisiti. Non è il mercato del lavoro che si riscalda: è la popolazione attiva che invecchia, costretta a rimanere al tornio, in ufficio, in corsia. I giovani nel frattempo restano dove erano: precari, malpagati, o all’estero. Ma sui pannelli del governo appaiono comunque tra gli “occupati in più”, con la stessa logica con cui, se non vuoi che il frigo sia vuoto, basta togliere i ripiani.
La sanità: il reparto cortesia del tramonto dello Stato sociale

Arriviamo alla sanità, e qui l’ironia si fa più difficile, perché la materia prima sono i corpi delle persone. Proviamoci lo stesso, perché a volte il sarcasmo è l’unica forma di rispetto possibile per chi non viene rispettato da nessuno. Il Fondo sanitario nazionale, ricordiamolo, ha raggiunto “il livello più alto di sempre”. Uno penserebbe a sale operatorie che funzionano, a pronto soccorso fluidi, a medici di famiglia disponibili. Invece la percentuale sul Pil è scesa rispetto al 2022 e la sanità si sta spegnendo a luce intermittente. È il paradosso italiano: il livello più alto di sempre coincide con il momento in cui ti dicono che per una visita cardiologica devi aspettare fino al prossimo governo. Forse anche al successivo.
Il decreto del giugno 2024 sulle liste d’attesa, vantato come svolta storica, sta per compiere due anni. In questi due anni, la piattaforma digitale per monitorare le liste non ha reso pubblico un solo dato — non uno — e l’Organismo di vigilanza non è mai stato costituito. È come una legge antincendio che prevede vigili del fuoco immaginari e estintori da installare appena ci sarà tempo. In compenso il governo lo cita nei discorsi come esempio di coraggio. “Il primo ad aver avuto il coraggio”, dice la premier. Il coraggio di non applicare la legge che si è approvata è effettivamente raro, bisogna ammetterlo: ci vuole stoffa.
Nel frattempo, con la discrezione di chi non vuole disturbare, lo Stato italiano sta lentamente cambiando mestiere in sanità. Non cura più: smista. Non garantisce più: consiglia. La transizione verso un sistema misto — nel quale chi può paga di tasca propria e chi non può aspetta, peggiora, rinuncia — è in corso da anni, ma adesso procede in discesa. È la privatizzazione elegante, quella che non osa dire il proprio nome. Si chiama “efficienza” quando il servizio è lento. Si chiama “responsabilizzazione” quando ti mandano dal privato. Si chiama “responsabilità delle Regioni” quando il sistema crolla. E si chiama “modernizzazione” quando la classe media si stipula una polizza, mentre chi non può permettersela si iscrive alla più triste delle liste d’attesa: quella della rinuncia alle cure. Ma ogni paese merita il sistema sanitario che si sceglie, e il nostro, a quanto pare, ha scelto questo. Anche se non ricordiamo bene di averlo mai votato.
La classe dirigente: una tragicommedia in tre atti

Sul capitolo selezione della classe dirigente, la premier ha raggiunto le vette dell’autocoscienza. «Abbiamo chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo per anteporre l’interesse della Nazione». Una frase che, letta a mente fredda, suona così: abbiamo scelto persone discutibili, le abbiamo difese contro ogni evidenza, poi abbiamo perso un referendum, poi ci siamo accorti che erano discutibili, e adesso vi chiediamo di applaudire perché le abbiamo allontanate. Il caso Santanchè è in questo senso esemplare: imposto soltanto dopo la sconfitta politica, cioè quando il consenso non reggeva più. La sensibilità etica si è risvegliata esattamente nel momento in cui costava zero. Un tempismo miracoloso. Più di un prodigio: quasi un segnale divino.
Il criterio di selezione di questa maggioranza, del resto, non è mai stato la competenza. Non è stata la credibilità. Non è stata la sobrietà. È la fedeltà. La fedeltà regge finché regge il consenso, dopodiché viene ridefinita come “sacrificio”, e il sacrificio diventa merito personale della premier, come se il capitano di una nave si vantasse di aver buttato in mare i passeggeri durante una tempesta da lui stesso provocata. Il pubblico del teatro, come sempre, è invitato ad applaudire: la rappresentazione continua finché continua il biglietto staccato. Solo che qui il biglietto lo paghiamo noi, e la rappresentazione è il nostro paese.
Il regime del discorso, con contorno di giornalismo affamato

Nulla di tutto questo funzionerebbe senza un ecosistema mediatico compiacente, e l’Italia ne ha costruito uno negli ultimi trent’anni con una dedizione che meriterebbe un museo. Grandi gruppi editoriali concentrati, proprietari legati a interessi industriali, redazioni dipendenti dagli investimenti pubblicitari, giornalisti che sanno che una critica eccessiva può costare la carriera. È in questo terreno fertile che il dispositivo narrativo del governo sboccia come un’ortensia a maggio. Un ministro dice una cosa falsa, il giorno dopo è titolo di apertura, tre giorni dopo arriva la smentita tecnica a pagina sedici, il quinto giorno la smentita viene smentita da un editoriale compiacente, il settimo giorno ci si riposa. È la settimana della creazione, versione italiana della post-verità.
Il potere contemporaneo non ha bisogno di censurare — sarebbe volgare, oltre che inefficace. Gli basta saturare. Gli basta occupare lo spazio, sommergere di annunci, distribuire incarichi pubblici ai giornalisti compiacenti, isolare con la denigrazione personale chi non sta alle regole del gioco. La libertà di stampa formalmente esiste, come esiste formalmente il diritto di chiunque di volare sulla Luna con mezzi propri. In pratica, il dissenso viene relegato nei margini, trattato come folclore, riassegnato allo statuto di eccentricità personale. È il regime del discorso educato, quello in cui non ti arrestano: ti ignorano, che è molto peggio, perché non c’è neppure il martirio a consolare.
Le conseguenze sulla carne dei vivi (che continua a non trovare la battuta)

Qui, per un momento, l’ironia deve tirare il freno, perché al di sotto di ogni cifra gonfiata ci sono delle vite vere, e le vite vere non sono mai divertenti. Un paese in cui i salari reali sono più bassi di cinque anni fa è un paese in cui qualcuno ha saltato il pranzo, qualcun altro ha lasciato spegnere il termosifone, una terza persona ha rimandato l’acquisto delle scarpe per i figli. Un paese in cui la sanità pubblica si ritira è un paese in cui la morte comincia a distinguersi per reddito: chi può pagare si cura, chi non può pagare entra nella statistica della “rinuncia alle cure”, nome burocratico per una forma di ingiustizia silenziosa che ha tutto il diritto di chiamarsi violenza sociale. Un paese in cui il diritto alla casa non esiste è un paese in cui studenti brillanti scelgono l’università in base al prezzo dell’affitto, e dove intere generazioni vengono espulse dalle città in cui sono nate.
Dietro ogni statistica addomesticata, ogni taglio contabile, ogni annuncio trionfale, ci sono persone reali. Ci sono madri che decidono se comprare la medicina o pagare la luce. Ci sono cinquantenni che hanno capito che non andranno mai in pensione, e ci hanno rinunciato con quel misto di rassegnazione e orgoglio che è diventato la cifra emotiva del lavoratore italiano. Ci sono giovani donne che rinviano ad avere figli perché nessun contratto dura abbastanza per poterli crescere . Ci sono anziani che aspettano un’ecografia per un anno e mezzo, da soli, in case dove la televisione è accesa tutto il giorno per simulare una presenza. La fabbrica della realtà lavora a pieno regime per cancellare queste vite dal campo visivo della politica, e ci riesce piuttosto bene, perché i protagonisti raramente prendono la parola, e quando la prendono vengono classificati come “disagio sociale”, “caso limite”, “nicchia”. Una nicchia di sessanta milioni di persone, va detto. Ma pur sempre nicchia.
Riprendere la realtà, se qualcuno l’ha vista passare

