La Costituzione tradita e il referendum del 22-23 marzo: perché diciamo NO

Dall’attuazione monca della Carta fondamentale al disegno eversivo che attraversa mezzo secolo di storia italiana.

Dalla corsa al riarmo alla guerra in Iran: il volto della redistribuzione al contrario

Il 22 e 23 marzo, le cittadine e i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sul referendum costituzionale che riguarda l’assetto della magistratura. Non si tratta di un voto qualunque. Si tratta, per la terza volta in vent’anni, di decidere se permettere che la Carta fondamentale della Repubblica venga modificata nei suoi capisaldi istituzionali, oppure se opporsi a un disegno che, lungi dal rispondere ai bisogni del Paese, persegue un progetto di concentrazione del potere le cui radici affondano ben più in profondità di quanto il dibattito corrente lasci intendere.

Noi preferiamo di NO. E le ragioni di questo NO non si esauriscono nel merito tecnico della riforma sulla separazione delle carriere, per quanto gravi siano le sue implicazioni. Questo NO affonda in una lettura più ampia della storia repubblicana, delle sue promesse tradite, del lento e sistematico smantellamento del patto sociale che la Costituzione del 1948 aveva solennemente sancito. Ma è anche un NO che guarda oltre i confini nazionali, al contesto internazionale in cui queste riforme si inseriscono: un mondo in cui la guerra torna a essere strumento di politica, in cui la corsa al riarmo divora risorse destinate ai diritti sociali, in cui la Palestina continua a morire nell’indifferenza e l’Iran brucia sotto le bombe di un’alleanza bellica guidata da due leader spregiudicati.

I. La Costituzione incompiuta: il tradimento dell’articolo 3

La Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza e dal sacrificio di milioni di italiani, non è mai stata compiutamente attuata. Questa è la prima, fondamentale verità che occorre ristabilire nel dibattito pubblico. Chi oggi la presenta come un ostacolo alla modernizzazione del Paese, come un documento vecchio e inadeguato, compie un’operazione intellettualmente disonesta: non si può dichiarare fallito ciò che non si è mai veramente realizzato.

Il cuore pulsante della Carta risiede nei suoi principi fondamentali, e in particolare nell’articolo 3, secondo comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.» Questo articolo non è una dichiarazione di principio astratta: è un mandato politico rivoluzionario, un programma di trasformazione sociale che impegna la Repubblica non alla mera uguaglianza formale, ma all’uguaglianza sostanziale. Un compito che, a quasi ottant’anni dalla promulgazione della Carta, resta drammaticamente incompiuto.

L’attuazione monca della Costituzione ha attraversato l’intera storia repubblicana. La Corte Costituzionale è stata istituita con otto anni di ritardo, nel 1956. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha visto la luce solo nel 1958, dieci anni dopo l’entrata in vigore della Carta. Lo Statuto dei Lavoratori, quel formidabile strumento di civiltà giuridica che traduceva in norme concrete il dettato degli articoli 1, 3, 4 e 35 della Costituzione, è arrivato solo nel 1970, e da allora è stato progressivamente eroso. Il Servizio Sanitario Nazionale, conquista epocale del 1978, nasceva trent’anni dopo la promulgazione della Carta. L’articolo 11, che ripudia la guerra, è stato violato ripetutamente con la partecipazione italiana a conflitti armati lontani dai confini nazionali. L’articolo 9, sulla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, è rimasto lettera morta di fronte alla cementificazione selvaggia del territorio.

Eppure, proprio in quei decenni di attuazione parziale ma progressiva, l’Italia ha conosciuto la sua più straordinaria stagione di crescita e di emancipazione collettiva. Questo dato storico smentisce clamorosamente la narrazione di chi vuole farci credere che la Costituzione sia il freno allo sviluppo del Paese.

