“Per ogni israeliano, 50 palestinesi”: il volto genocida del sionismo armato

Un cessate il fuoco accettato da Hamas. Una proposta mediata da Egitto e Qatar che potrebbe salvare vite umane. Ma a Tel Aviv e Washington, il progetto della pace sembra ancora meno appetibile della guerra. E mentre migliaia di israeliani scendono in piazza per il ritorno degli ostaggi, una parte della leadership sionista getta la maschera: “Per ogni israeliano ucciso, 50 palestinesi devono morire. Anche se sono bambini”. Un’eco sinistra che ci riporta a un’Europa in divisa grigia, dove la rappresaglia nazista era la legge.

  1. Un cessate il fuoco possibile… ma non per tutti

L’annuncio di Hamas, che ha accettato l’ultima proposta di cessate il fuoco avanzata da Qatar ed Egitto, ha scosso gli equilibri già precari del conflitto a Gaza. L’accordo prevede 60 giorni di tregua, la liberazione di 10 ostaggi israeliani in vita, il rimpatrio delle salme di 18 deceduti e l’apertura di canali umanitari tramite ONU e Mezzaluna Rossa.

Si tratterebbe, almeno sulla carta, di un’occasione storica per fermare le macerie, salvare vite, dare respiro a una popolazione ormai ridotta allo stremo. Eppure, la risposta israeliana, come sempre più spesso accade, sembra preferire il clangore delle bombe al silenzio delle trattative.

  1. Trump e Netanyahu: due volti, un solo progetto

La linea di Tel Aviv è ormai fusa con quella di Donald Trump. Egli ha rilanciato sul suo social Truth, l’ennesimo avvertimento: “Gli ostaggi torneranno solo quando Hamas sarà distrutto. Niente tregua, solo annientamento”.

Una posizione che trova eco e benzina nelle parole del premier Netanyahu e del suo braccio armato, il ministro Itamar Ben-Gvir, noto per il suo fanatismo messianico e suprematista. Per loro, il piano di Hamas non è che una trappola. “Arrendersi sarebbe una tragedia per generazioni”, ha tuonato Ben-Gvir, che da mesi spinge per l’occupazione integrale di Gaza e lo sfollamento forzato dei suoi abitanti.

  1. Ritorno al passato: l’ideologia della rappresaglia

Ma la frase che più di tutte ha fatto tremare la coscienza collettiva è arrivata da Aharon Haliva, ex capo dell’intelligence militare israeliana. In un audio trapelato, Haliva afferma senza alcun filtro:
“Per ogni persona uccisa il 7 ottobre, devono morire 50 palestinesi. Non importa se sono bambini”.

Queste parole, pronunciate da un alto ufficiale dell’establishment militare israeliano, evocano i peggiori incubi del secolo scorso: le rappresaglie naziste durante la Seconda guerra mondiale, da Marzabotto alle Fosse Ardeatine. Un metodo di vendetta collettiva, in cui il numero, il sangue e la punizione diventano la misura della giustizia.

La memoria europea, che ha fatto della lotta al nazifascismo la propria identità morale, non può tacere di fronte a un’escalation verbale e politica che mette in discussione i fondamenti stessi del diritto internazionale.

  1. Il sionismo come ideologia suprematista

È ora di parlare chiaro: il sionismo radicale che oggi governa Israele, sotto la maschera della democrazia, è una forma contemporanea di suprematismo etnico e coloniale. Un progetto che, come confermato da numerosi analisti e storici – da Ilan Pappé a Gideon Levy – ha sempre previsto l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, l’occupazione militare permanente, la ghettizzazione di un intero popolo.

L’idea che una “punizione collettiva” sia “necessaria per le generazioni future” – parole testuali di Haliva – è la dimostrazione che Israele non è più in guerra contro Hamas, ma contro l’esistenza stessa del popolo palestinese. È il genocidio razionalizzato, scientificamente giustificato, come già visto in Bosnia, in Ruanda, e prima ancora in Europa.

  1. La complicità occidentale e il silenzio che uccide

Queste dichiarazioni, se pronunciate da un qualsiasi regime mediorientale non allineato all’asse Washington-Tel Aviv-Bruxelles, avrebbero scatenato sanzioni, risoluzioni ONU e forse anche bombardamenti “umanitari”.

Ma quando il sangue versato è palestinese, e il boia porta la stella di David, il mondo tace. Le cancellerie occidentali si girano dall’altra parte. I media parlano di “operazione militare”, “controterrorismo”, “rappresaglia”. Come se uccidere 50 civili per ogni soldato ucciso fosse una misura accettabile.

L’ipocrisia europea e statunitense è complice. Le parole pronunciate da Haliva sono una confessione di crimini contro l’umanità. Eppure non vi sarà alcuna inchiesta, nessun tribunale internazionale. Solo il silenzio, e altre fosse comuni a Gaza.

  1. Un modello da esportare?

La vera domanda oggi è: stiamo assistendo alla nascita di un nuovo paradigma del potere globale? Un modello basato su forza bruta, impunità, pulizia etnica e controllo mediatico?
Trump e Netanyahu sono i simboli di un’alleanza ideologica pericolosa, dove la giustizia diventa vendetta, il diritto diventa dominio, e la pace diventa una colpa.

In questo contesto, parlare di “soluzione dei due Stati” suona come una barzelletta tragica. La Palestina viene cancellata giorno dopo giorno, non solo geograficamente ma anche moralmente. Ogni massacro è giustificato. Ogni crimine è ripulito con propaganda e silenzi diplomatici.

Conclusione: chiamare le cose col loro nome

A questo punto, non si tratta più di una guerra. Si tratta di una strategia di annientamento, mascherata da sicurezza nazionale. Di un progetto suprematista che fa della morte di civili una “necessità storica”.

E chi ancora si ostina a non vedere, a non sentire, a non parlare, è complice. Come furono complici i silenzi durante i rastrellamenti e le deportazioni del Novecento.

Perché quando un generale dice che per ogni israeliano devono morire 50 palestinesi, anche se bambini, sta riscrivendo le leggi della civiltà. E sta firmando, a nome del mondo, la condanna di un intero popolo. Ancora una volta.

Fonti:
• Registrazioni audio pubblicate da Channel 12 News (Israele)
• Dichiarazioni ufficiali via Truth Social di Donald Trump
• Notizie tratte da Al Jazeera, Middle East Eye, Haaretz
• Documenti ONU sui diritti umani in Palestina
• Analisi di Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine
• Interviste a Gideon Levy, Haaretz

“Peggio del nazismo”: Gaza e il genocidio in diretta mondiale

Non ci sarà un secondo 27 gennaio. Non ci sarà una data della memoria postuma, né la possibilità di dire “non sapevamo”. Perché questa volta lo sappiamo, lo vediamo, lo ascoltiamo. In diretta. Ogni giorno. Gaza brucia sotto i nostri occhi e l’umanità intera assiste in silenzio. Non dopo. Non troppo tardi. Adesso.

Il genocidio in corso non è nascosto nei campi di sterminio lontani dal mondo civile, non è celato dietro muri di filo spinato e nebbie propagandistiche. È in prima serata, è sui social, è sulle homepage dei quotidiani. Eppure niente si muove. Nulla cambia. Le bombe continuano a cadere. I bambini continuano a morire. E la comunità internazionale continua a tacere. È peggio del nazismo. Perché l’orrore oggi è visibile, tangibile, indifendibile.

