Netanyahu all’ONU: la menzogna elevata a dottrina, l’applauso della complicità

Benjamin Netanyahu ha parlato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in un’aula semi-vuota, svuotata non solo dai delegati che lo hanno lasciato in segno di protesta, ma anche dalla credibilità morale di un leader che da mesi guida – insieme ai suoi ministri dell’ala oltranzista – un governo responsabile di crimini inenarrabili contro il popolo palestinese.

Il suo discorso ha seguito un copione prevedibile: negazione del genocidio, accusa a Hamas di “rubare il cibo” per giustificare la fame imposta a Gaza, criminalizzazione di chi riconosce lo Stato di Palestina. Una narrazione intrisa di falsità, utile solo a capovolgere la realtà e a rivestire di legittimità un’operazione di sterminio che il mondo intero osserva con orrore.

👉 Guarda il video su YouTube, in cui si percepisce chiaramente l’atmosfera in aula. A un certo punto si sente in italiano un “bravo” ripetuto due volte. Non possiamo avere la certezza che provenisse dalla delegazione italiana, ma se così fosse saremmo davanti a un episodio gravissimo: la complicità plateale del nostro Paese con un leader responsabile di un massacro che la storia giudicherà come genocidio.

Un’aula che si svuota, una piazza che esplode

Al momento dell’ingresso di Netanyahu, decine di delegazioni hanno abbandonato l’aula tra fischi e proteste. Fuori dal Palazzo di Vetro, migliaia di manifestanti hanno invaso le strade di New York: a Times Square e lungo la Sixth Avenue si sono levati slogan come “killer di bambini” e “Palestina libera”. La polizia ha arrestato decine di attivisti davanti all’albergo del premier israeliano.

La scena è stata uno specchio: dentro un uomo isolato, arroccato nelle sue menzogne; fuori una società civile mondiale che alza la voce contro il genocidio.

Il coro degli estremisti

A sostenere Netanyahu ci hanno pensato i suoi alleati interni, come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha ribadito: “non ci sarà mai uno Stato palestinese”. Un proclama che cancella ogni ipotesi di pace e convivenza, alimentando un conflitto senza fine.

In aula, gli applausi più convinti non sono arrivati sui temi della pace, ma quando Netanyahu ha citato Donald Trump. La delegazione americana si è alzata a battere le mani, confermando la continuità di un asse che copre Israele da ogni responsabilità internazionale.

Manipolazione e guerra psicologica

Tra gli annunci più inquietanti, quello sull’infiltrazione dei telefoni dei gazawi e la trasmissione del discorso tramite altoparlanti installati nella Striscia. Non è solo violenza fisica: è colonizzazione totale dello spazio vitale e comunicativo di un popolo, ridotto a prigioniero persino dei propri dispositivi elettronici.

Il ribaltamento delle accuse

Netanyahu ha bollato come “bugie antisemite” le critiche a Israele, presentandosi come difensore della vita civile. Ha chiesto al mondo: “Quale Paese che commette un genocidio implorerebbe i civili di andarsene?”. La risposta è evidente: nessun Paese che non sia guidato da un cinismo assoluto continuerebbe a bombardare ospedali, scuole, campi profughi mentre finge di preoccuparsi dei civili.

La sua retorica, che equipara il riconoscimento della Palestina al sostegno al terrorismo, conferma l’indisponibilità del sionismo radicale al potere a Tel Aviv ad accettare qualsiasi prospettiva diversa dalla cancellazione del popolo palestinese.

L’Italia e l’ombra della complicità

Il presunto “bravo” in italiano che si sente in aula, se davvero proveniente dalla delegazione italiana, aprirebbe un capitolo vergognoso per il nostro Paese. Non sarebbe più soltanto silenzio, ma adesione complice al racconto di un criminale di guerra. In un tempo in cui il diritto internazionale è già calpestato, l’Italia rischierebbe di collocarsi dalla parte sbagliata della storia, rinnegando la propria Costituzione nata dall’antifascismo.

Il discorso di Netanyahu all’ONU non ha convinto nessuno al di fuori della sua cerchia di fanatici e complici. Ha confermato al contrario ciò che milioni di persone gridano nelle piazze del mondo: Israele, sotto la sua guida, pratica l’apartheid, usa la fame come arma e nega il diritto all’esistenza del popolo palestinese.

La vera notizia non è ciò che Netanyahu ha detto, ma ciò che il mondo ha fatto in risposta: l’aula che si svuota, le piazze che si riempiono, la coscienza che resiste. La storia giudicherà, e quel giudizio non sarà dettato dai suoi “quiz” propagandistici, ma dal sangue innocente che continua a scorrere a Gaza.

Fonti
• Agenzie internazionali: Associated Press, Reuters, AFP
• Quotidiani: Haaretz, Times of Israel, The Jerusalem Post, Al Jazeera English
• Rassegna italiana: Ansa, La Repubblica, Il Manifesto
• Dichiarazioni ufficiali: sito dell’Assemblea Generale ONU, comunicati del portavoce del Primo Ministro israeliano
• Documentazione e testimonianze: video integrale del discorso e proteste a New York
• Audio-video del discorso con intervento in italiano: YouTube

Due pesi, una menzogna: il genocidio palestinese e l’ipocrisia strategica dell’Europa

C’è un momento in cui la verità, per quanto cruda, diventa un dovere morale. Questo è uno di quei momenti. Mentre l’Europa affila sanzioni contro la Russia, alza la voce sulla guerra in Ucraina e promette armi e fondi a Kiev in nome dei “valori occidentali”, tace, complice, davanti a un’ecatombe in Palestina che ha assunto ormai i contorni inequivocabili di un genocidio. Una selettività che non è frutto di distrazione, ma di una strategia deliberata: quella dell’ipocrisia strutturale, della doppia morale, del doppiopesismo geopolitico.

Il 19° pacchetto di sanzioni contro Mosca e il silenzio su Tel Aviv
La Commissione europea discute, ormai con cadenza rituale, nuove sanzioni alla Russia. Siamo al diciannovesimo pacchetto: misure economiche, restrizioni individuali, blocchi alla tecnologia e investimenti. Il motivo? L’aggressione russa all’Ucraina. Nessuno mette in dubbio la gravità del conflitto, ma il confronto con ciò che accade in Palestina svela una scandalosa asimmetria.

Israele non riceve 19 pacchetti di sanzioni. Riceve fondi, cooperazione militare e scientifica, investimenti pubblici europei. Mentre a Gaza si consuma uno sterminio sistematico, Israele continua a beneficiare del programma Horizon Europe: oltre 100 milioni di euro in progetti scientifici, di cui una quota consistente finisce alla Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda che produce droni usati nei bombardamenti sui civili palestinesi.

Droni pagati da noi che massacrano bambini
Un video promozionale della Rafael, disponibile online, mostra il drone Spike FireFly – finanziato in parte dai fondi europei – che si avventa su un civile disarmato. È una scena emblematica. È l’Europa che si proclama garante dei diritti umani a finanziare, di fatto, una guerra totale contro la popolazione palestinese. E mentre il diritto internazionale viene fatto a pezzi sotto gli occhi del mondo, le uniche sanzioni europee avanzate finora sono state simboliche: qualche misura restrittiva contro ministri estremisti e coloni violenti, senza alcun impatto concreto.

Espiazione selettiva: il caso Germania e l’alibi dell’Olocausto
La Germania continua a sostenere lo Stato israeliano anche quando commette crimini documentati contro l’umanità. Lo fa, si dice, per espiare le colpe del nazismo. Ma c’è qualcosa di profondamente perverso in questa logica: si espierebbe un genocidio sostenendone un altro? Si salvaguarderebbe la memoria dei 6 milioni di ebrei assassinati da Hitler, lasciando che 2 milioni di palestinesi vengano sterminati da Netanyahu?

Questo non è espiare: è ripetere, è usare il passato come scudo ideologico per consentire nuovi crimini, stavolta con il benestare delle cosiddette “democrazie occidentali”.

Il genocidio certificato: il rapporto Pillay e l’omertà dell’informazione
Il rapporto della Commissione ONU d’inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati, presieduta da Navi Pillay, ha parlato chiaro: Israele ha commesso almeno quattro dei cinque crimini previsti dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Il documento, pubblicato il 16 settembre, conferma che a Gaza non è in corso una guerra nel senso tradizionale, ma un atto deliberato di sterminio etnico, culturale e biologico. Si tratta di:
1. Uccisione sistematica di membri del gruppo palestinese;
2. Danni fisici e psichici gravi;
3. Condizioni di vita intese a distruggere il gruppo;
4. Misure per impedire le nascite.