A questo punto qualcuno, giustamente, si chiederà: e adesso? Non è una domanda retorica. È la domanda. La risposta breve è che non esiste democrazia senza un rapporto onesto tra parole e cose, e che la partita vera oggi si gioca proprio lì: nel tentativo di riportare le parole della politica a qualche forma di corrispondenza con i fatti. Un paese può sopportare governi mediocri, può sopravvivere a scelte sbagliate, può convivere persino con leadership che lavorano contro gli interessi della maggioranza. Non può sopravvivere alla rottura strutturale del legame tra ciò che viene detto e ciò che accade, perché in quel momento il giudizio collettivo diventa impossibile, e la sovranità popolare si riduce a tifo. Il tifo, è bene ricordarlo, non ha mai salvato nessuno. Neppure al novantesimo minuto.
Riprendere la realtà significa pretendere la verifica di ogni annuncio. Significa trattare la retorica istituzionale con lo stesso rispetto con cui si tratta un volantino promozionale del supermercato: leggendo anche le righe piccole. Significa rimettere al centro chi paga davvero il prezzo di questa Italia immaginaria: i lavoratori senza aumenti, i pazienti senza cure, i giovani senza orizzonti, gli studenti senza case, i migranti trasformati in scenografia elettorale, i civili iraniani e libanesi e palestinesi e ucraini che nei discorsi ufficiali sono sempre meno nominati, come se il silenzio potesse risparmiare qualcuno. Non risparmia nessuno: né loro, né noi, che perdiamo un pezzo di umanità ogni volta che accettiamo di non dire.
L’Italia virtuale della premier non è un incidente. È un progetto. È la forma politica di una destra neoliberale che ha deciso di difendere rendite e privilegi trasformando la democrazia in un palcoscenico, dove il copione lo scrive chi paga, gli attori recitano in cambio di una parte, e il pubblico è invitato a non disturbare l’illusionista. L’unica risposta possibile, contro un palcoscenico, è ricordare che fuori dal teatro c’è una strada, e sulla strada ci siamo noi: con le nostre bollette, le nostre visite rimandate, i nostri stipendi stagnanti, le nostre case introvabili, i nostri figli che partono. Siamo ancora il paese reale. E il paese reale, prima o poi, ha il brutto vizio di presentarsi al botteghino a chiedere il rimborso del biglietto.
Fonti

Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, bollettini 2024-2025.
Istat, Indici delle retribuzioni contrattuali e di fatto, serie storica 2021-2025.
Istat, Statistiche sulla povertà e sulle condizioni di vita delle famiglie, ultima edizione disponibile.
Ministero dell’Interno, Cruscotto statistico giornaliero sugli sbarchi, 2023-2025.
Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Osservatorio prezzi carburanti, rilevazioni 2026.
Commissione europea, dichiarazioni del commissario Valdis Dombrovskis sulla clausola di salvaguardia del Patto di stabilità.
Corte dei conti, Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica, sezione sanità, 2024-2025.
Fondazione Gimbe, Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, edizioni 2024 e 2025.
Organizzazione mondiale della sanità, parametri di finanziamento dei sistemi sanitari universalistici.
Gazzetta Ufficiale, Decreto-legge 7 giugno 2024, n. 73 (liste d’attesa).
Nomisma e Sunia, Rapporti sull’emergenza abitativa nelle grandi città italiane.
Dichiarazioni ufficiali dei governi di Spagna, Irlanda e Francia sulla crisi iraniana, marzo-aprile 2026.
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu sulla missione Unifil, proroghe 2025-2026.
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 32.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza CC BY-NC-SA 4.0
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L’Italia a piedi: la mobilità negata come strumento di dominio sociale

Non è la pigrizia a fermare milioni di italiani. È un sistema che ha deciso chi può muoversi e chi deve restare fermo.

Esiste una povertà che nessuno misura, che nessun governo inserisce nelle sue slide trionfali sulla crescita, che nessun editorialista mainstream denuncia con la dovuta urgenza. Non è la povertà di chi non ha soldi. È la povertà di chi non può spostarsi. In Italia, nel 2026, milioni di persone restano intrappolate non dalla mancanza di talento, di volontà o di competenze, ma dalla mancanza di un autobus, di un treno, di una corsa che colleghi la loro casa a un posto di lavoro, a un ospedale, a una scuola. Questa non è un’inefficienza: è un progetto. È l’architettura di un’esclusione che fa comodo a chi governa e a chi estrae profitto dalla frammentazione sociale.

L’immobilità come condizione strutturale

Il dato è brutale nella sua chiarezza: circa un quarto della popolazione italiana vive in aree interne o periferiche dove l’accesso ai servizi essenziali, trasporti inclusi, è gravemente compromesso. Sono quasi sette milioni di persone, secondo la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, che si trovano in condizioni di vera e propria “povertà dei trasporti”. Non una metafora, ma una diagnosi sociale precisa: l’impossibilità materiale di raggiungere il luogo dove si potrebbe lavorare, studiare, curarsi.

Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha descritto questa condizione come una barriera strutturale all’accesso al lavoro e alla formazione. Eurostat conferma che oltre il trenta per cento della popolazione italiana non dispone di un trasporto pubblico locale adeguato, con punte drammatiche nelle aree rurali del Mezzogiorno, dell’Appennino, delle zone alpine marginali. In queste aree, il tasso di occupazione è sistematicamente più basso. Non per difetto di domanda o di offerta, ma per difetto di collegamento fisico tra i due.

Eppure, il discorso pubblico continua a parlare di “produttività”, di “competitività”, di “merito”. Come se il problema fosse la qualità delle persone e non la qualità delle infrastrutture. Come se un lavoratore che non riesce a candidarsi per un impiego a trenta chilometri da casa fosse semplicemente “poco motivato”. Questa retorica non è innocente: serve a spostare la responsabilità dal sistema all’individuo, dalla politica alla colpa personale.

Il grande inganno della flessibilità

C’è un’ipocrisia di fondo che attraversa l’intero dibattito sul mercato del lavoro italiano. Da decenni si predica la flessibilità come virtù cardinale del lavoratore moderno: devi adattarti, spostarti, essere disponibile ovunque e in qualsiasi momento. Ma la flessibilità, per esistere, ha bisogno di un presupposto materiale che nessuno vuole garantire: la mobilità. Se non puoi muoverti, non puoi essere flessibile. Se non esiste un treno che ti porti al colloquio di lavoro, la flessibilità è una parola vuota. Se l’unica corsa per il capoluogo parte alle sei del mattino e torna alle sette di sera, non sei un lavoratore flessibile: sei un prigioniero.

Il modello neoliberista che ha plasmato le politiche del lavoro italiane degli ultimi trent’anni ha costruito un mondo in cui il lavoratore deve essere infinitamente adattabile, ma le infrastrutture che gli permetterebbero di esserlo restano quelle degli anni Settanta, quando non sono state smantellate del tutto. Ferrovie secondarie chiuse, linee regionali soppresse, corse tagliate, autobus che non passano più: ogni riduzione del servizio pubblico è una porta che si chiude sulla vita di qualcuno. Ma nel bilancio dello Stato, compare come “razionalizzazione”. Nel bilancio umano, è esclusione.

La transizione ecologica dei ricchi

Il quadro si complica ulteriormente quando si incrocia la questione trasporti con la transizione energetica. L’Europa, e l’Italia con essa, ha imboccato la strada della decarbonizzazione. Auto elettriche, riduzione delle emissioni, città a basse emissioni: tutto giusto in linea di principio. Ma c’è un dettaglio che la narrazione istituzionale sistematicamente omette: si sta rendendo la mobilità più costosa prima di renderla accessibile.

Il risultato è una transizione ecologica a due velocità. Chi ha reddito e vive in centri urbani ben serviti può permettersi l’auto elettrica, il car sharing, l’abbonamento alla metropolitana. Chi vive nella provincia profonda, dove l’auto è l’unico mezzo possibile, si trova a pagare di più per il carburante, per l’assicurazione, per la manutenzione di un veicolo inquinante che non può permettersi di sostituire. La transizione ecologica, così concepita, non è una rivoluzione verde: è una selezione sociale mascherata da progresso ambientale.

La Commissione Europea ha istituito il Fondo Sociale per il Clima, pensato per compensare gli effetti regressivi di questa transizione. Ma compensare non è progettare. Distribuire qualche bonus non equivale a ripensare il sistema. Il punto non è dare un sussidio a chi non riesce a comprare l’auto elettrica: è costruire un’alternativa pubblica, efficiente, capillare, che renda superflua l’auto privata per chiunque, non solo per chi vive in centro a Milano o a Bologna.

Il paradosso dell’alta velocità

L’Italia è un Paese che discute di alta velocità ferroviaria mentre milioni di cittadini non hanno una linea affidabile per raggiungere il comune limitrofo. È un Paese che celebra il Frecciarossa Milano-Roma come simbolo di modernità mentre le ferrovie regionali accumulano ritardi, soppressioni e degrado. È un Paese che investe miliardi nel collegamento tra le sue grandi città e dimentica sistematicamente i territori che stanno in mezzo.

