IL FEDERALISMO DELLA VERGOGNA

Fontana rilancia la secessione, Sechi insulta il Sud che ha salvato la Costituzione.
Mentre milioni di poveri perdono il sussidio, la stampa di regime incassa milioni dallo Stato.
Tre giorni dopo la storica vittoria del No al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026, che ha respinto lo smembramento e indebolimento della magistratura, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha risposto al voto democratico con quella che non può essere definita altrimenti che una dichiarazione di guerra all’unità nazionale. E il direttore di Libero, Mario Sechi, ha fatto da megafono ideologico all’offensiva, insultando i meridionali che hanno difeso la Carta. Due voci, un unico messaggio: punire il Sud che non si è inginocchiato.

I. LE PAROLE DI FONTANA: ANATOMIA DI UN PROGETTO SECESSIONISTA
Sul Corriere della Sera del 26 marzo 2026, Attilio Fontana — presidente della Regione Lombardia e figura di spicco della Lega — ha scelto di non riconoscere la lezione referendaria. Al contrario, ha deciso di rilanciarla, amplificarla, trasformarla in programma politico.
“Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […] L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.”
Il messaggio è cristallino nella sua crudezza: il Nord è la “parte sana”, il resto è zavorra. Il Meridione va punito per aver votato in massa contro la manomissione delle garanzie costituzionali, per aver difeso l’indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri. La soluzione di Fontana non è il dialogo: è la frammentazione dello Stato in senso federale, con le Regioni del Nord libere di allearsi con la Baviera per proteggere l’industria automobilistica e manifatturiera del Nord padano.
Non si tratta di una posizione nuova per la Lega, che sin dalla sua fondazione nel 1989 ad opera di Umberto Bossi ha perseguito prima la secessione aperta della Padania, poi il federalismo fiscale, poi l’autonomia differenziata. Ma le parole di Fontana del 26 marzo rappresentano un salto di qualità: è la prima volta che un governatore in carica, a poche ore da una sconfitta elettorale che coinvolge direttamente le sue politiche, invoca esplicitamente un federalismo secessionista come risposta al voto popolare.
In altri termini: se il popolo vota in modo “sbagliato”, la soluzione non è ascoltarlo — è costruire una struttura istituzionale che lo escluda. Questo è l’attacco alla democrazia che Fontana non nomina ma pratica.
II. IL “MODO DI PENSARE”: IL RAZZISMO ISTITUZIONALE DELLA LEGA
Ancora più rivelatore del progetto secessionista è il linguaggio utilizzato da Fontana per descrivere il divario tra Nord e Sud. Secondo il governatore lombardo, il Nord è “l’area più moderna e funzionale che traina il resto dell’Italia”. Il sottotesto è inequivocabile: il Meridione è arretrato, premoderno, irrecuperabile, e questa arretratezza si esprime anche nel “modo di pensare” dei suoi abitanti.
Questo “modo di pensare” sbagliato, secondo la logica fontaniana, consiste nell’aver votato a difesa della Costituzione. 15 milioni di cittadine e cittadini meridionali, che hanno espresso liberamente e democraticamente la propria volontà, vengono così trasformati in un problema da risolvere con la separazione istituzionale. È una forma di razzismo istituzionale che etnicizza la preferenza politica: non sbagli perché la tua posizione è sbagliata, sbagli perché appartieni al gruppo sbagliato.
Eppure — come sottolineano i dati — il Sud che ha votato No al referendum non lo ha fatto per attaccamento all’immobilismo. La Calabria, una delle regioni più duramente colpite dalla questione meridionale, ha espresso percentuali altissime di voto favorevole alla riforma nel quesito sulla separazione delle carriere. Il Sud non è un blocco monolitico conservatore: è un territorio che risponde alle proposte che gli vengono sottoposte, capace di scelte radicalmente diverse a seconda del quesito e del contesto. Fontana, e chi lo sostiene, preferisce ignorare questa complessità, perché serve loro un nemico semplice, uniforme, utile come alibi.
III. SECHI E LIBERO: QUANDO IL GIORNALISMO INSULTA CHI HA DI MENO
Se Fontana ha offerto la cornice politica, Mario Sechi — direttore di Libero — ne ha fornito la copertura ideologica e mediatica. Nel suo editoriale pubblicato su Libero il 24 marzo 2026, intitolato “L’ingiustizia è uguale per tutti”, Sechi ha commentato l’esito referendario con parole che il senatore M5S Orfeo Mazzella ha definito senza mezzi termini “gravissime e a tratti razziste”.
“Ha vinto il NO grazie a giovani ‘coltivati’ in scuole e università e grazie al Sud attaccato al reddito e alle pensioni d’invalidità.”
Tradotto: chi ha votato No è o un giovane manipolato nei banchi di scuola, oppure un meridionale che difende il proprio “assistenzialismo”. Il voto democratico di milioni di persone ridotto a una scelta di convenienza, a un riflesso pavloviano del portafoglio. L’editoriale di Sechi è “uno schiaffo in faccia a 20 milioni di meridionali e al giornalismo stesso”, per usare ancora le parole del senatore Mazzella, che ha auspicato una rapida presa di posizione dell’Ordine dei giornalisti.
Francesco Emilio Borrelli, parlamentare di Avs, è andato oltre: “Adesso basta! Mario Sechi ha usato parole offensive verso il popolo del Sud che ha votato per difendere la Costituzione.” Perché è questo che il direttore di Libero non riesce — o non vuole — comprendere: il voto del Sud non era in difesa del reddito di cittadinanza. Era in difesa dell’articolo 104 della Costituzione, dell’indipendenza della magistratura, dei contrappesi democratici che proteggono tutti i cittadini, a cominciare dai più vulnerabili.
IV. IL PARADOSSO DEI FINANZIAMENTI PUBBLICI: CHI INSULTA IL POVERO VIVE DEI SOLDI DI STATO
Ma c’è una dimensione di questa vicenda che non può essere taciuta, perché tocca il cuore di una contraddizione insostenibile. Sechi scrive su Libero che il Sud ha votato No per “attaccamento al reddito” di cittadinanza, come se fosse una vergogna che una famiglia in difficoltà economica riceva un sussidio statale. Eppure il giornale sul quale firma questi editoriali campioni di disprezzo sociale — Libero — è tra i principali beneficiari del finanziamento pubblico all’editoria in Italia.
I dati pubblicati dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri parlano chiaro: Libero ha ricevuto oltre 5,4 milioni di euro di contributi pubblici diretti per l’anno 2023, e circa 2,7 milioni nella prima rata del 2024. Nel complesso, negli anni più recenti, il quotidiano ha incassato dallo Stato cifre nell’ordine di svariati milioni di euro all’anno.
Un meccanismo surreale: la testata che si nutre di fondi pubblici — erogati attraverso una cooperativa che formalmente detiene la testata, mentre la proprietà sostanziale fa capo alla società di Antonio Angelucci, deputato della Lega — usa quelle stesse risorse per produrre editoriali che umiliano chi riceve un sussidio per sopravvivere. La differenza tra il reddito di cittadinanza e il contributo pubblico all’editoria non sta nella natura dell’intervento statale, ma in chi ne beneficia: nel primo caso, famiglie al di sotto della soglia di povertà; nel secondo, un giornale di proprietà di un parlamentare del partito di governo.
Non è solo una questione di ipocrisia. È una questione di classe. Il welfare per i ricchi si chiama “pluralismo dell’informazione”. Il welfare per i poveri si chiama “assistenzialismo” e diventa argomento di scherno sulle pagine dello stesso giornale che quel welfare incassa.
Vergogna, Sechi. Vergogna, Libero. Non si morde la mano che ti nutre, soprattutto quando quella mano è la mano dello Stato che stai insultando attraverso i suoi cittadini più fragili.
V. LA RISPOSTA CHE CI ASPETTIAMO: UNITÀ, DIGNITÀ, RESISTENZA COSTITUZIONALE
Il comunicato dei Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata pubblicato il 26 marzo 2026 lancia un appello preciso e urgente: tutte le forze politiche, sindacali e associative che hanno combattuto per la difesa della Costituzione devono reagire “immediatamente con dichiarazioni, prese di posizione, interrogazioni parlamentari” alle dichiarazioni di Fontana. Si chiedono esplicitamente le dimissioni del governatore lombardo.
È un appello che facciamo nostro con piena convinzione. Non per spirito di rivincita, non per logica di parte, ma perché chi ricopre una carica istituzionale ha il dovere di rispettare il verdetto democratico, non di costruire architetture istituzionali per aggirarlo. Fontana non ha perso un voto qualsiasi: ha visto sconfitto un progetto politico che voleva indebolire la magistratura e concentrare il potere. La risposta a quella sconfitta non può essere la minaccia della secessione.
L’iter delle Intese — che prevede accordi bilaterali tra singole Regioni e lo Stato per trasferire competenze e risorse — deve essere bloccato immediatamente. L’autonomia differenziata, nella sua forma attuale, è stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla sentenza n. 192 del 2024 della Corte Costituzionale. Andare avanti su questo percorso, dopo il voto referendario, sarebbe non solo un errore politico ma una sfida aperta alla volontà del popolo sovrano.
VI. LA QUESTIONE MERIDIONALE COME QUESTIONE DEMOCRATICA
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella coincidenza temporale tra le dichiarazioni di Fontana e gli editoriali di Sechi. Entrambi, a pochi giorni dal referendum, hanno scelto di non interrogarsi sulle ragioni del voto, ma di attaccare chi ha votato. Entrambi hanno trovato nel Sud il capro espiatorio ideale.
Questa è la politica della distrazione. Invece di chiedersi perché milioni di italiani abbiano scelto di difendere la Costituzione, invece di fare i conti con la crisi di consenso che attraversa la destra di governo, si preferisce additare il Meridione come zavorra, zavorra che produce voti sbagliati, che incassa sussidi, che non capisce la modernità.
Ma il Sud che ha votato NO non è arretrato. È consapevole. Consapevole che uno Stato smembrato in feudi autonomi non protegge i deboli, ma li abbandona. Consapevole che una magistratura dipendente dalla politica non difende i cittadini, ma chi è al potere. Consapevole che le riforme istituzionali non si fanno di notte, contando i voti in Parlamento, ma si costruiscono con il consenso, il dialogo, la partecipazione democratica.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.” Non è una citazione. È un programma di vita. E il 22-23 marzo 2026, 15 milioni di italiani lo hanno scritto con la matita sulla scheda referendaria.
Fontana si dimetta. Sechi faccia ammenda. E che lo Stato smetta di finanziare il disprezzo.

Fonti: Corriere della Sera, 26 marzo 2026; Libero, 24 marzo 2026; Comunicato Comitati NO AD, 26 marzo 2026;
Il Post — contributi pubblici all’editoria 2023/2024; Wikipedia — Referendum costituzionale Italia 2026;
Sardiniapost, Paese Italia Press, Agenzia Opinione — reazioni all’editoriale Sechi (25-26 marzo 2026).

Il ritorno del popolo sovrano e le giovani generazioni protagoniste

Il referendum sulla giustizia, la valanga del No e il messaggio che nessuno vuole leggere
di Mario Sommella
24 marzo 2026

Una valanga di No. Il cinquantaquattro per cento degli italiani ha respinto la riforma della giustizia voluta dal governo Meloni. La Costituzione non verrà cambiata, il tentativo di separare le carriere tra pubblici ministeri e giudici, di creare due Consigli Superiori della Magistratura e un’Alta Corte per giudicare i magistrati è naufragato sotto il peso di un verdetto popolare inequivocabile. Il quarantasei per cento ha votato sì, il Paese si è spaccato, ma la direzione è chiara. E soprattutto, un dato svetta su tutti: l’affluenza ha sfiorato il cinquantanove per cento. Gli italiani sono tornati a votare. E questo, prima ancora del merito della riforma, è il fatto politico più rilevante e dirompente di questa consultazione.

Perché dentro quel cinquantanove per cento c’è un’Italia che non si vedeva da tempo. Un’Italia che aveva smesso di credere nella politica, che aveva voltato le spalle alle urne, che si era rifugiata in un astensionismo non di indifferenza ma di rabbia, di disgusto, di disillusione profonda. Un’Italia che non si sentiva rappresentata da nessuno: né dalla maggioranza, né dall’opposizione, né da quel che resta dell’arco parlamentare nel suo complesso. Ebbene, quell’Italia è tornata. Ha ripreso in mano la scheda elettorale. E ha detto No.

Il messaggio che nessuno vuole leggere

Questo è il punto che nessuno sta dicendo con sufficiente chiarezza, il cuore pulsante di questa vicenda referendaria che rischia di essere sommerso dalla retorica della vittoria e della sconfitta. Il ritorno al voto di centinaia di migliaia di cittadini che avevano scelto l’astensione come forma estrema di protesta contro un sistema politico percepito come impermeabile ai bisogni reali della gente è un segnale che dovrebbe far tremare i polsi a tutta la classe dirigente. Ma soprattutto — e qui sta il nodo politico decisivo — è un segnale che le forze di opposizione devono saper leggere, interpretare e, soprattutto, onorare.

Questi cittadini non sono tornati alle urne per regalare una vittoria al campo largo. Non hanno votato per Schlein, per Conte, per Renzi o per Fratoianni. Hanno votato per difendere la Costituzione, certo, ma anche e soprattutto per mandare un messaggio che va ben oltre il quesito referendario: noi ci siamo, siamo pronti a partecipare, ma pretendiamo che la politica faccia la sua parte. Pretendiamo credibilità, coerenza, coraggio. Non slogan, non alleanze di convenienza, non il solito gioco delle poltrone.

Ecco perché sarebbe un errore capitale — come giustamente è stato osservato — interpretare questo voto come un trionfo del centrosinistra e una messa in mora automatica del governo. Non è affatto detto che alle politiche o alle amministrative si replichino questi risultati. Il mandato degli astenuti che sono tornati a votare è condizionato, provvisorio, revocabile in qualsiasi momento. È un credito di fiducia a termine, che le opposizioni dovranno meritarsi giorno per giorno.

La sconfitta di Meloni e il vizio dissociativo

Per Giorgia Meloni la sconfitta è netta e bruciante. La premier, che si era spesa in prima persona con tutta la sua energia, si è vista scoprire un tallone d’Achille che fino a ieri sembrava non esistere. La sua aura di invincibilità si è infranta contro il muro di una società civile che, quando si mobilita, sa ancora far sentire la propria voce. «La sovranità popolare si rispetta», ha detto con amarezza la premier, inchinandosi al verdetto senza tuttavia annunciare dimissioni, a differenza di quanto fece Matteo Renzi nel 2016 dopo la sconfitta sulla riforma costituzionale.

Ma non è solo la sconfitta numerica a pesare. È la natura profonda di questa sconfitta. Come è stato acutamente osservato, se una delle tare indubbie della storia repubblicana è stato il vizio consociativo, dopo questo voto è sotto accusa il vizio dissociativo del melonismo: il suo porsi come deus ex machina senza averne né il carisma né, oggi possiamo dirlo, il peso elettorale sufficiente. L’intera storia di questo governo, a partire dall’accaparramento dei posti di potere e di sottopotere, come se si trattasse di espugnare palazzi occupati da usurpatori, dimostra un’incapacità strutturale di accettare la convivenza e il confronto.

Meloni avrebbe una via diretta per risollevarsi: ammettere che è stato un errore mettere mano alle regole comuni con spirito di fazione e in modo unilaterale, e proporre di costruire una riforma della giustizia condivisa, sedendo a un tavolo con l’opposizione e senza escludere la magistratura dalla discussione. Una mossa da donna di Stato, non da boss di partito. Ma non lo farà, perché è troppo convinta del ribaltamento rivoluzionario dell’assetto repubblicano, che lei e i suoi considerano illegittimo per congenita insofferenza al DNA antifascista della Repubblica.

Da soli, soprattutto se supportati da una cerchia di mediocri e di ossequenti, si può illudere un Paese per un paio d’anni. Alla lunga, il Paese si scopre meno angusto, più largo e più irrequieto. Quasi come sono le democrazie.

La generazione del futuro

I dati demografici del voto sono implacabili e portano con sé una luce di speranza che illumina il cammino. Quasi otto su dieci tra coloro che hanno meno di ventidue anni hanno votato No. Sette su dieci tra chi ne ha meno di trenta. Più sale l’età, più crescono i Sì. È la «generazione Gaza», quella che ha trascinato le piazze di protesta contro il genocidio in Palestina, in Italia e nel mondo. Ma è anche la «generazione Cecchettin», quella che nel nome di Giulia tiene viva la memoria delle donne uccise per disobbedienza e chiede un mondo nuovo, di diritti uguali, di pari possibilità e destini.

Meloni, con il suo intuito politico, lo aveva capito. Ma non le è bastato andare all’ultimo minuto nei podcast a cercare il consenso dei giovani di cui, con evidenza, non le importa granché. Neppure il voto ai fuorisede sono riusciti a garantire in modo adeguato. Dodicimila ragazzi hanno scelto di iscriversi come scrutatori pur di esercitare il diritto di voto: un gesto che dice tutto sulla fame di partecipazione democratica che attraversa le nuove generazioni.

In molti luoghi la somma dei No supera di gran lunga il numero di elettori che alle passate votazioni avevano scelto partiti di opposizione: segno che moltissimi elettori di centrodestra hanno espresso dissenso rispetto al loro stesso schieramento. La crepa attraversa trasversalmente il corpo elettorale e nessuno può permettersi di ignorarla.

