Mentre la marea nera dilaga sull’Occidente, l’opposizione rinuncia alla giustizia sociale e lascia campo libero ai nuovi fascismi. Il 25 aprile diventa rituale vuoto, se non torna a essere un programma di trasformazione.
Alla vigilia della Festa della Liberazione, mentre le lapidi dei partigiani caduti attendono un fiore e la memoria civile dovrebbe risuonare più forte, a Napoli si riunisce il gran consiglio della galassia nera. CasaPound, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads, Brescia ai Bresciani: i nuovi apostoli della «remigrazione» si confrontano su un progetto di deportazione di massa a base etnico-razziale, teorizzano un piano di sostituzione dei bianchi, invocano il sangue italiano come confine invalicabile della cittadinanza. Parlano come Julius Evola, si vestono come influencer, ragionano come burocrati del Terzo Reich. Ma nessuno sembra davvero scandalizzato. I quotidiani registrano, qualche editoriale si indigna, un comunicato del centrosinistra scivola nei notiziari del pomeriggio. E poi il silenzio, il rituale del consumo mediatico dell’orrore, l’assuefazione.
Ecco il punto che occorre nominare, perché è il nodo politico e culturale del nostro tempo: non è soltanto la destra nera a spaventare. È il vuoto che la sinistra ha lasciato dietro di sé. È l’opposizione che non oppone. È la democrazia svuotata dall’interno, prima ancora che assediata dall’esterno. Interrogare i nuovi fascismi senza interrogare il fallimento dell’antifascismo istituzionale è un esercizio di ipocrisia che non possiamo più permetterci.
L’internazionale nera e la crisi di un’epoca
L’onda non è italiana. È planetaria. Negli Stati Uniti Donald Trump ha inaugurato la propria seconda amministrazione con una raffica di decreti sull’immigrazione che hanno trasformato le strade delle metropoli in terreno di caccia per le squadre della Immigration and Customs Enforcement. Bambini portati via da scuola, famiglie spezzate, centri detentivi che riaprono in Texas e in Arizona, la Guardia Nazionale mobilitata contro manifestanti e università in rivolta. In Germania l’Alternative für Deutschland è ormai il secondo partito del paese, mentre Alice Weidel parla apertamente di remigrazione come politica di Stato. In Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella prepara la scalata all’Eliseo, mentre la rete di Éric Zemmour dà la caccia ai giornalisti critici e ai professori universitari. In Ungheria Viktor Orbán ha trasformato il parlamento in un’assemblea di plastica, il potere giudiziario in un’appendice dell’esecutivo, la stampa in un coro. In Argentina Javier Milei, con la motosega in mano, smonta il sistema pubblico di istruzione e sanità mentre nega i crimini della giunta militare. In Israele il governo Netanyahu porta avanti una guerra di annientamento a Gaza che la Corte internazionale di giustizia ha definito plausibilmente genocidaria, trascinando con sé gli alleati occidentali in una corresponsabilità storica che segnerà per decenni la credibilità morale dell’Europa.
Non si tratta di episodi isolati. Si tratta di un movimento tettonico, di una nuova configurazione del potere globale che Antonio Gramsci, se fosse tra noi, riconoscerebbe come interregno: quello spazio storico in cui il vecchio muore e il nuovo non può ancora nascere, e in cui, scriveva, «si verificano i fenomeni morbosi più svariati». I nuovi fascismi sono precisamente questo: il sintomo morboso di un mondo che ha smarrito la propria direzione, di un capitalismo finanziario incapace di garantire dignità e futuro, di una globalizzazione che ha prodotto disuguaglianze oscene e abbandonato interi territori, intere generazioni, interi popoli sul fondo del barile. Non sono un incidente della storia. Sono la risposta reazionaria a una crisi strutturale, la valvola di sfogo per rabbie sociali reali che la sinistra non ha più saputo rappresentare.