Questo non è un caso. È il riflesso di un modello di sviluppo che concentra risorse, servizi e opportunità nei poli urbani, svuotando le aree interne e trasformandole in periferie dell’esistenza. La retorica dei “borghi”, tanto cara alla comunicazione governativa, è esattamente questo: retorica. Nessuno vuole vivere in un borgo se dal borgo non riesce a raggiungere un pronto soccorso in meno di un’ora. Nessuno vuole tornare al paese se dal paese non parte nessun treno.

I dati dell’Osservatorio PNRR confermano che gli investimenti in infrastrutture di trasporto continuano a privilegiare le grandi direttrici ad alta capacità, lasciando le reti secondarie in uno stato di abbandono progressivo. Il PNRR stesso, che avrebbe dovuto essere l’occasione storica per colmare il divario infrastrutturale, ha destinato alla mobilità locale una quota insufficiente e frammentata, spesso vincolata a tempistiche irrealistiche che i piccoli comuni non riescono a rispettare.

La scelta politica dell’esclusione

Dietro ogni stazione chiusa, dietro ogni linea soppressa, dietro ogni corsa tagliata, c’è una decisione politica. Non una fatalità, non un’inevitabilità economica, non una legge di natura: una scelta. La scelta di chi ha deciso che il trasporto pubblico è un costo da ridurre, non un diritto da garantire. La scelta di chi ha privatizzato, esternalizzato, tagliato, e poi si è stupito che le periferie si svuotassero e che il disagio sociale crescesse.

In Italia il diritto alla mobilità non è riconosciuto come diritto fondamentale. La Costituzione parla di lavoro, di salute, di istruzione, ma non del presupposto materiale che li rende accessibili. Eppure, senza mobilità, ogni altro diritto diventa teorico. Il diritto al lavoro non esiste se non puoi raggiungere il posto di lavoro. Il diritto alla salute non esiste se non puoi arrivare all’ospedale. Il diritto all’istruzione non esiste se non c’è un autobus che porti tuo figlio a scuola.

Questo è il nodo che nessun governo vuole affrontare, perché affrontarlo significherebbe rimettere in discussione l’intero modello di sviluppo territoriale. Significherebbe ammettere che la centralizzazione dei servizi non è efficienza ma abbandono, che la chiusura degli ospedali periferici non è razionalizzazione ma condanna, che il taglio delle linee ferroviarie non è risparmio ma desertificazione.

Il silenzio dei media e la complicità del racconto dominante

La povertà dei trasporti è un tema che fatica a trovare spazio nel dibattito mediatico mainstream. Quando si parla di disuguaglianze, i grandi giornali preferiscono concentrarsi sui differenziali di reddito, sugli indici di Gini, sulle statistiche macroeconomiche. La dimensione territoriale dell’esclusione — il fatto che in Italia la tua vita sia determinata in larga misura dal codice di avviamento postale in cui sei nato — resta ai margini della narrazione pubblica.

Questa omissione non è casuale. Il racconto dominante ha bisogno di mantenere l’illusione che il sistema sia equo, che le opportunità siano distribuite in modo ragionevole, che chi resta indietro lo faccia per propria responsabilità. Ammettere che milioni di persone sono escluse non per difetto personale ma per difetto infrastrutturale significherebbe ammettere il fallimento del modello. E questo, nel discorso pubblico italiano, non è consentito.

L’Italia che non arriva

La domanda che questo Paese si rifiuta di porsi è semplice e feroce: quante vite sono state sacrificate, quante carriere stroncate, quanti talenti dispersi, quante famiglie impoverite, non dalla crisi, non dalla globalizzazione, non dalla mancanza di merito, ma dalla mancanza di un treno? Quanti ragazzi hanno rinunciato all’università non perché non avessero i voti, ma perché non avevano il mezzo per arrivarci? Quanti malati hanno aggravato la propria condizione non perché non esistesse la cura, ma perché non esisteva il collegamento per raggiungerla?

Nel silenzio delle stazioni chiuse, nella polvere delle pensiline dove nessun autobus si ferma più, nell’orario dei treni che è un elenco di fantasmi, si consuma ogni giorno una violenza lenta, silenziosa, invisibile. È la violenza dell’abbandono travestito da efficienza, del taglio spacciato per modernizzazione, dell’indifferenza presentata come necessità economica.

L’Italia immobile non è immobile per natura. È stata resa immobile da scelte precise, da interessi precisi, da un modello di sviluppo che ha deciso chi conta e chi no, chi si muove e chi resta fermo. E finché la mobilità non sarà trattata come quello che è — un’infrastruttura sociale fondamentale, un diritto, una condizione imprescindibile di cittadinanza — questo Paese continuerà a raccontarsi la favola del merito mentre condanna milioni dei suoi cittadini all’immobilità. Non per mancanza di strade, ma per mancanza di volontà politica.

Fonti
Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Report sulla povertà dei trasporti in Italia
Eurostat, Statistiche sull’accessibilità al trasporto pubblico locale (dati aggiornati 2025)
Forum Disuguaglianze e Diversità, Rapporto sulle aree interne e la mobilità
Commissione Europea, Fondo Sociale per il Clima (Regolamento UE 2023/955)
Osservatorio PNRR, Monitoraggio investimenti infrastrutturali trasporti
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
CC BY-NC-SA 4.0

Il Campo Largo delle Contraddizioni

Perché un campo largo che mescola tutto e il contrario di tutto non è un’alternativa, ma il miglior regalo a Giorgia Meloni.

La notte di piazza Barberini e l’euforia della vittoria
Il 23 marzo 2026 resterà negli annali come la prima vera sconfitta politica del governo Meloni. Il No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia — la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il doppio CSM, l’Alta Corte disciplinare — ha prevalso con il 53,74% dei voti, su una partecipazione che ha sfiorato il 59 per cento: un dato di per sé incoraggiante, in un Paese che da anni conosce il male oscuro dell’astensionismo.
La risposta del centrosinistra è stata immediata e spettacolare: abbracci sul palco di Piazza Barberini, cori di “Unità, unità, unità”, il corteo notturno fino a Piazza del Popolo, i leader — Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli — fotografati insieme come una squadra che ha appena vinto il campionato. E già la mattina seguente partivano le proposte di primarie di coalizione per scegliere il candidato premier in vista delle politiche del 2027.
Tutto comprensibile. Tutto, però, pericolosamente affrettato.
Il voto dei giovani e degli ex astenuti: un mandato che non appartiene al campo largo
Chi ha vinto il referendum? Non il campo largo in quanto tale: ha vinto una nuova generazione di elettori — il No ha prevalso oltre il 60% nella fascia under 34 — e una quota consistente di italiani che da anni non mettevano piede in un seggio. Persone che non si riconoscono nell’offerta politica tradizionale, che hanno detto No alla riforma Meloni non per portare Schlein a Palazzo Chigi, ma per difendere la Costituzione, per rifiutare una riforma percepita come una mossa di controllo politico sulla magistratura.
È un mandato popolare, costituzionale, civico. Non è un cheque in bianco consegnato a una coalizione che non ha ancora un programma, un leader né — si scoprirà subito — una linea comune su nessuna delle questioni decisive.
Le contraddizioni insanabili: il campo largo è nudo
Bastano poche ore di riflessione a smontare l’euforia della notte di Barberini. Il campo largo che si vuole presentare alle politiche del 2027 come alternativa di governo porta con sé contraddizioni di fondo che nessuna liturgia unitaria può coprire indefinitamente.
Vale la pena nominarle una per una, senza sconti:
— Chi ha votato No al referendum e chi ha votato Sì, o si è astenuto come Renzi, fino all’ultimo.
— Chi si oppone all’escalation militare e all’invio di armi e chi sostiene il riarmo e la logica NATO senza se e senza ma.
— Chi difende la causa palestinese e chi ha sostenuto la legge che punisce l’antisionismo come reato.
— Chi vuole abrogare il Job Act e chi ne è il padre putativo.
— Chi lotta per lo Stato sociale, la sanità e la scuola pubbliche e chi ha applicato l’austerità europea sostenendo i governi tecnici.

