“La bomba fantasma: trent’anni di menzogne nucleari per giustificare le guerre d’Israele”

Da trent’anni Benjamin Netanyahu ripete lo stesso allarme, con la stessa inflessione, gli stessi toni apocalittici, le stesse profezie da incubo: “L’Iran è a pochi mesi dalla bomba atomica”. È il 1995 quando, ancora leader dell’opposizione, lancia il suo primo grido d’allarme. Da allora, con cadenza quasi rituale, Netanyahu aggiorna l’orologio dell’apocalisse iraniana, ma la fine del mondo – quella che lui auspica per legittimare aggressioni, embarghi e sanzioni – non arriva mai. L’Iran, trent’anni dopo, non ha alcuna bomba nucleare. E la narrativa israeliana si è rivelata per quello che è: una costruzione propagandistica sistematica, ideologica, strumentale. Un’ossessione con funzione bellica.

Netanyahu è come un oratore che ripete lo stesso sermone a un pubblico sempre più stanco, ma tenuto vivo da un sistema mediatico e politico internazionale che ha smesso di fare domande. La sua strategia si basa sul paradosso dell’urgenza permanente: ogni anno è “l’anno decisivo”, ogni mese è “quello in cui l’Iran ci attaccherà”, ogni settimana può essere “quella in cui la bomba sarà pronta”. E così, mentre il mondo si abitua a vivere sotto l’ombra della menzogna, Tel Aviv costruisce la sua impunità.

In tutto questo, c’è una realtà che nessuno dovrebbe permettersi di ignorare: l’Iran ha sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) Questo significa che ha accettato controlli, ispezioni, limiti e trasparenza. In cambio, ha diritto all’uso civile del nucleare e alla tutela del proprio sviluppo scientifico. Le ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) hanno più volte certificato che l’Iran non sta costruendo bombe. Anzi, Teheran è tra i paesi più monitorati al mondo sul piano nucleare.

Dall’altra parte c’è Israele: non ha mai firmato il TNP, non accetta ispezioni, eppure possiede da decenni un arsenale nucleare che si stima in oltre 90 testate. Nessuno lo dice apertamente, ma tutti lo sanno. È il segreto di Pulcinella della geopolitica mediorientale. Israele è una potenza atomica clandestina che accusa, minaccia e bombarda un paese che – per quanto teocratico e autoritario – non ha mai violato formalmente i suoi impegni internazionali in ambito nucleare.

Il paradosso diventa mostruoso se si osservano le conseguenze politiche e militari di questa costruzione ideologica. Le accuse di Netanyahu non sono solo parole. Sono il pretesto per guerre, assassinii mirati, sabotaggi, sanzioni e adesso bombardamenti diretti. L’attacco all’Iran – pianificato da tempo e messo in atto con il beneplacito degli Stati Uniti – si fonda esattamente su quella bomba che non esiste. Su una menzogna ripetuta talmente tante volte da diventare verità nell’immaginario collettivo.

La domanda da porsi è semplice quanto scandalosa: può uno Stato aggredire un altro sulla base di un’arma che non esiste, e farlo nel silenzio complice della comunità internazionale?

A ben vedere, il meccanismo non è nuovo. È lo stesso schema delle “armi di distruzione di massa” in Iraq, della “minaccia chimica” in Siria, delle “provocazioni nucleari” della Corea del Nord, della “minaccia esistenziale” rappresentata dalla Palestina. Una narrazione tossica, costruita per alimentare un perenne stato d’eccezione in cui Israele può fare tutto ciò che vuole. E chi si oppone, viene bollato come antisemita, terrorista o complice del “male”.

In questa grande operazione di inganno, la stampa occidentale ha giocato un ruolo determinante. Anziché smascherare la farsa, l’ha amplificata. Ha diffuso senza contraddittorio le minacce di Netanyahu, ha occultato le smentite dell’AIEA, ha ignorato i dossier dell’intelligence USA che nel tempo hanno escluso ogni progetto militare in Iran. Il giornalismo embedded ha ancora una volta sostituito l’informazione con la propaganda.

È questo il contesto in cui si colloca l’attuale escalation contro Teheran. Non si tratta di un intervento difensivo, ma di un atto aggressivo fondato su una paranoia costruita artificialmente. Una paranoia utile a compattare l’opinione pubblica interna, a distrarre dai crimini di guerra commessi a Gaza, a riposizionarsi strategicamente nel nuovo Grande Gioco mediorientale che vede Israele sempre più isolato sul piano etico, ma sempre più integrato nei piani USA di destabilizzazione della regione.

Ciò che accade oggi è quindi il risultato di una narrazione costruita nel tempo, in modo metodico, ossessivo, perfettamente orchestrato. Netanyahu non è pazzo: è un ideologo. La sua ossessione non è frutto di un delirio personale, ma di una strategia coerente con un progetto egemonico. Demonizzare l’Iran, presentarlo come l’epicentro del male, serve a legittimare l’idea che qualsiasi azione preventiva sia giustificata. Anche la guerra. Anche la bomba, stavolta reale.

Perché il vero pericolo non è che l’Iran costruisca l’arma atomica. Il vero pericolo è che Israele la usi. O che la usi l’Occidente, per procura.

Ed è proprio per denunciare questi paradossi, queste menzogne, queste complicità, che domani – sabato 21 giugno – ci sarà la manifestazione nazionale “No Realm Europe” a Roma, con partenza alle ore 14:00 da Porta San Paolo.

Una mobilitazione contro la militarizzazione dell’Europa, contro la guerra permanente, contro il riarmo atomico e convenzionale, contro la logica imperiale che trasforma i popoli in nemici e la verità in un’arma.

Saremo in piazza per dire che non crediamo più alle bombe fantasma.
Perché la vera bomba è il silenzio.
E noi abbiamo scelto di romperlo.

NoAllaGuerra #StopMenZogne #LibertàPerGaza #VeritàSullIran #NoRealmEurope #21GiugnoRoma #DisarmoNucleare

“Gaza, la parola negata: il genocidio che l’Europa non vuole vedere”

I genocidi non iniziano con le bombe. Iniziano con le parole. Con il linguaggio che disumanizza, con l’abitudine all’eufemismo, con la complicità dell’ambiguità. Da oltre un secolo, la propaganda sionista ha alimentato il mito coloniale della “terra senza popolo per un popolo senza terra”. Una menzogna che oggi, nel sangue e nella polvere di Gaza, sta trovando la sua tragica realizzazione: la cancellazione materiale, simbolica e culturale del popolo palestinese.