Gaza: un popolo sotto assedio e sotto silenzio

Le parole pronunciate da Netanyahu negli ultimi giorni non sono quelle di un leader impegnato in una difesa militare. Sono le parole di un fanatico messianico, che proclama apertamente di portare avanti una “missione storica e spirituale”, quella della “Grande Israele”. Una visione teocratica, suprematista, che si regge sullo sterminio sistematico di un’intera popolazione civile.

Il nuovo “piano operativo” approvato dall’esercito israeliano non ha nulla di militare: è un progetto di svuotamento. Svuotare Gaza, deportare i suoi abitanti, distruggere ogni traccia di vita, impedire il ritorno, colonizzare. È un piano di pulizia etnica travestito da “azione umanitaria”, il tutto mentre si cercano Paesi – come il Sud Sudan – disponibili ad accogliere i profughi espulsi. Il genocidio ha il suo business plan. E il mondo guarda.

Non si tratta solo di Gaza City

Il piano militare, giustificato da Tel Aviv come un’offensiva contro Hamas, ha in realtà l’obiettivo di conquistare l’intera Striscia e ridurne la popolazione a una massa di profughi ammassati a sud, in una zona desertica chiamata al-Mawasi, che rappresenta solo il 25% del territorio di Gaza. Si parla di 2 milioni di persone da confinare in una zona senza acqua, senza elettricità, senza ospedali.

Nel frattempo, l’80% degli edifici civili di Gaza City è già stato distrutto. Ma non basta. L’ordine è di radere al suolo ciò che resta, come fatto a Beit Hanoun. Bulldozer privati, appaltatori ben pagati, protetti dall’esercito, impiegheranno più di un anno per eliminare anche gli scheletri di cemento.

La strategia è chiara: rendere Gaza invivibile, distruggere ogni possibilità di ritorno, e poi spacciare il reinsediamento forzato per “soluzione umanitaria”. È la stessa logica della Nakba del 1948, aggiornata all’era dei droni e dei satelliti. Ma con una differenza cruciale: oggi il mondo vede tutto.

La nuova Shoah dei palestinesi

Allora, nel 1945, si poteva ancora dire “non lo sapevamo”. Oggi no. Chiunque abbia un telefono, una televisione, un computer, lo sa. E se tace, è complice.

L’Occidente che predica “Mai più” mentre finanzia Tel Aviv, che partecipa a conferenze contro l’antisemitismo mentre approva il massacro di civili palestinesi, è il volto più ipocrita di questo tempo. Mai più, ma solo per alcuni. Le bombe che Israele lancia su Gaza portano le firme di Stati Uniti, Germania, Italia. Le navi attraccano con i rifornimenti. Gli F-35 decollano. I milioni scorrono.

Nel frattempo, le piazze europee che osano gridare “Stop al genocidio” vengono represse con accuse di antisemitismo, mentre voci pubbliche e istituzioni religiose si schierano con l’ideologia di morte del governo israeliano. Una vergogna che resterà nella storia.

I numeri della catastrofe
• Oltre 70.000 morti documentati a Gaza, di cui 18.500 bambini.
• 90% degli edifici scolastici distrutti.
• Zero ospedali funzionanti a Gaza City.
• Carichi umanitari bloccati o razionati, mentre le aziende private israeliane speculano sulla fame dei palestinesi.
• Accordi oscuri con Paesi africani per deportare i profughi e creare campi permanenti in cambio di investimenti e armi.

E tutto questo sotto gli occhi delle Nazioni Unite, delle ONG, dei governi europei. Il genocidio è social. L’indifferenza è istituzionale.

Nessuno potrà dire: io non sapevo

Nessuno potrà dire: “non sapevo, non immaginavo, non credevo.” Non solo vediamo. Condividiamo. Postiamo. Commentiamo. Eppure, in larga parte, restiamo immobili. Paralizzati da una propaganda che ha reso Israele intoccabile e i palestinesi colpevoli a prescindere. Una narrazione che ha trasformato la vittima in carnefice e ha legittimato il carnefice in eterno perseguitato.

Non c’è più tempo per l’ambiguità. Chi tace è complice. Chi giustifica, partecipa. Chi volta le spalle, si sporca le mani.
Conclusione: il tribunale della storia ci aspetta

La Storia, quella vera, ci sta guardando. Fra qualche decennio, i libri parleranno di ciò che è accaduto a Gaza come di uno dei più gravi genocidi del XXI secolo. Ma ciò che scriveranno sulle nostre democrazie, sulla nostra stampa, sui nostri governi, sui nostri intellettuali, dipenderà da quello che faremo oggi. Adesso. Perché nessuno potrà dire: non sapevo.

E allora diciamolo. Scriviamolo. Urliamolo. Questo non è un conflitto. Questo è un genocidio. È un crimine contro l’umanità. E sta accadendo adesso.

Fonti principali integrate:
• Haaretz (Dahlia Scheindlin)
• Associated Press
• Amnesty International
• Human Rights Watch
• OCHA – Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari
• Post e commenti pubblici sui social media
• Al Jazeera, Middle East Eye, Mondoweiss
• Fonti incrociate sul reinsediamento forzato dei palestinesi in Paesi terzi

Gaza: l’orrore che non si può più negare. Infanzia sepolta, verità uccisa, coscienze in fuga

C’è un punto oltre il quale il dolore smette di essere solo umano e si fa politico, storico, imperdonabile. Quel punto è stato superato a Gaza da tempo. Ma ciò che si continua a raccontare, a denunciare, a documentare ogni giorno — contro ogni tentativo di censura — mostra che il fondo dell’orrore non è ancora stato toccato. E che l’umanità, nel senso più pieno del termine, sta collassando sotto il peso dell’indifferenza.

Lattine esplosive e bambini sepolti vivi: quando la crudeltà si fa strategia

Tutto è cominciato con post sussurrati, raccolti da testimoni palestinesi: lattine di cibo lasciate come esche per i civili affamati, modificate per esplodere al contatto o all’apertura. Sembravano favole dell’orrore, facilmente liquidabili come “propaganda”. Eppure, mesi dopo, una cittadina israeliana racconta di aver udito, in metropolitana a Tel Aviv, due soldati ridere di quelle trappole mortali, come se parlassero di scherzi tra ragazzini.

Poi sono arrivate le testimonianze più atroci. Quelle che spezzano anche il più corazzato degli animi: bambini sepolti vivi, con le mani legate dietro la schiena, le grida soffocate sotto le ruspe militari. A raccontarlo è Mark Perlmutter, medico ebreo americano, presidente della World Surgical Foundation, reduce da settimane negli ospedali da campo di Gaza. Le sue parole sono pietre tombali su ogni residua scusa occidentale.

Non è la prima volta: la memoria lunga di Amnesty International

L’orrore a Gaza non è cominciato il 7 ottobre. È sistemico, programmato, reiterato. Lo documentava Amnesty International già nel 2008, con parole che oggi suonano profetiche:

“La morte di così tanti bambini e di altri civili non può essere semplicemente liquidata come ‘danno collaterale’, come sostenuto da Israele. Molte domande rimangono ancora in attesa di risposta.”

All’epoca, almeno 1.400 palestinesi furono uccisi, di cui circa 300 bambini, molti colpiti mentre dormivano, giocavano, stendevano il bucato o si trovavano nei cortili delle loro case. Anche personale medico e ambulanze furono presi di mira. Tutto questo molto prima del 7 ottobre. Era chiaro già allora che non si trattava di errori o incidenti, ma di una strategia.