II. L’Italia potenza mondiale: quando la redistribuzione funzionava

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, l’Italia ha compiuto una delle trasformazioni più straordinarie della storia economica contemporanea. Da nazione agricola, devastata dalla guerra, il Paese è diventato una delle principali potenze industriali del pianeta. Il cosiddetto miracolo economico, sviluppatosi tra il 1958 e il 1963 con tassi di crescita del PIL tra il 6 e il 7 per cento annuo, ha trasformato radicalmente il volto della società italiana, portando milioni di famiglie dalla sussistenza al benessere.

Questa crescita non fu il frutto del libero mercato lasciato a sé stesso. Fu il risultato di un modello in cui lo Stato svolgeva un ruolo attivo e strategico: l’IRI, l’ENI, l’ENEL, le grandi partecipazioni statali costruirono le infrastrutture produttive del Paese. Ma soprattutto, quella crescita fu sostenuta e alimentata da un formidabile meccanismo di redistribuzione sociale, figlio della dialettica politica tra una maggioranza di governo e un’opposizione che faceva il proprio mestiere con serietà e competenza.

Il Partito Comunista Italiano, il più grande partito comunista dell’Occidente, con la sua presenza capillare nel territorio, con la sua elaborazione culturale, con la sua pressione costante sulle istituzioni, fu il motore di una stagione di conquiste sociali che trasformò l’Italia in un Paese civile. Lo Statuto dei Lavoratori del 1970, la riforma sanitaria del 1978, il sistema pensionistico, la scuola pubblica di massa, il divorzio, l’obiezione di coscienza, la legge Basaglia, i consultori familiari: ogni conquista sociale di quel periodo porta l’impronta di una dialettica democratica viva, in cui la Costituzione, pur attuata in modo parziale, fungeva da bussola e da argine.

Il risultato fu che nel 1987 l’Italia superò il Regno Unito per prodotto interno lordo, diventando la sesta economia mondiale. Nel 1991, secondo il rapporto di Business International, il Paese raggiunse la quarta posizione tra le potenze economiche globali, dopo Stati Uniti, Giappone e Germania riunificata, con un PIL a parità di potere d’acquisto di 1.268 miliardi di dollari. Tutto questo fu possibile non nonostante la Costituzione e il suo impianto redistributivo, ma proprio grazie ad essi.

La favola che vorrebbero farci credere — secondo cui il limite alla nostra libertà e al nostro benessere risiederebbe nella Costituzione, in una magistratura troppo indipendente, in uno Stato troppo presente — è una fandonia sesquipedale, smentita dalla storia stessa del Paese.

III. La controrivoluzione neoliberista: da Reagan e Thatcher all’erosione dello Stato sociale

La grande stagione di crescita condivisa non finì per esaurimento naturale. Fu deliberatamente interrotta da un cambio di paradigma politico-economico che, a partire dalla fine degli anni Settanta, ridefinì le regole del gioco a livello globale.

L’elezione di Margaret Thatcher nel Regno Unito nel 1979 e di Ronald Reagan negli Stati Uniti nel 1980 segnò l’inizio di quella che potremmo definire la grande controrivoluzione. Il nuovo verbo fu semplice e brutale: meno Stato, meno tasse per i ricchi, meno tutele per i lavoratori, privatizzazione dei servizi pubblici, deregolamentazione dei mercati finanziari. La politica smise di avere al centro i bisogni dei cittadini e mise al centro il capitale, il profitto, l’accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi.

Questo nuovo paradigma non si impose per caso. Fu il frutto di un’elaborazione ideologica meticolosa, finanziata dai grandi capitali e diffusa attraverso think tank, università, media. La teoria del trickle-down, la fantasia secondo cui arricchire i più ricchi avrebbe fatto sgocciolare benessere verso il basso, divenne il mantra della nuova politica economica. Ma i fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.

La redistribuzione al contrario — togliere a chi ha meno per dare a chi ha di più — è stata la cifra distintiva degli ultimi quarant’anni. I dati sono impietosi. Il World Inequality Report 2026, curato da Lucas Chancel e Thomas Piketty, documenta che l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale controlla oggi il 37 per cento della ricchezza globale, oltre 18 volte la ricchezza della metà più povera dell’umanità. Il rapporto Oxfam presentato a Davos nel gennaio 2026 rivela che le fortune dei miliardari sono cresciute nel 2025 di 2.500 miliardi di dollari, cifra quasi equivalente alla ricchezza totale di 4,1 miliardi di persone. Meno di 60.000 individui al mondo controllano una ricchezza tre volte superiore a quella posseduta dal 50 per cento più povero dell’umanità.