Senza mezzi termini, il rapporto accusa le massime autorità israeliane: il presidente Herzog, il premier Netanyahu, l’ex ministro Gallant. È l’atto di accusa più grave rivolto a uno Stato occidentale dai tempi del processo ai generali argentini o serbi.

Uccidere il futuro: l’attacco alla clinica della fertilità
Uno degli episodi più agghiaccianti documentati dal rapporto riguarda la distruzione della clinica di fecondazione assistita Al-Basma. Migliaia di embrioni, ovuli e spermatozoi sono stati deliberatamente annientati. Nessuna prova d’uso militare. Nessuna scusa plausibile. Solo un obiettivo: impedire ai palestinesi di generare nuova vita. È la logica dell’annientamento biologico, la sterilizzazione forzata mascherata da bombardamento.

20.000 bambini uccisi: numeri che non commuovono l’Europa
Secondo Save the Children, oltre 20.000 bambini sono stati uccisi a Gaza. Molti con colpi diretti alla testa e al torace. Si tratta di esecuzioni, non di “effetti collaterali”. Si aggiungano le donne, le madri incinte, i medici, i pazienti, gli anziani. Gli ospedali sono diventati bersagli sistematici: 1.844 attacchi contro strutture sanitarie in poco più di 9 mesi.

Eppure, mentre l’Europa annuncia conferenze sulla pace e affari sul gas con Israele, nessun telegiornale apre parlando di genocidio. Si parla invece di “due fronti di guerra”, Ucraina e Palestina. Ma non esistono “due guerre”. In Ucraina combattono due eserciti. A Gaza c’è un solo esercito contro una popolazione inerme, assediata e affamata. E i governi europei fingono di non vedere, anzi: riforniscono le armi e firmano i contratti.

La farsa delle sanzioni: coloni sanzionati che non viaggiano in Europa
Von der Leyen propone sanzioni a coloni che mai metteranno piede a Bruxelles. Biden l’aveva già fatto mesi fa, senza alcun effetto deterrente. Ma nessuno si azzarda a proporre l’interruzione dei rapporti militari e scientifici, o il blocco all’esportazione di armi verso Tel Aviv. Anzi, l’Italia è tra i paesi che si oppongono attivamente a ogni forma di pressione reale: insieme a Germania, Ungheria e Austria, difende l’intoccabilità dello Stato israeliano, anche quando le prove di genocidio sono evidenti.

La vigliaccheria del mondo arabo e il silenzio dei mediatori
Il 9 settembre, mentre a Doha si discuteva la tregua, Netanyahu bombardava i negoziatori di Hamas. Sei morti. Una violazione diretta della sovranità del Qatar, ma anche un sabotaggio deliberato ai negoziati. Il vertice arabo che ne seguì si concluse con le solite condanne vuote. Nessun embargo, nessuna ritorsione, nessuna mobilitazione seria. Jack Khouri, su Haaretz, l’ha scritto senza ambiguità: “Il regime militare israeliano su Gaza è cominciato quando i leader arabi si sono incontrati a Doha. I libri di storia lo ricorderanno. Così è caduta Gaza City”.

Genocidio normalizzato, coscienze disinnescate
Ci troviamo di fronte a un genocidio in diretta, che non viene più negato, ma normalizzato. I governi europei lo sanno, i dossier dell’ONU lo provano, le ONG lo denunciano, ma tutto resta fermo. Il diritto internazionale viene evocato solo quando utile alla NATO. Altrimenti si sospende. Si chiude un occhio, poi l’altro. Si tagliano i fondi ai palestinesi e si aumentano quelli a Israele.

Questo non è solo un fallimento morale. È una complicità storica. L’Europa, che ama raccontarsi come culla dei diritti umani, sta scrivendo una pagina vergognosa della propria storia. E quando tutto sarà finito – quando Gaza sarà ridotta a una rovina – nessun leader potrà dire “non sapevamo”. Perché stavolta lo sapevamo tutti.

Fonti:
• Rapporto ONU della Commissione presieduta da Navi Pillay (2025) – https://shorturl.at/ILjbs
• Rapporto Francesca Albanese – relatrice speciale ONU (giugno 2025)
• Save the Children – Dati sulle vittime civili a Gaza (maggio 2025)
• Haaretz – Articolo di Jack Khouri (settembre 2025)
• Comunicati stampa Horizon Europe (2024–2025)
• Dichiarazioni ufficiali Commissione Europea (Ursula Von der Leyen)
• Report PaperFirst – “Il genocidio dei palestinesi”
• Video promozionale Rafael Advanced Defense Systems (Spike FireFly)

Israele colpisce il tavolo della pace: i negoziatori assassinati, il diritto internazionale umiliato

C’è un momento in cui l’orrore oltrepassa la soglia dell’assuefazione. Un punto di non ritorno in cui il crimine smette di essere solo un fatto e diventa metodo di governo, forma di dominio e dichiarazione di impunità.

L’attacco sferrato da Israele contro un’abitazione a Doha, capitale del Qatar, uccidendo due mediatori di Hamas coinvolti nel negoziato per la liberazione degli ostaggi e per il cessate il fuoco a Gaza, rappresenta esattamente questo: un atto di terrorismo di Stato, come denunciato dallo stesso governo qatariota, ma anche qualcosa di più profondo e spaventoso. Una sfida cinica e arrogante all’intero diritto internazionale, ai governi del mondo, alle organizzazioni multilaterali e alle coscienze collettive.

L’attacco a Doha: l’assassinio della diplomazia

Secondo Al Jazeera, l’attacco ha avuto luogo nella notte tra il 6 e il 7 settembre. Un drone israeliano ha colpito un’abitazione nel distretto diplomatico della capitale qatariota, dove si trovavano due membri dell’ala politica di Hamas, impegnati in colloqui riservati con mediatori internazionali per riaprire il canale negoziale. L’edificio era noto ai servizi di intelligence occidentali, e l’incontro era stato autorizzato e garantito dal governo del Qatar.

La reazione del Ministero degli Esteri di Doha è stata durissima: “Atto di terrorismo in violazione diretta della nostra sovranità”, si legge nel comunicato ufficiale.
Fonti interne, citate da Middle East Eye, riferiscono che il Qatar sta valutando la chiusura degli uffici diplomatici israeliani e la sospensione della cooperazione con Washington sul dossier palestinese.

Eppure la reazione degli Stati Uniti è stata debole, per non dire complice. Donald Trump ha definito l’attacco “non utile alla causa comune” e ha fatto sapere di aver chiesto al consigliere Witkoff di informare il Qatar, ma “troppo tardi”. Un goffo tentativo di lavarsene le mani, che alimenta il sospetto che la Casa Bianca fosse al corrente, se non addirittura complice dell’attacco.

Il doppio standard dell’Occidente

Nel frattempo, l’Europa balbetta. Mentre si valuta il 19° pacchetto di sanzioni contro la Russia, per la violazione del diritto internazionale in Ucraina, non si trova il coraggio neppure di pronunciare la parola “sanzioni” nei confronti di Israele, nonostante un crescendo di crimini documentati: bombardamenti su ospedali, uso di armi al fosforo, blocchi umanitari, e ora anche l’eliminazione fisica dei negoziatori.

Giorgia Meloni, da parte sua, ha affermato che l’Italia “rimane contraria a ogni forma di escalation”, troppo poco!
Ma chi è che aggrava la tensione? Chi viola la sovranità del Qatar, dopo aver già violato quella di Libano, Siria, Iraq e persino Iran?

In questo gioco delle retoriche malate, anche la parola “proporzionalità” viene svuotata di senso. Come si può parlare di risposta sproporzionata, quando Israele colpisce ospedali, giornalisti, bambini, e persino minaccia volontari umanitari diretti a Gaza?

Il caso della Flottiglia Global Sumud: coraggio sotto minaccia

In contemporanea all’attacco in Qatar, un drone israeliano ha sorvolato una barca civile ancorata al largo della Tunisia, nella rada di Sfax, sganciando un razzo incendiario che ha provocato un incendio all’imbarcazione. A bordo si trovava il comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, composto da parlamentari europei, volontari, operatori sanitari e membri della missione umanitaria diretta a Gaza.

Non si registrano vittime, ma il sorvolo con il lancio del razzo incendiario, è stato denunciato da Greta Thunberg stessa, presente sulla nave, come un atto intimidatorio mirato a scoraggiare la partenza della missione.
Tra le prime a correre al porto, Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, che da Tunisi ha seguito tutta la preparazione della Flottiglia:

“Mi hanno chiamata nel cuore della notte, ho passato ore d’insonnia. Ma su quella nave ci sono esperti, non sprovveduti”.

