LA COSTITUZIONE TRADITA

Riforme che non riformano, poteri che non rappresentano

I. Una promessa scritta nel sangue, mai del tutto mantenuta

Prima di parlare di riforme costituzionali, bisognerebbe avere il coraggio di porsi una domanda scomoda, quasi ovvia nella sua semplicità, eppure sistematicamente elusa dal dibattito pubblico: questa Costituzione, nata dalla Resistenza, scritta da uomini e donne che avevano appena attraversato il fascismo e la guerra, è stata mai veramente applicata? Interamente, nella sua parte più impegnativa e visionaria?

La risposta — a guardare con onestà la storia repubblicana, senza le lenti distorcenti della retorica celebrativa che ogni anno si consuma il 25 aprile e il 2 giugno — è no. Non interamente. Non nei suoi articoli più esigenti, quelli che davano alla nostra Carta il suo carattere genuinamente rivoluzionario, quelli che avrebbero dovuto trasformare una società ancora segnata dalle disuguaglianze profonde del Novecento in qualcosa di radicalmente più giusto.

L’articolo 3, secondo comma, afferma che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Parole di una modernità straordinaria, che pochi sistemi costituzionali al mondo hanno saputo eguagliare. Ma chi ha mai rimosso quegli ostacoli? L’uguaglianza sostanziale — quella che non si limita a dichiarare i diritti sulla carta, ma che dovrebbe tradursi in parità reale di condizioni e opportunità — è rimasta per lo più una dichiarazione d’intenti, un orizzonte filosofico, un promemoria morale mai trasformato in politica concreta.

L’articolo 4 proclama il diritto al lavoro e obbliga la Repubblica a promuovere le condizioni che lo rendano effettivo. È bastata qualche decina d’anni per trasformare quello stesso lavoro in merce precaria, usa e getta, per smontare pezzo per pezzo le tutele conquistate con decenni di lotte, e per convincere intere generazioni che la flessibilità totale — il lavoro senza contratto, senza orario, senza futuro — fosse non solo inevitabile ma addirittura auspicabile, sinonimo di libertà piuttosto che di abbandono.

L’articolo 46 prevede il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende, in armonia con le esigenze della produzione. È una norma che, settantasette anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, non è mai stata attuata. Nessuna legge ordinaria l’ha mai tradotta in realtà. Nessun governo, di nessun colore, ha mai ritenuto necessario o opportuno dare concretezza a quella previsione. L’articolo 39, che avrebbe dovuto fondare il sistema sindacale su basi certe, democratiche, verificabili, è rimasto lettera morta. E il salario minimo legale, che la Costituzione implica chiaramente all’articolo 36 — «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» — è arrivato come proposta solo nelle ultime legislature, per essere bloccato proprio dal governo che oggi si fa paladino della revisione costituzionale.

La Costituzione, insomma, è stata rispettata quando conveniva. Le sue norme di garanzia — quelle che limitano l’arbitrio dei poteri forti, che proteggono la libertà individuale dagli abusi dello Stato — sono state onorate, sia pure con alterne vicende. Le sue norme di promozione sociale, quelle che avrebbero dovuto trasformare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, quelle che davano alla Repubblica un mandato attivo nella riduzione delle disuguaglianze, sono state quasi sempre disattese, accantonate, dimenticate. È come se avessimo edificato una casa meravigliosa, l’avessimo abitata occupando soltanto le stanze più comode — quelle delle libertà formali, dei diritti civili, delle garanzie processuali — e avessimo lasciato chiuse a chiave, per decenni, quelle che avrebbero potuto cambiarci davvero la vita: le stanze dei diritti sociali, della redistribuzione, della partecipazione democratica sostanziale.

E ora, dopo che quella casa non è mai stata abitata per intero, dopo che i suoi locali più preziosi sono rimasti inaccessibili, qualcuno vuole abbatterla. Non per costruirne una più grande, o più bella, o più giusta. Ma per rifarne la pianta, abbassare i soffitti, chiudere le finestre che danno sulla piazza.

II. JP Morgan lo disse senza pudore: le vostre costituzioni sono troppo umane

Non è un segreto. Non è una teoria del complotto, non è una suggestione da web, non è il prodotto di una mente cospirativa che unisce punti immaginari. È un documento. Un documento redatto da professionisti della finanza, pubblicato e diffuso, rimasto in circolazione per anni prima di scomparire quasi del tutto dal dibattito pubblico — non perché smentito, ma perché scomodo.

Il 28 maggio 2013, JP Morgan Chase — la potente banca d’affari statunitense che era già stata formalmente accusata dal governo federale americano di corresponsabilità nella crisi dei mutui subprime che aveva devastato l’economia globale dal 2008 — pubblicò un report di sedici pagine intitolato «L’aggiustamento dell’area euro: siamo a metà strada». Un documento tecnico, in apparenza. Un contributo all’analisi della crisi del debito sovrano europeo, con raccomandazioni per i governi. Se ne occuparono in pochi, e tra quelli che lo lessero, ancor meno segnalarono il passaggio più rivelatore.

Gli analisti della banca — tra cui David Mackie, Malcom Barr, Marco Protopapa, Alex White, Greg Fuzesi e Raphael Brun-Aguerre — scrivevano che i problemi dell’Europa meridionale non erano soltanto economici, ma anche e soprattutto politici. E li individuavano con una franchezza che, a rileggerla oggi, risulta quasi oscena nella sua spudoratezza:

«I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.»

Quali sarebbero, secondo JP Morgan, queste caratteristiche intollerabili, questi difetti strutturali da correggere con urgenza? La banca li elencava con metodica precisione: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, sistemi di consenso fondati sul clientelismo, e — si noti bene, con tutta la lucidità analitica che solo una vera potenza finanziaria sa produrre — «la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo».

Il diritto di protestare. Il fastidio dei banchieri di Manhattan era rivolto, tra le altre cose, al fatto che i cittadini europei potessero scendere in piazza, organizzarsi, fare sentire la propria voce quando i governi propongono misure che li danneggiano. Questo, per JP Morgan, era un’inefficienza strutturale da eliminare. Uno scarto di sistema da correggere. La soluzione implicita era lineare: riformare — o meglio, smantellare — le costituzioni nate dalla lotta antifascista, troppo sociali, troppo protettive dei lavoratori, troppo orientate verso i diritti delle persone, troppo lontane dalla logica del mercato e dell’efficienza finanziaria.

Il documento fece un certo scalpore quando fu reso noto, sollevando le reazioni di intellettuali e giuristi: il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky commentò che nel rapporto di JP Morgan «si è letto che la nostra è una Costituzione infida». Barbara Spinelli, dalle colonne di Repubblica, scrisse che la banca «sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti». L’ex giudice costituzionale Paolo Maddalena parlò di riforma «ispirata» da quel documento. Ma la notizia, come spesso accade con le scomodità strutturali, fu assorbita e dimenticata.

Vale invece la pena ricordarla oggi, e ricordarla bene, perché la mappa tracciata da Manhattan nel 2013 assomiglia in modo inquietante alle direzioni di marcia degli ultimi anni. Il pareggio di bilancio è già entrato in Costituzione nel 2012, con il consenso trasversale — quasi unanime — di quasi tutti i partiti, in un atto di silenzioso conformismo alle direttive europee e ai diktat della finanza internazionale. La precarizzazione del lavoro ha proseguito il suo corso inarrestabile, smontando progressivamente le tutele che avevano reso l’articolo 18 e lo Statuto dei lavoratori un modello nel mondo. E ora si discute di rafforzare ulteriormente l’esecutivo, indebolire i contrappesi istituzionali, ridurre gli spazi di autonomia della magistratura. La finestra si restringe. L’aria che entra dalla piazza diminuisce. I soffitti si abbassano.

III. Gli eredi della sconfitta: la rivalsa contro una Carta partigiana

C’è una dimensione di questa vicenda che il dibattito ordinario tende a rimuovere, perché è la più politicamente scottante, la meno comoda da affrontare nei salotti televisivi e nelle tribune parlamentari. Eppure è, forse, la chiave interpretativa più onesta per comprendere cosa stia accadendo davvero.

Il partito che guida questo governo — Fratelli d’Italia, erede dichiarato del Movimento Sociale Italiano, fondato nel 1946 da reduci del regime e della Repubblica Sociale, passato attraverso Alleanza Nazionale senza mai compiere la rottura radicale con la propria genealogia — non ha mai davvero fatto i conti con quella storia. Non nel modo in cui la Democrazia Cristiana tedesca si costruì su una distanza netta e irreversibile dal nazismo, non nel modo in cui altre forze europee hanno riscritto la propria identità su basi inequivocabilmente antifasciste. Le trasformazioni nominali ci sono state, i contenuti dei simboli sono stati sfumati, il linguaggio è cambiato. Ma la sostanza di quella continuità, rivendicata nei decenni con vari gradi di esplicitazione, non è mai stata davvero abbandonata.

La Costituzione del 1948 non fu soltanto un testo giuridico. Fu la sanzione solenne e pubblica della sconfitta di quel mondo: del fascismo, del regime, di chi aveva creduto che la concentrazione assoluta del potere in un solo uomo e in un solo partito fosse non solo possibile ma desiderabile. Fu scritta da chi il fascismo lo aveva combattuto nelle montagne e nelle città, da chi nei lager aveva perduto fratelli e compagni, da chi aveva scelto la clandestinità piuttosto che la complicità, da chi aveva rischiato la vita per un’idea di Italia radicalmente diversa. Ogni suo articolo porta il segno di quella scelta. La divisione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di manifestazione e di associazione, la tutela dei diritti sociali: tutto nasce dalla consapevolezza di chi aveva visto — non nei libri di storia, ma nella propria carne viva — dove portava la concentrazione del potere in mano a uno solo.

Chi non ha mai accettato quella sconfitta, chi l’ha vissuta come un’umiliazione storica da riscattare, ha oggi nelle mani gli strumenti per farlo. E lo fa con metodo, con pazienza, attraverso i meccanismi della democrazia stessa. Che è, in fondo, la più raffinata delle rivincite: usare le regole della casa che ti ha sconfitto per demolirla dall’interno, articolo per articolo, istituzione per istituzione, fino a che l’edificio ha ancora la stessa facciata ma ha cambiato struttura portante.

Non è populismo d’opposizione affermare questo. È analisi storica. E l’analisi storica impone di guardare in faccia la continuità tra ieri e oggi, tra il tentativo di svuotare la democrazia dall’interno e la lunga parabola di chi quella democrazia non ha mai considerato pienamente propria. Come ha scritto, con parole essenziali, uno dei commentatori che ha ispirato questo articolo: «La Costituzione è la vera nemica. È la loro vergognosa sconfitta.» Non è insulto. È analisi. E l’analisi merita di essere presa sul serio.

IV. Se la finestra sbatte, si ripara la finestra. Non si demolisce la casa

Lasciamo per un momento le grandi narrazioni storiche e politiche. Scendiamo su un piano più immediato, più concreto, più domestico. Un piano che chiunque — al di là delle simpatie politiche, al di là della formazione giuridica — può capire e valutare.

Immaginate di avere una casa. Una casa costruita bene, con materiali solidi, da artigiani capaci e motivati. Una casa che ha resistito settantasette anni di intemperie, che ha attraversato crisi economiche, governi instabili, tentativi di destabilizzazione. Una casa, certo, con le sue imperfezioni: qualche crepa nei muri, qualche infisso che cigola, qualche stanza che non è mai stata ultimata come si sarebbe dovuto. Ma una casa abitabile, sicura nelle sue fondamenta, riconoscibile nella sua struttura.

Ora immaginate che una finestra, esposta al vento, sbatta. Lasci entrare qualche soffio d’aria. Ogni tanto, quando il vento è forte, il rumore disturba. La soluzione logica, quella che qualunque persona di buon senso adotterebbe, è riparare la finestra: cambiare la guarnizione consumata, sistemare la chiusura, al limite sostituire il telaio. Non ci vuole un architetto di grido. Bastano un falegname esperto, del materiale adatto, un pomeriggio di lavoro.

Nessun ingegnere sano di mente propone, di fronte a uno spiffero, di abbattere l’intera struttura portante. Di rifare le fondamenta. Di ricostruire i muri. Di ridisegnare la pianta dell’edificio. Di trasformare una casa progettata per ospitare molte persone in modo equilibrato in qualcosa di completamente diverso, con stanze che servono a chi ha il potere e corridoi che confinano chi non ce l’ha.

Eppure è esattamente questo che si sta proponendo con l’attuale riforma della giustizia e della separazione delle carriere, con la progressiva concentrazione di poteri nell’esecutivo, con l’indebolimento dei contrappesi istituzionali che caratterizza questa stagione politica. Se c’è inefficienza nella magistratura — e ce n’è, come in ogni istituzione umana — si può intervenire con strumenti ordinari: sull’organizzazione degli uffici, sulla formazione dei magistrati, sui tempi dei processi, sui meccanismi disciplinari. Tutto questo è possibile, e sarebbe necessario, senza toccare la Costituzione. Senza stravolgere l’equilibrio tra i poteri che i Costituenti avevano costruito con precisione quasi ingegneristica, proprio perché avevano vissuto sulla propria pelle le conseguenze di quando quell’equilibrio era stato distrutto.

La Costituzione non ha il linguaggio tecnico e prescrittivo della legge ordinaria. Non è e non deve essere un manuale operativo dell’amministrazione quotidiana. È la cornice valoriale entro cui l’intero ordinamento si muove, lo strumento che definisce l’orizzonte, che stabilisce i confini invalicabili, che garantisce che nessun potere possa crescere abbastanza da inghiottire gli altri. Quando quella cornice viene modificata, non si cambia solo una norma. Si cambia la prospettiva con cui tutte le altre norme verranno scritte, interpretate, applicate.