Il budello nero dell’ideologia razzista
Ciò che accade a Napoli non è folklore di provincia. È l’emersione, senza più pudori, del nucleo duro della dottrina suprematista: l’idea che esista una stirpe pura, che il sangue contenga il destino della nazione, che l’altro sia contaminazione. Il linguaggio è aggiornato, ma la grammatica è quella del 1938, delle leggi razziali fasciste, dei manifesti della razza redatti nei ministeri di Mussolini. «Meticcio», «imbastardimento», «identità nazionale da difendere»: queste parole non escono dagli archivi, riemergono dai profili social dei militanti e dai disegni di legge depositati in parlamento da esponenti del centrodestra di governo.
Il paradosso si fa insopportabile quando ministri ed ex ministri della Repubblica avallano, con il loro silenzio o con la loro presenza, simili assemblee. Quando un generale prestato alla politica come Roberto Vannacci dichiara che i giovani nati in Italia da genitori africani non sono assimilabili alla cultura nazionale, e il suo partito lo elegge in Europa con centinaia di migliaia di preferenze. Quando esponenti di primo piano del centrodestra siedono in convegni che parlano apertamente di riconquista della razza italiana senza che la presidente del Consiglio, custode pro tempore delle istituzioni repubblicane, ritenga di pronunciare una sola parola di dissociazione. La normalizzazione del linguaggio razzista è il primo passo di ogni regime autoritario: la pedagogia tossica che prepara il terreno alle politiche repressive successive, che abitua l’opinione pubblica a considerare normale ciò che fino a ieri era inaccettabile, che sposta il confine del dicibile fino a includere nel perimetro democratico quello che la Costituzione esplicitamente esclude.
È qui che dovrebbe levarsi, alta e ferma, la voce dell’antifascismo costituzionale. La nostra Costituzione, scritta nel sangue della Resistenza, riconosce all’articolo 3 l’uguaglianza «senza distinzione di razza». Ripete, nella XII disposizione transitoria, il divieto di ricostituzione del partito fascista. Ma la Costituzione non si autodifende: ha bisogno di un popolo che la incarni, di istituzioni che la facciano vivere, di una sinistra che la abiti politicamente, non soltanto liturgicamente. E proprio qui si apre la ferita più profonda del nostro presente.
L’assenza dell’opposizione
Cosa fa oggi l’opposizione parlamentare, mentre a Napoli si riuniscono i teorici della deportazione? Produce comunicati. Chiede la dissociazione della premier. Invita i cittadini alle manifestazioni del 25 aprile. Tutto legittimo, tutto necessario, tutto drammaticamente insufficiente. Perché il problema non è soltanto impedire che i nuovi fascisti occupino il potere formale: è privarli del consenso che li nutre. E questo consenso non nasce dal nulla. Nasce nei ceti popolari impoveriti, nella classe operaia tradita, nella piccola borghesia precarizzata, nei territori abbandonati, tra i giovani senza futuro. Nasce lì dove la sinistra, da trent’anni, ha smesso di essere presente.
La verità scomoda, che la sinistra italiana ed europea ancora fatica ad ammettere, è che l’onda nera si nutre delle macerie del compromesso neoliberale. Dal Jobs Act alla Buona Scuola, dai governi Prodi ai gabinetti di Matteo Renzi, l’area progressista ha abbracciato, con varie gradazioni, l’agenda del mercato, della flessibilità, del taglio del welfare, della liberalizzazione. Ha gestito, non trasformato. Ha moderato, non combattuto. Ha accompagnato la precarizzazione del lavoro invece di opporvisi. Ha assistito al trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto senza tentare la ricomposizione. Ha seppellito il lessico del conflitto di classe sotto il mantra della governabilità e della responsabilità europea. E quando le classi popolari hanno cercato una rappresentanza al proprio disagio, hanno trovato soltanto la destra ad ascoltarle, con le sue risposte reazionarie, false, velenose, ma emotivamente presenti, pronte a indicare nel migrante, nel povero, nel diverso il responsabile di un impoverimento che invece ha altre cause, perfettamente identificabili nei bilanci delle grandi imprese e nei rapporti Oxfam sulla concentrazione della ricchezza.