La sua testimonianza aggiunge un tassello inquietante:

“L’organizzazione è molto più complessa del solito, ci sono tante imbarcazioni e il rischio che qualcosa sfugga di mano è reale. Ci sono anche barche che non fanno parte della rete ufficiale della Flottilla e il pericolo di infiltrazioni è concreto”.

Un sospetto confermato anche da un episodio recente:

“Ieri a Tunisi ho incontrato un personaggio ambiguo, che ostentava appartenenze politiche e faceva interviste. Nessuno nella Flottilla lo conosceva”.

La missione umanitaria, dunque, non è solo sotto attacco militare, ma anche sotto pressione psicologica e destabilizzante. E la responsabilità, secondo Albanese, è tutta dell’Occidente:

“Sono gli Stati europei che dovrebbero rompere l’assedio e portare aiuti con flotte di Stato. Invece lasciano tutto sulle spalle di cittadini comuni che non accettano il genocidio in corso”.

L’impunità che uccide: esecuzioni extragiudiziali e punizioni collettive

Ma c’è di più. L’attacco a Doha è avvenuto a poche ore dalla presunta accettazione, da parte di Hamas, del cosiddetto “piano Trump” per il cessate il fuoco. Una trappola, secondo Albanese, funzionale a colpire i negoziatori nel momento di massima apertura diplomatica.

“Israele e Stati Uniti basano le loro azioni sull’uso della forza non regolato dal diritto. Questo è il progetto del Grande Israele: controllo, dominio, sottomissione e sostituzione della popolazione”.

Albanese chiarisce anche un punto cruciale di diritto internazionale:

“Non è mai lecito uccidere persone non coinvolte direttamente in combattimenti. Neanche se fanno parte di un’organizzazione considerata nemica”.

E pone una domanda provocatoria e rivelatrice:

“Sarebbe giusto colpire i ministri Ben-Gvir o Smotrich, che impongono crimini alla popolazione palestinese? No. Se fossero uccisi mentre non agiscono come combattenti, l’attacco sarebbe da condannare. Le esecuzioni extragiudiziali sono crimini internazionali”.

Anche l’ultima mossa del ministro israeliano Katz — la revoca dei permessi di lavoro a 750 palestinesi solo per abitare nei villaggi di due attentatori, alla fermata del bus di due giorni fa, è per Albanese una punizione collettiva illegale, che andrebbe condannata dalla comunità internazionale.

Crimini senza pudore, senza giustizia

Di fronte a tutto questo, la propaganda israeliana continua a giocare la carta dell’“antisemitismo”. Ma è ormai chiaro che i crimini commessi da Netanyahu e dai suoi alleati non hanno nulla a che vedere con la protezione del popolo ebraico. Al contrario, infangano la memoria dell’Olocausto, del Ghetto di Varsavia, della Brigata Ebraica, dei campi di sterminio.

La verità è che l’ideologia sionista radicale oggi al potere in Israele ha perso ogni contatto con l’umanità e con il diritto. Ha perso il senso del limite, della storia, della decenza.

L’Italia e la società civile: la responsabilità del silenzio

Davanti a questo abisso, l’Italia tace. Non protegge i parlamentari della Flottiglia, non prende posizione sull’attacco al Qatar, non spinge per un’indagine internazionale. L’Europa nel suo complesso si è ridotta a comitato d’affari prono alle lobby israeliane e alle linee di politica estera dettate da Tel Aviv e Washington.

Intanto al festival del cinema di Venezia, una bambina — Hind Rajab, simbolo dell’orrore vissuto dai civili palestinesi — ha commosso una platea con “The Voice of Hind”, premiato col Leone d’Argento.
Ma quel cinema che riesce ancora a raccontare verità indicibili è lontano anni luce dalla politica italiana, cieca, complice, inetta.

Non è troppo tardi

Di fronte a una guerra che ha già assunto i contorni di un genocidio, il silenzio è complicità. La moderazione è vigliaccheria. E il diritto internazionale, se non è difeso, muore nella prassi.

Tutti possiamo fare qualcosa. Anche una voce, una firma, una parola scritta con coscienza può contribuire a far vacillare l’impalcatura del terrore legalizzato.
Perché chi oggi si crede intoccabile, domani — come insegna la storia — sarà giudicato.

Soldati israeliani in vacanza in Italia: ospitalità o complicità? Il silenzio del governo e le domande inevase

Negli ultimi mesi, l’Italia è diventata meta di arrivi particolari che stanno sollevando indignazione e interrogativi: gruppi di soldati dell’IDF, l’esercito israeliano, vengono accolti sulle nostre coste e nei nostri borghi, ufficialmente per “periodi di decompressione” dopo i traumi del conflitto in Palestina. Non parliamo di turisti qualsiasi: si tratta di giovani militari che hanno preso parte alla guerra a Gaza, e che qui cercano di smaltire lo stress post-bellico. La notizia, trapelata in Sardegna e nelle Marche, apre un dibattito scomodo: stiamo ospitando, nei nostri territori, gli stessi soldati responsabili delle sofferenze dei bambini palestinesi che parallelamente curiamo nei nostri ospedali?

Santa Teresa di Gallura: lusso e contraddizioni

A Santa Teresa di Gallura, in Sardegna, centinaia di giovani israeliani sono stati avvistati in un resort di lusso, arrivati tramite voli charter diretti Tel Aviv–Olbia. La loro presenza ha destato reazioni immediate: comitati locali e attivisti hanno denunciato l’offesa di ospitare chi, fino a poco tempo fa, imbracciava le armi contro un popolo già stremato da assedio e bombardamenti. L’immagine è stridente: mentre nelle strutture sanitarie italiane vengono accolti bambini palestinesi feriti, orfani dei genitori uccisi nei raid, sulle nostre coste i loro carnefici trovano ristoro e svago.

La domanda è inevitabile: si tratta di semplici iniziative turistiche private o dietro questa organizzazione si nascondono intese diplomatiche e militari tra Roma e Tel Aviv?

Le Marche: decompressione sotto la sorveglianza della Digos

Il Fatto Quotidiano ha rivelato un quadro ancora più inquietante: dal 2024 gruppi di soldati israeliani sono stati ospitati nelle Marche, a Porto San Giorgio, Sirolo, Fiastra, nei Sibillini e alle grotte di Frasassi. Lì non si presentavano come militari, ma come turisti riservati, sempre in gruppo, spesso accompagnati da agenti della Digos. Non era una semplice vacanza: si trattava di programmi di decompressione psicologica destinati a soldati traumatizzati, organizzati con il supporto di reti diplomatiche e militari.

Secondo i dati, dall’inizio della guerra a Gaza l’IDF ha registrato oltre 3.700 casi di disturbi post-traumatici e almeno 16 suicidi solo nel 2025. Per questo, Israele avrebbe creato una rete internazionale per mandare i suoi soldati all’estero in soggiorni “protetti”. Non hotel affollati, ma case private appartate, con itinerari programmati e discreta protezione. La popolazione locale, però, non è stata informata: né i sindaci, né gli operatori hanno ricevuto spiegazioni ufficiali. Solo dopo mesi si è scoperto che quei giovani “turisti” erano in realtà reduci di guerra.

La reazione delle comunità

A Porto San Giorgio e a Fiastra, la rivelazione ha lasciato sgomento: «È una vergogna che le autorità non ci abbiano avvertiti», hanno dichiarato cittadini intervistati. Alcuni operatori turistici confermano episodi di indisciplina, altri parlano di ragazzi meccanici nei gesti, incapaci di mescolarsi con la gente del posto. Una ragazza di 22 anni ha raccontato al Fatto l’incontro con un militare che rifiutava di essere fotografato, segno evidente di una doppia identità nascosta.

Il timore che i fondi pubblici possano essere stati impiegati per questi soggiorni aumenta la rabbia: la Regione Marche, ad esempio, ha finanziato nel 2024 e 2025 il programma “Itinerari Ebraici Marchigiani” con risorse pubbliche. La domanda resta: sono stati usati anche per coprire i costi della decompressione dei militari israeliani? La Regione nega, ma il sospetto resta.

Il nodo politico: accordi e opacità

Il quadro diventa ancora più delicato se inserito nella cornice dei rapporti militari tra Italia e Israele. Esiste infatti un Memorandum of Understanding (MoU) firmato nel 2003, che regola la cooperazione militare tra i due paesi. Un accordo che giuristi e attivisti hanno chiesto di sospendere, denunciando violazioni del diritto internazionale e mancanza di trasparenza. Il governo, però, tace. Non ha spiegato se i soggiorni dei soldati facciano parte di intese istituzionali, né ha chiarito chi autorizzi l’ingresso e la protezione di gruppi armati in congedo.

