IL METODO DELLA DEMOLIZIONE

Dal fascismo delle leggi eccezionali alla riforma Meloni-Nordio: cent’anni di attacco all’indipendenza della magistratura, alla separazione dei poteri e alle libertà dei cittadini

A pochi giorni dal referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, il Paese è chiamato a pronunciarsi su una riforma che non riguarda soltanto l’organizzazione giudiziaria. Riguarda il tipo di Stato in cui vogliamo vivere. Il tipo di democrazia che siamo disposti a difendere — o che siamo disposti a consegnare. Per capire dove stiamo andando, bisogna sapere da dove veniamo. E bisogna avere il coraggio di dire ciò che si vede.

I. La marcia su Roma e la conquista legale dello Stato

Il 28 ottobre 1922 le camicie nere di Benito Mussolini marciarono sulla capitale. Il re Vittorio Emanuele III, anziché firmare lo stato d’assedio che avrebbe fermato la colonna fascista, cedette l’incarico di governo. Fu un atto che segnò, con la complicità delle istituzioni liberali esauste e della grande borghesia industriale pronta a tutto pur di neutralizzare la minaccia socialista, l’inizio della fine dello Stato di diritto italiano.

Ma la violenza squadrista non fu che il primo atto. Il secondo, più subdolo e duraturo, fu legislativo. Mussolini comprese subito che per consolidare il potere non bastava occupare le piazze: bisognava riscrivere le regole del gioco, dall’interno, una legge alla volta. La legge Acerbo del 1923 modificò la legge elettorale introducendo un premio di maggioranza abnorme: il partito che avesse raggiunto il 25% dei suffragi avrebbe ottenuto i due terzi dei seggi parlamentari. Il meccanismo consentì al PNF, alle elezioni del 1924 — segnate da brogli, intimidazioni e violenze sistematiche — di conquistare quella larga maggioranza parlamentare necessaria per smontare lo Stato liberale pezzo per pezzo.

Giacomo Matteotti denunciò in parlamento le frodi e le violenze. Il 10 giugno 1924 fu rapito e assassinato da squadristi fascisti. L’opposizione parlamentare si ritirò sull’Aventino in segno di protesta, convinta che la pubblica coscienza si sarebbe rivoltata contro il regime. Non fu così. Mussolini rimase al suo posto, sorretto dalla complicità silenziosa di polizia, magistratura e apparati dello Stato. Il 3 gennaio 1925 si presentò alla Camera e si assunse la responsabilità politica e morale del delitto Matteotti. Quella data segna il vero passaggio dal governo al regime.

II. Le leggi fascistissime: la tecnica della demolizione istituzionale

Tra il 1925 e il 1926, il ministro della Giustizia Alfredo Rocco — giurista e teorico del nazionalismo autoritario — disegnò l’architettura normativa della dittatura. Un corpus legislativo passato alla storia con il nome di “leggi fascistissime”, che non abolì la Costituzione in vigore (lo Statuto Albertino) ma ne svuotò progressivamente ogni contenuto democratico, rivestendo ogni atto di una patina di legalità formale.

La legge del 24 dicembre 1925 trasformò il Presidente del Consiglio in Capo del Governo: non più primus inter pares, non più responsabile di fronte al parlamento, ma titolare esclusivo del potere esecutivo, rispondente unicamente al re. La legge del 31 gennaio 1926 attribuì al governo la facoltà di emanare norme giuridiche per decreto, svuotando il parlamento di ogni reale funzione legislativa. La legge del 4 febbraio 1926 abolì le elezioni comunali, sostituendo i sindaci con i podestà di nomina governativa. La legge sulla stampa impose che ogni giornale potesse essere diretto soltanto da un soggetto non sgradito al governo, tramite il controllo del prefetto. La legge del 25 novembre 1926 istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un organo giudiziario composto da militari e miliziani, privo di garanzie processuali, inappellabile nelle sue sentenze: il giudice identificato con il potere politico.