Se dunque si insiste nel volere la riforma costituzionale invece di intervenire con leggi ordinarie sulle inefficienze concrete — che sono reali e non neghiamo — la domanda che ogni cittadino ha il diritto e il dovere di porsi è questa: a cosa serve davvero questa riforma? Non serve a riparare lo spiffero. Serve a ristrutturare la casa. A ridisegnare i rapporti di forza tra i poteri. A creare un esecutivo tanto più forte da poter prescindere dai controlli degli altri. A costruire una struttura in cui il governo comanda, i contrappesi arretrano, e i cittadini — che le costituzioni antifasciste avevano messo al centro come soggetti di diritto — tornano a essere oggetti di amministrazione.

V. La storia come specchio: quando il popolo non ne può più

La storia ha una memoria lunga che i potenti tendono a dimenticare, salvo poi trovarsi, prima o poi, a pagarne il conto in modi che nessuno aveva previsto e nessuno avrebbe scelto.

La Francia del 1789 era una società in cui un’aristocrazia di sangue godeva di privilegi assoluti: non pagava tasse, deteneva il potere nelle sue diverse forme, godeva di quasi totale impunità giuridica, e considerava il Terzo Stato — che era poi il popolo intero, dall’artigiano al piccolo borghese al contadino — come una fonte inesauribile di manodopera e di gettito fiscale, una risorsa da sfruttare senza limitazioni. Quella condizione era durata secoli. Si era riprodotta di generazione in generazione, sembrava immutabile come le leggi naturali. Poi, in pochi anni, quella struttura millenaria crollò, e crollò in un modo che i suoi beneficiari non avrebbero mai immaginato possibile. Non crollò pacificamente. Crollò nella violenza, perché la violenza con cui si risponde alla protesta dei disperati alimenta, con un meccanismo di specchi che la storia ha ripetuto più volte, la violenza con cui la protesta si trasforma in rivoluzione.

La Russia del 1917 esplose dopo decenni in cui le contraddizioni sociali di un impero immenso e arretrato erano state sistematicamente ignorate, in cui ogni tentativo di riforma moderata era stato soffocato, in cui l’autocrazia zarista aveva risposto all’inquietudine popolare con la repressione poliziesca, l’esilio in Siberia, il sangue domenicale del 1905. I riformatori che avrebbero potuto trovare una soluzione meno traumatica erano stati neutralizzati uno dopo l’altro. Il risultato fu una rivoluzione che nessuno, nemmeno i suoi protagonisti, riuscì davvero a controllare.

Non ci troviamo qui a celebrare acriticamente quegli eventi. Non li indichiamo come modelli da imitare. Li citiamo perché la storia, quando viene letta onestamente, è la migliore maestra di realismo politico che esista. E quello che queste grandi convulsioni ci insegnano è preciso e non ambiguo: i sistemi che scelgono la repressione invece della redistribuzione, che preferiscono annichilire il dissenso piuttosto che ascoltare i bisogni, che trattano i propri cittadini come mucche da mungere — estraendo ricchezza, comprimendo diritti, smontando garanzie — non durano. Non per fatalismo storico, non per leggi meccaniche della dialettica, ma perché la capacità umana di sopportare l’ingiustizia non è infinita. E quando raggiunge il suo limite, ciò che accade non è mai ordinato, non è mai controllato, non è mai quello che nessuno dei protagonisti aveva davvero desiderato.

La vecchia nobiltà pre-rivoluzionaria non pagava tasse: i suoi eredi contemporanei le ottimizzano attraverso giurisdizioni offshore, paradisi fiscali, strutture fiduciarie costruite da decine di avvocati e commercialisti. L’aristocrazia godeva di impunità giuridica: i suoi successori ottengono l’impunità attraverso prescrizioni studiate ad arte, difese d’ufficio finanziate con i proventi dell’evasione, leggi scritte su misura per proteggere il potere dall’azione della giustizia. Il popolo era considerato una fonte di manodopera e di gettito da sfruttare: e il lavoro precario, il salario insufficiente, il welfare smontato, i servizi pubblici impoveriti sono le forme contemporanee dello stesso sfruttamento.

Non è un auspicio di violenza, quello che la storia ci presenta. È esattamente il contrario: è l’argomento più potente a favore della ragionevolezza, del rispetto delle garanzie costituzionali, del dialogo democratico, della giustizia redistributiva. Le costituzioni antifasciste non sono un ostacolo alla buona governance. Sono la migliore assicurazione che un sistema politico abbia per non precipitare nel baratro che la storia, con dolorosa regolarità, presenta a chi le ignora.

VI. Difendere la Costituzione significa difendere il futuro

La Costituzione italiana non è perfetta. Nessuna costituzione umana lo è. Non è stata pienamente attuata — e questa è una critica che va rivolta a settantasette anni di classe dirigente, non all’istituzione che quella classe dirigente non ha saputo o voluto applicare. Ha difetti, lacune, norme che il tempo ha reso obsolete, meccanismi che richiedono aggiornamento. Nessuno lo nega. Nessuna difesa seria della Costituzione può essere difesa dell’immobilismo.

Ma la Costituzione è, nella sostanza dei suoi principi fondamentali, uno degli strumenti più avanzati che la civiltà politica moderna abbia saputo produrre: una Carta che mette al centro la persona e non il mercato, che bilancia i poteri invece di concentrarli, che riconosce i diritti sociali come ineludibili anziché come concessioni revocabili, che ha scelto — dopo la notte più buia del Novecento, dopo i lager e le fosse comuni e le deportazioni — di fondare la Repubblica sulla dignità del lavoro e sull’uguaglianza sostanziale tra i cittadini.

Riformarla è legittimo, quando necessario, quando condiviso, quando il cambiamento risponde a una reale esigenza dei cittadini e non a una necessità dei poteri forti. Ma spacciare per riforma quello che è in realtà uno smantellamento; presentare come modernizzazione quello che è un arretramento verso logiche predemocratiche; chiamare efficienza quella che è concentrazione del potere nelle mani di chi ha già tutto — questo è inganno. Un inganno che si serve del linguaggio della democrazia per svuotarla dall’interno, che usa le procedure costituzionali per minare i fondamenti costituzionali.

Ed è un inganno che, come ci insegna la storia che abbiamo rapidamente ripercorso, alla lunga non regge. Non perché esista una giustizia immanente che punisce i potenti, ma perché le strutture che si costruiscono sull’annullamento dei diritti altrui portano in sé il germe della propria crisi.

C’è ancora tempo per riparare la finestra invece di demolire la casa. C’è ancora tempo per attuare quella Costituzione che non abbiamo mai completamente vissuto, invece di riscrivere quella che abbiamo. C’è ancora tempo per ricordare che la Resistenza non fu un episodio folkloristico da celebrare con le bandiere, ma un progetto di società — scritto negli articoli di quella Carta — che attende ancora di essere compiuto.

Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere. Non è una minaccia. È la lezione che i nostri nonni ci hanno lasciato scritta, articolo per articolo, in quella Carta che qualcuno vorrebbe riscrivere. La nostra risposta è semplice: quella casa la abitiamo, la difendiamo, e prima di tutto la finiamo di costruire.

FONTI E RIFERIMENTI
[1] Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Artt. 1, 3, 4, 36, 39, 40, 46. Testo integrale disponibile su: http://www.senato.it e http://www.normattiva.it
[2] JP Morgan Chase — David Mackie et al., “Euro area adjustment: about halfway there”, 28 maggio 2013. Report interno diffuso pubblicamente. Citato e analizzato da: Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2013; Wall Street Italia; Il Manifesto; Il Sole 24 Ore.
[3] Barbara Spinelli, “La banca ordina, i governi eseguono”, La Repubblica, 2013. Commento al report JP Morgan sulle costituzioni antifasciste europee.
[4] Gustavo Zagrebelsky, intervista sulla riforma costituzionale e il report JP Morgan. Citato in: La Città Futura, “Questa è davvero la riforma di JP Morgan”, novembre 2016.
[5] Paolo Maddalena, ex giudice della Corte Costituzionale, dichiarazioni sulla riforma Renzi-Boschi e le pressioni della finanza internazionale. Citato in vari organi di stampa, 2016.
[6] Costantino Mortati, “Istituzioni di diritto pubblico”, CEDAM, Padova. Sul significato del lavoro come valore fondante nella Costituzione italiana.
[7] Movimento Sociale Italiano — storia, fondazione (1946) e continuità politica fino ad Alleanza Nazionale e Fratelli d’Italia. Fonti storiche: Giorgio Galli, “Il bipartitismo imperfetto”, Il Mulino; Piero Ignazi, “Il polo escluso”, Il Mulino, 1989.
[8] Sulla Rivoluzione francese del 1789 e le sue cause strutturali: Albert Soboul, “La rivoluzione francese”, Editori Riuniti; Alexis de Tocqueville, “L’Antico Regime e la Rivoluzione”, Einaudi.
[9] Sulla Rivoluzione russa del 1917 e le sue premesse: Orlando Figes, “La tragedia di un popolo”, Mondadori; Sheila Fitzpatrick, “La Rivoluzione Russa”, Einaudi.
[10] Sull’indebolimento progressivo delle tutele del lavoro in Italia: Federico Martelloni, “Lavoro e Costituzione”, Etica ed Economia, 2023. Disponibile su: eticaeconomia.it
[11] Sul pareggio di bilancio in Costituzione (art. 81 Cost., riforma 2012): legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1. Per la critica: Associazione per la Sinistra Costituzionale; Paolo Maddalena, “Il territorio bene comune degli italiani”, Donzelli, 2014.
[12] Sull’inattuazione dell’art. 46 Cost. (partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese): Umberto Romagnoli, “Diritto sindacale e democrazia industriale”, Il Mulino. Anche: Menabò di Etica ed Economia, contributi vari.

Il Prezzo della Pace: L’Italia al Board of Trump e la Questione Palestinese Irrisolta

1. Un palcoscenico costruito sulle macerie

Quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha comunicato al Parlamento la decisione dell’Italia di partecipare, in veste di osservatore, alla prima riunione del Board of Peace presieduto da Donald Trump, il mondo fuori dalle aule di Montecitorio continuava a contare morti. Oltre 72.000 palestinesi uccisi dall’ottobre 2023, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza – dati validati dall’ONU, dall’OMS e dai servizi di intelligence statunitensi. Il Lancet, nella sua stima piu’ prudente, parla di almeno 186.000 decessi attribuibili al conflitto se si includono le morti indirette per mancanza di cure, malnutrizione, infezioni. L’aspettativa di vita nella Striscia e’ crollata di quasi 35 anni in un solo anno di guerra. Questi non sono numeri: sono generazioni cancellate.

E’ su questo sfondo che si e’ consumato il dibattito parlamentare italiano. E la distanza tra la realta’ che quei numeri descrivono e il linguaggio diplomatico con cui la si maneggia e’, di per se’, una forma di disonesta’ politica.

2. Che cos’e’ davvero il Board of Peace

Prima di giudicare la scelta italiana, occorre capire con esattezza cosa sia questa istituzione. Il Board of Peace e’ stato proposto da Trump nel settembre 2025 e formalmente costituito a Davos il 22 gennaio 2026, a margine del World Economic Forum, quando 23 capi di Stato ne hanno firmato la carta costitutiva. La Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nel novembre 2025, lo ha citato come organismo capace di supportare gli sforzi di ricostruzione a Gaza. Ma il testo della sua carta statutaria – circolato tra i Paesi invitati e analizzato da diverse testate internazionali – non menziona Gaza in alcun punto: descrive invece un’organizzazione internazionale che promuove stabilita’, governance affidabile e pace duratura nelle aree afflitte o minacciate da conflitti. Un mandato universale, senza confini geografici ne’ temporali.

Trump ne e’ presidente a vita, con poteri esclusivi di invito, nomina e revoca dei membri. Non esiste un meccanismo elettorale ne’ di supervisione esterna. L’ammissione permanente richiede un contributo di un miliardo di dollari – una soglia che The Guardian ha definito un pay-to-play club. L’International Crisis Group ha sottolineato come il Board aspiri a esercitare un controllo sulla gestione globale dei conflitti che va ben oltre quanto la Risoluzione ONU aveva previsto, mentre un senior fellow dell’European Council on Foreign Relations ha definito l’organismo un progetto top-down per affermare il controllo di Trump sugli affari globali.

I Paesi che ne fanno parte descrivono una geografia politica eloquente: Ungheria, Argentina, Bielorussia di Lukashenko, Azerbaigian, Indonesia, Marocco, UAE, Bahrain. E Israele, ufficialmente aderito il 12 febbraio 2026, nonostante la sua leadership sia oggetto di procedimenti penali davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Paesi come Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Grecia, Slovenia e Ucraina hanno invece declinato l’invito.

3. La difesa di Tajani: tra retorica e realpolitik

Tajani ha articolato la posizione italiana su tre assi. Il primo e’ geopolitico: l’assenza dell’Italia sarebbe contraria all’articolo 11 della Costituzione che sancisce il ripudio della guerra. Il secondo e’ strategico: il piano Trump sarebbe l’unica alternativa credibile per stabilizzare la Striscia. Il terzo e’ implicito ma potente: non possiamo perderci la ricostruzione, disse il giorno precedente, con una franchezza che vale piu’ di qualunque retorica successiva.

