Mentre Madrid difende la sovranità e il diritto internazionale, Roma non viene nemmeno avvisata dell’attacco all’Iran. Il servilismo dell’Italia verso Washington raggiunge il suo punto più basso.
C’è un momento, nella storia di un paese, in cui la sua dignità viene misurata non dalle parole dei suoi governanti, ma dal peso del silenzio che li avvolge. Quel momento, per l’Italia, è arrivato il 28 febbraio 2026, all’alba, quando i missili americani e israeliani hanno cominciato a piovere su Teheran, su Isfahan, su Qom. Mentre una scuola femminile veniva rasa al suolo uccidendo quasi centosettanta bambine, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto era a Dubai con la famiglia, in vacanza, bloccato come un qualsiasi turista. Il vicepremier Matteo Salvini, a quell’ora, si complimentava su X con il cantante Ermal Meta per le sue doti linguistiche.
Giorgia Meloni — la stessa Meloni che aveva costruito la sua immagine internazionale sull’amicizia personale con Donald Trump, sul filo diretto con la Casa Bianca, sulla presunta centralità dell’Italia nelle grandi partite geopolitiche — non è stata avvisata. Non prima, non durante i preparativi. Solo a cose fatte, ad attacco già iniziato. Come ha dovuto ammettere lo stesso Tajani: il ministro degli Esteri israeliano Saar lo ha chiamato “quando l’attacco era già iniziato”. Come ha confermato Crosetto: gli americani hanno avvisato “quando hanno avvisato gli altri, ad attacco in corso”.
Ecco, dunque, il valore reale dell’amicizia con Trump. Ecco il dividendo della genuflessione.
La lezione di Madrid
Mentre Roma taceva — o balbettava giustificazioni — dall’altra parte della penisola iberica Pedro Sánchez parlava con la chiarezza di chi sa dove stare. Il premier spagnolo ha rifiutato l’uso delle basi militari congiunte di Morón e Rota, in Andalusia, per l’offensiva contro l’Iran. Lo ha fatto richiamando un principio elementare: quelle basi esistono in base a un accordo bilaterale preciso, e quell’accordo non prevede il loro utilizzo al di fuori del quadro delle Nazioni Unite.
Non si trattava di ingenuità o di debolezza. Era, al contrario, l’esercizio pieno della sovranità nazionale. “La Spagna è un paese sovrano che prende autonomamente le proprie decisioni in politica estera”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Albares. E Sánchez ha aggiunto, con una lucidità che imbarazza per contrasto la pochezza del dibattito italiano: “Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità: è così che iniziano i disastri dell’umanità”.
È una posizione che non ha nulla di astrattamente pacifista. Sánchez ha condannato il regime degli Ayatollah — che “reprime e uccide i propri cittadini, in particolare le donne” — ma ha tenuto ferma la distinzione fondamentale tra il giudizio morale su un regime e la legittimità di un’azione militare condotta al di fuori del diritto internazionale. L’Iran, per quanto tirannico e teocratico, rimane uno stato sovrano. Nessuna potenza, nemmeno la più forte del mondo, può violare questa sovranità a proprio arbitrio senza sanzione delle Nazioni Unite.
Ancora più importante: l’attacco di Usa e Israele è avvenuto mentre era in corso una mediazione concreta. La sera del 27 febbraio, l’Oman aveva annunciato che l’Iran aveva accettato di smantellare le proprie riserve di uranio arricchito. Un accordo era a portata di mano. Poche ore dopo, i missili erano già in volo.
La zona grigia dell’Italia
Il governo Meloni ha scelto la sua posizione con una cura quasi chirurgica nell’evitare qualunque posizione netta. Nessuna condanna dell’attacco. Nessuna richiesta di cessate il fuoco immediato. Nessuna solidarietà alla Spagna, bersaglio delle minacce economiche di Trump. Dal Palazzo Chigi è arrivata la solita formula anestetizzata: preoccupazione per la “stabilità regionale”, invito a “evitare l’escalation”, dichiarazione che da basi italiane non sono partiti aerei americani per attacchi — come se questo bastasse a lavare la coscienza.
Ma la realtà parla da sola. Le basi di Sigonella e del sistema MUOS di Niscemi sono state intensamente utilizzate per monitoraggio e intelligence prima e durante l’attacco. Il drone Global Hawk è decollato da Sigonella più volte nelle ore precedenti all’offensiva. Le infrastrutture militari americane sul territorio italiano — circa 12.000 soldati statunitensi presenti nel paese — hanno svolto un ruolo attivo nel sostenere l’operazione. “Le basi militari italiane gli Usa le hanno già”, ha ammesso lo stesso Crosetto. E allora la distinzione tra “supporto difensivo” e “partecipazione offensiva” diventa una finzione semantica.
Mentre Meloni non interveniva, la segretaria del PD Elly Schlein chiamava Sánchez per esprimere solidarietà. Il M5S e AVS chiedevano al governo di fare altrettanto. La risposta del centrodestra al potere: silenzio, o peggio, imbarazzanti giustificazioni per il mancato preavviso. Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha persino osservato che “bastava osservare i movimenti della flotta Usa” per capire che l’attacco era imminente. Come se la subalternità fosse da giustificare con l’autosufficienza informativa.