La missione dei narratori di Gaza: informare per sopravvivere

C’è chi, fin da piccolo, ha capito che l’unico modo per salvare vite in Palestina è raccontare la verità. Come il bambino di 12 anni che sopravvisse a un bombardamento nel 2008 e che da allora scelse la strada del giornalismo. Diventato adulto, ha continuato a documentare il genocidio con coraggio e precisione, fino a quando Israele ha colpito di proposito la tenda stampa presso l’ospedale Al Shifa, uccidendo lui e la sua intera troupe di Al Jazeera.

A giustificare l’omicidio mirato, il solito meccanismo: accusa di terrorismo, basata su fotografie in cui il giornalista era ritratto insieme a esponenti politici del proprio popolo. Come se chi fa il proprio lavoro — in un contesto di occupazione — debba essere considerato un nemico da abbattere.

Chi lavora nei media a Gaza vive sapendo di essere nel mirino dell’IDF. Lascia testamenti, condivide password, si prepara alla morte. Eppure, resta a raccontare. Perché, come i partigiani di ogni tempo, non si può fuggire quando si ha la responsabilità di testimoniare la verità.

Il genocidio sotto censura: l’eliminazione sistematica dei giornalisti

A Gaza non entrano giornalisti occidentali. Israele lo impedisce. Restano solo i palestinesi. E vengono eliminati. Il numero di giornalisti uccisi a Gaza ha superato ogni record storico, anche quello delle guerre del Novecento. Colpiti mentre indossano giubbotti con la scritta “PRESS”, filmati, fotografati, e infine accusati post mortem di essere “militanti”.

Neanche in Cisgiordania, dove Hamas non è presente, la stampa è al sicuro. Shirin Abu Akleh, storica reporter palestinese-americana, è stata assassinata da un cecchino israeliano nel 2022. E come lei, almeno altri 20 giornalisti sono stati colpiti a morte in zone dove non c’erano ostilità attive.

Il progetto di cancellazione: da Gaza a resort di lusso

Il piano è chiaro: non solo sterminare un popolo, ma cancellare la sua memoria e la sua voce. Prima i bombardamenti, poi l’espulsione o l’eliminazione dei sopravvissuti, infine la ricostruzione della Striscia come zona turistica esclusiva per soli israeliani. Un progetto svelato da documenti ufficiali del governo israeliano, con tanto di render architettonici, studi di sviluppo e promozioni turistiche.

Il crimine non si ferma all’annientamento fisico. È anche appropriazione di terra, distruzione della cultura, negazione della storia.

Il doppio standard che uccide

Oggi, chi difende la propria terra viene definito terrorista, mentre chi bombarda ospedali, scuole, ambulanze e campi profughi viene chiamato Stato democratico. Ma non esistono democrazie che seppelliscono vivi i bambini. Non esiste difesa che giustifichi carestie imposte, bombardamenti chirurgici su civili, e omicidi mirati di giornalisti.

La risoluzione ONU 37/43 del 1982 è esplicita: “La lotta dei popoli contro l’occupazione straniera è legittima, anche armata.” Eppure, il mondo chiede ogni giorno alle vittime di giustificarsi, di abiurare, di spiegare perché continuano a esistere, a resistere, a raccontare.

La domanda che resterà impressa nei secoli

Un giorno i bambini ci chiederanno: dove eravate?
Cosa facevate mentre venivano affamati, terrorizzati, bombardati?
Cosa avete detto, scritto, fatto?

Chi oggi tace, chi si volta dall’altra parte, chi continua a parlare di “equidistanza”, chi giustifica o minimizza, ha già scelto da che parte stare. E sarà ricordato come complice. Nessuno potrà dire “non sapevo”.

Perché oggi lo sappiamo. Tutti.

La fame come arma silenziosa: dalla crisi globale a Gaza oggi

La fame non è soltanto una tragedia individuale: è spesso una strategia deliberata nei contesti di guerra, un’arma invisibile e devastante. Nel 2022, secondo il rapporto Under Threat della Commissione Lancet–IAS, tra 691 e 783 milioni di persone vivevano in condizioni di insicurezza alimentare. Molti di loro erano in Paesi colpiti da conflitti e instabilità politica, dove lo sfollamento, la distruzione delle infrastrutture e l’interruzione delle catene di approvvigionamento hanno aggravato la crisi ben oltre la fine delle ostilità.

Crisi drammatiche si osservano in Sudan, Afghanistan e Yemen, dove guerre prolungate hanno causato carestie e milioni di morti non solo per le bombe, ma per fame, malattie e mancanza di assistenza.

Gaza: la tragedia nel cuore del conflitto

A fine luglio 2025, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha classificato Gaza come Fase 5: Catastrofe, il livello estremo di emergenza alimentare. Circa 500.000 persone (il 22% della popolazione) soffrono di fame estrema; il resto vive condizioni di emergenza o crisi, senza prospettive di sollievo—se non si interviene immediatamente.

Bambini e madri in pericolo: Oltre 71.000 bambini e più di 17.000 donne incinte o in allattamento sono affetti da malnutrizione acuta. L’OMS segnala quasi 12.000 bambini sotto i cinque anni in condizioni gravi, con oltre 99 decessi dall’inizio dell’anno.

Morti inseguendo la sopravvivenza: Centinaia di civili—compresi circa 100 bambini—sono morti mentre cercavano disperatamente cibo o acqua sotto bombardamenti, assedio e violenza costante.

Accesso agli aiuti: un miraggio: Solo il 14% delle forniture necessarie è arrivato, mentre convogli umanitari vengono bloccati o attaccati. L’ONU ha descritto la situazione come “starvation, pura e semplice”.

Privatizzazione degli aiuti: il caso della Gaza Humanitarian Foundation (GHF)

Dal maggio 2025, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un’iniziativa private sostenuta da USA e Israele, ha assunto il ruolo centrale nella distribuzione del cibo a Gaza .
• Operando attraverso un modello militarizzato con soli quattro hub, custoditi da contractor americani e sorvegliati a distanza dalle IDF, il piano sostituisce il sistema UN basato su centinaia di punti distribuiti capillarmente .
• Le denunce da parte di organizzazioni come ONG, MSF, Amnesty International, UN e Oxfam sono unanimi: si parla di abilità distruttiva del sistema umanitario, di trappole mortali in cui la gente muore cercando cibo, e di strumentalizzazione politica dell’aiuto .
• Le violenze ai punti GHF sono documentate con dati drammatici: oltre 1.300 Palestinesi uccisi nel tentativo di raggiungere gli hub, in incidenti attribuiti a IDF o contractor, e decine di migliaia di feriti .

Cronaca di una tragedia annunciata
• MSF ha parlato di “matanza orquestada”, definendo i centri come trappole mortali. Medici hanno documentato feriti severi, spesso nel pieno caos della violenza .
• Un’inchiesta del Guardian ha evidenziato come molti feriti abbiano subito colpi calibro IDF, spesso sincronizzati con i momenti di distribuzione .
• Il Financial Times ha descritto i campi della GHF come “death traps”, chiedendosi se la privatizzazione e la militarizzazione stiano aggravando la mortalità anziché alleviarla .

Il quadro globale della fame nei conflitti

Lungo tutta la Terra, la fame assume forme sistemiche:
• Sudan: oltre 25 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare, con oltre 755.000 bambini malnutriti.
• Yemen: circa 17 milioni vivono nell’insicurezza alimentare, con oltre 2 milioni di bambini gravemente malnutriti.
• Haiti: quasi 5 milioni (il 50% della popolazione) in grave insicurezza alimentare, acuita da crisi politica e disastri.

In tutti i casi, la fame non è accidente, ma frutto di conflitti, crisi economiche, cambiamenti climatici e manipolazione dell’accesso al cibo come leva di potere.