Chiamare genocidio il genocidio non è una scelta semantica: è un atto politico, un dovere etico, una necessità storica. Lo è oggi più che mai, perché il crimine si sta consumando davanti agli occhi del mondo in tempo reale, in diretta social, tra silenzi compiaciuti e censura sistematica. Chi tace, acconsente. E chi manipola le parole, spalanca la strada alla distruzione.

Il governo israeliano non fa mistero delle sue intenzioni. Le dichiarazioni del ministro della Difesa Gallant, che definisce i palestinesi “animali umani”, o quelle del presidente Herzog, che nega l’esistenza di civili innocenti a Gaza, non sono scivoloni verbali. Sono atti preparatori, ideologicamente fondati, della “soluzione finale” per il popolo palestinese. Esattamente come previsto dalla Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948, che l’Italia ha ratificato e che impone non solo di non partecipare a un genocidio, ma di prevenirlo e contrastarlo attivamente.

A Gaza, quattro dei cinque criteri indicati nella Convenzione sono già pienamente soddisfatti:
1. Uccisione di membri del gruppo (oltre 55.000 morti, metà bambini).
2. Causazione di gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo (amputazioni, traumi, sfollamenti).
3. Sottomissione intenzionale del gruppo a condizioni di vita miranti alla distruzione fisica totale o parziale (assedio, fame, bombardamenti su ospedali, scuole, campi profughi).
4. Misure volte a impedire nascite all’interno del gruppo (conseguenze della distruzione sanitaria e infrastrutturale).

Si aggiunge un altro elemento non codificato ma decisivo: la distruzione sistematica del patrimonio culturale, delle moschee, dei siti archeologici, delle biblioteche, delle università. Non è solo guerra: è cancellazione identitaria.

Eppure, nella narrazione dominante, la parola “genocidio” è bandita. Chi osa pronunciarla viene isolato, tacciato di antisemitismo, relegato ai margini del discorso pubblico. La memoria dell’Olocausto viene strumentalizzata per proteggere l’impunità israeliana, sovrapponendo artificiosamente la critica allo Stato d’Israele con l’odio antiebraico. Ma proprio chi ha a cuore la memoria della Shoah dovrebbe essere il primo a denunciare l’orrore in corso: perché la lezione di Auschwitz non può essere “mai più solo per alcuni”. Se il male è umano, come sosteneva Hannah Arendt, allora è ripetibile ovunque, da chiunque, con qualsiasi bandiera.

Non serve alcun paragone: Gaza non è Auschwitz. Ma ciò che accade a Gaza è un genocidio, secondo il diritto internazionale, secondo l’evidenza dei fatti, secondo la coscienza dell’umanità. E continuare a negarlo è un atto di negazionismo travestito da prudenza diplomatica.

L’Italia, l’Europa, l’Occidente intero portano sulle mani il sangue della Palestina. Non solo perché vendono armi, ma perché legittimano la barbarie con la retorica della sicurezza e con la doppia morale umanitaria. In Ucraina, ogni morte è una tragedia. A Gaza, è una statistica. In Ucraina si chiede giustizia, a Gaza si suggerisce la resa. In Ucraina si ergono muri contro l’invasore, a Gaza si alzano muri contro i sopravvissuti.

E allora dobbiamo dirlo chiaramente: il genocidio di Gaza è anche europeo. È anche italiano. Perché ogni governo che tace o complice, ogni giornalista che censura, ogni intellettuale che distorce, ogni cittadino che preferisce voltarsi altrove, è parte di questo orrore.

Nel 1994, il mondo lasciò consumare il genocidio in Ruanda. Oggi lo sta facendo di nuovo. Con l’aggravante della consapevolezza e della connessione. Nessuno potrà dire “non lo sapevamo”.

E allora la parola diventa atto di resistenza. Denominare il genocidio significa esercitare il diritto/dovere sancito da Giuseppe Dossetti, ovvero la resistenza civile di fronte a poteri che violano i principi fondamentali della Costituzione. Questo diritto oggi non è astratto: è concreto, urgente, necessario. È resistenza contro il riarmo, contro l’ipocrisia diplomatica, contro la propaganda mediatica. È resistenza in nome della verità.

Chi oggi manifesta per Gaza non è un estremista. È un essere umano che ha deciso di non abdicare alla propria coscienza. È un testimone del tempo presente, che rifiuta di essere complice. È parte di una memoria vivente che urla “mai più” non come slogan cerimoniale, ma come imperativo etico.

Per questo domani, sabato 21 giugno, è fondamentale essere presenti alla manifestazione nazionale “No Realm Europe”, con partenza alle 14:00 da Porta San Paolo (Roma). Per gridare con le nostre parole – e con i nostri corpi – che la guerra non è pace, l’occupazione non è difesa, il genocidio non è sicurezza.

Portiamo la nostra voce, la nostra indignazione, la nostra umanità. Per Gaza. Per la Palestina. Per la dignità della parola.

StopGenocide #FreePalestine #MaiPiù #ResistenzaCostituzionale #NoRealmEurope #21GiugnoRoma

Israele, la lunga marcia del sionismo: tra terrorismo, suprematismo e dominio globale

Chi oggi osserva con orrore il genocidio in corso a Gaza e la brutalità dell’esercito israeliano verso il popolo palestinese, spesso ignora – o preferisce ignorare – che quanto accade non è una deviazione recente, né il frutto estemporaneo della politica di Netanyahu. È piuttosto la maturazione coerente di un’ideologia – il sionismo politico, nelle sue componenti più radicali – nata alla fine del XIX secolo e sviluppatasi, nel sangue e nel ferro, fino a farsi Stato, esercito e macchina globale di controllo.