Eppure la coerenza morale impone una presa di posizione: non possiamo accogliere contemporaneamente i bambini palestinesi feriti dalle bombe e i soldati che quelle bombe le hanno sganciate. E non solo: questi stessi militari sono stati protagonisti anche come cecchini, sparando a sangue freddo su persone inermi in fila per ottenere cibo nei punti di distribuzione gestiti dall’UNRWA e dal GHF. Non possiamo proclamare solidarietà alle vittime e allo stesso tempo garantire “vacanze terapeutiche” ai carnefici. È una questione di dignità nazionale e di rispetto per le comunità che si trovano ad ospitare, inconsapevolmente, questi programmi.

Un interrogativo che pesa

L’Italia, per storia e valori costituzionali, non può permettersi di essere percepita come complice. Il governo ha il dovere di chiarire:
1. Chi organizza e finanzia i soggiorni dei soldati israeliani?
2. Con quale mandato la Digos li accompagna e li protegge?
3. Esiste un coinvolgimento diretto delle nostre istituzioni, o si tratta solo di reti private con tacito assenso dello Stato?

Finché queste domande resteranno senza risposta, il sospetto di un silenzio complice rimarrà.

Conclusione: l’etica della coerenza

Ospitare i soldati israeliani senza informare la popolazione significa mancare di trasparenza e rispetto. Significa aggiungere dolore al dolore, accogliendo chi ha inflitto traumi mentre ci prendiamo cura delle vittime di quegli stessi traumi. È un paradosso che nessuna democrazia degna di questo nome dovrebbe tollerare. La coscienza civile del nostro Paese reclama chiarezza: l’Italia non può essere terra neutra dove carnefici e vittime si incrociano sotto lo stesso cielo, senza che la politica abbia il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Fonti
• Sardegna Notizie 24, Un centinaio di militari israeliani in vacanza a Santa Teresa, scatta la contestazione degli attivisti locali.
• Il Fatto Quotidiano, Soldati IDF nelle Marche per smaltire lo stress (sorvegliati dalla Digos), 7 settembre 2025.
• TRT Global, Italy’s military cooperation agreement with Israel sparks criticism.
• Prensa Latina, Green Europe demands cessation of military agreement with Israel.

Il ricatto incrociato: l’Europa minaccia Israele per salvare l’Ucraina, ma Trump non abbocca

Nel teatro geopolitico contemporaneo, lo scontro tra gli interessi degli Stati Uniti, le aspirazioni belliciste dell’Unione Europea e la resistenza russa si sta trasformando in un gioco di ricatti e bluff, in cui le carte si scoprono solo per lanciare segnali ambigui. L’ultima mano, in ordine di tempo, vede protagonista l’Europa che, con sorprendente cinismo, lascia filtrare un messaggio tanto esplicito quanto disperato all’amministrazione Trump: “Se abbandoni l’Ucraina, noi abbandoniamo Israele.”

Una minaccia velata, che più che un atto di forza, rivela una debolezza strutturale del progetto atlantista: l’incapacità dell’Europa di reggersi in piedi senza l’ombrello militare, finanziario e simbolico di Washington. Ma andiamo per gradi.

Trump e l’arte dello scaricabarile

Donald Trump, rieletto presidente degli Stati Uniti, ha subito imposto una linea netta nei rapporti con l’Ucraina: “Non regaliamo nulla, vendiamo armi. E la NATO paga.” Il suo entourage, a partire da J.D. Vance, è stato altrettanto chiaro: la difesa dell’Ucraina è compito europeo. Punto. Nessuna copertura ideologica, nessun appello all’eroismo democratico. Solo affari.

Non è un caso che, subito dopo l’incontro con i leader europei, Trump abbia telefonato a Putin nel cuore della notte, ignorando ogni forma di protocollo diplomatico. Il messaggio implicito? L’Europa non detta più l’agenda e la guerra può essere ricalibrata a Washington con un colpo di telefono, se e quando conviene.

L’Ucraina, da Stato fallito a laboratorio industriale bellico

Mentre l’asse atlantico perde coesione, l’Europa tenta disperatamente di mantenere vivo il conflitto per evitare di dover accettare l’inevitabile: una vittoria strategica russa sul campo e la conseguente umiliazione politica e finanziaria. In questo scenario si inserisce il “porcospino d’acciaio”, ovvero la trasformazione dell’Ucraina in un distretto produttivo bellico europeo.

Come evidenzia l’ISPI, l’interconnessione industriale tra Kiev e Bruxelles è ormai una realtà, anche se tenuta sotto traccia. Colossi come Rheinmetall e BAE Systems stanno aprendo fabbriche in Ucraina per sfruttare una capacità produttiva bellica sottoutilizzata. La guerra, insomma, diventa un’opportunità di investimento, e i corpi dei giovani ucraini – reclutati con metodi sempre più forzati – si trasformano in carburante umano per l’industria militare occidentale.

La trappola del cessate il fuoco (per riarmare Kiev)

Nel frattempo, le dichiarazioni ufficiali di pace da parte dei leader europei si rivelano per quello che sono: una manovra tattica per guadagnare tempo e rifornire l’Ucraina di armi e risorse. Il cancelliere tedesco Merz parla di “cessate il fuoco”, mentre Macron auspica un “forte esercito ucraino”. Persino Meloni richiama l’articolo 5 della NATO – quello sulla difesa collettiva – in modo strumentale.

Il Washington Post rivela che Francia e Gran Bretagna stanno pianificando l’invio di truppe in Ucraina, supportate dall’intelligence statunitense. Berlino “valuta l’opzione”. Tutto questo mentre Mosca ammonisce sull’inevitabilità di una “escalation incontrollata” nel caso di un intervento diretto europeo. Ma gli avvertimenti russi, come sempre, vengono ignorati.

Israele come moneta di scambio

Ed è qui che entra in gioco Israele. Per convincere Trump a non abbandonare l’Ucraina, le élite europee giocano la carta della pressione emotiva: l’Occidente potrebbe rivedere il suo sostegno incondizionato allo Stato ebraico. Un messaggio che sembra essere stato autorizzato ai massimi livelli.

Prova ne è il repentino cambio di tono della stampa mainstream europea. “La Repubblica”, notoriamente filo sionista, pubblica un’intervista a Nathan Thrall in cui si parla apertamente di pulizia etnica e disumanizzazione sistemica dei palestinesi. Il “Sole 24 Ore”, altro baluardo del governo genocidiario filo-israeliano, ospita un editoriale che ammette l’inutilità del riconoscimento della Palestina senza sanzioni contro Israele. In tutta Europa, da Le Monde a The Guardian, emergono titoli che certificano lo sterminio dei civili a Gaza e la crisi interna allo Stato ebraico, tra fuga dei giovani e carenza di soldati.

La tempistica di questa ondata mediatica non è casuale. Il messaggio a Trump è chiaro: se vuoi mantenere la nostra complicità nel genocidio, devi pagare pegno in Ucraina. Un ricatto geopolitico mascherato da coscienza morale ritrovata.

La trappola cinese e il miraggio dei capitali

A complicare il quadro, arriva un altro messaggio indiretto all’amministrazione Trump: l’elogio improvviso al mercato finanziario cinese sulle colonne del “Sole 24 Ore”. Si parla di rapporti prezzo/utili più convenienti rispetto al Nasdaq e della stabilità garantita dalla politica monetaria di Pechino. Un’allusione appena velata: “Se non investite in Ucraina, potremmo spostare i nostri capitali in Cina.”

Ma anche questa è una minaccia poco credibile. L’Europa, nella sua attuale configurazione politica e ideologica, non ha né la volontà né il coraggio di rompere davvero con Washington e l’atlantismo. Lo dimostra la sua assoluta subalternità nelle decisioni strategiche, militari ed economiche.

Un bluff destinato a fallire?

La strategia europea è dunque chiara: mostrarsi disponibili al dialogo con Trump, assecondarlo formalmente, mentre si lavora per coinvolgere direttamente gli eserciti del Vecchio Continente nella guerra contro la Russia. Come sostiene Aleksandr Dugin, si tratta di una manovra psicologica per congelare il conflitto, resettare le forze ucraine e rilanciare il confronto con più potenza distruttiva.

Ma senza il sostegno pieno e convinto degli Stati Uniti, tutto questo rischia di crollare come un castello di carte. L’ipotesi di abbandonare Israele è infatti un bluff, così come il flirt finanziario con la Cina. L’Europa, priva di sovranità reale, resta un attore subalterno. E Trump lo sa benissimo.