Cosa è urgente fare
1. Demilitarizzare la distribuzione: smantellare il sistema GHF e tornare a un meccanismo UN basato su capillarità, neutralità e accesso sicuro.
2. Garantire accesso incondizionato: cessazione delle ostilità e apertura stabile dei canali umanitari.
3. Ripristinare le strutture locali: sanitarie, agricole, idriche, per sicurezza alimentare sostenibile.
4. Chiedere responsabilità legali: per chi ha deliberatamente violato i diritti umani e utilizzato la fame come arma.

Conclusione
La fame nelle guerre non è mai naturale. A Gaza, la privatizzazione della distribuzione – come con la GHF – ha trasformato l’aiuto in un pericolo fatale. Spezzare questa catena di morte richiede una forte risposta internazionale, per restituire dignità e sopravvivenza a milioni di persone. Restare neutrali non è più un’opzione: ora è tempo di agire.

“Tiro a segno sull’infanzia: il gioco mortale dell’IDF e l’orrore normalizzato”

Ci sono storie che non si vorrebbero mai raccontare. Non perché siano oscure, ma perché sono troppo vere. Talmente vere da strapparti la pelle, da lacerare ogni briciolo di umanità che ci resta dentro. Sono le storie che ci riportano a ciò che credevamo sepolto nei cimiteri della storia: Auschwitz, Srebrenica, Sabra e Shatila. E invece no. È oggi. È adesso. È Gaza.

Secondo le testimonianze dei soldati israeliani e i reportage di testate come Haaretz, il cosiddetto “tiro a segno” non è una macabra invenzione propagandistica, ma una pratica strutturata, documentata, reiterata. Un gioco mortale in cui i bambini diventano bersagli da colpire a seconda della parte del corpo indicata quel giorno. Testicoli. Collo. Ginocchia. Addome. Testa.

Lo conferma il chirurgo britannico Nick Maynard, appena rientrato da Gaza, in un’intervista alla BBC. Parla di uno “schema chiaro e deliberato”, di ferite identiche e sistematiche, inflitte con la precisione di chi non agisce per errore, ma per addestramento. Il giorno delle braccia. Il giorno della testa. Il giorno dei genitali. “A very clear pattern”, ripete. Nessun dubbio.

Nel 2020, molto prima del 7 ottobre, un soldato dell’IDF, Eden, dichiarava senza tremare: “So esattamente quante ginocchia ho centrato: 42”. Era di stanza lungo il confine con Gaza, e la sua missione era “respingere i manifestanti”. Come? “Sparavamo come se stessimo cacciando anatre”, aggiunge un altro. In una settimana, oltre 200 palestinesi uccisi, quasi 20.000 feriti. E non parliamo di miliziani armati: parliamo di esseri umani, spesso bambini, adolescenti, civili.

Dietro ogni genocidio c’è un processo di disumanizzazione. Prima ancora delle armi, serve lo sguardo rotto. Quello che non vede più l’altro come simile, ma come bersaglio. Il linguaggio lo prepara: “non sono umani ma bestie”, “tutti colpevoli, compresi i bambini”, ripetono ministri e generali. E così anche i media “moderati”, quando spiegano che in fondo, tra le vittime, “la maggior parte sono maschi tra i 15 e i 45 anni”. Come se bastasse per smettere di piangere.

È sempre stato così. I “mori” nelle crociate. I “pellerossa”. I “musi gialli”. I “negri”. I “subumani”. A ogni colore un punteggio, a ogni razza un bersaglio. E quando il gioco comincia, quando il sangue diventa punteggio e l’infanzia diventa trofeo, il genocidio è già iniziato. Non serve più annunciare uno sterminio. È sufficiente che la società smetta di vedere.

Ecco allora la funzione più vile della propaganda: trasformare il dolore altrui in fastidio, il pianto in rumore di fondo. Le immagini di Gaza, i corpi dei bambini senza volto, i racconti dei sanitari internazionali vengono ignorati, sepolti sotto le urla degli editorialisti che parlano di “diritto alla difesa”. Anche quando la difesa è diventata crudeltà scientifica.

Ma la colpa non è solo di chi spara. È di chi guarda altrove. Di chi finanzia, legittima, applaude. Di chi tace e acconsente. Di chi in nome dell’equilibrio rifiuta la verità. Di chi si appella al “contestualizzare” per non dover gridare.

Eppure ci sono voci che squarciano il silenzio. Come quella della giornalista Francesca Fornario, che ha il coraggio di raccontare, di chiamare le cose col loro nome. Che ci ricorda che ogni genocidio inizia dal linguaggio, ma si compie nel gesto. Nello sparo. Nella ginocchia distrutta. Nella testa mirata.

Noi non possiamo restare immobili.

Non possiamo cedere alla disumanizzazione diffusa. Dobbiamo tornare a vedere. Dobbiamo sentire la pelle di quei bambini come la nostra. Le urla delle madri come quelle delle nostre. I cadaveri allineati come figli nostri. Perché lo sono.

Non lasciamo che lo sguardo si spezzi. Non lasciamo che l’empatia venga estinta dal cinismo geopolitico. Non lasciamo che la storia, ancora una volta, si scriva col sangue degli innocenti e col silenzio dei colpevoli.

Ci vediamo in piazza. E domani. E dopodomani.

Perché restare umani oggi è il più radicale degli atti politici.

A cura di Mario Sommella – per il blog Rivoluzionari Ottimisti
© Tutti i diritti riservati.

La fame come arma, l’aiuto come trappola: Gaza, anatomia di un crimine perfetto

Nel buio della coscienza collettiva, sotto le macerie della retorica umanitaria, si sta compiendo un crimine disegnato al millimetro. Un crimine non di errore, ma di progetto. Un crimine freddo, calcolato, gestito con la perizia di un ingegnere e la crudeltà di un carnefice. Ce lo sbatte sotto il naso, come diceva Orwell, l’ultima inchiesta di Forensic Architecture, agenzia d’indagine indipendente fondata a Londra da Eyal Weizman, architetto anglo-israeliano. L’indagine non lascia spazio a interpretazioni: l’aiuto umanitario a Gaza non è uno strumento di soccorso. È un’arma. Una trappola. Un’architettura letale.

  1. La nuova guerra umanitaria

Secondo il dettagliato report, pubblicato in collaborazione con immagini satellitari e dati geospaziali, Israele ha completamente smantellato l’infrastruttura umanitaria tradizionale – ONU, ONG internazionali, Croce Rossa – attraverso 322 attacchi deliberati nel solo primo anno di guerra. A sostituirla è stata creata ad hoc una nuova entità, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), istituita nel febbraio 2025 con capitali e personale israelo-statunitense. A guidarla, due figure emblematiche: Johnnie Moore Jr., pastore evangelico vicino a Trump, e John Acree, ex stratega militare e “problem solver” delle guerre americane.

Questa fondazione non solo ha ricevuto 30 milioni di dollari direttamente dal governo USA — che intanto ha smantellato le sue agenzie pubbliche di aiuto — ma ha anche assunto il completo controllo della distribuzione degli aiuti nella Striscia. Tuttavia, la sua funzione non è quella di nutrire: è quella di disciplinare, sorvegliare, sfiancare.

  1. Sei livelli di distruzione programmata

2.1 Distruzione dell’autonomia civile

Israele ha impedito la sopravvivenza di ogni sistema indipendente di soccorso, annientando con precisione chirurgica depositi, ospedali, ambulanze e centri di distribuzione. È una forma nuova di guerra: si distruggono le condizioni minime per vivere, poi si offre “aiuto” come unico mezzo di sopravvivenza, sotto totale controllo dell’occupante.