Le origini: da Herzl a Ben Gurion

Il sionismo nacque come ideologia politica nell’Europa orientale a cavallo tra Otto e Novecento. Theodor Herzl, ebreo laico di Vienna, immaginò uno Stato ebraico moderno come soluzione alla “questione ebraica” in Europa. David Ben Gurion, di origini polacche, ne fu il più pragmatico interprete, guidando militarmente e politicamente la comunità ebraica in Palestina fino alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948. Ma già allora la purezza dell’ideale originario era contaminata da una deriva etnocentrica, suprematista, violenta.

Irgun, Lehi e Banda Stern: le radici nere dello Stato

Negli anni della lotta contro il Mandato britannico, si formarono organizzazioni armate che praticavano il terrorismo sistematico:
• Irgun, guidato da Menachem Begin, praticò attacchi indiscriminati contro arabi e britannici (come il celebre attentato al King David Hotel nel 1946).
• Lehi (conosciuto come Banda Stern), nato da una scissione dell’Irgun, fu una formazione apertamente neofascista che teorizzava un’autorità ebraica totalitaria, fondata sulla superiorità razziale e sulla repressione dei non ebrei.

Fu proprio il Lehi, nel 1941, a proporre un’alleanza militare al Terzo Reich. In una lettera indirizzata al governo nazista, i leader della Banda Stern proposero una collaborazione militare contro l’Inghilterra, in cambio del riconoscimento di uno Stato ebraico autoritario in Palestina. Il paradosso è solo apparente: l’antisemitismo hitleriano era secondario, per loro, rispetto alla necessità di combattere l’Impero britannico.

Questa pagina rimossa dai manuali scolastici dimostra che una parte del sionismo revisionista, razzista e autoritario, è nato guardando al fascismo europeo non come nemico, ma come modello.

Da terroristi a primi ministri

Questi gruppi non furono mai realmente sconfitti: furono assorbiti nel nuovo Stato di Israele. Menachem Begin divenne Primo Ministro. Yitzhak Shamir, altro ex della Banda Stern, divenne Ambasciatore all’ONU e poi a sua volta Primo Ministro.

È sotto Shamir che un giovane Benjamin Netanyahu – oggi alla guida del governo israeliano – muoveva i primi passi. Nell’intervista del 1985 recuperata da Mixer (oggi disponibile su RaiPlay), Netanyahu parla da ambasciatore e vice ambasciatore di Israele in America con una coerenza impressionante: l’idea di uno Stato ebraico egemone, armato fino ai denti, capace di intervenire ovunque nel mondo, viene espressa con freddezza da un uomo che, a differenza della diplomazia occidentale, sa perfettamente dove vuole arrivare.

La sua visione è lucida, cinica e coerente: difendere la superiorità militare israeliana, infiltrare l’opinione pubblica occidentale, isolare i nemici attraverso la propaganda e colpire con ogni mezzo chiunque si opponga al progetto di dominio.

Mossad: lo Stato nello Stato

In questa strategia, il Mossad – il servizio segreto esterno israeliano – svolge un ruolo cruciale. Poco raccontato dai media mainstream, il Mossad non è solo un’agenzia di intelligence, ma un’arma geopolitica autonoma, ramificata ovunque. Con una rete di infiltrati, agenti, fondazioni, contractor, lobbisti e giornalisti, il Mossad è in grado di destabilizzare governi, creare scandali, infiltrare movimenti e orientare le opinioni pubbliche.

Israele, grazie a questa rete, esercita un potere asimmetrico che va ben oltre la sua dimensione geografica: influenzando le agende politiche, economiche e militari di Stati “amici” e nemici, fino a mettere in scacco interi apparati.

La CIA, i servizi britannici, la NATO stessa hanno spesso agito in sinergia con il Mossad, ma è bene dirlo chiaramente: Israele gioca la propria partita, con cinismo assoluto, usando ogni alleato come un utile idiota temporaneo. I dossier, i ricatti, i pedinamenti, le intercettazioni: sono armi con cui il Mossad tiene “le palle” di chiunque possa ostacolare il disegno di potenza.

Operazione “Racing Lion”: la nuova fase del terrore

L’ultimo attacco israeliano all’Iran, con l’operazione segreta denominata “Racing Lion”, è solo l’ultimo capitolo di questa strategia offensiva globale. Mentre la stampa occidentale si concentra sulle centrali nucleari iraniane colpite da droni e aerei, passano sotto silenzio le esplosioni che hanno devastato interi quartieri della capitale Teheran: si parla di almeno venti autobombe fatte esplodere in punti strategici, contemporaneamente, in quella che appare come una vera e propria “campagna di caos coordinato”.

Questo non è un attacco improvvisato: è un piano minuziosamente pianificato, probabilmente da anni, con infiltrazioni profonde nei ranghi del potere iraniano. Gli agenti del Mossad in Iran non operano da settimane: sono lì da decenni, reclutando, sabotando, corrompendo, aspettando l’ora X.

L’obiettivo non è solo colpire i siti nucleari: è destabilizzare il regime teocratico dall’interno, generare panico e divisione, preparare il terreno per un cambio di regime o per un’escalation militare. Non è nemmeno escluso, in uno scenario ormai fuori controllo, che si possa arrivare all’uso dell’arma nucleare contro l’Iran. E se ciò accadesse, l’Occidente – complice e assuefatto – coprirebbe l’ennesimo crimine con la solita narrazione dell’“autodifesa”.

L’Occidente in ostaggio

Israele non è più (ammesso che lo sia mai stato) una piccola democrazia accerchiata da nemici. È oggi uno dei principali nodi dell’impero occidentale, una centrale di intelligence, propaganda, armamenti e sperimentazione tecnologica (spesso testata sulla popolazione palestinese).

Il genocidio in corso non è l’eccezione. È l’implementazione di un piano: espulsione forzata, annientamento culturale, occupazione definitiva. E chi si oppone, dentro o fuori Israele, viene annientato: fisicamente, politicamente, simbolicamente.

In tutto ciò, l’Europa tace. Anzi, applaude. L’Italia, Francia, Germania seguono docilmente la linea atlantista. I pochi che resistono – intellettuali, movimenti, alcuni giornalisti – vengono marchiati come antisemiti, anche se sono ebrei. La propaganda ha già colonizzato la lingua: non esiste più genocidio, esiste “autodifesa”. Non esistono più crimini, esiste “legittima sicurezza”.