In Italia, il quadro non è meno allarmante. Secondo l’analisi Oxfam sui dati della Banca d’Italia, in quindici anni la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre 2.000 miliardi di euro, ma il 91 per cento di questo incremento è andato al 5 per cento più ricco delle famiglie. La povertà assoluta coinvolge oggi oltre 5,7 milioni di persone, più di 2,2 milioni di famiglie che non dispongono di risorse sufficienti per acquistare beni e servizi essenziali. L’ascensore sociale si è fermato, e il peso dell’eredità sul totale della ricchezza nazionale è in crescita costante.

IV. Il miraggio americano: la società perfetta che non esiste

Chi propugna il modello neoliberista come orizzonte desiderabile per l’Italia farebbe bene a guardare con onestà alla realtà degli Stati Uniti, il Paese che di quel modello è la culla e la massima espressione.

Negli Stati Uniti, il 10 per cento più ricco possiede circa 727 volte più ricchezza rispetto al 50 per cento più povero della popolazione. Il tasso di povertà supera il 18 per cento, il più alto tra i Paesi OCSE. Dalla metà degli anni Settanta ad oggi, la ricchezza totale delle famiglie americane è triplicata, ma la povertà estrema è raddoppiata. Più di due milioni e mezzo di bambini vivono in condizione di homelessness. La mobilità economica è inferiore a quella di tutti i Paesi dell’Europa continentale per i quali esistono dati comparabili.

L’amministrazione Trump ha portato questa tendenza alle sue estreme conseguenze: riduzione delle imposte per gli ultra-ricchi, smantellamento degli sforzi internazionali per tassare le grandi multinazionali, concentrazione senza precedenti di potere economico e politico nelle mani di un’élite oligarchica. Elon Musk ha superato nel 2025 i 500 miliardi di dollari di patrimonio personale, mentre i miliardari hanno 4.000 volte più probabilità di ricoprire una carica politica rispetto ai comuni cittadini.

Solo attraverso una capillare manipolazione mediatica è possibile far credere che questa sia una società modello. La realtà è che il modello americano produce fratture sociali profondissime, povertà diffusa, disuguaglianze estreme, e un’erosione progressiva della democrazia stessa. Come hanno osservato Jayati Ghosh e Joseph Stiglitz nella premessa al World Inequality Report 2026, la crescente disuguaglianza mina la fiducia, indebolisce le democrazie e alimenta il malcontento.

V. L’ombra della P2: il Piano di Rinascita Democratica e le riforme del governo Meloni

Per comprendere la portata reale di ciò che sta accadendo oggi in Italia è necessario compiere un passo indietro e guardare a un documento che la storia ha reso tristemente celebre: il Piano di Rinascita Democratica della Loggia massonica P2 di Licio Gelli, sequestrato nel 1982 alla figlia del Maestro Venerabile e pubblicato negli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi.

Quel piano, elaborato non certo dal solo Gelli ma con il contributo di costituzionalisti, industriali, esperti della comunicazione e politici, prevedeva un programma organico di trasformazione delle istituzioni repubblicane. Tra i suoi punti principali: la riforma dell’ordinamento giudiziario con la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante; la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura; il superamento del bicameralismo perfetto; il rafforzamento del potere esecutivo con l’elezione del Presidente del Consiglio da parte della Camera; il controllo dei mezzi di informazione; la liberalizzazione delle emittenti televisive; la limitazione del diritto di sciopero; la riduzione del numero dei parlamentari.

