Il discorso di Meloni al Parlamento sulla guerra in Iran: una narrazione che capovolge la realtà, assolve gli aggressori e abbandona il diritto internazionale
C’è una tecnica narrativa collaudata, nel lessico del potere: nominare i fatti senza dirli, condannare senza accusare, invocare principi che si è già provveduto a svuotare. Il discorso tenuto ieri da Giorgia Meloni al Parlamento — prima al Senato, poi alla Camera — sulla guerra in corso in Medio Oriente è stato un esercizio magistrale di questa arte. Una costruzione retorica impeccabile nella forma, devastante nei contenuti. Una presa in giro istituzionale servita su vassoi dorati.
Chi bombarda chi: la grammatica capovolta della guerra
Partiamo da una frase che Meloni ha ripetuto con ostinazione degna di miglior causa: “Non c’è spazio per la diplomazia fin quando l’Iran non smette di bombardare i Paesi del Golfo”. Il problema — un problema non da poco — è che a bombardare, mentre erano in corso i colloqui diplomatici con Teheran, sono stati Trump e Netanyahu. Non gli ayatollah.
È la stessa dinamica già vista con Hamas e il Qatar: Israele aveva già bombardato le aree dove si svolgevano le trattative diplomatiche con Hamas mentre gli incontri erano in corso. Il canovaccio è identico. E la premier italiana lo conosce. Ma sceglie di ignorarlo.
Il diritto internazionale, che Meloni cita a giorni alterni come scudo o come spettro a seconda della convenienza geopolitica del momento, stabilisce con chiarezza incontrovertibile, all’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, il “diritto naturale” di legittima difesa in caso di attacco armato contro un membro dell’ONU. Gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. L’Iran, a quel punto, non ha esercitato un arbitrio: ha esercitato un diritto. Un diritto che Trump e Netanyahu — con la loro iniziativa militare unilaterale — hanno di fatto legitimato con le proprie mani.
Meloni definisce “attacchi” ciò che per il diritto internazionale sono azioni difensive. E chiama “diplomazia” ciò che è, nei fatti, una resa incondizionata all’aggressore.
Resta aperta — e bruciante — una domanda: distruggere il diritto internazionale era, per Trump e Netanyahu, un danno collaterale o un beneficio collaterale? La risposta, a guardare la traiettoria degli ultimi anni, non è difficile da intuire.
Minab: condannare senza nominare il colpevole
Sul bombardamento della scuola elementare Shajareh Tayyibeh di Minab, nel sud dell’Iran — dove hanno perso la vita oltre 150 bambine — la presidente del Consiglio ha pronunciato parole di “ferma condanna”. Fin qui, tutto bene. Poi ha aggiunto che occorre “accertare rapidamente le responsabilità”. Ed è qui che il discorso precipita nell’ipocrisia.
Le responsabilità sono già state accertate. Sono gli Stati Uniti ad aver bombardato quella scuola, come documentato da un’inchiesta del New York Times, probabilmente a causa di mappe satellitari del territorio iraniano non aggiornate. Chiedere di “accertare” ciò che è già stato accertato non è prudenza diplomatica: è copertura politica. È proteggere l’alleato a spese delle vittime.
Le basi militari: la Spagna, l’Italia e il segreto che protegge
Sul capitolo delle basi militari statunitensi presenti in territorio italiano, Meloni ha esibito un parallelismo con la Spagna che non regge all’analisi. Madrid ha detto no esplicito all’utilizzo delle proprie basi per operazioni di guerra contro l’Iran, vincolando ogni utilizzo a quanto previsto dai trattati bilaterali. “La stessa cosa che facciamo noi”, ha dichiarato la premier.
La verità è un’altra. Gli accordi bilaterali tra Spagna e Italia e gli Stati Uniti sono profondamente diversi. Quelli italiani, risalenti al 1954 e periodicamente aggiornati, sono in larga parte secretati. Meloni non ha detto no all’utilizzo delle basi per operazioni belliche. Ha detto che la decisione spetterà al Parlamento — dove la sua maggioranza è solida — senza che né il Parlamento né i cittadini conoscano il testo integrale degli accordi. Una delega in bianco a se stessa, mascherata da rispetto delle istituzioni.
Le accise, l’automotive e la retorica della transizione
Nel lungo inventario di promesse non mantenute — o peggio, invertite — spicca la questione delle accise sui carburanti, che Meloni e Salvini avevano solennemente promesso di ridurre in campagna elettorale e che invece sono state aumentate, con la giustificazione che “non ci sono i soldi”. I soldi, però, si trovano per le armi. Per la difesa. Per le missioni militari. Per i contractor e gli appaltatori della guerra.
Allo stesso modo, il richiamo alle “industrie di transizione a partire dall’automotive” ha il sapore amaro di una rassicurazione vuota: gli incentivi promessi alle filiere produttive suonano come un invito a riconvertirsi verso la produzione di sistemi d’arma. È questo il modello economico che si offre al Paese: un’economia di guerra camuffata da politica industriale.
Palestina: la solidarietà a parole di chi vende le armi
L’affermazione più strepitosa per sfrontatezza è però arrivata sul finale: Meloni che si vanta della “solidarietà” dimostrata dall’Italia nei confronti del popolo palestinese. Vale la pena fare l’elenco, pacatamente e senza retorica.
L’Italia di Meloni non ha riconosciuto lo Stato di Palestina; ha rinnovato il Memorandum di Intesa con Israele sulla cooperazione militare; continua a vendere armi a Israele; si è opposta alle sanzioni a Israele in sede europea; è a favore del mantenimento dell’accordo di associazione UE-Israele; consente a Netanyahu — sul quale pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità — di sorvolare indisturbato il suolo italiano.
A completare il quadro, il governo ha sostenuto l’iter di una legge che, con il pretesto del contrasto all’antisemitismo, mira in realtà a silenziare le critiche nei confronti delle politiche del governo israeliano e del sionismo come prassi politica. Una legge bavaglio travestita da tutela dei diritti.
Questa è la solidarietà di Meloni con il popolo palestinese: dichiarata in aula, sepolta dai fatti fuori dall’aula.
la grammatica del potere e il prezzo della verità
Il discorso di Meloni al Parlamento non è stato solo una performance politica. È stato un tentativo sistematico di riscrivere la realtà: trasformare gli aggressori in difensori, le vittime in responsabili, le menzogne in pragmatismo, la complicità in neutralità. Una narrazione che sceglie accuratamente quali pagine del libro di storia leggere e quali strappare via.
Il diritto internazionale, quando torna utile, viene invocato come stendardo. Quando diventa scomodo — come nel caso delle operazioni militari unilaterali di Trump e Netanyahu, o come nel mandato di cattura della CPI contro Netanyahu — viene accantonato senza troppe cerimonie. E chi osa ricordarlo viene accusato di strabismo, di propaganda, di anti-americanismo.
Gli italiani meritano una classe dirigente capace di guardare ai fatti per quello che sono, non per quello che conviene che sembrino. Meritano trasparenza sugli accordi militari che impegnano il territorio nazionale. Meritano onestà sui prezzi che si pagano per le scelte di campo. Ieri, al Parlamento della Repubblica, non l’hanno avuta.