Cosa devono fare le opposizioni: un programma di credibilità

Ed è qui che il discorso si fa cruciale, ed è qui che la riflessione deve farsi più profonda e più esigente. Il campo largo ha colto al balzo la vittoria referendaria e si è ricompattato lanciando le primarie per la leadership. Schlein, Conte e Renzi hanno subito fiutato l’aria e si sono messi in moto. Ma se pensano che basti l’euforia del momento per costruire un’alternativa credibile, si sbagliano di grosso. E soprattutto, si sbagliano se pensano che il popolo degli astenuti tornato alle urne sia disposto a concedere una cambiale in bianco.

Se le forze di opposizione vogliono davvero governare con il contributo diretto di quei cittadini che fino a ieri avevano scelto il silenzio, dovranno prendere iniziative concrete e coraggiose su più fronti. Non basteranno le primarie per scegliere il premier, per quanto siano un esercizio necessario di democrazia interna. Non basterà un programma elettorale ben confezionato. Serviranno atti di credibilità politica che dovranno cominciare sin da ora e protrarsi nel tempo, dimostrandosi ogni giorno all’altezza delle sfide che il Paese affronta.

E le sfide sono enormi. A livello internazionale, serve una posizione chiara e senza ambiguità nel contrastare la deriva neoliberista che attanaglia l’Occidente. Serve il coraggio di affrontare il tema della pace in un mondo che sembra aver smarrito la bussola, con un alleato atlantico oramai fuori controllo che trascina i Paesi europei in avventure belliche senza fine. Serve la fermezza di denunciare il genocidio in atto in Palestina, senza ipocrisie e senza mezze parole, perché non si può parlare di diritti e di democrazia se si chiudono gli occhi davanti allo sterminio di un popolo. Il conflitto USA-Israele e Iran, che ha fatto da sfondo a questo referendum, non è un rumore di fondo: è il fragore della storia che bussa alla porta.

Ma soprattutto — e questo è il terreno su cui si giocherà la partita decisiva — serve affrontare lo stato delle cose in Italia con programmi concreti e con la determinazione di chi sa che non bastano le parole. Salari che perdono costantemente potere d’acquisto mentre il costo della vita si impenna, con bollette e carburanti alle stelle. Diritti dei lavoratori che continuano a essere stracciati, nonostante la Carta Costituzionale li difenda esplicitamente. Sicurezza sul lavoro che resta una tragedia quotidiana, con centinaia di morti l’anno che non suscitano più neppure lo scandalo. Una sanità pubblica sempre più privatizzata, sempre più inaccessibile per le fasce più deboli della popolazione, smantellata pezzo dopo pezzo in nome di un’efficienza che è solo un altro nome per il profitto.

Questi non sono solo temi programmatici da inserire in un manifesto elettorale. Sono le ragioni profonde per cui milioni di italiani avevano smesso di votare. Sono i bisogni reali, concreti, quotidiani di un popolo che chiede dignità, non elemosine. E se le opposizioni vogliono raccogliere quel credito di fiducia che gli astenuti tornati alle urne hanno messo a disposizione, dovranno dimostrare sin da subito — non a parole, ma con i fatti — di essere capaci di contrastare questo stato di cose.

La lezione di Sánchez: si può dire no

C’è un precedente europeo che illumina la strada e che l’opposizione italiana farebbe bene a studiare con attenzione: la Spagna di Pedro Sánchez. Il premier spagnolo ha dimostrato che si può dire no alla deriva neoliberista, che si può governare mettendo al centro i diritti sociali, il lavoro, la sanità pubblica, la transizione ecologica, senza per questo essere travolti dai mercati o isolati sulla scena internazionale. Sánchez ha dimostrato che si può stare in Europa e nell’Alleanza Atlantica senza rinunciare alla propria autonomia di giudizio, senza piegarsi alle pressioni dei falchi e senza tradire le aspettative del proprio popolo.

L’Italia può fare lo stesso. Ma per farlo serve una classe dirigente all’altezza, serve un progetto politico credibile e serve, soprattutto, la capacità di parlare al Paese reale, non alle tribune televisive. Adesso tocca a noi.

La piazza e la festa: ma domani?

Le immagini della sera del referendum rimarranno nella memoria: i magistrati a Napoli che brindano e cantano Bella Ciao, il campo largo riunito intorno alla fontana del Tritone a Roma con Schlein e Conte che esplodono di gioia, lo slogan «Viva l’Italia che resiste» che risuona nella notte. Landini che chiama la piazza, Renzi che punge Meloni chiedendone le dimissioni con un paragone tagliente: «Io mi sono dimesso, ora abbia coraggio». Il presidente del Comitato Civico per il No, Giovanni Bachelet, che paragona la vittoria a quella della lotta partigiana.

Ma la festa, per quanto comprensibile e legittima, non può diventare un alibi. Il giorno dopo si deve tornare a fare politica. E fare politica, oggi, significa avere il coraggio di dire cose scomode anche al proprio elettorato: che la vittoria referendaria non è sufficiente, che il governo Meloni è ferito ma non morto, che a un anno dalle elezioni politiche la campagna elettorale è di fatto cominciata e che la posta in gioco non è una poltrona, ma il destino di un Paese.

Un’anatra zoppa a Palazzo Chigi

Il senatore dem Filippo Sensi ha sintetizzato la situazione con un’immagine efficace: «Da oggi a Palazzo Chigi c’è un’anatra zoppa». La coalizione di governo esce ammaccata, con il Guardasigilli Nordio che prende atto della bocciatura, con Salvini fisicamente assente in missione in Ungheria a sostenere Orbán, con le dichiarazioni incendiarie del capo di gabinetto Bartolozzi e le ombre dello spinoso caso Delmastro alla vigilia del voto. Lupi annuncia che si andrà avanti con premierato e legge elettorale, ma lo spirito è evidentemente un altro.

La verità è che il governo Meloni ha perso la sua unica riforma costituzionale. E con essa ha perso qualcosa di più profondo: la narrazione dell’irresistibilità, la retorica del mandato popolare incondizionato, la pretesa di incarnare la volontà della nazione. Il Paese ha dimostrato di essere più complesso, più maturo, più irriducibile di quanto qualsiasi leader possa immaginare.

Due certezze e un dovere

Alla fine di questa giornata storica, restano due certezze luminose. La prima: è andato a votare quasi il sessanta per cento degli italiani. Una bellissima notizia per la salute della democrazia. La sovranità appartiene al popolo, articolo uno della Costituzione, e il popolo per fortuna torna a esercitarla. La seconda: il futuro sarà migliore del presente, perché i nostri figli stanno prendendo in mano il destino del Paese, come deve essere, e lo stanno già facendo.

Ma a queste due certezze va aggiunta una terza, che è un dovere: che questo ritorno alla partecipazione non venga tradito. Che il popolo degli astenuti che ha rotto il suo silenzio non venga usato come carne da cannone elettorale per poi essere dimenticato il giorno dopo le elezioni. Che le forze di opposizione comprendano fino in fondo che questo voto non è stato un regalo, ma un avvertimento e un’occasione. Forse l’ultima.

La sovranità popolare ha parlato. Adesso la politica ha il dovere di ascoltare, di agire e di essere all’altezza di un popolo che, quando decide di esserci, sa ancora cambiare la storia.

HA VINTO LA COSTITUZIONEHa vinto il popolo dei partigiani della Costituzione

La controriforma Meloni-Nordio travolta dal No: 53,74% contro 46,26%
Affluenza record al 58,93%. I giovani under 34 votano No al 61,1%

La dichiarazione di Antonio Ingroia: «Hanno vinto i cittadini»

«Ha vinto il No. Il No a questa controriforma Meloni-Nordio. Il No alla separazione delle carriere. Il No a questo sfregio della Costituzione, portato avanti nel nome di Licio Gelli». Con queste parole nette e vibranti, Antonio Ingroia — presidente di Azione Civile, già magistrato del pool antimafia di Paolo Borsellino — ha accolto il risultato del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, che ha visto la netta bocciatura della cosiddetta riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e dal ministro Nordio.

Ma Ingroia ha voluto andare oltre la lettura meramente partitica del voto. «Chi ha vinto — ha proseguito — non è la sinistra contro la destra, non è l’opposizione contro il governo Meloni. Hanno vinto i cittadini. Ha vinto la Costituzione». Una lettura che restituisce al pronunciamento popolare la sua dimensione più autentica: non un fatto di schieramenti parlamentari, ma un atto di sovranità popolare in difesa dell’architettura fondamentale della Repubblica.

Il presidente di Azione Civile ha quindi rivolto il suo sguardo verso quei milioni di italiani che, per anni, avevano scelto l’astensione. «Soprattutto i cittadini, i partigiani della Costituzione, che per difenderla sono scesi in campo. Finalmente, direi, sono usciti dal popolo dell’astensionismo, perché non credono nei partiti tradizionali che oggi stanno in Parlamento, maggioranza e opposizione. E hanno deciso che, questa volta, vale la pena votare».

Un messaggio potente, che parla direttamente al cuore della crisi democratica italiana: la sfiducia verso le istituzioni rappresentative, il distacco crescente tra palazzo e cittadinanza. In queste parole c’è la consapevolezza che il vero protagonista di questa giornata storica non è stato nessun partito, ma un’Italia civile che si è rimessa in moto. «Hanno votato con un No che significa: io sono partigiano della Costituzione. Io questa Costituzione la difendo e difendo i miei diritti attraverso la Costituzione».

I numeri di una vittoria storica

I dati che emergono dallo scrutinio, ormai quasi completato, confermano la portata della sconfitta subita dal governo. Il No si è attestato al 53,74%, contro il 46,26% del Sì, con un distacco di oltre sette punti percentuali che ha superato le stesse previsioni degli istituti demoscopici. L’affluenza definitiva ha raggiunto il 58,93%: un dato straordinario se si considera che nelle precedenti consultazioni referendarie e nelle europee del 2024 la partecipazione era stata sensibilmente più bassa.

Il profilo del voto rivela dati di grande significato politico e sociale. Tra gli under 34, il No ha ottenuto il 61,1%, a dimostrazione che le generazioni più giovani hanno percepito con particolare chiarezza la minaccia rappresentata dalla riforma per l’equilibrio dei poteri costituzionali. Il No ha prevalso in tutte le regioni italiane ad eccezione di tre — Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia — e in tutti i capoluoghi di regione senza eccezioni. L’Emilia Romagna ha guidato la partecipazione con un’affluenza prossima al 67%, seguita da Toscana e Umbria, mentre la Sicilia ha registrato il dato più basso, attestandosi al 46,14%.

Un elemento particolarmente rilevante, segnalato dai sondaggi post-voto, è che una parte significativa degli elettori che alle europee 2024 non erano andati alle urne — il 57,7% di essi — ha scelto di votare No. Il referendum ha dunque rimesso in moto una porzione dell’elettorato che si era ritirata dalla partecipazione, confermando integralmente l’analisi di Ingroia sui «partigiani della Costituzione» usciti dall’astensionismo.

Lo sfregio nel nome di Licio Gelli: la riforma e il Piano di Rinascita

Il riferimento di Ingroia a Licio Gelli non è retorico, né casuale. La separazione delle carriere dei magistrati figurava esplicitamente tra i punti del Piano di Rinascita Democratica, il documento programmatico della loggia massonica segreta P2, sequestrato nel 1982, che delineava un progetto di ristrutturazione autoritaria dello Stato italiano. Quel piano prevedeva, tra le altre cose, il controllo dei mezzi di informazione, la riforma della magistratura in senso dipendente dal potere politico, e la subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo.

La riforma Nordio, bocciata dal voto popolare, avrebbe introdotto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due organismi distinti, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma e il meccanismo del sorteggio per la selezione dei componenti degli organi di autogoverno. Per i suoi critici — tra cui oltre centodiciassette costituzionalisti, tre presidenti emeriti della Corte Costituzionale, l’ANPI, la CGIL, Libera e il vastissimo Comitato Società Civile per il No — la riforma non avrebbe migliorato il funzionamento della giustizia per i cittadini, ma avrebbe indebolito l’indipendenza della magistratura dal potere politico.

Come ha osservato il presidente del Comitato Società Civile per il No, Giovanni Bachelet, la vittoria referendaria può essere paragonata a grandi momenti della storia democratica italiana: una mobilitazione di popolo in difesa dei principi fondativi della Repubblica, che ha visto convergere forze diverse, dal mondo del lavoro a quello dell’associazionismo, dalla società civile ai movimenti per la legalità.

Il quadro politico dopo il voto: una sconfitta che apre scenari

Il risultato del referendum rappresenta la prima vera sconfitta elettorale del governo Meloni dall’insediamento a Palazzo Chigi. La premier ha commentato con evidente amarezza, parlando di un’«occasione persa per modernizzare l’Italia», pur assicurando che il governo «andrà avanti con determinazione». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato di prendere atto della decisione sovrana del popolo, negando ogni significato politico al voto. Il vicepremier Tajani ha affermato di inchinarsi alla volontà popolare, mentre Salvini ha ribadito che il governo proseguirà «compatto».

Sul fronte opposto, le opposizioni parlamentari hanno celebrato la vittoria come un momento di svolta. La segretaria del PD Elly Schlein ha dichiarato che esiste già una «maggioranza alternativa» nel Paese. Il presidente del M5S Giuseppe Conte ha parlato di un vero e proprio «avviso di sfratto per il governo». Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha evocato una «nuova primavera» per il Paese, sottolineando che il voto dimostra come questo governo non abbia il consenso della maggioranza dei cittadini. In piazza Barberini a Roma, centinaia di persone hanno festeggiato la vittoria del No con i leader delle opposizioni e del sindacato riuniti su un palco improvvisato, tra cori, bandiere e un’emozione collettiva che ha ricordato le grandi mobilitazioni popolari.

Oltre i partiti: la lezione di Azione Civile

Ma è proprio qui che la lettura di Antonio Ingroia si distingue con forza da quella delle opposizioni parlamentari. Non è stata una vittoria della sinistra contro la destra. Non è stata una vittoria dei partiti del campo largo. È stata la vittoria dei cittadini, di quei milioni di italiani che non si riconoscono in nessun partito presente in Parlamento ma che, quando la posta in gioco diventa la Costituzione, i diritti fondamentali, l’equilibrio tra i poteri dello Stato, decidono di rompere il silenzio dell’astensione e di esercitare il loro diritto sovrano.

Questo dato è confermato anche dalle analisi dei flussi elettorali: il 69% dei votanti ha dichiarato che sulla propria decisione ha pesato il giudizio nel merito della riforma, non l’appartenenza partitica. Solo il 7% ha seguito le indicazioni del proprio partito di riferimento. È un dato che smonta radicalmente qualsiasi lettura di questo voto come mero scontro tra maggioranza e opposizione, e che restituisce al pronunciamento popolare la sua natura più profonda: un atto di difesa della democrazia costituzionale.

Azione Civile, il movimento fondato da Antonio Ingroia, è stato tra le forze che più coerentemente hanno sostenuto le ragioni del No, portando avanti una campagna radicata nel merito costituzionale, nei territori e nelle comunità. Una campagna che non ha cercato la visibilità mediatica dei grandi palcoscenici, ma il confronto diretto con i cittadini: nelle sale civiche, nelle piazze, nei dibattiti pubblici come quello di Tivoli con la partecipazione di Elena Matteotti, nipote del martire antifascista Giacomo Matteotti. Una presenza che testimonia il filo ininterrotto tra la Resistenza, la Costituzione e la lotta democratica di oggi.

Una nuova stagione per la democrazia italiana

Il 23 marzo 2026 resterà nella memoria della Repubblica come il giorno in cui il popolo italiano ha detto No allo smantellamento della propria Costituzione. Un No che non è conservazione, ma difesa attiva dei principi di libertà, uguaglianza e separazione dei poteri che i Costituenti ci hanno consegnato. Un No che è insieme argine e promessa: argine contro ogni tentazione autoritaria, promessa di una cittadinanza consapevole e combattiva.

Con la vittoria del No, la riforma costituzionale approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025 decade ufficialmente. L’assetto della magistratura e del Consiglio Superiore della Magistratura resta quello previsto dalla Costituzione del 1948 e dalle successive leggi ordinarie. Ma la partita non è chiusa: il governo ha già annunciato di voler proseguire la propria azione. Sarà compito dei cittadini — dei partigiani della Costituzione, come li ha chiamati Ingroia — restare vigili.

Perché questo è il senso più profondo di quanto accaduto: non un voto, ma un risveglio. L’Italia civile si è rimessa in cammino. E quando i cittadini decidono che la Costituzione merita di essere difesa, nessuna maggioranza parlamentare può prevalere sulla sovranità popolare. Come ha detto Antonio Ingroia: «Io sono partigiano della Costituzione. Io questa Costituzione la difendo e difendo i miei diritti attraverso la Costituzione».

La Costituzione tradita e il referendum del 22-23 marzo: perché diciamo NO

Dall’attuazione monca della Carta fondamentale al disegno eversivo che attraversa mezzo secolo di storia italiana.