Non si tratta di sfumature o di accenti diversi: sono posizioni radicalmente incompatibili. E non è questione di tattica politica: sono le fratture che attraversano la vita reale di milioni di italiani.
La guerra in Ucraina: la prima crepa esplode in diretta
Non è servito aspettare molto. A meno di tre giorni dalla vittoria del No, il senatore M5S Stefano Patuanelli ha dichiarato con nettezza: “Con noi al governo gli aiuti militari all’Ucraina cesserebbero”. Risposta immediata del dem Filippo Sensi: “Con noi gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione”.
Non è una scaramuccia: è una frattura strutturale. Il PD di Schlein si è collocato sulla linea del sostegno militare a Kiev, pur con qualche ondeggiamento tattico. Il M5S di Conte ha sempre espresso una posizione critica, a tratti esplicitamente contraria. AVS si è tenuta su una posizione di pacifismo convinto, contro ogni escalation. Non esiste una formula linguistica capace di coprire questa voragine senza tradire l’elettorato di almeno uno dei contraenti.
L’episodio non è isolato: già a gennaio 2026, al rinnovo del decreto sugli aiuti all’Ucraina, la tensione era esplosa all’interno della coalizione, con sette senatori democratici che avevano votato contro una risoluzione pentastellata. Il riformista Lorenzo Guerini aveva parlato di “segnale di metodo non accettabile”.
La Palestina: unità di facciata su un dramma irriducibile
Sull’altra grande questione geopolitica — la Palestina — il quadro non è più rassicurante. AVS ha ribadito che riconoscerà lo Stato di Palestina come prima misura di governo. Ma il PD al suo interno ospita sensibilità molto diverse su Israele, sui rapporti con le comunità ebraiche italiane, sul confine tra critica all’occupazione e antisionismo.
Il tema della legge sull’antisionismo — che ancora pesa come un macigno nel dibattito interno — divide profondamente il centrosinistra, dove voci autorevoli hanno sostenuto o non contrastato misure normative percepite da ampi settori della sinistra come una limitazione al legittimo dissenso politico.
Il Job Act: il cadavere nell’armadio della coalizione
Sul piano del lavoro, la frattura è ancora più antica e politicamente esplosiva. Il Job Act — la riforma del mercato del lavoro varata nel 2015 dal governo Renzi, che ha smontato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori — è ancora lì, in vigore, non abrogato, non emendato. Eppure Italia Viva fa parte dell’ecosistema del campo largo. Come si spiega a un operaio metalmeccanico in somministrazione che chi ha inventato la precarizzazione sistematica del lavoro dipendente ora si siede allo stesso tavolo programmatico di chi promette di abolire il precariato?
La risposta onesta è che non si spiega. Si aggira. Si rimanda. Si usa la formula “però prima togliamo la destra” come anestetico universale. Ma l’anestetico finisce, e la delusione che segue è sempre più profonda di quella precedente.
La lezione che non è mai stata imparata
La storia della sinistra italiana degli ultimi trent’anni è costellata di coalizioni larghe costruite non su un programma ma su un nemico comune. E ogni volta il copione si è ripetuto con variazioni minime.
L’Ulivo anti-Berlusconi degli anni Novanta e Duemila ha prodotto governi che hanno accettato, pezzo dopo pezzo, l’agenda berlusconiana in economia, in politica estera, nelle politiche del lavoro. L’antiberlusconismo come collante ha finito per rafforzare Berlusconi, offrendo a lui il monopolio dell’identità politica di quella stagione.
Il sostegno ai governi tecnici — da Monti a Draghi — ha fatto il resto. Quando la sinistra ha sorretto esecutivi che applicavano austerità, tagli al welfare, riforme del mercato del lavoro sgradite al proprio elettorato, ha ceduto il campo valoriale alla destra. Gli eredi del MSI, lentamente ma inesorabilmente, sono diventati la prima forza politica italiana. E hanno vinto le elezioni del 2022.
Oggi una parte del centrosinistra sembra voler riproporre quella stessa politica perdente: nel nome dell’unità contro la destra, anche a costo di ospitare nelle proprie file le peggiori posizioni di destra. Un errore di strategia che rischia di trasformarsi nel miglior regalo possibile a Giorgia Meloni.
Il campo largo nella sua versione attuale non è un fronte alternativo: è la riedizione di un modello fallimentare con ingredienti aggiornati. La differenza rispetto al passato è che ora l’elettorato ha gli anticorpi: i giovani che hanno votato No al referendum non sono disposti a essere di nuovo ingabbiati nel “voto utile” se non è chiaro quale utilità effettiva viene loro offerta.
Il rischio del ritorno all’astensionismo
I sondaggi post-referendum mostrano il campo largo sopravanzare di misura il centrodestra in termini aggregati. Ma i numeri nascondono una dinamica che dovrebbe preoccupare: molti degli elettori che hanno votato No al referendum — giovani, ex astenuti, delusi dalla politica — non hanno necessariamente intenzione di votare una coalizione percepita come l’ennesimo “fritto misto” di interessi incrociati.
Se il campo largo non sarà capace di offrire una proposta programmatica chiara, coraggiosa, senza ambiguità sulle questioni fondamentali — guerra e pace, lavoro, Palestina, Stato sociale — l’astensionismo tornerà a essere il primo partito italiano. E in quel caso, tra due coalizioni in calo, perderà meno la destra: più compatta, più identitaria, più fedele.
Cosa serve davvero: chiarezza, programma, coerenza
Il voto del 23 marzo ha dimostrato una cosa che avrebbe dovuto essere ovvia da tempo: quando si offre agli elettori una scelta netta, con una posizione chiara e non ambigua, la risposta civica c’è. Il 59% di affluenza lo dimostra. I giovani che sono tornati alle urne lo dimostrano.
Un’alternativa credibile alla destra di Meloni non può essere costruita sulla negazione del nemico, ma sulla chiarezza del progetto. E un progetto chiaro richiede scelte dolorose: non si può stare insieme a chi ha scritto il Job Act e promettere di abolire la precarietà. Non si può dirsi contro la guerra e includere chi ha votato sistematicamente per l’invio di armamenti. Non si può difendere la Palestina e ospitare chi ha sostenuto misure repressive contro chi critica Israele.
Un fronte ampio, costituzionale e popolare — l’unico in grado di costruire una vera alternativa di governo — non si costruisce mettendo assieme tutto e il contrario di tutto. Si costruisce su un programma minimo condiviso, su posizioni incomprimibili, su quella coerenza che è la sola moneta che i cittadini, soprattutto i più giovani e i più delusi, sono ancora disposti ad accettare.
Il modello sbagliato e quello da costruire
Si è parlato molto, in queste ore, del modello Sanchez in Spagna. È un riferimento utile, a condizione di capire perché il PSOE ha vinto: non per aver allargato il campo a destra, ma per aver costruito un’alleanza con la sinistra radicale di Sumar, su una piattaforma di tutele sociali, contrasto alla precarietà, laicità dello Stato, politica estera autonoma dai diktat atlantisti. Una coalizione con una identità, non un agglomerato di interessi.
Il Prodi 2 — l’altra formula evocata come spauracchio da molti commentatori — è invece il simbolo di ciò che non bisogna ripetere: una coalizione tenuta assieme da sessanta anime diverse, naufragata in pochi mesi sulla contraddizione insanabile tra le sue componenti. Quella stagione ha spianato la strada a Berlusconi prima e a Meloni poi.
Non è un caso che chi viene dalle periferie, dal lavoro operaio, dai movimenti sociali, dai collettivi studenteschi che hanno manifestato per la Palestina e contro la guerra — stia guardando altrove. Non perché non voglia cambiare il governo: perché non si fida di chi chiede i voti per cambiarlo e poi, una volta al potere, si adegua alle stesse logiche.

Il coraggio della chiarezza
Il 23 marzo ha rotto l’aura di invincibilità di Giorgia Meloni. Ha dimostrato che esiste in questo Paese una maggioranza civica, costituzionale, potenzialmente progressista. Ha riportato ai seggi una generazione che aveva abbandonato la politica come pratica inutile.
Sarebbe un crimine politico trasformare questa energia in combustibile per l’ennesima coalizione senz’anima. Sarebbe una beffa imperdonabile per chi ha votato No pensando a un cambiamento reale, ritrovarsi con un governo che porta avanti la metà delle politiche precedenti con segno diverso.

