Palermo, la licenza di uccidere chi lavora

Due operai migranti precipitati dal decimo piano. Nessun contratto, nessuna tutela, nessuna vita che conti abbastanza da essere protetta. Non è un incidente: è l’ennesimo omicidio di sfruttamento.

Si chiamavano Daniluc Tiberi Un Mihai, cinquant’anni, rumeno, e Najahi Jaleleddine, quarantuno anni, tunisino. Due nomi che il 10 aprile 2026 hanno raggiunto la lista infinita dei morti di lavoro in Italia. Erano nel cestello di una gru, al decimo piano di un palazzo in via Ruggero Marturano a Palermo, quando il braccio del mezzo si è spezzato. Sono precipitati nel vuoto per oltre trenta metri, finendo sulla tettoia di un negozio di gommisti. Sono morti sul colpo, l’uno accanto all’altro, come raccontano i testimoni che hanno assistito alla scena. Un terzo lavoratore, dipendente dell’esercizio commerciale sottostante, è stato travolto dal cestello ed è finito in ospedale. Si è salvato solo perché una pila di copertoni ha attutito la caduta del metallo.

Non è un incidente. Le parole contano, e chi usa la parola incidente in questi casi partecipa attivamente alla mistificazione. Un incidente è l’imprevedibile, è ciò che accade nonostante tutte le precauzioni siano state prese. Ciò che è accaduto a Palermo non ha nulla di imprevedibile. È il risultato matematico di un sistema che ha deciso, da decenni, di trasformare la vita dei lavoratori in una variabile di costo. Una variabile comprimibile, taglibile, sacrificabile. I due uomini morti in via Marturano lavoravano in nero, senza contratto, senza copertura assicurativa, senza iscrizione alla Cassa edile o alla Edilcassa. Lo hanno confermato le indagini della Procura e le testimonianze dei familiari. Significa che non esistevano, agli occhi dello Stato e del padrone. Esistevano solo come forza lavoro a basso costo, da spremere in quota, a trenta metri da terra, senza rete.

L’economia del nero, l’economia della morte

La Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati per omicidio colposo il titolare della Edil Tech, la ditta per la quale i due operai lavoravano, e il proprietario dell’appartamento committente dei lavori. La gru era stata noleggiata da un’altra ditta, la Agliuzza Sollevamenti. Gli inquirenti, coordinati dalla procuratrice aggiunta Laura Vaccaro, stanno ricostruendo lo stato di manutenzione del mezzo, la catena degli appalti, l’esistenza o meno di dispositivi di protezione individuale, l’abilitazione dei lavoratori ai lavori in quota. Ma al di là dell’esito giudiziario, la dinamica politica e sociale è già tutta lì, sotto gli occhi di chiunque voglia vederla. Un committente privato affida lavori di ristrutturazione a una ditta che impiega manodopera senza contratto, utilizzando un mezzo noleggiato da terzi. Ogni anello della catena scarica sul successivo le responsabilità e i costi. Alla fine, il costo più alto lo paga chi sta nel cestello. Lo paga con la vita.

Il nero non è un’anomalia del sistema edilizio italiano. È la sua struttura portante. Nel settore delle costruzioni, specialmente nel Meridione e specialmente in Sicilia, il lavoro irregolare costituisce una quota significativa dell’intera forza lavoro impiegata. Le ragioni sono strutturali: subappalti a cascata, concorrenza al ribasso nelle gare, assenza di controlli, impunità di fatto per chi viola le norme sulla sicurezza. Quando un imprenditore sceglie di assumere in nero un operaio migrante, sta facendo un calcolo razionale dentro un sistema che premia quel calcolo. Risparmia sui contributi, sui versamenti alla Cassa edile, sulle visite mediche, sui corsi di formazione, sui dispositivi di protezione. Si libera dell’obbligo di denunciare infortuni. E sa benissimo che, nella peggiore delle ipotesi, cioè quando qualcuno muore, la magistratura arriverà quando il corpo è già sull’asfalto, e il processo, se mai ci sarà, si concluderà anni dopo con pene simboliche o prescrizioni.