Il suicidio geopolitico dell’Europa

Nel tentativo di salvare il fronte ucraino, l’Europa è arrivata a mettere sul tavolo persino la questione israelo-palestinese, strumentalizzando una tragedia umanitaria per ottenere dividendi geopolitici. Un’operazione cinica, che rischia di rivelarsi un boomerang devastante. Il sostegno all’Ucraina si sta dimostrando economicamente insostenibile, politicamente suicida e moralmente indegno.

Il problema, in fondo, non è solo Trump, né la Russia. È l’incapacità dell’Unione Europea di concepirsi come soggetto autonomo. Finché non romperà la gabbia dell’atlantismo e del capitale militarizzato, continuerà a sacrificare i popoli – compreso il proprio – sull’altare della guerra per procura.

Fonti:
https://www.lariscossa.info/ci-sono-cascati-per-la-quarta-volta/
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/perche-lucraina-sta-diventando-il-cuore-della-difesa-europea-213817
https://www.lariscossa.info/severgnini-pal-washing-libia-e-verita-censurate/
• The Washington Post, France24, The Guardian, Le Monde, Il Sole 24 Ore, La Repubblica.

Bambini sotto le bombe: Gaza, l’Occidente e il crimine dell’indifferenza

Il sangue dei bambini ha lo stesso colore ovunque. Ma non lo stesso valore.

Due guerre, due narrazioni. Da un lato l’Ucraina, con i suoi 44 milioni di abitanti, dove – secondo dati ONU – oltre 2400 bambini sono stati uccisi. Ma è doveroso precisare che le vittime infantili non sono riconducibili solo ai bombardamenti russi dal 2022 in poi, ma anche – e in modo sostanziale – ai bombardamenti dell’esercito ucraino contro le popolazioni russofone del Donbass e del Lugansk fin dal 2014, in un clima di assedio militare che si è protratto per anni nel silenzio totale dell’Occidente.

Dall’altro lato Gaza, un lembo di terra lungo appena 41 chilometri, densamente popolato, con 2.200.000 abitanti all’inizio del conflitto, di cui oltre la metà sono minori. Qui, secondo l’ultimo aggiornamento dell’ONU e di fonti mediche indipendenti, più di 19.000 bambini sono stati uccisi e oltre 50.000 risultano feriti. Alcuni rimarranno sfigurati a vita, mutilati, ciechi, paralizzati. La metà di questi ultimi ha subito amputazioni multiple senza anestesia.

È questa la sproporzione che grida vendetta.

Non è solo una questione di numeri, ma di coscienza. In Ucraina, la narrazione dominante ha giustamente indignato l’opinione pubblica globale. Eppure, a Gaza, dove la densità di vittime infantili è proporzionalmente decine di volte superiore, l’Occidente chiude un occhio, anzi due. Anestetizza la coscienza collettiva e impone un silenzio assordante, fatto di ipocrisia, censura e complicità.

I numeri dell’orrore e il genocidio negato

Secondo Victoria Rose, chirurga britannica volontaria all’ospedale Nasser di Khan Yunis, “il numero di bambini feriti è totalmente inaccettabile”. Lo ha dichiarato pubblicamente durante il Tribunale Informale di Londra su Gaza. Le sue parole non lasciano spazio a fraintendimenti: non si tratta di effetti collaterali, ma di un sistematico attacco ai civili, e in particolare ai più vulnerabili.

A Gaza non ci sono più scuole, né ospedali funzionanti. Le madri partoriscono tra le macerie, senza antibiotici, senza luce. I neonati muoiono per disidratazione, le incubatrici sono ferme. E i bambini, in molti casi, muoiono due volte: prima nel corpo, poi nella narrazione distorta di chi nega la realtà.

Complicità occidentale: l’arma del silenzio

La sproporzione tra le vittime infantili in Ucraina e Gaza mette in luce un doppio standard indegno di una civiltà democratica. L’Europa, che ha pianto giustamente per ogni bambino ucraino morto nei combattimenti, oggi si gira dall’altra parte mentre Israele annienta un’intera generazione di palestinesi, spesso con armi fornite dagli stessi Paesi europei.

La verità è che il genocidio a Gaza è sostenuto, coperto, giustificato o ignorato da gran parte dell’Occidente. Israele non agisce da solo, ma con la copertura politica, diplomatica e militare delle maggiori potenze mondiali. E l’Italia, in questo scenario, non è affatto estranea.

Il paradosso italiano: armi a Israele, colpiti i caschi blu

Il paradosso è tanto crudele quanto grottesco. Secondo fonti giornalistiche autorevoli, alcune delle armi utilizzate da Israele contro obiettivi in Libano, tra cui la base ONU-UNIFIL al confine, sono prodotte o co-prodotte in Italia. Armi esportate legalmente da governi che si professano “per la pace” e che, nel contempo, autorizzano forniture belliche a un Paese coinvolto in atti che Amnesty International, Human Rights Watch e numerose Nazioni Unite hanno definito crimini di guerra e potenziali atti genocidari.

Così, l’Italia fornisce armi che Israele utilizza non solo per massacrare civili palestinesi, ma persino per attaccare una missione di pace ONU in Libano, della quale l’Italia fa parte. È l’ennesimo schiaffo all’intelligenza, alla logica, alla Costituzione e al diritto internazionale. Un’oscenità geopolitica e morale che dovrebbe suscitare un’indignazione collettiva.

La responsabilità dell’informazione e il silenzio criminale

In questo contesto, l’informazione ha un ruolo chiave. I numeri di Gaza non vengono raccontati, non fanno notizia. Sono sistematicamente minimizzati, oscurati, spacciati per “danni collaterali” di una guerra asimmetrica che è in realtà un’occupazione coloniale trasformata in sterminio programmato.

Il sistema mediatico occidentale si è fatto megafono della narrativa israeliana, rimuovendo la parola “genocidio” dal vocabolario ufficiale e trasformando i carnefici in vittime perenni, in nome di una memoria strumentalizzata e di un potere geopolitico che non ammette incrinature.

Conclusione: la vergogna dell’Occidente

La morte di un bambino è sempre una tragedia. Ma l’accettazione selettiva di queste morti è un crimine ben più grande. È la testimonianza viva di un’epoca in cui la civiltà occidentale ha abdicato ai propri principi, in nome del profitto, della geopolitica e della fedeltà a un alleato che oggi pratica l’apartheid, la pulizia etnica e la guerra totale.

La sproporzione tra i bambini morti a Gaza e quelli uccisi in Ucraina non può essere taciuta. Non è un attacco all’Ucraina, ma una chiamata in correità per chi tace, per chi vota in Parlamento a favore di forniture militari, per chi finge di non vedere.

È tempo di rompere il silenzio, di togliere ogni alibi a governi, partiti e media, e di dire con voce alta e chiara: nessun bambino vale meno di un altro. Nessun genocidio può essere giustificato. Nessuna bomba può essere benedetta in nome della democrazia.

Fonti utilizzate
• Dichiarazioni di Victoria Rose, chirurga volontaria in Gaza
• Rapporto UNICEF e UN OCHA aggiornati al 2024
• Dati UNRWA su Gaza
• Amnesty International, “Israel’s apartheid against Palestinians: A cruel system of domination”, 2022
• Human Rights Watch, “A Threshold Crossed: Israeli Authorities and the Crimes of Apartheid and Persecution”, 2021
• Al Jazeera, a cura di Anealla Safdar
• Agenzie stampa italiane su attacco a UNIFIL
• Interrogazioni parlamentari italiane su export armi verso Israele

Caschi blu a Gaza: la via dell’ONU oltre il veto USA

L’emergenza umanitaria a Gaza ha superato la soglia dell’indicibile: assedi, carestia, bombardamenti, ospedali trasformati in obitori, nessun accesso garantito per gli aiuti umanitari. La governance israeliana, sempre più priva di contrappesi, opera sub specie militari, ignorando apertamente la legalità internazionale. E mentre le Nazioni Unite restano paralizzate dal veto sistemico degli Stati Uniti, emerge con forza un interrogativo: può l’Assemblea Generale aggirare questa impasse e agire?

La risposta esiste, è sul tavolo dal 1950, si chiama Uniting for Peace – ed è l’unica carta concreta che oggi l’ONU può giocare per difendere ciò che resta del diritto internazionale e della sua stessa credibilità.

Gaza sotto assedio, la diplomazia sotto scacco

Il 10 agosto 2025, il Consiglio di Sicurezza si è riunito per affrontare l’esplicito piano di conquista totale di Gaza annunciato dal governo Netanyahu. Un piano di annessione de facto, considerato da più giuristi internazionali come genocidio in fieri, secondo i criteri della Corte Internazionale di Giustizia. Eppure, neppure un voto: il veto statunitense, ampiamente preannunciato, ha impedito anche solo una risoluzione interlocutoria.