Il metodo era precisissimo. Non si abbatteva la democrazia con un colpo solo. La si demoliva mattone per mattone. Quanto alla magistratura: già nel 1923 il CSM, che aveva ottenuto una parziale elettività nel 1921, fu ricondotto alla nomina governativa. Nel 1925 l’Associazione Generale Magistrati Italiani fu costretta ad auto-sciogliersi per evitare di essere trasformata in uno strumento del regime. Nel 1934 l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista divenne obbligatoria anche per i magistrati. Chi non si adeguava veniva epurato per “incompatibilità con le direttive politiche del Governo”. La magistratura, nel giro di un decennio, smise di essere un potere dello Stato e divenne uno strumento del regime. La maggioranza dei magistrati italiani, con silenziosa complicità o entusiasmo convinto, si adattò. E “la magistratura sembrò affannarsi nel tentativo di interpretare sempre meglio non la legge, ma lo spirito del sistema politico, l’indirizzo desiderato dal governo”.

III. La Costituzione del 1948: il baluardo costruito sull’esperienza del terrore

I Padri Costituenti sapevano di cosa stavano scrivendo. Avevano vissuto il fascismo. Avevano perso amici, fratelli, libertà. Per questo la Costituzione repubblicana del 1948 costruì un sistema di garanzie fondato sulla separazione e sul reciproco bilanciamento dei poteri: un parlamento sovrano, un presidente della Repubblica con funzioni di garanzia, una magistratura autonoma e indipendente da ogni altro potere, una Corte costituzionale custode delle regole fondamentali, una Corte dei Conti sentinella dei conti pubblici e dei diritti dei cittadini.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, istituito dall’articolo 104 della Costituzione, fu definito nel 1986 dalla Corte Costituzionale stessa come la “pietra angolare” del nuovo ordinamento giudiziario: l’organo che garantisce l’autogoverno della magistratura, sottraendola alla dipendenza dal potere esecutivo. Non per caso: chi aveva redatto quelle norme ricordava bene cosa significa avere giudici nominati e rimossi dal governo. Ricordava il Tribunale speciale. Ricordava i magistrati epurati per incompatibilità politica.

L’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’articolo 112, fu un’altra scelta consapevole: il pubblico ministero deve perseguire i reati secondo la legge, non secondo le preferenze del governo in carica. Questa regola impedisce che il potere politico possa dire ai magistrati requirenti quali reati perseguire e quali ignorare, chi proteggere e chi colpire. Era la risposta diretta all’esperienza del regime, in cui la giustizia era stata strumento selettivo del potere.

IV. Il progetto Meloni: non tre riforme, ma un solo disegno

Il governo Meloni si è presentato agli italiani nel 2022 con un programma di riforme istituzionali che, lette separatamente, potevano sembrare risposte a esigenze distinte. Il premierato come risposta all’instabilità governativa. L’autonomia differenziata come risposta alla richiesta di efficienza amministrativa. La riforma della magistratura come risposta alla commistione tra accuse e sentenze. Ma esaminando gli effetti combinati di queste riforme sul sistema istituzionale, un denominatore comune emerge con nitidezza: la concentrazione del potere nelle mani del governo, a scapito di tutti gli altri contrappesi costituzionali.

Il premierato, come segnalato da oltre 180 costituzionalisti in una lettera pubblica, tende ad annullare la separazione dei poteri trasformando la maggioranza parlamentare in una proiezione diretta del capo dell’esecutivo. L’autonomia differenziata, nella sua impostazione originaria — parzialmente corretta dalla Corte Costituzionale — trasferiva nelle mani del governo la gestione dei livelli minimi di diritti garantiti ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Il terzo pilastro è la riforma della magistratura, sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo 2026. Ma il progetto non si esaurisce qui. Attorno a questi tre pilastri costituzionali si è costruito, in tre anni di governo, un sistema di provvedimenti ordinari che, presi insieme, rivelano la medesima logica: neutralizzare progressivamente ogni forma di controllo sul potere esecutivo.