Sul piano costituzionale, l’argomentazione e’ debole fino al paradosso. L’articolo 11 impegna l’Italia a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo – cioe’ alla pace nel rispetto delle sovranita’. Aderire a un organismo che, secondo i critici piu’ autorevoli, mira a svuotare il sistema ONU della sua funzione regolatrice, non e’ promuovere il multilateralismo: e’ eluderlo. Francia e Germania non si sono assentate per disinteresse verso la pace palestinese; si sono assentate perche’ hanno valutato che questo organismo ponga seri interrogativi sui principi e la struttura delle Nazioni Unite, come ha dichiarato Parigi.

Sul piano strategico, affermare che il piano Trump sia l’unica alternativa praticabile e’ una tautologia costruita ad arte: lo diventa nel momento in cui i Paesi piu’ influenti smettono di proporne altri o di sostenere percorsi alternativi. Il rischio, concreto, e’ che l’Italia abbia scelto di essere seduta a un tavolo di cui non conosce ancora il vero menu, scambiando la presenza per influenza.

4. La questione palestinese: cio’ che non viene detto

Nel discorso di Tajani c’e’ un’assenza che parla piu’ forte di qualunque affermazione. Il ministro ha citato correttamente la necessita’ di riformare l’Autorita’ Nazionale Palestinese e ha condannato le aggressioni dei coloni in Cisgiordania. Ma non ha pronunciato il nome di Benjamin Netanyahu, attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanita’. Lo stesso Netanyahu che siede, attraverso Israele, nel Board che l’Italia ha deciso di frequentare.

La questione palestinese non inizia il 7 ottobre 2023, ne’ tantomeno nel 1948. Le sue radici affondano nella seconda meta’ dell’Ottocento, quando il movimento sionista – teorizzato da Theodor Herzl nel suo Der Judenstaat del 1896 e organizzato politicamente a partire dal Primo Congresso Sionista di Basilea del 1897 – avvio’ un progetto di colonizzazione della Palestina allora ottomana, territorio gia’ abitato da una popolazione araba radicata da secoli. Quella terra non era vuota: era abitata. Il mito del popolo senza terra per una terra senza popolo fu una costruzione ideologica funzionale alla giustificazione di uno spostamento demografico programmato, come documentato ampiamente dagli stessi storici israeliani – i cosiddetti nuovi storici come Ilan Pappe’, Benny Morris e Avi Shlaim – che a partire dagli anni Ottanta hanno decostruito la narrativa ufficiale con l’ausilio degli archivi di Stato israeliani.

Fu su questa traiettoria che si consumo’, nel 1948, la Nakba – la Catastrofe: la cacciata forzata di circa 750.000 palestinesi dalle loro terre durante la fondazione dello Stato di Israele, con la distruzione di oltre 400 villaggi e la trasformazione di un intero popolo in rifugiati permanenti. Come documenta in dettaglio il volume Palestina, terra vita e dignita’ – la cui pubblicazione e’ attesa a breve – quella non fu una conseguenza imprevista della guerra: fu, in larga misura, il risultato di una strategia deliberata, il Piano Dalet, attuato dalle forze paramilitari sioniste prima ancora della proclamazione dello Stato.

Da allora, la storia palestinese e’ una storia di occupazione militare, di insediamenti illegali che divorano la Cisgiordania anno dopo anno, di assedi, demolizioni di abitazioni, checkpoint, detenzioni amministrative senza processo. Un sistema che Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito, nei loro rapporti piu’ recenti, con una parola precisa: apartheid. Una commissione speciale dell’ONU, nel rapporto A/79/363 del settembre 2024, ha concluso che le pratiche di guerra israeliane a Gaza presentano elementi caratteristici del genocidio.

Ignorare tutto questo – come fa il dibattito parlamentare italiano quando si limita a discutere di Board e ricostruzione – significa affrontare il sintomo senza voler vedere la malattia. La soluzione a due Stati evocata da Tajani come orizzonte condiviso non puo’ essere raggiunta se nel frattempo Israele continua a costruire insediamenti in Cisgiordania, se l’annessione formale di quest’ultima viene discussa apertamente nelle stanze del governo Netanyahu, se Gaza viene trasformata in un campo profughi a cielo aperto su cui si progettano, per bocca di Jared Kushner a Davos, grattacieli e data center su principi di libero mercato. Quella non e’ pace: e’ la sostituzione di un popolo con un modello di sviluppo.

5. Il costo dell’allineamento e la perdita dell’identita’

L’Italia ha una tradizione diplomatica che le ha consentito, in passato, di essere interlocutore credibile in aree di crisi. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Ha sostenuto l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, anche quando altri la abbandonavano. Ha avuto una voce autonoma nel Mediterraneo. Quella credibilita’ non e’ un ornamento: e’ uno strumento politico che va preservato con scelte coerenti.

Aderire – sia pure come osservatore – a un organismo che la Francia ha rifiutato, che la Germania ha declinato, che la Norvegia ha respinto, significa scegliere un’appartenenza politica ben precisa. Significa allinearsi a una visione del mondo in cui il diritto internazionale e’ negoziabile, in cui le istituzioni multilaterali si svuotano quando non producono i risultati desiderati, in cui la pace e’ un progetto commerciale prima di essere un diritto umano.

Tajani ha detto di non voler scodinzolare. Ma scodinzolare non richiede entusiasmo: a volte basta la presenza silenziosa accanto a chi detta le regole.

6. Conclusione: la pace non si compra a Davos

Gaza non e’ un problema di marketing istituzionale. E’ una questione di diritto, di giustizia e di memoria storica. Oltre 72.000 morti certificati – e forse il triplo se si contano le vittime indirette – non possono essere la premessa di un progetto immobiliare. Un cessate il fuoco che lascia ancora 590 morti palestinesi dall’ottobre 2025, con Israele che continua a colpire nelle cosiddette zone cuscinetto, non e’ pace: e’ una pausa armata.

L’Italia avrebbe potuto usare la propria voce – quella voce che Tajani rivendica con orgoglio – per condizionare la propria partecipazione al riconoscimento pieno dello Stato di Palestina, all’interruzione degli insediamenti in Cisgiordania, alla comparsa di Netanyahu davanti alla Corte Penale Internazionale. Avrebbe potuto fare della propria adesione un atto politico alto, anziche’ una scelta di convenienza travestita da necessita’ costituzionale.

Non lo ha fatto. E questo, piu’ di qualunque intervento parlamentare, e’ il dato politico da cui non si puo’ prescindere.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.

L’emergenza invisibile: il silenzio della politica di fronte a mille morti sul lavoro

Mentre il governo mobilita l’apparato repressivo per gli scontri di Torino e Meloni difende Pucci a Sanremo, 1.093 lavoratori morti e 600.000 infortuni nel 2025 passano sotto silenzio. Un’analisi delle priorità distorte della destra italiana.

La tempistica è stata perfetta, quasi cinica nella sua sincronia. Mentre l’Italia si divideva sugli scontri del corteo di Torino del 31 gennaio — con i titoli dei giornali che gridavano all’emergenza sicurezza e i partiti di governo che annunciavano nuove strette repressive — l’INAIL pubblicava i dati relativi alle denunce di infortuni e malattie professionali del 2025. Numeri che certificano l’ennesima strage di lavoratrici e lavoratori che si consuma quotidianamente nel nostro Paese. Ma questi numeri non hanno meritato nessun decreto d’urgenza, nessuna conferenza stampa indignata, nessuna mobilitazione politica.

Il contrasto è stridente. Un poliziotto ferito — certamente un fatto grave — è bastato a scatenare l’intero apparato repressivo dello Stato, con tanto di decreto sicurezza approvato in pochi giorni. Mille e novantatré morti sul lavoro, seicento mila infortuni, centomila malattie professionali non hanno suscitato nemmeno un commento di sdegno dalla maggioranza.

E mentre il Paese affrontava queste emergenze reali, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni trovava il tempo di intervenire pubblicamente sulla rinuncia del comico Andrea Pucci alla co-conduzione di una serata del Festival di Sanremo. Post sui social, accuse alla “deriva illiberale della sinistra”, solidarietà all’artista. Un caso che ha mobilitato premier, vicepremier e ministri in una gara di dichiarazioni. Mentre sui morti del lavoro: silenzio.

Quando un comico vale più di mille morti: il caso Pucci

L’8 febbraio 2026, Andrea Pucci ha annunciato la rinuncia alla co-conduzione della terza serata di Sanremo, dopo giorni di polemiche. Deputati del PD avevano chiesto spiegazioni sulla sua scelta, citando episodi passati di battute considerate offensive. Pucci ha parlato di “insulti, minacce, onda mediatica negativa” ricevuti da lui e dalla sua famiglia.

La reazione del governo è stata rapidissima. Meloni sui social: “È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco. Questo racconta il doppiopesismo della sinistra. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa”. Salvini, Tajani, il presidente del Senato La Russa: tutti mobilitati. La RAI ha emesso un comunicato parlando di “clima d’intolleranza” e “forma di censura”.

Le opposizioni hanno immediatamente colto la contraddizione. Giuseppe Conte: “Avevo chiesto a Meloni di dirci cosa vuole fare contro il boom di cassa integrazione ma nulla. Ora deve parlare del comico Pucci. Cari italiani, dei vostri problemi con la sanità, le bollette, i bassi salari a questo governo interessa poco o nulla”. Renzi con ironia: “Fa ridere un governo in cui premier e vicepremier danno solidarietà a un comico e non parlano di tasse e sicurezza”.

Un comico che rinuncia a un festival merita l’intervento della presidente del Consiglio, del presidente del Senato, dei vicepremier, dei ministri. Oltre mille morti sul lavoro in un anno no. Questa è la fotografia dell’Italia di Meloni.

Decreto lampo per Torino, nulla per i morti sul lavoro

L’altra emergenza che ha mobilitato il governo: gli scontri di Torino del 31 gennaio. Circa 50.000 persone in piazza contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Scontri violenti con oltre cento agenti feriti, tra cui Alessandro Calista, aggredito con un martello. Una camionetta incendiata, ore di guerriglia urbana.

La reazione: Meloni ha parlato di “tentato omicidio”, visitando i feriti. Il ministro Piantedosi di “matrice eversiva e potenzialmente terroristica”. Nel giro di pochi giorni, il 5 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza: fermo preventivo fino a 12-24 ore per i manifestanti sospetti, scudo penale per gli agenti, sanzioni più pesanti per i cortei non autorizzati, divieto di porto di coltelli oltre i 5 centimetri.

Ricapitoliamo: per gli scontri di Torino, decreto d’urgenza in cinque giorni. Per la rinuncia di Pucci a Sanremo, intervento pubblico della premier e di tutto il governo. Per 1.093 morti sul lavoro: nulla.

I numeri della strage quotidiana

Mentre accadeva tutto questo, i dati INAIL raccontavano un’altra Italia. Nel 2025, 1.093 persone hanno perso la vita mentre lavoravano: 798 in occasione di lavoro e 295 in itinere. Tre morti al giorno, tutti i giorni, per tutto l’anno. Le denunce di infortunio totali sono state circa 600.000. Le malattie professionali denunciate hanno raggiunto le 100.000 unità, con un aumento del 10,2% rispetto al 2024.

Eppure, nessun decreto d’urgenza. Nessuna conferenza stampa. Nessuna visita ai familiari delle vittime. Nessun post sui social della premier. Solo la solita “retorica dell’incidente”: fatalità, tragico evento, inspiegabile disattenzione. Un linguaggio studiato per normalizzare l’orrore.

Chi muore: donne, anziani e stranieri

L’analisi dei dati INAIL rivela tre elementi fondamentali. Il primo riguarda le lavoratrici: 98 donne morte, di cui 52 — più della metà — in itinere, nel tragitto casa-lavoro. Un dato che non può essere separato dall’organizzazione sociale patriarcale, dove il lavoro di cura ricade quasi interamente sulle donne. Il doppio o triplo lavoro si traduce in fatica, stress, fretta: fattori che uccidono sulla strada.

Il secondo elemento: l’età. L’incidenza più elevata si registra tra gli ultrasessantacinquenni: 108,7 decessi ogni milione di occupati, quasi quattro volte la media nazionale. La fascia più colpita numericamente è 55-64 anni, con 300 vittime. Sono le conseguenze della legge Fornero: persone con corpi consumati, riflessi rallentati, costrette a lavorare nei settori più pericolosi ben oltre i limiti fisici ragionevoli. L’innalzamento dell’età pensionabile è una condanna a morte.

Il terzo elemento è il più inquietante: i lavoratori stranieri. Su 1.093 morti, 251 erano migranti — circa un quarto del totale. Il rischio di morte per un lavoratore straniero è più che doppio: 72,4 contro 28,8 ogni milione di occupati. La spiegazione va cercata nella legge Bossi-Fini del 2002, che lega permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Questo meccanismo fornisce un’arma micidiale: il ricatto della clandestinità. Chi protesta per le condizioni di sicurezza rischia di perdere non solo il lavoro ma anche il diritto a rimanere in Italia. Nel lavoro nero, negli appalti infiniti, nelle cooperative fittizie, i lavoratori stranieri diventano carne da macello.

Le malattie che il sistema nasconde e le stragi dimenticate

Oltre agli infortuni, l’INAIL registra le malattie professionali: patologie che si sviluppano negli anni per esposizione a rischi lavorativi. Nel 2025 le denunce hanno raggiunto quota 100.000, con un aumento dell’80% rispetto al 2021. Tra queste, oltre 2.000 sono patologie tumorali. Il “miracolo italiano” si è sviluppato avvelenando territori e vite. Il caso Miteni di Trissino, dove per decenni si sono prodotte sostanze che hanno contaminato le falde acquifere di un’area vastissima. Ancora oggi muoiono di mesotelioma lavoratori esposti all’amianto decenni fa. L’Italia lo ha vietato solo nel 1992, con decenni di ritardo.