Questo ennesimo fallimento ha rimesso al centro dell’attenzione una vecchia arma giuridica, ancora pienamente in vigore: la risoluzione 377 (A) V – Uniting for Peace, adottata nel 1950 proprio su iniziativa degli Stati Uniti, allora per contrastare i veti sovietici sulla guerra di Corea.

Uniting for Peace: lo strumento esiste, manca il coraggio

La risoluzione 377 afferma che, quando il Consiglio di Sicurezza “viene meno al proprio dovere” a causa di un veto, l’Assemblea Generale può intervenire, convocando un’assemblea d’urgenza e adottando raccomandazioni vincolanti per l’uso di misure collettive, anche armate, per mantenere o ristabilire la pace.

Questo meccanismo non è una chimera: è stato attivato in 11 casi, incluso il conflitto di Suez nel 1956, l’invasione sovietica dell’Ungheria, e più recentemente, nel 2022, per condannare l’invasione russa dell’Ucraina.

Tuttavia, mai è stato applicato al conflitto israelo-palestinese, nonostante le ripetute escalation e le gravi violazioni del diritto umanitario. La domanda è dunque politica, non giuridica.

Francesca Albanese e la mobilitazione per una forza di protezione

Il rilancio è arrivato da più parti: la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha chiesto esplicitamente l’attivazione del meccanismo, suggerendo una “forza protettiva internazionale composta da soldati amici”. L’ONG DAWN ha appoggiato questa proposta, sottolineando come l’inazione ONU stia contribuendo alla complicità passiva nello sterminio in corso.

Nei giorni tra l’8 e il 10 agosto, la delegazione palestinese ha formalmente avanzato la richiesta all’Assemblea Generale, invocando l’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite e la procedura Uniting for Peace. Ma nessuno, finora, ha osato raccoglierla.

Un consenso larvato, ma nessuna volontà politica

Il quadro all’interno del Consiglio di Sicurezza è eloquente: Slovenia, Francia, Regno Unito, Danimarca, Grecia, Pakistan, Panama, Somalia, Algeria, Corea del Sud, Guyana, Sierra Leone – tutti hanno condannato apertamente il piano di occupazione israeliano. Ma nessuno ha promosso formalmente l’attivazione della 377 A.

Cina e Russia, pur critiche verso Israele, restano silenti. I motivi sono geopolitici: Pechino teme che una spaccatura netta con gli USA possa ripercuotersi su Taiwan, Mosca guarda all’Ucraina. Anche le diplomazie europee, pur favorevoli alla Palestina nei toni, preferiscono un approccio graduale e simbolico, evitando lo scontro frontale con Washington.

Nel frattempo, la “rassegnazione connivente” – per usare le parole di Gian Giacomo Migone – si espande tra le istituzioni internazionali.

Oltre la retorica: serve un mandato ai caschi blu

A Gaza non servono più solo dichiarazioni, ma azioni concrete: corridoi umanitari, protezione dei civili, accesso a viveri e medicinali, verifica indipendente dei crimini di guerra. Tutto ciò può essere garantito da una forza internazionale sotto mandato ONU, sul modello delle missioni UNIFIL o MINURSO.

Il mandato dei caschi blu non può più essere ostaggio dei giochi di potere del Consiglio. Come ricordava lo stesso António Guterres, “la legalità internazionale non è opzionale”. Ma se resta lettera morta, il rischio di implosione del sistema multilaterale diventa reale.

Nel 1938, la Società delle Nazioni fallì nel suo scopo primario: prevenire un nuovo conflitto globale. Oggi, l’ONU rischia la stessa sorte se non reagisce. Gaza non può essere il nuovo fallimento di Ginevra.

Direzione di marcia: quale mobilitazione possibile?

L’Assemblea Generale, come corpo rappresentativo delle Nazioni Unite, può e deve agire. Serve il voto favorevole di due terzi dei membri presenti e votanti: un obiettivo realisticamente raggiungibile, vista la larga maggioranza di paesi che sostengono i diritti dei palestinesi.

Anche azioni simboliche, come l’ipotesi suggerita da alcuni diplomatici italiani di boicottare l’intervento di Netanyahu lasciando vuota l’aula, possono avere un valore politico forte. Ma la priorità resta operativa: l’implementazione immediata di una forza internazionale di protezione civile e umanitaria.

Conclusione: oltre la rassegnazione, la responsabilità collettiva

L’ONU è a un bivio. Gaza è oggi la cartina al tornasole della sua capacità di incidere nella realtà, non solo nella diplomazia. Se l’Assemblea Generale non interverrà, la storia la giudicherà corresponsabile di un’ecatombe annunciata.

Per questo oggi, richiamando il principio stesso che fondò le Nazioni Unite – “Mai più” – occorre agire, senza più alibi.

🕊️ Missione delle fonti
• Risoluzione 377 (V) “Uniting for Peace” (3 novembre 1950): https://digitallibrary.un.org/record/111019
• DAWN MENA – Proposta di forza di protezione internazionale: https://dawnmena.org/un-general-assembly-deploy-international-protection-force-to-gaza/
• Francesca Albanese – Interventi pubblici e dichiarazioni ufficiali: https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-palestine
• Riunione ONU del 10 agosto e posizionamenti nazionali: resoconti da volerelaluna.it, ejiltalk.org
• Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 2720, 2728 (2023–2025): https://digitallibrary.un.org
• Analisi parallele: Janine Di Giovanni su The Atlantic e Newlines Magazine
• Finanziamenti italiani all’UNRWA e politica estera: https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_e_Palestina

La terra che grida: Gaza e il genocidio in diretta mondiale

Mentre l’Occidente continua a recitare il mantra della “pace”, Israele passa alla fase due della sua guerra d’annientamento. Il 21 agosto 2025, ha preso il via l’operazione “Carri di Gedeone 2”, una nuova offensiva finalizzata all’occupazione totale di Gaza City e alla deportazione forzata degli 800.000 civili ancora presenti. A guidare l’operazione, oltre ai tank e ai bombardamenti, c’è un’ideologia teocratica che giustifica lo sterminio in nome del diritto biblico alla “terra promessa”. Una visione apocalittica che oggi si traduce in distruzione sistematica, fame organizzata, e morte programmata.

Non siamo davanti a una semplice escalation militare. Siamo davanti a un piano di pulizia etnica. Lo ha confermato lo stesso ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che ha parlato apertamente di “assedio totale” e ha ammonito: “Chi non evacua Gaza può morire di fame o arrendersi”. Non è una minaccia: è un piano di annientamento.

Una teocrazia armata fino ai denti

Nel pieno del XXI secolo, un governo che si proclama democratico rivendica apertamente un mandato divino per giustificare l’eliminazione fisica di un intero popolo. I riferimenti sono espliciti: dal Libro di Giosuè al Deuteronomio, la narrazione messianica si impone sulla legalità internazionale. Diritto divino contro diritto umano. Paranoia escatologica contro ragione storica.

Israele, nato grazie alla Risoluzione 181 dell’ONU, ha da decenni abbandonato qualsiasi vincolo internazionale. Ha ignorato sistematicamente la Carta delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e violato ogni trattato sui diritti umani, dalla IV Convenzione di Ginevra al diritto consuetudinario internazionale. Oggi, davanti agli occhi del mondo, infrange apertamente anche la Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del genocidio.

Genocidio, parola proibita nei palazzi del potere

La Corte Internazionale di Giustizia ha parlato chiaro. Il 26 gennaio 2024, nel contesto del ricorso presentato dal Sud Africa, ha riconosciuto il rischio concreto di genocidio in atto a Gaza, ordinando a Israele di interrompere qualsiasi azione lesiva nei confronti dei civili palestinesi. Le ordinanze del 28 marzo, 5 aprile e 24 maggio hanno ribadito e aggravato le misure, chiedendo il blocco dell’assalto a Rafah, l’apertura del valico per gli aiuti umanitari e l’accesso delle missioni investigative ONU. Nessuna misura è stata rispettata. Nessuna.

Israele, forte del sostegno di Washington e dell’impunità assicurata dalle democrazie complici, ha proseguito imperterrito il suo piano di sterminio. Le prove non mancano. L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), organismo ufficiale delle Nazioni Unite, ha certificato che Gaza è entrata in una fase di carestia conclamata, causata dal blocco degli aiuti e dal collasso della produzione alimentare. Più di 132.000 bambini sotto i cinque anni soffriranno di malnutrizione acuta entro la fine del 2025. Oltre 41.000 sono già ad altissimo rischio di morte.