V. La fabbrica dell’impunità: dall’abuso d’ufficio alla Corte dei Conti

Il 10 luglio 2024 il Parlamento ha approvato il cosiddetto “ddl Nordio”, con cui il governo ha ottenuto uno dei risultati più clamorosi e meno discussi della legislatura: l’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Per decenni, l’articolo 323 del codice penale aveva punito il pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle sue funzioni, procurasse ingiusti vantaggi o arrecasse danni ingiustificati. Un “reato spia”, lo definivano i giuristi: non il reato principale, ma il sintomo rivelatore di fenomeni più estesi di corruzione, favoritismo e malaffare nella pubblica amministrazione. Ora non esiste più.

Le conseguenze sono concrete e immediate: i cittadini non possono più far valere i propri diritti di fronte ad abusi nelle concessioni edilizie o nelle sanatorie. Non possono più denunciare chi trucca un concorso pubblico senza corrispettivo in denaro. Il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione ha avvertito che senza questo reato rischia di farla franca “chi favorisce senza un corrispettivo economico una persona in un concorso, o chi assegna direttamente un contratto”. Il governo ha risposto che “non era un reato, paralizzava i pubblici amministratori”. Il messaggio ai funzionari pubblici è stato compreso: adesso si può fare con meno paura.

Non è un caso isolato. La stessa logica ha guidato la riforma della Corte dei Conti, approvata definitivamente con la legge 7 gennaio 2026, n. 1. La Corte dei Conti è un organo costituzionale previsto dall’articolo 100 della Carta, con una funzione cruciale: controllare come vengono spesi i soldi pubblici e giudicare gli amministratori che causano danni erariali allo Stato. Un presidio di legalità nato nell’Ottocento, proprio per evitare sprechi, favoritismi e mala gestione delle risorse comuni. Con la nuova riforma, la “colpa grave” viene esclusa dall’ambito della responsabilità erariale per le condotte attive dei funzionari. Viene introdotto il meccanismo del silenzio-assenso: se la Corte non riesce a esprimersi entro termini strettissimi — in alcuni casi trenta giorni — gli atti si considerano automaticamente approvati. Uno scudo permanente per chi amministra, gestendo fondi pubblici miliardari compresi quelli del PNRR, senza più il timore di rispondere dei propri errori.

L’Associazione magistrati della Corte dei conti ha parlato apertamente di “sostanziale cancellazione delle funzioni costituzionali”. La riforma si inserisce in un quadro già avviato: il governo Meloni aveva in precedenza tentato di escludere il PNRR dal controllo concomitante della Corte — il controllo in corso d’opera sui grandi investimenti pubblici — limitando la capacità del massimo organo di controllo contabile di segnalare ritardi e irregolarità su 191 miliardi di euro di fondi europei. Il disegno è coerente e leggibile: meno controlli, meno responsabilità, più spazio per il potere politico.

VI. Il decreto sicurezza: criminalizzare il dissenso

Nel 2025 il governo ha approvato il decreto sicurezza, convertito definitivamente in legge il 29 maggio 2025 con 163 voti favorevoli e 91 contrari. Nessun quorum democratico, nessun confronto reale: il governo ha posto la fiducia, tagliando fuori dal dibattito parlamentare 131 emendamenti presentati dall’opposizione. L’Associazione Nazionale Magistrati ha definito il decreto un “messaggio inquietante” con due obiettivi: “creare nella collettività un problema che non esiste” e “porre le basi per la repressione del dissenso”.

Il decreto introduce 14 nuovi reati e 9 aggravanti. La cosiddetta “norma anti-Gandhi” trasforma il blocco stradale pacifico — la forma di protesta più elementare della disobbedienza civile — da illecito amministrativo a reato penale punibile con la reclusione da sei mesi a due anni. Le proteste sindacali rischiano di essere criminalizzate come “interruzione di pubblico servizio”. Le pene per chi manifesta vicino alle grandi opere vengono inasprite. La resistenza passiva nei centri di detenzione per migranti diventa reato. Viene data copertura legale alle spese legali degli agenti di polizia indagati per fatti commessi in servizio, mentre i detenuti che protestano rischiano da 10 a 20 anni.