Dalla corsa al riarmo alla guerra in Iran: il volto della redistribuzione al contrario

Il 22 e 23 marzo, le cittadine e i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sul referendum costituzionale che riguarda l’assetto della magistratura. Non si tratta di un voto qualunque. Si tratta, per la terza volta in vent’anni, di decidere se permettere che la Carta fondamentale della Repubblica venga modificata nei suoi capisaldi istituzionali, oppure se opporsi a un disegno che, lungi dal rispondere ai bisogni del Paese, persegue un progetto di concentrazione del potere le cui radici affondano ben più in profondità di quanto il dibattito corrente lasci intendere.

Noi preferiamo di NO. E le ragioni di questo NO non si esauriscono nel merito tecnico della riforma sulla separazione delle carriere, per quanto gravi siano le sue implicazioni. Questo NO affonda in una lettura più ampia della storia repubblicana, delle sue promesse tradite, del lento e sistematico smantellamento del patto sociale che la Costituzione del 1948 aveva solennemente sancito. Ma è anche un NO che guarda oltre i confini nazionali, al contesto internazionale in cui queste riforme si inseriscono: un mondo in cui la guerra torna a essere strumento di politica, in cui la corsa al riarmo divora risorse destinate ai diritti sociali, in cui la Palestina continua a morire nell’indifferenza e l’Iran brucia sotto le bombe di un’alleanza bellica guidata da due leader spregiudicati.

I. La Costituzione incompiuta: il tradimento dell’articolo 3

La Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza e dal sacrificio di milioni di italiani, non è mai stata compiutamente attuata. Questa è la prima, fondamentale verità che occorre ristabilire nel dibattito pubblico. Chi oggi la presenta come un ostacolo alla modernizzazione del Paese, come un documento vecchio e inadeguato, compie un’operazione intellettualmente disonesta: non si può dichiarare fallito ciò che non si è mai veramente realizzato.

Il cuore pulsante della Carta risiede nei suoi principi fondamentali, e in particolare nell’articolo 3, secondo comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.» Questo articolo non è una dichiarazione di principio astratta: è un mandato politico rivoluzionario, un programma di trasformazione sociale che impegna la Repubblica non alla mera uguaglianza formale, ma all’uguaglianza sostanziale. Un compito che, a quasi ottant’anni dalla promulgazione della Carta, resta drammaticamente incompiuto.

L’attuazione monca della Costituzione ha attraversato l’intera storia repubblicana. La Corte Costituzionale è stata istituita con otto anni di ritardo, nel 1956. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha visto la luce solo nel 1958, dieci anni dopo l’entrata in vigore della Carta. Lo Statuto dei Lavoratori, quel formidabile strumento di civiltà giuridica che traduceva in norme concrete il dettato degli articoli 1, 3, 4 e 35 della Costituzione, è arrivato solo nel 1970, e da allora è stato progressivamente eroso. Il Servizio Sanitario Nazionale, conquista epocale del 1978, nasceva trent’anni dopo la promulgazione della Carta. L’articolo 11, che ripudia la guerra, è stato violato ripetutamente con la partecipazione italiana a conflitti armati lontani dai confini nazionali. L’articolo 9, sulla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, è rimasto lettera morta di fronte alla cementificazione selvaggia del territorio.

Eppure, proprio in quei decenni di attuazione parziale ma progressiva, l’Italia ha conosciuto la sua più straordinaria stagione di crescita e di emancipazione collettiva. Questo dato storico smentisce clamorosamente la narrazione di chi vuole farci credere che la Costituzione sia il freno allo sviluppo del Paese.

II. L’Italia potenza mondiale: quando la redistribuzione funzionava

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, l’Italia ha compiuto una delle trasformazioni più straordinarie della storia economica contemporanea. Da nazione agricola, devastata dalla guerra, il Paese è diventato una delle principali potenze industriali del pianeta. Il cosiddetto miracolo economico, sviluppatosi tra il 1958 e il 1963 con tassi di crescita del PIL tra il 6 e il 7 per cento annuo, ha trasformato radicalmente il volto della società italiana, portando milioni di famiglie dalla sussistenza al benessere.

Questa crescita non fu il frutto del libero mercato lasciato a sé stesso. Fu il risultato di un modello in cui lo Stato svolgeva un ruolo attivo e strategico: l’IRI, l’ENI, l’ENEL, le grandi partecipazioni statali costruirono le infrastrutture produttive del Paese. Ma soprattutto, quella crescita fu sostenuta e alimentata da un formidabile meccanismo di redistribuzione sociale, figlio della dialettica politica tra una maggioranza di governo e un’opposizione che faceva il proprio mestiere con serietà e competenza.

Il Partito Comunista Italiano, il più grande partito comunista dell’Occidente, con la sua presenza capillare nel territorio, con la sua elaborazione culturale, con la sua pressione costante sulle istituzioni, fu il motore di una stagione di conquiste sociali che trasformò l’Italia in un Paese civile. Lo Statuto dei Lavoratori del 1970, la riforma sanitaria del 1978, il sistema pensionistico, la scuola pubblica di massa, il divorzio, l’obiezione di coscienza, la legge Basaglia, i consultori familiari: ogni conquista sociale di quel periodo porta l’impronta di una dialettica democratica viva, in cui la Costituzione, pur attuata in modo parziale, fungeva da bussola e da argine.

Il risultato fu che nel 1987 l’Italia superò il Regno Unito per prodotto interno lordo, diventando la sesta economia mondiale. Nel 1991, secondo il rapporto di Business International, il Paese raggiunse la quarta posizione tra le potenze economiche globali, dopo Stati Uniti, Giappone e Germania riunificata, con un PIL a parità di potere d’acquisto di 1.268 miliardi di dollari. Tutto questo fu possibile non nonostante la Costituzione e il suo impianto redistributivo, ma proprio grazie ad essi.

La favola che vorrebbero farci credere — secondo cui il limite alla nostra libertà e al nostro benessere risiederebbe nella Costituzione, in una magistratura troppo indipendente, in uno Stato troppo presente — è una fandonia sesquipedale, smentita dalla storia stessa del Paese.

III. La controrivoluzione neoliberista: da Reagan e Thatcher all’erosione dello Stato sociale

La grande stagione di crescita condivisa non finì per esaurimento naturale. Fu deliberatamente interrotta da un cambio di paradigma politico-economico che, a partire dalla fine degli anni Settanta, ridefinì le regole del gioco a livello globale.

L’elezione di Margaret Thatcher nel Regno Unito nel 1979 e di Ronald Reagan negli Stati Uniti nel 1980 segnò l’inizio di quella che potremmo definire la grande controrivoluzione. Il nuovo verbo fu semplice e brutale: meno Stato, meno tasse per i ricchi, meno tutele per i lavoratori, privatizzazione dei servizi pubblici, deregolamentazione dei mercati finanziari. La politica smise di avere al centro i bisogni dei cittadini e mise al centro il capitale, il profitto, l’accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi.

Questo nuovo paradigma non si impose per caso. Fu il frutto di un’elaborazione ideologica meticolosa, finanziata dai grandi capitali e diffusa attraverso think tank, università, media. La teoria del trickle-down, la fantasia secondo cui arricchire i più ricchi avrebbe fatto sgocciolare benessere verso il basso, divenne il mantra della nuova politica economica. Ma i fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.

La redistribuzione al contrario — togliere a chi ha meno per dare a chi ha di più — è stata la cifra distintiva degli ultimi quarant’anni. I dati sono impietosi. Il World Inequality Report 2026, curato da Lucas Chancel e Thomas Piketty, documenta che l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale controlla oggi il 37 per cento della ricchezza globale, oltre 18 volte la ricchezza della metà più povera dell’umanità. Il rapporto Oxfam presentato a Davos nel gennaio 2026 rivela che le fortune dei miliardari sono cresciute nel 2025 di 2.500 miliardi di dollari, cifra quasi equivalente alla ricchezza totale di 4,1 miliardi di persone. Meno di 60.000 individui al mondo controllano una ricchezza tre volte superiore a quella posseduta dal 50 per cento più povero dell’umanità.

In Italia, il quadro non è meno allarmante. Secondo l’analisi Oxfam sui dati della Banca d’Italia, in quindici anni la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre 2.000 miliardi di euro, ma il 91 per cento di questo incremento è andato al 5 per cento più ricco delle famiglie. La povertà assoluta coinvolge oggi oltre 5,7 milioni di persone, più di 2,2 milioni di famiglie che non dispongono di risorse sufficienti per acquistare beni e servizi essenziali. L’ascensore sociale si è fermato, e il peso dell’eredità sul totale della ricchezza nazionale è in crescita costante.

IV. Il miraggio americano: la società perfetta che non esiste

Chi propugna il modello neoliberista come orizzonte desiderabile per l’Italia farebbe bene a guardare con onestà alla realtà degli Stati Uniti, il Paese che di quel modello è la culla e la massima espressione.

Negli Stati Uniti, il 10 per cento più ricco possiede circa 727 volte più ricchezza rispetto al 50 per cento più povero della popolazione. Il tasso di povertà supera il 18 per cento, il più alto tra i Paesi OCSE. Dalla metà degli anni Settanta ad oggi, la ricchezza totale delle famiglie americane è triplicata, ma la povertà estrema è raddoppiata. Più di due milioni e mezzo di bambini vivono in condizione di homelessness. La mobilità economica è inferiore a quella di tutti i Paesi dell’Europa continentale per i quali esistono dati comparabili.

L’amministrazione Trump ha portato questa tendenza alle sue estreme conseguenze: riduzione delle imposte per gli ultra-ricchi, smantellamento degli sforzi internazionali per tassare le grandi multinazionali, concentrazione senza precedenti di potere economico e politico nelle mani di un’élite oligarchica. Elon Musk ha superato nel 2025 i 500 miliardi di dollari di patrimonio personale, mentre i miliardari hanno 4.000 volte più probabilità di ricoprire una carica politica rispetto ai comuni cittadini.

Solo attraverso una capillare manipolazione mediatica è possibile far credere che questa sia una società modello. La realtà è che il modello americano produce fratture sociali profondissime, povertà diffusa, disuguaglianze estreme, e un’erosione progressiva della democrazia stessa. Come hanno osservato Jayati Ghosh e Joseph Stiglitz nella premessa al World Inequality Report 2026, la crescente disuguaglianza mina la fiducia, indebolisce le democrazie e alimenta il malcontento.

V. L’ombra della P2: il Piano di Rinascita Democratica e le riforme del governo Meloni

Per comprendere la portata reale di ciò che sta accadendo oggi in Italia è necessario compiere un passo indietro e guardare a un documento che la storia ha reso tristemente celebre: il Piano di Rinascita Democratica della Loggia massonica P2 di Licio Gelli, sequestrato nel 1982 alla figlia del Maestro Venerabile e pubblicato negli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi.

Quel piano, elaborato non certo dal solo Gelli ma con il contributo di costituzionalisti, industriali, esperti della comunicazione e politici, prevedeva un programma organico di trasformazione delle istituzioni repubblicane. Tra i suoi punti principali: la riforma dell’ordinamento giudiziario con la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante; la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura; il superamento del bicameralismo perfetto; il rafforzamento del potere esecutivo con l’elezione del Presidente del Consiglio da parte della Camera; il controllo dei mezzi di informazione; la liberalizzazione delle emittenti televisive; la limitazione del diritto di sciopero; la riduzione del numero dei parlamentari.

Ebbene, la coincidenza tra i punti programmatici del Piano di Rinascita e le riforme messe in cantiere o già approvate dai governi succedutisi negli ultimi trent’anni è impressionante, e non può essere liquidata come mera casualità. Il premierato, l’autonomia differenziata, la riforma della giustizia con la separazione delle carriere e lo sdoppiamento del CSM, la riduzione del numero dei parlamentari già approvata nel 2020, gli interventi sull’informazione e la limitazione del diritto di cronaca, l’abolizione dell’abuso d’ufficio, la stretta sulle intercettazioni: ciascuno di questi provvedimenti trova un corrispettivo nel documento gelliano.

Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, interpellato sulla presenza della separazione delle carriere nel Piano della P2, non si è limitato a minimizzare: ha esplicitamente dichiarato che Gelli aveva ragione. Le sue parole, pronunciate a margine di una visita al carcere di Secondigliano nel novembre 2025, meritano di essere riportate per intero nella loro gravità istituzionale: «Io non conosco il piano della P2. Posso dire che se l’opinione del signor Licio Gelli era un’opinione giusta, non si vede perché non si dovrebbe seguire perché l’ha detto lui. Le verità non dipendono da chi le proclama, ma dall’oggettività che rappresentano. Se Gelli ha detto che Gesù è morto in croce, non per questo dobbiamo dire che è morto di polmonite. Anche l’orologio rotto segna due volte al giorno l’ora giusta.»

Fermiamoci un istante a misurare l’enormità di queste parole. Un Ministro della Repubblica, il Guardasigilli, il custode istituzionale della legalità, dichiara pubblicamente che le idee del capo di un’organizzazione segreta, definita eversiva dalla Commissione Anselmi, condannato in via definitiva a dieci anni per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna e a dodici per concorso nella bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, meritano di essere seguite perché «giuste». Non si tratta di una gaffe o di un’uscita infelice: è una legittimazione politica senza precedenti del progetto piduista, pronunciata da chi ha il compito istituzionale di difendere la Costituzione.

Il figlio stesso di Gelli, Maurizio, ha successivamente ammesso in un’intervista al Fatto Quotidiano che la separazione delle carriere e i test psicoattitudinali per i magistrati erano obiettivi espliciti del Piano di Rinascita, e che suo padre avrebbe visto con favore la riforma Nordio. L’endorsement postumo del Maestro Venerabile, per bocca del figlio, ha suscitato reazioni indignate dall’opposizione, ma nessuna presa di distanza da parte del governo.

Come ha osservato l’ex procuratore generale Roberto Scarpinato, se assumiamo uno sguardo complessivo su tutte le riforme in cantiere, dall’autonomia differenziata al premierato fino alla riforma della magistratura, la posta in gioco riguarda la sopravvivenza stessa del modello di democrazia repubblicana instaurato dalla Costituzione del 1948. I pilastri fondamentali dell’unità nazionale, dell’equilibrio dei poteri, dell’indipendenza della magistratura, del principio di pari dignità e uguaglianza dei cittadini vengono scardinati in un disegno organico che non ha precedenti nella storia repubblicana.

Come ammonì Tina Anselmi nelle conclusioni della sua Relazione parlamentare: «La prima imprescindibile difesa contro questo progetto politico, metastasi delle istituzioni, negatore di ogni civile progresso, sta appunto nel prenderne dolorosamente atto, nell’avvertire, senza ipocriti infingimenti, l’insidia che esso rappresenta per noi tutti, poiché esso colpisce con indiscriminata, perversa efficacia, non parti del sistema, ma il sistema stesso nella sua più intima ragione di esistere: la sovranità dei cittadini, ultima e definitiva sede del potere che governa la Repubblica.» Parole che, a quarant’anni di distanza, conservano una attualità bruciante.

VI. Il referendum del 22-23 marzo: la posta in gioco

Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia rappresenta dunque molto più di un voto tecnico sull’ordinamento giudiziario. È un passaggio decisivo nella partita che si gioca tra chi vuole difendere l’architettura democratica della Repubblica e chi intende smontarla pezzo dopo pezzo.

La riforma sottoposta al voto modifica sette articoli della Costituzione e introduce la separazione formale delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del CSM in due organi distinti, il sorteggio in luogo dell’elezione come meccanismo di designazione dei componenti togati, e l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare. Il tutto configura, come è stato analiticamente dimostrato, una magistratura frantumata nella sua rappresentanza, burocratizzata per l’indebolimento del pluralismo culturale interno, verticalizzata in una struttura piramidale, e con un maggior peso della componente politica negli organi di autogoverno.

L’indipendenza e l’autonomia della magistratura non sono un privilegio di casta: sono una garanzia per tutti i cittadini. Il principio secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge, sancito dall’articolo 101 della Costituzione, non comanda soltanto fedeltà alla legge, ma anche disobbedienza a ciò che legge non è: al potere politico, ai potentati economici, alle pressioni di ogni genere. Una magistratura indebolita, frammentata, ricondotta sotto il controllo della politica, è una magistratura che non può più svolgere il suo ruolo di garanzia per tutti.

In un Paese dove le mafie continuano a condizionare l’economia e la politica, dove la corruzione non è stata debellata, dove i crimini dei colletti bianchi restano troppo spesso impuniti, indebolire la magistratura non significa modernizzare il Paese: significa togliere l’ultimo argine a un potere senza controlli.

Non è un caso che questo referendum arrivi dopo il tentativo, in parte fermato dalla Corte Costituzionale, di imporre un’autonomia differenziata che avrebbe frammentato l’unità nazionale e istituzionalizzato le disuguaglianze territoriali. Non è un caso che arrivi in parallelo con il progetto del premierato, che concentra il potere nelle mani del Presidente del Consiglio. Non è un caso che arrivi dopo l’abolizione dell’abuso d’ufficio, che ha privato i cittadini di uno strumento di tutela contro gli abusi della pubblica amministrazione.

Inoltre, le leggi approvate sulla sicurezza orientano la legislazione a contrastare il dissenso democratico e le lotte per la giustizia sociale, punendo chi dissente, anche in modo pacifico. Ciascuno di questi tasselli, preso isolatamente, può sembrare una riforma tra le altre; messi insieme, disegnano un progetto coerente di concentrazione del potere e di smantellamento dei contrappesi democratici.

