Il referendum sulla giustizia, la valanga del No e il messaggio che nessuno vuole leggere
di Mario Sommella
24 marzo 2026
Una valanga di No. Il cinquantaquattro per cento degli italiani ha respinto la riforma della giustizia voluta dal governo Meloni. La Costituzione non verrà cambiata, il tentativo di separare le carriere tra pubblici ministeri e giudici, di creare due Consigli Superiori della Magistratura e un’Alta Corte per giudicare i magistrati è naufragato sotto il peso di un verdetto popolare inequivocabile. Il quarantasei per cento ha votato sì, il Paese si è spaccato, ma la direzione è chiara. E soprattutto, un dato svetta su tutti: l’affluenza ha sfiorato il cinquantanove per cento. Gli italiani sono tornati a votare. E questo, prima ancora del merito della riforma, è il fatto politico più rilevante e dirompente di questa consultazione.
Perché dentro quel cinquantanove per cento c’è un’Italia che non si vedeva da tempo. Un’Italia che aveva smesso di credere nella politica, che aveva voltato le spalle alle urne, che si era rifugiata in un astensionismo non di indifferenza ma di rabbia, di disgusto, di disillusione profonda. Un’Italia che non si sentiva rappresentata da nessuno: né dalla maggioranza, né dall’opposizione, né da quel che resta dell’arco parlamentare nel suo complesso. Ebbene, quell’Italia è tornata. Ha ripreso in mano la scheda elettorale. E ha detto No.
Il messaggio che nessuno vuole leggere
Questo è il punto che nessuno sta dicendo con sufficiente chiarezza, il cuore pulsante di questa vicenda referendaria che rischia di essere sommerso dalla retorica della vittoria e della sconfitta. Il ritorno al voto di centinaia di migliaia di cittadini che avevano scelto l’astensione come forma estrema di protesta contro un sistema politico percepito come impermeabile ai bisogni reali della gente è un segnale che dovrebbe far tremare i polsi a tutta la classe dirigente. Ma soprattutto — e qui sta il nodo politico decisivo — è un segnale che le forze di opposizione devono saper leggere, interpretare e, soprattutto, onorare.
Questi cittadini non sono tornati alle urne per regalare una vittoria al campo largo. Non hanno votato per Schlein, per Conte, per Renzi o per Fratoianni. Hanno votato per difendere la Costituzione, certo, ma anche e soprattutto per mandare un messaggio che va ben oltre il quesito referendario: noi ci siamo, siamo pronti a partecipare, ma pretendiamo che la politica faccia la sua parte. Pretendiamo credibilità, coerenza, coraggio. Non slogan, non alleanze di convenienza, non il solito gioco delle poltrone.
Ecco perché sarebbe un errore capitale — come giustamente è stato osservato — interpretare questo voto come un trionfo del centrosinistra e una messa in mora automatica del governo. Non è affatto detto che alle politiche o alle amministrative si replichino questi risultati. Il mandato degli astenuti che sono tornati a votare è condizionato, provvisorio, revocabile in qualsiasi momento. È un credito di fiducia a termine, che le opposizioni dovranno meritarsi giorno per giorno.
La sconfitta di Meloni e il vizio dissociativo
Per Giorgia Meloni la sconfitta è netta e bruciante. La premier, che si era spesa in prima persona con tutta la sua energia, si è vista scoprire un tallone d’Achille che fino a ieri sembrava non esistere. La sua aura di invincibilità si è infranta contro il muro di una società civile che, quando si mobilita, sa ancora far sentire la propria voce. «La sovranità popolare si rispetta», ha detto con amarezza la premier, inchinandosi al verdetto senza tuttavia annunciare dimissioni, a differenza di quanto fece Matteo Renzi nel 2016 dopo la sconfitta sulla riforma costituzionale.
Ma non è solo la sconfitta numerica a pesare. È la natura profonda di questa sconfitta. Come è stato acutamente osservato, se una delle tare indubbie della storia repubblicana è stato il vizio consociativo, dopo questo voto è sotto accusa il vizio dissociativo del melonismo: il suo porsi come deus ex machina senza averne né il carisma né, oggi possiamo dirlo, il peso elettorale sufficiente. L’intera storia di questo governo, a partire dall’accaparramento dei posti di potere e di sottopotere, come se si trattasse di espugnare palazzi occupati da usurpatori, dimostra un’incapacità strutturale di accettare la convivenza e il confronto.
