HA VINTO LA COSTITUZIONEHa vinto il popolo dei partigiani della Costituzione

La controriforma Meloni-Nordio travolta dal No: 53,74% contro 46,26%
Affluenza record al 58,93%. I giovani under 34 votano No al 61,1%

La dichiarazione di Antonio Ingroia: «Hanno vinto i cittadini»

«Ha vinto il No. Il No a questa controriforma Meloni-Nordio. Il No alla separazione delle carriere. Il No a questo sfregio della Costituzione, portato avanti nel nome di Licio Gelli». Con queste parole nette e vibranti, Antonio Ingroia — presidente di Azione Civile, già magistrato del pool antimafia di Paolo Borsellino — ha accolto il risultato del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, che ha visto la netta bocciatura della cosiddetta riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e dal ministro Nordio.

Ma Ingroia ha voluto andare oltre la lettura meramente partitica del voto. «Chi ha vinto — ha proseguito — non è la sinistra contro la destra, non è l’opposizione contro il governo Meloni. Hanno vinto i cittadini. Ha vinto la Costituzione». Una lettura che restituisce al pronunciamento popolare la sua dimensione più autentica: non un fatto di schieramenti parlamentari, ma un atto di sovranità popolare in difesa dell’architettura fondamentale della Repubblica.

Il presidente di Azione Civile ha quindi rivolto il suo sguardo verso quei milioni di italiani che, per anni, avevano scelto l’astensione. «Soprattutto i cittadini, i partigiani della Costituzione, che per difenderla sono scesi in campo. Finalmente, direi, sono usciti dal popolo dell’astensionismo, perché non credono nei partiti tradizionali che oggi stanno in Parlamento, maggioranza e opposizione. E hanno deciso che, questa volta, vale la pena votare».

Un messaggio potente, che parla direttamente al cuore della crisi democratica italiana: la sfiducia verso le istituzioni rappresentative, il distacco crescente tra palazzo e cittadinanza. In queste parole c’è la consapevolezza che il vero protagonista di questa giornata storica non è stato nessun partito, ma un’Italia civile che si è rimessa in moto. «Hanno votato con un No che significa: io sono partigiano della Costituzione. Io questa Costituzione la difendo e difendo i miei diritti attraverso la Costituzione».

I numeri di una vittoria storica

I dati che emergono dallo scrutinio, ormai quasi completato, confermano la portata della sconfitta subita dal governo. Il No si è attestato al 53,74%, contro il 46,26% del Sì, con un distacco di oltre sette punti percentuali che ha superato le stesse previsioni degli istituti demoscopici. L’affluenza definitiva ha raggiunto il 58,93%: un dato straordinario se si considera che nelle precedenti consultazioni referendarie e nelle europee del 2024 la partecipazione era stata sensibilmente più bassa.

Il profilo del voto rivela dati di grande significato politico e sociale. Tra gli under 34, il No ha ottenuto il 61,1%, a dimostrazione che le generazioni più giovani hanno percepito con particolare chiarezza la minaccia rappresentata dalla riforma per l’equilibrio dei poteri costituzionali. Il No ha prevalso in tutte le regioni italiane ad eccezione di tre — Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia — e in tutti i capoluoghi di regione senza eccezioni. L’Emilia Romagna ha guidato la partecipazione con un’affluenza prossima al 67%, seguita da Toscana e Umbria, mentre la Sicilia ha registrato il dato più basso, attestandosi al 46,14%.

Un elemento particolarmente rilevante, segnalato dai sondaggi post-voto, è che una parte significativa degli elettori che alle europee 2024 non erano andati alle urne — il 57,7% di essi — ha scelto di votare No. Il referendum ha dunque rimesso in moto una porzione dell’elettorato che si era ritirata dalla partecipazione, confermando integralmente l’analisi di Ingroia sui «partigiani della Costituzione» usciti dall’astensionismo.

Lo sfregio nel nome di Licio Gelli: la riforma e il Piano di Rinascita

Il riferimento di Ingroia a Licio Gelli non è retorico, né casuale. La separazione delle carriere dei magistrati figurava esplicitamente tra i punti del Piano di Rinascita Democratica, il documento programmatico della loggia massonica segreta P2, sequestrato nel 1982, che delineava un progetto di ristrutturazione autoritaria dello Stato italiano. Quel piano prevedeva, tra le altre cose, il controllo dei mezzi di informazione, la riforma della magistratura in senso dipendente dal potere politico, e la subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo.

La riforma Nordio, bocciata dal voto popolare, avrebbe introdotto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due organismi distinti, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma e il meccanismo del sorteggio per la selezione dei componenti degli organi di autogoverno. Per i suoi critici — tra cui oltre centodiciassette costituzionalisti, tre presidenti emeriti della Corte Costituzionale, l’ANPI, la CGIL, Libera e il vastissimo Comitato Società Civile per il No — la riforma non avrebbe migliorato il funzionamento della giustizia per i cittadini, ma avrebbe indebolito l’indipendenza della magistratura dal potere politico.