Ebbene, la coincidenza tra i punti programmatici del Piano di Rinascita e le riforme messe in cantiere o già approvate dai governi succedutisi negli ultimi trent’anni è impressionante, e non può essere liquidata come mera casualità. Il premierato, l’autonomia differenziata, la riforma della giustizia con la separazione delle carriere e lo sdoppiamento del CSM, la riduzione del numero dei parlamentari già approvata nel 2020, gli interventi sull’informazione e la limitazione del diritto di cronaca, l’abolizione dell’abuso d’ufficio, la stretta sulle intercettazioni: ciascuno di questi provvedimenti trova un corrispettivo nel documento gelliano.

Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, interpellato sulla presenza della separazione delle carriere nel Piano della P2, non si è limitato a minimizzare: ha esplicitamente dichiarato che Gelli aveva ragione. Le sue parole, pronunciate a margine di una visita al carcere di Secondigliano nel novembre 2025, meritano di essere riportate per intero nella loro gravità istituzionale: «Io non conosco il piano della P2. Posso dire che se l’opinione del signor Licio Gelli era un’opinione giusta, non si vede perché non si dovrebbe seguire perché l’ha detto lui. Le verità non dipendono da chi le proclama, ma dall’oggettività che rappresentano. Se Gelli ha detto che Gesù è morto in croce, non per questo dobbiamo dire che è morto di polmonite. Anche l’orologio rotto segna due volte al giorno l’ora giusta.»

Fermiamoci un istante a misurare l’enormità di queste parole. Un Ministro della Repubblica, il Guardasigilli, il custode istituzionale della legalità, dichiara pubblicamente che le idee del capo di un’organizzazione segreta, definita eversiva dalla Commissione Anselmi, condannato in via definitiva a dieci anni per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna e a dodici per concorso nella bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, meritano di essere seguite perché «giuste». Non si tratta di una gaffe o di un’uscita infelice: è una legittimazione politica senza precedenti del progetto piduista, pronunciata da chi ha il compito istituzionale di difendere la Costituzione.

Il figlio stesso di Gelli, Maurizio, ha successivamente ammesso in un’intervista al Fatto Quotidiano che la separazione delle carriere e i test psicoattitudinali per i magistrati erano obiettivi espliciti del Piano di Rinascita, e che suo padre avrebbe visto con favore la riforma Nordio. L’endorsement postumo del Maestro Venerabile, per bocca del figlio, ha suscitato reazioni indignate dall’opposizione, ma nessuna presa di distanza da parte del governo.

Come ha osservato l’ex procuratore generale Roberto Scarpinato, se assumiamo uno sguardo complessivo su tutte le riforme in cantiere, dall’autonomia differenziata al premierato fino alla riforma della magistratura, la posta in gioco riguarda la sopravvivenza stessa del modello di democrazia repubblicana instaurato dalla Costituzione del 1948. I pilastri fondamentali dell’unità nazionale, dell’equilibrio dei poteri, dell’indipendenza della magistratura, del principio di pari dignità e uguaglianza dei cittadini vengono scardinati in un disegno organico che non ha precedenti nella storia repubblicana.

Come ammonì Tina Anselmi nelle conclusioni della sua Relazione parlamentare: «La prima imprescindibile difesa contro questo progetto politico, metastasi delle istituzioni, negatore di ogni civile progresso, sta appunto nel prenderne dolorosamente atto, nell’avvertire, senza ipocriti infingimenti, l’insidia che esso rappresenta per noi tutti, poiché esso colpisce con indiscriminata, perversa efficacia, non parti del sistema, ma il sistema stesso nella sua più intima ragione di esistere: la sovranità dei cittadini, ultima e definitiva sede del potere che governa la Repubblica.» Parole che, a quarant’anni di distanza, conservano una attualità bruciante.

VI. Il referendum del 22-23 marzo: la posta in gioco

Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia rappresenta dunque molto più di un voto tecnico sull’ordinamento giudiziario. È un passaggio decisivo nella partita che si gioca tra chi vuole difendere l’architettura democratica della Repubblica e chi intende smontarla pezzo dopo pezzo.