Migranti: l’ultimo gradino di una gerarchia feroce

Che le vittime siano un rumeno e un tunisino non è un dettaglio. È la cifra politica dell’intera vicenda. I lavoratori migranti, e in particolare quelli provenienti dall’Est Europa e dal Maghreb, occupano oggi i gradini più bassi del mercato del lavoro italiano, soprattutto nell’edilizia, nell’agricoltura, nella logistica. Sono la manodopera che nessun italiano accetta più a quelle condizioni, e proprio per questo vengono cercati, reclutati, pagati in nero. La narrazione dominante, alimentata quotidianamente dal governo Meloni e dalla destra mediatica, li dipinge come invasori, come minaccia identitaria, come peso sul welfare. Ma la realtà è esattamente rovesciata: senza di loro, interi cantieri si fermerebbero, interi raccolti marcirebbero, intere filiere logistiche collasserebbero. L’economia italiana ha bisogno dei loro corpi, ma non è disposta a riconoscere loro la dignità di persone.

A questa ipocrisia strutturale si aggiunge il cortocircuito normativo. Le politiche migratorie restrittive, i decreti sicurezza, la criminalizzazione dei soccorsi in mare, la riduzione dei canali di ingresso regolare, producono un effetto preciso e voluto: spingere chi arriva nell’area grigia dell’irregolarità, dove è più ricattabile, più silenzioso, più docile. Un operaio senza permesso di soggiorno in regola non denuncia il datore di lavoro che lo paga in nero. Non chiede il casco, non pretende l’imbracatura, non rivendica le ferie. Accetta di salire a trenta metri da terra in un cestello di cui nessuno ha verificato la manutenzione, perché l’alternativa è non mangiare. Il nero, in edilizia come nei campi del foggiano, come nei magazzini della logistica lombarda, si nutre di questa ricattabilità strutturale. Produrla è parte integrante della politica migratoria italiana degli ultimi vent’anni, condivisa da governi di ogni colore.

Una strage quotidiana, una normalità scandalosa

I morti sul lavoro in Italia sono oltre mille l’anno, secondo i dati INAIL degli ultimi esercizi. Mille famiglie distrutte, mille nomi che scompaiono dalle prime pagine il giorno dopo il funerale. A questi vanno aggiunte decine di migliaia di infortuni gravi, invalidità permanenti, vite spezzate in forme meno definitive ma non meno reali. L’edilizia è il settore che paga il prezzo più alto, insieme all’agricoltura e ai trasporti. E Palermo conosce questa liturgia troppo bene: solo un anno fa, a Casteldaccia, cinque operai morirono soffocati nei gas di una vasca fognaria. Nulla è cambiato. Nulla cambierà, se il racconto collettivo continuerà a essere quello della fatalità, dell’errore umano, della sfortuna.

Perché non è sfortuna. È la traduzione puntuale di scelte politiche precise. La deregolamentazione del mercato del lavoro, iniziata con il pacchetto Treu negli anni Novanta e culminata nel Jobs Act, ha frantumato le tutele collettive, indebolito il potere sindacale, moltiplicato le forme contrattuali precarie, reso il licenziamento una pratica indolore per le imprese. In parallelo, i controlli sulla sicurezza sono stati progressivamente depotenziati: organici degli ispettorati del lavoro ridotti all’osso, ASL regionali in affanno, sanzioni inefficaci. Il Testo Unico sulla sicurezza del 2008 esiste, certo, ma vive la stessa sorte di tante leggi italiane: enunciato solenne sulla carta, inapplicato nella realtà. E quando qualcuno muore, il circo delle dichiarazioni istituzionali parte puntuale. Il sindaco che parla di dolore incolmabile, il governatore che esprime vicinanza, i partiti che invocano maggiori controlli. Poi il sipario cala, e si aspetta il morto successivo.

La legge che non c’è: omicidio sul lavoro come reato specifico

Da anni il mondo sindacale di base, le associazioni delle vittime, pezzi della magistratura più sensibile al tema, chiedono l’introduzione nel codice penale del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma e aggravata. Non più omicidio colposo generico, con la sua cornice sanzionatoria blanda e facilmente aggirabile, ma un reato che colpisca tempestivamente e con durezza tutti i responsabili, diretti e indiretti, della morte di un lavoratore: committente, imprese appaltatrici e subappaltatrici, responsabili della sicurezza, proprietari dei mezzi noleggiati, direttori dei lavori. Serve una norma che spezzi la catena dell’impunità e introduca il principio che la vita di chi lavora non si contratta, non si comprime, non si calcola nel margine di profitto.