2.2 Occupazione umanitaria

GHF è una “occupazione umanitaria” mascherata. Non è neutrale, non è indipendente, non è universale. È parte integrante della strategia israeliana. I suoi punti di distribuzione sono adiacenti o all’interno di basi militari dell’IDF e sorvegliati da mercenari. I percorsi per raggiungerli sono disseminati di check-point, mine, cecchini. Il rischio per chi cerca cibo è altissimo: molti vengono uccisi durante l’attesa o nel tentativo di avvicinarsi.

2.3 Inaccessibilità programmata

I punti di distribuzione si trovano alle estremità della Striscia, spesso fino a sei ore di distanza dai centri abitati. Le finestre di distribuzione sono brevi – in media 23 minuti, in alcuni casi appena 10 – e gli annunci arrivano con un preavviso minimo. È il caos a essere progettato. Il disordine, la paura, la ressa, la fame: ogni elemento è calibrato per demolire la coesione sociale e iniettare disperazione.

2.4 Architettura della morte

Non si tratta di errori o negligenze. La disposizione fisica dei centri GHF è stata pensata per essere letale. I civili in coda diventano bersagli mobili, le aree di raccolta sono esposte, le strade d’accesso coincidono con i percorsi dell’esercito. I “raid accidentali” non sono incidenti. Sono parte del meccanismo. Il cibo diventa esca. E l’aiuto un’esecuzione pubblica.

2.5 Collasso psicologico e sociale

Costretti a scegliere ogni giorno tra la morte per bombe e quella per fame, i palestinesi della Striscia si trovano in un limbo tra sopravvivenza biologica e annientamento spirituale. Le famiglie si disgregano, l’autorità sociale implode, la disperazione diventa legge. È la distruzione dell’umano attraverso la fame e l’umiliazione.

2.6 Deportazione silenziosa

La collocazione dei centri GHF, prevalentemente lungo il confine meridionale, suggerisce l’obiettivo finale: spingere forzatamente la popolazione a concentrarsi lì, svuotando il resto del territorio. Una pulizia etnica mascherata da assistenza. Un’architettura dell’espulsione. Il sogno sionista dell’espulsione completa del popolo palestinese da Gaza prende forma sotto l’etichetta di “aiuto umanitario”.

  1. Il silenzio europeo: la complicità della vigliaccheria

Mentre la macchina della fame avanza, l’Europa resta inerte. I governi dell’Unione continuano a ripetere il mantra del “è prematuro agire”, a verificare senza agire, a sanzionare la Russia per la diciottesima volta ma a ignorare deliberatamente le prove di un genocidio in corso. La vicenda di Francesca Albanese, Relatrice ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, attaccata ferocemente da politici, giornalisti e ambasciatori per aver denunciato questo schema, è emblematica: si spara sulla messaggera per non vedere il crimine.

  1. La verità sotto il naso: il crimine perfetto

Questo sistema non è un errore. Non è una disfunzione. È un dispositivo deliberato. Ogni pezzo è al suo posto. Ogni morte è prevista. Ogni disperazione è calcolata. Non si tratta di aiutare, ma di dominare. Non si tratta di sfamare, ma di svuotare. Non si tratta di distribuire aiuti, ma di distribuire paura.

  1. L’ostinazione del male e la resistenza della memoria

Ma l’ostinazione del governo sionista ha un difetto di prospettiva: ignora la storia. Da oltre novant’anni, il popolo palestinese ha resistito a tutto. Alla colonizzazione britannica, alla Nakba del 1948, alle guerre del ’67 e ’73, all’occupazione militare, all’intifada, ai muri, ai droni, alla diaspora e al silenzio. Il 7 ottobre non è che un passaggio, un detonatore, non la causa di ciò che accade. È usato come alibi per giustificare l’ingiustificabile.

Il popolo palestinese non si arrenderà. Puoi bombardarlo, affamarlo, deportarlo. Puoi annientarlo fino all’ultimo bambino. Ma poi dovrai fare i conti con noi, con la loro memoria, con le storie che continueremo a raccontare, con la giustizia che verrà anche dopo l’ultimo silenzio.

E allora i sionisti radicali dovranno mettersi il cuore in pace: hanno già perso. Perché hanno ucciso la pietà. Perché hanno mostrato al mondo il volto vero dell’odio. Perché la Palestina è oggi un simbolo globale. Di dignità. Di resistenza. Di umanità sotto assedio.

  1. Epilogo: poesia di un popolo che non si arrende

E tu, Gaza,
sei l’eco che non muore,
sei il grano sotto la sabbia,
la madre che abbraccia il figlio
anche senza pane.

Hanno provato a cancellarti,
ma ti trovano
in ogni sguardo che non accetta la menzogna,
in ogni pugno levato contro il potere,
in ogni lacrima che diventa seme.

Tu sei la pietra che resiste all’assedio,
sei la voce che rompe il silenzio,
sei la memoria che ci inchioda alla storia.

Finché ci sarà un cuore che batte per la giustizia,
la Palestina non sarà mai sconfitta.

Nota finale:
Non basta un “cessate il fuoco” per fermare questo schema di distruzione consapevole. Serve l’uscita immediata di Israele dalla Striscia, l’apertura di corridoi umanitari veri, il ritorno delle agenzie indipendenti, un processo internazionale che dica finalmente la verità. E serve, sopra ogni cosa, la fine della nostra complicità silenziosa.

Complicità d’Europa: il silenzio che gronda sangue. I giuristi di JURDI trascinano l’Ue davanti alla giustizia

quando l’inazione è un crimine

L’Unione Europea potrebbe presto trovarsi sul banco degli imputati. Non per atti commessi, ma per quelli colpevolmente omessi. Il ricorso presentato dai giuristi dell’associazione JURDI – Avvocati per il Diritto Internazionale alla Corte di Giustizia dell’Ue rappresenta un fatto senza precedenti: per la prima volta due istituzioni comunitarie – Commissione e Consiglio – rischiano un processo per aver voltato le spalle al diritto internazionale e ai propri stessi trattati di fondazione, restando immobili di fronte a quello che molti giuristi e osservatori definiscono apertamente genocidio in atto a Gaza.

Una denuncia pesantissima che non arriva da frange estremiste o ONG militanti, ma da accademici, penalisti internazionali e consulenti della Corte Penale Internazionale. E che pone una domanda semplice ma ineludibile: quante vite palestinesi devono ancora essere spezzate prima che l’Europa smetta di guardare altrove?

L’articolo 265 del Trattato UE: il cuore dell’accusa

Il fondamento giuridico del ricorso depositato da JURDI è l’articolo 265 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Questo articolo consente di intentare causa contro un’istituzione dell’Unione quando, pur avendone l’obbligo, non agisce. È esattamente ciò che viene contestato a Commissione e Consiglio: non aver sospeso l’Accordo di Associazione UE-Israele, non aver promosso alcuna sanzione, non aver denunciato pubblicamente i crimini documentati da ventuno mesi nella Striscia di Gaza e nei territori occupati.

Un silenzio che pesa come un macigno. Un’assenza di azione che, per i giuristi, equivale a una complicità materiale: “La Commissione non vuole punire Israele”, ha dichiarato candidamente l’Alto rappresentante Kaja Kallas, ignorando il dovere giuridico dell’UE di rispettare e far rispettare i principi fondamentali della dignità umana, dei diritti umani, della protezione internazionale e del rifiuto del crimine di genocidio.