I dati parlano un linguaggio inequivocabile. In Italia l’affluenza alle urne scende a ogni tornata, con il deserto elettorale che copre soprattutto le periferie metropolitane e il Mezzogiorno. Chi non vota non è un cittadino ingrato: è un cittadino deluso, tradito, che percepisce la politica come un affare altrui. La sinistra, che un tempo era il partito dei senza partito, oggi rappresenta prevalentemente i ceti medi istruiti delle grandi città, mentre i quartieri operai e le campagne scivolano a destra o nell’astensione. Persino la recente vittoria del No al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, con il suo cinquantaquattro per cento e il sorprendente cinquantanove per cento di affluenza, ha mostrato che la mobilitazione civile esiste ancora. Ma quella mobilitazione si è consumata in una battaglia difensiva, non ha prodotto un progetto politico alternativo, non ha spostato gli equilibri materiali del paese. Questa è la voragine che la retorica antifascista, da sola, non può colmare.
L’antifascismo come questione sociale
L’antifascismo dei partigiani non era una postura morale: era un progetto di trasformazione sociale. Quando Giorgio Marincola, italo-somalo medaglia d’oro della Resistenza, rispondeva ai suoi torturatori delle SS che patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo, non pronunciava una formula retorica. Stava dicendo che la sola patria degna era quella dell’uguaglianza, del lavoro, dei diritti, della pace. Quando Tina Anselmi, partigiana e poi prima ministra della Repubblica, affermava che la democrazia è giustizia, rispetto della dignità umana, tranquillità per i vecchi e speranza per i figli, descriveva un programma politico preciso, non un’invocazione etica generica.
È questo lo scarto culturale che manca all’opposizione odierna. Contrastare il fascismo significa costruire le condizioni materiali che lo rendono impossibile. Significa politiche concrete, misurabili, radicali. E significa avere il coraggio di nominare, uno a uno, i terreni su cui quella battaglia si gioca davvero.
Sanità pubblica: la prima trincea
Il Servizio sanitario nazionale, fiore all’occhiello della Repubblica e conquista della stagione riformatrice del Novecento, è stato definanziato per decenni e oggi mostra ferite drammatiche: liste d’attesa di mesi per esami oncologici, migrazione sanitaria dal Sud al Nord, morti evitabili nei pronto soccorso intasati, medici e infermieri in fuga verso la Svizzera o il settore privato, studi di medicina generale chiusi per mancanza di medici di famiglia. Circa dieci miliardi di euro all’anno in meno rispetto alla media europea, mentre il governo Meloni annuncia aumenti massicci della spesa militare per adeguarsi ai desiderata della NATO, con l’obiettivo del due per cento del Pil e l’ipotesi di spingersi ancora oltre. È così che si seppellisce la Repubblica: sottraendole le istituzioni che la rendono abitabile per chi non ha patrimoni, dirottando risorse verso il riarmo mentre le cittadine partoriscono in corridoi d’ospedale e gli anziani muoiono in attesa di un’ecografia. Un’opposizione degna di questo nome dovrebbe fare della sanità la propria battaglia quotidiana, non solo nei convegni, ma nei territori, accanto ai comitati per la difesa degli ospedali, con una proposta chiara di ripubblicizzazione e rifinanziamento.
Scuola, università, cultura: il perimetro della democrazia
La scuola italiana è la più grande agenzia di costruzione di cittadinanza democratica, e proprio per questo la destra la detesta e la sabota. Dirigenti umiliati, stipendi tra i più bassi d’Europa, dispersione scolastica al dodici per cento con punte del venti per cento nel Mezzogiorno, università trasformate in azienducole ossessionate dagli indici bibliometrici, ricercatori precarizzati a vita, dottorandi sottopagati, personale tecnico dimezzato. La riforma Valditara sulle competenze non tecniche e il taglio degli insegnamenti di storia e geografia non sono errori: sono scelte coerenti con un disegno che vuole produrre lavoratori docili, non cittadini critici. Senza un massiccio investimento pubblico sulla scuola, sulla formazione permanente, sulla cultura diffusa, non c’è anticorpo possibile contro il virus xenofobo. Gli studenti che non leggono, che non discutono, che non conoscono la storia del Novecento e il volto reale del fascismo, saranno il pubblico naturale della prossima demagogia. L’antifascismo si trasmette tra banchi di scuola, in biblioteche pubbliche, in cinema di quartiere, in laboratori teatrali, non soltanto nei cortei del 25 aprile.