La riforma sottoposta al voto modifica sette articoli della Costituzione e introduce la separazione formale delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del CSM in due organi distinti, il sorteggio in luogo dell’elezione come meccanismo di designazione dei componenti togati, e l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare. Il tutto configura, come è stato analiticamente dimostrato, una magistratura frantumata nella sua rappresentanza, burocratizzata per l’indebolimento del pluralismo culturale interno, verticalizzata in una struttura piramidale, e con un maggior peso della componente politica negli organi di autogoverno.

L’indipendenza e l’autonomia della magistratura non sono un privilegio di casta: sono una garanzia per tutti i cittadini. Il principio secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge, sancito dall’articolo 101 della Costituzione, non comanda soltanto fedeltà alla legge, ma anche disobbedienza a ciò che legge non è: al potere politico, ai potentati economici, alle pressioni di ogni genere. Una magistratura indebolita, frammentata, ricondotta sotto il controllo della politica, è una magistratura che non può più svolgere il suo ruolo di garanzia per tutti.

In un Paese dove le mafie continuano a condizionare l’economia e la politica, dove la corruzione non è stata debellata, dove i crimini dei colletti bianchi restano troppo spesso impuniti, indebolire la magistratura non significa modernizzare il Paese: significa togliere l’ultimo argine a un potere senza controlli.

Non è un caso che questo referendum arrivi dopo il tentativo, in parte fermato dalla Corte Costituzionale, di imporre un’autonomia differenziata che avrebbe frammentato l’unità nazionale e istituzionalizzato le disuguaglianze territoriali. Non è un caso che arrivi in parallelo con il progetto del premierato, che concentra il potere nelle mani del Presidente del Consiglio. Non è un caso che arrivi dopo l’abolizione dell’abuso d’ufficio, che ha privato i cittadini di uno strumento di tutela contro gli abusi della pubblica amministrazione.

Inoltre, le leggi approvate sulla sicurezza orientano la legislazione a contrastare il dissenso democratico e le lotte per la giustizia sociale, punendo chi dissente, anche in modo pacifico. Ciascuno di questi tasselli, preso isolatamente, può sembrare una riforma tra le altre; messi insieme, disegnano un progetto coerente di concentrazione del potere e di smantellamento dei contrappesi democratici.

VII. La guerra come modello economico: dalla Palestina all’Iran, il business delle armi

Il disegno di stravolgimento istituzionale che abbiamo descritto non è un fenomeno esclusivamente italiano: si inserisce in un contesto internazionale in cui la guerra è tornata a essere strumento ordinario di politica estera e, soprattutto, formidabile meccanismo di redistribuzione della ricchezza pubblica verso il profitto privato dell’industria bellica.

Mentre scriviamo, il mondo assiste alla terza settimana di guerra contro l’Iran, scatenata dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele iniziato il 29 febbraio 2026 con l’Operazione «Furia Epica» americana e il «Ruggito del Leone» israeliano. Un’aggressione militare pianificata in quindici telefonate tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che ha portato alla distruzione delle “ fantomatiche “ capacità nucleari e missilistiche iraniane, all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di decine di alti funzionari del regime, e a una escalation regionale dalle conseguenze devastanti: lo Stretto di Hormuz bloccato, il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile, attacchi iraniani di ritorsione contro infrastrutture energetiche in Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein e Iraq.

Due leader — Trump e Netanyahu — che perseguono agende diverse ma convergenti nella distruzione: il primo ossessionato dal controllo delle risorse petrolifere e dalla dimostrazione di forza, il secondo dalla perpetuazione del proprio potere politico attraverso la guerra permanente, come confermano i sondaggi che mostrano il Likud in crescita dall’inizio delle ostilità. Due pazzi alleati, come li definisce ormai apertamente anche una parte crescente dell’opinione pubblica americana — da Tucker Carlson a Megyn Kelly —, che con le loro guerre stanno alimentando il più colossale trasferimento di ricchezza pubblica verso l’industria privata degli armamenti della storia recente.