Non si tratta di un episodio isolato: è l’ultimo atto di una serie. Il decreto anti-rave del 2022, il decreto Cutro del 2023, il ddl anti-imbrattamento contro gli attivisti climatici del 2023, il decreto Albania per esternalizzare la gestione dei migranti fuori dai confini dell’Unione Europea e dalla giurisdizione dei nostri giudici. Una fabbrica di reati, come l’ha definita l’opposizione, costruita non per rispondere a emergenze reali ma per alimentare la percezione di nemici — i giovani, i manifestanti, i migranti, gli attivisti — e per alzare il costo del dissenso. Il giurista Luigi Ferrajoli ha scritto che si tratta del “più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”.

VII. La riforma Meloni-Nordio: il nodo che stringe il sistema

Il disegno di legge costituzionale firmato da Giorgia Meloni e dal ministro Carlo Nordio — approvato definitivamente dal Parlamento il 30 ottobre 2025, senza la maggioranza dei due terzi necessaria per evitare il referendum — modifica otto articoli della Costituzione, intervenendo sul cuore dell’ordinamento giudiziario. Viene presentato come una semplice “separazione delle carriere”, ma il contenuto è assai più radicale.

La riforma separa formalmente le due magistrature — giudicante e requirente — dotandole ciascuna di un proprio organo di autogoverno. Il CSM unico viene sdoppiato. I membri dei due nuovi Consigli Superiori non saranno più eletti dai magistrati tra i magistrati, ma sorteggiati, privando così l’autogoverno della magistratura di qualsiasi legittimazione democratica interna. L’Alta Corte Disciplinare, istituita ex novo, assumerà la competenza esclusiva sulle sanzioni ai magistrati.

Il nodo più pericoloso riguarda il pubblico ministero. Come ha denunciato il senatore Mazzella in aula al Senato il 25 giugno 2025, la separazione delle carriere è “solo un primo passo”: il secondo, già annunciato, sarà quello di sottoporre il PM al controllo del potere esecutivo. Con la separazione, il magistrato requirente risponde soltanto a se stesso, in un sistema autoreferenziale privo di contrappesi. In questo quadro, il governo potrà agire sui contesti materiali delle indagini — risorse, priorità operative, organizzazione della polizia giudiziaria — senza violare formalmente la lettera della Costituzione. La magistratura requirente, privata del legame con quella giudicante e dell’ancoraggio al CSM unitario, diventa esponenzialmente più vulnerabile alla pressione politica.

Non è un caso che il governo abbia respinto alla Camera, il 16 gennaio 2025, l’ordine del giorno che impegnava l’esecutivo a garantire l’indipendenza dei pubblici ministeri. Come ha osservato l’opposizione: “Siete rei confessi.” La consigliera del ministro Nordio, in un momento di involontaria franchezza, ha sintetizzato il progetto con una frase che ha fatto scandalo: “Votate sì e togliamo di mezzo la magistratura.”

VIII. Il metodo antico, il costume nuovo

Il paragone con le leggi fascistissime non è un’iperbole retorica. Non si tratta di affermare che il governo Meloni sia fascista nei modi e nelle forme. Si tratta di riconoscere che il metodo — la demolizione progressiva dei contrappesi istituzionali attraverso riforme di facciata rivestite di una patina di legalità — ha una genealogia precisa nella storia italiana. Come nel 1925, si opera per gradi. Come nel 1925, ogni singolo atto viene presentato come una risposta a un’esigenza concreta e ragionevole: si dice “paura della firma” per giustificare l’abolizione dell’abuso d’ufficio, “efficienza” per svuotare la Corte dei Conti, “sicurezza” per criminalizzare il dissenso, “terzietà del giudice” per controllare il PM.