Conclusione: la coerenza della barbarie

Netanyahu è coerente. Il sionismo radicale è coerente. Chi pensa di spiegare l’attuale comportamento del governo israeliano con l’“odio arabo” o con “il trauma dell’Olocausto” non ha capito niente. Questa è politica, non vendetta. È progetto, non paranoia. È dominio, non difesa.

Dalla Banda Stern ai bombardamenti su Gaza e Teheran, dalla lettera a Hitler al muro di separazione in Cisgiordania, dal Mossad ai deepfake diffusi per screditare le vittime: la linea è retta, inesorabile, perfettamente razionale.

Ma razionale, oggi, è anche sapere da che parte stare. E non è più tempo di silenzi.

L’ipocrisia armata: il doppio gioco di Italia e Francia nella guerra contro Gaza

Mentre le bombe continuano a cadere su Gaza e la conta dei morti civili cresce in modo esponenziale, una crepa si apre nel silenzio ipocrita dell’Europa. A Marsiglia, nel porto industriale di Fos-sur-Mer, i portuali francesi hanno detto no. No al genocidio, no alla complicità, no all’indifferenza. Con un gesto di resistenza civile e morale, hanno bloccato l’imbarco di 14 tonnellate di armi destinate a Israele: pezzi di ricambio per fucili mitragliatori e tubi per cannoni destinati all’industria bellica israeliana, pronti a essere caricati sulla nave Contship Era, diretta a Haifa.

“Non parteciperemo al genocidio. Siamo per la pace” – recita il comunicato del sindacato CGT. Una frase che pesa come piombo in un’Europa che continua a pronunciare parole vuote su pace e diritti umani, mentre consente — in silenzio o con cinismo — che il mercato delle armi continui a ingrassare sulla pelle dei civili palestinesi.

Ma la Francia non è sola. Anche in Italia si alzano voci e coscienze. I portuali di Genova annunciano scioperi e si preparano a rifiutare il carico della Contship Era quando attraccherà nel porto ligure. Una mobilitazione dal basso che denuncia ciò che il governo italiano continua a nascondere: la prosecuzione dell’export di armamenti verso Israele, nonostante la guerra e le promesse pubbliche di embargo.

Le bugie del governo Meloni: embargo solo a parole

A ottobre 2023, all’indomani dell’escalation a Gaza, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani dichiaravano solennemente che l’Italia aveva fermato ogni esportazione militare verso Israele. Era una menzogna. E oggi è possibile dimostrarlo con i numeri.

Secondo i dati incrociati di SIPRI, Istat e l’Istituto IRIAD – Archivio Disarmo, l’Italia ha continuato a esportare sistemi d’arma, tecnologie e componentistica bellica a Tel Aviv. Solo tra gennaio e febbraio 2025, sono partite forniture per un valore superiore ai 128.000 euro, cifra che sale vertiginosamente se si considera l’intero 2024: 5,8 milioni di euro in “armi, munizioni e loro accessori”, di cui l’89% non classificato, cioè coperto dal segreto di Stato.

E sotto quel velo di segretezza si cela molto più di quanto si possa immaginare.

Il cuore dell’inganno: droni, radar e IA per la guerra

Mentre i governi europei si arrampicano sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, i dati parlano chiaro: l’Italia è complice nella guerra a Gaza. In particolare, si segnala una voce sospetta nella categoria “navigazione aerea e spaziale”, che ha coinvolto l’esportazione di motori per droni, radar, componenti aeronautici e software militari per oltre 34 milioni di euro.

Tra questi, secondo IRIAD, si nasconde probabilmente la vendita del jet da addestramento M-346 Master, un prodotto della Leonardo S.p.A., utilizzato proprio dalle forze armate israeliane. A ciò si aggiunge il coinvolgimento italiano nella produzione dei caccia F-35, di cui componenti essenziali vengono realizzati in Italia per finire nei cieli mediorientali, a fianco dei bombardamenti contro i civili palestinesi.

E c’è di più: 2,7 milioni di euro in computer e dispositivi per l’elaborazione dati crittografati, fondamentali per l’Intelligenza Artificiale militare. Sistemi già usati, come rivelato da +972 Magazine e Local Call, per guidare il targeting automatizzato che colpisce Gaza con una spietata efficienza digitale: un civile ucciso ogni dieci obiettivi colpiti.

Dalla Francia all’Italia: la rivolta dei portuali e la dignità della disobbedienza

In questo scenario cupo, sono i lavoratori a dare una lezione di umanità e giustizia. I portuali francesi hanno indicato la strada: la disobbedienza morale può diventare azione politica. E i loro colleghi italiani, a Genova, si preparano a fare altrettanto, rilanciando una mobilitazione che parte dai porti ma può e deve contaminare l’intera società civile.

Le menzogne di Stato non possono più bastare. L’articolo 11 della nostra Costituzione parla chiaro: “L’Italia ripudia la guerra”. Ma a cosa serve il ripudio scritto se il denaro sporco dell’industria bellica italiana continua a fluire verso chi commette crimini di guerra?

La resistenza civile è un dovere

Oggi più che mai, il compito della politica, dell’informazione e dell’attivismo è smascherare il doppio gioco, quello che predica la pace e pratica la guerra, che piange i morti e vende le armi.

Questa guerra, che Israele continua a chiamare “difensiva”, è un massacro sistematico, una punizione collettiva, un genocidio che si consuma giorno dopo giorno con la complicità materiale di governi europei ipocriti, incapaci di rinunciare al business delle armi.

È ora di dire basta. Di inchiodare alla verità chi governa con la menzogna. Di far emergere la dignità delle coscienze che si oppongono. La pace non è un’utopia: è una scelta. Ma bisogna avere il coraggio di compierla.

Postilla per chi resiste:
Se la politica tace, parliamo noi. Se i governi armano, disarmiamo noi. Con la parola, con il gesto, con lo sciopero, con il voto. Per Gaza, per la verità, per la dignità umana.