Come ha osservato il presidente del Comitato Società Civile per il No, Giovanni Bachelet, la vittoria referendaria può essere paragonata a grandi momenti della storia democratica italiana: una mobilitazione di popolo in difesa dei principi fondativi della Repubblica, che ha visto convergere forze diverse, dal mondo del lavoro a quello dell’associazionismo, dalla società civile ai movimenti per la legalità.

Il quadro politico dopo il voto: una sconfitta che apre scenari

Il risultato del referendum rappresenta la prima vera sconfitta elettorale del governo Meloni dall’insediamento a Palazzo Chigi. La premier ha commentato con evidente amarezza, parlando di un’«occasione persa per modernizzare l’Italia», pur assicurando che il governo «andrà avanti con determinazione». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato di prendere atto della decisione sovrana del popolo, negando ogni significato politico al voto. Il vicepremier Tajani ha affermato di inchinarsi alla volontà popolare, mentre Salvini ha ribadito che il governo proseguirà «compatto».

Sul fronte opposto, le opposizioni parlamentari hanno celebrato la vittoria come un momento di svolta. La segretaria del PD Elly Schlein ha dichiarato che esiste già una «maggioranza alternativa» nel Paese. Il presidente del M5S Giuseppe Conte ha parlato di un vero e proprio «avviso di sfratto per il governo». Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha evocato una «nuova primavera» per il Paese, sottolineando che il voto dimostra come questo governo non abbia il consenso della maggioranza dei cittadini. In piazza Barberini a Roma, centinaia di persone hanno festeggiato la vittoria del No con i leader delle opposizioni e del sindacato riuniti su un palco improvvisato, tra cori, bandiere e un’emozione collettiva che ha ricordato le grandi mobilitazioni popolari.

Oltre i partiti: la lezione di Azione Civile

Ma è proprio qui che la lettura di Antonio Ingroia si distingue con forza da quella delle opposizioni parlamentari. Non è stata una vittoria della sinistra contro la destra. Non è stata una vittoria dei partiti del campo largo. È stata la vittoria dei cittadini, di quei milioni di italiani che non si riconoscono in nessun partito presente in Parlamento ma che, quando la posta in gioco diventa la Costituzione, i diritti fondamentali, l’equilibrio tra i poteri dello Stato, decidono di rompere il silenzio dell’astensione e di esercitare il loro diritto sovrano.

Questo dato è confermato anche dalle analisi dei flussi elettorali: il 69% dei votanti ha dichiarato che sulla propria decisione ha pesato il giudizio nel merito della riforma, non l’appartenenza partitica. Solo il 7% ha seguito le indicazioni del proprio partito di riferimento. È un dato che smonta radicalmente qualsiasi lettura di questo voto come mero scontro tra maggioranza e opposizione, e che restituisce al pronunciamento popolare la sua natura più profonda: un atto di difesa della democrazia costituzionale.

Azione Civile, il movimento fondato da Antonio Ingroia, è stato tra le forze che più coerentemente hanno sostenuto le ragioni del No, portando avanti una campagna radicata nel merito costituzionale, nei territori e nelle comunità. Una campagna che non ha cercato la visibilità mediatica dei grandi palcoscenici, ma il confronto diretto con i cittadini: nelle sale civiche, nelle piazze, nei dibattiti pubblici come quello di Tivoli con la partecipazione di Elena Matteotti, nipote del martire antifascista Giacomo Matteotti. Una presenza che testimonia il filo ininterrotto tra la Resistenza, la Costituzione e la lotta democratica di oggi.

Una nuova stagione per la democrazia italiana

Il 23 marzo 2026 resterà nella memoria della Repubblica come il giorno in cui il popolo italiano ha detto No allo smantellamento della propria Costituzione. Un No che non è conservazione, ma difesa attiva dei principi di libertà, uguaglianza e separazione dei poteri che i Costituenti ci hanno consegnato. Un No che è insieme argine e promessa: argine contro ogni tentazione autoritaria, promessa di una cittadinanza consapevole e combattiva.

Con la vittoria del No, la riforma costituzionale approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025 decade ufficialmente. L’assetto della magistratura e del Consiglio Superiore della Magistratura resta quello previsto dalla Costituzione del 1948 e dalle successive leggi ordinarie. Ma la partita non è chiusa: il governo ha già annunciato di voler proseguire la propria azione. Sarà compito dei cittadini — dei partigiani della Costituzione, come li ha chiamati Ingroia — restare vigili.

Perché questo è il senso più profondo di quanto accaduto: non un voto, ma un risveglio. L’Italia civile si è rimessa in cammino. E quando i cittadini decidono che la Costituzione merita di essere difesa, nessuna maggioranza parlamentare può prevalere sulla sovranità popolare. Come ha detto Antonio Ingroia: «Io sono partigiano della Costituzione. Io questa Costituzione la difendo e difendo i miei diritti attraverso la Costituzione».

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