VII. La guerra come modello economico: dalla Palestina all’Iran, il business delle armi

Il disegno di stravolgimento istituzionale che abbiamo descritto non è un fenomeno esclusivamente italiano: si inserisce in un contesto internazionale in cui la guerra è tornata a essere strumento ordinario di politica estera e, soprattutto, formidabile meccanismo di redistribuzione della ricchezza pubblica verso il profitto privato dell’industria bellica.

Mentre scriviamo, il mondo assiste alla terza settimana di guerra contro l’Iran, scatenata dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele iniziato il 29 febbraio 2026 con l’Operazione «Furia Epica» americana e il «Ruggito del Leone» israeliano. Un’aggressione militare pianificata in quindici telefonate tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che ha portato alla distruzione delle “ fantomatiche “ capacità nucleari e missilistiche iraniane, all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di decine di alti funzionari del regime, e a una escalation regionale dalle conseguenze devastanti: lo Stretto di Hormuz bloccato, il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile, attacchi iraniani di ritorsione contro infrastrutture energetiche in Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein e Iraq.

Due leader — Trump e Netanyahu — che perseguono agende diverse ma convergenti nella distruzione: il primo ossessionato dal controllo delle risorse petrolifere e dalla dimostrazione di forza, il secondo dalla perpetuazione del proprio potere politico attraverso la guerra permanente, come confermano i sondaggi che mostrano il Likud in crescita dall’inizio delle ostilità. Due pazzi alleati, come li definisce ormai apertamente anche una parte crescente dell’opinione pubblica americana — da Tucker Carlson a Megyn Kelly —, che con le loro guerre stanno alimentando il più colossale trasferimento di ricchezza pubblica verso l’industria privata degli armamenti della storia recente.

E mentre il mondo guarda all’Iran, la Palestina continua a morire nel silenzio. All’1 marzo 2026, tra Gaza e Cisgiordania, si contano oltre 73.000 morti palestinesi e 183.000 feriti dall’ottobre 2023. Tra le vittime, almeno 753 operatori sanitari. L’81 per cento delle strutture sanitarie di Gaza è non operativo o solo parzialmente funzionante. Con l’inizio dell’attacco all’Iran, Israele ha chiuso tutti i valichi di accesso alla Striscia, bloccando il flusso di aiuti umanitari, le evacuazioni mediche e il rientro del personale umanitario. Oltre 18.000 pazienti critici attendono un’evacuazione sanitaria che non arriva. Le organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui Medici Senza Frontiere e Oxfam, sono state espulse o impedite nell’operare. La catastrofe umanitaria più grave del nostro tempo si consuma nell’indifferenza di una comunità internazionale complice.

È in questo contesto che si colloca la decisione, assunta al vertice NATO dell’Aia nel giugno 2025, di portare la spesa militare dei Paesi membri al 5 per cento del PIL entro il 2035 — di cui almeno il 3,5 per cento in spese militari tradizionali. Per l’Italia, questo significa passare dagli attuali 34 miliardi di euro annui a oltre 100 miliardi: una redistribuzione colossale di risorse pubbliche, sottratte alla sanità, all’istruzione, al welfare, per alimentare il complesso militare-industriale. Secondo le proiezioni, nei prossimi dieci anni l’Italia dovrà destinare alla difesa circa 963 miliardi di euro complessivi, quasi 400 miliardi in più rispetto ai livelli attuali. La presidente Meloni ha assicurato che «neanche un euro» verrà tolto alle altre priorità: una promessa che i numeri rendono semplicemente impossibile da mantenere.

A chi vanno questi soldi? Secondo il rapporto SIPRI, i ricavi delle prime 100 aziende produttrici di armi al mondo hanno raggiunto nel 2024 il record di 679 miliardi di dollari, con un incremento del 5,9 per cento rispetto all’anno precedente e del 26 per cento nell’ultimo decennio. Le prime cinque posizioni sono saldamente occupate da colossi statunitensi: Lockheed Martin, RTX (ex Raytheon), Northrop Grumman, Boeing e General Dynamics, che da sole generano circa il 31 per cento dei ricavi complessivi. Tutte società private quotate in Borsa, partecipate dai giganti della finanza globale: BlackRock, Vanguard, State Street. In Italia, la sola Leonardo ha visto crescere il proprio valore azionario dell’866 per cento tra il febbraio 2022 e il febbraio 2026, con ordini saliti nel 2025 a 18,1 miliardi di euro. Dal 2021 al 2024, secondo il rapporto Greenpeace, le prime 15 aziende italiane produttrici di armi hanno raddoppiato i propri utili.

Si parla ormai apertamente di un «superciclo della difesa»: un ciclo economico in cui le guerre generano domanda di armi, la domanda di armi genera profitti, i profitti generano pressioni politiche per nuove guerre e nuovi stanziamenti. I mercati finanziari hanno spostato migliaia di miliardi di dollari nelle azioni dell’industria militare, trasformando i conflitti in opportunità speculative. Le armi come asset, le guerre come investimento. E a pagare il conto sono sempre gli ignari e manipolati cittadini: con le loro tasse, con il taglio dei servizi pubblici, con il sangue dei propri figli mandati a combattere in teatri di guerra lontani.

L’articolo 11 della Costituzione — «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» — non è mai stato così brutalmente calpestato. L’Italia ha già ridotto il proprio contingente militare nelle basi in Kuwait e Iraq colpite dagli attacchi iraniani di ritorsione; caccia italiani F2000 sono stati danneggiati; si discute dell’invio di navi nello Stretto di Hormuz. Tutto questo mentre il Servizio Sanitario Nazionale crolla, le scuole cadono a pezzi, i salari restano tra i più bassi d’Europa, la povertà assoluta raggiunge livelli record. La scelta è chiara e brutale: bombe o ospedali, missili o stipendi, guerre o diritti.

VIII. La redistribuzione al contrario non è finita

Il disegno di stravolgimento istituzionale non è separabile dalla questione sociale. Anzi, ne è la premessa necessaria. Per poter proseguire indisturbati nella grande rapina del secolo — la redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto — occorre neutralizzare ogni possibile ostacolo: la magistratura indipendente, il sindacato, l’informazione libera, la partecipazione democratica dei cittadini.

Dove queste politiche sono state attuate senza freni, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non c’è un benessere diffuso, non c’è una società giusta, non c’è una democrazia sana. C’è una massa crescente di persone che vive nell’indigenza o galleggia con enormi sacrifici, e un’élite sempre più ristretta che accumula ricchezze senza precedenti. Come documenta Oxfam, le proposte politiche che cercano consenso creando artificiali contrapposizioni tra gli emarginati — dagli Stati Uniti all’Europa, Italia compresa — accentuano divisioni, paure e tensioni sociali, mentre perseguono politiche che avvantaggiano chi è già in posizione di privilegio.

In Italia, la legge sull’autonomia differenziata, la riforma fiscale che alleggerisce il carico sui più abbienti, il progressivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale, la precarizzazione del lavoro, il taglio dei servizi pubblici essenziali, la corsa al riarmo che divora risorse destinate al welfare: tutto converge verso un modello di società in cui i diritti non sono più universali ma dipendono dal reddito e dal territorio in cui si ha la ventura di nascere. È l’esatto rovesciamento dell’articolo 3 della Costituzione. È la guerra contro i poveri combattuta su due fronti: quello interno, con lo smantellamento dei diritti, e quello esterno, con lo spostamento di risorse pubbliche verso l’industria bellica e i teatri di guerra.

IX. Per un NO che sia anche un SÌ

Votare NO al referendum del 22-23 marzo non è dunque un gesto di conservazione. È un atto di resistenza democratica e, insieme, un’affermazione di futuro.

È NO allo stravolgimento della Costituzione. È NO alla frantumazione della magistratura. È NO alla concentrazione del potere. È NO alla realizzazione, consapevole o inconsapevole, del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli — quel piano che il Ministro Nordio ha avuto l’impudenza di legittimare pubblicamente.

È NO alla corsa al riarmo che divora le risorse dei cittadini per ingrassare i profitti dell’industria bellica. È NO alle guerre di aggressione che violano l’articolo 11 della Costituzione. È NO al silenzio complice sulla Palestina, su Gaza, sulla strage di un popolo intero.

Ma è anche un SÌ. SÌ alla piena attuazione della Costituzione del 1948, a partire dall’articolo 3. SÌ a un modello di società fondato sulla redistribuzione della ricchezza, sulla dignità del lavoro, sulla sanità pubblica, sull’istruzione per tutti, sulla giustizia sociale. SÌ a quell’Italia che, proprio grazie alle sue istituzioni democratiche e al suo impianto solidaristico, seppe diventare una delle grandi potenze mondiali, non per la forza delle armi o la spregiudicatezza dei suoi finanzieri, ma per la qualità del lavoro, l’ingegno collettivo e la coesione sociale dei suoi cittadini. SÌ alla pace, al disarmo, alla cooperazione internazionale: non come utopie irrealizzabili, ma come imperativi costituzionali scritti nella nostra Carta fondamentale.

Il referendum confermativo non prevede quorum: ogni voto conta, ogni scheda pesa. Non andare a votare significa lasciare che altri decidano al nostro posto. In un momento storico in cui la democrazia è sotto attacco in tutto l’Occidente, in cui l’oligarchia dei super-ricchi sta piegando le istituzioni ai propri interessi, in cui la guerra è tornata a essere strumento ordinario di politica e di profitto, in cui un popolo intero viene sterminato nell’indifferenza globale, la difesa della Costituzione diventa il primo, irrinunciabile atto di cittadinanza.

Andiamo a votare. Votiamo NO. E facciamo di questo NO l’inizio di una nuova stagione di lotta per i diritti, per l’uguaglianza, per la pace, per la democrazia sostanziale che i Padri e le Madri costituenti ci hanno consegnato e che nessuno ha il diritto di portarci via.

Questo articolo è distribuito con licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

Quindici Ragioni per Dire No

Il referendum sulla giustizia del 22–23 marzo: un’analisi punto per punto della riforma Nordio-Meloni

Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati a esprimersi su una delle modifiche costituzionali più radicali degli ultimi decenni: la cosiddetta «riforma della giustizia» voluta dal governo Meloni e portata avanti dal ministro Nordio. Sette articoli della Costituzione vengono riscritti in un unico quesito referendario senza possibilità di distinguere, approvare parti e bocciare altre. La posta in gioco è altissima, e la campagna informativa è stata dominata da semplificazioni, slogan e, troppo spesso, menzogne. Ripercorrendo le quindici argomentazioni con cui Marco Travaglio ha illustrato le ragioni del No, offro qui un’analisi ragionata dei nodi centrali di questa riforma — affinché ogni cittadino possa votare con piena consapevolezza di ciò che sta decidendo.

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1. La separazione delle carriere fabbrica PM meno imparziali

La cosiddetta riforma impone una frattura netta tra pubblici ministeri e giudici, imponendo loro percorsi formativi e istituzionali separati fin dall’inizio. Nordio stesso, senza apparente consapevolezza dell’implicazione, ha usato la definizione rivelatrice: i PM diventeranno «avvocati dell’accusa». E in effetti è così. Un magistrato che cresce in un sistema costruito attorno all’accusa, senza mai aver indossato i panni del giudice, perde quella tensione verso la verità processuale che oggi la legge gli impone esplicitamente di cercare — compreso tutto ciò che potrebbe scagionare l’indagato. I più grandi magistrati italiani — da Falcone a Borsellino, da Caselli a Gratteri — hanno percorso entrambe le strade, e proprio questa doppia esperienza li ha resi eccezionalmente capaci di leggere i fatti nel loro complesso. Abolire questa osmosi non migliora la giustizia: la distorce.

2. Nessun beneficio per l’efficienza, ma costi triplicati

Se almeno la riforma promettesse processi più rapidi o sentenze più giuste, si potrebbe aprire un dibattito. Ma lo stesso Nordio ha candidamente ammesso che la «riforma» «non c’entra niente con l’efficienza e la rapidità della giustizia». Ciò che invece produce con certezza è un’esplosione burocratica: al posto di un solo CSM si creano tre distinti organi costituzionali — il CSM dei giudici, il CSM dei PM e l’Alta Corte disciplinare. I posti passano da 33 a 78, e il costo annuo della nuova architettura istituzionale si moltiplica da circa 50 a circa 150 milioni di euro. Tre volte tanto per non risolvere nulla. È il paradosso di una riforma che parla di efficienza ma produce soltanto più casta.

3. Il riequilibrio dei poteri: una formula contro la Costituzione

Nordio ha dichiarato senza perifrasi che la riforma serve a «riequilibrare i poteri fra politica e magistratura» in favore della prima, per «restituirle il suo primato costituzionale». Ma la Costituzione italiana non assegna nessun primato alla politica sull’esercizio della legge: il primato appartiene alla legge stessa, uguale per tutti — e i politici non fanno eccezione, anzi, sono i primi a doverla rispettare. Quella di Nordio non è dunque una difesa della Costituzione, ma una sua riscrittura sostanziale, mascherata da gergo istituzionale. Una torsione della logica che dovrebbe fare scandalo.

4. Nei Paesi con le carriere divise, i PM dipendono dal governo

Il modello propugnato dal governo non è un’invenzione italiana: la separazione delle carriere esiste già in diversi Paesi. Ma la comparazione internazionale, anziché corroborare la riforma, la condanna. Nei sistemi con PM strutturalmente separati dalla magistratura giudicante — fatta eccezione per il Portogallo — i pubblici ministeri finiscono per dipendere, più o meno direttamente, dall’esecutivo. È il risultato strutturale di un’architettura che taglia i ponti tra accusa e giudicante: i PM perdono indipendenza e diventano strumenti del potere politico. Esattamente il contrario di ciò che un sistema democratico maturo dovrebbe garantire.

5. Il progetto reale: leggi ordinarie per mettere le Procure sotto il governo

La riforma costituzionale è solo la prima mossa di un progetto più ampio, già annunciato a voce alta dai suoi promotori. Nordio ha evocato la possibilità di impedire che un ministro venga indagato; Tajani ha promesso di togliere ai PM la direzione della polizia giudiziaria, riconsegnandola ai ministeri dell’Interno, della Difesa e dell’Economia — cioè all’esecutivo. La proposta Bartolozzi prevede poi che sia la maggioranza parlamentare — ovvero il governo — a stabilire i criteri di priorità sui reati da perseguire. Con un semplice «sì» al referendum, i cittadini consegnerebbero una cambiale in bianco a chi ha già dichiarato come intende spenderla: svuotare l’autonomia delle Procure senza nemmeno toccare formalmente la Costituzione.

6. Il sorteggio per i togati, le nomine politiche per i laici

La riforma introduce una dissimmetria di fondo nel meccanismo di composizione dei nuovi organi: i membri togati verranno scelti tramite sorteggio secco tra i magistrati in servizio, mentre i membri laici continueranno a essere nominati dai partiti politici — estratti da una lista approvata dalla maggioranza di governo. Il risultato è uno squilibrio strutturale: la componente professionale è affidata al caso, quella politica è affidata al potere. Un paradosso che suona come garanzia di imparzialità ma produce l’esatto contrario.

7. L’Alta Corte aumenta il peso politico sulle sanzioni disciplinari

Nell’Alta Corte disciplinare — quindici membri, nove togati e sei laici — la percentuale di componenti scelti dalla politica cresce in modo significativo rispetto all’attuale CSM: si passa da un membro politico ogni tre a due ogni cinque, cioè dal 33 al 40 per cento. Non è una variazione trascurabile quando si parla di un organo che dovrà giudicare i magistrati. Più incisivo è il peso politico nell’organo disciplinare, più elevato il rischio che le sanzioni vengano usate come strumento di pressione contro chi indaga nelle direzioni sbagliate.

8. L’Alta Corte è scritta male: un ingorgo costituzionale

La riforma produce un conflitto interno alla Carta stessa che i suoi autori sembrano non aver nemmeno avvertito. L’articolo 107 della Costituzione attribuisce ai CSM il potere esclusivo di radiare, trasferire o sospendere i magistrati per gravi infrazioni disciplinari. Ma il nuovo articolo 104 affida quel potere disciplinare all’Alta Corte. Il risultato è un paradosso tecnico-giuridico di prima grandezza: l’Alta Corte non potrà infliggere nessuna delle tre sanzioni più severe previste dall’ordinamento. Un organo disciplinare che non può disciplinare è, per definizione, inutile — a meno che la sua vera funzione non sia intimidatoria, non sanzionatoria.

9. L’Alta Corte giudica sé stessa: addio al principio del giudice terzo

Un pilastro fondamentale dello Stato di diritto è il diritto di ricorrere a un giudice terzo contro qualsiasi decisione che leda i propri diritti. Oggi i magistrati sanzionati dal CSM possono ricorrere in Cassazione, come qualsiasi altro cittadino. La riforma lo vieta: chi viene punito dall’Alta Corte potrà ricorrere soltanto alla stessa Alta Corte che lo ha condannato. La terzietà del giudice — principio inviolabile invocato a ogni pie’ sospinto dai sostenitori della riforma — viene così soppressa proprio nell’organo che essa crea. Non è una svista: è coerente con la logica complessiva del progetto.