La vera sfida del centrosinistra — o di ciò che vuole essere un’alternativa di governo — non è vincere le primarie. È rispondere a una domanda semplice e brutale: su cosa non siete disposti a cedere? Su lavoro, pace, Palestina, Stato sociale, indipendenza dalla NATO: dove stanno le linee rosse? Chi le traccia?
Senza quella chiarezza, il campo largo resterà un campo minato. E Giorgia Meloni, dal suo osservatorio privilegiato, avrà già capito come attraversarlo indenne.

IL METODO DELLA DEMOLIZIONE

Dal fascismo delle leggi eccezionali alla riforma Meloni-Nordio: cent’anni di attacco all’indipendenza della magistratura, alla separazione dei poteri e alle libertà dei cittadini

A pochi giorni dal referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, il Paese è chiamato a pronunciarsi su una riforma che non riguarda soltanto l’organizzazione giudiziaria. Riguarda il tipo di Stato in cui vogliamo vivere. Il tipo di democrazia che siamo disposti a difendere — o che siamo disposti a consegnare. Per capire dove stiamo andando, bisogna sapere da dove veniamo. E bisogna avere il coraggio di dire ciò che si vede.

I. La marcia su Roma e la conquista legale dello Stato

Il 28 ottobre 1922 le camicie nere di Benito Mussolini marciarono sulla capitale. Il re Vittorio Emanuele III, anziché firmare lo stato d’assedio che avrebbe fermato la colonna fascista, cedette l’incarico di governo. Fu un atto che segnò, con la complicità delle istituzioni liberali esauste e della grande borghesia industriale pronta a tutto pur di neutralizzare la minaccia socialista, l’inizio della fine dello Stato di diritto italiano.

Ma la violenza squadrista non fu che il primo atto. Il secondo, più subdolo e duraturo, fu legislativo. Mussolini comprese subito che per consolidare il potere non bastava occupare le piazze: bisognava riscrivere le regole del gioco, dall’interno, una legge alla volta. La legge Acerbo del 1923 modificò la legge elettorale introducendo un premio di maggioranza abnorme: il partito che avesse raggiunto il 25% dei suffragi avrebbe ottenuto i due terzi dei seggi parlamentari. Il meccanismo consentì al PNF, alle elezioni del 1924 — segnate da brogli, intimidazioni e violenze sistematiche — di conquistare quella larga maggioranza parlamentare necessaria per smontare lo Stato liberale pezzo per pezzo.

Giacomo Matteotti denunciò in parlamento le frodi e le violenze. Il 10 giugno 1924 fu rapito e assassinato da squadristi fascisti. L’opposizione parlamentare si ritirò sull’Aventino in segno di protesta, convinta che la pubblica coscienza si sarebbe rivoltata contro il regime. Non fu così. Mussolini rimase al suo posto, sorretto dalla complicità silenziosa di polizia, magistratura e apparati dello Stato. Il 3 gennaio 1925 si presentò alla Camera e si assunse la responsabilità politica e morale del delitto Matteotti. Quella data segna il vero passaggio dal governo al regime.

II. Le leggi fascistissime: la tecnica della demolizione istituzionale

Tra il 1925 e il 1926, il ministro della Giustizia Alfredo Rocco — giurista e teorico del nazionalismo autoritario — disegnò l’architettura normativa della dittatura. Un corpus legislativo passato alla storia con il nome di “leggi fascistissime”, che non abolì la Costituzione in vigore (lo Statuto Albertino) ma ne svuotò progressivamente ogni contenuto democratico, rivestendo ogni atto di una patina di legalità formale.

La legge del 24 dicembre 1925 trasformò il Presidente del Consiglio in Capo del Governo: non più primus inter pares, non più responsabile di fronte al parlamento, ma titolare esclusivo del potere esecutivo, rispondente unicamente al re. La legge del 31 gennaio 1926 attribuì al governo la facoltà di emanare norme giuridiche per decreto, svuotando il parlamento di ogni reale funzione legislativa. La legge del 4 febbraio 1926 abolì le elezioni comunali, sostituendo i sindaci con i podestà di nomina governativa. La legge sulla stampa impose che ogni giornale potesse essere diretto soltanto da un soggetto non sgradito al governo, tramite il controllo del prefetto. La legge del 25 novembre 1926 istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un organo giudiziario composto da militari e miliziani, privo di garanzie processuali, inappellabile nelle sue sentenze: il giudice identificato con il potere politico.

Il metodo era precisissimo. Non si abbatteva la democrazia con un colpo solo. La si demoliva mattone per mattone. Quanto alla magistratura: già nel 1923 il CSM, che aveva ottenuto una parziale elettività nel 1921, fu ricondotto alla nomina governativa. Nel 1925 l’Associazione Generale Magistrati Italiani fu costretta ad auto-sciogliersi per evitare di essere trasformata in uno strumento del regime. Nel 1934 l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista divenne obbligatoria anche per i magistrati. Chi non si adeguava veniva epurato per “incompatibilità con le direttive politiche del Governo”. La magistratura, nel giro di un decennio, smise di essere un potere dello Stato e divenne uno strumento del regime. La maggioranza dei magistrati italiani, con silenziosa complicità o entusiasmo convinto, si adattò. E “la magistratura sembrò affannarsi nel tentativo di interpretare sempre meglio non la legge, ma lo spirito del sistema politico, l’indirizzo desiderato dal governo”.

III. La Costituzione del 1948: il baluardo costruito sull’esperienza del terrore

I Padri Costituenti sapevano di cosa stavano scrivendo. Avevano vissuto il fascismo. Avevano perso amici, fratelli, libertà. Per questo la Costituzione repubblicana del 1948 costruì un sistema di garanzie fondato sulla separazione e sul reciproco bilanciamento dei poteri: un parlamento sovrano, un presidente della Repubblica con funzioni di garanzia, una magistratura autonoma e indipendente da ogni altro potere, una Corte costituzionale custode delle regole fondamentali, una Corte dei Conti sentinella dei conti pubblici e dei diritti dei cittadini.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, istituito dall’articolo 104 della Costituzione, fu definito nel 1986 dalla Corte Costituzionale stessa come la “pietra angolare” del nuovo ordinamento giudiziario: l’organo che garantisce l’autogoverno della magistratura, sottraendola alla dipendenza dal potere esecutivo. Non per caso: chi aveva redatto quelle norme ricordava bene cosa significa avere giudici nominati e rimossi dal governo. Ricordava il Tribunale speciale. Ricordava i magistrati epurati per incompatibilità politica.

L’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’articolo 112, fu un’altra scelta consapevole: il pubblico ministero deve perseguire i reati secondo la legge, non secondo le preferenze del governo in carica. Questa regola impedisce che il potere politico possa dire ai magistrati requirenti quali reati perseguire e quali ignorare, chi proteggere e chi colpire. Era la risposta diretta all’esperienza del regime, in cui la giustizia era stata strumento selettivo del potere.

IV. Il progetto Meloni: non tre riforme, ma un solo disegno

Il governo Meloni si è presentato agli italiani nel 2022 con un programma di riforme istituzionali che, lette separatamente, potevano sembrare risposte a esigenze distinte. Il premierato come risposta all’instabilità governativa. L’autonomia differenziata come risposta alla richiesta di efficienza amministrativa. La riforma della magistratura come risposta alla commistione tra accuse e sentenze. Ma esaminando gli effetti combinati di queste riforme sul sistema istituzionale, un denominatore comune emerge con nitidezza: la concentrazione del potere nelle mani del governo, a scapito di tutti gli altri contrappesi costituzionali.

Il premierato, come segnalato da oltre 180 costituzionalisti in una lettera pubblica, tende ad annullare la separazione dei poteri trasformando la maggioranza parlamentare in una proiezione diretta del capo dell’esecutivo. L’autonomia differenziata, nella sua impostazione originaria — parzialmente corretta dalla Corte Costituzionale — trasferiva nelle mani del governo la gestione dei livelli minimi di diritti garantiti ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Il terzo pilastro è la riforma della magistratura, sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo 2026. Ma il progetto non si esaurisce qui. Attorno a questi tre pilastri costituzionali si è costruito, in tre anni di governo, un sistema di provvedimenti ordinari che, presi insieme, rivelano la medesima logica: neutralizzare progressivamente ogni forma di controllo sul potere esecutivo.

