Il Campo Largo delle Contraddizioni

Perché un campo largo che mescola tutto e il contrario di tutto non è un’alternativa, ma il miglior regalo a Giorgia Meloni.

La notte di piazza Barberini e l’euforia della vittoria
Il 23 marzo 2026 resterà negli annali come la prima vera sconfitta politica del governo Meloni. Il No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia — la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il doppio CSM, l’Alta Corte disciplinare — ha prevalso con il 53,74% dei voti, su una partecipazione che ha sfiorato il 59 per cento: un dato di per sé incoraggiante, in un Paese che da anni conosce il male oscuro dell’astensionismo.
La risposta del centrosinistra è stata immediata e spettacolare: abbracci sul palco di Piazza Barberini, cori di “Unità, unità, unità”, il corteo notturno fino a Piazza del Popolo, i leader — Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli — fotografati insieme come una squadra che ha appena vinto il campionato. E già la mattina seguente partivano le proposte di primarie di coalizione per scegliere il candidato premier in vista delle politiche del 2027.
Tutto comprensibile. Tutto, però, pericolosamente affrettato.
Il voto dei giovani e degli ex astenuti: un mandato che non appartiene al campo largo
Chi ha vinto il referendum? Non il campo largo in quanto tale: ha vinto una nuova generazione di elettori — il No ha prevalso oltre il 60% nella fascia under 34 — e una quota consistente di italiani che da anni non mettevano piede in un seggio. Persone che non si riconoscono nell’offerta politica tradizionale, che hanno detto No alla riforma Meloni non per portare Schlein a Palazzo Chigi, ma per difendere la Costituzione, per rifiutare una riforma percepita come una mossa di controllo politico sulla magistratura.
È un mandato popolare, costituzionale, civico. Non è un cheque in bianco consegnato a una coalizione che non ha ancora un programma, un leader né — si scoprirà subito — una linea comune su nessuna delle questioni decisive.
Le contraddizioni insanabili: il campo largo è nudo
Bastano poche ore di riflessione a smontare l’euforia della notte di Barberini. Il campo largo che si vuole presentare alle politiche del 2027 come alternativa di governo porta con sé contraddizioni di fondo che nessuna liturgia unitaria può coprire indefinitamente.
Vale la pena nominarle una per una, senza sconti:
— Chi ha votato No al referendum e chi ha votato Sì, o si è astenuto come Renzi, fino all’ultimo.
— Chi si oppone all’escalation militare e all’invio di armi e chi sostiene il riarmo e la logica NATO senza se e senza ma.
— Chi difende la causa palestinese e chi ha sostenuto la legge che punisce l’antisionismo come reato.
— Chi vuole abrogare il Job Act e chi ne è il padre putativo.
— Chi lotta per lo Stato sociale, la sanità e la scuola pubbliche e chi ha applicato l’austerità europea sostenendo i governi tecnici.