Meloni avrebbe una via diretta per risollevarsi: ammettere che è stato un errore mettere mano alle regole comuni con spirito di fazione e in modo unilaterale, e proporre di costruire una riforma della giustizia condivisa, sedendo a un tavolo con l’opposizione e senza escludere la magistratura dalla discussione. Una mossa da donna di Stato, non da boss di partito. Ma non lo farà, perché è troppo convinta del ribaltamento rivoluzionario dell’assetto repubblicano, che lei e i suoi considerano illegittimo per congenita insofferenza al DNA antifascista della Repubblica.
Da soli, soprattutto se supportati da una cerchia di mediocri e di ossequenti, si può illudere un Paese per un paio d’anni. Alla lunga, il Paese si scopre meno angusto, più largo e più irrequieto. Quasi come sono le democrazie.
La generazione del futuro
I dati demografici del voto sono implacabili e portano con sé una luce di speranza che illumina il cammino. Quasi otto su dieci tra coloro che hanno meno di ventidue anni hanno votato No. Sette su dieci tra chi ne ha meno di trenta. Più sale l’età, più crescono i Sì. È la «generazione Gaza», quella che ha trascinato le piazze di protesta contro il genocidio in Palestina, in Italia e nel mondo. Ma è anche la «generazione Cecchettin», quella che nel nome di Giulia tiene viva la memoria delle donne uccise per disobbedienza e chiede un mondo nuovo, di diritti uguali, di pari possibilità e destini.
Meloni, con il suo intuito politico, lo aveva capito. Ma non le è bastato andare all’ultimo minuto nei podcast a cercare il consenso dei giovani di cui, con evidenza, non le importa granché. Neppure il voto ai fuorisede sono riusciti a garantire in modo adeguato. Dodicimila ragazzi hanno scelto di iscriversi come scrutatori pur di esercitare il diritto di voto: un gesto che dice tutto sulla fame di partecipazione democratica che attraversa le nuove generazioni.
In molti luoghi la somma dei No supera di gran lunga il numero di elettori che alle passate votazioni avevano scelto partiti di opposizione: segno che moltissimi elettori di centrodestra hanno espresso dissenso rispetto al loro stesso schieramento. La crepa attraversa trasversalmente il corpo elettorale e nessuno può permettersi di ignorarla.
Cosa devono fare le opposizioni: un programma di credibilità
Ed è qui che il discorso si fa cruciale, ed è qui che la riflessione deve farsi più profonda e più esigente. Il campo largo ha colto al balzo la vittoria referendaria e si è ricompattato lanciando le primarie per la leadership. Schlein, Conte e Renzi hanno subito fiutato l’aria e si sono messi in moto. Ma se pensano che basti l’euforia del momento per costruire un’alternativa credibile, si sbagliano di grosso. E soprattutto, si sbagliano se pensano che il popolo degli astenuti tornato alle urne sia disposto a concedere una cambiale in bianco.
Se le forze di opposizione vogliono davvero governare con il contributo diretto di quei cittadini che fino a ieri avevano scelto il silenzio, dovranno prendere iniziative concrete e coraggiose su più fronti. Non basteranno le primarie per scegliere il premier, per quanto siano un esercizio necessario di democrazia interna. Non basterà un programma elettorale ben confezionato. Serviranno atti di credibilità politica che dovranno cominciare sin da ora e protrarsi nel tempo, dimostrandosi ogni giorno all’altezza delle sfide che il Paese affronta.
E le sfide sono enormi. A livello internazionale, serve una posizione chiara e senza ambiguità nel contrastare la deriva neoliberista che attanaglia l’Occidente. Serve il coraggio di affrontare il tema della pace in un mondo che sembra aver smarrito la bussola, con un alleato atlantico oramai fuori controllo che trascina i Paesi europei in avventure belliche senza fine. Serve la fermezza di denunciare il genocidio in atto in Palestina, senza ipocrisie e senza mezze parole, perché non si può parlare di diritti e di democrazia se si chiudono gli occhi davanti allo sterminio di un popolo. Il conflitto USA-Israele e Iran, che ha fatto da sfondo a questo referendum, non è un rumore di fondo: è il fragore della storia che bussa alla porta.
Ma soprattutto — e questo è il terreno su cui si giocherà la partita decisiva — serve affrontare lo stato delle cose in Italia con programmi concreti e con la determinazione di chi sa che non bastano le parole. Salari che perdono costantemente potere d’acquisto mentre il costo della vita si impenna, con bollette e carburanti alle stelle. Diritti dei lavoratori che continuano a essere stracciati, nonostante la Carta Costituzionale li difenda esplicitamente. Sicurezza sul lavoro che resta una tragedia quotidiana, con centinaia di morti l’anno che non suscitano più neppure lo scandalo. Una sanità pubblica sempre più privatizzata, sempre più inaccessibile per le fasce più deboli della popolazione, smantellata pezzo dopo pezzo in nome di un’efficienza che è solo un altro nome per il profitto.