V. La fabbrica dell’impunità: dall’abuso d’ufficio alla Corte dei Conti

Il 10 luglio 2024 il Parlamento ha approvato il cosiddetto “ddl Nordio”, con cui il governo ha ottenuto uno dei risultati più clamorosi e meno discussi della legislatura: l’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Per decenni, l’articolo 323 del codice penale aveva punito il pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle sue funzioni, procurasse ingiusti vantaggi o arrecasse danni ingiustificati. Un “reato spia”, lo definivano i giuristi: non il reato principale, ma il sintomo rivelatore di fenomeni più estesi di corruzione, favoritismo e malaffare nella pubblica amministrazione. Ora non esiste più.

Le conseguenze sono concrete e immediate: i cittadini non possono più far valere i propri diritti di fronte ad abusi nelle concessioni edilizie o nelle sanatorie. Non possono più denunciare chi trucca un concorso pubblico senza corrispettivo in denaro. Il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione ha avvertito che senza questo reato rischia di farla franca “chi favorisce senza un corrispettivo economico una persona in un concorso, o chi assegna direttamente un contratto”. Il governo ha risposto che “non era un reato, paralizzava i pubblici amministratori”. Il messaggio ai funzionari pubblici è stato compreso: adesso si può fare con meno paura.

Non è un caso isolato. La stessa logica ha guidato la riforma della Corte dei Conti, approvata definitivamente con la legge 7 gennaio 2026, n. 1. La Corte dei Conti è un organo costituzionale previsto dall’articolo 100 della Carta, con una funzione cruciale: controllare come vengono spesi i soldi pubblici e giudicare gli amministratori che causano danni erariali allo Stato. Un presidio di legalità nato nell’Ottocento, proprio per evitare sprechi, favoritismi e mala gestione delle risorse comuni. Con la nuova riforma, la “colpa grave” viene esclusa dall’ambito della responsabilità erariale per le condotte attive dei funzionari. Viene introdotto il meccanismo del silenzio-assenso: se la Corte non riesce a esprimersi entro termini strettissimi — in alcuni casi trenta giorni — gli atti si considerano automaticamente approvati. Uno scudo permanente per chi amministra, gestendo fondi pubblici miliardari compresi quelli del PNRR, senza più il timore di rispondere dei propri errori.

L’Associazione magistrati della Corte dei conti ha parlato apertamente di “sostanziale cancellazione delle funzioni costituzionali”. La riforma si inserisce in un quadro già avviato: il governo Meloni aveva in precedenza tentato di escludere il PNRR dal controllo concomitante della Corte — il controllo in corso d’opera sui grandi investimenti pubblici — limitando la capacità del massimo organo di controllo contabile di segnalare ritardi e irregolarità su 191 miliardi di euro di fondi europei. Il disegno è coerente e leggibile: meno controlli, meno responsabilità, più spazio per il potere politico.

VI. Il decreto sicurezza: criminalizzare il dissenso

Nel 2025 il governo ha approvato il decreto sicurezza, convertito definitivamente in legge il 29 maggio 2025 con 163 voti favorevoli e 91 contrari. Nessun quorum democratico, nessun confronto reale: il governo ha posto la fiducia, tagliando fuori dal dibattito parlamentare 131 emendamenti presentati dall’opposizione. L’Associazione Nazionale Magistrati ha definito il decreto un “messaggio inquietante” con due obiettivi: “creare nella collettività un problema che non esiste” e “porre le basi per la repressione del dissenso”.

Il decreto introduce 14 nuovi reati e 9 aggravanti. La cosiddetta “norma anti-Gandhi” trasforma il blocco stradale pacifico — la forma di protesta più elementare della disobbedienza civile — da illecito amministrativo a reato penale punibile con la reclusione da sei mesi a due anni. Le proteste sindacali rischiano di essere criminalizzate come “interruzione di pubblico servizio”. Le pene per chi manifesta vicino alle grandi opere vengono inasprite. La resistenza passiva nei centri di detenzione per migranti diventa reato. Viene data copertura legale alle spese legali degli agenti di polizia indagati per fatti commessi in servizio, mentre i detenuti che protestano rischiano da 10 a 20 anni.

Non si tratta di un episodio isolato: è l’ultimo atto di una serie. Il decreto anti-rave del 2022, il decreto Cutro del 2023, il ddl anti-imbrattamento contro gli attivisti climatici del 2023, il decreto Albania per esternalizzare la gestione dei migranti fuori dai confini dell’Unione Europea e dalla giurisdizione dei nostri giudici. Una fabbrica di reati, come l’ha definita l’opposizione, costruita non per rispondere a emergenze reali ma per alimentare la percezione di nemici — i giovani, i manifestanti, i migranti, gli attivisti — e per alzare il costo del dissenso. Il giurista Luigi Ferrajoli ha scritto che si tratta del “più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”.

VII. La riforma Meloni-Nordio: il nodo che stringe il sistema

Il disegno di legge costituzionale firmato da Giorgia Meloni e dal ministro Carlo Nordio — approvato definitivamente dal Parlamento il 30 ottobre 2025, senza la maggioranza dei due terzi necessaria per evitare il referendum — modifica otto articoli della Costituzione, intervenendo sul cuore dell’ordinamento giudiziario. Viene presentato come una semplice “separazione delle carriere”, ma il contenuto è assai più radicale.

La riforma separa formalmente le due magistrature — giudicante e requirente — dotandole ciascuna di un proprio organo di autogoverno. Il CSM unico viene sdoppiato. I membri dei due nuovi Consigli Superiori non saranno più eletti dai magistrati tra i magistrati, ma sorteggiati, privando così l’autogoverno della magistratura di qualsiasi legittimazione democratica interna. L’Alta Corte Disciplinare, istituita ex novo, assumerà la competenza esclusiva sulle sanzioni ai magistrati.

Il nodo più pericoloso riguarda il pubblico ministero. Come ha denunciato il senatore Mazzella in aula al Senato il 25 giugno 2025, la separazione delle carriere è “solo un primo passo”: il secondo, già annunciato, sarà quello di sottoporre il PM al controllo del potere esecutivo. Con la separazione, il magistrato requirente risponde soltanto a se stesso, in un sistema autoreferenziale privo di contrappesi. In questo quadro, il governo potrà agire sui contesti materiali delle indagini — risorse, priorità operative, organizzazione della polizia giudiziaria — senza violare formalmente la lettera della Costituzione. La magistratura requirente, privata del legame con quella giudicante e dell’ancoraggio al CSM unitario, diventa esponenzialmente più vulnerabile alla pressione politica.

Non è un caso che il governo abbia respinto alla Camera, il 16 gennaio 2025, l’ordine del giorno che impegnava l’esecutivo a garantire l’indipendenza dei pubblici ministeri. Come ha osservato l’opposizione: “Siete rei confessi.” La consigliera del ministro Nordio, in un momento di involontaria franchezza, ha sintetizzato il progetto con una frase che ha fatto scandalo: “Votate sì e togliamo di mezzo la magistratura.”

VIII. Il metodo antico, il costume nuovo

Il paragone con le leggi fascistissime non è un’iperbole retorica. Non si tratta di affermare che il governo Meloni sia fascista nei modi e nelle forme. Si tratta di riconoscere che il metodo — la demolizione progressiva dei contrappesi istituzionali attraverso riforme di facciata rivestite di una patina di legalità — ha una genealogia precisa nella storia italiana. Come nel 1925, si opera per gradi. Come nel 1925, ogni singolo atto viene presentato come una risposta a un’esigenza concreta e ragionevole: si dice “paura della firma” per giustificare l’abolizione dell’abuso d’ufficio, “efficienza” per svuotare la Corte dei Conti, “sicurezza” per criminalizzare il dissenso, “terzietà del giudice” per controllare il PM.

C’è però una differenza sostanziale, che rende il confronto al tempo stesso più rassicurante e più inquietante. Nel 1925 non esisteva una Costituzione rigida che frenasse il legislatore. Nel 2026 esiste, ed è già stata parzialmente violata nelle intenzioni — la Corte Costituzionale ha dovuto intervenire sull’autonomia differenziata — e viene ora aggredita nei suoi principi fondamentali attraverso una revisione formalmente legittima ma sostanzialmente eversiva nella sua logica complessiva. Quando le modifiche costituzionali tendono sistematicamente a smantellare i meccanismi di bilanciamento del potere, i costituzionalisti parlano di “abuso della revisione costituzionale”: un uso formalmente legale dello strumento per produrre esiti illegittimi rispetto allo spirito e ai valori fondativi dell’ordinamento.