Non si tratta di sfumature o di accenti diversi: sono posizioni radicalmente incompatibili. E non è questione di tattica politica: sono le fratture che attraversano la vita reale di milioni di italiani.
La guerra in Ucraina: la prima crepa esplode in diretta
Non è servito aspettare molto. A meno di tre giorni dalla vittoria del No, il senatore M5S Stefano Patuanelli ha dichiarato con nettezza: “Con noi al governo gli aiuti militari all’Ucraina cesserebbero”. Risposta immediata del dem Filippo Sensi: “Con noi gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione”.
Non è una scaramuccia: è una frattura strutturale. Il PD di Schlein si è collocato sulla linea del sostegno militare a Kiev, pur con qualche ondeggiamento tattico. Il M5S di Conte ha sempre espresso una posizione critica, a tratti esplicitamente contraria. AVS si è tenuta su una posizione di pacifismo convinto, contro ogni escalation. Non esiste una formula linguistica capace di coprire questa voragine senza tradire l’elettorato di almeno uno dei contraenti.
L’episodio non è isolato: già a gennaio 2026, al rinnovo del decreto sugli aiuti all’Ucraina, la tensione era esplosa all’interno della coalizione, con sette senatori democratici che avevano votato contro una risoluzione pentastellata. Il riformista Lorenzo Guerini aveva parlato di “segnale di metodo non accettabile”.
La Palestina: unità di facciata su un dramma irriducibile
Sull’altra grande questione geopolitica — la Palestina — il quadro non è più rassicurante. AVS ha ribadito che riconoscerà lo Stato di Palestina come prima misura di governo. Ma il PD al suo interno ospita sensibilità molto diverse su Israele, sui rapporti con le comunità ebraiche italiane, sul confine tra critica all’occupazione e antisionismo.
Il tema della legge sull’antisionismo — che ancora pesa come un macigno nel dibattito interno — divide profondamente il centrosinistra, dove voci autorevoli hanno sostenuto o non contrastato misure normative percepite da ampi settori della sinistra come una limitazione al legittimo dissenso politico.
Il Job Act: il cadavere nell’armadio della coalizione
Sul piano del lavoro, la frattura è ancora più antica e politicamente esplosiva. Il Job Act — la riforma del mercato del lavoro varata nel 2015 dal governo Renzi, che ha smontato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori — è ancora lì, in vigore, non abrogato, non emendato. Eppure Italia Viva fa parte dell’ecosistema del campo largo. Come si spiega a un operaio metalmeccanico in somministrazione che chi ha inventato la precarizzazione sistematica del lavoro dipendente ora si siede allo stesso tavolo programmatico di chi promette di abolire il precariato?
La risposta onesta è che non si spiega. Si aggira. Si rimanda. Si usa la formula “però prima togliamo la destra” come anestetico universale. Ma l’anestetico finisce, e la delusione che segue è sempre più profonda di quella precedente.
La lezione che non è mai stata imparata
La storia della sinistra italiana degli ultimi trent’anni è costellata di coalizioni larghe costruite non su un programma ma su un nemico comune. E ogni volta il copione si è ripetuto con variazioni minime.
L’Ulivo anti-Berlusconi degli anni Novanta e Duemila ha prodotto governi che hanno accettato, pezzo dopo pezzo, l’agenda berlusconiana in economia, in politica estera, nelle politiche del lavoro. L’antiberlusconismo come collante ha finito per rafforzare Berlusconi, offrendo a lui il monopolio dell’identità politica di quella stagione.
Il sostegno ai governi tecnici — da Monti a Draghi — ha fatto il resto. Quando la sinistra ha sorretto esecutivi che applicavano austerità, tagli al welfare, riforme del mercato del lavoro sgradite al proprio elettorato, ha ceduto il campo valoriale alla destra. Gli eredi del MSI, lentamente ma inesorabilmente, sono diventati la prima forza politica italiana. E hanno vinto le elezioni del 2022.
Oggi una parte del centrosinistra sembra voler riproporre quella stessa politica perdente: nel nome dell’unità contro la destra, anche a costo di ospitare nelle proprie file le peggiori posizioni di destra. Un errore di strategia che rischia di trasformarsi nel miglior regalo possibile a Giorgia Meloni.
Il campo largo nella sua versione attuale non è un fronte alternativo: è la riedizione di un modello fallimentare con ingredienti aggiornati. La differenza rispetto al passato è che ora l’elettorato ha gli anticorpi: i giovani che hanno votato No al referendum non sono disposti a essere di nuovo ingabbiati nel “voto utile” se non è chiaro quale utilità effettiva viene loro offerta.