C’è però una differenza sostanziale, che rende il confronto al tempo stesso più rassicurante e più inquietante. Nel 1925 non esisteva una Costituzione rigida che frenasse il legislatore. Nel 2026 esiste, ed è già stata parzialmente violata nelle intenzioni — la Corte Costituzionale ha dovuto intervenire sull’autonomia differenziata — e viene ora aggredita nei suoi principi fondamentali attraverso una revisione formalmente legittima ma sostanzialmente eversiva nella sua logica complessiva. Quando le modifiche costituzionali tendono sistematicamente a smantellare i meccanismi di bilanciamento del potere, i costituzionalisti parlano di “abuso della revisione costituzionale”: un uso formalmente legale dello strumento per produrre esiti illegittimi rispetto allo spirito e ai valori fondativi dell’ordinamento.

La radice ideologica del progetto va cercata nella cultura profondamente autoritaria del Movimento Sociale Italiano degli anni Settanta: il partito degli “esclusi” dal patto costituzionale, che non ha mai accettato i valori della Resistenza e della Repubblica parlamentare, e che oggi — per la prima volta — si trova nelle condizioni di poter riscrivere quelle regole dall’interno. Come scrive Questione Giustizia, si tratta di una volontà di rivincita sulla Costituzione e sulla storia istituzionale repubblicana: l’obiettivo di capovolgere regole e principi fondanti della democrazia repubblicana. Non un errore, una scelta.

IX. L’internazionale reazionaria: Meloni, Trump, Orbán e la rete sovranista globale

Questo progetto non nasce nel vuoto della politica italiana. Si inserisce in un fenomeno globale che accomuna leader di destra radicale in tutto l’Occidente: Donald Trump negli Stati Uniti, Viktor Orbán in Ungheria, Marine Le Pen in Francia, Javier Milei in Argentina, Nayib Bukele in El Salvador. Un’internazionale reazionaria che condivide una visione del potere verticale, autoritario e plebiscitario, in cui il leader eletto risponde soltanto al popolo — e quindi, di fatto, a nessuno — sottraendosi a ogni contrappeso istituzionale, giudiziario, giornalistico o civile.

Giorgia Meloni è parte organica di questa rete, non una comprimaria. Ha partecipato alle convention del CPAC, comprese quelle tenute nell’Ungheria di Orbán. Ha prestato il proprio volto alle campagne elettorali del sovranista ungherese. Ha aderito al progetto di Steve Bannon per federare le estreme destre europee. Ha costruito la sua identità politica internazionale sull’asse Roma-Budapest, più vicina all’Ungheria e all’Albania che ai partner storici della costruzione europea. Come scrive Linkiesta, Meloni non può condividere le critiche ai valori del movimento trumpiano “semplicemente perché di quel movimento è parte integrante, militante convinta della primissima ora”.

Il modello che questi governi perseguono è stato teorizzato da Orbán come “democrazia illiberale”: elezioni regolari, pluralismo formale, ma sistematico smantellamento dei contrappesi — magistratura, media liberi, società civile, organismi di controllo — che rendono le elezioni realmente significative. Ciò che accade oggi negli Stati Uniti di Trump — assalto al potere giudiziario, attacchi alle università, epurazioni nella pubblica amministrazione, criminalizzazione del dissenso — è benvisto da chi governa l’Italia. Non è una coincidenza. È un programma.

L’ironia tragica è che questa subalternità all’internazionale sovranista non ha portato all’Italia alcun vantaggio concreto. I dazi di Trump hanno colpito duramente le esportazioni italiane in settori chiave. L’Italia è stata esclusa dalla comunicazione preventiva sull’operazione militare contro l’Iran, nonostante le ambizioni di “ponte” tra Washington e Bruxelles. Siamo un governo che paga il prezzo di un’amicizia di carta con il mondo MAGA, senza avere né la forza contrattuale né la credibilità per incidere sulle decisioni che contano.