La resistenza politica a questa richiesta è feroce e trasversale. La destra di governo la dipinge come criminalizzazione delle imprese, come ostacolo alla competitività. Pezzi consistenti del centrosinistra si accodano, preoccupati di non perdere il consenso confindustriale. Il risultato è l’immobilismo legislativo che tutti conosciamo. Eppure, in un paese che si definisce fondato sul lavoro fin dall’articolo primo della sua Costituzione, dovrebbe essere il minimo sindacale: chi uccide un lavoratore risparmiando sulla sua sicurezza risponde di un reato grave, con pene certe e sanzioni patrimoniali pesanti. Fino a quando questo non accadrà, la parola lavoro continuerà a essere, nella bocca di troppi, un’etichetta vuota sulla carta che nasconde la licenza di uccidere nei fatti.

Lo sciopero del 13 aprile: un atto di ribellione necessaria

L’Unione Sindacale di Base ha proclamato ventiquattro ore di sciopero generale a Palermo e provincia per lunedì 13 aprile, con un presidio davanti alla prefettura. È una risposta dovuta, una scelta che merita pieno riconoscimento e piena solidarietà. In un paese in cui i sindacati confederali si sono troppo spesso limitati a cerimoniali di cordoglio, l’USB ha chiamato le cose con il loro nome: non incidenti, ma omicidi sul lavoro. Non tragedie, ma conseguenze prevedibili di un sistema che specula sulla vita. Lo sciopero e il presidio sono l’unico linguaggio che il potere capisce, perché colpiscono l’unico valore che davvero riconosce: il profitto e la continuità produttiva.

Ma ventiquattro ore di sciopero in una sola città non bastano. Non possono bastare. Per fermare davvero la mattanza serve un salto di scala. Serve uno sciopero generale nazionale, di tutte le categorie, finché il governo non metta in agenda una legge vera sugli omicidi sul lavoro. Serve il coraggio di bloccare tutto, come hanno fatto i portuali di Genova contro il traffico di armi, come hanno fatto i lavoratori della logistica contro lo sfruttamento. Il blocco è l’arma più antica e più efficace del movimento operaio, e va riscoperta in tempi in cui il lavoro è stato polverizzato, atomizzato, reso invisibile proprio perché incapace di fermarsi insieme. I morti di via Marturano chiedono questo a chi resta. Non un minuto di silenzio, ma giorni di lotta.

La dignità come posta in gioco

Il fondo della questione non è solo giuridico, non è solo economico, non è solo sindacale. È morale e politico nel senso più pieno. Si tratta di decidere se, in questo paese, una vita vale una vita, o se esistono vite di serie A e vite di serie B. I nomi di Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine ci dicono la verità scomoda: per il sistema italiano del 2026, la vita di un operaio migrante in nero vale meno del costo di una cintura di sicurezza, meno del costo di una manutenzione ordinaria di una gru, meno del margine di guadagno di un appalto edilizio in un quartiere centrale di Palermo. Questa è la scala dei valori reali, quella scritta nei fatti e non nei discorsi della domenica. Ribaltarla è il compito politico di chiunque non accetti di vivere in un paese così.

Alle famiglie di Daniluc e Jaleleddine va la solidarietà piena e incondizionata. Ai loro figli, alle loro mogli, ai loro padri e madri, va la promessa che i loro nomi non verranno dimenticati insieme al ciclo mediatico delle quarantotto ore. E a chi li ha mandati a morire salendo su un cestello che non avrebbe mai dovuto reggerli, va la richiesta ferma, inaggirabile, politica, di rendere conto di ciò che hanno fatto. Non con un processo lungo dieci anni che si chiuderà con una prescrizione. Con una giustizia vera, rapida, pesante, esemplare. Perché la giustizia, quando incontra il lavoro, è sempre stata il primo e più tradito dei diritti costituzionali. Ed è da lì, da quel tradimento quotidiano, che bisogna ricominciare.

Fonti

ANSA, 10 aprile 2026 – Si spezza il braccio della gru, morti due operai che lavoravano in nero.

Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2026 – Si ribalta il carrello e si spezza il braccio della gru: due operai morti a Palermo. Lavoravano in nero.

Sky TG24, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro a Palermo, due operai morti caduti da una gru.

Giornale di Sicilia, 10 aprile 2026 – Palermo, lavoravano in nero gli operai morti cadendo dalla gru.

Comunicato USB Federazione Palermo, 10 aprile 2026 – Palermo, ennesima strage sul lavoro: non sono incidenti, è omicidio sul lavoro.

Adnkronos, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro a Palermo, morti due operai precipitati da una gru.

PalermoToday, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro in via Ruggero Marturano, si spezza braccio di una gru: morti due operai.

Dati INAIL sugli infortuni mortali sul lavoro in Italia, rilevazioni nazionali.

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