Il rischio del ritorno all’astensionismo
I sondaggi post-referendum mostrano il campo largo sopravanzare di misura il centrodestra in termini aggregati. Ma i numeri nascondono una dinamica che dovrebbe preoccupare: molti degli elettori che hanno votato No al referendum — giovani, ex astenuti, delusi dalla politica — non hanno necessariamente intenzione di votare una coalizione percepita come l’ennesimo “fritto misto” di interessi incrociati.
Se il campo largo non sarà capace di offrire una proposta programmatica chiara, coraggiosa, senza ambiguità sulle questioni fondamentali — guerra e pace, lavoro, Palestina, Stato sociale — l’astensionismo tornerà a essere il primo partito italiano. E in quel caso, tra due coalizioni in calo, perderà meno la destra: più compatta, più identitaria, più fedele.
Cosa serve davvero: chiarezza, programma, coerenza
Il voto del 23 marzo ha dimostrato una cosa che avrebbe dovuto essere ovvia da tempo: quando si offre agli elettori una scelta netta, con una posizione chiara e non ambigua, la risposta civica c’è. Il 59% di affluenza lo dimostra. I giovani che sono tornati alle urne lo dimostrano.
Un’alternativa credibile alla destra di Meloni non può essere costruita sulla negazione del nemico, ma sulla chiarezza del progetto. E un progetto chiaro richiede scelte dolorose: non si può stare insieme a chi ha scritto il Job Act e promettere di abolire la precarietà. Non si può dirsi contro la guerra e includere chi ha votato sistematicamente per l’invio di armamenti. Non si può difendere la Palestina e ospitare chi ha sostenuto misure repressive contro chi critica Israele.
Un fronte ampio, costituzionale e popolare — l’unico in grado di costruire una vera alternativa di governo — non si costruisce mettendo assieme tutto e il contrario di tutto. Si costruisce su un programma minimo condiviso, su posizioni incomprimibili, su quella coerenza che è la sola moneta che i cittadini, soprattutto i più giovani e i più delusi, sono ancora disposti ad accettare.
Il modello sbagliato e quello da costruire
Si è parlato molto, in queste ore, del modello Sanchez in Spagna. È un riferimento utile, a condizione di capire perché il PSOE ha vinto: non per aver allargato il campo a destra, ma per aver costruito un’alleanza con la sinistra radicale di Sumar, su una piattaforma di tutele sociali, contrasto alla precarietà, laicità dello Stato, politica estera autonoma dai diktat atlantisti. Una coalizione con una identità, non un agglomerato di interessi.
Il Prodi 2 — l’altra formula evocata come spauracchio da molti commentatori — è invece il simbolo di ciò che non bisogna ripetere: una coalizione tenuta assieme da sessanta anime diverse, naufragata in pochi mesi sulla contraddizione insanabile tra le sue componenti. Quella stagione ha spianato la strada a Berlusconi prima e a Meloni poi.
Non è un caso che chi viene dalle periferie, dal lavoro operaio, dai movimenti sociali, dai collettivi studenteschi che hanno manifestato per la Palestina e contro la guerra — stia guardando altrove. Non perché non voglia cambiare il governo: perché non si fida di chi chiede i voti per cambiarlo e poi, una volta al potere, si adegua alle stesse logiche.

Il coraggio della chiarezza
Il 23 marzo ha rotto l’aura di invincibilità di Giorgia Meloni. Ha dimostrato che esiste in questo Paese una maggioranza civica, costituzionale, potenzialmente progressista. Ha riportato ai seggi una generazione che aveva abbandonato la politica come pratica inutile.
Sarebbe un crimine politico trasformare questa energia in combustibile per l’ennesima coalizione senz’anima. Sarebbe una beffa imperdonabile per chi ha votato No pensando a un cambiamento reale, ritrovarsi con un governo che porta avanti la metà delle politiche precedenti con segno diverso.

La vera sfida del centrosinistra — o di ciò che vuole essere un’alternativa di governo — non è vincere le primarie. È rispondere a una domanda semplice e brutale: su cosa non siete disposti a cedere? Su lavoro, pace, Palestina, Stato sociale, indipendenza dalla NATO: dove stanno le linee rosse? Chi le traccia?
Senza quella chiarezza, il campo largo resterà un campo minato. E Giorgia Meloni, dal suo osservatorio privilegiato, avrà già capito come attraversarlo indenne.

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