X. L’emergenza democratica e il No come atto di resistenza

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 non ha quorum. Chiunque non voti, in sostanza, favorisce il Sì. Il governo Meloni ha costruito la campagna referendaria sull’ambiguità: si parla di “separazione delle carriere” come se la riforma si limitasse a questo, mentre il testo sottoposto al voto modifica radicalmente l’equilibrio tra magistratura e potere politico, colpisce l’autogoverno dei giudici, crea le condizioni strutturali per la subordinazione dei PM all’esecutivo. Nulla nel testo riguarda l’efficienza o la rapidità dei processi. Tutto nel testo riguarda chi controlla chi.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione appare ancora frammentata, incapace di costruire una narrazione unitaria che unisca le singole battaglie in un quadro coerente. Ogni riforma viene combattuta separatamente — la magistratura, il decreto sicurezza, la Corte dei Conti, l’abuso d’ufficio — senza mai riuscire a spiegare agli italiani che si tratta dei tasselli di un unico mosaico. Un mosaico che raffigura la stessa cosa da qualunque angolo lo si guardi: un governo che vuole ridurre i controlli sul proprio potere, silenziare chi dissente, proteggere i propri amici e colpire i propri nemici, utilizzando lo Stato come strumento invece di servirlo come mandatario.

Ciò che ci viene chiesto il 22 e 23 marzo non è un voto tecnico sull’ordinamento giudiziario. Ci viene chiesto di scegliere tra due idee di Stato: uno in cui il potere risponde a contrappesi reali — magistratura indipendente, organi di controllo autonomi, diritto al dissenso garantito — oppure uno in cui il governo decide chi deve essere indagato, come devono essere spesi i fondi pubblici, quali forme di protesta sono consentite, e lo fa non nonostante la Costituzione ma attraverso una sua riscrittura progressiva, mattone per mattone.

XI. Conclusione: cent’anni di storia, undici giorni per scegliere

I Padri Costituenti scrissero quella Costituzione con la memoria viva di ciò che accade quando i contrappesi istituzionali cedono uno dopo l’altro. Sapevano che le dittature non nascono quasi mai da un colpo di Stato violento. Nascono da una serie di scelte apparentemente ragionevoli, ciascuna delle quali — presa singolarmente — sembra una riforma legittima. È la somma che produce il disastro.

Siamo all’11 marzo del 2026. Tra undici giorni gli italiani voteranno. Cent’anni fa Alfredo Rocco costruì il suo sistema con decreti, leggi eccezionali e tribunali speciali. Oggi si lavora con referendum costituzionali, abolizioni di reato, riforme della Corte dei Conti e decreti sicurezza. Il paesaggio è diverso. Il metodo della demolizione è lo stesso. La direzione è la stessa.

Chi governa oggi sa benissimo cosa vuole. Sa che il premierato darà all’esecutivo il controllo del parlamento. Sa che la riforma della magistratura aprirà la strada al controllo del PM. Sa che l’abolizione dell’abuso d’ufficio e lo svuotamento della Corte dei Conti tolgono vigilanza sulla spesa pubblica. Sa che il decreto sicurezza alza il costo del dissenso. Sa che questa internazionale reazionaria di cui è parte sta smontando, pezzo per pezzo, le democrazie liberali in tutto l’Occidente. E sa di farlo nell’ombra del dibattito quotidiano, nella nebbia della confusione mediatica, nell’inerzia dell’opposizione che ancora non ha trovato la parola giusta.

Quella parola è: No. Un No che non è solo un voto sulla magistratura. È il rigetto di un progetto reazionario e autoritario che umilia la memoria di chi ha scritto la Costituzione, svende la sovranità italiana all’internazionale del potere senza controllo, e consegna alle generazioni future un’Italia meno libera, meno giusta, meno degna di se stessa.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere. Votare No è il minimo che la storia ci chiede.

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