La radice ideologica del progetto va cercata nella cultura profondamente autoritaria del Movimento Sociale Italiano degli anni Settanta: il partito degli “esclusi” dal patto costituzionale, che non ha mai accettato i valori della Resistenza e della Repubblica parlamentare, e che oggi — per la prima volta — si trova nelle condizioni di poter riscrivere quelle regole dall’interno. Come scrive Questione Giustizia, si tratta di una volontà di rivincita sulla Costituzione e sulla storia istituzionale repubblicana: l’obiettivo di capovolgere regole e principi fondanti della democrazia repubblicana. Non un errore, una scelta.

IX. L’internazionale reazionaria: Meloni, Trump, Orbán e la rete sovranista globale

Questo progetto non nasce nel vuoto della politica italiana. Si inserisce in un fenomeno globale che accomuna leader di destra radicale in tutto l’Occidente: Donald Trump negli Stati Uniti, Viktor Orbán in Ungheria, Marine Le Pen in Francia, Javier Milei in Argentina, Nayib Bukele in El Salvador. Un’internazionale reazionaria che condivide una visione del potere verticale, autoritario e plebiscitario, in cui il leader eletto risponde soltanto al popolo — e quindi, di fatto, a nessuno — sottraendosi a ogni contrappeso istituzionale, giudiziario, giornalistico o civile.

Giorgia Meloni è parte organica di questa rete, non una comprimaria. Ha partecipato alle convention del CPAC, comprese quelle tenute nell’Ungheria di Orbán. Ha prestato il proprio volto alle campagne elettorali del sovranista ungherese. Ha aderito al progetto di Steve Bannon per federare le estreme destre europee. Ha costruito la sua identità politica internazionale sull’asse Roma-Budapest, più vicina all’Ungheria e all’Albania che ai partner storici della costruzione europea. Come scrive Linkiesta, Meloni non può condividere le critiche ai valori del movimento trumpiano “semplicemente perché di quel movimento è parte integrante, militante convinta della primissima ora”.

Il modello che questi governi perseguono è stato teorizzato da Orbán come “democrazia illiberale”: elezioni regolari, pluralismo formale, ma sistematico smantellamento dei contrappesi — magistratura, media liberi, società civile, organismi di controllo — che rendono le elezioni realmente significative. Ciò che accade oggi negli Stati Uniti di Trump — assalto al potere giudiziario, attacchi alle università, epurazioni nella pubblica amministrazione, criminalizzazione del dissenso — è benvisto da chi governa l’Italia. Non è una coincidenza. È un programma.

L’ironia tragica è che questa subalternità all’internazionale sovranista non ha portato all’Italia alcun vantaggio concreto. I dazi di Trump hanno colpito duramente le esportazioni italiane in settori chiave. L’Italia è stata esclusa dalla comunicazione preventiva sull’operazione militare contro l’Iran, nonostante le ambizioni di “ponte” tra Washington e Bruxelles. Siamo un governo che paga il prezzo di un’amicizia di carta con il mondo MAGA, senza avere né la forza contrattuale né la credibilità per incidere sulle decisioni che contano.

X. L’emergenza democratica e il No come atto di resistenza

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 non ha quorum. Chiunque non voti, in sostanza, favorisce il Sì. Il governo Meloni ha costruito la campagna referendaria sull’ambiguità: si parla di “separazione delle carriere” come se la riforma si limitasse a questo, mentre il testo sottoposto al voto modifica radicalmente l’equilibrio tra magistratura e potere politico, colpisce l’autogoverno dei giudici, crea le condizioni strutturali per la subordinazione dei PM all’esecutivo. Nulla nel testo riguarda l’efficienza o la rapidità dei processi. Tutto nel testo riguarda chi controlla chi.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione appare ancora frammentata, incapace di costruire una narrazione unitaria che unisca le singole battaglie in un quadro coerente. Ogni riforma viene combattuta separatamente — la magistratura, il decreto sicurezza, la Corte dei Conti, l’abuso d’ufficio — senza mai riuscire a spiegare agli italiani che si tratta dei tasselli di un unico mosaico. Un mosaico che raffigura la stessa cosa da qualunque angolo lo si guardi: un governo che vuole ridurre i controlli sul proprio potere, silenziare chi dissente, proteggere i propri amici e colpire i propri nemici, utilizzando lo Stato come strumento invece di servirlo come mandatario.

Ciò che ci viene chiesto il 22 e 23 marzo non è un voto tecnico sull’ordinamento giudiziario. Ci viene chiesto di scegliere tra due idee di Stato: uno in cui il potere risponde a contrappesi reali — magistratura indipendente, organi di controllo autonomi, diritto al dissenso garantito — oppure uno in cui il governo decide chi deve essere indagato, come devono essere spesi i fondi pubblici, quali forme di protesta sono consentite, e lo fa non nonostante la Costituzione ma attraverso una sua riscrittura progressiva, mattone per mattone.

XI. Conclusione: cent’anni di storia, undici giorni per scegliere

I Padri Costituenti scrissero quella Costituzione con la memoria viva di ciò che accade quando i contrappesi istituzionali cedono uno dopo l’altro. Sapevano che le dittature non nascono quasi mai da un colpo di Stato violento. Nascono da una serie di scelte apparentemente ragionevoli, ciascuna delle quali — presa singolarmente — sembra una riforma legittima. È la somma che produce il disastro.

Siamo all’11 marzo del 2026. Tra undici giorni gli italiani voteranno. Cent’anni fa Alfredo Rocco costruì il suo sistema con decreti, leggi eccezionali e tribunali speciali. Oggi si lavora con referendum costituzionali, abolizioni di reato, riforme della Corte dei Conti e decreti sicurezza. Il paesaggio è diverso. Il metodo della demolizione è lo stesso. La direzione è la stessa.

Chi governa oggi sa benissimo cosa vuole. Sa che il premierato darà all’esecutivo il controllo del parlamento. Sa che la riforma della magistratura aprirà la strada al controllo del PM. Sa che l’abolizione dell’abuso d’ufficio e lo svuotamento della Corte dei Conti tolgono vigilanza sulla spesa pubblica. Sa che il decreto sicurezza alza il costo del dissenso. Sa che questa internazionale reazionaria di cui è parte sta smontando, pezzo per pezzo, le democrazie liberali in tutto l’Occidente. E sa di farlo nell’ombra del dibattito quotidiano, nella nebbia della confusione mediatica, nell’inerzia dell’opposizione che ancora non ha trovato la parola giusta.

Quella parola è: No. Un No che non è solo un voto sulla magistratura. È il rigetto di un progetto reazionario e autoritario che umilia la memoria di chi ha scritto la Costituzione, svende la sovranità italiana all’internazionale del potere senza controllo, e consegna alle generazioni future un’Italia meno libera, meno giusta, meno degna di se stessa.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere. Votare No è il minimo che la storia ci chiede.

L’inginocchiata italiana e il coraggio spagnolo

Mentre Madrid difende la sovranità e il diritto internazionale, Roma non viene nemmeno avvisata dell’attacco all’Iran. Il servilismo dell’Italia verso Washington raggiunge il suo punto più basso.

C’è un momento, nella storia di un paese, in cui la sua dignità viene misurata non dalle parole dei suoi governanti, ma dal peso del silenzio che li avvolge. Quel momento, per l’Italia, è arrivato il 28 febbraio 2026, all’alba, quando i missili americani e israeliani hanno cominciato a piovere su Teheran, su Isfahan, su Qom. Mentre una scuola femminile veniva rasa al suolo uccidendo quasi centosettanta bambine, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto era a Dubai con la famiglia, in vacanza, bloccato come un qualsiasi turista. Il vicepremier Matteo Salvini, a quell’ora, si complimentava su X con il cantante Ermal Meta per le sue doti linguistiche.

Giorgia Meloni — la stessa Meloni che aveva costruito la sua immagine internazionale sull’amicizia personale con Donald Trump, sul filo diretto con la Casa Bianca, sulla presunta centralità dell’Italia nelle grandi partite geopolitiche — non è stata avvisata. Non prima, non durante i preparativi. Solo a cose fatte, ad attacco già iniziato. Come ha dovuto ammettere lo stesso Tajani: il ministro degli Esteri israeliano Saar lo ha chiamato “quando l’attacco era già iniziato”. Come ha confermato Crosetto: gli americani hanno avvisato “quando hanno avvisato gli altri, ad attacco in corso”.

Ecco, dunque, il valore reale dell’amicizia con Trump. Ecco il dividendo della genuflessione.

