Un cessate il fuoco accettato da Hamas. Una proposta mediata da Egitto e Qatar che potrebbe salvare vite umane. Ma a Tel Aviv e Washington, il progetto della pace sembra ancora meno appetibile della guerra. E mentre migliaia di israeliani scendono in piazza per il ritorno degli ostaggi, una parte della leadership sionista getta la maschera: “Per ogni israeliano ucciso, 50 palestinesi devono morire. Anche se sono bambini”. Un’eco sinistra che ci riporta a un’Europa in divisa grigia, dove la rappresaglia nazista era la legge.
- Un cessate il fuoco possibile… ma non per tutti
L’annuncio di Hamas, che ha accettato l’ultima proposta di cessate il fuoco avanzata da Qatar ed Egitto, ha scosso gli equilibri già precari del conflitto a Gaza. L’accordo prevede 60 giorni di tregua, la liberazione di 10 ostaggi israeliani in vita, il rimpatrio delle salme di 18 deceduti e l’apertura di canali umanitari tramite ONU e Mezzaluna Rossa.
Si tratterebbe, almeno sulla carta, di un’occasione storica per fermare le macerie, salvare vite, dare respiro a una popolazione ormai ridotta allo stremo. Eppure, la risposta israeliana, come sempre più spesso accade, sembra preferire il clangore delle bombe al silenzio delle trattative.
- Trump e Netanyahu: due volti, un solo progetto
La linea di Tel Aviv è ormai fusa con quella di Donald Trump. Egli ha rilanciato sul suo social Truth, l’ennesimo avvertimento: “Gli ostaggi torneranno solo quando Hamas sarà distrutto. Niente tregua, solo annientamento”.
Una posizione che trova eco e benzina nelle parole del premier Netanyahu e del suo braccio armato, il ministro Itamar Ben-Gvir, noto per il suo fanatismo messianico e suprematista. Per loro, il piano di Hamas non è che una trappola. “Arrendersi sarebbe una tragedia per generazioni”, ha tuonato Ben-Gvir, che da mesi spinge per l’occupazione integrale di Gaza e lo sfollamento forzato dei suoi abitanti.
- Ritorno al passato: l’ideologia della rappresaglia
Ma la frase che più di tutte ha fatto tremare la coscienza collettiva è arrivata da Aharon Haliva, ex capo dell’intelligence militare israeliana. In un audio trapelato, Haliva afferma senza alcun filtro:
“Per ogni persona uccisa il 7 ottobre, devono morire 50 palestinesi. Non importa se sono bambini”.
Queste parole, pronunciate da un alto ufficiale dell’establishment militare israeliano, evocano i peggiori incubi del secolo scorso: le rappresaglie naziste durante la Seconda guerra mondiale, da Marzabotto alle Fosse Ardeatine. Un metodo di vendetta collettiva, in cui il numero, il sangue e la punizione diventano la misura della giustizia.
La memoria europea, che ha fatto della lotta al nazifascismo la propria identità morale, non può tacere di fronte a un’escalation verbale e politica che mette in discussione i fondamenti stessi del diritto internazionale.
- Il sionismo come ideologia suprematista
È ora di parlare chiaro: il sionismo radicale che oggi governa Israele, sotto la maschera della democrazia, è una forma contemporanea di suprematismo etnico e coloniale. Un progetto che, come confermato da numerosi analisti e storici – da Ilan Pappé a Gideon Levy – ha sempre previsto l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, l’occupazione militare permanente, la ghettizzazione di un intero popolo.
L’idea che una “punizione collettiva” sia “necessaria per le generazioni future” – parole testuali di Haliva – è la dimostrazione che Israele non è più in guerra contro Hamas, ma contro l’esistenza stessa del popolo palestinese. È il genocidio razionalizzato, scientificamente giustificato, come già visto in Bosnia, in Ruanda, e prima ancora in Europa.
- La complicità occidentale e il silenzio che uccide
Queste dichiarazioni, se pronunciate da un qualsiasi regime mediorientale non allineato all’asse Washington-Tel Aviv-Bruxelles, avrebbero scatenato sanzioni, risoluzioni ONU e forse anche bombardamenti “umanitari”.
Ma quando il sangue versato è palestinese, e il boia porta la stella di David, il mondo tace. Le cancellerie occidentali si girano dall’altra parte. I media parlano di “operazione militare”, “controterrorismo”, “rappresaglia”. Come se uccidere 50 civili per ogni soldato ucciso fosse una misura accettabile.
L’ipocrisia europea e statunitense è complice. Le parole pronunciate da Haliva sono una confessione di crimini contro l’umanità. Eppure non vi sarà alcuna inchiesta, nessun tribunale internazionale. Solo il silenzio, e altre fosse comuni a Gaza.
- Un modello da esportare?
La vera domanda oggi è: stiamo assistendo alla nascita di un nuovo paradigma del potere globale? Un modello basato su forza bruta, impunità, pulizia etnica e controllo mediatico?
Trump e Netanyahu sono i simboli di un’alleanza ideologica pericolosa, dove la giustizia diventa vendetta, il diritto diventa dominio, e la pace diventa una colpa.
In questo contesto, parlare di “soluzione dei due Stati” suona come una barzelletta tragica. La Palestina viene cancellata giorno dopo giorno, non solo geograficamente ma anche moralmente. Ogni massacro è giustificato. Ogni crimine è ripulito con propaganda e silenzi diplomatici.
Conclusione: chiamare le cose col loro nome
A questo punto, non si tratta più di una guerra. Si tratta di una strategia di annientamento, mascherata da sicurezza nazionale. Di un progetto suprematista che fa della morte di civili una “necessità storica”.
E chi ancora si ostina a non vedere, a non sentire, a non parlare, è complice. Come furono complici i silenzi durante i rastrellamenti e le deportazioni del Novecento.
Perché quando un generale dice che per ogni israeliano devono morire 50 palestinesi, anche se bambini, sta riscrivendo le leggi della civiltà. E sta firmando, a nome del mondo, la condanna di un intero popolo. Ancora una volta.
Fonti:
• Registrazioni audio pubblicate da Channel 12 News (Israele)
• Dichiarazioni ufficiali via Truth Social di Donald Trump
• Notizie tratte da Al Jazeera, Middle East Eye, Haaretz
• Documenti ONU sui diritti umani in Palestina
• Analisi di Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine
• Interviste a Gideon Levy, Haaretz
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.