Dal sionismo al suprematismo: storia di un movimento politico tra nazionalismo, terrorismo e dominio etnico

Il movimento sionista nacque a cavallo tra il XIX e il XX secolo come risposta al crescente antisemitismo e all’emarginazione degli ebrei nei contesti europei, specialmente nell’Impero russo e nell’Europa centrale. L’idea, maturata inizialmente in ambienti laici e razionalisti, era quella di creare uno Stato nazionale ebraico, una patria sicura per gli ebrei della diaspora. Ma come spesso accade nei processi politici nati da spinte ideali, anche il sionismo si è via via trasformato, frazionato, radicalizzato, fino a dar vita a frange violente, etnocratiche, e in alcuni casi perfino inclini al compromesso con ideologie che apparentemente sembravano nemiche giurate dell’ebraismo.

Le radici: il sogno di uno Stato

Il sionismo prende forma ufficiale con il Congresso di Basilea del 1897, organizzato da Theodor Herzl. La Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano, viene identificata come il luogo deputato al ritorno del “popolo eletto”. Il progetto politico si rafforza nel tempo grazie al sostegno dell’ebraismo internazionale e, nel 1917, alla Dichiarazione Balfour, con cui il governo britannico esprime sostegno all’istituzione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina.

Tra i leader più influenti del sionismo troviamo David Ben Gurion, di origine polacca, che diventerà il primo Primo Ministro dello Stato di Israele nel 1948. Ben Gurion fu una figura centrale del sionismo socialista, ma allo stesso tempo seppe agire con pragmatismo e durezza per unificare sotto un’unica forza militare le molteplici organizzazioni paramilitari che operavano in Palestina contro britannici e arabi.

Le milizie sioniste: nascita del terrorismo politico ebraico

Fin dagli anni ’20, si formarono diverse organizzazioni paramilitari che, con diversi orientamenti ideologici, difendevano e promuovevano con la forza la causa sionista. Le principali furono:
• Haganah (1920): milizia moderata e ufficiale dell’Agenzia Ebraica, divenuta poi la base delle future Forze di Difesa Israeliane (IDF).
• Irgun (1931): gruppo paramilitare sionista revisionista, di ispirazione nazionalista e di destra, responsabile di azioni terroristiche anche contro civili.
• Lehi, noto anche come Banda Stern (1940): frangia ancora più estrema, dichiaratamente anti-britannica, che non esitò a esplorare l’alleanza con la Germania nazista.

Le azioni dell’Irgun, guidato da Menachem Begin (futuro primo ministro israeliano), includono l’attacco al King David Hotel nel 1946, in cui morirono 91 persone. Il Lehi, fondato da Avraham Stern, si spinse ancora oltre, inviando nel 1941 una lettera al regime nazista tedesco per proporre una collaborazione anti-britannica.

Il patto col diavolo: Lehi e il nazismo

Può sembrare paradossale, ma una parte dell’estrema destra sionista tentò di aprire un canale con la Germania hitleriana. Il gruppo Lehi, in un contesto di guerra globale e conflitto contro il Mandato britannico, considerò il Terzo Reich un possibile alleato tattico. In una lettera inviata nel gennaio 1941 alla Cancelleria del Reich, i rappresentanti del Lehi proposero un’alleanza strategica: in cambio del sostegno tedesco per la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, si offrivano a combattere contro gli inglesi.

Nella lettera, il gruppo parlava esplicitamente della possibilità di “una soluzione della questione ebraica” che implicasse la migrazione forzata degli ebrei europei in Palestina, sotto un regime ebraico autoritario e militarizzato. Le idee del Lehi erano intrise di suprematismo: negli scritti ufficiali, gli ebrei venivano descritti come “razza padrona”, mentre gli arabi venivano definiti “razza schiava”. Una retorica razzista, totalitaria, che getta luce su una componente oscura del sionismo militante.

Dalla lotta armata allo Stato: la trasformazione in IDF

Nel 1948, con la nascita dello Stato di Israele, le varie milizie vennero sciolte o assorbite all’interno delle nuove Forze di Difesa Israeliane (IDF). La Haganah divenne il nucleo centrale dell’esercito israeliano, mentre Irgun e Lehi furono ufficialmente disciolti, anche se i loro membri, compresi ex terroristi come Begin e Yitzhak Shamir, divennero figure di primo piano nella politica israeliana.

Il massacro di Deir Yassin del 9 aprile 1948, compiuto da membri di Irgun e Lehi, con il massacro di oltre 100 civili palestinesi, fu un evento spartiacque che segnò la rottura definitiva tra le componenti radicali e il resto della leadership sionista. Tuttavia, il fatto che simili figure siano state successivamente premiate con incarichi di governo e medaglie ufficiali (come il “Nastro Lehi”) testimonia l’integrazione – e la legittimazione – di queste ideologie estremiste nella storia d’Israele.

L’eredità di oggi: suprematismo, etnocrazia e genocidio

L’attuale governo israeliano, egemonizzato da partiti ultranazionalisti e suprematisti religiosi, non è un’anomalia della storia israeliana: è il compimento di una linea ideologica tracciata da decenni. La trasformazione del movimento sionista da ideologia di autodeterminazione a strumento di dominio etnico e religioso ha condotto a un sistema di apartheid e pulizia etnica nei confronti del popolo palestinese. La brutalità dell’esercito israeliano, le punizioni collettive, i bombardamenti su Gaza, le colonie in Cisgiordania, trovano radici profonde nella storia dei gruppi fondatori.

La continuità tra i gruppi terroristi sionisti del passato e l’apparato statale israeliano moderno non è solo simbolica: è strutturale. La violenza come mezzo legittimo di affermazione identitaria, il suprematismo religioso, la negazione dei diritti dell’altro, sono divenuti codici politici accettati. Se oggi assistiamo a un genocidio contro i palestinesi, è anche perché l’ideologia che lo giustifica è stata normalizzata, premiata, e sedimentata nel DNA politico e militare dello Stato di Israele.

Conclusione: l’ombra lunga del revisionismo

Il sionismo, nato per liberare, ha generato strutture di dominio. Nato per proteggere gli ebrei dalla persecuzione, ha partorito ideologie che si sono a tratti alleate con il nazismo pur di ottenere uno Stato. L’orrore del passato non è servito da vaccino: è stato in alcuni casi interiorizzato, trasformato in strumento di controllo, segregazione e annientamento.