Salario, lavoro, casa: la materia prima della libertà
I salari italiani sono gli unici, nell’intera Unione europea, a essere diminuiti in termini reali negli ultimi trent’anni. Sette milioni di lavoratori sotto la soglia dei nove euro lordi all’ora, contratti collettivi scaduti da anni, appalti al massimo ribasso, morti sul lavoro a una media vicina alle tre unità al giorno. Il governo rifiuta il salario minimo legale, i padronati si oppongono al rinnovo dei contratti, la riforma fiscale premia le rendite e tassa i redditi da lavoro. L’operaio, il rider, la badante, la commessa, il magazziniere, il bracciante: sono loro la prima linea che il fascismo cerca di arruolare, promettendo nemici fittizi al posto di salari reali. Restituire salario, restituire diritti, restituire tempo di vita significa togliere terreno ai demagoghi. E non è un caso che proprio su questo fronte la sinistra istituzionale continui a balbettare, oscillando tra timide proposte di salario minimo e improvvisi cedimenti alle esigenze delle associazioni datoriali.
A completare il quadro, il diritto all’abitare. In un paese dove il canone medio assorbe quasi metà dello stipendio di un giovane, dove gli sfratti per morosità incolpevole si moltiplicano, dove l’edilizia residenziale pubblica è stata ridotta quasi a zero da decenni di politiche liberiste, parlare di democrazia è una beffa. Il diritto alla casa, presente nella Costituzione fra i doveri della Repubblica, è stato smantellato in nome della rendita immobiliare e della finanziarizzazione del mattone. E il disagio abitativo è il carburante della rabbia contro chi viene percepito come concorrente: l’immigrato, il rifugiato, il meticcio. Chi non costruisce case popolari, non argina la bolla degli affitti brevi, non tassa la seconda casa sfitta, non ha titolo per pronunciare invocazioni antifasciste il 25 aprile.
Pace: la cifra internazionalista dell’antifascismo
Non si costruisce un’opposizione credibile al fascismo partecipando, con qualche balbettio più o meno critico, al riarmo europeo e alla complicità con il massacro di Gaza. L’antifascismo del Novecento era internazionalista: solidarizzava con i popoli oppressi, denunciava il colonialismo, cercava la pace come frutto della giustizia. L’antifascismo di oggi, se vuole essere credibile, deve riconoscere che la guerra è il laboratorio dei fascismi, che il culto della nazione armata è il primo passo verso il disprezzo dell’umanità altrui, che il sostegno incondizionato a un governo come quello di Netanyahu è incompatibile con i valori della Resistenza. Non si onora la memoria di chi morì per la libertà inviando armi a governi che bombardano ospedali e scuole, firmando memorandum di cooperazione militare con apparati sotto inchiesta internazionale per crimini di guerra, convertendo la spesa pubblica in spesa bellica mentre le famiglie italiane faticano a fare la spesa. La pace non è un’ingenuità pacifista: è la condizione di possibilità stessa della democrazia sociale. Un’opposizione che tace su Gaza, che avalla il riarmo senza dibattito, che si accoda supinamente alle scelte della NATO, ha già perso la propria funzione storica.
La responsabilità delle forze di opposizione
Le forze di opposizione, dal Partito Democratico al Movimento Cinque Stelle, dall’Alleanza Verdi e Sinistra alle reti civiche e popolari che ancora resistono nei territori, devono interrogarsi senza anestesie. Stanno costruendo un’alternativa reale, o si limitano a gestire la propria sopravvivenza elettorale? Stanno parlando ai ceti popolari con il linguaggio dei loro bisogni, o continuano a rivolgersi alle proprie bolle sociali con argomenti autoreferenziali? Hanno il coraggio di rompere con il paradigma neoliberale che ha prodotto questa crisi, o pensano di poterla cavalcare con ritocchi di tonalità e qualche slogan verde? La risposta non può più essere rinviata. Il tempo del dibattito congressuale permanente è scaduto. Ogni giorno perduto in schermaglie interne è un giorno regalato alla destra neofascista, un’ulteriore spallata al corpo democratico del paese.