Numeri che pesano come lapidi

Al 24 agosto, il bilancio fornito dal Ministero della Salute di Gaza parla di 62.686 morti e 157.951 feriti. A questi si aggiungono 289 vittime della fame, di cui 115 bambini. I morti non fanno più notizia. I bombardamenti sugli ospedali neppure. Persino i giornalisti sono diventati obiettivi: solo nel bombardamento dell’ospedale di Khan Younis sono morti altri cinque reporter.

La fame è ora un’arma. La distribuzione di cibo, una trappola mortale: oltre 2.095 persone sono state uccise mentre cercavano aiuti. Ogni atto di sopravvivenza è diventato una condanna.

L’apartheid che non può vincere

L’illusione che la “soluzione finale” possa essere realizzata è destinata a scontrarsi con la realtà. Anche se Israele riuscisse a ripulire Gaza nord e trasformare il sud in un lager a cielo aperto, la resistenza sopravviverebbe. Non si può sterminare un popolo con la fame, né si può cancellare la storia con le ruspe. Gaza resterà come una ferita purulenta, aperta, pronta a infettare le coscienze. E la Cisgiordania, con l’espansione degli insediamenti nella zona E1, sarà il prossimo fronte. Smotrich lo ha detto chiaramente: “Lo Stato palestinese è cancellato”. Ma cancellare un’idea non equivale a cancellare un popolo.

Israele sta inchiodando la bara dello Stato palestinese con i fatti compiuti. Ma quei chiodi, in realtà, li sta piantando sulla propria democrazia. Come il Sudafrica dell’apartheid, Israele si condanna all’isolamento morale e politico. E a lungo termine, anche all’implosione.

Italia e Occidente: complici silenziosi

Nel frattempo, le cancellerie europee tacciono. L’Italia, nello specifico, continua a rispettare l’accordo di cooperazione militare con Israele del 2003, ratificato con la legge n. 94/2005. Non solo non lo ha mai revocato, ma si è opposta a qualsiasi proposta di sanzione europea. Questo non è silenzio diplomatico: è complicità.

A differenza del ministro olandese Caspar Veldkamp, dimessosi per protesta contro il proprio governo, i politici italiani restano ben saldi sulle loro poltrone, nonostante l’opinione pubblica sia ormai insofferente. La rabbia cresce, le piazze si muovono, e la frustrazione civile si sta trasformando in indignazione attiva.

La flotta della dignità

A questa indignazione si unisce la speranza. Il 31 agosto salperà la Freedom Flotilla, una flotta carica di aiuti umanitari e di dignità, pronta a sfidare l’embargo israeliano. È un atto di coraggio che rompe il silenzio e indica una via d’uscita: quella della solidarietà concreta, dell’azione diretta, del diritto all’umanità.

Parallelamente, si fa strada l’ipotesi di convocare una sessione d’emergenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, grazie alla procedura “Uniting for Peace”, già prevista per superare il veto USA. È una strada stretta, ma percorribile.

O si ferma il genocidio o si diventa complici

Non ci sono più alibi. Non c’è più tempo. Il genocidio non è un’ipotesi: è in corso. Le istituzioni internazionali hanno il dovere di agire. E i governi che continuano a sostenere Tel Aviv, direttamente o indirettamente, devono essere chiamati a rispondere. Anche in Italia.

Chi tace oggi, domani non potrà dire di non sapere. La storia sta scrivendo una pagina oscura. E ogni parola, ogni gesto, ogni omissione finirà su quella pagina. Sta a noi decidere da che parte della storia vogliamo stare.

Fonti
• Integrated Food Security Phase Classification (IPC), Report 2025.
• Corte Internazionale di Giustizia, Ordinanze 26/01/2024 – 28/03/2024 – 05/04/2024 – 24/05/2024.
• Ministero della Salute di Gaza, aggiornamento 24 agosto 2025.
• Lettera collettiva per la procedura “Uniting for Peace”, 21 agosto 2025.
• articolo di Domenico Gallo, pubblicato su volere la luna il 26 agosto 2025.

🎬 Hollywood, IDF e la macchina della verità truccata: il caso Sony e l’uragano che non vogliono vedere

Non è un sussurro, non è un indizio vago: è un uragano di dati, email e connessioni che grida una verità scomoda. Il sistema dell’intrattenimento globale non è solo intrattenimento. È anche arma. È anche propaganda. E troppo spesso, è propaganda israeliana.

▪️ Il caso Sony-WikiLeaks: quando la finzione supera la realtà

Nel 2015, WikiLeaks rese pubblico uno dei più grandi leak nella storia dell’informazione: oltre 170.000 email e 30.000 documenti interni provenienti dai server di Sony Pictures Entertainment. Un colosso da miliardi, controllato dalla multinazionale giapponese Sony, che gestisce franchise planetari come Spider-Man, Men in Black, The Social Network, Zero Dark Thirty.

Fin qui, nulla di strano. Ma basta scavare un po’ tra le righe dei file pubblicati per scoprire che sotto la superficie liscia dell’intrattenimento globale si muove una rete fittissima di rapporti politici, militari e culturali. Rapporti con il Partito Democratico americano, con la Casa Bianca, con il governo israeliano, con l’IDF, l’esercito israeliano.

E non si tratta solo di partecipazioni a cene di gala. C’è molto di più. C’è un meccanismo sistematico, che trasforma la produzione culturale in uno strumento d’influenza politica e militare.

▪️ Michael Lynton, l’uomo al centro della rete

Il nome che ricorre più spesso è quello di Michael Lynton, allora CEO di Sony Pictures. Ex Disney, formazione a Harvard, famiglia ebrea, collegamenti con i servizi segreti britannici (come riportato da The Independent nel 2014), Lynton non era semplicemente un amministratore. Era un perno della comunicazione globalizzata, un uomo capace di sedere ai tavoli della diplomazia e allo stesso tempo dettare le linee guida narrative dei blockbuster hollywoodiani.

Tra le email emerse, una in particolare cita una cena privata tra Lynton e Benjamin Netanyahu, mentre Israele conduceva la devastante offensiva militare Protective Edge su Gaza nel 2014. Oltre 2.200 civili palestinesi uccisi, tra cui più di 500 bambini. Mentre le bombe piovevano, a Hollywood si discuteva su come “difendere l’immagine di Israele” di fronte all’opinione pubblica internazionale.

▪️ Dalla cultura alla propaganda: quando il cinema diventa complice

Il leak mostra email in cui alti dirigenti dell’entertainment americano si attivano per proteggere Israele dalla crescente indignazione mondiale. Alcuni, come l’amministratore delegato di Relativity Media, arrivano a suggerire di boicottare il Festival di Cannes solo perché il regista Ken Loach aveva osato appoggiare la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro Israele.

“Se non boicottiamo Cannes, stiamo dicendo che un altro Olocausto può andare bene finché Hollywood continua a funzionare”, scriveva. Una frase che rivela un doppio standard pericoloso, che trasforma la memoria dell’Olocausto in scudo ideologico per legittimare ogni crimine commesso da Israele, anche davanti agli occhi della comunità internazionale.

E così, mentre Gaza brucia, gli Oscar premiano Zero Dark Thirty – un film celebrativo della CIA e della guerra al terrore – o The Social Network, prodotto dallo stesso sistema che collabora con l’apparato propagandistico sionista. Coincidenze?

▪️ Non è più una teoria: è un sistema

Chi ancora parla di “teorie del complotto” o di “soffi interpretativi” dovrebbe spiegare perché:
• decine di email parlano di contatti diretti con il governo israeliano, incluse richieste di “assistenza comunicativa”;
• gli indirizzi mail della Casa Bianca e di altri apparati statali USA sono presenti nei file aziendali di Sony;
• i principali media statunitensi non hanno mai dato rilievo al contenuto di questi leak, preferendo minimizzare l’intero scandalo come semplice “furto di dati”;
• nessuno, nessuno, tra le grandi testate occidentali, ha mai chiesto conto a Sony del ruolo giocato nel mascherare i crimini israeliani.

A ben vedere, non è più una questione di “prove provate”. È il disegno d’insieme che emerge con chiarezza: l’industria culturale come braccio armato della propaganda di guerra, con Israele come uno degli attori principali sul palcoscenico dell’opinione pubblica mondiale.

▪️ Un uragano che si finge brezza

Non ci sono “prove da tribunale”? Forse. Ma chi dice che le verità più profonde debbano sempre passare dai codici penali? I documenti ci sono. Le email pure. I nomi e i cognomi anche. È l’interpretazione sistemica di quei dati che spalanca le porte su un mondo fatto di lobby, manipolazione e controllo narrativo.