Il doppio standard: la Russia sì, Israele no

A rendere ancora più scandalosa la posizione europea è il palese doppio standard. Le sanzioni contro la Russia sono state rapide, sistemiche, durissime. Contro Israele, invece, nessuna reazione strutturale. Nonostante le decine di migliaia di morti civili, i bombardamenti su scuole, ospedali e campi profughi, i blocchi umanitari, la distruzione sistematica della Striscia, l’espulsione forzata dei palestinesi, le esecuzioni extragiudiziali.

Non solo. La stessa Unione Europea continua a finanziare con soldi pubblici progetti di ricerca militare e tecnologica con aziende israeliane, molte delle quali partecipano direttamente alla produzione bellica impiegata nei massacri. Come Intracom Defense, partecipata da Israel Aerospace Industries, beneficiaria di 15 progetti sostenuti dal Fondo Europeo per la Difesa. O come le università e i ministeri israeliani che hanno ricevuto circa un miliardo di euro da Horizon Europe, secondo l’inchiesta Follow The Money.

La trappola del consenso unanime e la vergogna dell’Italia

La richiesta avanzata da 17 Stati europei il 20 maggio scorso per rivedere l’articolo 2 dell’Accordo di Associazione con Israele – che vincola il rispetto dei diritti umani alla validità dell’accordo – è stata bloccata da una “minoranza di blocco” composta da Germania, Italia, Ungheria, Polonia e Grecia. Un club di complicità che ha impedito qualsiasi passo concreto verso la sospensione degli accordi o l’avvio di un processo sanzionatorio.

È l’ennesima umiliazione del diritto sull’altare della politica, o peggio ancora, degli interessi militari e geopolitici. L’Italia di Giorgia Meloni – erede culturale della destra neofascista che oggi governa in Israele – si allinea senza esitazioni a chi pratica la pulizia etnica. A Gaza, come in Cisgiordania, la continuità ideologica tra colonialismo e suprematismo si fa guerra concreta, e l’Italia tace. O peggio: coopera.

JURDI: una battaglia legale per il diritto e la verità

Il ricorso non è solo una denuncia: è un’azione legale concreta e articolata. Chiede alla Corte di giustizia UE di obbligare la Commissione e il Consiglio a:
• Interrompere l’Accordo di Associazione con Israele;
• Sospendere i finanziamenti europei a enti e imprese israeliane coinvolte in crimini internazionali;
• Imporre sanzioni mirate ai coloni violenti e ai membri del governo Netanyahu;
• Bloccare l’uso del sistema SWIFT per le transazioni con banche israeliane;
• Dichiarare ufficialmente il rischio genocidio, in conformità al dovere di prevenzione sancito dalla Convenzione del 1948.

È un atto di accusa lucido e potente, che smaschera l’inconsistenza morale dell’Europa dei diritti quando i diritti appartengono a un popolo scomodo, non allineato, deumanizzato. Come i palestinesi.

Conclusione: la Storia non assolve i complici

Il ricorso dei giuristi di JURDI rappresenta un grido di giustizia lanciato contro il muro dell’ipocrisia europea. Un atto necessario per ricordare che non esiste neutralità davanti al genocidio. Che ogni silenzio, ogni ritardo, ogni calcolo politico che rinvia la verità è già complicità.

Se l’Europa continuerà a fingere di non vedere, allora un giorno – come hanno avvertito i legali di JURDI – saranno i suoi stessi vertici a dover rispondere davanti alla Corte Penale Internazionale. E nessuna immunità potrà salvarli dalla storia.

“La Cisgiordania brucia: la nuova milizia di Ben-Gvir e l’avvento del fascismo israeliano”

In Cisgiordania non ci sono ostaggi. Non ci sono tunnel di Hamas. Non c’è alcuna giustificazione possibile, nemmeno la più ipocrita. C’è solo l’occupazione militare illegale di un popolo su un altro, e oggi, con il placet del governo israeliano, anche una nuova milizia d’assalto per completare l’opera: scacciare i palestinesi dalla loro terra, villaggio dopo villaggio, ulivo dopo ulivo, con le armi e l’arroganza coloniale.

A guidare questa svolta apertamente fascista è Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale di Israele e colono dell’insediamento illegale di Kiryat Arba, alle porte di Hebron. Ben-Gvir, già condannato da un tribunale israeliano per incitamento al razzismo e per l’appartenenza a un’organizzazione terroristica ebraica, ha annunciato la creazione di un corpo paramilitare di “volontari armati”: coloni estremisti reclutati direttamente dagli insediamenti illegali e dotati di armi da fuoco, addestrati per agire con logiche da guerra etnica.

Non è più solo repressione. È offensiva dichiarata. Ben-Gvir lo ha detto chiaramente: si passa da una “mentalità difensiva a una combattiva, militante e d’attacco”. Lo ha detto da colono, da ministro e da fanatico che brandisce la pistola in pubblico — come quando, durante una manifestazione palestinese a Gerusalemme, estrasse un’arma puntandola sui manifestanti disarmati, incitando la polizia ad aprire il fuoco. Un gesto da gangster, che sarebbe già grave in qualsiasi democrazia; in Israele, invece, è premiato con un ministero.

Lui e il suo compagno di governo Bezalel Smotrich, anch’egli colono e ideologo della destra suprematista religiosa, non si limitano a sostenere i coloni: li finanziano, li proteggono, li armano. Smotrich ha recentemente annunciato con orgoglio l’approvazione di nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania, dichiarando: “Non ci nascondiamo più. Innalziamo la bandiera. Costruiamo. Ci insediamo. Riconquistiamo la sovranità sulla Giudea e Samaria”. Parole da regime, da annessione dichiarata, da colonialismo travestito da missione divina.

Ma la realtà è più cruda: non c’è nulla di sacro nell’espellere le persone dalla loro casa, nel bruciare le coltivazioni, nello sparare ai contadini, come mostrano centinaia di video che documentano l’orrore quotidiano in Cisgiordania. Eppure, questo nuovo squadrismo armato viene legittimato, finanziato e messo al servizio dello Stato. Un ritorno alla “Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale” di mussoliniana memoria, solo con la kippah al posto del fez e il M16 al posto del manganello.

Quello che sta accadendo nei Territori Occupati è una nuova fase della pulizia etnica, quella della “terra bruciata” portata avanti non più solo dall’esercito, ma da civili militarizzati con l’appoggio governativo. I coloni armati non si limitano a “difendere” gli avamposti: li espandono, li blindano, trasformano le colline palestinesi in bastioni suprematisti, spesso con il silenzioso appoggio dell’Occidente.

Il silenzio dell’Europa è assordante. Mentre Regno Unito, Canada, Norvegia e Australia hanno sanzionato Ben-Gvir e Smotrich per violazioni dei diritti umani e incitazione alla violenza, l’Italia tace. Non una parola da Meloni, Tajani, Salvini o Mattarella. Anzi: il governo italiano continua a intrattenere accordi commerciali, militari e tecnologici con Tel Aviv, nonostante i crimini evidenti, documentati, persino rivendicati.

E qui vale la pena ricordare che Meloni, Tajani e altri rappresentanti del potere italiano sono eredi diretti — politicamente e culturalmente — di quel regime fascista che, proprio come Israele oggi, ha perpetrato occupazioni, repressioni, colonizzazioni e pulizie etniche, solo in tempi e contesti diversi. Se potessero, lo rifarebbero anche adesso. A trattenerli — per ora — è la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, e un’opposizione civile che ancora resiste. Ma fino a quando? Perché la deriva fascista è un’onda lunga: quando arriva, non si limita a bagnare le fondamenta della democrazia — le abbatte. E nel suo passaggio distrugge tutto: diritti, giustizia, libertà, e perfino la memoria.