Comprendere queste origini non significa negare la complessità della storia ebraica, ma vuol dire smascherare la propaganda che oggi cerca di occultare un disegno politico che va ben oltre la sicurezza: il dominio esclusivo su una terra, a scapito di chi la abita da secoli. Il sionismo, in alcune sue incarnazioni, non è più solo un movimento nazionale: è diventato una teocrazia armata, un suprematismo religioso travestito da democrazia.

E la storia – quella vera – ce lo aveva già raccontato.

“Il sorriso del complice: l’Italia che volta le spalle a Gaza”

Quando in Parlamento si sorride davanti a 50.000 morti, non siamo più solo di fronte a una crisi diplomatica, ma a una vergogna nazionale. La giornata infuocata a Montecitorio, segnata dall’informativa del ministro degli Esteri Antonio Tajani sulla strage in corso a Gaza, ha mostrato senza più veli il volto ipocrita e pavido di un governo che si professa “equilibrato”, ma che nei fatti si dimostra complice di un genocidio in diretta.

Tajani, con toni apparentemente più duri del solito, ha dichiarato che “i bombardamenti devono finire”, che “l’espulsione dei palestinesi non è un’opzione accettabile”, e che “le morti innocenti indignano le coscienze”. Ma si è ben guardato dal pronunciare il nome del mandante di questa carneficina: Benjamin Netanyahu. Un silenzio assordante, che le opposizioni non hanno mancato di denunciare come paura politica, viltà diplomatica e calcolo elettorale.

Nel momento in cui le opposizioni accusavano il governo di essere “complice del genocidio”, Tajani ha avuto il coraggio di sorridere. E quando gli è stato chiesto conto di quelle risate, ha risposto che rideva “degli insulti”. Ma non erano insulti: erano accuse documentate, domande legittime, appelli disperati a prendere posizione contro una carneficina che il mondo intero, tranne pochi vassalli di Washington e Tel Aviv, riconosce come un crimine contro l’umanità.

Non è bastato ricordare i 110 milioni spesi per gli aiuti umanitari, né l’accoglienza di pochi bambini palestinesi. Non si lava con qualche sacco di farina il sangue che scorre lungo le macerie di Rafah. Non basta citare i numeri dell’export di armi per nascondere che gli F-35 israeliani si sono esercitati nei cieli italiani prima di seminare morte su Gaza.

Il governo italiano continua a giocare su un crinale ambiguo, cercando di mantenere un equilibrio impossibile tra il sostegno all’alleato israeliano e la salvaguardia di una reputazione internazionale che si sgretola giorno dopo giorno. Ma in politica estera, come nella vita, non si può stare con le vittime e con i carnefici.

Rifiutarsi di isolare Israele, di sospendere i memorandum militari, di riconoscere lo Stato di Palestina, significa una sola cosa: essere parte del problema, non della soluzione. E chi continua a parlare di “dialogo” mentre si stermina un popolo, non è un pacificatore, ma un complice ben vestito.

Il 7 giugno, le piazze d’Italia si riempiranno di chi rifiuta questa narrazione tossica, di chi non accetta che le istituzioni democratiche sorridano sull’abisso. Perché c’è un tempo per il dialogo e un tempo per la verità. E oggi è tempo di dire, con chiarezza e coraggio: questo governo è parte del genocidio. E come tale, dovrà rispondere non solo alla storia, ma alla giustizia.

“Sfamare gli affamati con le briciole: il genocidio per fame nella Gaza occupata”

In un angolo del mondo devastato dal fuoco e dalla menzogna, si consuma in queste ore uno dei capitoli più infami dell’umanità moderna: l’assedio della fame. Gaza, devastata da mesi di bombardamenti e da un embargo che non lascia scampo, sta morendo lentamente. Ma non solo per le bombe. Sta morendo per fame, per sete, per la sistematica negazione del diritto alla sopravvivenza.

L’ultimo episodio, grottesco e tragico, ha visto una folla disperata assaltare un centro di distribuzione di aiuti umanitari allestito dalla contestata fondazione GHF – braccio operativo del nuovo piano israelo-statunitense per “gestire” gli aiuti, dopo la delegittimazione dell’ONU. Un’operazione tanto pubblicizzata quanto fallimentare. I contractor americani, messi a sorvegliare i punti di consegna come se si trattasse di depositi militari e non di centri di soccorso, hanno aperto il fuoco in aria per disperdere la folla. Ma non c’era nulla da disperdere: c’erano solo corpi denutriti, bambini senza più voce, madri che lottano per una manciata di farina.

Secondo le stime più recenti, oltre un terzo della popolazione non riesce neppure a raggiungere i centri di distribuzione: sono troppo deboli per camminare, o sono tagliati fuori dai percorsi per via dei bombardamenti o delle barriere militari. È una fame pianificata, una morte lenta costruita a tavolino. Questo non è solo un disastro umanitario: è un crimine di guerra, è una strategia genocidiaria che agisce per sottrazione, per deprivazione, spegnendo giorno dopo giorno ogni possibilità di vita.

Le immagini che arrivano da Rafah sono strazianti. I camion arrivano scortati, pochi, blindati, insufficienti. Le ONG internazionali denunciano: gli standard minimi non sono rispettati, i convogli restano bloccati per giorni, mentre Tel Aviv e Washington accusano l’ONU di inefficienza, capovolgendo la realtà. Sono oltre 400 i camion bloccati al valico di Kerem Shalom, mentre nei magazzini le scorte marciscono e nelle strade i bambini cadono per la debolezza.

Nel frattempo, Hamas distribuisce aiuti nei quartieri più colpiti, provando a riempire il vuoto lasciato da una comunità internazionale incapace di agire. Le tensioni tra i gruppi locali e i mercenari armati che presidiano i centri di distribuzione esplodono in violenze. Alcuni saccheggiatori sono stati giustiziati da Hamas, altri sono morti sotto il fuoco israeliano.

E intanto, da Gerusalemme a Damasco, si parla di pace. Una “pace” che si negozia a spese dei morti, con Gaza offerta come pegno per normalizzare i rapporti con Siria e Arabia Saudita. Ma quale pace può nascere se non si pacifica la fame? Se la popolazione muore perché le viene negato un sacco di riso?

Questo è un genocidio che non fa rumore. Un genocidio per fame, un genocidio per abbandono. Un genocidio che si compie ogni volta che un bambino muore con lo stomaco vuoto e il mondo gira la testa dall’altra parte.