La strada verso il baratro
C’è qualcosa di strutturalmente pericoloso nel comportamento degli Stati Uniti di Trump. Non è soltanto l’aggressività diplomatica — le minacce commerciali alla Spagna, gli insulti agli alleati “terribili”, i ricatti tarifari. È la logica profonda di un’amministrazione che ha deciso di smantellare il sistema multilaterale costruito dopo la Seconda guerra mondiale e di sostituirlo con la legge del più forte.
Sánchez ha evocato l’Iraq con una precisione dolorosa: ventitré anni fa, un’altra amministrazione americana trascinò l’Europa in una guerra presentata come necessaria, liberatrice, chirurgica. Il risultato fu la destabilizzazione dell’intera regione, un’ondata di terrorismo jihadista, milioni di morti, una crisi migratoria senza precedenti. Oggi si ripete lo stesso copione, con attori parzialmente diversi e con l’aggravante di una potenza nucleare — l’Iran — coinvolta direttamente.
La Rete Italiana Pace e Disarmo lo ha detto con parole inequivocabili: questo attacco “non aiuterà la società civile iraniana a liberarsi del regime teocratico ma darà nuove motivazioni a Teheran per accelerare il proprio riarmo e rafforzare la repressione interna”. La strage delle bambine nella scuola di Minab — quasi 170 vittime — non è un effetto collaterale: è il volto reale della guerra, comunque si chiami l’operazione che la produce.
E mentre lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita una quota significativa del commercio energetico mondiale — è paralizzato dalle petroliere ferme in attesa della fine delle ostilità, mentre i prezzi del petrolio e del gas salgono e l’incertezza economica si diffonde, l’Italia tace. Perché tacere, per Meloni, è più comodo che scegliere.
Quando l’obbedienza servile non è leadership
Pedro Sánchez ha lanciato un messaggio che va ben oltre la disputa sulle basi militari. Ha parlato all’Europa intera, e in particolare a quei leader — tra cui è lecito includere Meloni — che scambiano l’allineamento con Washington per politica estera: “Ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie nascano dalle rovine, ingenuo è pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership”.
Ha ragione. L’obbedienza servile non è leadership. È abdicazione. È la rinuncia a quella funzione di mediazione, di dialogo, di costruzione del diritto internazionale che l’Europa avrebbe potuto e dovuto esercitare. Invece, la gran parte dei governi europei ha scelto l’ambiguità, quando non la complicità. L’Italia, in questo, non fa eccezione: anzi, primeggia per la combinazione di subalternità politica e imbarazzante impreparazione operativa.
Mentre Macron e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimevano solidarietà a Sánchez, mentre la Francia dispiegava la portaerei De Gaulle nel Mediterraneo per operazioni esplicitamente difensive — non offensive — il governo italiano aspettava che qualcuno decidesse per lui. Aspettava le richieste formali degli americani, valutava, monitorava, dichiarava di non essere stato coinvolto. Una posizione che è, nei fatti, il contrario della sovranità.
Una scelta di civiltà
Di fronte a un’aggressione militare condotta al di fuori di qualsiasi mandato delle Nazioni Unite, su uno Stato sovrano — per quanto illiberale, per quanto tirannico — la risposta di un paese che si definisce democratico non può essere il silenzio complice. Né può essere la retorica del “dobbiamo aspettare che la situazione si chiarisca”.
La Spagna ha scelto. Ha scelto il diritto internazionale contro la forza bruta. Ha scelto la diplomazia contro la guerra preventiva. Ha scelto la propria sovranità contro le pressioni di un’amministrazione che usa le ritorsioni commerciali come strumento di ricatto tra alleati. E ha pagato un prezzo: le minacce di Trump, le critiche inopportune del cancelliere Merz, l’isolamento momentaneo.
Ma ha guadagnato qualcosa di più prezioso: la sua dignità. E, con essa, la solidarietà di Macron, di Costa, di tutti gli europei che sanno distinguere tra un alleato e un padrone.
L’Italia avrebbe potuto fare lo stesso. Aveva ogni strumento giuridico e politico per farlo. Il Parlamento, secondo la Costituzione, avrebbe dovuto essere informato e coinvolto in qualsiasi decisione sull’uso delle basi militari per azioni offensive. Invece, il governo ha preferito la zona grigia, il non detto, l’attesa delle richieste formali. Una postura che, nella migliore delle ipotesi, è ignavia. Nella peggiore, è complicità.
“Fermatevi prima che sia troppo tardi”, ha detto Sánchez rivolgendosi a Washington, Tel Aviv e Teheran. È una frase semplice, quasi elementare. Ma in questo momento, quella semplicità è rivoluzionaria. Perché i governanti che avrebbero il dovere di pronunciarla — e in primo luogo quelli italiani — scelgono invece di inginocchiarsi.
E la storia, quando arriverà il momento del giudizio, non dimenticherà chi ha scelto di tacere mentre il mondo bruciava.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”