Il 2024 è stato costellato di stragi sul lavoro che hanno brevemente attirato l’attenzione dei media: 16 febbraio, 5 operai morti nel cantiere Esselunga a Firenze; 9 aprile, 7 lavoratori nell’esplosione della centrale Enel di Suviana; 6 maggio, 5 operai asfissiati in una fognatura a Casteldaccia; 9 dicembre, 5 lavoratori nell’esplosione del deposito Eni di Calenzano. In ognuno di questi casi, cordoglio istituzionale, promesse di controlli. Poi il silenzio. Le famiglie restano sole, il sistema riprende a girare esattamente come prima.

Perché nessuno reagisce: il sistema che non vuole vedere

I numeri restano così alti perché il sistema dei controlli è largamente inadeguato. L’ISTAT certifica che nei cantieri edili il livello di irregolarità supera il 75%. Tre cantieri su quattro violano le norme di sicurezza. Gli ispettori sono troppo pochi. Le sanzioni, quando ci sono, sono irrisorie rispetto ai profitti realizzati risparmiando sulla sicurezza. I processi si trascinano per anni e spesso finiscono in prescrizione. Il messaggio è chiaro: violare le norme conviene.

Vale la pena un confronto. L’ISTAT aveva certificato circa 150 femminicidi all’anno tra il 2012 e il 2016. Ci sono volute le mobilitazioni femministe, la voce del padre di Giulia Cecchettin, per alzare finalmente l’attenzione sociale e politica. Oggi si parla di femminicidio, ci sono fondi (insufficienti) per i centri antiviolenza, si discute di educazione. La seconda guerra di mafia ha provocato tra 400 e 1.000 morti: lo Stato ha reagito con il pool antimafia, il 416-bis, le leggi sulla confisca.

Di fronte a oltre mille morti sul lavoro all’anno, invece, nessuna reazione paragonabile. Non c’è una “Direzione Nazionale Anti-Strage”, non ci sono leggi speciali, non ci sono mobilitazioni di massa. Perché? Perché le morti sul lavoro sono il prodotto diretto del normale funzionamento del capitalismo, del suo bisogno di comprimere i costi e massimizzare i profitti. Sono, usando un termine marxiano, “omicidi necessari” alla riproduzione del sistema. Combatterli davvero significherebbe mettere in discussione i meccanismi fondamentali dell’organizzazione produttiva.

I sindacati confederali sono oggi deboli, divisi, a volte silenziosi. Quando parlano di sicurezza, evocano la necessità di aumentare la “cultura della sicurezza”: una locuzione generica che rimuove l’analisi sistemica e le responsabilità concrete. Come se il problema fosse una mancanza di consapevolezza individuale e non invece un sistema che strutturalmente sacrifica la vita al profitto. La classe lavoratrice è atomizzata, frammentata dal precariato, dal subappalto, dalle false partite IVA. Il ricatto è sempre lo stesso: o accetti queste condizioni, o qualcun altro lo farà al posto tuo.

Un’altra economia è possibile: la lezione della GKN

Eppure emergono segnali di resistenza. La vicenda dei lavoratori dell’ex GKN di Campi Bisenzio rappresenta un esempio di come sia possibile immaginare forme diverse di organizzazione del lavoro. Quando nel luglio 2021 la multinazionale ha chiuso lo stabilimento con un licenziamento collettivo via email, i 422 lavoratori hanno occupato la fabbrica e costruito un’alternativa produttiva basata sull’autogestione e sulla conversione ecologica. Il progetto “Insorgiamo” propone di riconvertire lo stabilimento per produrre pannelli solari e cargo-bike, senza padroni, in forme di proprietà collettiva.

L’esperienza dimostra che è possibile pensare a un lavoro dignitoso e sicuro, che consenta di autogestire la propria vita. Quando sono i lavoratori stessi a decidere come, cosa e per chi produrre, la sicurezza diventa una priorità intrinseca e non un costo da minimizzare. Nessun lavoratore sceglierebbe liberamente di mettere a rischio la propria vita o quella dei colleghi per aumentare i profitti di un azionista lontano. L’autogestione è anche una garanzia di sicurezza, perché elimina alla radice il conflitto di interessi tra chi lucra sul lavoro altrui e chi quel lavoro lo svolve con il proprio corpo.

Quale emergenza? La gerarchia delle priorità della destra

Torniamo al punto di partenza: la coincidenza tra scontri di Torino, caso Pucci-Sanremo e pubblicazione dei dati INAIL. Questa coincidenza illumina perfettamente le priorità del governo Meloni. Da un lato, mobilitazione massiccia per alcuni danneggiamenti e il ferimento di agenti: decreti d’urgenza, nuove norme liberticide. Dall’altro, tutta la compagine governativa mobilitata per difendere un comico che rinuncia a Sanremo: post della premier, dichiarazioni dei vicepremier, telefonate del presidente del Senato.

E dall’altra parte? Silenzio su 1.093 morti, 600.000 infortuni, 100.000 malattie professionali. Nessun decreto d’urgenza per la sicurezza sul lavoro. Nessun post di Meloni sui tre lavoratori che muoiono ogni giorno. Nessuna telefonata alle famiglie delle vittime.

Questa asimmetria non è casuale. Rivela la natura di classe di questo governo. Le manifestazioni di piazza rappresentano una minaccia all’ordine costituito: vanno represse. Un comico “di destra” che rinuncia a Sanremo diventa l’occasione per denunciare la “deriva illiberale della sinistra”, per costruire una narrazione di vittimismo. Le morti sul lavoro, invece, sono funzionali al sistema. Sono il prezzo che il capitalismo esige per continuare a funzionare. Per questo non c’è decreto che tenga. Per questo non c’è post sui social. Per questo il governo può guardare altrove mentre ogni giorno tre lavoratori muoiono.

In estrema sintesi: cos’è il capitalismo se non lo sfruttamento della maggioranza di esseri umani, costretti a vendere la propria forza lavoro per vivere, da parte di pochi detentori dei mezzi di produzione, in nome di un profitto che non guarda in faccia niente e nessuno? Le mille morti sul lavoro dell’Italia del 2025 non sono un’anomalia. Sono la manifestazione più brutale di questo meccanismo.

Constatata l’incompatibilità del capitalismo con la vita e la dignità umana, ciò che appare sempre più necessario è un’azione collettiva che dimostri, come testimonia la vicenda della GKN, che è possibile una lotta per un lavoro dignitoso e sicuro. Che si può immaginare una via d’uscita alla crisi in nome della giustizia sociale e climatica. Che i morti sul lavoro non sono una fatalità inevitabile, ma il prodotto di scelte precise che possono e devono essere cambiate.

Fino ad allora, continueremo a contare i morti. Tre al giorno. Mille all’anno. Mentre il governo si occupa di Sanremo e di chi può salire sul palco dell’Ariston. In un silenzio assordante che è la vera emergenza di questo Paese.

La cura non è volontariato: riconoscere i caregiver familiari come lavoratori è un diritto

C’è un lavoro che regge in silenzio l’Italia, eppure resta fuori dai contratti, fuori dalle buste paga, spesso perfino fuori dallo sguardo pubblico. È il lavoro di chi assiste un familiare non autosufficiente in casa, ogni giorno, senza turni, senza ferie, senza “fine giornata”. Un lavoro che non somiglia a un gesto occasionale di generosità: è una funzione sociale essenziale. E proprio per questo non può essere trattato come un privilegio da concedere, ma come un diritto da riconoscere.

In queste ore una petizione online ha superato le 8.000 firme chiedendo una cosa semplice e insieme rivoluzionaria: chi presta assistenza familiare h24, in convivenza, va riconosciuto come lavoratore. Non come “angelo”, non come “eroe”, non come figura romantica da celebrare e poi abbandonare. Come lavoratore, con tutele, contributi previdenziali, sostegni concreti e servizi che impediscano la caduta libera nella povertà e nell’isolamento. 

I) Il paradosso italiano: cura totale, diritti minimi
Il paradosso è crudele: più la cura è totale, più diventa invisibile. Quando l’assistenza è davvero h24, la persona che si prende cura spesso non può mantenere un impiego stabile. E quando il lavoro “fuori” scompare, non resta solo il vuoto del reddito: resta il buco dei contributi, il futuro pensionistico cancellato, la marginalità sociale che avanza a piccoli passi, un modulo alla volta.

La petizione nasce proprio da questa frattura: non basta “riconoscere il valore morale” della cura. Servono strumenti che la rendano sostenibile. Perché la cura continua non è compatibile con un sistema che finge che chi assiste possa, nello stesso tempo, essere un lavoratore pieno, un cittadino pieno, una persona piena. 

II) I numeri della cura sommersa: non è una nicchia
Si parla spesso di caregiver come se fossero una minoranza ristretta. Non è così. Stime ricorrenti basate su dati Istat indicano circa 7 milioni di persone coinvolte nella cura familiare, con una prevalenza femminile attorno al 60%. 

E a livello europeo il fenomeno è ancora più chiaro: Eurofound riporta che una quota enorme della popolazione UE fornisce cure non retribuite, e che una parte significativa si trova a gestire più responsabilità di cura contemporaneamente. 
In più, la dimensione di genere è strutturale: le donne costituiscono la maggioranza dei caregiver informali e la differenza si allarga nelle età centrali della vita, proprio quando lavoro e famiglia si incastrano come una morsa. 

Questo significa una cosa: non siamo davanti a “casi individuali”. Siamo davanti a una questione sociale, economica e democratica. Se milioni di persone reggono sulle proprie spalle un pezzo di welfare, allora quel pezzo non può poggiare sull’improvvisazione e sulla solitudine.

III) Il punto decisivo: lavoro di cura significa valore economico e previdenziale
Dire “riconosciamoli come lavoratori” non è una formula ideologica. È la traduzione pratica di un fatto: quel lavoro produce valore. Riduce ricoveri, alleggerisce servizi, evita costi pubblici enormi. Eppure oggi, troppo spesso, viene pagato in una moneta ingiusta: stanchezza cronica, impoverimento, rinuncia alla vita sociale, rischio di burnout, depressione, isolamento.

Riconoscere questo lavoro significa almeno tre cose, molto concrete:

I. Contributi previdenziali e tutela del futuro: perché la cura non può trasformarsi in una condanna a una vecchiaia povera.
II. Protezione del reddito e misure stabili: non “bonus”, non elemosine, ma strumenti che permettano di vivere.
III. Servizi reali: supporto psicologico, sollievo, orientamento burocratico, presa in carico non solo della persona fragile ma anche di chi la assiste.

IV) Il ddl approvato dal Governo: un passo che rischia di non bastare
Il 12 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge sul caregiver familiare, presentandolo come una cornice organica di riconoscimento e tutela. 
Diverse analisi riportano che il testo prevede tutele “differenziate” e anche un contributo economico (in alcune ricostruzioni fino a 400 euro mensili, con criteri e platee specifiche). 

Ma qui sta il nodo politico: se la legge non affronta fino in fondo il riconoscimento della cura h24 come lavoro, resta una risposta parziale. Perché la questione non è solo “aiutare”: è dare dignità giuridica e sociale a un’attività che, nei fatti, sostituisce turni di assistenza professionale.

E attenzione: esistono già istituti come il congedo straordinario per assistenza a familiari con disabilità grave, ma sono strumenti legati alla condizione di lavoratore dipendente e non risolvono il caso tipico della cura totale che porta ad abbandonare o perdere il lavoro. 

V) Diritto, non favore: la Costituzione sta dalla parte della cura
Se lo Stato scarica il peso della non autosufficienza sulle famiglie, allora deve riconoscere che quella cura è parte del patto sociale. Non è un “di più” richiesto al singolo: è un pezzo di welfare che viene svolto a domicilio.

C’è un principio semplice da difendere con fermezza: la dignità non si mendica. La cura non può essere una trappola che ti costringe a scegliere tra l’amore per un familiare fragile e la tua sopravvivenza economica. Se la società si regge su quel lavoro, allora quel lavoro deve avere cittadinanza piena: tutele, contributi, supporti, diritti esigibili.

Per questo l’appello delle firme non è una richiesta corporativa. È una richiesta di civiltà.

Fonti essenziali
Petizione su IoScelgo 
Articolo e ricostruzione del tema 
Comunicato del Governo sul ddl caregiver (12 gennaio 2026) 
Dati e contesto su caregiver e cura non retribuita 

Link alla petizione
https://www.ioscelgo.org/petizioni/il-caregiver-familiare-h24-va-riconosciuto-come-lavoratore/

SALARI CHE SI SFALDANO, VITA CHE CORRE

Dal -8% Istat al salario minimo: la povertà che lavora entra nelle case

Alla cassa del supermercato non si discute più. Si paga e basta.
Si guarda il totale, si sospira, si passa il bancomat. Poi, uscendo, si fa mentalmente l’elenco di quello che la prossima volta resterà sullo scaffale.

La carne un po’ meno.
Il detersivo in offerta.
La frutta solo di stagione.
La visita specialistica rimandata.
Il tagliando dell’auto “più avanti”.

È così che oggi si misura il potere d’acquisto: non nei convegni, ma nei carrelli.

E mentre milioni di persone fanno questo esercizio ogni settimana, un dato ufficiale racconta la verità che molti fingono di non vedere: a dicembre 2025 le retribuzioni contrattuali, in termini reali, sono ancora inferiori dell’8,1% rispetto a gennaio 2021.

Quattro anni dopo.
Con tutta la retorica sulla ripresa.
Con tutte le promesse di rilancio.

Quando lo stipendio insegue la vita e perde sempre

Nel 2025 gli stipendi sono cresciuti, in media, del 3,1%.
Nel privato un po’ di più, nel pubblico un po’ di meno.

Ma basta confrontare questi numeri con l’andamento dei prezzi per capire l’inganno.