Questi non sono solo temi programmatici da inserire in un manifesto elettorale. Sono le ragioni profonde per cui milioni di italiani avevano smesso di votare. Sono i bisogni reali, concreti, quotidiani di un popolo che chiede dignità, non elemosine. E se le opposizioni vogliono raccogliere quel credito di fiducia che gli astenuti tornati alle urne hanno messo a disposizione, dovranno dimostrare sin da subito — non a parole, ma con i fatti — di essere capaci di contrastare questo stato di cose.
La lezione di Sánchez: si può dire no
C’è un precedente europeo che illumina la strada e che l’opposizione italiana farebbe bene a studiare con attenzione: la Spagna di Pedro Sánchez. Il premier spagnolo ha dimostrato che si può dire no alla deriva neoliberista, che si può governare mettendo al centro i diritti sociali, il lavoro, la sanità pubblica, la transizione ecologica, senza per questo essere travolti dai mercati o isolati sulla scena internazionale. Sánchez ha dimostrato che si può stare in Europa e nell’Alleanza Atlantica senza rinunciare alla propria autonomia di giudizio, senza piegarsi alle pressioni dei falchi e senza tradire le aspettative del proprio popolo.
L’Italia può fare lo stesso. Ma per farlo serve una classe dirigente all’altezza, serve un progetto politico credibile e serve, soprattutto, la capacità di parlare al Paese reale, non alle tribune televisive. Adesso tocca a noi.
La piazza e la festa: ma domani?
Le immagini della sera del referendum rimarranno nella memoria: i magistrati a Napoli che brindano e cantano Bella Ciao, il campo largo riunito intorno alla fontana del Tritone a Roma con Schlein e Conte che esplodono di gioia, lo slogan «Viva l’Italia che resiste» che risuona nella notte. Landini che chiama la piazza, Renzi che punge Meloni chiedendone le dimissioni con un paragone tagliente: «Io mi sono dimesso, ora abbia coraggio». Il presidente del Comitato Civico per il No, Giovanni Bachelet, che paragona la vittoria a quella della lotta partigiana.
Ma la festa, per quanto comprensibile e legittima, non può diventare un alibi. Il giorno dopo si deve tornare a fare politica. E fare politica, oggi, significa avere il coraggio di dire cose scomode anche al proprio elettorato: che la vittoria referendaria non è sufficiente, che il governo Meloni è ferito ma non morto, che a un anno dalle elezioni politiche la campagna elettorale è di fatto cominciata e che la posta in gioco non è una poltrona, ma il destino di un Paese.
Un’anatra zoppa a Palazzo Chigi
Il senatore dem Filippo Sensi ha sintetizzato la situazione con un’immagine efficace: «Da oggi a Palazzo Chigi c’è un’anatra zoppa». La coalizione di governo esce ammaccata, con il Guardasigilli Nordio che prende atto della bocciatura, con Salvini fisicamente assente in missione in Ungheria a sostenere Orbán, con le dichiarazioni incendiarie del capo di gabinetto Bartolozzi e le ombre dello spinoso caso Delmastro alla vigilia del voto. Lupi annuncia che si andrà avanti con premierato e legge elettorale, ma lo spirito è evidentemente un altro.
La verità è che il governo Meloni ha perso la sua unica riforma costituzionale. E con essa ha perso qualcosa di più profondo: la narrazione dell’irresistibilità, la retorica del mandato popolare incondizionato, la pretesa di incarnare la volontà della nazione. Il Paese ha dimostrato di essere più complesso, più maturo, più irriducibile di quanto qualsiasi leader possa immaginare.
Due certezze e un dovere
Alla fine di questa giornata storica, restano due certezze luminose. La prima: è andato a votare quasi il sessanta per cento degli italiani. Una bellissima notizia per la salute della democrazia. La sovranità appartiene al popolo, articolo uno della Costituzione, e il popolo per fortuna torna a esercitarla. La seconda: il futuro sarà migliore del presente, perché i nostri figli stanno prendendo in mano il destino del Paese, come deve essere, e lo stanno già facendo.
Ma a queste due certezze va aggiunta una terza, che è un dovere: che questo ritorno alla partecipazione non venga tradito. Che il popolo degli astenuti che ha rotto il suo silenzio non venga usato come carne da cannone elettorale per poi essere dimenticato il giorno dopo le elezioni. Che le forze di opposizione comprendano fino in fondo che questo voto non è stato un regalo, ma un avvertimento e un’occasione. Forse l’ultima.
La sovranità popolare ha parlato. Adesso la politica ha il dovere di ascoltare, di agire e di essere all’altezza di un popolo che, quando decide di esserci, sa ancora cambiare la storia.