10. Il CSM italiano è già il più severo d’Europa: l’Alta Corte non serve

Si è raccontato agli italiani che i magistrati «non pagano» mai per i propri errori e che serve un nuovo organo per correggere questa impunità. I dati smentiscono questa narrazione. Il CSM italiano è il più severo tra quelli dei Paesi europei comparabili: sanziona in media lo 0,5 per cento delle toghe ogni anno, contro lo 0,2 della Spagna e lo 0,1 della Francia. Se il ministro Nordio volesse davvero un sistema disciplinare più efficace, basterebbe che il suo ministero impugnasse più sentenze e promuovesse più azioni disciplinari. Ma fa l’esatto contrario: attiva la metà delle procedure disciplinari rispetto al Procuratore generale della Cassazione, e appella una frazione minuscola delle sentenze — 6 su 184, contro le 54 del PG. La morale è scomoda: l’Alta Corte non serve a punire di più, serve a punire diversamente.

11. Non sono i magistrati a non pagare, ma i politici

L’equazione «separazione delle carriere = magistrati che rispondono dei propri errori» è un inganno retorico. I magistrati non godono di alcuna immunità: vengono indagati, arrestati, intercettati, perquisiti e condannati esattamente come ogni altro cittadino. Chi invece beneficia di protezioni straordinarie sono i parlamentari: in tre anni e mezzo di governo, le destre — spesso con l’appoggio di Azione e Italia Viva — hanno negato ben 54 autorizzazioni a procedere su 59 richieste riguardanti parlamentari indagati, anche per reati gravi. Chi davvero «non paga» in questo Paese è già noto. E non siede in tribunale.

12. I casi di cronaca citati dal fronte del Sì non c’entrano nulla

A sostegno del Sì si è fatto un grande uso di casi di cronaca giudiziaria — Garlasco, i migranti in Albania, Sea Watch, i bambini nel bosco — presentati come simboli di una magistratura fuori controllo da riformare. Ma questa riforma non tocca nessuna delle norme penali, civili, minorili e processuali che hanno prodotto quelle vicende. Sono argomenti emotivi usati per spostare il consenso su una riforma che con quei casi non ha nulla a che fare. È disinformazione vestita da indignazione civile.

13. Gli errori giudiziari si correggono con i gradi di giudizio, non con la riforma

Si è agitato anche lo spettro degli «errori giudiziari» per convincere i cittadini a votare Sì. Ma un sistema complesso che produce valutazioni diverse ai vari gradi di giudizio non è un sistema che sbaglia: è un sistema che funziona, e che già smentisce l’«appiattimento» dei giudici sui PM, visto che oltre il 50 per cento delle sentenze contraddice le richieste dell’accusa. I veri errori giudiziari — scambi di persona, prove false, testimoni mendaci — si risolvono con i gradi di giudizio e con i processi di revisione, non con la separazione delle carriere. E i numeri parlano chiaro: l’Italia ha soltanto 7 condanne annullate per revisione ogni anno, lo 0,12 per cento ogni milione di abitanti — meno della metà del Regno Unito e un quarto degli Stati Uniti. Il problema non è la struttura della magistratura: è la qualità delle indagini e dei processi, che questa riforma non tocca.

14. Un voto unico su sette articoli della Costituzione: basta un dubbio

Il referendum è unico e complessivo: non si può approvare una parte e bocciare l’altra. Chi vota Sì approva in blocco la riscrittura di ben sette articoli della Costituzione, in modo praticamente irreversibile. Non è necessario avere certezze su tutti e quattordici i punti fin qui elencati: basta un solo dubbio ragionevole su uno qualsiasi di essi per giustificare un No. La Costituzione non si emenda con leggerezza, e certamente non la si affida a chi ha già dimostrato di non averne letto con attenzione nemmeno i commi che cita.

15. No alle bugie: la democrazia comincia dalla verità

Quindici ragioni per dire No. E una ragione di fondo che le comprende tutte: il rispetto per l’intelligenza dei cittadini. Il governo e i suoi sostenitori hanno costruito questa campagna referendaria su narrazioni false, dati decontestualizzati e argomenti emotivi che non reggono al confronto con i fatti. Una democrazia che funziona non ha bisogno di ingannare i propri elettori per riformare la propria Costituzione. Chi chiede un Sì non fidandosi della verità sta chiedendo qualcosa che non merita fiducia. Il 22 e 23 marzo, l’unica risposta coerente con la difesa della Repubblica è No.

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Conclusione: una scelta per la Repubblica

Quindici ragioni — alcune tecniche, alcune storiche, alcune politiche — convergono verso una sola risposta: No. Non è il No del conservatorismo fine a sé stesso, né il No di chi non vuole mai cambiare nulla. È il No di chi ha letto il testo della riforma, ha confrontato i dati con le dichiarazioni dei suoi autori, e ha compreso che ciò che viene presentato come ammodernamento della giustizia è in realtà un progetto di subordinazione delle Procure al potere esecutivo. La magistratura italiana ha difetti reali e problemi seri — tempi lunghissimi, arretrati cronici, alcune carriere corporative — ma nessuno di questi si risolve con questa riforma. Si risolvono con più risorse, più personale, più digitalizzazione, e con riforme ordinarie che non richiedono di toccare la Costituzione.

Votare No il 22 e 23 marzo significa difendere l’autonomia della magistratura dall’influenza dell’esecutivo, preservare un sistema che — nei suoi limiti — garantisce ancora l’uguaglianza davanti alla legge, e rifiutare l’inganno di chi promette efficienza e consegna invece più potere alla casta politica. È una scelta di civiltà. Ed è la scelta giusta.

Fonte: editoriale di Marco travaglio, pubblicato sul fatto quotidiano del 17 marzo 2026

REFERENDUM GIUSTIZIA: QUANDO LA MENZOGNA DIVENTA CAMPAGNA ELETTORALE

Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno su una riforma costituzionale che nessuno ha discusso davvero. Tra propaganda televisiva, sentimenti antimagistratura e silenzi dell’opposizione, il rischio non è solo che vinca il Sì. È che vinca l’ignoranza.

La fabbrica del consenso emotivo

C’è un video di quattordici minuti che circola ossessivamente sulle piattaforme social e nelle trasmissioni televisive. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni vi racconta di stupratori rimessi in libertà, di immigrati che delinquono indisturbati, della famiglia nel bosco. Sono storie vere? In parte sì. Ma hanno a che fare con la riforma costituzionale sulla giustizia che andremo a votare il 22 e 23 marzo? No. Assolutamente no. Eppure milioni di italiani, nel momento in cui entreranno in cabina elettorale, porteranno con sé quelle immagini, quelle emozioni, quella rabbia.

Questo è il cuore della questione. Non la separazione delle carriere, non il sorteggio per i membri del Csm, non l’Alta Corte disciplinare — materie la cui complessità tecnica richiederebbe settimane di approfondimento pubblico. No: la campagna per il Sì si costruisce sul sentimento, sull’umore, sul rancore. Si costruisce sull’idea che la magistratura sia un nemico del cittadino, e che questa riforma — qualunque cosa contenga — serva finalmente a “metterla al suo posto”.

Una riforma mai discussa

Va detto con nettezza: questa riforma costituzionale non ha mai attraversato un vero dibattito. È stata presentata, non emendata, non corretta nel merito da un confronto parlamentare autentico. Non esiste, nella memoria recente della Repubblica, un intervento sulla Costituzione che sia arrivato al voto popolare senza aver prima attraversato una stagione di discussione pubblica, di audizioni, di confronto tra giuristi, magistrati, accademici e forze politiche. Questa riforma, invece, è approdata al referendum come un monolite intatto: prendere o lasciare.

Le ragioni di questa scelta sono trasparenti. Aprire una discussione tecnica significherebbe esporre i meccanismi reali della riforma a un esame che non reggerebbe. Il sorteggio per la selezione dei componenti del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura — scritto nella Costituzione come se fosse eterno — renderebbe i magistrati l’unica categoria professionale al mondo a non potersi scegliere i propri rappresentanti. Un paradosso democratico che nessun sostenitore della riforma è in grado di difendere su un piano di principio, senza ricorrere alla retorica anticasta.

Il prezzo del silenzio: le ragioni del No senza spazio

Il problema, però, è che le ragioni del No non trovano spazio. Non sui grandi media. Non in televisione, dove tre o quattro trasmissioni ogni sera rimestano negli stessi casi di cronaca — Garlasco, Tortora, la famiglia nel bosco — costruendo un’equazione emotiva tra errori giudiziari e riforma costituzionale che è, appunto, falsa. Questa riforma non cambia di un millimetro i meccanismi che hanno prodotto quegli errori. Lo sanno i giuristi, lo sanno i magistrati, ma chi ha il tempo e il coraggio di spiegarlo in prima serata?

Spiegare il No richiede tempo. Richiede la pazienza di illustrare come funziona il sistema disciplinare della magistratura, cosa significa davvero il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, perché la dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero è una garanzia — e non un privilegio della casta togata — per i cittadini che chiedono verità su stragi, corruzioni, rapporti tra potere e criminalità organizzata. È un ragionamento che si può fare, ma non in tre minuti tra uno spot pubblicitario e l’altro. E dunque non si fa.

La manipolazione come strategia

Chi progetta la campagna del Sì lo sa perfettamente. Il ministro della Giustizia Nordio ha rivelato il vero calcolo politico sottostante, arrivando a dire esplicitamente — rivolgendosi all’opposizione — che un giorno quella riforma potrà tornare utile anche a loro. Un’ammissione straordinaria: non si parla di giustizia migliore, di processi più rapidi, di diritti dei cittadini meglio tutelati. Si parla di scudi. Di protezioni. Di chi, tra i potenti, potrà dormire sonni più tranquilli.

Eppure la propaganda funziona. Funziona perché intercetta una frustrazione reale: quella di cittadini che negli ultimi anni hanno visto la magistratura italiana attraversare scandali di corrente, guerre interne, opacità di potere. Quella delusione è comprensibile. Ma trasformarla in consenso per una riforma che non risolve nessuno di quei problemi — e che anzi, sottoponendo i magistrati al controllo politico attraverso l’Alta Corte a trazione governativa, li renderebbe ancora più vulnerabili alle pressioni del potere — è un’operazione di manipolazione politica di straordinaria efficacia.

Chi vince davvero con il Sì

La domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi — prima di farsi trascinare dalla retorica del “finalmente li fermiamo” — è questa: chi ha davvero interesse a che questa riforma passi?

Le persone perbene che voteranno Sì sono molte. Sono mosse da quella frustrazione comprensibile di cui si diceva, da un senso di giustizia offeso da vicende giudiziarie mal gestite, da un fastidio autentico per i comportamenti di alcune correnti della magistratura associata. Ma insieme a loro, festeggeranno anche — e con molto più consapevole soddisfazione — i centri di potere che della magistratura indipendente hanno storicamente temuto i controlli: le teste pensanti della criminalità organizzata, gli architetti dei grandi sistemi di corruzione, i “pezzi deviati” dello Stato che hanno sempre trovato nella dipendenza del pm dalla polizia giudiziaria un ostacolo ai loro piani.

Non è un’illazione: è un calcolo razionale. Il nemico del mio nemico è mio amico. E quando una riforma abbassa i ponti levatoi della legalità, i primi ad attraversarli non sono mai i più deboli.

Le inchieste che non si faranno più

La posta in gioco è concreta, misurabile. Se il Sì vince, il passo successivo — già annunciato — sarà sottrarre la polizia giudiziaria al controllo del pubblico ministero. Nella storia recente della giustizia italiana, senza quel meccanismo di dipendenza, non si sarebbero potute istruire le indagini sulla trattativa Stato-mafia, su figure come Dell’Utri e Andreotti, su connessioni tra istituzioni e criminalità organizzata che rappresentano alcune delle pagine più buie e più importanti della nostra storia repubblicana. Gli ufficiali di polizia giudiziaria che ascoltarono conversazioni delicatissime, sotto enormi pressioni affinché ne rivelassero il contenuto, ressero perché dovevano rispondere solo ai pm. Togliere quel legame non rafforza i diritti dei cittadini: li espone.

E poi c’è il tema dell’autocensura. Un giovane magistrato che sappia di rispondere a un’Alta Corte a composizione politica, che veda sventolare lo spauracchio disciplinare ogni volta che si avvicina a un’indagine delicata su un esponente del governo o su un affare che tocca gli interessi dei potenti — quel magistrato sarà tentato di occuparsi dello scippatore sotto casa, non della corruzione sistemica. Il coraggio, scriveva Manzoni, è la sola qualità che non si può comprare. Ma si può fare di tutto per renderla inutile.

Il referendum che non capiremo

Mancano pochi giorni al voto. La campagna del No — portata avanti quasi interamente da magistrati, giuristi e pochi organi di informazione controcorrente — non ha i numeri per competere con la macchina mediatica che spinge il Sì. Non ha i minuti televisivi, non ha le interviste nelle trasmissioni di prima serata, non ha il video virale della presidente del Consiglio. Ha la ragione, ma la ragione da sola non basta quando il dibattito si svolge sul terreno delle emozioni.

L’unico antidoto è la consapevolezza. Sapere che quando si accostano “la famiglia nel bosco” e “la riforma sulla giustizia” nella stessa frase, si sta compiendo un atto di manipolazione. Sapere che questa riforma non avrebbe cambiato nulla di quelle vicende. Sapere che ciò che si chiede agli italiani il 22 e 23 marzo non è vendicarsi dei magistrati che hanno sbagliato: è decidere se vogliamo una magistratura che risponda alla Costituzione o una magistratura che risponda al governo.

È una domanda semplice. Purtroppo, nella confusione di queste settimane, quasi nessuno l’ha posta in questi termini.

 © 2026 Mario Sommella — Contenuto rilasciato sotto licenza CC BY-NC-SA 4.0

La storia (ri)scritta a uso e consumo del potere

Il discorso di Meloni al Parlamento sulla guerra in Iran: una narrazione che capovolge la realtà, assolve gli aggressori e abbandona il diritto internazionale

C’è una tecnica narrativa collaudata, nel lessico del potere: nominare i fatti senza dirli, condannare senza accusare, invocare principi che si è già provveduto a svuotare. Il discorso tenuto ieri da Giorgia Meloni al Parlamento — prima al Senato, poi alla Camera — sulla guerra in corso in Medio Oriente è stato un esercizio magistrale di questa arte. Una costruzione retorica impeccabile nella forma, devastante nei contenuti. Una presa in giro istituzionale servita su vassoi dorati.

Chi bombarda chi: la grammatica capovolta della guerra

Partiamo da una frase che Meloni ha ripetuto con ostinazione degna di miglior causa: “Non c’è spazio per la diplomazia fin quando l’Iran non smette di bombardare i Paesi del Golfo”. Il problema — un problema non da poco — è che a bombardare, mentre erano in corso i colloqui diplomatici con Teheran, sono stati Trump e Netanyahu. Non gli ayatollah.

È la stessa dinamica già vista con Hamas e il Qatar: Israele aveva già bombardato le aree dove si svolgevano le trattative diplomatiche con Hamas mentre gli incontri erano in corso. Il canovaccio è identico. E la premier italiana lo conosce. Ma sceglie di ignorarlo.

Il diritto internazionale, che Meloni cita a giorni alterni come scudo o come spettro a seconda della convenienza geopolitica del momento, stabilisce con chiarezza incontrovertibile, all’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, il “diritto naturale” di legittima difesa in caso di attacco armato contro un membro dell’ONU. Gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. L’Iran, a quel punto, non ha esercitato un arbitrio: ha esercitato un diritto. Un diritto che Trump e Netanyahu — con la loro iniziativa militare unilaterale — hanno di fatto legitimato con le proprie mani.

Meloni definisce “attacchi” ciò che per il diritto internazionale sono azioni difensive. E chiama “diplomazia” ciò che è, nei fatti, una resa incondizionata all’aggressore.

Resta aperta — e bruciante — una domanda: distruggere il diritto internazionale era, per Trump e Netanyahu, un danno collaterale o un beneficio collaterale? La risposta, a guardare la traiettoria degli ultimi anni, non è difficile da intuire.

Minab: condannare senza nominare il colpevole

Sul bombardamento della scuola elementare Shajareh Tayyibeh di Minab, nel sud dell’Iran — dove hanno perso la vita oltre 150 bambine — la presidente del Consiglio ha pronunciato parole di “ferma condanna”. Fin qui, tutto bene. Poi ha aggiunto che occorre “accertare rapidamente le responsabilità”. Ed è qui che il discorso precipita nell’ipocrisia.

Le responsabilità sono già state accertate. Sono gli Stati Uniti ad aver bombardato quella scuola, come documentato da un’inchiesta del New York Times, probabilmente a causa di mappe satellitari del territorio iraniano non aggiornate. Chiedere di “accertare” ciò che è già stato accertato non è prudenza diplomatica: è copertura politica. È proteggere l’alleato a spese delle vittime.

Le basi militari: la Spagna, l’Italia e il segreto che protegge

Sul capitolo delle basi militari statunitensi presenti in territorio italiano, Meloni ha esibito un parallelismo con la Spagna che non regge all’analisi. Madrid ha detto no esplicito all’utilizzo delle proprie basi per operazioni di guerra contro l’Iran, vincolando ogni utilizzo a quanto previsto dai trattati bilaterali. “La stessa cosa che facciamo noi”, ha dichiarato la premier.

La verità è un’altra. Gli accordi bilaterali tra Spagna e Italia e gli Stati Uniti sono profondamente diversi. Quelli italiani, risalenti al 1954 e periodicamente aggiornati, sono in larga parte secretati. Meloni non ha detto no all’utilizzo delle basi per operazioni belliche. Ha detto che la decisione spetterà al Parlamento — dove la sua maggioranza è solida — senza che né il Parlamento né i cittadini conoscano il testo integrale degli accordi. Una delega in bianco a se stessa, mascherata da rispetto delle istituzioni.