Questo uragano informativo è stato relegato a “breeza”, a sussurro lontano. Eppure c’è. Soffia. Spinge. E scoperchia il volto di un sistema occidentale in cui l’etica è subordinata al brand, la verità alla narrazione, e la giustizia… al consenso del mercato.

📌 Conclusione: l’informazione è un campo di battaglia

Quello che il caso Sony ci insegna è che la guerra non si combatte solo con i droni, ma anche con le sceneggiature. Che non esistono “film neutri” quando chi li produce è seduto al tavolo della geopolitica. Che la Palestina viene bombardata anche con le immagini, con le parole, con i silenzi di chi potrebbe parlare e non lo fa.

Chi oggi difende l’IDF e le sue operazioni, chi giustifica la censura di ogni parola critica verso Israele, chi condanna chi osa dire la verità, non sta difendendo la libertà di espressione. Sta solo difendendo una verità di Stato, costruita a tavolino, distribuita in sala e premiata con l’Oscar.

🔎 Fonti principali
• WikiLeaks – Sony Archive
• TheJournal.ie – WikiLeaks launches searchable Sony database
• Mondoweiss – Hollywood efforts to support Israel
• Haaretz – Sony worried over IDF use of its cameras in Gaza
• Kit O’Connell – How Sony tried to fix Israel’s image
• Independent – Profile: Michael Lynton

“Oltre l’apartheid: l’annessione della Collina E1 e l’occupazione finale di Gaza”

Introduzione: il punto di non ritorno

Israele ha smesso di fingere. L’occupazione si è fatta dichiarazione di intenti, l’annessione un’operazione urbanistica, e il genocidio una strategia geopolitica spacciata per sicurezza nazionale. Con la cementificazione dell’area E1 e l’avanzata dell’operazione militare “Carri di Gideon 2” su Gaza City, siamo di fronte a due fronti dello stesso progetto: la cancellazione definitiva del popolo palestinese. Un’azione sistematica, prolungata e ormai priva di maschere diplomatiche. E mentre i diplomatici europei balbettano ancora di “soluzione a due Stati”, il governo israeliano porta a termine l’unica soluzione che davvero ha in mente: lo svuotamento etnico, la distruzione delle basi materiali di una vita civile, e l’instaurazione di un regime di controllo totale.

  1. La Collina del Giorno del Giudizio: l’annessione de facto

Quella che i palestinesi chiamano “la Collina del Giorno del Giudizio”, ovvero l’area E1 tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, rappresenta oggi il colpo di grazia all’idea – già morente – di uno Stato palestinese. Il progetto, concepito fin dagli anni ’90 e ostacolato per anni da pressioni internazionali, è tornato in vigore grazie all’estrema destra al potere. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e figura chiave del movimento dei coloni, lo ha detto senza giri di parole: “Lo Stato palestinese viene cancellato con i fatti”.

Oltre 3.000 nuove unità abitative verranno costruite su una collina già urbanisticamente pronta, con strade, marciapiedi, illuminazione, parcheggi e persino un sito per un centro congressi. Si tratta dell’ultimo tassello per separare definitivamente il nord dal sud della Cisgiordania, impedendo ogni contiguità territoriale palestinese. Un’azione che, in combinazione con l’appropriazione catastale dei terreni da parte israeliana e la demolizione sistematica di abitazioni palestinesi nell’area C, completa un disegno di apartheid certificata.

  1. Il collasso del diritto internazionale

Questa strategia di annessione silenziosa e violenta viola apertamente gli Accordi di Oslo, il diritto internazionale umanitario e numerose risoluzioni ONU, tra cui la 2334 che condanna gli insediamenti israeliani. Ma oggi siamo oltre la semplice violazione. Siamo nel territorio dell’impunità assoluta, garantita da decenni di sostegno incondizionato statunitense, dal silenzio complice dell’Europa, e da un sistema multilaterale ormai delegittimato.

Israele ha approvato oltre 24.000 nuove unità abitative in Cisgiordania nel solo 2025, più del doppio rispetto al 2024. E ha investito quasi 2 miliardi di dollari in infrastrutture che serviranno esclusivamente le colonie. La retorica della sicurezza è solo il velo sottile su una realtà inaccettabile: la creazione deliberata di fatti compiuti per rendere impossibile ogni ipotesi di Stato palestinese. L’era di Oslo non è solo finita: è stata sepolta sotto cemento armato e filo spinato.

  1. Gaza: “Carri di Gideon 2” e la strategia dello svuotamento

Mentre in Cisgiordania si costruisce l’annessione, a Gaza si distrugge ogni traccia di vita. L’operazione “Carri di Gideon 2” segna l’inizio dell’occupazione totale di Gaza City, già devastata da mesi di bombardamenti. L’IDF ha ordinato l’evacuazione di scuole, quartieri e ospedali ancora funzionanti, costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire verso una condanna alla fame, sete, e tendopoli nel deserto.

La strategia è chiara: svuotare Gaza. Demolire case, ospedali, infrastrutture civili, e costringere le persone ad abbandonare ogni bene, ogni possibilità di sopravvivenza. Si tratta, come denuncia Hani Mahmoud da Gaza, di un’operazione di “pulizia etnica moderna”, che unisce la brutalità militare alla guerra umanitaria: togliere tutto per costringere alla resa o alla fuga.

Secondo il WFP, la malnutrizione è alle stelle. Le scorte alimentari si perdono durante la fuga, e l’accesso agli aiuti è impedito o fortemente limitato. Anche il Patriarcato Latino di Gerusalemme lancia l’allarme, mentre la Croce Rossa denuncia una situazione “catastrofica”.

  1. L’opinione pubblica israeliana spaccata: la questione degli ostaggi

Ma non tutti in Israele approvano la linea di Netanyahu. Le famiglie degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas si oppongono all’operazione militare, temendo una nuova tragedia come quella di Rafah nel 2024. Il Forum delle famiglie ha chiesto un incontro urgente con il governo, ma la voce del fanatismo ha ancora una volta avuto la meglio: Smotrich ha minacciato le dimissioni se verrà accettata qualsiasi tregua.

In questo cortocircuito, l’ostilità verso un accordo di cessate il fuoco si traduce in un’accelerazione verso il disastro, anche a costo della vita dei propri cittadini. Una logica cieca e suicida, che si alimenta del consenso dell’ultradestra e del fanatismo religioso più radicale.

  1. Il dovere dell’intervento internazionale: ora o mai più

Di fronte a questo scenario, ogni forma di neutralità è complicità. Le istituzioni internazionali, a partire dall’ONU e dalla Corte Penale Internazionale, non possono più limitarsi a condanne formali o richiami diplomatici. Siamo di fronte a un apartheid sistemico, a una pulizia etnica in corso, e a una potenziale “soluzione finale” di tipo coloniale.

La comunità internazionale ha il dovere di intervenire:
• con sanzioni economiche contro i responsabili diretti e indiretti dell’annessione e della distruzione;
• con il riconoscimento formale dello Stato di Palestina nei confini del 1967;
• con un embargo immediato sulle forniture di armi a Israele;
• con un’inchiesta internazionale indipendente sulle responsabilità di guerra e sul trattamento dei civili a Gaza e in Cisgiordania.

Continuare a parlare di “dialogo” o “cessate il fuoco” in queste condizioni equivale a legittimare il crimine. E i crimini, per definizione, vanno fermati e puniti.

Conclusione: dalla geopolitica alla coscienza collettiva
Non è più una questione di equilibri mediorientali. Non è più solo una tragedia umanitaria. È una prova morale per l’intera umanità. Il silenzio su Gaza e sulla Cisgiordania non è più solo vile, è complice. La retorica della difesa israeliana, fondata su decenni di impunità, è ormai nuda davanti agli occhi del mondo. Ma vedere non basta più. È tempo di agire. Perché il “Giorno del Giudizio” – per la Palestina – è già arrivato. Ora, è il mondo a essere sotto giudizio.

Fonti utilizzate e integrate:
• Articoli forniti dall’utente
• Al Jazeera (rapporto sull’evacuazione e demolizioni a Gaza)
• Croce Rossa Internazionale (comunicato su situazione umanitaria)
• Patriarcato Latino di Gerusalemme (note stampa)
• World Food Programme (dati su fame e malnutrizione)
• UN OCHA (rapporto sull’Area C e insediamenti israeliani)
• Haaretz e The Times of Israel (dichiarazioni di Smotrich e Netanyahu)
• B’Tselem e Human Rights Watch (documentazione sulla pulizia etnica in Cisgiordania)