REFERENDUM GIUSTIZIA: QUANDO LA MENZOGNA DIVENTA CAMPAGNA ELETTORALE

Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno su una riforma costituzionale che nessuno ha discusso davvero. Tra propaganda televisiva, sentimenti antimagistratura e silenzi dell’opposizione, il rischio non è solo che vinca il Sì. È che vinca l’ignoranza.

La fabbrica del consenso emotivo

C’è un video di quattordici minuti che circola ossessivamente sulle piattaforme social e nelle trasmissioni televisive. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni vi racconta di stupratori rimessi in libertà, di immigrati che delinquono indisturbati, della famiglia nel bosco. Sono storie vere? In parte sì. Ma hanno a che fare con la riforma costituzionale sulla giustizia che andremo a votare il 22 e 23 marzo? No. Assolutamente no. Eppure milioni di italiani, nel momento in cui entreranno in cabina elettorale, porteranno con sé quelle immagini, quelle emozioni, quella rabbia.

Questo è il cuore della questione. Non la separazione delle carriere, non il sorteggio per i membri del Csm, non l’Alta Corte disciplinare — materie la cui complessità tecnica richiederebbe settimane di approfondimento pubblico. No: la campagna per il Sì si costruisce sul sentimento, sull’umore, sul rancore. Si costruisce sull’idea che la magistratura sia un nemico del cittadino, e che questa riforma — qualunque cosa contenga — serva finalmente a “metterla al suo posto”.

Una riforma mai discussa

Va detto con nettezza: questa riforma costituzionale non ha mai attraversato un vero dibattito. È stata presentata, non emendata, non corretta nel merito da un confronto parlamentare autentico. Non esiste, nella memoria recente della Repubblica, un intervento sulla Costituzione che sia arrivato al voto popolare senza aver prima attraversato una stagione di discussione pubblica, di audizioni, di confronto tra giuristi, magistrati, accademici e forze politiche. Questa riforma, invece, è approdata al referendum come un monolite intatto: prendere o lasciare.

Le ragioni di questa scelta sono trasparenti. Aprire una discussione tecnica significherebbe esporre i meccanismi reali della riforma a un esame che non reggerebbe. Il sorteggio per la selezione dei componenti del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura — scritto nella Costituzione come se fosse eterno — renderebbe i magistrati l’unica categoria professionale al mondo a non potersi scegliere i propri rappresentanti. Un paradosso democratico che nessun sostenitore della riforma è in grado di difendere su un piano di principio, senza ricorrere alla retorica anticasta.

Il prezzo del silenzio: le ragioni del No senza spazio

Il problema, però, è che le ragioni del No non trovano spazio. Non sui grandi media. Non in televisione, dove tre o quattro trasmissioni ogni sera rimestano negli stessi casi di cronaca — Garlasco, Tortora, la famiglia nel bosco — costruendo un’equazione emotiva tra errori giudiziari e riforma costituzionale che è, appunto, falsa. Questa riforma non cambia di un millimetro i meccanismi che hanno prodotto quegli errori. Lo sanno i giuristi, lo sanno i magistrati, ma chi ha il tempo e il coraggio di spiegarlo in prima serata?

Spiegare il No richiede tempo. Richiede la pazienza di illustrare come funziona il sistema disciplinare della magistratura, cosa significa davvero il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, perché la dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero è una garanzia — e non un privilegio della casta togata — per i cittadini che chiedono verità su stragi, corruzioni, rapporti tra potere e criminalità organizzata. È un ragionamento che si può fare, ma non in tre minuti tra uno spot pubblicitario e l’altro. E dunque non si fa.

La manipolazione come strategia

Chi progetta la campagna del Sì lo sa perfettamente. Il ministro della Giustizia Nordio ha rivelato il vero calcolo politico sottostante, arrivando a dire esplicitamente — rivolgendosi all’opposizione — che un giorno quella riforma potrà tornare utile anche a loro. Un’ammissione straordinaria: non si parla di giustizia migliore, di processi più rapidi, di diritti dei cittadini meglio tutelati. Si parla di scudi. Di protezioni. Di chi, tra i potenti, potrà dormire sonni più tranquilli.