Le accise, l’automotive e la retorica della transizione

Nel lungo inventario di promesse non mantenute — o peggio, invertite — spicca la questione delle accise sui carburanti, che Meloni e Salvini avevano solennemente promesso di ridurre in campagna elettorale e che invece sono state aumentate, con la giustificazione che “non ci sono i soldi”. I soldi, però, si trovano per le armi. Per la difesa. Per le missioni militari. Per i contractor e gli appaltatori della guerra.

Allo stesso modo, il richiamo alle “industrie di transizione a partire dall’automotive” ha il sapore amaro di una rassicurazione vuota: gli incentivi promessi alle filiere produttive suonano come un invito a riconvertirsi verso la produzione di sistemi d’arma. È questo il modello economico che si offre al Paese: un’economia di guerra camuffata da politica industriale.

Palestina: la solidarietà a parole di chi vende le armi

L’affermazione più strepitosa per sfrontatezza è però arrivata sul finale: Meloni che si vanta della “solidarietà” dimostrata dall’Italia nei confronti del popolo palestinese. Vale la pena fare l’elenco, pacatamente e senza retorica.

L’Italia di Meloni non ha riconosciuto lo Stato di Palestina; ha rinnovato il Memorandum di Intesa con Israele sulla cooperazione militare; continua a vendere armi a Israele; si è opposta alle sanzioni a Israele in sede europea; è a favore del mantenimento dell’accordo di associazione UE-Israele; consente a Netanyahu — sul quale pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità — di sorvolare indisturbato il suolo italiano.

A completare il quadro, il governo ha sostenuto l’iter di una legge che, con il pretesto del contrasto all’antisemitismo, mira in realtà a silenziare le critiche nei confronti delle politiche del governo israeliano e del sionismo come prassi politica. Una legge bavaglio travestita da tutela dei diritti.

Questa è la solidarietà di Meloni con il popolo palestinese: dichiarata in aula, sepolta dai fatti fuori dall’aula.

la grammatica del potere e il prezzo della verità

Il discorso di Meloni al Parlamento non è stato solo una performance politica. È stato un tentativo sistematico di riscrivere la realtà: trasformare gli aggressori in difensori, le vittime in responsabili, le menzogne in pragmatismo, la complicità in neutralità. Una narrazione che sceglie accuratamente quali pagine del libro di storia leggere e quali strappare via.

Il diritto internazionale, quando torna utile, viene invocato come stendardo. Quando diventa scomodo — come nel caso delle operazioni militari unilaterali di Trump e Netanyahu, o come nel mandato di cattura della CPI contro Netanyahu — viene accantonato senza troppe cerimonie. E chi osa ricordarlo viene accusato di strabismo, di propaganda, di anti-americanismo.

Gli italiani meritano una classe dirigente capace di guardare ai fatti per quello che sono, non per quello che conviene che sembrino. Meritano trasparenza sugli accordi militari che impegnano il territorio nazionale. Meritano onestà sui prezzi che si pagano per le scelte di campo. Ieri, al Parlamento della Repubblica, non l’hanno avuta.

IL METODO DELLA DEMOLIZIONE

Dal fascismo delle leggi eccezionali alla riforma Meloni-Nordio: cent’anni di attacco all’indipendenza della magistratura, alla separazione dei poteri e alle libertà dei cittadini

A pochi giorni dal referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, il Paese è chiamato a pronunciarsi su una riforma che non riguarda soltanto l’organizzazione giudiziaria. Riguarda il tipo di Stato in cui vogliamo vivere. Il tipo di democrazia che siamo disposti a difendere — o che siamo disposti a consegnare. Per capire dove stiamo andando, bisogna sapere da dove veniamo. E bisogna avere il coraggio di dire ciò che si vede.

I. La marcia su Roma e la conquista legale dello Stato

Il 28 ottobre 1922 le camicie nere di Benito Mussolini marciarono sulla capitale. Il re Vittorio Emanuele III, anziché firmare lo stato d’assedio che avrebbe fermato la colonna fascista, cedette l’incarico di governo. Fu un atto che segnò, con la complicità delle istituzioni liberali esauste e della grande borghesia industriale pronta a tutto pur di neutralizzare la minaccia socialista, l’inizio della fine dello Stato di diritto italiano.

Ma la violenza squadrista non fu che il primo atto. Il secondo, più subdolo e duraturo, fu legislativo. Mussolini comprese subito che per consolidare il potere non bastava occupare le piazze: bisognava riscrivere le regole del gioco, dall’interno, una legge alla volta. La legge Acerbo del 1923 modificò la legge elettorale introducendo un premio di maggioranza abnorme: il partito che avesse raggiunto il 25% dei suffragi avrebbe ottenuto i due terzi dei seggi parlamentari. Il meccanismo consentì al PNF, alle elezioni del 1924 — segnate da brogli, intimidazioni e violenze sistematiche — di conquistare quella larga maggioranza parlamentare necessaria per smontare lo Stato liberale pezzo per pezzo.

Giacomo Matteotti denunciò in parlamento le frodi e le violenze. Il 10 giugno 1924 fu rapito e assassinato da squadristi fascisti. L’opposizione parlamentare si ritirò sull’Aventino in segno di protesta, convinta che la pubblica coscienza si sarebbe rivoltata contro il regime. Non fu così. Mussolini rimase al suo posto, sorretto dalla complicità silenziosa di polizia, magistratura e apparati dello Stato. Il 3 gennaio 1925 si presentò alla Camera e si assunse la responsabilità politica e morale del delitto Matteotti. Quella data segna il vero passaggio dal governo al regime.

II. Le leggi fascistissime: la tecnica della demolizione istituzionale

Tra il 1925 e il 1926, il ministro della Giustizia Alfredo Rocco — giurista e teorico del nazionalismo autoritario — disegnò l’architettura normativa della dittatura. Un corpus legislativo passato alla storia con il nome di “leggi fascistissime”, che non abolì la Costituzione in vigore (lo Statuto Albertino) ma ne svuotò progressivamente ogni contenuto democratico, rivestendo ogni atto di una patina di legalità formale.

La legge del 24 dicembre 1925 trasformò il Presidente del Consiglio in Capo del Governo: non più primus inter pares, non più responsabile di fronte al parlamento, ma titolare esclusivo del potere esecutivo, rispondente unicamente al re. La legge del 31 gennaio 1926 attribuì al governo la facoltà di emanare norme giuridiche per decreto, svuotando il parlamento di ogni reale funzione legislativa. La legge del 4 febbraio 1926 abolì le elezioni comunali, sostituendo i sindaci con i podestà di nomina governativa. La legge sulla stampa impose che ogni giornale potesse essere diretto soltanto da un soggetto non sgradito al governo, tramite il controllo del prefetto. La legge del 25 novembre 1926 istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un organo giudiziario composto da militari e miliziani, privo di garanzie processuali, inappellabile nelle sue sentenze: il giudice identificato con il potere politico.

Il metodo era precisissimo. Non si abbatteva la democrazia con un colpo solo. La si demoliva mattone per mattone. Quanto alla magistratura: già nel 1923 il CSM, che aveva ottenuto una parziale elettività nel 1921, fu ricondotto alla nomina governativa. Nel 1925 l’Associazione Generale Magistrati Italiani fu costretta ad auto-sciogliersi per evitare di essere trasformata in uno strumento del regime. Nel 1934 l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista divenne obbligatoria anche per i magistrati. Chi non si adeguava veniva epurato per “incompatibilità con le direttive politiche del Governo”. La magistratura, nel giro di un decennio, smise di essere un potere dello Stato e divenne uno strumento del regime. La maggioranza dei magistrati italiani, con silenziosa complicità o entusiasmo convinto, si adattò. E “la magistratura sembrò affannarsi nel tentativo di interpretare sempre meglio non la legge, ma lo spirito del sistema politico, l’indirizzo desiderato dal governo”.

III. La Costituzione del 1948: il baluardo costruito sull’esperienza del terrore

I Padri Costituenti sapevano di cosa stavano scrivendo. Avevano vissuto il fascismo. Avevano perso amici, fratelli, libertà. Per questo la Costituzione repubblicana del 1948 costruì un sistema di garanzie fondato sulla separazione e sul reciproco bilanciamento dei poteri: un parlamento sovrano, un presidente della Repubblica con funzioni di garanzia, una magistratura autonoma e indipendente da ogni altro potere, una Corte costituzionale custode delle regole fondamentali, una Corte dei Conti sentinella dei conti pubblici e dei diritti dei cittadini.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, istituito dall’articolo 104 della Costituzione, fu definito nel 1986 dalla Corte Costituzionale stessa come la “pietra angolare” del nuovo ordinamento giudiziario: l’organo che garantisce l’autogoverno della magistratura, sottraendola alla dipendenza dal potere esecutivo. Non per caso: chi aveva redatto quelle norme ricordava bene cosa significa avere giudici nominati e rimossi dal governo. Ricordava il Tribunale speciale. Ricordava i magistrati epurati per incompatibilità politica.

L’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’articolo 112, fu un’altra scelta consapevole: il pubblico ministero deve perseguire i reati secondo la legge, non secondo le preferenze del governo in carica. Questa regola impedisce che il potere politico possa dire ai magistrati requirenti quali reati perseguire e quali ignorare, chi proteggere e chi colpire. Era la risposta diretta all’esperienza del regime, in cui la giustizia era stata strumento selettivo del potere.

IV. Il progetto Meloni: non tre riforme, ma un solo disegno

Il governo Meloni si è presentato agli italiani nel 2022 con un programma di riforme istituzionali che, lette separatamente, potevano sembrare risposte a esigenze distinte. Il premierato come risposta all’instabilità governativa. L’autonomia differenziata come risposta alla richiesta di efficienza amministrativa. La riforma della magistratura come risposta alla commistione tra accuse e sentenze. Ma esaminando gli effetti combinati di queste riforme sul sistema istituzionale, un denominatore comune emerge con nitidezza: la concentrazione del potere nelle mani del governo, a scapito di tutti gli altri contrappesi costituzionali.

Il premierato, come segnalato da oltre 180 costituzionalisti in una lettera pubblica, tende ad annullare la separazione dei poteri trasformando la maggioranza parlamentare in una proiezione diretta del capo dell’esecutivo. L’autonomia differenziata, nella sua impostazione originaria — parzialmente corretta dalla Corte Costituzionale — trasferiva nelle mani del governo la gestione dei livelli minimi di diritti garantiti ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Il terzo pilastro è la riforma della magistratura, sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo 2026. Ma il progetto non si esaurisce qui. Attorno a questi tre pilastri costituzionali si è costruito, in tre anni di governo, un sistema di provvedimenti ordinari che, presi insieme, rivelano la medesima logica: neutralizzare progressivamente ogni forma di controllo sul potere esecutivo.

V. La fabbrica dell’impunità: dall’abuso d’ufficio alla Corte dei Conti

Il 10 luglio 2024 il Parlamento ha approvato il cosiddetto “ddl Nordio”, con cui il governo ha ottenuto uno dei risultati più clamorosi e meno discussi della legislatura: l’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Per decenni, l’articolo 323 del codice penale aveva punito il pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle sue funzioni, procurasse ingiusti vantaggi o arrecasse danni ingiustificati. Un “reato spia”, lo definivano i giuristi: non il reato principale, ma il sintomo rivelatore di fenomeni più estesi di corruzione, favoritismo e malaffare nella pubblica amministrazione. Ora non esiste più.

Le conseguenze sono concrete e immediate: i cittadini non possono più far valere i propri diritti di fronte ad abusi nelle concessioni edilizie o nelle sanatorie. Non possono più denunciare chi trucca un concorso pubblico senza corrispettivo in denaro. Il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione ha avvertito che senza questo reato rischia di farla franca “chi favorisce senza un corrispettivo economico una persona in un concorso, o chi assegna direttamente un contratto”. Il governo ha risposto che “non era un reato, paralizzava i pubblici amministratori”. Il messaggio ai funzionari pubblici è stato compreso: adesso si può fare con meno paura.

Non è un caso isolato. La stessa logica ha guidato la riforma della Corte dei Conti, approvata definitivamente con la legge 7 gennaio 2026, n. 1. La Corte dei Conti è un organo costituzionale previsto dall’articolo 100 della Carta, con una funzione cruciale: controllare come vengono spesi i soldi pubblici e giudicare gli amministratori che causano danni erariali allo Stato. Un presidio di legalità nato nell’Ottocento, proprio per evitare sprechi, favoritismi e mala gestione delle risorse comuni. Con la nuova riforma, la “colpa grave” viene esclusa dall’ambito della responsabilità erariale per le condotte attive dei funzionari. Viene introdotto il meccanismo del silenzio-assenso: se la Corte non riesce a esprimersi entro termini strettissimi — in alcuni casi trenta giorni — gli atti si considerano automaticamente approvati. Uno scudo permanente per chi amministra, gestendo fondi pubblici miliardari compresi quelli del PNRR, senza più il timore di rispondere dei propri errori.

L’Associazione magistrati della Corte dei conti ha parlato apertamente di “sostanziale cancellazione delle funzioni costituzionali”. La riforma si inserisce in un quadro già avviato: il governo Meloni aveva in precedenza tentato di escludere il PNRR dal controllo concomitante della Corte — il controllo in corso d’opera sui grandi investimenti pubblici — limitando la capacità del massimo organo di controllo contabile di segnalare ritardi e irregolarità su 191 miliardi di euro di fondi europei. Il disegno è coerente e leggibile: meno controlli, meno responsabilità, più spazio per il potere politico.

VI. Il decreto sicurezza: criminalizzare il dissenso

Nel 2025 il governo ha approvato il decreto sicurezza, convertito definitivamente in legge il 29 maggio 2025 con 163 voti favorevoli e 91 contrari. Nessun quorum democratico, nessun confronto reale: il governo ha posto la fiducia, tagliando fuori dal dibattito parlamentare 131 emendamenti presentati dall’opposizione. L’Associazione Nazionale Magistrati ha definito il decreto un “messaggio inquietante” con due obiettivi: “creare nella collettività un problema che non esiste” e “porre le basi per la repressione del dissenso”.

Il decreto introduce 14 nuovi reati e 9 aggravanti. La cosiddetta “norma anti-Gandhi” trasforma il blocco stradale pacifico — la forma di protesta più elementare della disobbedienza civile — da illecito amministrativo a reato penale punibile con la reclusione da sei mesi a due anni. Le proteste sindacali rischiano di essere criminalizzate come “interruzione di pubblico servizio”. Le pene per chi manifesta vicino alle grandi opere vengono inasprite. La resistenza passiva nei centri di detenzione per migranti diventa reato. Viene data copertura legale alle spese legali degli agenti di polizia indagati per fatti commessi in servizio, mentre i detenuti che protestano rischiano da 10 a 20 anni.

Non si tratta di un episodio isolato: è l’ultimo atto di una serie. Il decreto anti-rave del 2022, il decreto Cutro del 2023, il ddl anti-imbrattamento contro gli attivisti climatici del 2023, il decreto Albania per esternalizzare la gestione dei migranti fuori dai confini dell’Unione Europea e dalla giurisdizione dei nostri giudici. Una fabbrica di reati, come l’ha definita l’opposizione, costruita non per rispondere a emergenze reali ma per alimentare la percezione di nemici — i giovani, i manifestanti, i migranti, gli attivisti — e per alzare il costo del dissenso. Il giurista Luigi Ferrajoli ha scritto che si tratta del “più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”.

VII. La riforma Meloni-Nordio: il nodo che stringe il sistema

Il disegno di legge costituzionale firmato da Giorgia Meloni e dal ministro Carlo Nordio — approvato definitivamente dal Parlamento il 30 ottobre 2025, senza la maggioranza dei due terzi necessaria per evitare il referendum — modifica otto articoli della Costituzione, intervenendo sul cuore dell’ordinamento giudiziario. Viene presentato come una semplice “separazione delle carriere”, ma il contenuto è assai più radicale.

La riforma separa formalmente le due magistrature — giudicante e requirente — dotandole ciascuna di un proprio organo di autogoverno. Il CSM unico viene sdoppiato. I membri dei due nuovi Consigli Superiori non saranno più eletti dai magistrati tra i magistrati, ma sorteggiati, privando così l’autogoverno della magistratura di qualsiasi legittimazione democratica interna. L’Alta Corte Disciplinare, istituita ex novo, assumerà la competenza esclusiva sulle sanzioni ai magistrati.

Il nodo più pericoloso riguarda il pubblico ministero. Come ha denunciato il senatore Mazzella in aula al Senato il 25 giugno 2025, la separazione delle carriere è “solo un primo passo”: il secondo, già annunciato, sarà quello di sottoporre il PM al controllo del potere esecutivo. Con la separazione, il magistrato requirente risponde soltanto a se stesso, in un sistema autoreferenziale privo di contrappesi. In questo quadro, il governo potrà agire sui contesti materiali delle indagini — risorse, priorità operative, organizzazione della polizia giudiziaria — senza violare formalmente la lettera della Costituzione. La magistratura requirente, privata del legame con quella giudicante e dell’ancoraggio al CSM unitario, diventa esponenzialmente più vulnerabile alla pressione politica.