Gli stipendi salgono piano.
La vita corre.

Bollette, affitti, benzina, farmaci, assicurazioni, mutui.
Tutto si muove più veloce del salario.

È una rincorsa persa in partenza.
Una specie di tapis roulant sociale: cammini, ti stanchi, ma resti fermo.

Contratti scaduti, attese infinite

Poi c’è la questione dei contratti.

Nella pubblica amministrazione, per anni, i rinnovi sono arrivati in ritardo.
Interi trienni chiusi fuori tempo massimo.

Oggi circa 5,5 milioni di lavoratori attendono ancora un rinnovo, con un’attesa media di quasi 19 mesi. Oltre la metà sono dipendenti pubblici.

Tradotto nella vita reale: mesi in cui lo stipendio resta fermo mentre tutto aumenta.

Non è un problema tecnico.
È una scelta politica.

Quando rinvii i contratti, rinvii il reddito.
Quando rinvii il reddito, scarichi l’inflazione sulle persone.

E lo fai in silenzio.

Il trucco del “netto che consola”

Di fronte a questa erosione continua, qualcuno risponde: “Però il netto è cresciuto”.

È vero, in parte.
Grazie a bonus, detrazioni, decontribuzioni.

Ma è come mettere una pezza su una gomma bucata.

Perché il netto consola oggi.
Il lordo costruisce domani.

Sul lordo si basano pensioni, TFR, tutele.
Se resta basso, il futuro si impoverisce.

Stiamo barattando qualche euro in più oggi con insicurezza domani.

Lavoro che rallenta, fabbriche che tremano

Intanto anche il fronte produttivo manda segnali preoccupanti.

Nel 2025 la cassa integrazione mostra un aumento delle situazioni di crisi strutturale, soprattutto nel metalmeccanico e nelle telecomunicazioni.

Non è un sistema che cresce.
È un sistema che resiste.

Che tira avanti.
Che spera di non crollare.

E in questi equilibri fragili, il primo a pagare è sempre chi lavora.

Un Paese che si è abituato al lavoro povero

La verità è che l’Italia si è rassegnata.

Si è rassegnata all’idea che si possa lavorare e restare poveri.
Che l’occupazione basti, anche se non garantisce una vita dignitosa.

Siamo diventati un Paese in cui “avere un lavoro” non significa più “stare tranquilli”.

Significa arrangiarsi.

In questo contesto, l’assenza di un salario minimo nazionale pesa come un macigno.

Senza una soglia, tutto scende.
E quando tutto scende, vince sempre chi è già forte.

Un segnale dalla Campania

In questo deserto, un segnale è arrivato dalla Campania.

Dopo le elezioni regionali del novembre 2025, il presidente della Campania Roberto Fico ha promosso un provvedimento che introduce una soglia minima di 9 euro lordi negli appalti pubblici regionali, con aggiornamento annuale.

Non è la soluzione definitiva.
Non risolve tutto.

Ma dimostra che si può fare.

Che non è vietato difendere i salari.
Che non è impossibile dire “sotto questa cifra no”.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché non a livello nazionale?

Cosa serve davvero, adesso

Non servono miracoli.
Servono scelte.

Rinnovi contrattuali rapidi e dignitosi.
Una soglia salariale nazionale effettiva.
Una politica dei redditi che guardi anche alle pensioni.

Serve smettere di considerare la povertà lavorativa un effetto collaterale accettabile.

quando il lavoro smette di essere promessa

C’è stato un tempo in cui lavorare significava costruire qualcosa.
Una casa.
Una sicurezza.
Un futuro per i figli.

Non era un paradiso.
Ma era un patto.

Oggi quel patto si è rotto senza rumore.

Si lavora di più.
Si corre di più.
Si resiste di più.
E si ottiene di meno.

La povertà non arriva più come una frattura improvvisa.
Arriva per sottrazione.
Un euro in meno qui.
Un rinvio là.
Un sogno accantonato più in là.

Fino a quando ci si accorge che non si sta più vivendo: si sta gestendo la sopravvivenza.

Il punto politico, alla fine, è tutto qui.

Un Paese che accetta il lavoro povero accetta cittadini deboli.
Accetta persone stanche.
Accetta una democrazia fragile.

Perché chi è sempre in affanno non ha tempo per partecipare.
Non ha energie per protestare.
Non ha spazio per immaginare.

Non ha neppure la volontà di andare a votare. 

E questo fa comodo a molti.

Difendere i salari non è una questione tecnica.
È una scelta di civiltà.

Significa decidere se il lavoro deve restare una promessa o diventare una trappola.
Se deve dare dignità o solo fatica.
Se deve aprire il futuro o chiuderlo.

Non servono eroi.
Servono governi responsabili.
Sindacati coraggiosi.
Imprese che smettano di competere al ribasso.
Cittadini che non si rassegnino.

Perché la normalizzazione della povertà non è inevitabile.
È una costruzione politica.

E come tutte le costruzioni, può essere smontata.

Pezzo dopo pezzo.
Scelta dopo scelta.
Lotta dopo lotta.

CI SONO DUE ITALIE, MA IL FANGO È LO STESSO PER TUTTI

Quando il mare entra in casa, le colpe “geografiche” sono solo un alibi: le responsabilità vere stanno nelle scelte pubbliche

In questi giorni, davanti alle immagini del ciclone mediterraneo “Harry” (18–21 gennaio 2026), ho provato una rabbia doppia. La prima è quella normale, umana: coste sventrate, strade mangiate dal mare, case con l’acqua dentro, ferrovie interrotte, comunità che spalano fango e sale con le proprie mani. La seconda è più amara, perché riguarda noi italiani: non la tempesta, ma il modo in cui scegliamo di raccontarla.

Perché quando il disastro colpisce Sicilia, Calabria e Sardegna, troppo spesso parte un processo. E il banco degli imputati è sempre lo stesso: “il Sud”, come se fosse una categoria morale prima che geografica.

Qui non parliamo di un temporale qualsiasi. Parliamo di un evento estremo con scirocco fino a 120 km/h, mareggiate con onde fino a 10 metri e piogge eccezionali, con accumuli localmente oltre i 300 mm: un colpo duro a strade, ferrovie, porti, traghetti e aeroporti, insomma alla vita quotidiana di territori già fragili.

Eppure, appena si alza la schiuma, si alza anche il dito. Sui social e in certe narrazioni “da salotto”, al Sud la tragedia diventa colpa: abusivismo, incuria, “mentalità”. Come se la pioggia facesse selezione etica, e come se il mare chiedesse il codice di avviamento postale prima di entrare in casa. Intanto, quando l’acqua arriva altrove, si parla (giustamente) di emergenza, solidarietà, ricostruzione. Non di espiazione.

La cosa più ipocrita è che questa retorica convive benissimo con un’altra verità, tutta italiana: lo Stato che moralizza dal pulpito è lo stesso Stato che, quando gli conviene, ha coltivato negli anni la cultura del “poi sistemiamo”, anche con tre grandi condoni edilizi (1985, 1994, 2003). Ogni volta lo stesso messaggio implicito: il confine tra regola e deroga è negoziabile.

E infatti il punto che si finge di non vedere è questo: la vulnerabilità non nasce solo dal singolo edificio fuori posto. Nasce da un modello. Da decenni di governo del territorio a spinta, a macchia, a emergenze. E soprattutto nasce da una parola che in Italia pronunciamo poco, perché costa fatica e non porta voti immediati: manutenzione.

Manutenzione vuol dire fossi, canali, versanti, boschi, alvei, tombini, briglie, spiagge, scogliere, reti fognarie, monitoraggi, piani comunali aggiornati, vincoli rispettati, controlli veri. Vuol dire spendere prima, non piangere dopo.

E qui arriva la frase che dovrebbe inchiodare tutti, Nord e Sud: il dissesto idrogeologico non è “un problema del Meridione”. ISPRA dice che il 94,5% dei comuni italiani convive con almeno una forma di rischio tra frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Non è un’eccezione geografica: è una condizione nazionale.

A questo si aggiunge un altro dato che è una sentenza: continuiamo a impermeabilizzare il Paese. ISPRA, nel suo rapporto sul consumo di suolo, parla di un ritmo medio che resta attorno a 20 ettari al giorno (con la conseguente perdita dell’“effetto spugna” del terreno).
È matematica, non ideologia: se sigilliamo il terreno, l’acqua non entra più dove dovrebbe, corre dove può, e presenta il conto nei punti più deboli.

Allora la domanda vera non è “di chi è la colpa, al Sud”. La domanda vera è: perché continuiamo a comportarci come se gli eventi estremi fossero parentesi, quando ormai sono una traiettoria?

Su Harry, le analisi diffuse in questi giorni lo descrivono come un evento emblematico in un contesto che cambia: un Mediterraneo più caldo e instabile, capace di trasformare il maltempo in violenza concentrata.
E non serve un’illuminazione: basta guardare la frequenza con cui passiamo da siccità a nubifragi, da mare calmo a mare devastante, come se il Mediterraneo stesse imparando un linguaggio nuovo, più duro.

Poi però arriva l’altra vergogna, quella tutta nostra: invece di prendere questi eventi come uno specchio, una parte del Paese li usa come clava identitaria. È veleno. Veleno che diventa terreno perfetto anche per le uscite complottiste e razziste sotto certi post: non spiegano nulla, non aiutano nessuno, servono solo a sporcare ulteriormente un dolore reale.

Quando manca una strategia nazionale, ogni territorio diventa “colpevole” a piacere, a seconda della latitudine e del talk show. E intanto si ripete lo stesso film: emergenza, sopralluoghi, promesse, qualche stanziamento “per i primi interventi urgenti”, poi silenzio. Anche in questi giorni si è parlato di danni enormi e stime pesanti (solo in Sicilia si è arrivati a parlare di centinaia di milioni).
Ma se restiamo lì, è solo un cerotto su una frattura.

E qui entra, inevitabile, il tema del Ponte sullo Stretto. Perché se c’è un simbolo perfetto della “doppia Italia”, è proprio questo: da una parte l’opera-monumento, dall’altra le infrastrutture reali che cadono a pezzi mentre la gente spalava fango.

Parliamoci chiaro: io non sto facendo propaganda contro un’idea in astratto. Sto parlando di priorità, di tempi, di scelte. Il progetto del ponte, con opere connesse, viene stimato nell’ordine di 13,5 miliardi di euro.
E intanto, nella Calabria ionica colpita da Harry, ci sono ancora tratti serviti da una ferrovia a binario unico, spesso non elettrificata, e da una statale come la 106 che è diventata un incubo quotidiano.
In Sicilia e nel Messinese, frane e alluvioni sono un trauma ripetuto, e la rete di collegamenti locali resta fragile proprio dove dovrebbe essere più robusta.

Capite la stonatura? Io posso anche discutere per anni di campate, tiranti, record ingegneristici. Ma se poi, nel mondo reale, una mareggiata “mangia” strade, porti, ferrovie e sottoservizi, il ponte diventa una vetrina accesa sopra una casa con l’impianto elettrico bruciato.

E non è nemmeno un ragionamento teorico: sul ponte si è aperta una partita istituzionale e contabile pesante, con discussioni e stop che hanno rimesso al centro proprio la questione della spesa pubblica e delle procedure.
Nel frattempo, però, la manutenzione vera non ha lobby, non taglia nastri, non produce rendering. Produce solo una cosa che in Italia sembra rivoluzionaria: sicurezza.

Se vogliamo uscire dalla farsa crudele del “due Italie”, io la metterei così, senza slogan e senza ipocrisie.

I) Piano permanente di manutenzione del territorio, con risorse stabili e verifiche pubbliche: non progetti a singhiozzo, non bandi che restano nei cassetti, non competenze rimpallate.

II) Stop alla cementificazione facile e al consumo di suolo, con rigenerazione dell’esistente: se continuiamo a sigillare terreno, continuiamo a pagare alluvioni e frane.

III) Difesa costiera e adattamento climatico seri: mareggiate ed erosione non sono più “eventi rari”, sono una nuova normalità, soprattutto nel Mediterraneo.

IV) Legalità coerente: basta usare la parola “abusivismo” come insulto selettivo e poi rendere la deroga una politica. Se la regola vale, vale ovunque, e vale prima del disastro.

V) Racconto mediatico decente: la solidarietà non può dipendere dal capoluogo. Le vittime non devono presentare domanda di umanità, né giustificarsi per meritare aiuto.

Perché alla fine il punto è semplice, ed è quello che mi fa più rabbia: senza manutenzione e prevenzione, queste tragedie non diminuiranno, aumenteranno. E colpiranno ovunque, come già accade. Solo che noi, invece di fare squadra contro il rischio, ci dividiamo per abitudine, e trasformiamo il dolore in una guerra tra poveri.

Il fango, però, non fa tifo. Entra. E quando entra, la geografia delle colpe è solo un alibi. La geografia delle responsabilità, invece, è chiarissima: sta in alto, dove si decide se mettere in sicurezza l’Italia o continuare a spendere dopo, piangendo prima in TV e dimenticando poi nei bilanci.

L’Italia al 49º posto nella classifica RSF 2025 sulla libertà di stampa

Questo titolo fa notizia, ma soprattutto mi fa male. Mi fa male perché somiglia a un paradosso: accendo la tv, scorro i giornali, sento qua e là domande anche dure, e per un attimo mi verrebbe da pensare “ma allora dov’è il problema?”. Il problema è che la libertà d’informazione non si misura dal volume della voce in un talk show, né dalla scena madre di una conferenza stampa. Si misura, molto più brutalmente, da quello che sta dietro: proprietà e concentrazioni, querele e costi legali, precarietà, intimidazioni, controllo politico del servizio pubblico, accesso alle fonti, sicurezza fisica, possibilità reale di fare inchieste senza pagare un prezzo personale e professionale.