Nessuna tregua avrà valore se non parte da un’assunzione di responsabilità: la fame è un’arma, e chi la usa, chi la permette, chi la giustifica, è complice del crimine più grande.

Serve un corridoio umanitario reale, gestito da organismi imparziali e protetto dal diritto internazionale. Ma soprattutto serve la verità: non si può più chiamare “crisi umanitaria” ciò che è a tutti gli effetti una pulizia etnica per inedia.

“Terra bruciata: l’ultima crociata coloniale di Israele in Cisgiordania”

La Palestina sta scomparendo. Non metaforicamente, ma letteralmente. Sotto i nostri occhi, palmo dopo palmo, villaggio dopo villaggio, la terra che da secoli appartiene ai palestinesi viene confiscata, saccheggiata, occupata. Durante il massacro a Gaza, durante i bombardamenti che stanno radendo al suolo scuole, ospedali e interi quartieri residenziali, il governo israeliano sposta il fronte del suo progetto etno-nazionalista sulla Cisgiordania, cuore geografico e simbolico della Palestina.

L’ultimo passo è stato silenzioso, burocratico, invisibile agli occhi del mondo anestetizzato: il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato la prima registrazione formale delle terre della Cisgiordania dal 1967, data dell’occupazione militare. In apparenza un atto amministrativo, nella sostanza un’arma di distruzione etnica. Il registro fondiario sarà nelle mani di Tel Aviv, non dei legittimi proprietari palestinesi. È il preludio alla legalizzazione di ciò che è già stato usurpato con la forza: colonie illegali, avamposti militari, insediamenti che sorgono come metastasi nel corpo vivo della Palestina.

Questo è il volto odierno della pulizia etnica: non più solo bulldozer, ma atti notarili; non solo esercito, ma catasto. Non servono più le ruspe per demolire le case: basta cancellare un nome da un registro, sostituirlo con un altro. È l’apartheid che si fa algoritmo, la colonizzazione che indossa la maschera dell’abuso legalizzato.

Chi tace ora, sarà complice domani. I governi occidentali che continuano a fornire armi, i media che parlano di “conflitto” quando c’è un solo esercito e milioni di civili sotto assedio, gli intellettuali che pesano le parole per non urtare gli equilibri diplomatici: tutti sono parte del meccanismo.

Israele non sta solo punendo Gaza. Sta completando il sogno mai sepolto del sionismo revisionista: l’eliminazione della Palestina dalla geografia e dalla storia.

E lo fa con il silenzio-assenso della comunità internazionale, troppo impegnata a difendere la “democrazia liberale” di Tel Aviv per accorgersi che questa democrazia si fonda sull’apartheid, sull’esproprio sistematico e sullo sterminio culturale di un intero popolo.

Il progetto è chiaro: frantumare la Cisgiordania in enclavi isolate, separare le comunità palestinesi con barriere, posti di blocco, strade per soli israeliani, e infine completare l’annessione de facto, con la benedizione delle leggi dello Stato ebraico. Gaza, con i suoi morti insepolti, serve come monito. Ma è in Cisgiordania che si gioca la partita definitiva: la cancellazione con l’abuso legale e irreversibile della Palestina.

Israele chiama questa operazione “sicurezza”. Ma la sicurezza non può fondarsi sull’umiliazione e sulla negazione dell’altro. È dominio, è apartheid, è colonialismo del XXI secolo. E se l’Europa tace, se gli Stati Uniti firmano assegni in bianco a Tel Aviv, allora saremo ricordati come la generazione che ha assistito inerte a un genocidio annunciato.

La registrazione delle terre in Cisgiordania non è un atto tecnico: è un colpo di grazia alla possibilità di uno Stato palestinese. È la pietra tombale sulla soluzione dei due popoli. È l’istituzionalizzazione del furto, l’appropriazione indebita mascherata da legge, l’esproprio illegale camuffato da norma. Un abuso della legalità, piegata e riscritta per servire un disegno coloniale. Un’operazione in cui la violenza si traveste da burocrazia, e l’oppressione da procedura.

A Gaza si muore tra le macerie. In Cisgiordania si muore di esilio. Di un esilio nuovo, sottile, l’abuso legale. Un esilio dove ti rubano la casa con un timbro, dove ti cacciano con una sentenza. Ma l’effetto è lo stesso: sparire.

Serve alzare la voce, manifestare, chiamare le cose con il loro nome: Israele sta compiendo una pulizia etnica pianificata, con strumenti militari, politici e abusi legali. E se non la fermiamo oggi, domani sarà troppo tardi. Non ci sarà più una Palestina da difendere. Solo archivi, memorie e macerie.

“Se questo non è un genocidio, allora cos’è?”

Gaza, tra distruzione programmata e silenzio complice

Nel mondo delle parole che uccidono o salvano, genocidio è una delle più potenti. Coniata nel 1944 da Raphael Lemkin per descrivere lo sterminio nazista degli ebrei, è oggi incastonata nel diritto internazionale attraverso la Convenzione ONU del 1948. Ma ciò che sta accadendo in Palestina – in particolare a Gaza – può e deve essere chiamato con questo nome.

Secondo l’articolo II della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, genocidio è:

“Qualsiasi atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.”

Un atto che si traduce in:
• Uccisioni sistematiche;
• Lesioni fisiche o mentali gravi;
• Condizioni di vita tese a portare alla distruzione del gruppo;
• Misure per impedire nascite;
• Trasferimento forzato di bambini.

Ora domandiamoci: non è esattamente ciò che sta accadendo ai palestinesi di Gaza?

L’intento genocidario è dichiarato

Non serve scavare nei documenti segreti. Basta ascoltare le parole pubbliche dei ministri del governo israeliano.
• “Gaza deve essere cancellata dalla faccia della terra.” (Bezalel Smotrich)
• “Devono scegliere: espulsione volontaria o morte.” (Itamar Ben Gvir)
• “Stiamo combattendo contro animali umani.” (Yoav Gallant)
• “Gaza va resa inabitabile.” (Giora Eiland)

Non si tratta di scivoloni retorici. Sono dichiarazioni ufficiali, da parte di chi guida uno Stato che dispone del quarto esercito più potente del mondo. Chi pronuncia parole del genere e poi agisce di conseguenza, sta scrivendo il copione di un genocidio annunciato.