Non è un caso che il governo abbia respinto alla Camera, il 16 gennaio 2025, l’ordine del giorno che impegnava l’esecutivo a garantire l’indipendenza dei pubblici ministeri. Come ha osservato l’opposizione: “Siete rei confessi.” La consigliera del ministro Nordio, in un momento di involontaria franchezza, ha sintetizzato il progetto con una frase che ha fatto scandalo: “Votate sì e togliamo di mezzo la magistratura.”

VIII. Il metodo antico, il costume nuovo

Il paragone con le leggi fascistissime non è un’iperbole retorica. Non si tratta di affermare che il governo Meloni sia fascista nei modi e nelle forme. Si tratta di riconoscere che il metodo — la demolizione progressiva dei contrappesi istituzionali attraverso riforme di facciata rivestite di una patina di legalità — ha una genealogia precisa nella storia italiana. Come nel 1925, si opera per gradi. Come nel 1925, ogni singolo atto viene presentato come una risposta a un’esigenza concreta e ragionevole: si dice “paura della firma” per giustificare l’abolizione dell’abuso d’ufficio, “efficienza” per svuotare la Corte dei Conti, “sicurezza” per criminalizzare il dissenso, “terzietà del giudice” per controllare il PM.

C’è però una differenza sostanziale, che rende il confronto al tempo stesso più rassicurante e più inquietante. Nel 1925 non esisteva una Costituzione rigida che frenasse il legislatore. Nel 2026 esiste, ed è già stata parzialmente violata nelle intenzioni — la Corte Costituzionale ha dovuto intervenire sull’autonomia differenziata — e viene ora aggredita nei suoi principi fondamentali attraverso una revisione formalmente legittima ma sostanzialmente eversiva nella sua logica complessiva. Quando le modifiche costituzionali tendono sistematicamente a smantellare i meccanismi di bilanciamento del potere, i costituzionalisti parlano di “abuso della revisione costituzionale”: un uso formalmente legale dello strumento per produrre esiti illegittimi rispetto allo spirito e ai valori fondativi dell’ordinamento.

La radice ideologica del progetto va cercata nella cultura profondamente autoritaria del Movimento Sociale Italiano degli anni Settanta: il partito degli “esclusi” dal patto costituzionale, che non ha mai accettato i valori della Resistenza e della Repubblica parlamentare, e che oggi — per la prima volta — si trova nelle condizioni di poter riscrivere quelle regole dall’interno. Come scrive Questione Giustizia, si tratta di una volontà di rivincita sulla Costituzione e sulla storia istituzionale repubblicana: l’obiettivo di capovolgere regole e principi fondanti della democrazia repubblicana. Non un errore, una scelta.

IX. L’internazionale reazionaria: Meloni, Trump, Orbán e la rete sovranista globale

Questo progetto non nasce nel vuoto della politica italiana. Si inserisce in un fenomeno globale che accomuna leader di destra radicale in tutto l’Occidente: Donald Trump negli Stati Uniti, Viktor Orbán in Ungheria, Marine Le Pen in Francia, Javier Milei in Argentina, Nayib Bukele in El Salvador. Un’internazionale reazionaria che condivide una visione del potere verticale, autoritario e plebiscitario, in cui il leader eletto risponde soltanto al popolo — e quindi, di fatto, a nessuno — sottraendosi a ogni contrappeso istituzionale, giudiziario, giornalistico o civile.

Giorgia Meloni è parte organica di questa rete, non una comprimaria. Ha partecipato alle convention del CPAC, comprese quelle tenute nell’Ungheria di Orbán. Ha prestato il proprio volto alle campagne elettorali del sovranista ungherese. Ha aderito al progetto di Steve Bannon per federare le estreme destre europee. Ha costruito la sua identità politica internazionale sull’asse Roma-Budapest, più vicina all’Ungheria e all’Albania che ai partner storici della costruzione europea. Come scrive Linkiesta, Meloni non può condividere le critiche ai valori del movimento trumpiano “semplicemente perché di quel movimento è parte integrante, militante convinta della primissima ora”.

Il modello che questi governi perseguono è stato teorizzato da Orbán come “democrazia illiberale”: elezioni regolari, pluralismo formale, ma sistematico smantellamento dei contrappesi — magistratura, media liberi, società civile, organismi di controllo — che rendono le elezioni realmente significative. Ciò che accade oggi negli Stati Uniti di Trump — assalto al potere giudiziario, attacchi alle università, epurazioni nella pubblica amministrazione, criminalizzazione del dissenso — è benvisto da chi governa l’Italia. Non è una coincidenza. È un programma.

L’ironia tragica è che questa subalternità all’internazionale sovranista non ha portato all’Italia alcun vantaggio concreto. I dazi di Trump hanno colpito duramente le esportazioni italiane in settori chiave. L’Italia è stata esclusa dalla comunicazione preventiva sull’operazione militare contro l’Iran, nonostante le ambizioni di “ponte” tra Washington e Bruxelles. Siamo un governo che paga il prezzo di un’amicizia di carta con il mondo MAGA, senza avere né la forza contrattuale né la credibilità per incidere sulle decisioni che contano.

X. L’emergenza democratica e il No come atto di resistenza

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 non ha quorum. Chiunque non voti, in sostanza, favorisce il Sì. Il governo Meloni ha costruito la campagna referendaria sull’ambiguità: si parla di “separazione delle carriere” come se la riforma si limitasse a questo, mentre il testo sottoposto al voto modifica radicalmente l’equilibrio tra magistratura e potere politico, colpisce l’autogoverno dei giudici, crea le condizioni strutturali per la subordinazione dei PM all’esecutivo. Nulla nel testo riguarda l’efficienza o la rapidità dei processi. Tutto nel testo riguarda chi controlla chi.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione appare ancora frammentata, incapace di costruire una narrazione unitaria che unisca le singole battaglie in un quadro coerente. Ogni riforma viene combattuta separatamente — la magistratura, il decreto sicurezza, la Corte dei Conti, l’abuso d’ufficio — senza mai riuscire a spiegare agli italiani che si tratta dei tasselli di un unico mosaico. Un mosaico che raffigura la stessa cosa da qualunque angolo lo si guardi: un governo che vuole ridurre i controlli sul proprio potere, silenziare chi dissente, proteggere i propri amici e colpire i propri nemici, utilizzando lo Stato come strumento invece di servirlo come mandatario.

Ciò che ci viene chiesto il 22 e 23 marzo non è un voto tecnico sull’ordinamento giudiziario. Ci viene chiesto di scegliere tra due idee di Stato: uno in cui il potere risponde a contrappesi reali — magistratura indipendente, organi di controllo autonomi, diritto al dissenso garantito — oppure uno in cui il governo decide chi deve essere indagato, come devono essere spesi i fondi pubblici, quali forme di protesta sono consentite, e lo fa non nonostante la Costituzione ma attraverso una sua riscrittura progressiva, mattone per mattone.

XI. Conclusione: cent’anni di storia, undici giorni per scegliere

I Padri Costituenti scrissero quella Costituzione con la memoria viva di ciò che accade quando i contrappesi istituzionali cedono uno dopo l’altro. Sapevano che le dittature non nascono quasi mai da un colpo di Stato violento. Nascono da una serie di scelte apparentemente ragionevoli, ciascuna delle quali — presa singolarmente — sembra una riforma legittima. È la somma che produce il disastro.

Siamo all’11 marzo del 2026. Tra undici giorni gli italiani voteranno. Cent’anni fa Alfredo Rocco costruì il suo sistema con decreti, leggi eccezionali e tribunali speciali. Oggi si lavora con referendum costituzionali, abolizioni di reato, riforme della Corte dei Conti e decreti sicurezza. Il paesaggio è diverso. Il metodo della demolizione è lo stesso. La direzione è la stessa.

Chi governa oggi sa benissimo cosa vuole. Sa che il premierato darà all’esecutivo il controllo del parlamento. Sa che la riforma della magistratura aprirà la strada al controllo del PM. Sa che l’abolizione dell’abuso d’ufficio e lo svuotamento della Corte dei Conti tolgono vigilanza sulla spesa pubblica. Sa che il decreto sicurezza alza il costo del dissenso. Sa che questa internazionale reazionaria di cui è parte sta smontando, pezzo per pezzo, le democrazie liberali in tutto l’Occidente. E sa di farlo nell’ombra del dibattito quotidiano, nella nebbia della confusione mediatica, nell’inerzia dell’opposizione che ancora non ha trovato la parola giusta.

Quella parola è: No. Un No che non è solo un voto sulla magistratura. È il rigetto di un progetto reazionario e autoritario che umilia la memoria di chi ha scritto la Costituzione, svende la sovranità italiana all’internazionale del potere senza controllo, e consegna alle generazioni future un’Italia meno libera, meno giusta, meno degna di se stessa.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere. Votare No è il minimo che la storia ci chiede.

Toghe come plotoni d’esecuzione e 14 minuti di menzogne: il vero piano reazionario contro la magistratura

Le parole della capo di gabinetto di Nordio, il caso delle mancate scuse e il video-propaganda di Meloni: un’analisi punto per punto delle falsità enunciate in campagna referendaria. In gioco non è la riforma della giustizia, ma lo smantellamento di uno dei tre pilastri della democrazia italiana.

I. «Plotoni d’esecuzione»: quando il potere si toglie la maschera
Ci sono momenti in cui la propaganda smette di fingere e la realtà si mostra nella sua brutalità. Il 7 marzo 2026, in un dibattito televisivo su Telecolor Sicilia, Giusy Bartolozzi — capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio — ha pronunciato una frase destinata a restare: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Non una boutade, come ha tentato di correggere dopo qualche secondo di imbarazzo. Un programma.
Bartolozzi, va ricordato, è essa stessa magistrata. Ha indossato la toga nei tribunali di Gela e Palermo, alla Corte d’appello di Roma. Sa benissimo cosa fa una procura, cosa fanno i giudici che firmano le sentenze. Eppure usa il lessico della guerra, della fucilazione sommaria, per descrivere il potere giudiziario che intende, insieme ai suoi, definitivamente subordinare all’esecutivo. È significativo, inoltre, che prima di pronunciare la parola «plotoni» abbia iniziato a dire «pi-lo-ta…» — l’attacco sillabico di «pilotata» — per poi interrompersi e correggere la rotta. Una scivolata rivelatrice: il pensiero era già strutturato, e l’immagine del plotone non è uscita per caso ma come sostituto di un’altra accusa, forse ancora più esplicita, che stava per formarsi.
Quelle parole non sono un episodio isolato. Sono la sintesi di un pensiero diffuso in ambienti politici ben precisi: l’idea che la magistratura indipendente sia, in sé, un ostacolo da abbattere. Non da riformare nel merito, non da migliorare, non da rendere più efficiente. Da «togliere di mezzo».

II. Le mancate scuse e l’inadeguatezza conclamata
Il presidente del Consiglio Meloni ha chiesto una rettifica; Nordio ha dichiarato «spiace». Ma la sostanza politica di quella frase non è stata smentita da alcun atto concreto. Anzi: le scuse, annunciate come inevitabili dallo stesso ministro guardasigilli, non sono mai arrivate.
La «zarina» di via Arenula — com’è chiamata Bartolozzi negli ambienti del ministero — si è limitata a precisare di aver già «chiarito» nel corso del dibattito che la riforma è «in favore della magistratura per recuperare la credibilità». Una difesa paradossale: chi ha appena descritto i magistrati come un plotone d’esecuzione pretende di presentarsi come loro protettrice. A questo si aggiunge un ulteriore elemento di gravità: Bartolozzi è indagata per false informazioni ai pm nell’ambito del caso Almasri, il generale libico accusato di crimini di guerra che il governo italiano ha espulso invece di arrestare. Una capo di gabinetto sotto indagine per i rapporti con la magistratura che si occupa di un caso politicamente esplosivo dovrebbe, in qualsiasi democrazia matura, astenersi dal commentare le istituzioni giudiziarie — figuriamoci invocare la loro liquidazione.
Le opposizioni hanno invocato in massa le dimissioni, compreso Carlo Calenda, leader di Azione e sostenitore del Sì: «Non esiste che il capo di gabinetto del ministro della Giustizia dica queste enormità». Nordio, invece, l’ha blindata: «Non deve dimettersi», ha detto a Torino, aggiungendo che Bartolozzi «ha chiarito il suo punto di vista». Il riferimento alle scuse, già annunciate dallo stesso ministro, è sparito senza spiegazione.
Anche Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e braccio destro di Meloni, ha preso le distanze definendo l’uscita «una frase infelice», aggiungendo subito: «Ma la cosa importante è esaminare il merito della riforma». Una mossa comunicativa classica: ammettere l’infelicità della forma per salvare la sostanza.
L’Associazione Nazionale Magistrati ha rotto il suo riserbo, pur mantenendo la consueta compostezza istituzionale: i toni, ha scritto nella sua nota, sono «oramai giunti a un livello inaccettabile per chi auspica la rispettosa collaborazione tra le istituzioni». La giunta del sindacato delle toghe ha richiamato l’intervento di Sergio Mattarella al CSM, in cui il capo dello Stato aveva invitato le istituzioni al rispetto reciproco: «Un appello che era, e ancora di più è oggi, assolutamente opportuno».
C’è però qualcosa di più profondo in questa vicenda, che va oltre il caso politico del momento. Bartolozzi è una magistrata che occupa il vertice amministrativo del ministero della Giustizia. Conosce il sistema dall’interno. Sa cosa significa indipendenza della toga, cosa comporta l’autonomia del PM nella conduzione di un’indagine. Eppure ha scelto di usare la retorica del plotone d’esecuzione. Non si tratta di scivolata linguistica: si tratta di visione del mondo. Ed è esattamente questa visione — l’idea che il potere giudiziario indipendente sia un nemico da neutralizzare — a rendere Bartolozzi strutturalmente inadeguata a ricoprire il ruolo di capo di gabinetto del ministro della Giustizia di una democrazia costituzionale.
Le sue dimissioni non sarebbero solo auspicabili: sarebbero un atto di rispetto verso le istituzioni che la riforma dichiara di voler tutelare. Il fatto che non arrivino — e che il governo non le chieda — dice molto sul progetto reale che questa riforma persegue.

III. Il video da 13 minuti: un’arringa costruita sull’inganno
A due settimane dal referendum del 22 e 23 marzo 2026, Giorgia Meloni ha pubblicato sui social un video di oltre tredici minuti in cui spiega — a modo suo — i contenuti della riforma Nordio e invita gli italiani a votare Sì. Il tono è quello della leader che si rivolge direttamente al popolo scavalcando i corpi intermedi; il registro è quello della comunicatrice consumata che sa come costruire una narrazione emotivamente efficace.
Il problema è che ogni pilastro argomentativo del video poggia su affermazioni false, distorte o gravemente incomplete. Non si tratta di opinioni in contrasto: si tratta di dati verificabili, smentiti da fonti istituzionali, rapporti internazionali, statistiche ufficiali.
La menzogna sulla responsabilità dei magistrati
Meloni afferma: «Al potere dei magistrati quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla».
I dati della Sezione disciplinare del CSM nella consiliatura in corso (febbraio 2023 – dicembre 2025) raccontano esattamente il contrario. Su 199 sentenze emesse, 82 — il 41% — sono di condanna. Tra queste: 46 censure, 17 perdite di anzianità, 9 sospensioni, 8 rimozioni dall’ordine giudiziario. L’ammonimento, la sanzione meno grave, è stato comminato solo due volte.
Sul piano comparato, l’Italia risulta più severa della media europea: nel 2022, secondo il Consiglio d’Europa, è stato punito lo 0,4% dei magistrati italiani, contro lo 0,09% francese e lo 0,19% olandese. Il ministro Nordio stesso ha esercitato i suoi poteri disciplinari raramente: in media 28 azioni l’anno, meno della metà delle 52 della Procura generale della Cassazione. Ha impugnato le decisioni del CSM appena sei volte nell’intera consiliatura. Lo ha fatto notare perfino Fabio Pinelli, vicepresidente del CSM eletto in quota Lega, definendo «destituite di fondamento» le accuse rivolte all’organo di autogoverno.
La menzogna sul sorteggio e sull’indipendenza politica
Meloni presenta il sorteggio come la soluzione alla commistione tra magistratura e politica. L’omissione fondamentale è che il sorteggio non sarà uguale per tutti. I membri «laici» dei due futuri CSM verranno estratti a sorte nell’ambito di liste votate dal Parlamento in seduta comune. Mentre i magistrati perderanno il diritto di eleggere i propri rappresentanti, il Parlamento — e quindi il governo — conserverà di fatto la possibilità di selezionare la rosa di «sorteggiabili». Con maggioranza semplice, il governo potrà accaparrarsi tutti i posti laici.
Il risultato è esattamente opposto alla promessa: non meno politica nei CSM, ma più politica. E meglio distribuita — dal governo — sotto l’apparenza neutra del sorteggio.
La menzogna sull’Alta Corte disciplinare
Stesso meccanismo si applica all’Alta Corte disciplinare, presentata come organo imparziale. Su 15 componenti totali, 6 saranno di nomina politica parlamentare, più 3 di nomina presidenziale. La struttura in primo e secondo grado non impedisce che, in un singolo collegio, i giudici di nomina politica costituiscano la maggioranza. Soprattutto: contro le sentenze dell’Alta Corte non è più ammesso ricorso in Cassazione. La politica non solo giudica, ma giudica in via definitiva, senza ulteriori gradi di verifica esterna.
La menzogna sull’inefficienza della giustizia
Meloni sostiene che i ritardi siano colpa dei magistrati. Il rapporto 2024 del Consiglio d’Europa smentisce: in Italia ci sono 12,2 giudici ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5. I pubblici ministeri sono 3,7 ogni centomila abitanti, a fronte della stessa media europea. Eppure questi magistrati sottodimensionati lavorano il doppio: ogni giudice civile italiano gestisce 176 fascicoli l’anno contro gli 88 europei; ogni PM 1.230 contro 204. Il problema è strutturale. La separazione delle carriere non assumerà né un PM né un giudice in più.
La menzogna sul consenso dei magistrati
La premier afferma che «moltissimi magistrati» sostengano la riforma. I dati: i magistrati in servizio che hanno sottoscritto l’appello a favore sono 34 su 9.657. All’ultima assemblea generale dell’ANM, il documento per il No è stato approvato con sei voti contrari e un’astensione su 1.296 partecipanti.
La menzogna sulla fiducia dei cittadini
Meloni afferma che la riforma restituirà credibilità alla magistratura. Un sondaggio Ixé di febbraio 2026 mostra che la fiducia nei magistrati è quattro volte quella dei partiti: 51% verso i giudici — in crescita di sei punti rispetto al 2025 —, contro il 12% per i politici.
La menzogna sulla separazione delle carriere come garanzia
«Con la separazione delle carriere il processo diventa più giusto e il cittadino più garantito»: è la promessa centrale della riforma. I dati comparati la smentiscono. In Italia, tra il 2018 e il 2024, sono state risarcite in media 565 ingiuste detenzioni l’anno su 49.037 arresti: l’1,15%. In Francia il dato è tra il 3,5% e il 4%. Gli errori giudiziari veri e propri — condanne annullate in sede di revisione — sono in Italia 0,12 per milione di abitanti, contro 0,31 nel Regno Unito e 0,44 negli Stati Uniti, entrambi sistemi con netta separazione tra accusa e giudice.