E quel “dietro” oggi pesa abbastanza da farci scivolare dal 46º posto del 2024 al 49º nel 2025, con un punteggio complessivo di 68,01 su 100.
Non è solo una posizione. È un segnale. È l’immagine di un Paese che, mentre recita la parte della democrazia loquace, arretra sul terreno dove la democrazia si difende davvero: il diritto dei cittadini a sapere, verificare, comprendere.

E poi c’è un dettaglio simbolico che brucia: per varie ricostruzioni, l’Italia risulta dietro tutti gli altri Paesi dell’Europa occidentale nella classifica 2025. La nostra “casa democratica” di riferimento, e noi in coda.

Il punto non è “c’è chi fa domande incalzanti”

Io vedo l’obiezione ovunque: “Ma come? In tv li attaccano. In conferenza stampa fanno domande.” È un’illusione ottica. Un sistema può tollerare qualche picco di aggressività scenica e, allo stesso tempo, rendere quasi impossibile il giornalismo che conta: quello che scoperchia conflitti d’interesse, corruzione, collusioni, opacità, abusi, sprechi, ricatti. Quando quel giornalismo diventa costoso, rischioso, legalmente fragile, non serve la censura esplicita: basta la convenienza della paura. E la paura produce la forma più efficiente di silenziamento: l’autocensura.

RSF, nella scheda Paese sull’Italia, elenca pressioni ricorrenti che non sono fantasia: minacce di mafia e gruppi violenti, procedimenti intimidatori (SLAPP), e tentativi politici di ostacolare la copertura dei casi giudiziari con norme “bavaglio”.

Il governo Meloni e la conferenza stampa: la politica che pretende il megafono e odia lo specchio

Qui io non faccio finta di essere neutro. Sotto il governo Meloni questa tensione si è fatta sistema: più controllo sul servizio pubblico, più clima ostile verso le inchieste, più nervosismo verso chi insiste con domande scomode, più tentazione di trasformare l’informazione in una passerella per la narrazione di governo. È un metodo: non serve chiudere i giornali, basta svuotarli. Non serve vietare le domande, basta rendere la verità un mestiere pericoloso e la propaganda un lavoro tranquillo.

Prendo un episodio recente e concreto: la conferenza stampa di inizio anno. Lì si è vista la dinamica in piena luce. Da una parte una premier che governa anche con la comunicazione, dall’altra un sistema mediatico dove troppo spesso le affermazioni vengono rilanciate prima di essere verificate. Il punto non è “ha detto cose controverse”: il punto è l’ecosistema che consente che dichiarazioni discutibili diventino titoli, e i titoli diventino realtà percepita.

Sul contenuto, i fact-checker non parlano per suggestioni: Pagella Politica ha verificato numerose dichiarazioni della premier e ha evidenziato errori e imprecisioni.
E non è l’unica lettura critica: altre ricostruzioni hanno contestato dati e narrazioni proposte su lavoro, pensioni, immigrazione, descrivendo un impianto comunicativo costruito per far apparire carenze e scelte politiche come una collezione di successi.
In parallelo, chi segue da vicino il rapporto tra Meloni e la stampa sottolinea un clima di attrito e irritazione, con domande che restano senza risposta e un rapporto “aspro” con parte del giornalismo.

Quando io dico che certe “menzogne” vengono condivise, non sto facendo il processo alle intenzioni di ogni cronista, e soprattutto non mi interessa il pettegolezzo moralista sui singoli. Io sto denunciando una cosa più grave: un circuito in cui una quota dell’informazione si comporta come cassa di risonanza, non come controllo. Non serve immaginare valigette. Basta la carriera, la convenienza, la paura, la dipendenza economica, il desiderio di restare “dentro” al giro. Basta l’abitudine a confondere accesso con complicità.

Quattro pressioni che, sommate, fanno una gabbia

Pressioni politiche e presa sul servizio pubblico
La libertà d’informazione non è solo “assenza di divieti”. È indipendenza editoriale. Il nodo della RAI torna sempre perché è un nervo scoperto: governance, nomine, clima interno, messaggi che scendono lungo la catena. E questo tema, negli ultimi anni, è entrato anche nelle analisi internazionali come fattore di rischio, con preoccupazioni su interferenze e sul trattamento dei programmi d’inchiesta.
Quando il servizio pubblico viene percepito come terreno di conquista, ogni redazione capisce che l’aria può cambiare a seconda della stagione politica. E quando l’aria cambia, cambiano i coraggi.

Pressione legale: querele, diffamazione, SLAPP
In Italia la diffamazione resta un’arma che funziona anche solo come minaccia: tempi lunghi, costi, incertezza, stress. Freedom House ricorda che la diffamazione è ancora reato e che il contenzioso può produrre un effetto raggelante sul giornalismo.
E poi c’è la galassia delle SLAPP: cause strategiche per intimidire chi parla di interesse pubblico. RSF le segnala come pratica comune nel contesto italiano.
Il messaggio, spesso, è semplice: “Se scrivi, paghi.” Anche se poi vinci.

Norme “bavaglio” e informazione giudiziaria
La libertà di stampa vive di atti, verifiche, carte. Se riduci la pubblicabilità degli atti, tu non “proteggevi la presunzione d’innocenza”: tu riduci la capacità dei cittadini di capire cosa accade nei palazzi. La discussione sul divieto di pubblicazione delle ordinanze cautelari e sul rapporto tra garanzie e diritto di cronaca è stata esplicitamente inquadrata come “legge bavaglio” da pezzi importanti del mondo giornalistico e sindacale, con l’accusa di comprimere l’informazione.
RSF, già nelle sue valutazioni, richiama proprio questi tentativi di limitazione della copertura giudiziaria.

Sicurezza e intimidazioni: mafia, estremismi, violenza
Qui l’Italia ha una specificità tragica. RSF ricorda esplicitamente le minacce di mafia e di gruppi violenti.
E quando l’intimidazione diventa materiale, non è più teoria: l’attacco contro l’auto di Sigfrido Ranucci, volto di un raro spazio d’inchiesta in tv, è stato raccontato da fonti internazionali come un segnale pesantissimo sul clima che circonda il giornalismo investigativo.
Uno Stato serio, davanti a queste cose, non si limita alla solidarietà di rito: si chiede perché accade e cosa, nel clima pubblico e politico, sta legittimando l’odio verso chi racconta.

Il cuore economico: informazione povera, potere ricco

Qui io vado dritto: un giornalismo povero è un giornalismo addomesticabile. RSF, nel quadro 2025, insiste sul fatto che la fragilità economica è una minaccia centrale alla libertà di stampa.
Se non hai risorse, non fai inchieste lunghe. Se non fai inchieste lunghe, vivi di dichiarazioni. Se vivi di dichiarazioni, il potere diventa la tua fonte e il tuo padrone.

E quando la proprietà si concentra, il pluralismo rischia di diventare scenografia. Non serve che il proprietario telefoni al direttore. Spesso basta che tutti sappiano dove sta il perimetro invisibile del consentito.

La domanda vera: che cos’è, per me, “informazione libera” oggi

Se la riduciamo a “posso dire quello che penso su un social”, abbiamo già perso. Per me l’informazione libera è un’infrastruttura democratica: significa che qualcuno può verificare, documentare, contraddire il potere, e farlo con continuità. Non è un episodio, è un sistema.

E allora torno al punto che mi ossessiona: in Italia il rumore è fortissimo, ma la libertà concreta di fare giornalismo investigativo, di reggere una causa, di non essere isolati, di non vivere sotto minaccia, è un’altra cosa. È lì che misuro il 49º posto: non come una classifica, ma come la fotografia di un paese dove il controllo sul potere è sempre più faticoso, e la narrazione del potere sempre più comoda.

Cosa pretendo, senza retorica, da uno Stato che si dice democratico

Io pretendo manutenzione democratica, non prediche.

Voglio regole e anticorpi contro le querele temerarie e un quadro che riduca davvero l’effetto intimidatorio della diffamazione.
Voglio un servizio pubblico blindato dall’occupazione politica, non “riformato” per diventare più obbediente.
Voglio un bilanciamento serio tra garanzie e diritto di cronaca, senza trasformare le carte in territorio vietato.
Voglio che la sicurezza dei giornalisti sia trattata come sicurezza democratica, non come “rischio del mestiere”.

E voglio, soprattutto, che si smetta di chiamare “libertà” il teatro mediatico. La libertà non è la conferenza stampa con qualche domanda dura, se poi le risposte possono essere costruite su dati sbagliati o parziali e diventare comunque racconto dominante perché troppi le rilanciano senza verifica.

il termometro non è la febbre, ma io non ho più voglia di ignorare l’allarme

Il 49º posto non è una sentenza definitiva sull’Italia. È un allarme. E mi ricorda una cosa semplice: la libertà di stampa non muore solo quando “chiudono un giornale”. Muore quando diventa sconveniente dire la verità. Quando il costo di una notizia supera il suo valore pubblico. Quando la paura entra nelle routine. Quando l’informazione, invece di controllare il potere, lo accompagna.

Per questo io non mi accontento di guardare lo spettacolo. Io guardo la struttura: chi nomina, chi compra, chi querela, chi minaccia, chi controlla il servizio pubblico, chi rende precario chi dovrebbe essere libero. È lì che si decide quanto siamo davvero liberi.

Fonti principali
RSF World Press Freedom Index 2025 (pagina Index e scheda Italia)
RaiNews e ANSA sul ranking 2025 e sul punteggio 68,01
Pagella Politica, fact-checking conferenza stampa di inizio anno (9 gennaio 2026)
Fanpage, analisi critica su dati e narrazione in conferenza stampa
Reuters Institute, analisi su rischi e interferenze sul sistema mediatico italiano
Le Monde su pressioni su media e controllo RAI
AP e The Guardian su attentato all’auto di Ranucci

L’economia raccontata come spot: dove la narrazione del governo inciampa sui numeri

C’è un trucco vecchio come la propaganda: prendere un dato vero, isolarlo dal contesto, gonfiarlo con aggettivi e poi usarlo come prova generale di una “svolta”. Funziona perché parla alla pancia stanca di un Paese che vorrebbe credere a un finale migliore. Ma quando si riaprono i bilanci, i comunicati ufficiali e i report indipendenti, l’effetto è quello di una scenografia: da lontano sembra un palazzo, da vicino si vede il cartone.

La conferenza stampa di inizio anno della presidente del Consiglio ha provato a cucire insieme crescita, lavoro, salari, pensioni e casa in un unico racconto: “stiamo andando bene, le critiche sono esagerate, basta continuare così”. Il punto è che “così” significa, nei fatti, continuare a non intervenire sulle fratture strutturali dell’economia italiana mentre si vendono piccoli aggiustamenti come riforme epocali.

Crescita: lo 0,8% non è un “focus”, è una stagnazione con slogan

Se il 2026 è l’anno del “grande focus” sulla crescita, ci si aspetterebbe una strategia leggibile: investimenti mirati, politiche industriali coerenti, un disegno su energia e produttività. E invece l’Italia resta dentro una traiettoria di crescita debole.

La Commissione europea, nelle sue previsioni macroeconomiche, indica per l’Italia un Pil a +0,8% nel 2026 (dopo +0,4% nel 2025).
Non è un crollo, certo. Ma non è neppure quel “cambio di passo” che giustifica toni trionfali. È la fotografia di un Paese che procede a passo corto, appoggiandosi anche agli investimenti legati al PNRR, senza però liberare davvero produttività e innovazione. E qui sta la prima rimozione: la crescita non la fai per decreto, la fai sciogliendo nodi che disturbano interessi consolidati.

Su questo punto, anche il Financial Times ha parlato di perdita di slancio e di difficoltà del governo a varare riforme che aumentino la produttività quando rischiano di urtare poteri forti e rendite.
Tradotto: tanta comunicazione, poca chirurgia.

Lavoro: disoccupazione bassa, ma sale l’inattività

Il governo tende a mettere in vetrina un numero: disoccupazione al minimo. Ma un minimo può essere sano o malato, dipende da cosa c’è dietro.

I dati Istat su novembre 2025 dicono che il tasso di disoccupazione scende al 5,7%, ma nello stesso mese calano gli occupati (meno 34 mila) e aumentano gli inattivi tra 15 e 64 anni (più 72 mila).
Questa è la parte che nel racconto “andiamo benissimo” resta sempre in ombra: se una quota crescente di persone esce dal mercato del lavoro o smette di cercare, la disoccupazione può scendere anche mentre l’economia non crea lavoro buono e stabile.

In più, la dinamica per età conferma una fragilità di fondo: il mercato regge soprattutto perché l’Italia invecchia e perché le regole pensionistiche spingono a restare più a lungo, non perché stiamo aprendo una stagione di opportunità per giovani e fasce centrali.
Se il “successo” dipende dal fatto che la gente resta al lavoro perché non può permettersi di uscirne, quello non è successo: è necessità.

Salari: il “netto” come foglia di fico, mentre il potere d’acquisto resta indietro

Qui il gioco comunicativo è ancora più scoperto. Davanti al tema dei salari reali, la risposta tipica è: “guardate il netto, non il lordo; abbiamo tagliato il cuneo”. Ma il punto per chi lavora non è la retorica fiscale: è se a fine mese compra di più o di meno.

L’Istat, nelle “Prospettive per l’economia italiana 2025-2026”, scrive che le retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 sono ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021.
Quindi sì, in alcuni mesi gli aumenti contrattuali possono correre più dell’inflazione, ma il buco accumulato negli anni precedenti non è stato chiuso. È come vantarsi di aver smesso di affondare mentre si è ancora con l’acqua alla gola.