Gli atti materiali: la distruzione sistematica
• Oltre 35.000 morti, di cui la maggior parte donne e bambini. La percentuale di minori tra le vittime ha superato il 50%.
• Ospedali, scuole, università rasi al suolo.
• Quartieri interi annientati.
• Assedio totale: niente acqua, luce, carburante, medicinali, né cibo.
• Carestia indotta come arma. Bambini morti di fame a Khan Younis, Rafah, Gaza City.
• Ordini di evacuazione che conducono a bombardamenti su civili in fuga.

Cancellare un popolo dalla geografia, dalla cultura, dalla memoria. Questo è genocidio.

Il giudizio della giustizia internazionale

Il 22 dicembre 2023, il Sudafrica ha portato Israele di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia, accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio.
Il 26 gennaio 2024, la Corte ha riconosciuto la plausibilità delle accuse e ordinato misure provvisorie per prevenire il genocidio.

In altre parole: il genocidio non è più un’ipotesi militante. È sul tavolo della giustizia internazionale.

L’obbligo di chiamarlo per nome

Ogni volta che diciamo “conflitto”, “scontro”, “rappresaglia”, ci stiamo arrendendo a una narrazione ambigua. Ma non c’è ambiguità nei numeri, nelle parole, nei cadaveri minuscoli estratti dalle macerie.

Chiamarlo genocidio non è ideologia. È dovere. Etico, umano, giuridico. È l’unico modo per restare umani di fronte alla disumanizzazione sistematica di un popolo.

Perché se questo non è un genocidio, allora cos’è?

“Gaza: la fame, le bombe e il silenzio. Cronaca di un genocidio sostenuto dall’Occidente”

A Gaza non si muore soltanto. Si viene cancellati.
Un’intera popolazione viene inghiottita dalla furia di un esercito che agisce senza limiti, senza pietà, senza vergogna. E il mondo guarda. Commenta, calcola, baratta vite con trattati, condanne con scambi commerciali. Ma non ferma nulla.

Israele, guidato da un Netanyahu sempre più somigliante ai mostri della storia che avremmo dovuto imparare a riconoscere, ha scatenato l’operazione “Carri di Gedeone”, bombardando scuole, ospedali, abitazioni, rifugi di fortuna.
L’ultima atrocità: la scuola Musa bin Nusai, trasformata in cimitero di corpi. Ventidue vittime, tra cui una donna incinta e diversi bambini. In una notte.
E non è un episodio isolato. È la prassi. È la strategia. È la scelta lucida e premeditata di uno Stato che ha fatto del genocidio una politica di governo.

Ma l’orrore non si ferma alle bombe. La fame è diventata un’arma. Una punizione collettiva medievale.
Netanyahu lo ha dichiarato apertamente alla Knesset: i pochi aiuti che lascia passare servono solo a “non far perdere la faccia ai nostri finanziatori”.
Solo per non mettere troppo in imbarazzo gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Canada.
100 camion varcano il confine. Ma ne servirebbero 500 ogni giorno, secondo l’ONU.
Nel frattempo, 14.000 bambini rischiano di morire di fame nelle prossime 48 ore.

Quattordicimila.
Proviamo a fermarci su questo numero. Non scivoliamo via. Non facciamo finta che sia solo un dato.
Ognuno di quei bambini ha un nome, una madre, un sogno, un giocattolo lasciato sul pavimento.
Ognuno era esattamente come i nostri figli.
E sono già ventimila i bambini uccisi sotto le bombe israeliane. Ventimila.
Chi ha il coraggio di giustificare questa strage con il 7 ottobre, commetta un altro crimine: l’assassinio della verità.

L’occidente, ora, “si dice inorridito”.
Francia, Gran Bretagna e Canada dichiarano: “Non staremo a guardare”.
Ma intanto, guardano. E mentre guardano, Gaza brucia.
Londra sospende i negoziati commerciali, Bruxelles discute se congelare gli accordi.
Parole, gesti, simboli.
Ma la fame non aspetta. Le bombe non si fermano. I bambini non resuscitano.

E mentre il mondo ipocrita balbetta indignazione, a Gaza si muore. Ogni ora. Ogni minuto.
Zvi Sukkot, deputato dell’estrema destra israeliana, ha detto in televisione: “100 palestinesi uccisi in una notte? Ormai non importa più a nessuno.”
E non lo diceva per denunciare, ma per vantarsi.
E se davvero non importa più a nessuno, allora il mondo ha già perso.

Non si salva nemmeno Hamas.
Le parole del dirigente Sami Abu Zuhri, che minimizza i morti con un cinico “i martiri saranno rimpiazzati”, hanno scatenato l’ira dei gazawi sui social.
“Siamo solo carburante per le loro guerre.”
Così scrivono. Così si sentono. Traditi dai propri rappresentanti, macellati dal nemico, abbandonati dall’umanità.

E in questo inferno di fuoco, fame e cinismo, la voce dei bambini non arriva.
Non hanno portavoce.
Non hanno un’ONU che li difenda, un Vaticano che li protegga, un’Europa che li salvi.
Hanno solo noi. Le nostre parole. La nostra rabbia. La nostra memoria.

Israele conta i suoi obiettivi.
La comunità internazionale conta le dichiarazioni.
Gaza conta i morti.

E mentre Netanyahu risponde al Regno Unito che “il mandato britannico è finito 77 anni fa”, Gaza ci grida che la vergogna non finirà mai.
Non si cancelleranno quei piccoli corpi strappati alle madri.
Non si dimenticheranno le stanze vuote, le culle spente, gli ospedali senza anestesia dove i medici operano solo con le mani, la disperazione e qualche preghiera.

Questo è un genocidio.
Lo è nei numeri. Lo è nei metodi. Lo è nell’intenzione.
E chi lo nega, chi lo giustifica, chi lo minimizza, è già dalla parte del crimine.

La storia un giorno chiederà conto. E noi, oggi, possiamo solo decidere da che parte stare. Con chi bombarda, affama e uccide.
O con chi, senza più nulla, continua a lottare per un diritto semplice: quello di vivere.