Come se tutto ciò fosse normale. Come se non fosse già genocidio. Come se non ci fosse una relatrice dell’ONU — Francesca Albanese, italiana — minacciata e sanzionata dagli Stati Uniti per aver detto la verità. Una verità che nessun leader europeo ha avuto il coraggio di difendere. Chi tace, acconsente. Chi coopera, partecipa. Chi finge di non vedere, è complice.

La Cisgiordania oggi è il laboratorio di un nuovo fascismo etnico-religioso, che non ha nulla a che fare con la sicurezza, ma tutto con la conquista, la colonizzazione e l’espulsione. È lì che si consuma la fase silenziosa del genocidio. Quella senza bombardamenti, ma con le ruspe, con i fucili dei coloni, con le leggi che trasformano i criminali in ministri e i ministri in criminali di guerra.

A noi spetta un solo compito: non voltare lo sguardo. Non smettere di denunciare. Non smettere di raccontare. E continuare a ripetere, finché non ci ascolteranno: la Cisgiordania è Palestina, e la Palestina non è in vendita. Nessuna menzogna, nessuna propaganda potrà cancellare questa verità.

“Il campo di morte umanitario: Gaza, la fame usata come arma e il genocidio che l’Occidente non vuole vedere”

“La storia ci giudicherà non solo per le nostre azioni, ma per il nostro silenzio”

— Primo Levi

  1. Un nuovo capitolo dell’orrore: testimonianze dal cuore di Gaza

Il 27 giugno 2025, il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato un reportage senza precedenti firmato da Nir Hasson, Yaniv Kubovitsch e Bar Peleg:
“‘È un Killing Field’: ai soldati dell’IDF è stato ordinato di sparare deliberatamente ai cittadini di Gaza disarmati in attesa di aiuti umanitari”.
L’articolo, frutto di interviste a soldati e ufficiali delle Forze Armate israeliane (IDF), squarcia il velo su una prassi sistematica: l’ordine di sparare per uccidere o ferire civili palestinesi disarmati, spesso bambini e donne, ammassati in attesa di un pacco di farina o di qualche scatola di cibo davanti ai cosiddetti centri “umanitari”.

Non siamo di fronte a “tragici errori”, ma a una pratica pianificata e ripetuta, legittimata dai comandanti e giustificata dall’ideologia che vede in ogni palestinese un potenziale nemico. Il risultato: centinaia di morti e migliaia di feriti negli ultimi mesi — 549 uccisi vicino ai punti di distribuzione dal 27 maggio secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, più di 4.000 feriti — in un silenzio che pesa come una pietra sulle coscienze dell’umanità.

  1. La fame come arma: quando l’“aiuto” diventa trappola mortale

I centri di distribuzione degli aiuti, gestiti dal cosiddetto Gaza Humanitarian Fund (GHF), sono in realtà una costruzione ambigua: creati su iniziativa israeliana con il supporto di evangelici americani legati a Trump e Netanyahu, sono presidiati militarmente dall’IDF che controlla ogni accesso, decide chi vive e chi muore.
L’illusione della solidarietà occidentale si svela come uno strumento di controllo:
• Il cibo arriva solo a chi rischia la vita,
• La fame si trasforma in un dispositivo di selezione naturale,
• Le folle affamate sono trattate come “minacce” da disperdere con proiettili, mortai, lanciagranate.

“È un Killing Field, un campo di morte”, testimonia un soldato israeliano.
Non vengono usati metodi di dispersione non letali: nessun lacrimogeno, nessun idrante, ma solo fuoco vivo. Uomini, donne, bambini.
Quando la sopravvivenza diventa una roulette russa, la fame cessa di essere una tragedia umana e diventa uno strumento di guerra, di umiliazione, di annientamento morale.

  1. Un genocidio annunciato: la memoria della storia e la complicità dell’Occidente

Quello che avviene oggi a Gaza ha una radice profonda:
l’uso della fame come arma di guerra, il targeting deliberato dei civili, il disprezzo per la vita “non occidentale” — tutti elementi già condannati dalla storia e dal diritto internazionale.
• Diritto internazionale umanitario:
Gli articoli 49 e 53 della Quarta Convenzione di Ginevra vietano il trasferimento forzato di civili e la distruzione di beni essenziali alla sopravvivenza. L’art. 54 del Protocollo aggiuntivo vieta di affamare la popolazione civile come metodo di guerra (Fonte: ICRC).
• Il Tribunale di Norimberga (1945-46):
Per la prima volta, la fame indotta e l’annientamento dei civili vennero giudicati crimini contro l’umanità. Gli stessi principi oggi sono ignorati proprio da quei governi che si proclamano eredi della “civilizzazione occidentale”.
• Precedenti storici:
• Assedio di Leningrado (1941-44):
1,5 milioni di civili morirono di fame a causa dell’assedio nazista, un crimine mai dimenticato nella memoria europea.
• Embargo iracheno (1990-2003):
Secondo l’UNICEF, oltre 500.000 bambini iracheni morirono a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’ONU.
Madeleine Albright, allora Segretario di Stato USA, dichiarò:
“Ne valeva la pena”.
• Guerra del Biafra (1967-1970):
La fame come arma portò alla morte di almeno un milione di civili nigeriani.

A Gaza si sta ripetendo lo stesso copione, ma con una novità inquietante:
l’ipocrisia e la copertura di chi dovrebbe garantire i diritti umani.

  1. La menzogna dell’“esercito più morale del mondo”

Di fronte a testimonianze tanto chiare, il governo israeliano e il suo primo ministro Netanyahu ripetono ossessivamente la formula:
“L’esercito israeliano è il più morale del mondo”.
La realtà è un’altra, come documentano anche numerose ONG internazionali:
• Human Rights Watch (2024):
Denuncia l’uso sistematico della forza letale contro civili, la distruzione deliberata delle infrastrutture, la negazione di cibo, acqua e medicine (HRW, “Gaza: Starvation used as weapon of war”).
• ONU, Commissione d’Inchiesta su Gaza (2024-2025):
Più rapporti ONU affermano che Israele sta violando il diritto internazionale umanitario, commettendo “crimini contro l’umanità, incluso il genocidio” (Fonte: Report UNHRC, 12/6/2024).
• Medici Senza Frontiere e Oxfam:
Riferiscono di bambini morti di fame e disidratazione nei campi profughi, testimonianze raccolte anche dalla BBC e da Al Jazeera (MSF, 2024; Oxfam, 2024).

Eppure, nel discorso pubblico occidentale, queste voci vengono ignorate, minimizzate, o tacciate di “antisemitismo” per chiunque osi denunciare la realtà.

  1. Complicità e silenzio: il fallimento morale dell’Occidente

La responsabilità non è solo israeliana.
Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Unione Europea continuano a fornire armi, copertura diplomatica e sostegno finanziario a Israele.
Ogni risoluzione dell’ONU che chieda un cessate il fuoco viene bloccata dai veti occidentali.
La stampa mainstream, con rarissime eccezioni (come Haaretz e The Guardian), si limita a ripetere i comunicati ufficiali o a ignorare le testimonianze più scomode.

Nel frattempo, la “società civile” occidentale — dalla sinistra riformista ai movimenti pacifisti storici — fatica a rompere il muro della complicità, temendo isolamento, censura, o accuse strumentali di antisemitismo.
La lezione della Shoah, della Nakba, dei genocidi del Novecento viene tradita proprio da chi si fa scudo della Memoria per giustificare l’ingiustificabile.