Quanto al cuneo, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha evidenziato che le misure strutturali introdotte con la legge di bilancio 2025 hanno effetti differenziati e che l’architettura fiscale può aumentare la sensibilità al drenaggio fiscale, erodendo nel tempo i benefici.
E poi c’è un punto “sociale” che nel racconto sparisce: molte famiglie, anche con redditi non alti, perdono pezzi di agevolazioni legate all’Isee quando i parametri non seguono davvero l’aumento del costo della vita. Il netto può migliorare di qualche decina di euro, mentre altrove ti si chiudono porte. La propaganda somma solo ciò che conviene sommare.

E sul salario minimo, la postura resta ideologica: lo si respinge come se fosse una bandiera “dell’opposizione”, mentre in molti settori la compressione salariale è diventata strutturale. Il risultato è una crescita dell’occupazione spesso concentrata in lavori a basso valore aggiunto e bassa paga, che non alimentano consumi robusti.

Potere d’acquisto: quando i numeri diventano elastici

Un altro classico: trasformare un miglioramento parziale in un salto storico. L’Istat, nel comunicato sui conti trimestrali del III trimestre 2025, indica che il reddito disponibile lordo delle famiglie consumatrici cresce del 2,0% sul trimestre precedente e, con un deflatore dei consumi a +0,2%, il potere d’acquisto aumenta dell’1,8%.
Ma lo stesso comunicato aggiunge un dettaglio decisivo: i consumi crescono solo dello 0,3% e la propensione al risparmio sale all’11,4%.

Questo non è il segnale di famiglie “più ricche”: spesso è il segnale di famiglie più prudenti, che rinviano spese perché vivono incertezza, temono bollette, mutui, sanità privata, futuro dei figli. Quando i consumi restano deboli, anche la crescita resta debole. Il governo, invece, prende l’etichetta “potere d’acquisto in aumento” e la vende come prova che “le politiche funzionano”, ignorando la parte che racconta la paura.

Pensioni: “abbiamo evitato l’aumento” oggi, ma lo rinviamo domani

Sul capitolo pensioni la narrazione gioca sul breve periodo: “abbiamo limitato l’aumento”. È vero che alcuni aggiustamenti attenuano lo scatto immediato, ma il quadro resta quello di un sistema che spinge progressivamente verso pensionamenti più tardivi.

Fonti sindacali e stampa economica hanno riportato il meccanismo di adeguamento dei requisiti dal 2027 e le dinamiche previste negli anni successivi.
In parallelo, la manovra 2026 restringe ulteriormente i canali di uscita anticipata: Quota 103 e Opzione Donna non vengono prorogate secondo diverse ricostruzioni di stampa e analisi specialistiche.

Qui la contraddizione politica è lampante: per anni “abolire la Fornero” è stato un mantra identitario della destra. Poi, una volta al governo, si scopre che i conti non consentono miracoli e si passa dal megafono al tecnicismo: piccoli correttivi, rinvii, tagli di platea. Il problema non è la necessità di sostenibilità. Il problema è la menzogna originaria: promettere ciò che sai di non poter mantenere, e poi chiamare “riforma responsabile” la retromarcia.

Casa: il “piano in arrivo” come eterno annuncio

Sul piano casa siamo alla politica come teaser: “sta arrivando”, “è in dirittura”, “ci stiamo lavorando con i corpi intermedi”. Peccato che, quando si va a vedere la disponibilità reale di risorse, il quadro sia molto più magro dei proclami.

A dicembre 2025 diverse ricostruzioni hanno segnalato fondi ridotti rispetto alle ipotesi iniziali: 100 milioni per il 2026 e 100 per il 2027, dopo tagli e riformulazioni in corso di manovra.
E l’idea di fondo che circola è quella dei partenariati pubblico-privato: tradotto, lo Stato apre la porta e il privato fa business, spesso con rendimenti garantiti e rischio sociale scaricato altrove.

Nel frattempo, l’emergenza abitativa resta: affitti che esplodono, giovani espulsi dalle città, famiglie che reggono con redditi stagnanti. La politica degli annunci non costruisce case, costruisce aspettative. E quando l’aspettativa cade, resta solo la frustrazione.

Crisi industriali: automotive e Ilva, tra scaricabarile e “salvatori” improbabili

Sull’automotive la linea è: “colpa dell’Europa”. Ma i numeri raccontano che l’Italia sta perdendo capacità produttiva in modo drammatico.

Secondo Reuters, nel 2025 la produzione di veicoli Stellantis in Italia è scesa a 379.706 unità (meno 20% annuo), e le sole auto a 213.706, minimo dal 1954.
Qui la propaganda si aggrappa alla parola “incentivi”, ma gli incentivi senza strategia industriale sono cerotti: tamponano, non curano. E intanto la filiera soffre, gli stabilimenti invecchiano, i modelli slittano, la concorrenza globale morde.

Sul dossier ex Ilva, invece, il governo promette fermezza contro operazioni “predatorie”. Però le trattative con fondi specializzati in distressed assets mostrano quanto la situazione sia delicata: il Financial Times ha riportato offerte da parte di fondi statunitensi, fra cui Flacks Group, per l’acciaieria.
È un settore che richiede competenze industriali, investimenti enormi e una governance pubblica capace di tenere insieme ambiente, lavoro e tecnologia. Ma la politica italiana, da decenni, arriva sempre alla stessa scena: emergenza, commissariamento, “soluzione in arrivo”, e intanto miliardi pubblici per tenere in vita un gigante senza un destino chiaro.

Il punto politico: non è solo economia, è un metodo

Alla fine, il cuore della questione non è un decimale di Pil. È il metodo con cui si governa il consenso.
1. Si sostituisce la politica economica con la comunicazione economica.
2. Si selezionano i dati utili e si oscurano quelli scomodi.
3. Si costruisce una narrazione di “normalità” mentre sotto cresce precarietà, sfiducia e rinuncia.

E quando qualcuno contesta, si risponde con due mosse: o si accusa il critico di disfattismo, o si sposta la colpa su un nemico esterno (l’Europa, i mercati, chi c’era prima). È una tecnica di potere: non serve vincere la realtà, basta vincere la cornice.

Ma la realtà torna sempre a presentare il conto. La crescita asfittica non si risolve con gli slogan. L’inattività non si cancella con i tweet. I salari reali non risalgono con i giochi di prestigio sul “netto”. Il diritto alla casa non nasce da un annuncio, ma da cantieri, risorse e regole.

Se questo governo vuole davvero parlare di economia, smetta di trattarla come una conferenza stampa permanente. E cominci a trattarla come ciò che è: la vita concreta delle persone, dove ogni punto percentuale non è un titolo, ma una spesa rimandata, una visita privata pagata, un figlio che parte, un affitto che non si regge più.

Fonti essenziali
• Il Fatto Quotidiano, “Crescita, lavoro, salari, pensioni e piano casa: cosa non torna nel racconto di Meloni sull’economia italiana”, 9-10 gennaio 2026.
• Commissione europea, previsioni macroeconomiche per l’Italia (Pil 2026: 0,8%).
• Istat, “Occupati e disoccupati (dati provvisori) – Novembre 2025”.
• Istat, “Le prospettive per l’economia italiana nel 2025-2026” (salari reali -8,8% vs gennaio 2021).
• Istat, “Conto trimestrale AP, reddito famiglie, profitti società – III trimestre 2025” (potere d’acquisto, consumi, risparmio).
• Reuters, produzione Stellantis in Italia 2025 (minimi storici).
• Financial Times, analisi su economia italiana e produttività.
• Financial Times, offerte per Acciaierie d’Italia (ex Ilva).
• Corriere della Sera, fondi ridotti per Piano Casa in manovra.

Bavaglio ai medici, bavaglio alla verità

Come si chiude Gaza: prima si espellono le ONG, poi si criminalizza la solidarietà

C’è una guerra che si combatte con missili, droni e cannoni, e poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che prepara il terreno: togliere testimoni, spegnere ambulanze, trasformare i medici in sospetti e la compassione in un reato. Quello che sta accadendo in questi giorni ha un filo rosso netto: Israele stringe il cappio sulle organizzazioni umanitarie che tengono in vita Gaza, mentre in Europa, e in Italia, prende forma una narrativa giudiziaria e politica dove i dossier “di sicurezza israeliana” diventano verità, e la solidarietà rischia di essere trattata come terrorismo.

Non è un dettaglio collaterale del conflitto. È una leva strategica. Perché se togli chi cura, chi denuncia, chi documenta, chi distribuisce, chi conta i feriti, resta solo il rumore della propaganda e la contabilità dei morti fatta dall’oppressore.

37 ONG fuori: la nuova frontiera è la schedatura

Dal 1 gennaio 2026 Israele ha revocato o lasciato scadere l’accreditamento di 37 ONG internazionali, imponendo di fatto l’uscita da Gaza e dalla Cisgiordania entro l’inizio di marzo se non verranno rispettate nuove condizioni di registrazione. Tra le organizzazioni colpite ci sono realtà come Médecins Sans Frontières (MSF), Oxfam e altre grandi reti umanitarie.

Il cuore del ricatto è semplice e brutale: consegnare liste e dati sensibili del personale palestinese (e non solo) per controlli di “sicurezza”, con l’argomento della prevenzione dell’infiltrazione. Ma per chi opera sul terreno quel passaggio non è burocrazia: è un rischio concreto di esposizione, ritorsioni, uso militare dell’informazione, e violazione dei principi di neutralità e indipendenza. Non a caso decine di ONG hanno rifiutato, anche richiamando possibili conflitti con le norme europee sulla protezione dei dati.

Su questo punto la reazione internazionale è stata durissima. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha definito “oltraggiosa” la sospensione e l’ha collocata dentro un quadro di restrizioni illegali all’accesso umanitario.
E 53 organizzazioni umanitarie internazionali hanno diffuso un appello congiunto chiedendo a Israele di revocare misure che ostacolano l’assistenza.

Qui bisogna essere chiari: quando un potere occupante pretende i nomi e i dati di chi lavora in corsia o distribuisce aiuti, non sta “regolando” il sistema. Sta scegliendo chi può vivere e chi deve essere lasciato morire. Sta trasformando l’umanitario in un’estensione dell’intelligence.

MSF nel mirino: la delegittimazione come arma

In parallelo alla stretta amministrativa, arriva la campagna politica: attacchi pubblici e dossier che tentano di capovolgere la realtà. Il caso MSF è emblematico: l’organizzazione viene accusata di “legami” con gruppi armati e di “delegittimare Israele” perché denuncia la catastrofe e perché, insieme ad altri, ha richiamato definizioni e valutazioni di esperti e organismi internazionali sulla natura dei crimini commessi a Gaza.

Ma la parte più tossica è quella che punta sulle persone, sui singoli lavoratori, come grimaldello per infangare un’intera missione umanitaria. Nel 2024, dopo l’uccisione del fisioterapista Fadi Al-Wadiya, le autorità israeliane hanno diffuso accuse postume; MSF ha dichiarato di non avere elementi per confermarle e di non aver ricevuto informazioni preventive utili, chiedendo chiarimenti che non sarebbero arrivati in modo verificabile e formale.

E poi c’è il caso di Mohammed Obeid, chirurgo ortopedico: arrestato durante un’operazione all’ospedale Kamal Adwan nell’ottobre 2024, con detenzione senza contatti regolari e senza quel livello di trasparenza che sarebbe il minimo sindacale quando parliamo di personale medico. MSF ne chiede il rilascio e documenta pubblicamente la vicenda.

Questa dinamica è una lama a doppio taglio, ed è proprio per questo che funziona: da un lato si colpisce la credibilità di chi salva vite; dall’altro si manda un messaggio al resto del mondo umanitario. Se restate, vi schediamo. Se parlate, vi delegittimiamo. Se insistete, vi accusiamo.

L’effetto reale: Gaza più sola, più buia, più ricattabile

Le conseguenze non sono teoriche. Sono cliniche. Sono logistiche. Sono immediate. Se chi gestisce cliniche mobili, reparti di traumatologia, catene del freddo per farmaci, evacuazioni, magazzini e distribuzioni viene cacciato o paralizzato, Gaza non “soffre di più”: collassa. E un collasso umanitario in un contesto già devastato diventa un moltiplicatore di morte, soprattutto per bambini, anziani, feriti, cronici.

E qui entra la questione politica più grande: togliere le ONG significa ridurre i testimoni indipendenti. Significa rendere più facile riscrivere i fatti. Significa alzare il costo della verità.

Italia: quando la solidarietà finisce in un fascicolo

Mentre Israele “pulisce” il terreno dagli attori umanitari, in Italia esplode un caso che mostra l’altro lato della stessa medaglia: la criminalizzazione della solidarietà. A Genova nove persone sono state arrestate con l’accusa di finanziamento ad Hamas attraverso associazioni, in un’indagine in cui emerge il tema della cooperazione informativa e documentale con Israele.

Fin qui, qualcuno potrebbe dire: normale attività antiterrorismo. Ma è proprio nei dettagli che si misura la tenuta democratica. Diversi articoli e analisi mettono a fuoco un elemento inquietante: una parte importante del materiale probatorio richiamato nell’ordinanza sarebbe riconducibile a documentazione e dossier trasmessi da canali israeliani, e la stampa ha parlato del misterioso “Mr Avi”, una figura non chiarita pubblicamente che avrebbe contribuito al dossier.

Il nodo non è “difendere a prescindere” nessuno. Il nodo è un altro: quando le prove arrivano da un soggetto direttamente coinvolto nel conflitto, con un interesse politico e militare enorme, e quando quella fonte viene considerata affidabile senza un vaglio rigoroso, trasparente, verificabile, il rischio è che la giustizia diventi una camera chiusa dove entra solo la versione di chi ha più potere.