IV. Il CSM non è un ufficio di collocamento: ciò che Meloni non dice
Uno degli equivoci più gravi del video presidenziale riguarda il ruolo del CSM, sistematicamente ridotto a «organo che decide nomine e promozioni». Il CSM è molto altro. È l’organo che garantisce l’autonomia della magistratura dalle ingerenze del potere esecutivo: tutela i magistrati «nel mirino» della politica con le pratiche a tutela, vigila sulle scelte dei dirigenti degli uffici, esprime pareri sui disegni di legge in materia di giustizia, può annullare il provvedimento con cui un procuratore capo sottrae illegittimamente a un PM un fascicolo sensibile.
In questi anni, i consiglieri togati del CSM — inclusi quelli di orientamento conservatore — hanno più volte bloccato tentativi del governo di usare strumentalmente lo strumento disciplinare contro magistrati sgraditi. Consiglieri sorteggiati per caso, privi di mandato politico proprio, avrebbero la stessa forza di resistenza?

V. Il quadro complessivo: non una riforma, un piano di sottomissione
Bartolozzi ha detto la verità nel modo sbagliato. E la verità è questa: il progetto non è riformare la giustizia per renderla più efficiente, più equa, più vicina ai cittadini. Se lo fosse, si investirebbe in organico, in infrastrutture digitali, in strutture per smaltire l’arretrato. Invece si mette mano alla Costituzione per spostare i rapporti di forza tra i poteri dello Stato: meno autonomia alla magistratura, più controllo all’esecutivo.
La separazione delle carriere è la bandiera simbolica, ma il cuore della riforma è il sorteggio pilotato del CSM e dell’Alta Corte: il meccanismo attraverso cui il governo finisce col controllare chi giudica i magistrati e come vengono gestite le loro carriere. Non più le correnti interne, con tutti i loro limiti: la politica, con la sua capacità di premiare e punire.
Ma c’è un livello ancora più profondo da comprendere. Le parole di Bartolozzi — scioccanti, certo; infelici, sicuramente — non sono un incidente. Sono lo specchio fedele di un sentimento reale che percorre una parte significativa del ceto politico italiano e, per osmosi, anche di un segmento della cittadinanza: l’idea che la magistratura sia un corpo ostile, un’entità politicizzata che va disarmata. È questa la vera posta in gioco del referendum: non riformare, ma normalizzare quella visione. Renderla accettabile. Trasformarla in legge costituzionale.
L’indipendenza della magistratura è uno dei tre poteri fondamentali su cui si regge ogni democrazia moderna, secondo la tripartizione enunciata da Montesquieu: potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario. È imperfetta, come ogni istituzione umana. Va criticata, migliorata, riformata dove necessario. Ma va difesa nella sua sostanza e nella sua autonomia, perché senza un potere giudiziario realmente indipendente non esiste equilibrio tra i poteri dello Stato e ogni abuso dell’esecutivo diventa strutturalmente impunito.
Chi il 22 e 23 marzo andrà a votare ha davanti una scelta che riguarda il tipo di Paese che vuole abitare. Non si tratta di essere «pro-magistratura» o «anti-magistratura». Si tratta di decidere se la toga debba essere indipendente dal potere politico o no. E di capire che chi usa la parola «plotoni d’esecuzione» per descrivere i giudici — senza mai scusarsi, coperta dal proprio ministro, blindata dal governo — non ha in mente alcuna riforma: ha in mente la resa dei conti.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

L’Iran, Trump e la guerra come terapia del capitale

Non tutte le guerre nascono da un’ideologia. Alcune nascono da un bilancio in sofferenza, da un impero che teme di perdere quota, da una catena logistica che deve essere messa in sicurezza, da un mercato che ha bisogno di nuovi nemici per continuare a respirare. Il pregio dell’intervista di Emiliano Brancaccio sta proprio qui: nel riportare il discorso sulla guerra dal teatro delle ipocrisie morali al terreno duro dei rapporti di forza, degli interessi materiali, delle rendite strategiche. E in questo passaggio c’è una chiave che oggi diventa essenziale, perché mentre la propaganda occidentale continua a vendere l’ennesimo conflitto come una battaglia per la libertà, i fatti mostrano altro: mostrano una guerra che si allarga, una legalità internazionale violata, mercati energetici sotto shock, un’Europa ricattata e una democrazia liberale sempre più svuotata nei suoi stessi centri decisionali.

L’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran, iniziato il 28 febbraio 2026, non è un episodio isolato. È il punto di condensazione di una crisi più ampia, in cui l’asse Washington-Tel Aviv prova a riorganizzare con la forza un Medio Oriente attraversato da nuove linee commerciali, nuovi equilibri energetici e nuove rivalità globali. Non siamo davanti a una deviazione improvvisa rispetto al trumpismo declamato come isolazionista. Siamo, al contrario, di fronte alla sua verità più profonda: un unilateralismo aggressivo che non rinuncia all’impero, ma tenta di amministrarne il declino col linguaggio della forza, della minaccia e della destabilizzazione preventiva. La Camera dei Rappresentanti statunitense ha perfino respinto una risoluzione volta a limitare l’azione militare del presidente contro l’Iran, segno che il riequilibrio tra Congresso e Casa Bianca, evocato dopo il Vietnam dalla War Powers Resolution, si sta ulteriormente assottigliando proprio nel momento in cui il rischio di escalation cresce. 

Brancaccio coglie un punto che molti commentatori continuano a eludere: l’idea che Stati Uniti e Israele bombardino per “liberare” il popolo iraniano non regge alla prova dei fatti. I due alleati intrattengono da decenni rapporti stretti con monarchie e regimi dell’area che non possono certo essere assunti a modelli di emancipazione civile, di pluralismo politico o di diritti sociali. Il lessico umanitario viene riesumato ogni volta che serve coprire una torsione di potenza, proprio come accadde in Iraq con il repertorio delle prove manipolate e delle minacce gonfiate ad arte. Anche oggi la cornice morale serve a rendere digeribile ciò che, nella sostanza, resta una proiezione armata di interessi geopolitici, economici e strategici. 

Il nodo energetico rimane centrale, ma sarebbe riduttivo fermarsi al petrolio in senso stretto. Lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei passaggi decisivi del sistema energetico mondiale: Reuters segnala che da lì transita circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, e le perturbazioni degli ultimi giorni hanno già provocato tagli produttivi in Kuwait, rialzi dei prezzi del greggio e forti timori di shock prolungati sui mercati internazionali. Non è un dettaglio tecnico: chi controlla o destabilizza quello snodo dispone di una leva enorme sui costi dell’energia, sull’inflazione, sulle catene del trasporto e quindi sul conflitto distributivo interno alle economie europee e asiatiche. Quando Brancaccio insiste sulla materialità della guerra, parla anche di questo: del fatto che le bombe, prima ancora di distruggere città, ridisegnano flussi, premi di rischio, rendite e subordinazioni. 

Ma c’è un secondo livello, forse ancora più importante, ed è quello richiamato dall’analisi sul corridoio IMEC, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor. Questo progetto, annunciato al G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023, punta a costruire una nuova architettura di connettività tra India, Golfo, Israele ed Europa, ed è stato presentato apertamente come infrastruttura strategica alternativa ai corridoi della proiezione cinese. Non si tratta quindi soltanto di commercio, ma di una geografia del potere. In questa cornice, l’Iran rappresenta un fattore di disturbo strutturale: per la sua posizione, per le sue alleanze, per la sua capacità di rendere instabile l’area necessaria a quel disegno. Letta così, la guerra non appare come una reazione episodica a una minaccia immediata, ma come un tassello della competizione globale per il controllo delle rotte, delle interconnessioni e delle mediazioni regionali. Gli Accordi di Abramo e la centralità assegnata a Israele dentro l’assetto di sicurezza del corridoio acquistano qui un significato ulteriore: non semplice diplomazia regionale, ma costruzione politico-militare di uno spazio economico funzionale agli interessi occidentali. 

Se questo è il quadro, allora la formula di Brancaccio sulla “scommessa capitalista” è tutt’altro che una provocazione. È una definizione precisa. Il capitale, soprattutto nella sua fase finanziarizzata e imperiale, scommette continuamente: scommette sulla tenuta dei mercati, sulla docilità dei governi subordinati, sulla possibilità di scaricare altrove i costi della propria crisi. Anche la guerra diventa una scommessa. Si investe distruzione nella speranza di ottenere in cambio controllo politico, apertura commerciale, disciplinamento dei concorrenti, rendite energetiche e riconfigurazione delle aree di influenza. Ma ogni scommessa comporta rischio. E qui il rischio è enorme, perché la macchina statunitense opera oggi dentro vincoli che non aveva nelle stagioni precedenti. Il dato sulla posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti è eloquente: alla fine del terzo trimestre 2025 il saldo netto era negativo per 27,61 trilioni di dollari, secondo il Bureau of Economic Analysis. Questo non significa un collasso immediato, ma segnala una struttura egemonica sempre più dipendente dalla capacità di attrarre capitale, imporre dollaro, controllare mercati e usare la superiorità politico-militare per compensare fragilità sistemiche. 

Dentro questo scenario, la guerra non è una parentesi che interrompe l’economia: ne è una prosecuzione estrema. Il complesso militare-industriale non è più soltanto la fabbrica di armi novecentesca; è ormai intrecciato ai sistemi di intelligence, alle piattaforme digitali, alla finanza, ai corridoi logistici, alla sicurezza delle forniture, alle assicurazioni, ai futures energetici. È una filiera. E quando questa filiera incontra una fase di rallentamento, di rivalità strategica con la Cina e di fragilità del consenso interno, la tentazione di militarizzare il conflitto economico diventa quasi fisiologica. In questo senso, la lettura materialista non riduce la realtà: la restituisce nella sua concretezza. Mostra cioè che dietro il vocabolario dei valori universali agiscono soggetti molto meno nobili, assai più recognoscibili: classi dirigenti, interessi multinazionali, stati in competizione, apparati di sicurezza, élite finanziarie e blocchi imperiali. 

Gli effetti economici stanno già emergendo con nettezza. Reuters ha documentato che il greggio statunitense è balzato di 12 dollari al barile il 6 marzo, mentre il Brent ha superato i 90 dollari per la prima volta da aprile 2024; altri report parlano di una sospensione di fatto del traffico regolare nello Stretto di Hormuz e di riduzioni produttive preventive da parte dei paesi del Golfo. Quando il prezzo dell’energia sale per effetto della guerra, non pagano i signori dell’alta finanza, che anzi spesso trovano nuove occasioni speculative. Pagano i salariati, i pensionati, le piccole imprese, i sistemi produttivi europei già compressi da anni di inflazione importata e di stagnazione. La guerra moderna, insomma, non devasta solo i paesi bombardati: trasferisce il proprio costo sociale dentro le economie formalmente “in pace”, aggravando il conflitto di classe e comprimendo ulteriormente il margine democratico delle società occidentali. 

Qui si apre un altro capitolo decisivo: l’Europa. L’intervista di Brancaccio ha il merito di denunciare il tentativo americano di spezzare la già fragile unità europea sul terreno commerciale e politico. Le tensioni con la Spagna e le minacce rivolte a Madrid rientrano in una logica più ampia: dividere gli alleati, negoziare bilateralmente da una posizione di forza, ridurre l’Unione a sommatoria di vassalli ricattabili. Non è una novità, ma oggi il meccanismo appare più sfacciato. Da un lato Bruxelles assume pose muscolari quando si tratta di riarmo e fedeltà atlantica; dall’altro tace o balbetta quando dovrebbe difendere gli interessi materiali del continente e la tenuta del diritto internazionale. Anche per questo la guerra in Iran non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda la natura stessa del progetto europeo, la sua autonomia mancata, la sua incapacità di sottrarsi alla funzione subordinata che le è stata assegnata dentro l’ordine atlantico. 

E tuttavia sarebbe un errore pensare che tutto si riduca a cinismo economico e a meccanismi automatici. La guerra produce anche un salto politico-ideologico. La concentrazione delle decisioni, la compressione del dissenso, l’uso sistematico della paura, la sospensione di fatto dei corpi intermedi e dei controlli parlamentari sono parte del problema. L’erosione della democrazia liberale non avviene soltanto perché i governi fanno scelte sbagliate; avviene perché, nella fase della crisi imperiale, le classi dirigenti tendono a considerare troppo costosi i vecchi rituali del compromesso democratico. Così la guerra esterna si salda alla verticalizzazione interna del potere. Non è un caso che, mentre il conflitto si allarga, il dibattito pubblico venga saturato da narrazioni binarie, da emergenze permanenti, da moralismi selettivi che rendono sospetta ogni lettura strutturale. Chi prova a chiedere quali interessi economici siano in gioco viene subito accusato di riduzionismo, come se fosse più serio spiegare la geopolitica con la psicologia dei leader o con la metafisica delle civiltà. 

La verità è che l’Occidente continua a invocare i diritti solo quando non intralciano la gerarchia dei propri interessi. Se un regime è utile, i suoi crimini diventano marginali o negoziabili. Se un paese si colloca fuori dal perimetro di obbedienza, allora i diritti umani vengono riesumati come atto d’accusa assoluto. Non si tratta di assolvere la repressione iraniana, che esiste ed è documentata. Si tratta di rifiutare l’ipocrisia di chi usa la sofferenza reale dei popoli come lasciapassare per ridisegnare con la violenza gli assetti regionali. Il punto non è scegliere tra l’ayatollah e il bombardiere. Il punto è rifiutare la menzogna secondo cui i bombardieri sarebbero il veicolo dell’emancipazione. 

Per questo l’intervista di Brancaccio merita attenzione. Non perché offra una formula definitiva, ma perché rompe il recinto della narrazione dominante. Ricorda che la guerra va letta dentro le contraddizioni del capitalismo globale, del debito, dell’energia, delle rotte commerciali, delle nuove rivalità tra blocchi. E ricorda anche che, senza una ripresa forte del movimento pacifista su basi sociali e materiali, il rischio è quello di lasciare l’opinione pubblica in balia di due menzogne complementari: da un lato l’umanitarismo armato, dall’altro la rassegnazione fatalistica secondo cui le guerre sarebbero eventi inevitabili, quasi naturali. In realtà non c’è nulla di naturale in tutto questo. C’è un ordine economico che entra in crisi e tenta di salvarsi militarizzando il mondo.

A questo crocevia, la vera scelta non è tra Occidente e Oriente, tra un impero “buono” e un impero “cattivo”, tra propaganda rivale e propaganda nemica. La scelta è tra un mondo governato dai corridoi del profitto e un mondo fondato sul diritto dei popoli, sulla cooperazione, sulla sovranità democratica, sulla pace come questione sociale e non come semplice appello morale. È qui che la guerra all’Iran svela il proprio significato più profondo. Non è soltanto un altro fronte. È l’immagine di un capitalismo che, non sapendo più promettere benessere, prova ancora una volta a imporre obbedienza attraverso la paura, la scarsità e il fuoco.

Fonti essenziali

Intervista a Emiliano Brancaccio ripresa da Rifondazione, 7 marzo 2026. 

Reuters, aggiornamenti sul conflitto e sull’escalation regionale dell’8 marzo 2026. 

Reuters, voto della Camera USA sulla war powers resolution, 5 marzo 2026. 

Bureau of Economic Analysis, posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti, terzo trimestre 2025. 

Reuters, impatto della guerra sui mercati energetici e sul prezzo del petrolio, 6-7 marzo 2026. 

Materiali sul corridoio IMEC e sul suo inquadramento strategico.