E mentre il mondo guarda all’Iran, la Palestina continua a morire nel silenzio. All’1 marzo 2026, tra Gaza e Cisgiordania, si contano oltre 73.000 morti palestinesi e 183.000 feriti dall’ottobre 2023. Tra le vittime, almeno 753 operatori sanitari. L’81 per cento delle strutture sanitarie di Gaza è non operativo o solo parzialmente funzionante. Con l’inizio dell’attacco all’Iran, Israele ha chiuso tutti i valichi di accesso alla Striscia, bloccando il flusso di aiuti umanitari, le evacuazioni mediche e il rientro del personale umanitario. Oltre 18.000 pazienti critici attendono un’evacuazione sanitaria che non arriva. Le organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui Medici Senza Frontiere e Oxfam, sono state espulse o impedite nell’operare. La catastrofe umanitaria più grave del nostro tempo si consuma nell’indifferenza di una comunità internazionale complice.

È in questo contesto che si colloca la decisione, assunta al vertice NATO dell’Aia nel giugno 2025, di portare la spesa militare dei Paesi membri al 5 per cento del PIL entro il 2035 — di cui almeno il 3,5 per cento in spese militari tradizionali. Per l’Italia, questo significa passare dagli attuali 34 miliardi di euro annui a oltre 100 miliardi: una redistribuzione colossale di risorse pubbliche, sottratte alla sanità, all’istruzione, al welfare, per alimentare il complesso militare-industriale. Secondo le proiezioni, nei prossimi dieci anni l’Italia dovrà destinare alla difesa circa 963 miliardi di euro complessivi, quasi 400 miliardi in più rispetto ai livelli attuali. La presidente Meloni ha assicurato che «neanche un euro» verrà tolto alle altre priorità: una promessa che i numeri rendono semplicemente impossibile da mantenere.

A chi vanno questi soldi? Secondo il rapporto SIPRI, i ricavi delle prime 100 aziende produttrici di armi al mondo hanno raggiunto nel 2024 il record di 679 miliardi di dollari, con un incremento del 5,9 per cento rispetto all’anno precedente e del 26 per cento nell’ultimo decennio. Le prime cinque posizioni sono saldamente occupate da colossi statunitensi: Lockheed Martin, RTX (ex Raytheon), Northrop Grumman, Boeing e General Dynamics, che da sole generano circa il 31 per cento dei ricavi complessivi. Tutte società private quotate in Borsa, partecipate dai giganti della finanza globale: BlackRock, Vanguard, State Street. In Italia, la sola Leonardo ha visto crescere il proprio valore azionario dell’866 per cento tra il febbraio 2022 e il febbraio 2026, con ordini saliti nel 2025 a 18,1 miliardi di euro. Dal 2021 al 2024, secondo il rapporto Greenpeace, le prime 15 aziende italiane produttrici di armi hanno raddoppiato i propri utili.

Si parla ormai apertamente di un «superciclo della difesa»: un ciclo economico in cui le guerre generano domanda di armi, la domanda di armi genera profitti, i profitti generano pressioni politiche per nuove guerre e nuovi stanziamenti. I mercati finanziari hanno spostato migliaia di miliardi di dollari nelle azioni dell’industria militare, trasformando i conflitti in opportunità speculative. Le armi come asset, le guerre come investimento. E a pagare il conto sono sempre gli ignari e manipolati cittadini: con le loro tasse, con il taglio dei servizi pubblici, con il sangue dei propri figli mandati a combattere in teatri di guerra lontani.

L’articolo 11 della Costituzione — «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» — non è mai stato così brutalmente calpestato. L’Italia ha già ridotto il proprio contingente militare nelle basi in Kuwait e Iraq colpite dagli attacchi iraniani di ritorsione; caccia italiani F2000 sono stati danneggiati; si discute dell’invio di navi nello Stretto di Hormuz. Tutto questo mentre il Servizio Sanitario Nazionale crolla, le scuole cadono a pezzi, i salari restano tra i più bassi d’Europa, la povertà assoluta raggiunge livelli record. La scelta è chiara e brutale: bombe o ospedali, missili o stipendi, guerre o diritti.