E qui arriva la domanda politica più scomoda: davvero possiamo accettare che la solidarietà venga letta con le lenti del sospetto permanente, mentre le fonti “di sicurezza” vengono assunte come oro colato?

Il contesto giuridico internazionale che si vuole far sparire

C’è un’altra rimozione enorme, quasi programmata: ciò che gli organismi internazionali hanno già messo nero su bianco.

La Corte Internazionale di Giustizia, nel procedimento Sudafrica contro Israele, ha indicato misure provvisorie nel 2024, legando l’obbligo di prevenzione e l’urgenza della protezione della popolazione civile e dell’accesso umanitario.
La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto (novembre 2024) per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant.
E una Commissione d’inchiesta legata al Consiglio ONU dei diritti umani ha pubblicato nel settembre 2025 un’analisi giuridica che discute in termini espliciti elementi materiali e psicologici del crimine di genocidio, chiedendo azioni conseguenti alla comunità internazionale.

Ora metti insieme i pezzi: se un potere è sotto accusa internazionale, ha un interesse vitale a controllare il flusso dei testimoni e delle narrazioni. Espellere ONG, pretendere dati sul personale locale, colpire chi denuncia, e contemporaneamente alimentare in Europa una cultura del sospetto contro chi è solidale con i palestinesi, non sono fenomeni separati. Sono una stessa architettura.

Il copione delle “false flag” oggi: non serve l’esplosivo, basta il dossier

Quando parli di “false flag”, il punto non è gridare al complotto come riflesso automatico. Il punto è riconoscere un metodo storico del potere: creare un ambiente dove la prova non è più prova, ma racconto; dove l’accusa sostituisce il processo; dove la reputazione distrutta vale quanto una condanna.

Oggi la “false flag” contemporanea spesso non ha bisogno di un attentato: le basta un report, una sigla, un documento non verificabile, un’accusa postuma, un titolo che resta anche quando le prove non arrivano. È la versione amministrativa e mediatica della repressione: si chiude, si sospende, si bandisce, si infanga. E intanto la gente muore.

Che fare: la linea rossa che l’Europa non può fingere di non vedere

Se l’Unione Europea, i governi occidentali e le istituzioni italiane continuano a trattare tutto questo come “normale gestione della sicurezza”, allora non stiamo assistendo solo a una tragedia umanitaria. Stiamo certificando una mutazione politica: l’idea che i diritti umani siano un optional, e che chi salva vite debba prima ottenere un lasciapassare dall’apparato che bombarda.

La linea rossa è già stata superata, ma non è troppo tardi per chiamare le cose col loro nome e agire di conseguenza:

Primo, ripristino immediato dell’operatività delle ONG a Gaza e stop alla schedatura del personale palestinese come condizione per curare e soccorrere.
Secondo, trasparenza totale e garanzie robuste su qualunque cooperazione giudiziaria internazionale: nessun processo democratico può poggiare su “prove” che arrivano da fonti opache in un contesto di guerra e propaganda.
Terzo, fine della criminalizzazione della solidarietà: chi raccoglie fondi, chi manifesta, chi denuncia non può essere trattato come un nemico interno per compiacere la geopolitica dell’alleato.

Gaza oggi è un laboratorio del peggio: se passa l’idea che si può affamare un popolo, espellere i medici, e poi accusare chi protesta di “delegittimazione”, allora domani quel metodo verrà esportato ovunque. E a quel punto la domanda non sarà più “cosa sta succedendo ai palestinesi”, ma “cosa siamo diventati noi”.

Fonti e siti di riferimento

Financial Times – “Israel’s allies condemn ban on dozens of aid groups working in Gaza”
https://www.ft.com/content/7abb519c-ebb6-493d-8637-5a25ff508e5d

Associated Press – “List of aid groups working in Gaza that Israel is suspending”
https://apnews.com/article/ec535cea548ddc75080f1e6bffe53801

The Guardian – “Israel to ban dozens of aid agencies from Gaza as 10 nations warn about suffering”
https://www.theguardian.com/world/2025/dec/30/israel-to-ban-dozens-of-aid-agencies-from-gaza-as-10-nations-warn-about-suffering

Vatican News – “Gaza, Israele non rinnova le licenze alle organizzazioni umanitarie”
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-12/palestina-israele-ong-aiuti-diritti-gaza.html

RaiNews – citazione e contesto sulla dichiarazione di Volker Türk
https://www.rainews.it/maratona/2025/12/netanyahu-governo-a-gaza-possibile-solo-con-disarmo-di-hamas-121e9e2e-3ea7-42b7-a5e5-6cf15fca49b3.html

AgenSIR – “Striscia di Gaza: appello 53 ong a Israele, revocare le misure…”
https://www.agensir.it/quotidiano/2026/1/2/striscia-di-gaza-appello-53-ong-a-israele-revocare-le-misure-che-ostacolano-lassistenza-umanitaria/

La Repubblica (Genova) – “Prove portate dallo 007 israeliano senza nome… Mr Avi…”
https://genova.repubblica.it/cronaca/2025/12/30/news/prove_portate_dallo_007_israele_mister_avi_hannoun_finanziamenti_hamas_e_scontro_sull_inchiesta-425066926/

La Repubblica – “Terrorismo, associazioni benefiche finanziano Hamas: nove arresti”
https://www.repubblica.it/cronaca/2025/12/27/news/terrorismo_associazioni_benefiche_finanziano_hamas_nove_arresti-425062101/

Manovra 2026: il Paese in saldo, la democrazia in affitto

C’è un’immagine che fotografa meglio di mille slogan la finanziaria che sta passando in Parlamento: un maxi-emendamento scritto all’ultimo, blindato con la fiducia, e attorno un contorno di “aggiustamenti” che non correggono nulla, ma spostano il peso sempre dalla stessa parte. È il vecchio trucco: chiamare “responsabilità” ciò che è una scelta di campo, e chiamare “semplificazione” ciò che assomiglia a un condono. E mentre il governo si racconta come il presidio dell’ordine, prepara una politica che disciplina i deboli e premia chi può permettersi di ignorare le regole.

Il Parlamento ridotto a notaio, la manovra ridotta a prova di forza

La prima notizia, prima ancora delle cifre, è il metodo. La legge di bilancio dovrebbe essere il luogo massimo della decisione pubblica: si discute, si corregge, si bilancia. Qui invece si procede per compressione. Il testo viene chiuso con un maxi-emendamento e il “lucchetto” della fiducia, dopo giorni di caos procedurale e scambi interni alla maggioranza. Lo denuncia Maurizio Landini con parole nette: “spettacolo indegno”, un governo che “non vuole discutere con nessuno, né con il Parlamento né con le parti sociali”. 

Non è solo un problema di stile. È sostanza politica: quando la manovra diventa un atto “prendere o lasciare”, si trasformano i diritti sociali in variabili di contabilità, e la democrazia in una formalità.

Il condono come segnale: legalizzare l’abuso e chiamarlo “primo treno utile”

Dentro questa logica, il capitolo più rivelatore è la mossa sul condono edilizio. Non un dibattito trasparente, non una scelta motivata da un’emergenza reale, ma un ordine del giorno alla manovra che “impegna il governo ad adottare” un nuovo condono “nel primo provvedimento utile”. Il contenitore sarebbe la riforma del Testo unico dell’edilizia, già approvata dal Consiglio dei ministri e in attesa del Parlamento. 

Qui la politica parla un linguaggio chiarissimo: non si affronta l’emergenza abitativa con case popolari, affitti sostenibili, recupero serio e trasparente del patrimonio pubblico. Si manda un messaggio culturale: “se hai violato le regole, prima o poi arriva una sanatoria”. In Italia non sarebbe neppure una novità: i grandi condoni nazionali del 1985, 1994 e 2003 sono il precedente storico che pesa come un macigno, perché hanno sedimentato l’idea che l’abuso non è un reato sociale, ma un investimento in attesa di sconto. 

E mentre la maggioranza si contende la bandierina del “Piano casa”, la traiettoria che emerge è quella denunciata da più osservatori: condoni, sanatorie, semplificazioni “a favore”, e pochissimo per chi una casa deve prenderla in affitto senza essere strozzato. 

Tagli e spostamenti: meno coesione, più rendite di fatto

Poi ci sono i numeri che raramente finiscono nei titoli, ma decidono la vita concreta.

Sul Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, nel testo approdato in Commissione Bilancio al Senato compare una riduzione delle risorse (almeno 300 milioni per il 2026, secondo l’anticipazione ANSA).  E diverse analisi segnalano un disegno più ampio di riduzione/riassorbimento di risorse FSC lungo più anni, con impatto potenziale soprattutto sui territori già fragili. 

Sull’Assegno di inclusione, il meccanismo viene “aggiustato” in modo che suona quasi beffardo: da un lato si elimina il mese di sospensione tra un ciclo e l’altro, dall’altro il primo mese del rinnovo verrebbe pagato al 50%. Tradotto: si evita il buco, ma si mette una toppa più piccola proprio quando le famiglie arrivano già in apnea. 

Questo è il filo che lega i pezzi: non si nega il welfare in modo clamoroso, lo si consuma a cucchiaini. Tagli qui, ritocchi là, un’eccezione oggi, una “revisione” domani. E intanto si normalizza l’idea che la protezione sociale sia un costo da limare, non un diritto da garantire.

Lavoro: quando il “mercato” diventa una scusa per togliere tutele

Nell’intervista, Landini punta il dito su un passaggio che dovrebbe far sobbalzare chiunque abbia lavorato davvero: il ritorno dell’emendamento Pogliese, già contestato e poi rispuntato. La sostanza, semplificando: rendere più difficile recuperare crediti di lavoro e arretrati, spostando la prescrizione “in costanza di rapporto”, cioè mentre sei ancora dipendente, quando molti non fanno causa per paura di ritorsioni. Questo impianto è stato descritto da più fonti come un colpo ai diritti dei lavoratori, e nel 2025 aveva già acceso polemiche e ritiri tattici. 

È un punto politico enorme: se tu indebolisci la possibilità di ottenere giustizia sul salario dovuto, stai dicendo che il conflitto tra impresa e lavoratore si risolve sempre con la forza contrattuale, cioè quasi sempre a sfavore di chi ha meno potere.

Fiscal drag: la tassa invisibile che resta anche quando “ti dicono” di averti aiutato

Qui entra il tema del fiscal drag, che Landini liquida con una parola sola: “balle” quando il governo sostiene di averlo “recuperato”. Al di là della polemica, il punto è serio: il fiscal drag è quel meccanismo per cui, con inflazione e progressività Irpef, puoi finire a pagare più imposte anche se il tuo reddito reale non cresce. Diversi osservatori hanno quantificato effetti rilevanti negli ultimi anni e spiegano perché gli interventi parziali non equivalgono a sterilizzare davvero il fenomeno. 

E allora la frattura diventa morale prima che economica: se la propaganda ti vende “meno tasse”, ma il carico reale su dipendenti e pensionati resta pesante e scivola su meccanismi automatici, la politica sta chiedendo fiducia mentre svuota la busta paga.

Un Paese che si assottiglia: produzione in calo, povertà strutturale

Tutto questo avviene mentre l’Italia non è esattamente in una fase di benessere diffuso.

L’ISTAT continua a registrare debolezza nella produzione industriale: solo per citare l’ultimo dato disponibile, a ottobre 2025 l’indice destagionalizzato è stimato in calo rispetto a settembre, con flessioni in vari comparti. 

E sulla povertà assoluta, l’ISTAT stima per il 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie e più di 5,7 milioni di individui in povertà assoluta (quasi il 10% dei residenti). Non un incidente di percorso: una condizione che si stabilizza, cioè si normalizza. 

Se metti insieme questi due dati, capisci perché l’idea di “tirare a campare” con piccoli ritocchi e grandi slogan è micidiale: quando la base economica si indebolisce e la povertà resta alta, ogni taglio al welfare e ogni favore all’irregolarità (come un condono) non sono semplici misure tecniche. Sono un modo di riscrivere il patto sociale: chi sta sotto deve arrangiarsi, chi sta sopra può permettersi di aspettare la prossima sanatoria.

La domanda che resta sul tavolo

La domanda, alla fine, è brutale e semplice: che cosa sta finanziando davvero questa manovra?

Se il governo sceglie di correre sul binario dei condoni e di una politica industriale lasciata al “trasferimento senza condizioni”, mentre stringe su pensioni, welfare, sanità pubblica e coesione territoriale, allora non sta “mettendo in sicurezza i conti”. Sta mettendo in sicurezza un rapporto di potere.

E qui la critica non è ideologica: è concreta. Un Paese non va in declino perché sciopera chi lavora. Va in declino quando il lavoro povero diventa la normalità, quando la casa diventa un lusso, quando la povertà diventa statistica, e quando il Parlamento diventa un passaggio formale per decisioni già prese altrove.

Fonti principali

Manovra e ordine del giorno sul condono edilizio (Repubblica, 22 dicembre 2025). 

Intervista a Maurizio Landini sulla manovra (Repubblica, 22 dicembre 2025, anche in PDF CGIL). 

Taglio FSC (ANSA rilanciata da La Gazzetta del Mezzogiorno). 

Assegno di inclusione e primo mese dimezzato (Sky TG24). 

Povertà assoluta 2024 (ISTAT). 

Produzione industriale ottobre 2025 (ISTAT). 

Fiscal drag: stime e chiarimenti (Osservatorio CPI, lavoce.info). 

Emendamento Pogliese e crediti di lavoro (Corriere della Sera, Fisac-CGIL). 

Precedenti condoni edilizi (normativa e sintesi).