La lezione di Madrid

Mentre Roma taceva — o balbettava giustificazioni — dall’altra parte della penisola iberica Pedro Sánchez parlava con la chiarezza di chi sa dove stare. Il premier spagnolo ha rifiutato l’uso delle basi militari congiunte di Morón e Rota, in Andalusia, per l’offensiva contro l’Iran. Lo ha fatto richiamando un principio elementare: quelle basi esistono in base a un accordo bilaterale preciso, e quell’accordo non prevede il loro utilizzo al di fuori del quadro delle Nazioni Unite.

Non si trattava di ingenuità o di debolezza. Era, al contrario, l’esercizio pieno della sovranità nazionale. “La Spagna è un paese sovrano che prende autonomamente le proprie decisioni in politica estera”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Albares. E Sánchez ha aggiunto, con una lucidità che imbarazza per contrasto la pochezza del dibattito italiano: “Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità: è così che iniziano i disastri dell’umanità”.

È una posizione che non ha nulla di astrattamente pacifista. Sánchez ha condannato il regime degli Ayatollah — che “reprime e uccide i propri cittadini, in particolare le donne” — ma ha tenuto ferma la distinzione fondamentale tra il giudizio morale su un regime e la legittimità di un’azione militare condotta al di fuori del diritto internazionale. L’Iran, per quanto tirannico e teocratico, rimane uno stato sovrano. Nessuna potenza, nemmeno la più forte del mondo, può violare questa sovranità a proprio arbitrio senza sanzione delle Nazioni Unite.

Ancora più importante: l’attacco di Usa e Israele è avvenuto mentre era in corso una mediazione concreta. La sera del 27 febbraio, l’Oman aveva annunciato che l’Iran aveva accettato di smantellare le proprie riserve di uranio arricchito. Un accordo era a portata di mano. Poche ore dopo, i missili erano già in volo.

La zona grigia dell’Italia

Il governo Meloni ha scelto la sua posizione con una cura quasi chirurgica nell’evitare qualunque posizione netta. Nessuna condanna dell’attacco. Nessuna richiesta di cessate il fuoco immediato. Nessuna solidarietà alla Spagna, bersaglio delle minacce economiche di Trump. Dal Palazzo Chigi è arrivata la solita formula anestetizzata: preoccupazione per la “stabilità regionale”, invito a “evitare l’escalation”, dichiarazione che da basi italiane non sono partiti aerei americani per attacchi — come se questo bastasse a lavare la coscienza.

Ma la realtà parla da sola. Le basi di Sigonella e del sistema MUOS di Niscemi sono state intensamente utilizzate per monitoraggio e intelligence prima e durante l’attacco. Il drone Global Hawk è decollato da Sigonella più volte nelle ore precedenti all’offensiva. Le infrastrutture militari americane sul territorio italiano — circa 12.000 soldati statunitensi presenti nel paese — hanno svolto un ruolo attivo nel sostenere l’operazione. “Le basi militari italiane gli Usa le hanno già”, ha ammesso lo stesso Crosetto. E allora la distinzione tra “supporto difensivo” e “partecipazione offensiva” diventa una finzione semantica.

Mentre Meloni non interveniva, la segretaria del PD Elly Schlein chiamava Sánchez per esprimere solidarietà. Il M5S e AVS chiedevano al governo di fare altrettanto. La risposta del centrodestra al potere: silenzio, o peggio, imbarazzanti giustificazioni per il mancato preavviso. Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha persino osservato che “bastava osservare i movimenti della flotta Usa” per capire che l’attacco era imminente. Come se la subalternità fosse da giustificare con l’autosufficienza informativa.

La strada verso il baratro

C’è qualcosa di strutturalmente pericoloso nel comportamento degli Stati Uniti di Trump. Non è soltanto l’aggressività diplomatica — le minacce commerciali alla Spagna, gli insulti agli alleati “terribili”, i ricatti tarifari. È la logica profonda di un’amministrazione che ha deciso di smantellare il sistema multilaterale costruito dopo la Seconda guerra mondiale e di sostituirlo con la legge del più forte.

Sánchez ha evocato l’Iraq con una precisione dolorosa: ventitré anni fa, un’altra amministrazione americana trascinò l’Europa in una guerra presentata come necessaria, liberatrice, chirurgica. Il risultato fu la destabilizzazione dell’intera regione, un’ondata di terrorismo jihadista, milioni di morti, una crisi migratoria senza precedenti. Oggi si ripete lo stesso copione, con attori parzialmente diversi e con l’aggravante di una potenza nucleare — l’Iran — coinvolta direttamente.

La Rete Italiana Pace e Disarmo lo ha detto con parole inequivocabili: questo attacco “non aiuterà la società civile iraniana a liberarsi del regime teocratico ma darà nuove motivazioni a Teheran per accelerare il proprio riarmo e rafforzare la repressione interna”. La strage delle bambine nella scuola di Minab — quasi 170 vittime — non è un effetto collaterale: è il volto reale della guerra, comunque si chiami l’operazione che la produce.

E mentre lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita una quota significativa del commercio energetico mondiale — è paralizzato dalle petroliere ferme in attesa della fine delle ostilità, mentre i prezzi del petrolio e del gas salgono e l’incertezza economica si diffonde, l’Italia tace. Perché tacere, per Meloni, è più comodo che scegliere.

Quando l’obbedienza servile non è leadership

Pedro Sánchez ha lanciato un messaggio che va ben oltre la disputa sulle basi militari. Ha parlato all’Europa intera, e in particolare a quei leader — tra cui è lecito includere Meloni — che scambiano l’allineamento con Washington per politica estera: “Ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie nascano dalle rovine, ingenuo è pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership”.

Ha ragione. L’obbedienza servile non è leadership. È abdicazione. È la rinuncia a quella funzione di mediazione, di dialogo, di costruzione del diritto internazionale che l’Europa avrebbe potuto e dovuto esercitare. Invece, la gran parte dei governi europei ha scelto l’ambiguità, quando non la complicità. L’Italia, in questo, non fa eccezione: anzi, primeggia per la combinazione di subalternità politica e imbarazzante impreparazione operativa.

Mentre Macron e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimevano solidarietà a Sánchez, mentre la Francia dispiegava la portaerei De Gaulle nel Mediterraneo per operazioni esplicitamente difensive — non offensive — il governo italiano aspettava che qualcuno decidesse per lui. Aspettava le richieste formali degli americani, valutava, monitorava, dichiarava di non essere stato coinvolto. Una posizione che è, nei fatti, il contrario della sovranità.

Una scelta di civiltà

Di fronte a un’aggressione militare condotta al di fuori di qualsiasi mandato delle Nazioni Unite, su uno Stato sovrano — per quanto illiberale, per quanto tirannico — la risposta di un paese che si definisce democratico non può essere il silenzio complice. Né può essere la retorica del “dobbiamo aspettare che la situazione si chiarisca”.

La Spagna ha scelto. Ha scelto il diritto internazionale contro la forza bruta. Ha scelto la diplomazia contro la guerra preventiva. Ha scelto la propria sovranità contro le pressioni di un’amministrazione che usa le ritorsioni commerciali come strumento di ricatto tra alleati. E ha pagato un prezzo: le minacce di Trump, le critiche inopportune del cancelliere Merz, l’isolamento momentaneo.

Ma ha guadagnato qualcosa di più prezioso: la sua dignità. E, con essa, la solidarietà di Macron, di Costa, di tutti gli europei che sanno distinguere tra un alleato e un padrone.

L’Italia avrebbe potuto fare lo stesso. Aveva ogni strumento giuridico e politico per farlo. Il Parlamento, secondo la Costituzione, avrebbe dovuto essere informato e coinvolto in qualsiasi decisione sull’uso delle basi militari per azioni offensive. Invece, il governo ha preferito la zona grigia, il non detto, l’attesa delle richieste formali. Una postura che, nella migliore delle ipotesi, è ignavia. Nella peggiore, è complicità.

“Fermatevi prima che sia troppo tardi”, ha detto Sánchez rivolgendosi a Washington, Tel Aviv e Teheran. È una frase semplice, quasi elementare. Ma in questo momento, quella semplicità è rivoluzionaria. Perché i governanti che avrebbero il dovere di pronunciarla — e in primo luogo quelli italiani — scelgono invece di inginocchiarsi.

E la storia, quando arriverà il momento del giudizio, non dimenticherà chi ha scelto di tacere mentre il mondo bruciava.

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”