  1. Quando la fame diventa genocidio: la definizione delle Nazioni Unite

Secondo la Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948, art. II),
si parla di genocidio anche quando vi è “l’imposizione intenzionale di condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica totale o parziale di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.
Affamare deliberatamente un popolo, impedirgli l’accesso a cibo, acqua e cure, ucciderlo mentre tenta di sopravvivere: questa è la definizione stessa di genocidio.

  1. La memoria e la necessità della denuncia

Restare “senza parole” di fronte a questa realtà è un riflesso umano.
Ma il silenzio, oggi, è complicità.
Dobbiamo nominare il crimine, ricordare le vittime, pretendere verità e giustizia.
Non c’è spazio per ambiguità o neutralità:
quello che accade a Gaza è il banco di prova della coscienza occidentale, è la linea che separa la civiltà dalla barbarie.

Fonti e riferimenti
• Nir Hasson, Yaniv Kubovitsch, Bar Peleg, Haaretz, 27/6/2025
• Human Rights Watch, “Gaza: Starvation used as weapon of war”, 2024
• UN Human Rights Council, “Report of the Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, and Israel”, 12/6/2024
• Medici Senza Frontiere, msf.org/gaza
• Oxfam International, oxfam.org/gaza
• Convenzione di Ginevra IV (1949), art. 49, 53, 54 (ICRC)
• United Nations Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide, 1948 (UN)
• BBC News, “Gaza food crisis: Children starving to death”, 2024
• Al Jazeera English, “Starvation in Gaza: Israel using hunger as a weapon”, 2024

Conclusione

Nessun popolo, nessun essere umano, dovrebbe mai essere costretto a scegliere tra la fame e la morte per il solo “crimine” di esistere.
Gaza è la nostra cartina di tornasole: o la denuncia rompe il silenzio, o il genocidio diventerà la nuova normalità dell’Occidente.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”
— Primo Levi

Per chi vuole approfondire, tutte le fonti sono consultabili tramite i link diretti.
Condividere è un dovere morale, non solo informativo.

Dove sono finiti 400.000 gazawi? Il silenzio che copre un’assenza di massa

Un’ombra lunga e tragica si stende su Gaza. Non è fatta solo di macerie, bombardamenti e fame. È fatta di numeri mancanti, di assenze che non trovano spiegazione. Ed è forse la forma più perversa della disumanizzazione: non vedere neppure i corpi, cancellare le persone dalle statistiche della vita.

La denuncia: 377.000 persone scomparse

Secondo lo studio pubblicato recentemente dal professor Yaakov Garb, associato di Sociologia e Antropologia e collaboratore di Harvard Dataverse, il numero dei gazawi scomparsi ammonta a circa 377.000 persone. Non si tratta di una stima azzardata, ma del risultato di una triangolazione semplice e implacabile: la popolazione di Gaza prima dell’invasione del 7 ottobre 2023 era di 2,227 milioni; oggi, secondo i dati dell’IDF, ne risultano 1,85 milioni ancora presenti.

La differenza è drammatica, allarmante. Eppure nessuna istituzione internazionale – né l’ONU, né la Corte Penale Internazionale, né i governi cosiddetti democratici – si è fatta carico seriamente di indagare che fine abbiano fatto quasi 400.000 esseri umani. Si continua a parlare di aiuti, di tregue, di equilibri geopolitici, ma non si cerca chi manca. E l’assenza – questa volta – grida.

Una differenza che fa paura

I dati ufficiali forniti dalle autorità israeliane distribuiscono così la popolazione attuale:
• 1 milione a Gaza City
• 500.000 ad al-Mawasi
• 350.000 nella parte centrale della Striscia

Totale: 1,85 milioni.

E allora, dove sono i restanti 377.000? Non possono essere tutti tra i morti ufficiali, oggi stimati a 56.077 dal Ministero della Sanità palestinese. La discrepanza è gigantesca: sei volte il numero dei cadaveri identificati, ammesso che siano davvero tutti registrati, ammesso che ci sia stato modo di contarli sotto le macerie, ammesso che gli scavi siano stati consentiti.

Ma la realtà è ben diversa. A Gaza, come denuncia anche l’Onu, migliaia di corpi sono intrappolati sotto le rovine senza possibilità di essere estratti. Intere famiglie sono state vaporizzate in un colpo solo, cancellate da palazzi sbriciolati dai F-35 israeliani. Non resta nulla da contare. Solo il vuoto.

Una nuova ingegneria dell’occultamento

Il sospetto che emerge dallo studio di Garb – e che molti osservatori internazionali iniziano a prendere sul serio – è che la soppressione delle ONG locali e internazionali, sostituite dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF) a partire dal 26 maggio 2025, abbia reso più opaco il monitoraggio reale della popolazione. L’ONG americana, sotto la supervisione di Washington e di Tel Aviv, ha preso il controllo degli aiuti dopo la dissoluzione forzata di oltre 400 organizzazioni non governative e 15 agenzie dell’ONU precedentemente attive sul territorio.

Le zone in cui oggi si distribuiscono gli aiuti – guarda caso – coincidono perfettamente con le tre aree stimate dall’IDF come attualmente abitate, mentre il resto della Striscia è un deserto di rovine. Ma se la popolazione viva è solo quella che si presenta ai centri di distribuzione, il conteggio ufficiale rischia di essere strumentalmente falsato. I non presenti non esistono più. E non si tratta solo di sfollati: sono fantasmi.

Bombe anche sugli aiuti

Come se non bastasse, è emerso un altro dato agghiacciante. Jonathan Whittall, capo dell’Ufficio Umanitario dell’ONU per i Territori Palestinesi Occupati, ha denunciato che almeno 400 palestinesi sono stati uccisi mentre tentavano di ricevere aiuti umanitari, bersagliati dalle truppe israeliane nei pressi dei punti di distribuzione gestiti dalla GHF. La fame è diventata una trappola. La consegna di aiuti un’operazione bellica camuffata. Le file di disperati sono diventate obiettivi legittimi per chi non vede nei gazawi esseri umani, ma potenziali miliziani.

Il genocidio che non vuole farsi contare

Questa contabilità dell’orrore ci sbatte in faccia un fatto sconvolgente: stiamo assistendo al primo genocidio algoritmico e selettivo, dove la morte viene spacchettata, nascosta, ridefinita. Un genocidio non solo di corpi, ma anche di identità, di dati, di presenza. Si colpisce il censimento stesso della vita, si alterano le statistiche, si confondono le fonti.

La macchina della morte non uccide solo. Cancella. Scompare. Sputtana il numero per rendere insignificante la carne. E così possiamo continuare a dibattere di geopolitica, di diplomazia, di due popoli e due stati, come se questi 377.000 esseri umani non fossero mai esistiti.

Eppure ci sono madri che cercano figli, fratelli che non trovano più genitori, anziani che vagano senza sapere se i loro quartieri esistano ancora. Gaza è diventata una zona di sperimentazione dell’invisibilità umana.

L’Occidente, la stampa e il crimine dell’indifferenza

Intanto, i media mainstream continuano a parlare di “vittime collaterali”, di “conflitto complesso”, di “reazioni sproporzionate”, ma nessuno osa chiamare questa cosa col suo nome: genocidio. E nessuno osa chiedersi, davvero, dove siano finiti i 377.000 gazawi mancanti.

Il dato è troppo grande per essere un errore. È troppo preciso per essere una coincidenza. Ed è troppo comodo per chi vuole continuare a normalizzare l’orrore.

Serve il coraggio della verità, serve il coraggio della denuncia. Non possiamo più permetterci di ridurre le persone a numeri, ma non possiamo nemmeno fingere che i numeri non parlino. E questo, oggi, gridano: 400.000 vite sono sparite. E con loro, la nostra coscienza.