VIII. La redistribuzione al contrario non è finita

Il disegno di stravolgimento istituzionale non è separabile dalla questione sociale. Anzi, ne è la premessa necessaria. Per poter proseguire indisturbati nella grande rapina del secolo — la redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto — occorre neutralizzare ogni possibile ostacolo: la magistratura indipendente, il sindacato, l’informazione libera, la partecipazione democratica dei cittadini.

Dove queste politiche sono state attuate senza freni, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non c’è un benessere diffuso, non c’è una società giusta, non c’è una democrazia sana. C’è una massa crescente di persone che vive nell’indigenza o galleggia con enormi sacrifici, e un’élite sempre più ristretta che accumula ricchezze senza precedenti. Come documenta Oxfam, le proposte politiche che cercano consenso creando artificiali contrapposizioni tra gli emarginati — dagli Stati Uniti all’Europa, Italia compresa — accentuano divisioni, paure e tensioni sociali, mentre perseguono politiche che avvantaggiano chi è già in posizione di privilegio.

In Italia, la legge sull’autonomia differenziata, la riforma fiscale che alleggerisce il carico sui più abbienti, il progressivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale, la precarizzazione del lavoro, il taglio dei servizi pubblici essenziali, la corsa al riarmo che divora risorse destinate al welfare: tutto converge verso un modello di società in cui i diritti non sono più universali ma dipendono dal reddito e dal territorio in cui si ha la ventura di nascere. È l’esatto rovesciamento dell’articolo 3 della Costituzione. È la guerra contro i poveri combattuta su due fronti: quello interno, con lo smantellamento dei diritti, e quello esterno, con lo spostamento di risorse pubbliche verso l’industria bellica e i teatri di guerra.

IX. Per un NO che sia anche un SÌ

Votare NO al referendum del 22-23 marzo non è dunque un gesto di conservazione. È un atto di resistenza democratica e, insieme, un’affermazione di futuro.

È NO allo stravolgimento della Costituzione. È NO alla frantumazione della magistratura. È NO alla concentrazione del potere. È NO alla realizzazione, consapevole o inconsapevole, del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli — quel piano che il Ministro Nordio ha avuto l’impudenza di legittimare pubblicamente.

È NO alla corsa al riarmo che divora le risorse dei cittadini per ingrassare i profitti dell’industria bellica. È NO alle guerre di aggressione che violano l’articolo 11 della Costituzione. È NO al silenzio complice sulla Palestina, su Gaza, sulla strage di un popolo intero.

Ma è anche un SÌ. SÌ alla piena attuazione della Costituzione del 1948, a partire dall’articolo 3. SÌ a un modello di società fondato sulla redistribuzione della ricchezza, sulla dignità del lavoro, sulla sanità pubblica, sull’istruzione per tutti, sulla giustizia sociale. SÌ a quell’Italia che, proprio grazie alle sue istituzioni democratiche e al suo impianto solidaristico, seppe diventare una delle grandi potenze mondiali, non per la forza delle armi o la spregiudicatezza dei suoi finanzieri, ma per la qualità del lavoro, l’ingegno collettivo e la coesione sociale dei suoi cittadini. SÌ alla pace, al disarmo, alla cooperazione internazionale: non come utopie irrealizzabili, ma come imperativi costituzionali scritti nella nostra Carta fondamentale.

Il referendum confermativo non prevede quorum: ogni voto conta, ogni scheda pesa. Non andare a votare significa lasciare che altri decidano al nostro posto. In un momento storico in cui la democrazia è sotto attacco in tutto l’Occidente, in cui l’oligarchia dei super-ricchi sta piegando le istituzioni ai propri interessi, in cui la guerra è tornata a essere strumento ordinario di politica e di profitto, in cui un popolo intero viene sterminato nell’indifferenza globale, la difesa della Costituzione diventa il primo, irrinunciabile atto di cittadinanza.

Andiamo a votare. Votiamo NO. E facciamo di questo NO l’inizio di una nuova stagione di lotta per i diritti, per l’uguaglianza, per la pace, per la democrazia sostanziale che i Padri e le Madri costituenti ci hanno consegnato e che nessuno ha il diritto di portarci via.

Questo articolo è distribuito con licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

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