Eppure la propaganda funziona. Funziona perché intercetta una frustrazione reale: quella di cittadini che negli ultimi anni hanno visto la magistratura italiana attraversare scandali di corrente, guerre interne, opacità di potere. Quella delusione è comprensibile. Ma trasformarla in consenso per una riforma che non risolve nessuno di quei problemi — e che anzi, sottoponendo i magistrati al controllo politico attraverso l’Alta Corte a trazione governativa, li renderebbe ancora più vulnerabili alle pressioni del potere — è un’operazione di manipolazione politica di straordinaria efficacia.

Chi vince davvero con il Sì

La domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi — prima di farsi trascinare dalla retorica del “finalmente li fermiamo” — è questa: chi ha davvero interesse a che questa riforma passi?

Le persone perbene che voteranno Sì sono molte. Sono mosse da quella frustrazione comprensibile di cui si diceva, da un senso di giustizia offeso da vicende giudiziarie mal gestite, da un fastidio autentico per i comportamenti di alcune correnti della magistratura associata. Ma insieme a loro, festeggeranno anche — e con molto più consapevole soddisfazione — i centri di potere che della magistratura indipendente hanno storicamente temuto i controlli: le teste pensanti della criminalità organizzata, gli architetti dei grandi sistemi di corruzione, i “pezzi deviati” dello Stato che hanno sempre trovato nella dipendenza del pm dalla polizia giudiziaria un ostacolo ai loro piani.

Non è un’illazione: è un calcolo razionale. Il nemico del mio nemico è mio amico. E quando una riforma abbassa i ponti levatoi della legalità, i primi ad attraversarli non sono mai i più deboli.

Le inchieste che non si faranno più

La posta in gioco è concreta, misurabile. Se il Sì vince, il passo successivo — già annunciato — sarà sottrarre la polizia giudiziaria al controllo del pubblico ministero. Nella storia recente della giustizia italiana, senza quel meccanismo di dipendenza, non si sarebbero potute istruire le indagini sulla trattativa Stato-mafia, su figure come Dell’Utri e Andreotti, su connessioni tra istituzioni e criminalità organizzata che rappresentano alcune delle pagine più buie e più importanti della nostra storia repubblicana. Gli ufficiali di polizia giudiziaria che ascoltarono conversazioni delicatissime, sotto enormi pressioni affinché ne rivelassero il contenuto, ressero perché dovevano rispondere solo ai pm. Togliere quel legame non rafforza i diritti dei cittadini: li espone.

E poi c’è il tema dell’autocensura. Un giovane magistrato che sappia di rispondere a un’Alta Corte a composizione politica, che veda sventolare lo spauracchio disciplinare ogni volta che si avvicina a un’indagine delicata su un esponente del governo o su un affare che tocca gli interessi dei potenti — quel magistrato sarà tentato di occuparsi dello scippatore sotto casa, non della corruzione sistemica. Il coraggio, scriveva Manzoni, è la sola qualità che non si può comprare. Ma si può fare di tutto per renderla inutile.

Il referendum che non capiremo

Mancano pochi giorni al voto. La campagna del No — portata avanti quasi interamente da magistrati, giuristi e pochi organi di informazione controcorrente — non ha i numeri per competere con la macchina mediatica che spinge il Sì. Non ha i minuti televisivi, non ha le interviste nelle trasmissioni di prima serata, non ha il video virale della presidente del Consiglio. Ha la ragione, ma la ragione da sola non basta quando il dibattito si svolge sul terreno delle emozioni.

L’unico antidoto è la consapevolezza. Sapere che quando si accostano “la famiglia nel bosco” e “la riforma sulla giustizia” nella stessa frase, si sta compiendo un atto di manipolazione. Sapere che questa riforma non avrebbe cambiato nulla di quelle vicende. Sapere che ciò che si chiede agli italiani il 22 e 23 marzo non è vendicarsi dei magistrati che hanno sbagliato: è decidere se vogliamo una magistratura che risponda alla Costituzione o una magistratura che risponda al governo.

È una domanda semplice. Purtroppo, nella confusione di queste settimane, quasi nessuno l’ha posta in questi termini.

 © 2026 Mario Sommella — Contenuto rilasciato sotto licenza CC BY-NC-SA 4.0

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