I nuovi fascismi non si sconfiggono nelle piazze ornate di bandiere il 25 aprile, pur necessarie, se le politiche quotidiane di quella stessa area politica ignorano la sanità pubblica, tollerano la precarietà, accompagnano il riarmo, tacciono su Gaza, non investono sulla scuola, non tassano i patrimoni, non costruiscono alloggi popolari, non affrontano la crisi climatica con una transizione ecologica giusta. La memoria antifascista non è una bandiera da issare nelle ricorrenze: è un programma politico da attuare ogni giorno. E il fatto che esperienze come Volere la Luna, Azione Civile, il Fronte Costituzionale e Popolare, le reti sociali e sindacali di base continuino a elaborare proposte concrete mentre i partiti tradizionali restano avvitati sui propri riti interni, dice qualcosa di profondo sullo stato di salute della rappresentanza politica in Italia.
Il dovere della memoria, il compito del presente
Le democrazie muoiono nel silenzio, hanno scritto Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, non nel frastuono dei colpi di Stato: muoiono per erosione, per consuetudine, per indifferenza, per la lenta anestesia dei corpi sociali. L’Italia di oggi è un paese che ha ancora tutti gli anticorpi per resistere, perché porta nel proprio tessuto costituzionale la traccia indelebile della Resistenza. Ma quegli anticorpi vanno riattivati politicamente, non soltanto celebrati ritualmente.
C’è un passaggio di Tina Anselmi che vale più di ogni proclama. Diceva che la politica non è il potere a qualunque prezzo. In quella frase c’è tutto ciò che la sinistra ha dimenticato. Il potere senza progetto è gestione, non trasformazione. Il potere senza giustizia è complicità, non opposizione. Il potere senza pace è corresponsabilità, non alternativa. Giorgio Marincola scelse di morire per una patria che non era un colore sulla carta geografica, ma una cultura di libertà. Quella patria oggi ci chiede di non arrenderci. Ci chiede una sinistra che ricominci a parlare la lingua dei lavoratori, dei giovani disoccupati, delle donne sfruttate, dei migranti sfruttati, degli anziani soli, degli studenti senza futuro. Una sinistra che torni nelle periferie, nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nei paesi spopolati dell’entroterra, nelle case di riposo, negli ospedali assediati. Una sinistra che smetta di chiedere voti e ricominci a costruire coscienza.
Solo allora l’antifascismo tornerà a essere ciò che fu nel 1945: non una formula rituale, ma un progetto di liberazione collettiva. Solo allora i convegni sulla remigrazione perderanno il loro pubblico, perché le classi popolari non avranno più bisogno di capri espiatori per spiegarsi la propria rabbia. Solo allora la Costituzione smetterà di essere un oggetto da commemorare e tornerà a essere un programma da realizzare. Il 25 aprile non è una nostalgia. È un dovere. Ma è un dovere che si onora costruendo, ogni giorno, quella giustizia sociale senza la quale la libertà è un lusso per pochi, la sicurezza un’illusione per i ricchi, la democrazia una cerimonia vuota. In gioco non c’è soltanto la memoria. In gioco c’è il futuro del nostro paese, e la possibilità stessa che un’idea di civiltà resista ancora, in questa Europa che sembra aver smarrito la propria anima.
Fonti e riferimenti
· Fondazione Gimbe, Rapporto annuale sul Servizio Sanitario Nazionale, 2025.
· Istat, Rapporto annuale sulla situazione del paese, 2025.
· Osservatorio Inps e Inapp, dati su salari reali e contratti collettivi, 2025.
· Openpolis, Osservatorio sulla spesa militare italiana e sugli impegni NATO.
· Corte Internazionale di Giustizia, ordinanza del 26 gennaio 2024 nel caso Sudafrica contro Israele.
· Oxfam, Rapporto sulla disuguaglianza globale, 2025.
· Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino.
· Tina Anselmi, Storia di una passione politica, Sperling & Kupfer.
· Carlo Costa, Lorenzo Teodonio, Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola, Iacobelli editore.
· Steven Levitsky, Daniel Ziblatt, Come muoiono le democrazie, Laterza.
· Enzo Traverso, I nuovi volti del fascismo, Ombre Corte.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
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